LA TRATTA DEGLI SCHIAVI AFRICANI E LA NUOVA FASE DEL COLONIALISMO

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TESINA – ESAME DI STATO 2002

CORNELLI ANDREA

ALCUNI PRECEDENTI PERICOLOSI:

2) LA TRATTA DEGLI SCHIAVI AFRICANI E LA NUOVA FASE DEL COLONIALISMO

La tratta degli schiavi africani, praticata dagli Europei fin dall’inizio della conquista spagnola delle terre americane, costituì un aspetto fondamentale della storia mondiale dell’età moderna, sia come fonte dell’accumulazione di grandi fortune commerciali in Europa, sia come base di una nuova struttura economica nelle colonie e di un nuovo sistema di rapporti intercontinentali. Fin dal 1501 furono importati schiavi ad Haiti, per colmare i vuoti creati dalla rapida diminuzione della popolazione indigena. In seguito la corona spagnola si riservò il monopolio della tratta e quindi la facoltà di concedere ai mercanti permessi e autorizzazioni. La corona portoghese istituì il monopolio dei commercio degli schiavi per il Brasile; ma, oltre a provvedere al rifornimento dei territori brasiliani, i negrieri portoghesi ottennero, nella seconda metà dei Cinquecento, la maggior parte dei privilegi di importazione anche nelle colonie spagnole, assumendo quindi per un certo periodo una posizione dominante in tutto il commercio degli schiavi. Verso la fine dei Cinquecento cominciò a farsi sentire una forte pressione contro il monopolio che Spagna e Portogallo avevano istituito in questo importante settore dei traffico atlantico. Anche altre nazioni aspiravano ad avere la loro parte. La lotta fu condotta anzitutto nella forma dei contrabbando e della pirateria, che trovarono in questa attività il terreno adatto per le imprese più spettacolari e spesso anche più crudeli. Poco tempo dopo i mercanti inglesi, francesi, olandesi e di altre nazioni cominciarono ad ottenere concessioni legali per rifornire di schiavi le colonie spagnole e portoghesi. Anch’essi stabilirono quindi le loro basi, scali commerciali e marittimi, nelle regioni dell’Africa occidentale in cui i negri venivano catturati e venduti. Una svolta si verificò quando l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda cominciarono anch’esse a penetrare nei territori americani e a crearvi, come vedremo, insediamenti coloniali. Evidentemente è impossibile indicare cifre precise in questo genere di traffico: secondo calcoli molto approssimativi, ritenuti attendibili da uno dei maggiori studiosi dei problema, Basil Davidson, circa 50 milioni di schiavi africani furono sbarcati in tre secoli nel Nuovo Mondo. Il flusso più intenso dell’importazione cominciò appunto nella prima metà dei XVII secolo, segnando un netto distacco dal periodo precedente sia dal punto di vista quantitativo che per la funzione che esso ebbe nell’economia europea. Si creò allora un grande circuito economico intercontinentale: manufatti a buon mercato venivano esportati dall’Europa in Africa per l’acquisto degli schiavi che mercanti e razziatori specializzati catturavano e portavano sulle coste della Guinea; gli schiavi, trasportati al di là dell’Aliantico, venivano scambiati con vettovaglie, materie prime e minerali prodotti nelle Americhe; queste merci, a loro volta, erano portate e vendute in Europa. Elemento essenziale dei nuovo sistema fu la diffusione delle piantagioni, produttrici di zucchero, tabacco, caffè, cotone. Il grande incremento del commercio di «avorio nero» fu dovuto appunto al bisogno di manodopera agricola per mettere a frutto grandi estensioni di terre americane e per il duro lavoro delle piantagioni, per il quale la manodopera indigena non era né sufficiente né adatta.

