La tregua di Primo Levi

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Introduzione
Questo non è il racconto
del lager, è la continuazione di “Se questo è un uomo” e prende l’avvio proprio
dall’arrivo dei Russi al campo. Eppure la presenza del lager pervade tutto il
testo, implicita, inquietante, soprattutto incancellabile, perché quello che ha
lasciato nel cuore non può essere dimenticato. Sotto questo punto di vista è
una denuncia ancora più netta e chiara della disumanità del lager.
La metafora del viaggio
La metafora ricorrente nel
libro è quella del viaggio, un viaggio circolare, dal moto apparente, in cui si
procede non da un punto A a un punto B, ma da A si ritorna ad A:
in senso fisico, concreto,
poiché dopo mesi di viaggio quasi Primo ritorna nella Polonia dalla quale era
partito. Inoltre c’è un tratto di strada, da Žmerinka a Staryje Doroghi, che
Primo percorre prima in direzione sud-nord (a luglio) e poi da nord a sud (a
settembre)
in senso spirituale,
perché dal lager parte, e al lager Levi ritorna sempre con il pensiero, fino
alla fine
Avventura picaresca
Il viaggio di Primo si
configura anche come un vagabondaggio alla ricerca del pane. Il lager aveva
imposto la sua legge: primum vivere. In base a questa legge l’imperativo
categorico era quello di procurarsi da mangiare, in un modo o nell’altro.
Il lager, il bisogno, la
fame, stravolgono le gerarchie dei valori, per cui non solo per Cesare, ma
anche per Primo, che osserva con un sorriso il suo amico, rubare è lecito, e
donare un pesce ad una famiglia che ne ha bisogno è una cosa di cui
vergognarsi.
Memoriale
Come “Se questo è un
uomo”, anche “La tregua” è anzitutto ricordo di un’esperienza vissuta, Per Levi
la memoria ha un valore, come rievocazione e testimonianza per i posteri. Del
resto proprio grazie a testimonianze come quella di Levi venne istituita la Giornata
della memoria:
“La prima pattuglia russa
giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945” (pag. 2)
Il tempo dilatato
Se gli spazi sono
circolari, i tempi nel romanzo sono soggetti a distorsione, dilatati
all’inverosimile, come scrive lo stesso autore a pag. 189, parlando di come
fosse “opinabile” il concetto del domani quando per esempio i russi
promettevano di far partire gli italiani finalmente da Staryje Doroghi:
“il termine russo
corrispondente, per uno di quegli slittamenti semantici che non sono mai senza
perché, viene a dire qualcosa di assai meno definito e perentorio del nostro
«domani», e, in armonia con le abitudini russe, vale piuttosto «un giorno fra i
prossimi», «una volta o l’altra», «in un tempo non lontano»: insomma, il rigore
della determinazione temporale vi è dolcemente sfumato”
L’arco di tempo
L’arco di tempo
all’interno del quale si svolgono gli avvenimenti è di circa 9 mesi, dal 17
gennaio del 1945 (giorno in cui i tedeschi abbandonano Auschwitz) al 19 ottobre
dello stesso anno, quando Primo ricompare inaspettatamente a casa sua.
Lo stile
È quello già conosciuto di
Primo Levi: l’alternarsi di racconti e riflessioni, anzi il continuo emergere
del giudizio, che non è mai pedante, perché segno di una tensione etica sempre
viva. Per questo Levi si sofferma ad osservare il comportamento degli uomini.
Da notare anche la
concretezza, l’immediatezza, che è dovuta anche al “primo” mestiere, di
chimico, dello scrittore, come dice lui stesso nella prefazione al libro:
“il mio mestiere
quotidiano mi ha insegnato (e continua ad insegnarmi) molte cose di cui ogni
scrittore ha bisogno. Mi ha educato alla concretezza e alla precisione,
all’abitudine di “pesare” ogni parola con lo scrupolo di chi esegue
un’analisi quantitativa; soprattutto, mi ha abituato a quello stato d’animo che
suole chiamarsi obiettività: vale a dire, al riconoscimento della dignità
intrinseca non solo delle persone, ma anche delle cose, alla loro verità, che
occorre riconoscere e non distorcere, se non si vuole cadere nel generico, nel
vuoto e nel falso.” (dalla Prefazione a “La tregua” di Primo Levi)
Per questo Levi predilige
le frasi brevi, ed usa frequentemente la punteggiatura, il che, come è noto,
rende più chiaro il discorso e logici i passaggi del testo.
