La speranza nell’arcobaleno – di Giusi Vianello e Giancarlo Tettamanti

 

            Ci ispiriamo al titolo di un libro:
“
L’attesa dell’arcobaleno in un orizzonte
oscuro”
che ci offre l’occasione per riflettere e per orientare il proprio
sguardo di speranza al cambiamento, partendo dall’affronto di situazioni,
considerazioni, problemi, prospettive.

            L’uomo è protagonista della storia. La centralità
della persona umana è principio essenziale che lo Stato italiano pone al centro
della sua organizzazione, e, al tempo stesso, riconosce la priorità del singolo
e delle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, rispetto alla sua
stessa esistenza (art. 2 della Costituzione).
            Su questo filone, si esprime l’impegno
di molti – personale e associativo – in promozione dell’educazione, della
famiglia, della scuola. Analizzando i vari passi e le molteplici sfumature
delle problematiche affrontate, vogliamo comunicare le considerazioni emerse
riguardo ai vari aspetti che caratterizzano le tematiche educative e formative.
            Da qui l’intenzione di ripercorrere
sia alcuni momenti della vita democratica nel nostro Paese, sia la delusione
circa le mancate risposte di una classe politica assente e indifferente,
incapace di attendere alle giuste attese della comunità nazionale.
Chiarezza di intenti
            La prima riflessione fatta è stata: che cosa sta particolarmente a cuore ai
genitori e alle famiglie?
In sintesi una risposta che accomuna tutto: ai
genitori e alle famiglie sta particolarmente a cuore il principio della libertà di educazione, e la diffusione
di una mentalità e di una prassi culturale, e soprattutto politica, che non
solo rispetti tale principio, ma lo renda fecondo di opere e di frutti.
            La vera libertà della persona umana
dipende in gran parte dalla sua educazione: per questo la libertà di educazione
e di insegnamento è la condizione e la fonte di ogni altra libertà e quindi,
fondamento di una società democratica.
            L’interesse all’educazione, che ha
origine con la nascita di un figlio e che accompagna ogni genitore, non
rappresenta affatto un fatto privato, bensì un fatto pubblico.
            Il problema è quindi della massima
importanza, giacché l’uomo nulla ha di più prezioso della libertà e nulla desidera di più che la perfezione della propria personalità.
            Quella libertà che motiva e sostiene la responsabilità: infatti la libertà coincide con la fedeltà ad un
impegno che investe tutte le manifestazioni esistenziali dell’uomo. La libertà
identificandosi con la responsabilità, ne diviene la risposta esistenziale.
Famiglia e scuola
            Ecco che allora, la priorità
dell’impegno formativo ed educativo determina l’importanza della famiglia e
della scuola. Sta loro a cuore il futuro, il tesoro di un patrimonio culturale,
una formazione delle nuove leve giovanili: è una battaglia non di interesse
corporativo – come qualcuno vorrebbe far credere – ma nell’interesse del Paese,
della società di domani.
            E’ la battaglia per una scuola libera
*
attenta al bisogno della persona nel suo contesto familiare e sociale;
*
una esperienza viva in grado di opporsi, nel cuore dei giovani, all’invasione
del nulla;
*
una scuola – e una cultura – che si fonda sulla libertà, non sullo Stato.
            Questo comporta la necessità della
libertà della scuola (statale e non statale che sia) e di una effettiva libertà
di scelta educativa, la cui richiesta è quindi un traguardo ineludibile per il
bene comune: non è una battaglia di parte e non può essere sacrificata per
altre emergenze. La “parità” – cioè uguaglianza dei cittadini, pari dignità
delle scuole, equipollenza economica – deve essere disponibile per tutte le
famiglie italiane, perché possano liberamente scegliere il percorso educativo e
formativo più idoneo ai loro figli.
Scuola-Famiglia
            Da qui anche il rapporto tra scuola
e famiglia. Esso va capovolto rispetto a quanto normalmente concepito.
*
Non è la famiglia a doversi in qualche modo organizzare e adeguare alla scuola,
a doverla capire.
*
Non sono le persone, le famiglie, le comunità a dover piegare le molteplici loro
istanze alla rigidità statalista e burocratica di un unico modello, definito da
un solo soggetto erogatore del servizio.
*
E’ la scuola che è tenuta a rispondere, offrendo il ventaglio più largo
possibile di opportunità, alle esigenze delle persone, delle famiglie e delle
comunità.