Le nuove iniziative e i nuovi possedimenti coloniali non furono creati, tuttavia, soltanto dagli interessi economici e mercantili. Una funzione importante nell’avvio della nuova fase del colonialismo ebbero anche l’emigrazione politica e religiosa e gli interessi finanziari, militari e politici degli Stati. le strutture economiche e politiche dell’impero spagnolo si adeguarono soltanto parzialmente alle nuove condizioni e possibilità. Nel decennio 1590-1600 l’importazione di metalli preziosi dalle colonie spagnole raggiunse la punta più alta, con 40 milioni di pesos. Da allora cominciò una progressiva e costante diminuzione, che provocò una generale depressione negli scambi tra le colonie e la madrepatria. l’oro e l’argento non furono sostituiti da altri prodotti, se non in misura modesta. La produzione delle haciendas agricole costituite dai coloni e dagli ordini religiosi fu utilizzata soprattutto nel mercato interno o si disperse attraverso i canali sempre più numerosi dei contrabbando anziché riempire il vuoto che la rarefazione dei metalli preziosi aveva creato nella corrente di esportazione verso la Spagna. I mercanti spagnoli, che facevano sempre capo alla corporazione dì Siviglia, non seppero o non poterono riorganizzare su nuove basi i loro rapporti economici coi Nuovo Mondo; soprattutto l’attività produttiva nazionale non sfruttò adeguatamente il monopolio dei mercati coloniali. Il governo, da parte sua, si limitò ad aggravare il peso fiscale sul commercio coloniale, nel tentativo di controbilanciare la diminuzione dell’argento, e cosi non fece che aumentare le difficoltà e stimolare il contrabbando. Ancora vitale rimase il colonialismo portoghese, che perdette posizioni in Africa e in Asia (pur mantenendo importanti basi come Bombay) a vantaggio degli Olandesi, ma rafforzò in compenso la sua presenza in Brasile. Il pepe, che aveva costituito la base della grande ricchezza commerciale portoghese, fu sostituito dallo zucchero brasiliano che costituì la base di un vasto e prospero commercio intercontinentale, integrato dal traffico degli schiavi. L’annessione dei Portogallo alla Spagna avvenne nel 1580 con la condizione che i due imperi coloniali restassero separati e non mutò quindi il regime coloniale; ma espose il Brasile agli attacchi degli avversari della Spagna e specialmente degli Olandesi che, tra il 1624 e il 1653, occuparono una fascia dei territorio brasiliano.

Se in Francia una vera e propria politica coloniale si sviluppò soltanto più tardi, già all’inizio dei Seicento furono fatti i primi tentativi di costituire basi commerciali nel Nuovo Mondo. Dopo alcune esperienze infruttuose, una prima colonia francese fu creata da Samuel Champlain nel Canada, dove nel 1608 nacque la città di Québec. 1 pochi coloni che si trasferirono in questi possedimenti, ingaggiati in gran parte da imprenditori, si dedicarono all’agricoltura e soprattutto al commercio delle pellicce. La popolazione bianca nel Canada non superò, per oltre mezzo secolo, le 2.500 persone. A poco a poco missionari, esploratori e trafficanti di pellicce penetrarono nell’interno creando una rete di scali commerciali.

Le Antille furono originariamente per i Francesi, come per gli Inglesi, i punti di appoggio per il contrabbando in America Latina, il covo di filibustieri e avventurieri che prosperavano ai margini dell’impero spagnolo. Trascurate dagli spagnoli perché prive di miniere, parecchie di quelle fertili isole furono occupate dai francesi a partire dal 1635 (Santo Domingo, Guadalupa, Martinica, ecc.) dopo la fondazione di una Compagnia delle isole d’America. Verso la fine del secolo esse diventarono esportatrici di zucchero e importatrici di schiavi. Posizioni altrettanto importanti ebbero gli Inglesi nello stesso arcipelago delle Antille, nei mari del Sud (Giamaica, Bermude, Bahamas, ecc.) dove i primi insediamento avvennero nel 1623.