Anche Calvino si porrà in
questa strada (vedi la Lezione americana sull’esattezza) e non a caso anche
Calvino ricercherà il segreto di questo stile nella scienza.
La lingua
Sono presenti tutte le
lingue d’Europa, nonché l’yiddish, e il latino in reminiscenze scolastiche come
“His fretus”, vale a dire su questi bei fondamenti” (pag. 136). In questo modo
Levi rappresenta la babele dei deportati, ma nello tempo rivela il sogno
dell’uomo di comunicare con l’altro simile (altra condizione essenziale per
essere veramente uomo, anche se certe volte alla “precisione” della parola
supplisce l’espressività popolare, come nel caso del gergo romanesco di
Cesare).
Il film
Da questo libro è stato
tratto un film del 1997, diretto da Francesco Rosi.
Molte delle immagini che
compaiono in queste slide sono tratte da esso.
Poesia introduttiva
Sognavamo nelle notti
feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare;
raccontare.
Il comando dell’alba:
“Wstawać”;
(“alzarsi” in polacco)
Poesia introduttiva
E si spezzava in petto il
cuore.
Ora abbiamo ritrovato la
casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di
raccontare.
È tempo. Presto udremo
ancora
Il comando straniero:
“Wstawać”.

Il disgelo
“l’ora della libertà suonò
grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso
senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre
memorie della bruttura che vi giaceva:
e di pena, perché
sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto
avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni
dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha
assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti.
Poiché, ed è questo il
tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha
potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come
un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua.
Essa è una inesauribile
fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende
abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti,
e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di
vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia”
pagg. 5-6
Il campo grande
“A Buna non si sapeva
molto del «Campo Grande», di Auschwitz propriamente detto: gli Häftlinge (internati,
detenuti) trasferiti da campo a campo erano pochi, non loquaci (nessuno Häftling
lo era), né facilmente creduti.
Quando il carro di Yankel
varcò la soglia famosa, rimanemmo sbalorditi. Buna-Monowitz, coi suoi
dodicimila abitanti, era un villaggio al confronto: quella in cui entravamo era
una sterminata metropoli.”
(pag. 9-10)
Yankel era “uno Häftling:
era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto
tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di
ufficiale di collegamento coi comandi sovietici” (pag. 7-8)
Hurbinek: il bambino di
tre anni senza nome
Hurbinek, che aveva tre
anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek,
che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro per conquistarsi
l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito;”
(pag. 15)
“Era paralizzato dalle
reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi;” (pag. 13-14)
“Hurbinek, il senza-nome, il
cui nome era stato assegnato “forse da una delle donne, che aveva interpretato
con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto
emetteva.” (pag. 13)
il cui minuscolo
avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai
primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli
testimonia attraverso queste mie parole. (pag. 15)
Ad Auschwitz Levi incontra
anche ex-Kapò, condizionati anche se liberi dall’esperienza che avevano
vissuta, tanto da volerla perpetuare come il Kleine Kiepura che “vociferava in
tedesco imperiosi comandi ad uno stuolo di schiavi inesistenti. […] l’infezione
del Lager aveva fatto in lui troppa strada.” (pag. 19)
Il greco
Mordo Nahum […] La
biografia del mio greco era lineare: quella di un uomo forte e freddo,
solitario e laico, che si era mosso fin dall’infanzia per entro le maglie
rigide di una società
mercantile. Era (o era
stato) accessibile anche ad altre istanze: non era indifferente al cielo e al
mare del suo paese, ai piaceri della casa e della famiglia, agli incontri dialettici;
ma era stato condizionato a ricacciare tutto questo ai margini della sua
giornata e della sua vita, affinché non turbasse quello che lui chiamava il
«travail d’homme». La sua vita era stata di guerra, e considerava vile e cieco
chi rifiutasse questo suo universo di ferro. Era venuto il Lager per entrambi:
io lo avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della
mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose
notorie. «Guerra è sempre
Il greco cioè trova
conferma nell’esperienza del lager di una sua convinzione, condensata nella
frase “l’uomo è lupo all’uomo”, mentre Primo Levi era convinto della bontà
dell’uomo, e quindi l’esperienza di quell’anno nel lager gli stravolse
completamente l’esistenza.
