Tesina sul Diavolo

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La Divina Commedia, Inferno, Canto 34, vv. 1-69

E quindi uscimmo a riveder le stelle. Come termina l’ Inferno di Dante, XXXIV, 70-139

A.S. 2001-2002

TESINA PER L’ESAME DI STATO DI LAURA BOSONI

 

 

Il diavolo

 

– Les dieux s’en vont –

 

Pelle nera e scagliosa, corna, coda, zoccoli da caprone, occhi rossicci e fiato sulfureo. Non c’è nessuno in Occidente che non riconosca all’istante la descrizione del principe delle tenebre. Talvolta il Papa o qualche altra figura autorevole ricordano ai fedeli che il Diavolo effettivamente esiste e non è una metafora per il male negli uomini, bensì una forza reale ed esterna. È comunque innegabile che, se le figure sataniche in ambito ebraico ed islamico rimasero figure di contorno, durante la crescita e l’espansione del Cristianesimo, il ruolo del “Seduttore del mondo” fu fondamentale. In verità Satana non ha più quella considerazione da parte dei teologi che aveva un tempo, soprattutto dai cattolici e dai protestanti. Nonostante ciò, è una figura che sopravvive tenacemente nell’immaginario popolare, nella letteratura, nelle sette, nei film, pure in ogni imprecazione moderna! Anche la cultura laica, nel freddo linguaggio della psicologia vede nel lato oscuro della personalità l’equivalente ateo dell’antico capro espiatorio, non più sabotatore esterno, ma metà nera dentro di noi.”La religione potrà anche morire, ma io no!”

”Io lo sapevo sin dal principio della mia carriera, che con il tempo avrei vinto per il solo peso della pubblica opinione, a dispetto di una lunga campagna di denigrazione e calunnie contro di me. Il mondo è in fondo organizzato sulla base del sistema rappresentativo e con una maggioranza come la mia, non è possibile che io rimanga per sempre lontano dal potere.”           (l Diavolo in Uomo e Superuomo” di George Bernard Shaw)

“Chi o cosa sia, la sua origine, la sua residenza, il suo destino e i suoi poteri sono fonte di perplessità per i teologi più acuti, sono questioni sulle quali è impossibile indurre un credente a pronunciarsi in modo definitivo. Egli è il punto debole della fede popolare, il ventre vulnerabile del coccodrillo.”  (“On the Devil and Devils” d Percy Bysshe Shelley)

“Le culture dell’Egitto, della Mesopotamia e di Canaan precedono di poco quelle dei Greci e degli Ebrei e quindi esercitarono un’influenza, seppur indiretta, sul concetto giudeo-cristiano del diavolo.”  (“The Devil” di Jeffrey Burton Russell)

“Il peggior inganno del diavolo è quello di persuaderci che egli non esiste.”(Charles Baudelaire)

“Sine diabolo nullus dominus.” Proverbio

“Ciò che abbiamo in superficie è almeno la doppia simmetria del nostro corpo; destra e sinistra, ciò che è dritto e ciò che è storto. Viviamo in un mondo di calore e gelo, di notti e giorni. In un mondo simile c’è sia il bene che il male, Dio e il Diavolo.” (R.L. Thomson)

“Il diavolo è stato uno dei princìpi organizzativi delle politiche mondiali tanto a lungo quanto la civiltà cattolica è esistita. Il diavolo serve per identificare cos’è il male ed è diventato un’entità responsabile del male, lasciando dio e tutti noi fuori dai guai. Questa è stata la funzione del diavolo nella storia.”  (Professor Leslek Kolakowski “Conversazioni con il Diavolo”)

“Corre un’antica storia che Airone, il Cacciatore, un tempo guardiacaccia nella nostra foresta di Windsor, tutto l’inverno, a mezzanotte in punto, s’aggiri intorno a una quercia con grandi corna coperte di muschio.”  (Shakespeare “Le allegre comari di Windsor”)

“Nell’Islam il diavolo è un piccolo personaggio marginale, stupido e ignaro. Quando gli iraniani identificarono l’America con il diavolo, non intendevano dire che fosse un paese malvagio, bensì stupido, il grande volgarizzatore.” (Karen Armstrong)

“L’ordinaria amministrazione della cristianità come quella dei governi era passibile di crollare facilmente; le due infatti, sottoposte a pressione, si disintegrarono insieme più di una volta. “  (Paul Johnson)

“La verità è che prove soddisfacenti che confermino la realtà di rituali di venerazione demoniaca, sia in Inghilterra, sia nel Continente, sono estremamente scarse. I pochi tentativi moderni di investigare le dichiarazioni dei demonologi e le inattendibili “confessioni” estorte sotto tortura in risposta a un modello fisso di interrogatori, suggeriscono che anche sul Continente il rituale demoniaco era probabilmente un mito.”  (Professor Sir Keith Thomas “Religion and the Decline of Magic”)