Nei territori dei Nord America veniva intanto creato un nuovo tipo di colonia bianca di popolamento che escludeva completamente le popolazioni indigene e manteneva rigidamente la separazione tra i bianchi e gli schiavi importati. La prima colonia, la Virginia, si sviluppò rapidamente a tal punto che le sue coltivazioni di tabacco furono ben presto sufficienti a soddisfare la domanda del mercato inglese. Una vera e propria ondata migratoria che doveva in breve popolare di coloni bianchi una parte dei territorio nordamericano cominciò nel 1620 con la famosa spedizione dei Mayflower. Centodue coloni, una parte dei quali erano entusiasti puritani (i padri pellegrini), sbarcarono da quella nave in America, creando la colonia dei Massachusetts, e aprendo la via ad altri numerosi emigranti. Alla Virginia e al Massachusetts seguirono in un breve periodo di tempo le colonie dei Connecticut, New Hampshire, Rhode Island; nella seconda metà dei secolo furono fondate la Pennsylvania, la Carolina dei Nord e la Carolina dei Sud, e l’Inghilterra ottenne dall’Olanda Nuova Amsterdam, che prese il nome di Nuova York. La forte emigrazione dall’Inghilterra nel XVII secolo si spiega in parte con le persecuzioni religiose, che spinsero parecchi dissidenti a lasciare la patria, ma soprattutto con le conseguenze delle trasformazioni economiche. La grande diffusione della pastorizia ridusse infatti notevolmente la manodopera nelle campagne, mentre l’intensificazione del capitalismo commerciale e manifatturiero (con la diffusione dei lavoro a domicilio organizzato su vasta scala da imprenditori) mise in crisi parecchie piccole e medie imprese artigiane. Dei centodue coloni dei Mayflower, per esempio, trentacinque erano «padri pellegrini»; gli altri erano stati costretti ad emigrare dalla crisi economica.

In tutto questo fervore di iniziative gli Olandesi conquistarono e mantennero nel Seicento una posizione di primo piano. L’enorme rete commerciale che essi costituirono si estendeva in tutto il mondo conosciuto; dovunque circolavano merci (da quelle tradizionali come il pepe ai nuovi prodotti coloniali come lo zucchero, il tè, ìi caffè, il rum) gli Olandesi erano presenti con le loro flotte, che costituivano l’80 per cento di tutta la marineria mercantile europea. Spodestando i Portoghesi, essi ne imitarono lo stile: anziché penetrare nell’interno e creare veri e propri domini coloniali sul modello spagnolo, costituirono basi commerciali sulle coste, in Asia, in Africa, in

America. Eccezioni a questo orientamento furono il dominio creato in Indonesia attorno alla città di Batavia (l’attuale Giacarta) fondata nel 1619, e l’insediamento stabile di un gruppo di coloni nel Capo di Buona Speranza sottratto nel 1662 ai Portoghesi. Da questo insediamento africano si formò la colonia bianca dei Boeri (boer = contadino). Nell’attività di esplorazione geografica che accompagnò questa intensissima espansione commerciale furono scoperte e visitate lungo tutto il secolo le coste dell’Australia. L’immenso traffico olandese faceva capo ad Amsterdam che, dalla fine dei Cinquecento, prese il posto che un tempo aveva avuto Anversa come centro commerciale e finanziario di importanza mondiale. la piccola repubblica delle Province Unite era già diventata una delle maggiori potenze europee, e certo la più ricca in rapporto alla sua popolazione. Nella prima metà del Seicento si creò dunque la trama di un nuovo sistema coloniale, in cui erano evidenti le tendenze dei capitalismo ad unificare l’economia sul piano mondiale e a sfruttare le differenze di sviluppo tra le varie parti dei mondo. Vecchio e nuovo convivevano in quel sistema: vecchio, nello spirito se non nelle dimensioni, era il capitalismo mercantile impegnato a trasferire merci da un punto all’altro della terra, ma scarsamente interessato allo sviluppo delle capacità produttive nella madrepatria; nuovo, con i suoi orrori e i suoi successi, era il colonialismo collegato con l’evoluzione dei sistema produttivo, in quanto forniva materie prime necessarie alle manifatture della madrepatria e creava mercati di sbocco per i loro prodotti. Ad Amsterdam si accumulavano in quantità ingenti i profitti di uno scambio al quale i prodotti olandesi partecipavano in misura relativamente modesta; e non diversamente accadeva a Lisbona. Questo può spiegare almeno in parte perché le due nazioni non mantennero a lungo la preminenza economica e finanziaria conquistata allora. L’Olanda non mancava però di una notevole attività produttiva, specialmente nel settore tessile, in quello armatoriale e nella conservazione dei pesce. La Spagna versava all’estero l’oro e l’argento che riceveva dalle colonie, per acquistare manufatti e beni alimentari che non riusciva a produrre in misura sufficiente.

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