Katowice
Una volta spostatosi su
comando dei russi da Auschwitz a Katowice, Primo Levi nota sconsolato
“a che serviva essere
stati liberati, se poi passavamo ancora i nostri giorni in una cornice di filo
spinato?” (pag. 64-65)
Leonardo
 “Nel campo di Bogucice [distretto periferico
di Katowice] trovai Leonardo, già accreditato come medico, e assediato da una
clientela poco redditizia ma molto numerosa: veniva come me da Buna, ed era
arrivato a Katowice già da qualche settimana, seguendo vie meno intricate delle
mie”. (pag.55)
“Possedeva oltre alla
fortuna [era sopravvissuto miracolosamente al lager, malgrado soffrisse freddo
e fatica] un’altra virtù essenziale in quei luoghi: una illimitata capacità di
sopportazione, un coraggio silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente,
ma deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva
miracolosamente al limite del collasso.” (pag. 56)
Da adesso in poi Leonardo
sarà un altro compagno inseparabile di Primo, e Primo condividerà con lui il
supporto “medico” degli altri compagni.
Cesare
Credo di non avere mai
letto nulla di così sconvolgente come l’inizio di questo capitolo. Con un
flashback il narratore ritorna al tempo di inizio di questo romanzo, cioè i dieci
giorni intercorsi fra la partenza dei tedeschi (con il grosso dei prigionieri)
e l’arrivo dei russi.
In quei dieci giorni,
nell’infermeria, le brande degli infettivi gravi (come Levi, ammalato di
scarlattina) confinavano con la sezione degli ammalati di TBC e di dissenteria.
Sentendo provenire da quest’ultima parte dei lamenti in lingua italiana, Levi
entra in quella sezione, e vi trova un suo amico di Venezia, che sta morendo di
freddo, e Cesare, che poi diverrà suo grande compagno nel viaggio di ritorno in
Italia. La scena è ripugnante, perché gli ammalati di dissenteria, non solo non
ricevono cure, ma lasciano i loro escrementi anche sul pavimento.
Sta di fatto che Cesare
riesce a superare questa tremenda esperienza, poi viene reclutato dai Russi per
costruire una trincea per paura di una reazione militare tedesca.
Qui iniziano ad emergere
alcune caratteristiche dei russi, che sono, lo vedremo, meno organizzati e
precisi dei tedeschi, ma proprio per questo è preferibile il loro bonario
disordine alla disumana disciplina del lager, anzi la loro “selezione per
lavorare” è una sorta di parodia della selezione interna al campo di Auschwitz.
Infine si trova una donna
in Polonia (come molti italiani), che poi però lo lascia per un soldato russo.
Da allora in avanti Cesare diventerà un grande compagno di viaggio di Primo, e
spesso lo distoglierà dalle sue malinconie, con la sua voglia di vivere, e di
procurarsi cibo e altro, non sempre in modo legale e irreprensibile.
Victory Day
La notizia della vittoria
della guerra giunge a Levi mentre si trova in Polonia, intuita dai titoli dei
giornali, percepita nella gioia della gente della città e soprattutto dei
russi, che inscenarono uno spettacolo per festeggiare. Un’altra dimostrazione
della differenza fra i tedeschi e i russi sta nel fatto che anche gli ufficiali
russi partecipano allo spettacolo, cosa che un ufficiale tedesco non avrebbe
mai fatto.
Adesso non ci sono più
fronti di guerra, quindi nulla dovrebbe impedire a Primo e ai suoi compagni di
raggiungere il proprio paese, ma purtroppo non è così.
I sognatori
I sognatori sono gli
illusi che credono a questo punto che sia imminente il proprio rientro in
patria (non sarà affatto così e passeranno molti mesi).
L’inganno di Cravero
Nel campo di Katowice ci
sono anche degli ex-detenuti provenienti da San Vittore. Fra questi, Cravero, “un
furfante compiuto, incontaminato, senza sfumature” (pag. 99)
Egli decide di tornare in
Italia clandestinamente, fidando sui suoi mezzi, “avvezzo com’era a vivere al
di fuori di ogni legge”. (pag.100). Dal momento che si dirige a Torino, Primo
gli chiede di recapitare una lettera ai suoi, che sarà effettivamente l’unica
comunicazione dello scrittore alla sua famiglia. Però Cravero cerca di
estorcere dei soldi che avrebbe portato a Primo, che ne aveva bisogno, e, non
essendoci riuscito, ruba impunemente la bicicletta della sorella di Primo Levi,
ma poi ritornerà nuovamente a girare le carceri italiane.