“La ragione per cui Milton scrisse con impedimento degli angeli e di Dio, e con la licenza dei diavoli e dell’inferno, è che fu un vero poeta e appartenente, pur senza saperlo, alla schiera del Diavolo.”  (William Blake “Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno”)

“Il Diavolo non dev’essere considerato una semplice personificazione mitologica del male nel mondo; l’esistenza del Diavolo non può essere negata.” (Karl Rahner)

“Ammirare Satana…è dare il proprio voto non solo per un mondo di miseria, ma anche per un modo di menzogna e propaganda, di desideri illusori, di continua autobiografia. Eppure la scelta è possibile. Difficilmente passa giorno senza che in ognuno di noi si produca un lieve movimento verso di esso.”  (C.S: Lewis (1942) “A preface to Paradise Lost”)

“ È  l’ora notturna in cui affascinano le malie,  quando i cimiteri sbadigliano e l’inferno soffia il suo contagio sul mondo. Ora potrei bere sangue caldo.”  (Shakespeare “Hamlet”)

“L’argomento degli abusi rituali è un tema che lacera i professionisti della salute mentale in America.” (Laurence Wright)

“Sappiamo bene che è la coda che deve scodinzolare il cane, perché è il cavallo ad essere trainato dal carro; ma il diavolo ulula il suo schermo come ha sempre fatto: <Sì, è arguto, ma sarà Arte?>.” (Rudyard Kipling “The Conundrum of the Workshops”)

“Ho detto di avere incontrato Satana, ed è la verità. Ma non è tangibile, nel senso in cui è tangibile la materia. Non ha corna, zoccoli, o coda biforcuta più di quanto Dio abbia la barba lunga e bianca. Persino il nome, Satana, è solo un nome che abbiamo dato a qualcosa che fondamentalmente non ha nome.”  (Dottor Scott Peck “People of the Lie”)

Inferno dantesco

“Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi: però dinanzi mira”,

disse ‘l maestro mio, “ se tu ‘l discerni”.

Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l’emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che ‘l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, chè non lì era altra grotta.

(…)

Lo ‘mperador del doloroso regno

da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia;

vedi oggimai quant’esser dee quel tutto

ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,

e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogni lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’ io vidi tre facce a la sua testa!

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta;

e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla .

Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,

quanto si convenia a tanto uccello.

Vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean  penne, ma di vipistrello

era lor modo: e quelle svolazzava,

si che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangea, e per tre menti

gocciavan ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

 

Parafrasi

Entrati nell’ultima zona del Cocito, Virgilio annuncia solennemente a Dante che le insegne del re dell’Inferno avanzano: agli occhi del poeta appare come una gigantesca macchina, mentre un forte vento lo costringe a ripararsi dietro le spalle del maestro. (…) Arrivati, poi, nella quarta zona del nono cerchio ad un tratto Virgilio, che cammina davanti a Dante, si sposta e fermandosi annuncia al sommo poeta di essere giunti al cospetto di Dite, Lucifero. Dante, atterrito, quasi morto per la paura, contempla la mole a dir poco gigantesca di Lucifero, che esce dal ghiaccio da mezzo il petto, orribile a vedersi. L’enorme testa ha tre facce di tre colori diversi, sotto ognuna delle quali escono due smisurate ali da pipistrello, il cui movimento determina il vento che ghiaccia Cocito. Da sei occhi scendono lacrime che si mescolano alla bava sanguinosa che esce dalle tre bocche nelle quali tre peccatori vengono maciullati (si tratta di Giuda, Bruto e Cassio).”

La figura del Diavolo, qui, ha una sua “grandiosità” nella quale domina proprio la sua tragicità; infatti il poeta sceglie, tra i dati figurativi offertigli dalla tradizione letterale e pittorica, quelli che distinguono Lucifero dai diavoli minori. Nel passo citato è lo stesso Virgilio che per primo presenta Lucifero ( “Avanzano verso di noi i vessilli del re infernale”)e Dante, che lo scorge, ha l’idea di una grande macchina (“dificio”). Nel passo è chiara l’antitesi con Dio (“quello imperador che là su regna” If I, 24) poiché Lucifero è chiamato “’mperador del doloroso regno” vedi sopra al v.28). Alla grandiosità si confanno il carattere di Lucifero, l’immensità della sua mole, la meccanicità (infatti Dante lo scambia per una macchina, un artificio all’inizio), l’impassibilità e la staticità. Molti altri scrittori e poeti ci hanno lasciato la loro “versione” della descrizione dell’imperatore dell’Inferno, ma per questo vi rimando alla sezione letteratura.

 

 

MOTIVAZIONE DELLA SCELTA

L’estate scorsa un mio amico mi ha consigliato un libro che a lui era particolarmente piaciuto: “Il Diavolo. Biografia non autorizzata” , la cui lettura mi ha talmente entusiasmata da volerne approfondire l’argomento, con altri testi citati dall’autore e la visione di film attinenti. Al momento di decidere il percorso tematico della tesina, io non ho avuto dubbi.

 

Bibliografia

  • Alfonso M Di Nola, Il Diavolo, Newton;
  • La Sacra Bibbia;
  • Dante Alighieri, La Divina Commedia, Edizione Le Monnier;
  • Tornatore, Ferrisi, Polizzi, Filosofia. Testi e argomenti, Loescher;
  • Enciclopedia Treccani;
  • Il Diavolo, Atlante della storia, Demetra;
  • J. B. Russel, Il Diavolo nel mondo moderno, Laterza;
  • Peter Stanford, Il diavolo,biografia non autorizzata, Piemme;
  • Carducci, Poesie, Edizioni Garzanti;
  • Leopardi, Poesie e prose, Mondadori;
  • Michail Bulgakov,Il Maestro e Margherita, Oscar Mondadori;
  • Oscar Wilde, The picture of Dorian Gray, BUR;
  • Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, Ed. Feltrinelli;
  • AA VV, Scritture, Ed. Mondadori ;
  • Spiazzi,Tavella, Only connect, Ed. Zanichelli;
  • Segre, Testi nella Storia, Ed. Mondatori;
  • Nietzsche, Anticristo, Ed. Mondatori.
  • Cini Tassinario, Il Diavolo secondo l’insegnamento recente della Chiesa;
  • Cosco, Il ritorno di Satana. Il culto del Diavolo dalla politica alla letteratura, dal cinema alla musica rock;
  • Haag, La credenza nel Diavolo;
  • Nangeroni, Il Diavolo;
  • Teyessedre, Il Diavolo allInferno;
  • Teyessedre, Nascita del Diavolo;

 

FILMOGRAFIA

  • documentario “L’architetto del Diavolo”
  • “L’avvocato del Diavolo”
  • “L’esorcista”
  • “Rosemary’s baby”
  • “Gostanza da Libbiano”
  • “Il piccolo diavolo”

 

Le sacre scritture

Nella Bibbia il problema del Diavolo è naturalmente messo in relazione alla cristianità in generale. In essa si possono distinguere cinque moduli interpretativi d’analisi per ognuno dei quali ho scelto un passo.

Il Diavolo intento a trascinare al male gli uomini:

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “ E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente:” Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto : Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”(si noti l’orgoglio e la vanità del Diavolo). Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi (…)                                                                                                                  Gn 3, 1 ss

Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche Satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. (…

                                                                                              Gb 2, 1

Il Diavolo non può fare più di quanto gli permetta Dio:

(Un tempo) Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per paura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (…)                                           Ef 2, 2

Il Diavolo è padre e principe del mondo e di tutti gli empi:

(…) voi che avete per padre il Diavolo , e volete compiere i desideri del padre vostro (…)  Gv 8, 44

Il regno del Diavolo distrutto per opera di Cristo:

(…) I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo:” Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse:” Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore” (…)                  Lc 10, 18

Il  Diavolo tenta Gesù:

meglio conosciute come le “tentazioni di Gesù”, esse sono contenute nei Vangeli Sinottici , subito dopo i racconti del battesimo di Gesù nel Giordano, e trattano, appunto, le tentazioni che Gesù subì durante il periodo di raccoglimento passato nel deserto:

(…) Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase per quaranta giorni, tentato da Satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano (…)                                                                    Mc 1, 13

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni  e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: “ Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto:

Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “ Se sei Figlio di Dio gettati giù poiché sta scritto:

Ai suoi angeli darà ordini  a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia ad urtare contro un sasso il tuo piede”

Gesù gli rispose : “Sta scritto anche:

Non tentare il Signore Dio tuo”.

Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “ tutte queste cose io ti darò , se prostrandoti, mi adorerai”. Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto:

Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”

Allora il diavolo se ne andò e lo lasciò mentre gli angeli gli si accostarono e lo servirono.   Mt 4, 1-11

La prima tentazione del Diavolo consiste nel risolvere i problemi solamente materiali degli uomini così da avere il consenso delle persone: è la tentazione economica. In secondo luogo il Diavolo tenta nuovamente Gesù: è la tentazione dell’immagine, della notorietà, dell’eclatanza. Infine l’ultima tentazione della quale il Vangelo di Matteo ci porta testimonianza è quella del compromesso, della mancanza di coerenza pur di ottenere qualcosa.

EXCURSUS STORICO-LETTERARIO SULLA FIGURA DEL DIAVOLO

La figura del Diavolo non presenta un albero genealogico convenzionale, ma pare che vanti progenitori nelle antiche civiltà del Medio Oriente, nel Giudaismo e nell’Islam. Sebbene il suo nome in tutte le varie forme (Satana, Lucifero, Belzebù, Belial ecc.) dopo duemila anni sia universalmente riconosciuto, il suo volto, così come il suo aspetto, restano un enigma. Si tratta di un angelo o di un animale? Del serpente che tenta Eva nel Giardino dell’Eden, del maiale alato che il Papa Gregorio Magno bandì dalla Chiesa  o del gatto nero in agguato nell’inferno del “Maestro e Margherita”di Bulgakov? O si tratta invece di un uomo dall’insolito aspetto: il doccione dal naso adunco nella facciata della cattedrale di Chartes, il nero diavoletto alato nelle scene dio Brueghel e di Bosch, lo stolto nelle rappresentazioni di strada medioevali dei misteri, facilmente battuto in astuzia da chiunque abbia un briciolo di buon senso e di fede religiosa, o è l’impotente colosso tricefalo imprigionato nel ghiaccio dell’”Inferno” di Dante, gemente lacrime di amara frustrazione? Altri, nel tentativo di trasmettere un’impressione di Satana, si sono sforzati di trovare qualcosa che riscattasse questo vituperato personaggio. Milton nel “Paradiso Perduto” vedeva il Diavolo come un magnifico indomito ribelle, seppur alla fine condannato. Byron e i romantici ne fecero un eroe, il massimo sovvertitore delle convenzioni, lo spirito libero. Blake in una delle sue incisioni lo raffigurò come un cordiale, vecchio gentiluomo. Il diavolo potrebbe essere chiunque e nessuno. Nell’epoca in cui viviamo, che affronta la religione e i culti con scetticismo, affidando sempre più alla scienza l’onere di fornire le risposte agli interrogativi che da sempre attanagliano l’umanità, molti scienziati ammettono liberamente di non conoscere tutte le risposte. Karl Popper ha affermato che la scienza non offre la verità, ma solo delle vie di accesso. Sofferenza, dolore, calamità naturali, le varie crisi esistenziali apparentemente fortuite continuano ad essere tanto sconcertanti ai nostri giorni, quanto lo erano per gli antichi. Anche ora i miti e i simboli della religione, più che la fede in sé, conservano una straordinaria capacità di aiutare ad affrontare e superare gli inesplicabili capricci del destino. Se, ad esempio, un uomo fosse svenuto in seguito ad un attacco epilettico nel Medio Oriente del I secolo d.C., il suo comportamento sarebbe stato attribuito ad una possessione demoniaca e sottoposto alla pratica dell’esorcismo. Nel Medioevo sarebbe stata stilata una diagnosi simile, ma il paziente avrebbe subito anche un salasso. Oggi un comportamento del genere è concepito nei termini di una scarica elettrica scoordinata dei neuroni motori. Oggi la psichiatria possiede nomi e rimedi atti a spiegare azioni che in passato venivano semplicemente definite maligne. Non è un caso che lo sviluppo della psicoanalisi freudiana sia coinciso nel secolo scorso con un declino della fede religiosa. Laddove vi era il confessionale del prete, oggi vi è il terapista. Nel pensiero moderno il male è parte di ogni individuo, è ciò che Jung definisce “la nostra ombra”. Storicamente, la tendenza era quella di individuarlo all’esterno, nel diavolo che sfruttava le debolezze umane. La posizione contemporanea è più difficile da accettare, in quanto impone la responsabilità di ogni singolo individuo. La via tradizionale aveva il vantaggio di scaricare parte dell’onere su un agente esterno. Già i graffiti nelle caverne, fra le rime illustrazioni conosciute, mostrano l’umanità in conflitto con animali dotati di corna. Da queste raffigurazioni si sviluppò quella dell’essere metà uomo  e metà bestia rappresentante il Dio cornuto del nord. Questo influenzò a sua volta le divinità dei teutonici, dei Norvegesi e dei Celti, per poi approdare al diavolo cristiano. Le civiltà antiche tendevano a considerare il bene e il male come due facce della stessa medaglia. In Egitto, per esempio, Horus e Set venivano spesso venerate addirittura raffigurati insieme, il dio celeste generalmente benigno e il dio del deserto solitamente malevolo. Le divinità delle varie popolazioni della Mesopotamia erano monastiche: un unico e solo principio divino comprendeva sia il bene che il male. Un modello differente di struttura venne fornito da Zoroastro, che si pensa sia vissuto nell’attuale Iran intorno al VII secolo a.C.. il suo Dio buono, Ahura Mazda, era in diretto conflitto con Ahriman, il dio della guerra; si tratta di dualismo nella sua forma più pura, per rimanere nel tempo solo nella setta dei Parsi, in Medio oriente e in India. Il giudaismo scelse l’approccio monoteistico. Yahweh era l’onnipotente, equamente responsabile delle azioni e degli eventi sia positivi che negativi (come risulta nell’Antico Testamento). Questo tipo di monoteismo cominciò a corrodersi nel libro di Giobbe, con una sorta di rinuncia dei dilemmi e dubbi che affliggono l’umanità. Una vigorosa sfida contro il monismo ufficiale fu intrapresa nella letteratura fiorita fra la stesura degli ultimi libri dell’Antico Testamento e il tempo di Cristo. In un periodo di rovesciamenti, crisi e delusioni, in cui si trovava il popolo eletto da Dio, la figura di Satana, l’angelo caduto, assunse il ruolo di rivale di Yahweh in una battaglia cosmica, divenendo il capro espiatorio per la disgrazia degli Ebrei. Nel Nuovo Testamento non affiora una sola battuta su Satana, sebbene il suo ruolo si sviluppi enormemente e la linea ufficiale monastica sia rispettata. Fin dai tempi della Prima Chiesa, quando gli gnostici cristiani tentarono di introdurre un più esplicito dualismo, facendo di questo mondo una creatura del diavolo e del mondo futuro perfetto quella di dio, la questione del limite dell’influenza di Satana continuò a minacciare l’unità della Chiesa. Il problema era di integrare fra loro l’idea di un Dio onnipotente, che aveva permesso che l’umanità soffrisse, e un Dio che era però anche apparentemente amorevole. Il filosofo del XVIII secolo Hume risolse in maniera succinta il dilemma: “[Dio] vorrebbe prevenire il male, senza esserne in grado? Allora è impotente. Ne avrebbe la capacità, ma non vuole? Allora è malevolo. Oltre alle capacità ne possiede anche la volontà?di donde allora nasce il male?”. La Chiesa cristiana ha tentato per secoli di risolvere la questione, ad esempio producendo un suo modello delle origini del male, canonizzato dal Concilio Laterano del 1215. Ad un livello popolare, tuttavia, la battaglia cosmica tra Dio e il diavolo, ha continuato ad infuriare. Durante la caccia alle streghe durante il Tardo Medioevo, le donne e gli uomini sfortunati arsi sul rogo, avevano stretto un patto col diavolo, perciò furono perseguitati impietosamente dalla Inquisizione. Molti papi, incluso Gregorio Magno, fornirono il loro contributo dichiarando eroi ed eroine della Chiesa i santi le cui vite furono una lunga battaglia contro satana. Quando la Riforma frantumò la speranza in un’unica santa ed apostolica Europa sotto il papato, entrambi i fronti furono solleciti nel vedere che era la mano del diavolo a manipolare i loro rivali. Lutero vedeva Roma come città infernale, mentre i cattolici raffiguravano proprio il riformatore protestante in atteggiamento di ascolto delle parole di Satana. Quest’ultimo divenne sinonimo delle divinità di qualsiasi credo rivale al cristianesimo. Con l’ascesa dell’Islam nell’VIII secolo e la sua diffusione nell’Europa continentale e specialmente in Spagna, i musulmani furono presi di mira come discepoli del diavolo. Nella battaglia nel Nord Europa, specialmente contro i codici di fede pagana più antichi e radicati, il Cristianesimo trasformò rapidamente le divinità avversarie in diavoli e streghe. I pagani avevano l’abitudine di addebitare agli spiriti maligni le loro disgrazie. Nell’enfatizzare l’immagine di Cristo e di sua madre come un modello di vita esemplare, così come nell’elevare i santi a spiriti da implorare in caso di bisogno, la Chiesa Missionaria contribuì ad assicurare un diluvio di conversioni. Nei tempi, la figura del diavolo fu sempre vista come quella del rivoluzionario, essendo stato il primo ribelle a Dio, in fondo i satanismi dichiarati restano delle persone malate o escluse dalla società, che si rivolgono a Satana come a un mezzo per esprimere la loro stessa alienazione. In epoca medievale, uno dei principali studiosi e santi è san Tommaso, che si innesta nel periodo della “ Scolastica”, la riflessione teologica che si avvia nel secolo IX e si completa nel secolo XIV, affiancandosi all’azione militante degli Ordini Monastici, alla cristianizzazione globale rappresentata dalle grandi cattedrali e infine trovando sede nelle Università di Bologna, Parigi, Oxford. Prima di S. Tommaso, il quale, per la verità, non operò dei sostanziali cambiamenti, ma stabilì dei principi che avrebbero ispirato tutta la posteriore dottrina cattolica ufficiale sul tema in oggetto,  ci furono le riflessioni e le teorie dei Padri della Chiesa.