            Ecco, allora, che anche il
significato della partecipazione, del coinvolgimento, della corresponsabilità
dei genitori alla vita della scuola, non è appena quello di soddisfare una
esigenza di democrazia, bensì quello di armonizzare
l’offerta formativa alla domanda emergente dalla società.
La famiglia, i
genitori, potranno esercitare pienamente le proprie responsabilità educative
primarie e naturali nella scuola, soltanto nella misura in cui il
coinvolgimento verterà sugli elementi strutturali dell’offerta educativa.
Un progetto educativo
            Infine il problema stesso della qualità: oggi il problema fondamentale
della scuola non è più quello di chi gestisce il servizio, del soggetto
erogatore pubblico o privato (riconosciuto paritario), bensì quello della
corrispondenza, continuamente da ricercare e mai da considerare definitivamente
acquisita, tra domanda e offerta educativa.
            Il processo educativo di ogni
singola scuola – in quest’ottica ritenuta autonoma,
cioè sganciata da imposizioni statalistiche e burocratiche – deve contribuire,
da un lato, a chiarire le legittime aspettative e richieste dei genitori nei
confronti della scuola, motivando e stimolando il loro interessamento serio e
coinvolgimento attivo, e dall’altro ponendosi sussidiariamente nei confronti delle famiglie nel perseguimento
degli impegni assunti in ragione degli obiettivi concordati e condivisi
nell’ambito di un comune progetto pedagogico.
La presente situazione
            Purtroppo, nel nostro Paese, a fronte di conclamate
aperture liberiste – particolarmente, se non esclusivamente in campo economico
– prende sempre più piede un centralismo negli interventi di interesse sociale,
tale da soffocare ogni tipo di problematiche della persona.
            Urge attivare compiutamente il
pluralismo delle istituzioni educative e formative, cioè un sistema scolastico libero, de-statalizzato e de-burocratizzato,
che riconosca compiutamente l’autonomia concreta e la responsabilità
completa dei soggetti operanti nella comunità, e ciò può avvenire soltanto
cambiando ottica.
            Il discorso sulla libertà della
scuola non è riducibile soltanto all’aspetto giuridico, sul quale, peraltro, si
insiste. Il discorso si apre a ragioni extra-giuridiche, messe in luce dalla
crisi del sistema democratico e del mutamento epocale.
            Il passaggio ad una democrazia
matura impone, oggi più che mai, una scuola di libertà.
                                                                                                         
                                                                                                  Intervento
tratto dalla rivista “Vivere In”
                                                                                                                                          n. 1 – gennaio/febbraio 2013
A DOMANDA, RISPOSTA
            Il
pieno sviluppo della persona umana è il compito principale che la Repubblica si è data
(art. 3 Cost.). E’, quindi, dato inderogabile il riconoscimento che lo Stato è
istituzione al servizio della persona e sussidiaria alla stessa.
            Il
primato della persona è il principio base cui fare riferimento da parte della
società e di coloro che la governano. Solo rispettando tale principio, la
famiglia, la cultura, l’educazione, la scuola, la scuola cattolica, la libertà
di educazione e di proposta formativa, la responsabilità personale e
collettiva, il pluralismo culturale ed istituzionale, perdono ogni connotazione
equivoca e tornano ad essere gravi di senso e valore.
            In
quest’ottica si pongono le domande della giornalista Giusi Vianello all’autore della
pubblicazione “L’attesa dell’arcobaleno
in un orizzonte oscuro
” (Ikonos,
Treviolo – Bg, ottobre 2012
)
 
°°°°°
            Partiamo da Luigi Sturzo “Gli
italiani non saranno liberi fino a quando la scuola non sarà libera”:  di quale libertà parliamo?
            A
questa domanda si risponde con una ulteriore domanda: in Italia abbiamo una
scuola libera? E’ condivisibile l’affermazione dell’allora Ministro
all’istruzione il quale, approvata la legge cosiddetta paritaria, ebbe a dire
che “con questa legge si afferma il
principio che tutti hanno diritto di studiare e che lo Stato nelle scuole
sostiene i meno abbienti, che possono scegliere la scuola che vogliono”
?
Vorremmo conoscere quando mai, in questi successivi anni, i meno abbienti hanno
potuto scegliere la scuola. Nel nostro paese non abbiamo una scuola libera,
bensì abbiamo una scuola governativa. Infatti, ad ogni cambio di maggioranza
parlamentare, il responsabile del Dicastero all’Istruzione ri-modifica la
scuola, spesso peggiorandola, quasi a voler mettere in evidenza il proprio nome
nell’albo cronologico dei membri di governo dediti alla scuola. Per avere una
scuola libera occorre che abbia ad essere garantita a qualsivoglia istituzione
scolastica, statale o non statale che sia, piena libertà culturale, didattica,
programmatica, gestionale ed organizzativa. In realtà, invece, anche le scuole
non statali, cosiddette paritarie, sono statali: esse dipendono, come le
statali, dallo Stato. Tutto è condizionato dal Ministero e forse ancor più
dall’apparato burocratico-sindacale che ne paralizza l’innovazione. Purtroppo
si trascura il fatto che l’educazione e la scuola si fondato sulla libertà, e
non sullo Stato.
            In
cosa consiste il vero nodo della parità scolastica, spalmato tra il
riconoscimento formale della libertà di scelta della scuola in cui inserire i
propri figli e il modo concreto di attuare questo riconoscimento attraverso il
finanziamento, cioè il buono scuola?
            Parità significa mettere tutti i
soggetti nella medesima condizione di apprendimento, e ciò nel rispetto del
diritto della persona di scegliere come esercitare questo diritto senza essere
condizionato da remore di carattere culturale, sociale ed economico. Va
rilevato che la parità è primariamente richiesta dai genitori e dalle famiglie.
Il compito dello Stato è sussidiario alla famiglia. Il fatto rilevante – ma
ahimé disatteso – è quello di riconoscere la libertà di scelta scolastica e di
sostenere economicamente tutti: il diritto del cittadino si fonda, non sulla
frequenza di una scuola statale, bensì sul fatto di essere nato. Il modo
concreto di rispettare questo diritto sta nel finanziamento degli studi
mediante il “buono scuola”, cioè il riconoscimento al cittadino del potere
decisionale in ordine al proprio destino educativo/formativo. Buono scuola che non de-struttura il sistema, e nemmeno
mette in pericolo l’universalità del
sapere
, bensì ne valorizza la consistenza e l’ampiezza: laddove il “buono”
è stato applicato, grande beneficio ha avuto l’intero sistema scolastico.
            Prima
agenzia educativa la famiglia che di fatto non esiste più. Tanto meno viene
considerata come presidio di “attenzione alla qualità educativa e formativa”:
dove esiste ancora delega la scuola. E’ molto debole nel contesto sociale,
perennemente insidiata dalla politica. C’è la tentazione di liberarci della
famiglia?
            E’ da parecchi anni che la famiglia,
nella sua consistenza, è minacciata. Numerose forze cercano di distruggerla o
comunque di deformarla. Da nucleo centrale della società, la famiglia sembra
essere scaduta nell’intrinseco suo valore. Sembra necessario riscoprire la
famiglia come ambito intergenerazionale promotore di un umanesimo autentico,
capace di rifondare le ragioni della propria esistenza e della propria
missione. Visioni distorte, alimentate da ideologie relativistiche, fanno della
famiglia una vittima sacrificale. Tuttavia, vi sono ancora molte speranze date
dalla presenza di famiglie che dimostrano l’impegno di agire per una
“liberazione cristiana della famiglia” in alternativa puntuale e critica alla
“liberazione dalla famiglia” che da più parti viene proposta. Eticamente
combattuta, politicamente trascurata, culturalmente emarginata, la famiglia
resta comunque nucleo educativo. Infatti ogni famiglia, anche la più
disastrata, propone – buona o cattiva che sia – una educazione ai propri figli.
Infatti l’educazione riguarda principalmente una proposta di vita. Se è vero
come è vero che i genitori educano con il proprio essere, con la propria vita e
con la propria azione, inevitabilmente ne scaturisce una educazione rapportata
quindi al manifestarsi stesso del loro proporsi. Nel rapporto con i figli, i
genitori, la famiglia, si sentono interpellati: essi – i nostri figli – ci
chiedono di consegnare loro l’esperienza che caratterizza la nostra vita. Cioè,
cosa significa per noi vivere, amare, gioire e soffrire, incontrare
contraddizioni e avversità, …. cosa significa morire. Non va dimenticato che
la famiglia sta al centro di tutti i problemi e di tutti i compiti: da qui
l’imperativa esigenza di una rinuncia alla delega in qualsivoglia campo, in
primis la scuola.
            Parliamo
del nodo fondamentale di questo volume, che vede protagoniste “l’autonomia, la
qualità, la valutazione, la corresponsabilità”.
            Questi aspetti importanti nel
processo formativo vanno considerati insieme perché l’uno complementare ed
integrativo dell’altro. E’ stata l’autonomia
ad assegnare ai vari soggetti, a partire dalle scuole e dagli insegnanti, nuovi
compiti, funzioni, responsabilità e opportunità che danno vita ad un quadro
fatto di relazioni e di interazioni, di scambi e di responsabilità. Quella
autonomia finalizzata alla realizzazione della flessibilità, della
diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia del servizio scolastico, al
conseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale di istruzione, nel
rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa da
parte delle famiglie e del diritto di apprendere da parte degli alunni. In
parole più semplici, possiamo definire autonoma una scuola che ha la possibilità
concreta di organizzare liberamente il servizio educativo in proposizione a
quel bene comune che è frutto di una reale risposta ai bisogni
educativi-formativi delle giovani generazioni. Ecco che allora l’autonomia e la qualità si coniugano e insieme richiedono nuove modalità di
incontro e di scambio, a partire dal ripensamento del modo di intendere il
rapporto docenti-genitori. Il tutto nell’ottica di una sinergia formativa ed
educativa che va a coinvolgere l’intero “piano formativo scolastico”, teso a
superare una certa autoreferenza dei docenti e la delega spesso esercitata
dalle famiglie. E qui si inserisce la valutazione.
Tutti i soggetti, con la valutazione, sono chiamati ad essere compartecipi
attivi nella proposta e nel controllo, non riducendo il campo d’azione della
scuola alla mera istruzione, ma attivando l’istituzione in una organizzazione
al cui interno operano soggetti portatori di proprie concezioni in ordine ai
processi formativi ed educativi. La valutazione poggia sul principio relazionale
docenti/docenti, docenti/alunni, docenti/genitori, genitori/alunni. Essa
richiede un lavoro personale e rappresenta una continua verifica sia dei
processi di apprendimento, sia dell’efficacia del lavoro svolto. E’ strumento
importante e necessario sia per l’educando (alunno-studente) che per
l’educatore (docente-genitore): infatti la valutazione è strumento che richiama
anche a valutare se stessi, il proprio impegno. Una verifica che coinvolge
docenti, genitori e studenti, al fine di capire il valore del percorso
educativo loro richiesto in preparazione alla vita. Quindi una
corresponsabilità collettiva in prospettiva di una maggiore qualità ed
efficacia del servizio scolastico.
           
            La
legge paritaria 62/2000 a firma dell’On. Luigi Berlinguer ha realmente
riconosciuto la funzione pubblica della scuola non statale paritaria o invece
ha tradito quella funzione cancellando quella che l’autore definisce
“equipollenza economica”?
            La legge 62/2000 è impropriamente detta “paritaria”.
Infatti essa è soltanto una legge sul “diritto allo studio”. Il termine
“paritario” richiede non soltanto il rispetto di criteri qualitativi, bensì
anche “equipollenza economica”: sotto questo aspetto la legge è monca, e
tradisce in radice quella che dovrebbe essere la sua funzione. Questa legge
avrebbe dovuto concretizzare quanto la Costituzione italiana prevede e ciò che l’ordinamento
internazionale ebbe più volte a sollecitare. Ne usci, invece una legge dai due
volti: da un lato non ha rispettato pienamente il diritto delle scuole non
statali alla “piena libertà” e non ha
affatto considerato che la parità  non
può essere scissa in tronconi di comodo, dall’altro eludendo totalmente l’equipollenza economica e quindi la
libertà di scelta scolastica; per quanto concerne la funzione pubblica della scuola non statale cosiddetta paritaria e
suo inserimento nel sistema nazionale di
istruzione
, il legislatore non ha fatto altro che rendere esplicito ciò che era già implicitamente considerato. Quindi nessuna particolare enfasi. Questa è una cosa
che non si può dire: potrebbe passare per “lesa maestà”, tuttavia, se guardiamo
i fatti nella loro essenza, scopriamo che: la scuola materna autonoma – sotto
l’egida della potestà legislativa delle Regioni nel campo dell’assistenza
scolastica – era di fatto già riconosciuta; la scuola primaria era già parificata; la scuola media inferiore e
superiore – oggi di primo e secondo grado – erano legalmente riconosciute.
Quindi, essendo tutte riconosciute e
operando tutte nella comunità nazionale sotto l’egida dello Stato, di fatto
avevano già una funzione pubblica e appartenevano già al sistema nazionale di
istruzione. Perciò, nessuna vera innovazione legislativa, ma soltanto la
ratificazione di condizioni preesistenti. All’immediato giudizio negativo da più
parti espresso sulla legge, subentrò poi una certa accoglienza favorevole dettata
solo dalla speranza che contribuisse a concludere il cammino verso una completa
libertà di educazione e di scelta
scolastica..