La pleurite e il dottor Gottlieb
Nel periodo di
maggio-giugno Levi si ammala di pleurite, ed è guarito solo dal dottor Gottlieb,
che parlava perfettamente l’italiano (e non solo questa lingua) e correva
spesso “in specie in aiuto nostro, di noi sfuggiti come lui alla trappola mortale
del Lager” (pagg. 94-95).
Gottlieb sarà anche il
responsabile del convoglio degli italiani fino a Žmerinka, poi però nessuno più
lo vide, e gli italiani persero un importante punto di riferimento.
Verso sud
È il capitolo appunto del
viaggio in treno verso Odessa, che si interrompe però anzitempo, a Žmerinka,
dove si notano già i segni dell’inizio della guerra fredda. I russi hanno
combattuto a fianco degli occidentali contro il nemico comune, ma ora iniziano
a concepire sogni di espansione ad ovest:
“un imbianchino: eresse
una impalcatura lungo la facciata della stazione, e fece sparire sotto uno strato
di intonaco la scritta «Proletari di tutto il mondo, unitevi!»; in luogo della
quale, con un sottile senso di gelo, lettera dopo lettera ne vedemmo nascere
un’altra ben diversa: «Vperëd na Zapàd», «Avanti verso l’Occidente». (pag.
121-122)
Verso nord
Non a caso questi due
capitoli vengono l’uno dopo l’altro, a significare l’illogicità del percorso.
Nella cartina si può
vedere come il viaggio di ritorno abbia seguito un percorso anomalo. E così gli
italiani si trovano ad attraversare la Russia prima da nord a sud, e poi da sud
a nord, spesso ripercorrendo gli stessi luoghi.
Una curizetta
Gli italiani sono
trasferiti nel campo di raccolta di Sluzk, in cui Primo ritrova fortunosamente
il greco Mordo Nahum.
“Curizetta” è il termine
locale per dire “gallina”. Cesare e Primo riescono, non senza difficoltà, ad
ottenerla dalla gente del posto, barattandola con alcuni piatti nel corso di
uno dei viaggi di trasferimento. È qui che gli italiani vengono a sapere che
dovranno recarsi a piedi a Staryje Doroghi, a settanta chilometri di distanza.
La modalità del trasferimento è l’ennesima dimostrazione della
disorganizzazione russa:
“Un mattino, con velocità
misteriosa e fulminea, si propagò fra noi la notizia che avremmo dovuto
lasciare Sluzk, a piedi, per essere sistemati a Staryje Doroghi, a settanta chilometri
di distanza, in un campo di soli italiani.
I tedeschi, in analoghe
circostanze, avrebbero cosparso i muri di manifesti bilingui, nitidamente
stampati, con specificata l’ora della partenza, l’equipaggiamento prescritto,
la tabella di marcia, e la pena di morte per i renitenti.
I russi invece lasciarono
che l’ordinanza si propagasse da sé, e che la marcia di trasferimento si
organizzasse da sé.”(pag. 130
Vecchie strade
Il viaggio che conduce gli
italiani da Sluzk a Staryje Doroghi è un incubo, proprio perché quelle vecchie
strade parevano interminabili, quasi dei labirinti che sembravano ricondurre al
punto di partenza (il viaggio non conduce alla meta in questo libro, l’abbiamo
già visto).
“In nessuna altra parte
d’Europa, credo, può accadere di camminare per dieci ore, e di trovarsi sempre
allo stesso posto, come in un incubo” (pag. 131)
Nel corso del viaggio Cesare
si ingegna a vendere pesci ai russi, frodandoli, ma un giorno si intenerisce vedendo
una donna poverissima, e regala il pesce, che doveva vendere, a lei e ai suoi
figli. Poi si vergogna di quello che ha fatto, perché rischia di perdere la sua
reputazione commerciale (ribaltamento dei valori morali).
Il bosco e la via
“Rimanemmo a Staryje
Doroghi, in quella Casa Rossa piena di misteri e di trabocchetti come un
castello di fate, per due lunghi mesi: dal 15 luglio al 15 settembre del 1945.