Secondo S. Tommaso il peccato per eccellenza da parte degli angeli creati buoni è indicato dall’orgoglio (voler essere uguali a Dio), reso possibile dal libero arbitrio (vedi Milton). Il Diavolo, sommo tra gli angeli, trascinò con sé altri angeli appartenenti a gerarchie inferiori per lo stesso motivo (la libertà di scelta di cui erano dotati), non per costrizione. In questo modo le menti degli angeli caduti si sono private della conoscenza della verità ultima, ma hanno mantenuto la conoscenza naturale (vedi Milton). Come poi gli angeli rimasti buoni sono inclinati al bene, quelli divenuti cattivi sono inclinati al male, ma, benché invisibilmente presenti incitino gli uomini a compierlo durante la loro vita terrena e benché  torturino i dannati all’Inferno, sono infelici poiché privi della luce e della grazia divina. Con la mania delle streghe che attanagliò l’Europa dal XV al XVII secolo, si giunse all’apice della maligna influenza del diavolo sul mondo. Ciò che è inconfutabile è che più di centomila persone furono bruciate sul rogo. La “prova” più incriminante presentata a loro carico era l’insinuazione che essi avessero fatto un patto col diavolo, di conseguenza le streghe erano le sue ancelle. La fase della stregomania ovviamente coincise con un periodo in cui la Chiesa cattolica stava vivendo tensioni politiche, sociali e religiose senza precedenti. Le dinastie regnanti erano quasi sempre in guerra, con gli Asburgo e i Valois in eterno contrasto. Carlo V, eletto Sacro Romano Imperatore nel 1519, combatté quattro guerre nel giro di vent’anni contro il rivale Francesco I Valois di Francia. Dopo la morte di Carlo l’impero si sbriciolò e in quel periodo l’influenza dei riformatori protestanti, guidati da Lutero, metteva i vicini l’uno contro l’altro, dividendo i principi d’Europa fra quelli fedeli al papa e quelli legati a Lutero. Ciò che era stato dato per scontato, il potere del papato e dell’imperatore, perfino il trionfo finale del cristianesimo, veniva minacciato, alla ricerca di un capro espiatorio, individuato nel diavolo. Satana, la cui figura era presente tanto nel protestantesimo quanto nel cattolicesimo, vide il suo nome trasformato in insulto da entrambe le parti in lotta tra loro per l’anima dell’Europa. Lutero scrisse di Roma come”posseduta da satana e trono dell’anticristo”. Nell’era tardo medievale, i patti col diavolo erano legati a un’impressione di indebolimento della società cristiana e del sovvertimento delle norme. I miti portati avanti dall’Inquisizione includevano ‘accusa che ci fossero uomini e donne che si univano carnalmente col diavolo o con uno dei suoi demoni. La frequente raffigurazione di satana come un animale o un essere parzialmente animalesco, quindi con impulsi sessuali incontrollabili, fornisce un indizio sull’attrazione popolare di quest’idea. Agostino non nutriva alcun dubbio che le donne deboli potessero essere sedotte da demoni maschili. Le presunte streghe offrirono un nuovo genere di sfida all’Inquisizione, che precedentemente aveva perfezionato i suoi metodi su Catari e Valdesi, ma questi erano gruppi chiaramente definiti. Invece nelle accuse di adorazione satanica, orge e sacrifici umani, la sostanza dei delitti era piuttosto vacua e tutte le prove indicano che non vi fu alcuna ribellione. Alcuni di quelli perseguitati effettivamente praticavano rituali tradizionali e magia, ma per la maggior parte si trattava di circostanze sventurate. Nel tardo XVII e primo XVIII secolo, la stregomania si dissolse tanto quanto era apparsa, tranne in Spagna, che continuò fino alla seconda decade del XIX secolo. In tutto il resto d’Europa, la crescente consapevolezza che la s. fosse ormai incontrollabile emarginò l’Inquisizione. La maggior parte delle antiche tradizioni e dei culti sopravvissuti alla ruota dei torturatori impiegarono molti decenni ad affermare la loro presenza. Eppure, per una piccola minoranza spesso privilegiata, serbarono la loro attrattiva e l’abolizione della minaccia di persecuzione produsse un rinnovato interesse. Ad esempio in