Da qui una ulteriore profonda delusione.
            A
proposito di economia: in tempi di tagli e spending  revew che futuro può avere la parità
scolastica? E perché la convenzione di Lisbona, che pone la libera circolazione
dei diplomi e delle lauree, in Italia non è applicata?
            L’educazione e la cultura sono condizioni che
permettono all’uomo di essere se stesso di fronte a qualsivoglia problema:
senza educazione e senza cultura, l’uomo resta in balìa del più
forte, dello sfruttamento di chi lo usa per fini propri. Per questo educazione
e cultura sono ambiti prioritari nel contesto sociale. Esse rappresentano una emergenza. E’ chiaro che anche in una
situazione economica precaria, questa priorità deve trovare le condizioni
necessarie ad essere realizzata. Priorità più volte riconosciuta in ambito
europeo. Diverse sono le Convenzioni, Risoluzioni e Sentenze che richiamano
alla libertà di educazione e di cultura, e ne indicano l’obbligo di
realizzazione da parte degli Stati membri, tra cui l’ultima del 10 ottobre
2012: risoluzioni, convenzioni e sentenze che lo Stato italiano e i partiti,
anche in competizione elettorale, hanno bellamente ignorato. Ci si chiede:
perché? La risposta è semplice: non solo abbiamo a che fare con un
indescrivibile deficit culturale e una indifferente attenzione sociale, ma
anche con la colpevole disinvoltura con la quale si accoglie e si rifiuta ciò
che l’Europa chiede nell’ambito di un comune progetto. Vogliamo essere in
Europa, ma vogliamo esserlo a modo nostro. E’ chiaro che le norme
sull’istruzione nel nostro Paese vanno riviste e chiaramente aggiornate,
adeguandosi alle norme europee, anche con disponibilità a modifiche della
Costituzione. Infatti, l’inciso dell’art. 33, “il senza oneri …”, oggi appare
superato e certamente anomalo rispetto alle norme costituzionali dettate dagli
articoli 2, 30 e 31, ed è destinato ad essere eliminato anche formalmente.
            Come
affronta l’autore il tema dell’abolizione del valore legale del titolo studio,
elemento cardine di una vera libertà di scuola e di università?
            Dell’abolizione del valore legale
del titolo di studio, si parla da tempo. E’ stato, ed è anche oggi, argomento
affrontato da insigni personalità del mondo della scuola e della cultura, e da
illustri giuristi. Ci aiuta ad affrontare questo tema la situazione deficitaria
della scuola: tra cui la scarsa valutazione formativa denunciata dall’OCSE; i concorsi
di Stato annullati a causa di carenza culturale dei concorrenti; la promozione
(quantomeno sospetta) con 110 e lode dell’intero gruppo di esaminandi di una
scuola superiore; il “sei politico” o il “sei rosso” teso a promuovere tutti
indistintamente, evidenziando, così, la presenza anche nella scuola statale di
“diplomifici”. D’altro canto non è con i “quiz” che si valuta la preparazione
culturale di un allievo. Ora, di fronte allo scarso valore dei titoli di
studio, non è importante la valutazione dello studente in uscita dei vari cicli
o dei vari corsi, bensì ha valore la valutazione in entrata (ciò che fanno
alcune università per l’accesso ai corsi). Gli studenti vanno chiamati a dimostrare
di essere in grado di affrontare quella scuola e quella università, nonché di
accedere a quel lavoro o a quella
professione. Il valore degli studi è dato dal credito che hanno presso
la società civile, e dal valore morale che ogni istituto conquista e mantiene
perfezionando l’insegnamento e il tirocinio educativo che esso fornisce ai suoi
alunni. Non è il titolo di studio a decretarne la preparazione: titolo di cui
di fatto, lo Stato – è dimostrato – non è in grado di garantire il valore.
            Altro
nodo delle politiche sociali, e vieppiù della scuola, la questione
dell’handicap, anche questa fortemente insidiata dai tagli e dalle scelte di
governo e regionali al sostegno, con pesanti conseguenze per le famiglie, la
scuola paritaria e anche la statale. Come affrontarlo nei confronti della
scuola?
