La rivoluzione industriale nel settecento

Sharing is caring!

Nell’Europa del 700 vi fu una forte crescita demografica dovuta, probabilmente, ad un miglioramento generale del clima e alla minore incidenza di pestilenze. Ma le risorse rimasero sempre le stesse, insufficienti ad alimentare una popolazione, divenuta in soprannumero rispetto alle limitate potenzialità ambientali.
La crescita demografica, inoltre, trova le sue cause nella capacità dei governi di controllare efficacemente il territorio e di intervenire, in caso di carestie, in soccorso alla popolazione colpita da sanguinarie e devastanti guerre. Vi fu un calo di mortalità, la vita media aumentò di conseguenza all’abbassamento dell’età media delle donne, al momento del matrimonio.
Per far fronte all’incremento della popolazione vennero estese le superfici coltivate: il campo arato ebbe una gran diffusione e perciò vennero abbattuti boschi e selve.
Furono sperimentati inoltre i suggerimenti offerti dall’agronomia, che avvalendosi dello studio di altre discipline, individua norme e principi applicabili nell’agricoltura, con lo scopo di massimizzare la produzione e favorire l’aumento della qualità delle colture. I territori disabitati furono ormai pochi e ci fu la necessità di facilitare i collegamenti tra loro, per questo in Francia e in Inghilterra si effettuarono miglioramenti nel sistema dei trasporti e della rete viaria.
Fu proprio l’Inghilterra, più di nessun’altro paese, a conoscere queste trasformazioni, nell’ambito della produzione e della vita economica. E’ bene ricordare che il grave problema che persiste tutt’oggi nel mondo e che divide il mondo, in Nord, sviluppato e ricco e il Sud, sottosviluppato e con condizioni della vita abbastanza precarie, ha inizio da questo periodo.

La rivoluzione industriale si diffuse, dunque, soprattutto in Inghilterra e portò innanzitutto alla privatizzazione dei terreni (prima collettivi) per via di recinzioni, così che i contadini diventassero consumatori e allo scopo di favorire la formazione di possedimenti fondiari privati più estesi e compatti, in mano a grandi proprietari terrieri che impiegarono una manodopera salariata.
Ci si trovò davanti ad una vera e propria rivoluzione agraria.
L’Inghilterra fu , inoltre, un’importante centro di commercio, grazie alle potenti flotte marittime che padroneggiavano nei mari e all’impero coloniale che si impossessò dei territori spagnoli e francesi in America e in Asia.
Gli scambi commerciali si estesero ai vari continenti, cambiando e ampliando la visione dell’economia che considererà il mondo un unico mercato. Anche il commercio interno ebbe una forte crescita che portò ad un importante rinnovamento del sistema dei trasporti: furono costruite, infatti, nuove strade e aperti nuovi canali navigabili.

Intorno al 1770-1780 cambiò lo scenario del lavoro e del guadagno, l’industria moderna permise di trasformare le materie prime con l’ausilio di macchinari e l’impiego di grandi masse di lavoratori salariati, all’interno delle fabbriche.
Tra le macchine più importanti e significative di questa rivoluzione vi fu la macchina a vapore di James Watt e il filatoio meccanico di Richard Arkwright.

Le industrie migliorarono con tempo sotto il profilo quantitativo, grazie all’incremento dei macchinari e di centinaia o addirittura migliaia di persone si produsse molto più velocemente, ma il livello qualitativo non era dei migliori.
Col tempo, visto che l’antica competenza degl’ artigiani non serviva più, ma occorrevano più lavoratori, anche le donne e i bambini iniziarono a lavorare in fabbrica.

L’Inghilterra era inoltre caratterizzata da un intenso pluralismo religioso, la religione puritana, ad esempio, era basata sull’apprezzamento del lavoro, inoltre, godeva di maggiore libertà in vari ambiti, come quello culturale, infatti, circoli, associazioni e accademie favorirono l’apprendimento delle innovazioni scientifiche e la loro applicazione.

shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: