
Analisi del racconto L’addio di Beppe Fenoglio
21 Agosto 2015
Dessert di Daniela Losini
21 Agosto 2015La sposa bambina di Beppe Fenoglio: quando l’infanzia finisce in un pomeriggio
C’è un momento nel racconto in cui tutto si decide, e dura forse tre righe. Una bambina di tredici anni sta giocando alle biglie sotto le tende del mercato, sua madre la chiama a casa, lei protesta — lasciami solo più giocare queste due bilie! — e poi cede, e va, portandosi in tasca quelle biglie come un ultimo risarcimento. A casa c’è un vecchio con i baffi che puzza di acciughe, c’è il padre immobile, c’è la sorella maggiore. La madre si piega verso di lei e le chiede se è contenta di sposare il nipote del signore. Catinina scrolla le spalle. La madre insiste. Catinina dice di sì, perché le promettono una veste nuova. E chiede che sia rossa.
In questo scambio banale e devastante — una bambina che cede il proprio futuro in cambio di un vestito che non le verrà nemmeno concesso — Fenoglio costruisce uno dei racconti più potenti e più silenziosi della letteratura italiana del Novecento. La sposa bambina fa parte della raccolta Un giorno di fuoco, pubblicata nel 1963, anno della morte dell’autore. È un testo breve, quasi fulmineo, lontano dalla Resistenza e dai partigiani che hanno reso celebre il nome di Fenoglio. Ma non è lontano dalle Langhe, né dalla sua visione del mondo, che è sempre la stessa: la realtà come peso che schiaccia le persone, la vita come qualcosa che accade senza chiedere il permesso, la dignità umana come qualcosa di fragile che può essere violata con la stessa naturalezza con cui si vende un sacco di farina.
Catinina del Freddo: un nome che è già un destino
Catinina del Freddo era di quella razza che da noi si marchia col nome di mezzi zingari perché mezza la loro vita la passano sotto l’ala del mercato. L’incipit del racconto è già un manifesto. Quel “da noi” è fondamentale: il narratore è interno alla comunità che racconta, condivide il suo linguaggio e i suoi pregiudizi, li registra senza commentarli né correggerli. Non c’è un giudice esterno che spiega al lettore che quel marchio è ingiusto: il lettore deve arrivarci da solo, attraverso la storia.
Da un lato c’è lei, l’innocenza di una bambina con le sue biglie colorate per giocare a tocco e spanna, dall’altro, a fare da contraltare, c’è il mondo contadino, paesano, arcaico, di dura esistenza, pesante di retaggi patriarcali, in cui i bambini non hanno posto perché nascono già destinati a essere braccia da lavoro nei campi o a saldare prestiti insolvibili in combinati matrimoni. Catinina non sa ancora niente di tutto questo mentre gioca. Ma il mondo adulto attorno a lei lo sa benissimo, e si è già mosso senza di lei.
Il suo cognome — del Freddo — non è un caso. Fenoglio sceglie i nomi con precisione chirurgica. Quel “freddo” incollato all’identità di una bambina dice qualcosa sulla famiglia, sull’ambiente, sull’aria che si respira in quella casa. Non è il calore della cura, non è il tepore della protezione: è qualcosa di esposto, di intemperie, di non riparato. Ed è dentro quella freddezza che Catinina crescerà, o meglio: che Catinina smette di crescere, perché la sua infanzia viene interrotta prima che faccia in tempo a diventare qualcos’altro.
Il consenso impossibile e la veste rossa
La scena del consenso è costruita con una precisione crudele. La madre si piegò e disse a Catinina: “Neh che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?” Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre la rimise in posizione: “Neh che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se lo sposi.” Allora Catinina disse subito che lo sposava.
Quel “la rimise in posizione” è uno dei gesti fisici più inquietanti della letteratura italiana. Non è una violenza, almeno non nel senso che il diritto riconoscerebbe: è un aggiustamento, una correzione posturale, quasi un raddrizzamento del corpo affinché risponda nel modo giusto. La madre non costringe la figlia con la forza — la raddrizza, la orienta, la punta nella direzione giusta come si fa con un animale da addestrare, o con una bussola impazzita. E poi la promessa della veste, e Catinina che cede subito, con la velocità di chi non ha ancora imparato a distinguere le promesse dalle minacce.
Ma poi viene la risposta che Catinina aggiunge, e che è forse il momento più bello e più straziante del racconto: vuole che la veste sia rossa. Ma rossa non può andare in chiesa e per sposalizio. Catinina non lo sa. Non sa ancora cosa vuol dire sposarsi in chiesa, non sa ancora le regole del mondo in cui sta per entrare. Vuole il rosso perché è una bambina che vuole il rosso — per la gioia, per l’allegria, per quel senso di festa che il colore porta con sé. E quella richiesta impossibile, garbatamente respinta, dice tutto: lei non sa dove sta andando. Nessuno glielo ha spiegato. Nessuno lo spiegherà.
Lo sposo, il “voi” e la distanza incolmabile
Lo sposo era un diciottenne che vendeva stracci. Non ha nome nel racconto, o almeno non un nome che conti: è definito dalla sua funzione economica, dal suo commercio, dalla sua posizione nel sistema di scambi che ha prodotto questo matrimonio. Era rozzo e brufoloso, ma già sistemato col suo commercio, e si rivolgeva a Catinina dandole del voi.