            Il problema dei portatori di handicap sta a dimostrare
l’insipienza della politica: quindi dello Stato e delle sue articolazioni
periferiche. Viene continuamente perpetuata “ingiustizia” che va a colpire soggetti
in ordine ai quali il potere politico e amministrativo, con le sue leggi, prima
pone in atto condizioni di concreto aiuto e sostegno, poi le nega con
inadempienze, emarginazioni, discriminazioni che ledono, in radice, la
giustizia e la solidarietà sociale. Nella scuola i portatori di handicap hanno
per legge il diritto, ma più ancora, il bisogno di avere docenti specialisti
che li accompagnino nel loro cammino culturale. Nelle scuole “pubbliche”, lo
Stato vi provvede, ma soltanto per un numero limitato di ore, trascurando
l’effettivo bisogno del disabile, assegnando alle volte il docente a più
soggetti e magari anche in scuole diverse; ultimamente, poi, ha provvedendo alla
riduzione dell’organico. A livello di scuola paritaria la discriminazione porta
ad una doppia ingiustizia: dette scuole sono obbligate ad accogliere soggetti
con handicap, pena la perdita della presunta parità, senza che lo Stato ne
riconosca la frequenza, negando al disabile il sostegno, e alla scuola
l’equipollenza di trattamento, il cui onere, così, va a carico delle famiglie.
Credo che non ci sia molto da aggiungere. Il problema “handicap” dimostra il vergognoso atteggiamento assunto nei
riguardi dei soggetti interessati – alunni, famiglia, scuole – e la situazione
di irresponsabile inadempienza e indifferenza dello Stato.
            L’autore
non trascura una caratteristica importante della libertà di scelta scolastica:
il fatto che la scuola paritaria costituirebbe un elemento di “concorrenza” per
la scuola statale. Dove c’è competizione si alza la qualità complessiva. E’
così anche per un’agenzia educativa che attualmente non nasconde limiti e
mancanze, sia quando è pubblica che quando è privata, e che in entrambe le
formule ha risorse limitate. Quali i punti nodali per creare una sana concorrenza
tra due realtà asfittiche?
La
competizione è il principio che informa la ricerca culturale e la vita della
democrazia. Competizione viene da cum-petere,
e significa cercare insieme in
modo agonistico la soluzione migliore. “La via della conoscenza – come
declinato da Dario Antiseri Р̬ segnata dalla passione per la soluzione dei
problemi che di continuo si aprono, dentro ad una tradizione, sulla frontiera
della ricerca, dalla creazione di possibili soluzioni, dalla valutazione
critica di questi tentativi di soluzione”. Ecco le ragioni che determinano una
positiva concorrenza tra scuola statale e scuola non statale, concorrenza che
non è contrapposizione, bensì proposta basata sulla diversità programmatica e
culturale dell’offerta formativa. Non si vedono, quindi, motivi perché la
concorrenza non arrechi i suoi effetti benefici pure in ambito educativo. La
logica della competizione, della concorrenza, è la logica che permette la più
rapida individuazione dei problemi e dei bisogni; è una logica che rende
sensibili alle domande e consente il realizzo del principio di libertà che deve
caratterizzare per ciascuno la  scelta
del proprio cammino culturale. Essa porta alla realizzazione di nuove e diverse
opportunità formative, nonché al rispetto pluralistico e sussidiario della
persona e del cittadino. Se ciò è vero, come è vero, perché escludere questa
logica dall’organizzazione della scuola? Dove stanno le ragioni per impedire
una scuola veramente libera, statale o non statale che sia?  Ecco che allora, il sistema nazionale di
istruzione diventa concretamente un servizio pubblico offerto alla scelta degli
aventi diritto: ecco che allora, con l’introduzione di necessarie e sufficienti
risorse, ciascuna scuola può venire scelta per la qualità della sua offerta,
dove importante non è se la scuola è dello Stato, o del comune o d’una
confessione religiosa, ma se essa sia una buona scuola e una scuola vera, e ciò
nell’ambito di un regime genuinamente concorrenziale nel campo dell’istruzione.
            L’autore
afferma: “E’ nella scelta della cultura che l’uomo gioca il suo destino” e
questa affermazione andrà verificata tra qualche anno, quando presumibilmente
la religione cristiana sarà molto sbiadita nel sistema valoriale dei giovani e
altre confessioni, in forza invece della battaglia integralista che conducono
anche a livello educativo (Corano a scuola), si saranno affermate in palese
conflitto con la nostra tradizione culturale e religiosa. Allora: insegnamento
della religione nella scuola pubblica statale, nella quale convivono ormai
orientamenti religiosi diversi, facoltativo o obbligatorio?