Furono mesi d’ozio e di
relativo benessere, e perciò pieni di nostalgia penetrante.” (pag. 150)
In questi mesi gli
italiani frequentano due tedesche ex-ausiliarie della Wehrmacht, che si
nascondono nel bosco e vivono di prostituzione e di espedienti. Alcuni degli
italiani sono talmente attratti dal bosco (e da chi vi abita) che preferiscono
vivere lì piuttosto che nella casa rossa, come il Vell’etrano “originario delle
vie sovraffollate di Trastevere, si era ritrasformato in uomo selvaggio con
mirabile facilità. […]
Non pernottava quasi mai
alla Casa Rossa: viveva nella foresta, scalzo e seminudo. Viveva come i nostri
lontani progenitori: tendeva trappole alle lepri e alle volpi, si arrampicava
sugli alberi per nidi, abbatteva le tortore a sassate, e non disdegnava i
pollai dei casolari più lontani; raccoglieva funghi, e bacche tenute
generalmente per incommestibili, e a sera non era raro incontrarlo nelle
vicinanze del campo,
accovacciato sui talloni davanti a un gran fuoco, su cui, cantando rozzamente,
arrostiva la preda della giornata. Dormiva poi sulla nuda terra, coricato accanto
alle braci.” (pag. 153-154)
 “I giorni di Staryje Doroghi passavano così,
in una interminabile indolenza, sonnolenta e benefica come una lunga vacanza,
rotta solo a intervalli dal pensiero doloroso della casa lontana, e
dall’incanto della natura ritrovata.” (pag. 159)
Insomma, la casa rossa e
il bosco rappresentano un momento di pace e di libertà, in questo sono
l’antilager, cioè luoghi in cui non vige la ferrea disciplina tedesca, ma le
forze vitali e istintive possono esprimersi senza i limiti imposti dalla società,
anzi in una sorta di Antisocietà, di Antilager, anarchico, preistorico, come
nel caso del Vell’etrano.
Teatro
A Staryje Doroghi c’è un
gruppo di italiani provenienti dalla Romania, che si erano aggregati solo in un
secondo tempo, e che inizialmente erano più facoltosi e ricchi degli
ex-prigionieri come Primo Levi.
Così, oltre al
cinematografo, portato dai russi, gli italiani “rumeni” nell’agosto del 1945
organizzano uno spettacolo, la “rivista” “Il naufragio degli abulici” per
prendere in giro i russi che bloccano lì gli italiani “abulici”. È evidente
anche l’autoironia, perché gli italiani riconoscono di non fare niente
pigramente per cambiare la situazione.
Perfino nel divertimento,
però, Levi intravede una nota di amarezza, retaggio della condizione di
prigioniero:
“Il numero del «Cappello a
tre punte» toglieva il respiro, e veniva accolto ogni sera con un silenzio più
eloquente degli applausi. Perché?
Forse perché vi si
percepiva, sotto l’apparato grottesco, il fiato pesante di un sogno collettivo,
del sogno che vapora dall’esilio e dall’ozio, quando cessano il lavoro e la
pena, e nulla pone riparo fra l’uomo e se stesso; forse perché vi si ravvisava l’impotenza
e la nullità della nostra vita e della vita, e il profilo gobbo e sghembo dei
mostri generati dal sonno della ragione.” Pag. 182
Da Staryje Doroghi a Iasi
Iasi è una stazione di
frontiera fra Russia e Romania. Il viaggio, iniziato non il 15 come previsto,
ma il giorno dopo, prosegue sempre con molti intoppi. Prima di arrivare lì, comunque,
il treno ci mise delle settimane, perché la partenza fu rimandata, e poi perché
era malridotto.
Da Iasi alla linea
La linea è quella che
demarca la zona di influenza russa da quella di influenza americana, e passa in
Austria, nei pressi di St. Valentin, a pochi chilometri da Linz. Il viaggio è
molto tormentato. La gente ha sete e per procurare un po’ d’acqua Levi rischia
letteralmente di perdere il treno (e quindi di prolungare almeno di un mese la
sua lontananza da casa) e gli italiani anzitutto sono bloccati per una
settimana a Curtici (frontiera tra Romania e Ungheria) dove saccheggiano il
villaggio soprattutto gli ultimi giorni, quando non hanno più nulla da
mangiare. È il momento in cui Cesare decide di lasciare la compagnia, torna
indietro a Bucarest, per raggiungere l’Italia in aereo. Lo farà, anche se
arriverà qualche mese dopo (caso di prolessi presente nel testo). L’assenza di
Cesare si farà sentire: soprattutto la percepirà Primo Levi.