Francia, Madame de Montespan, l’amante di Luigi XIV, seguiva i consigli di una maga e prendeva parte a messe nere, il che provocò il bando dalla corte. Molti giovani abbienti dell’epoca si iscrivevano ai “club delle fiamme dell’inferno” apparentemente satanici disseminati nelle varie capitali europee all’inizio del XVIII secolo. Com’era attendibile, tutto ciò accadeva in un periodo di debolezza della presa del cristianesimo sugli uomini. Con la Rivoluzione francese, l’ordine politico legale e religioso dell’Europa cambiarono di botto. La gente si spostava dai villaggi alla città abbandonando le vecchie abitudini, la paura ancestrale di diavoli e spiriti, rivolgendosi a nuove ideologie politiche che tentavano di dare un senso alla nuova miseria, alle terribili condizioni in cui vivevano. L’autorità della Chiesa e il vecchio ordinamento si consolarono intravedendo dietro ai cambiamenti la mano del diavolo, che , nelle mani dei romantici, divenne un simbolo potente e positivo, liberato da catene bibliche o ecclesiastiche, metafora culturale e sociale. Il romanticismo, infatti, può essere visto come l’espressione di una ribellione da parte di scrittori e artisti, sia contro la tradizione morale cristiane, sia contro la scienza. L’incisore, artista e poeta Blake refrattario a Dio quanto elogiativo del diavolo. “Dio- scrisse Blake- è presente nelle più infime quanto nelle più elevate imprese”. Il processo di industrializzazione non era  una benedizione, ma una maledizione, infatti utilizzò il tradizionale linguaggio della Chiesa (“Gli oscuri, satanici macchinari”) per descrivere le fabbriche e i lavoratori oppressi. Tuttavia, quando volgeva la sua attenzione alla questione del male, non cercava di attribuirlo al diavolo, ma piuttosto di porlo all’interno della psiche umana.  In una delle sue opere più tarde, Blake rappresenta il diavolo non come un mostro o un’inquietante figura, ma come un vecchio dall’aria gentile: sembra che Cristo e Satana stiano dando vita insieme ad una strana danza, ognuno a rispecchiare i movimenti dell’altro, seguendo il filo della ambiguità. Sempre in epoca romantica, è presente anche in Lord Byron la stessa nota ambigua: Lucifero viene ritratto come un personaggio complesso, lodato per il sostegno a Caino nella lotta contro la tirannia, ma appartato a godere della sofferenza umana. Quando Lucifero e Caino disputano sul ruolo del serpente nel Giardino dell’Eden, il diavolo dichiara che dal serpente stesso derivano le sofferenze dell’umanità. Ciò che nel poema distingue Lucifero da Dio è la freddezza, la distanza e la mancanza di amore. Percy Shelley, come Byron un vociferante oppositore della religione organizzata, non credeva al diavolo e, raffigurandolo, rispettò la necessità di una figura satanica che agisse come simbolo del male, e, contemporaneamente, fosse un ribelle, un simbolo per chiunque desiderasse rovesciare l’ordine prestabilito. Il diavolo divenne l’eroe dei romantici, o anti-eroi e nel XIX secolo l’incanto romantico nei confronti di questa figura si diffuse oltre l’Inghilterra, nelle opere di De Chateaubriand, per il quale satana era un villano bramoso di sovvertire lo stato, e Hugo, per il quale il diavolo era un avvincente, iniquo, ma anche simpatico personaggio. Sul finire del XIX secolo, la realtà fisica di Satana venne sempre più screditata e molti lo consideravano abusato anche nel ruolo di metafora del male. All’alba del XX secolo, stavano guadagnando terreno spiegazioni al male del mondo più nuove ed astratte, filosofiche e politiche. La sua posizione è oggi simile a quella del parente malfamato dall’oscuro passato che i familiari, per timore di compromettersi in qualche modo, non possono completamente disconoscere, ma che preferirebbero non nominare. Il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, pubblicato nel 1994, non fa più che un frettoloso cenno a satana, “seducente voce” che adesca Adamo ed Eva, una forza temibile ma insignificante se paragonata a Dio, secondo la linea ufficiale monistica di un supremo, onnipotente creatore.