            L’uomo è soggetto di cultura perché vive intensamente
la sua esperienza di uomo: dunque la sua esperienza di uomo è, comunque,
caratterizzata da una domanda fondamentale di senso. L’uomo fa cultura perché
percepisce e cerca di assecondare la grande domanda di verità. Ne consegue che deve
sapere chi è, da dove viene, dove va, perché esiste, quale è il senso profondo
della sua esistenza: se conosce questo può trarvi i criteri fondamentali di
comportamento personale e sociale, e la sua vita si ordina, diventa un mondo
ordinato. La cultura – come insegnatoci da Giovanni Paolo II – è un problema di
essere, non di avere. Separare il momento della cultura come senso
dell’esistenza dalla cultura come semplice sapere analitico, vuol dire fare una
operazione contro l’unità della persona, e come sia invece insopprimibile
l’indirizzarlo verso una cultura della persona e della libertà, perché nessuno
può sostituire la persona in questo impatto. Ecco perché è nella scelta della cultura che l’uomo gioca il suo destino. In
questo contesto, entra in gioco anche il discorso della libertà religiosa, nonché la considerazione che sul suolo italiano
c’è una presenza di persone appartenenti a dimensioni religiose diverse. Ciò
sollecita alcune domande: costoro hanno o non hanno il diritto di educare i
propri figli secondo le proprie convinzioni religiose? Hanno o non hanno il
diritto di scegliere il tipo di cultura e di educazione per i propri figli? Si
pone pertanto il problema dell’insegnamento religioso nella scuola. Di fronte a
questo innegabile diritto, che si fonda sulla libertà religiosa (v. Familiaris
Consortio, 40 e Costituzione, art. 8), va loro riconosciuta anche la
possibilità di istituire scuole nell’ambito di una educazione pluralista, cioè
frutto di una pluralità di itinerari educativi, ciascuno articolato in precisi
progetti educativi rispettosi dei diritti umani, inseriti nell’ambito delle
leggi nazionali e rispettosi delle tradizioni che caratterizzano il paese ospitante.
Inoltre, nella scuola per tutti – la scuola statale – vanno articolati i
diversi insegnamenti, di modo che ciascuno, secondo la propria religione, possa
trovare nell’ora di religione le radici della propria identità, nonché eliminata
la facoltatività dell’insegnamento religioso inserendo obbligatoriamente l’insegnamento
alternativo della “storia delle religioni”, inteso nel segno proprio di una
universalità del sapere e come sostegno ad una educazione integrale della
persona. Per quanto concerne la religione cattolica, non va dimenticata
l’attenzione datale dalla Chiesa, la quale, con Benedetto XVI, ha indicato
nella emergenza educativa il vero nodo. Quella emergenza educativa e formativa
che deve tener conto di tutti i fattori costituenti la persona, compresa la
dimensione religiosa. E qui, tale insegnamento deve trovare altre e più
specifiche modalità, le quali comportano una educazione anche scolastica
“cristocentrica”, cioè autenticamente cattolica.
            Visto
che le scuole paritarie fanno risparmiare allo Stato cifre enormi, se lo Stato
smettesse di pagare gli stipendi ai docenti e gli Enti Locali bloccassero le
sedi scolastiche, si farebbe un’altra manovra? Se le cose stanno così,
l’attacco frontale alla scuola paritaria (inserita addirittura nel
redditometro) è il risultato di politiche vetero-marxiste?