Anche in Austria le cose
non andarono benissimo, e i nostri rischiano di tornare al punto di partenza:
“Speravamo di passare
dall’Ungheria all’Austria senza complicazioni di confine, ma non fu così: il
mattino del 7 ottobre, ventiduesimo giorno di tradotta, eravamo a Bratislava,
in Slovacchia, in vista dei Beschidi, degli stessi monti che sbarravano il
lugubre orizzonte di Auschwitz. Altra lingua, altra moneta, altra via: avremmo chiuso
l’anello? Katowice era a duecento chilometri: avremmo ricominciato un altro
vano, estenuante circuito per l’Europa?” (pag. 210-211)
L’Austria è terra di
tedeschi, anche se non è propriamente Germania, ma i nostri non provano
soddisfazione a vedere prostrati i nemici:
“Non avevamo provato
alcuna gioia nel vedere Vienna sfatta e i tedeschi piegati: anzi, pena; non
compassione, ma una pena più ampia, che si confondeva con la nostra stessa
miseria, con la sensazione greve, incombente, di un male irreparabile e
definitivo, presente ovunque, annidato come una cancrena nei visceri
dell’Europa e del mondo, seme di danno futuro” (pag. 212-213)
Il risveglio
Quando passano la linea di
demarcazione fra russi e americani, gli italiani sono tenuti a fare un “bagno”,
parodia delle docce di Auschwitz, perché mentre il bagno dei tedeschi era segno
di inciviltà, perché spesso così ammazzano i prigionieri, il bagno degli
americani era segno di civiltà, perché disinfettano con il DDT, e conoscono e
diffondono l’uso della penicillina.
Il treno passa poi
direttamente dalla Germania, in particolare da Monaco. Questo passaggio non
lascia indifferente gli italiani:
“Ci sembrava di avere
qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni
tedesco avesse da dirne a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare,
spiegare e commentare, come i giocatori di scacchi al termine della partita.
Sapevano, «loro», di
Auschwitz, della strage silenziosa e quotidiana, a un passo dalle loro porte?
Se sì, come potevano andare per via, tornare a casa e guardare i loro figli,
varcare le soglie di una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente, udire, imparare
da noi, da me, tutto e subito:” (pag. 215)
L’angoscia di Levi può
riguardare non solo i tedeschi di allora, ma tutti noi: il rischio, nostro,
come loro, è quello di dimenticare.
Verso l’Italia
“I mesi or ora trascorsi,
pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come
una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma
irripetibile del destino”In queste parole è condensato il significato del
titolo. Ricompare anche in altri passaggi del testo questo termine
fondamentale, perché in fondo l’esperienza del lager ha reso non più eludibile
l’angoscia della morte, di fronte alla quale è possibile solo godere di
effimeri momenti di tregua.
Il rientro a casa
Il rientro a casa non porta
quella soddisfazione che ci aspetteremmo. Se in alcuni momenti il ritorno a
casa sembra il traguardo da raggiungere, una volta arrivato a Torino, non a
caso, Primo Levi non dice niente della sua famiglia, se non che hanno fatto
fatica a riconoscerlo, conciato com’era dopo 20 mesi di lontananza.
Certo non tutto è
negativo: infatti “Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della mensa
sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del
raccontare.” Pag. 218
Il sogno
Ma questo libro non ha un
lieto fine, perché certe cose non si possono dimenticare.
Infatti Primo fa spesso un
“sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la
famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente
insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure
provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che
incombe.
E infatti, al procedere
del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade
e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa
più intensa e più precisa.
Tutto è ora volto in caos:
sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa
questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager,
e nulla era vero all’infuori del Lager.
Il resto era breve
vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa.
Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che
prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non
imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una
parola straniera [polacca], temuta e attesa: alzarsi, «Wstawaç».
Leggendo questa amara
conclusione si può capire ancora meglio il motivo per il quale Primo Levi si sia
tolto la vita nel 1987.
Struttura ciclica

Il libro inizia citando
nella poesia introduttiva la parola «Wstawaç» e si chiude con la stessa parola.
In questo ritroviamo la concezione ciclica della vita (e del tempo, abbiamo
visto): dal lager inizia la consapevolezza di Levi, nel lager finisce (con il
suicidio che ne è diretta conseguenza). Anche la storia, la trama di questo
romanzo inizia e termina con l’incubo della sveglia nel lager.
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