La vita è bella


di e con Roberto Benigni

Tra i detrattori (vedi Roberto Ferrara) e gli esaltatori di questo film, parafrasando Manzoni, vergini “di servo encomio e di codardo oltraggio”, non possiamo non apprezzare un film che presenta in modo godibile alcuni importanti spunti di riflessione su:

il ridicolo del fascismo, beffeggiata nella festa con cui inizia il film e con le assurde leggi anti-ebraiche, con le quali il governo italiano si accodava acriticamente alle follie germaniche

la disumanità dei campi di concentramento, che emerge però in modo indiretto. Risulta addirittura più incisiva, rispetto a qualsiasi documentario che metta davanti agli occhi la crudezza dei metodi naqzisti, quella indimenticabile scena in cui il padre (Benigni) convince in maniera comica il figlio che è impossibile che sia vero quello che ha sentito sui forni crematori, il sapone fatto con i resti umani, ecc…

la paradossalità del titolo, che rispecchia invece una prospettiva, tutto sommato presente anche in altri due testi fondamentali sull’olocausto, cioè Se questo è un uomo di Primo Levi il Diario di Anna Frank: la vita è più grande di tutte i tentativi di renderla piccola, meschina, gretta, materiale e dipendente dal potere che un uomo esercita su un altro uomo.

Guardando questo film si capisce perché a Benigni piace Dante (e a Dante, se fosse vivo, piacerebbe questo Benigni)