Quel “voi” è il cuore del racconto, il punto in cui la distanza tra i due sposi diventa incolmabile e definitiva. Durante il viaggio di nozze, passato Montezemolo, lo sposo si voltò e le disse: “Voi adesso la smettete di mangiare quei gommini verdi”, e Catinina smise, ma principalmente per lo stupore che lo sposo le aveva dato del voi. Non è la proibizione che colpisce Catinina — è la forma grammaticale. Il “voi” nel Piemonte rurale di quel tempo non è la cortesia: è la distanza gerarchica, è la barriera, è il segnale che tra i due non ci sarà mai la confidenza del “tu”, mai l’intimità che si dà ai pari. È lo stesso “voi” che si dà ai servi, o agli estranei, o a chi non si vuole vicino davvero.
E poi arriva il momento più bello e più crudele del racconto, quello della luna. Veniva su la luna, e dopo un po’ fu un mostro di vicinanza, di rotondità e giallore, navigava nel cielo caldo a filo del greppo della langa, come li volesse accompagnare fino in Liguria. Catinina toccò il suo sposo e gli disse: “Guarda solo un momento che luna.” Ma quello le si rivoltò e quasi le urlò: “Voi avete a darmi del voi, come io lo do a voi!”
Questo è il momento in cui Fenoglio tocca il vertice del racconto. Catinina vede la luna — quella luna enorme, quasi mostruosa nella sua rotondità e nel suo giallore, che naviga nel cielo caldo come una presenza viva — e fa il gesto più naturale del mondo: tocca il marito e gli dice di guardarla. È un gesto di condivisione, di meraviglia offerta, di invito alla bellezza. È anche, forse, il primo tentativo di Catinina di trovare qualcosa in comune con quell’uomo che non conosce, di costruire un istante di intimità su qualcosa di terzo e neutro, qualcosa di bello che non appartiene a nessuno.
Con quella luna che è un “mostro di vicinanza, di rotondità e giallore” e “naviga nel cielo caldo a filo del greppo della langa”, Fenoglio usa l’iperbole, la metafora, la sinestesia per tradurre le percezioni e le emozioni del personaggio in un linguaggio che deforma espressionisticamente la realtà. Non è la luna del calendario: è la luna come la vede Catinina, con quell’occhio bambino capace ancora di meravigliarsi, capace ancora di trovare straordinario ciò che è quotidiano. E quella meraviglia viene respinta con un urlo sul “voi”.
Uno stile abbarbicato al suolo
Fenoglio non cela la sua piemontesità, trascinandoci in questa storia con uno stile singolarissimo, con un linguaggio di naturalezza, creativo e gergale insieme, così aderente alla realtà e al parlato. Il suo è un periodare essenziale, una scrittura diretta, senza fronzoli, abbarbicata al suolo — un po’ come la gente delle sue amate Langhe.
È questa aderenza al suolo la caratteristica più difficile da imitare e più facile da riconoscere in Fenoglio. Non c’è mai un aggettivo di troppo, non c’è mai una frase che si allunga per compiacere il lettore o per ammorbidire il colpo. Le cose vengono dette, e basta. La madre rimette in posizione la figlia, e basta. Lo sposo urla il “voi”, e basta. Catinina smette di guardare la luna, e basta.
Fenoglio è abile nel rendere vive e concrete le scene che via via narra, senza mai indulgere al giudizio o al pietismo, ma tacitamente capace di avvicinare il cuore del lettore alla sostanza di una umanità che fatica e mostra un volto di pietra, sotto il quale si può intuire talora un soffocato fiorire di sensibilità, un cedere a una grazia imponderabile.
Il lettore non viene istruito su cosa pensare. Fenoglio non dice che questo è sbagliato, non condanna la famiglia di Catinina, non moralizza sulle spose bambine. Registra. Descrive. Lascia che la realtà si presenti da sola, con tutta la sua durezza, e si fida che il lettore abbia abbastanza umanità da capire da solo cosa sta vedendo.
Una storia di ieri che parla ancora di oggi
Catinina ha tredici anni, la scelta dei suoi genitori è dettata dalla povertà e dall’ignoranza, condizioni che impediscono di riconoscere il valore della bambina come persona. Una storia dell’Italia di quasi un secolo fa, che con delicatezza ma anche con estrema sincerità pone interrogativi sulla concezione dell’infanzia e della donna anche nella società attuale.
È la caratteristica più scomoda di questo racconto: non è solo storia. Non è un documento di un’Italia arcaica e scomparsa. Il matrimonio imposto è ancora una realtà in molte parti del mondo, e il caso delle “spose bambine” — ovvero dei matrimoni combinati che negano l’adolescenza a milioni di ragazze — costituisce ancora oggi una violazione dei diritti umani fondamentali sanciti dall’articolo 16 della Dichiarazione Universale. Ogni anno, nel mondo, milioni di bambine vivono una variante di quello che vive Catinina. Con nomi diversi, in lingue diverse, su strade diverse. Ma con la stessa interruzione, la stessa sottrazione, lo stesso momento in cui qualcuno decide per loro senza nemmeno aspettarsi che capiscano di cosa si tratta.
Fenoglio ha scritto questo racconto nelle Langhe degli anni Cinquanta, pensando a un mondo che aveva visto da bambino e che stava scomparendo. E ha scritto, senza saperlo o forse sapendolo benissimo, un racconto universale. Perché la storia di Catinina non è la storia di un’epoca: è la storia di ogni volta che un’infanzia viene interrotta prima del tempo, di ogni volta che la meraviglia — quella di guardare la luna e volerne condividere la bellezza — si scontra con un muro di indifferenza e di potere.
Catinina aveva le biglie in tasca. Le aveva portate con sé, anche quando la madre la aveva chiamata a casa. Anche nel giorno del matrimonio. È l’unica cosa di cui Fenoglio ci informa senza spiegare, e che dice tutto: quella bambina non aveva ancora finito di giocare. E nessuno le ha chiesto il permesso di farla smettere.