            L’iniqua politica economica e fiscale dello Stato e
delle sue articolazioni periferiche, rappresenta in un certo modo un attacco
alle scuole paritarie. Con il redditometro,
l’Agenzia delle Entrate cerca di individuare, nella scuola paritaria, possibili
evasori fiscali, mettendo con ciò in discussione la presenza della scuola
paritaria e la libertà di scelta scolastica dei cittadini, ponendo tali scuole sullo
stesso piano di lussuosi investimenti e considerando tale scelta una scelta
esclusiva. Qui sta l’errata modalità applicativa nella caccia all’evasione, che
indaga le famiglie, partendo dal presupposto che l’iscrizione a scuole
cosiddette scuole esclusive (le scuole non statali) richiede significative
disponibilità economiche, capacità di spesa e quindi il possesso di un reddito
elevato, e vuole sapere come il cittadino spende i suoi soldi, trascurando il
principio di libertà di ognuno, nonché il fatto che spesso, molto spesso, tale
scelta scolastica è frutto di un libero e legittimo operato, fondato su gravi
sacrifici. Ma qui si pone anche un altro quesito: come mai i costi per accedere
alle scuole non statali sono nettamente inferiori a quelli delle scuole
statali? Come mai non si va a spulciare negli enormi sprechi della scuola
statale, la quale, in base ai costi, risulta essere una scuola esclusiva
(naturalmente a carico dello Stato e quindi di ciascun cittadino)? Tra i due
costi – scuola statale e scuola non statale – c’è una enorme differenza che
denota la discriminazione dello Stato nei riguardi della scuola paritaria: cioè
di una scuola pubblica facente parte del sistema nazionale di istruzione.  Orbene: di fronte  all’evidente sperequazione, spesso si va
dicendo che lo Stato, con le scuole paritarie, risparmia. Non è così: dicendo
che risparmia, elogiamo lo Stato. Diciamo che lo Stato è una istituzione
virtuosa, la quale in una situazione di particolare contrazione economica trova
il modo, con le scuole paritarie, di risparmiare. Attenti: ci si fa del male da
soli. Va evitato di sostenere questa tesi. Lo Stato dispone un minor esborso, e
compie solo una azione caritativa nei confronti della scuola paritaria. La
realtà dice chiaramente che è “inadempiente”
nei confronti dei cittadini che scelgono legittimamente una scuola diversa da
quella gestita dallo Stato, e non fa nulla per correggere le molteplici
ingiustizie perpetrate nei riguardi delle scuole, delle famiglie e degli stessi
insegnanti di scuola paritaria. In uno “Stato di diritto” – quale il nostro
afferma di essere – compito dei pubblici poteri è quello di assicurare le
condizioni perché ciascun soggetto – singolo o associato – possa accedere agli
strumenti giuridici ed economici necessari per rendere effettivo l’esercizio
dei suoi diritti di cittadinanza su un piano di rispetto, di libertà e di
uguaglianza, senza alcuna imposizione discriminatoria basata su condizioni sociali
e scelte personali.
°°°°°
Il
monito di Luigi Sturzo – “Gli italiani
non saranno liberi fino a quando la scuola non sarà libera
” – è stato dallo
stesso completato da considerazioni che risultano ancor oggi di estrema
attualità: “I cattolici militanti
dovrebbero rivedere il proprio atteggiamento circa la libertà scolastica. La
loro cura principale è stata fino ad oggi quella di ottenere per le scuole
private quel minimo di favori da non renderle inferiori legalmente alla scuola
di Stato: da qui l’esame di Stato e i pareggiamenti. Purtroppo il pareggiamento
mette le scuole private sotto l’ingerenza statale, e l’esame di Stato si riduce
a danno di tutte le scuole. I cattolici per questo loro atteggiamento
privatista hanno reso un cattivo servizio alle proprie scuole, che non hanno
mai ottenuto la libertà che cercavano e alle scuole di Stato, che sono rimaste
oppresse dalla sempre crescente burocratizzazione statale”.
E ancora: “Ogni scuola, quale che sia l’ente che la
mantenga, deve poter dare i suoi diplomi in nome della propria autorità: il
titolo vale la scuola. Se una tale scuola ha una fama riconosciuta, una
tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione,
o anche nell’ambito internazionale, il suo attestato sarà ricercato; se invece,
è una delle tante, il suo attestato sarà uno dei tanti”.
Infine: “Si tratta di vizio organico del nostro
insegnamento: manca la libertà; si vuole l’uniformità, quella imposta dai
burocrati e sanzionata dai politici. Manca l’interessamento pubblico ai
problemi scolastici; alla loro tecnica, all’adattamento dei metodi alle moderne
esigenze. Forse c’è di più: una diffidenza verso lo spirito di libertà e di
autonomia della persona umana, che è alla base di tutto. Si parla tanto di
libertà e di difesa della libertà; ma si è addirittura soffocati dallo spirito
vincolistico di ogni attività associata dove mette la mano lo Stato; dalla
economia che precipita nel dirigismo, alla politica, che marcia verso la
partitocrazia, alla scuola monopolizzata dallo Stato e di conseguenza
burocratizzata”.
Da
qui la necessità di uno sguardo sulla situazione del mondo scolastico che, a
distanza di oltre sessant’anni, vede ancora incompiute le legittime istanze di
libertà di educazione e di scelta scolastica.
 
Marzo 2013
 
La battaglia
per una scuola libera
  
libertà
di educazione e di cultura
autonomia,
qualità, valutazione
efficienza
e corresponsabilità
A cura di
Giusi Vianello
Giornalista – Fondazione Sorella Natura
Responsabile Delegazione Regione Veneto
e
Giancarlo Tettamanti
Direttore Cultura Oggi
Socio Fondatore Agesc