ESORCISMO

Il ministero dell’esorcismo illustra bene il ruolo perdurante, seppur minimizzato, del diavolo nel credo cattolico. La Chiesa mantiene una struttura di esorcisti diocesani, ma lo fa con più discrezione che in passato, in molte parti del mondo; specialmente in Europa e in Nord America vi è molta riluttanza a rivelare persino i nomi dei preti che nelle singole diocesi sono incaricati di questo compito. Dalle parole di Giovanni Paolo II: “La Chiesa non appoggia con leggerezza la tendenza ad attribuire troppe cose all’azione diretta del diavolo; tuttavia non si può negare il principio della capacità di Satana di giungere a simili estreme manifestazioni della sua superiorità sugli uomini nella volontà di fare e portare a fare il male”. Queste parole assumono un ben preciso significato in merito all’occasione in cui il pontefice polacco effettuò un rito di esorcismo, il primo papa ad averlo fatto in epoca moderna. Padre Gabriele Amorth, il principale esorcista della diocesi romana, non si tira indietro dal parlare del suo ministero e sostiene di avere praticato cinquantamila esorcismi, sostenendo che a Roma c’è molto più lavoro, perché è il centro della Chiesa, obiettivo degli attacchi più numerosi. Ritiene però che solo ottantaquattro casi, uno su cinquecento presunti, furono di vera possessione. Quando intraprende un esorcismo, sempre in presenza di personale medico, si notano subito dei segnali rivelatori. La persona può parlare lingue straniere che non conosce, o rivelare fatti segreti sui presenti, o esibire una forza fisica sovrannaturale. Padre Amorth individua quattro ambiti per le possessioni: la prima categoria comprende le vittime di incantesimi scagliati da chi fa il male con l’aiuto del diavolo, come le streghe che avevano un patto con satana, nella seconda categoria vi sono coloro che hanno trafficato in magia nera, per quanto innocentemente; nella terza vi sono i membri delle sette sataniche; nell’ultima, i prescelti da Dio per soffrire ed essere messi alla prova. Sembra di trovarsi ancora nel XIII secolo. La chiesa anglicana, invece, affronta il problema dell’esorcismo in modo molto più aperto di quella cattolica. L’esorcismo viene chiamato liberazione e ha un aspetto positivo, in quanto “estensione delle frontiere del regno di cristo e dimostrazione del potere della risurrezione di sconfiggere il male e rimpiazzarlo col bene”. Il suggerimento sembra essere che, se Cristo fosse vissuto in un’epoca medicalmente più progredita, forse non avrebbe parlato affatto di demoni. Il vero scopo di Cristo era di identificare il male nel mondo; solo perché il diavolo non è più, ai giorni nostri, una metafora accettata dalla maggioranza, non significa che si possa ignorare la presenza del male. Nella Chiesa anglicana, si approva l’esorcismo dei luoghi, sottolineando che l’interferenza dei demoni è frequente in luoghi sconsacrati, come i santuari in rovina, come anche in luoghi connessi a sedute spiritiche. Riguardo alle persone, il concetto di possessione demoniaca viene ritenuto di natura estremamente dubbia; si raccomanda a quelli che pensano di essere posseduti di parlare con un medico, di raddoppiare gli sforzi per condurre una vita cristiana e solo come stremo rimedio di cercare un prete, ma evitando le drammatiche procedure dell’esorcismo.

FONDAMENTALISMI  ED ESTREMISTI

Le Chiese principali parlano del male in modo astratto e cercano di incoraggiare un senso del peccato più personale. A raccogliere le vecchie linee cristiane tradizionali, pronte ad additare il diavolo come causa di tutti i problemi del mondo, vi sono alcuni religiosi, come il predicatore evangelico globale Graham, dei battisti del Sud. In un articolo del 1984 si legge: “il diavolo è reale ed esercita un potere e un’influenza enormi e blasfemi. Se avete bisogno di prove accendete la radio o la televisione, leggete un giornale. Come altro intendete spiegare la frequenza dei gesti di odio e violenza? Uomini e donne ragionevoli e sani di mente si comporterebbero così se non fossero in balia del male? Satana è uno spirito potente, molto intelligente e pieno di risorse”. Questo atteggiamento sta guadagnando terreno anche in Inghilterra attraverso il proselitismo dei fondamentalisti dei movimenti soprannominati “Chiesa in casa”. Addirittura ad una conferenza del movimento evangelico “Alba 2000” uno degli oratori consigliò al pubblico di controllare sempre il bagaglio quando tornavano da viaggi all’estero: c’era un serio pericolo che qualche demone straniero vi si introducesse. Le Chiese tradizionali collegano le azioni degli individui, come l’eccesso di consumi in Occidente, con l’aggressivo sfruttamento della natura; i fondamentalisti, invece, offrono un messaggio molto più antico: è il diavolo la causa di tutto. Una delle sette religiose più tenaci, nate negli anni settanta, quella dei “Moonies”, i sette milioni di seguaci del reverendo Moon, è arrivata al punto di sviluppare una sua versione del mito del diavolo. Si ha un approccio completamente nuovo all’Antico e al Nuovo Testamento e si propone l’esistenza di un legame emozionale tra l’arcangelo Lucifero ed Eva. La caduta fa del diavolo, di Adamo e di Eva, un trio satanico, tutti falsi profeti. Quando Caino uccide Abele, la personificazione del male uccide la personificazione del bene.

Questo attaccamento al diavolo fiorisce anche ai margini estremi dell’Islam. Il Corano dipinge Shaytan come un buffone, un fastidio marginale, ma vi sono ancora molti musulmani che credono negli esorcismi. Nella travagliata striscia di Gaza, i devoti musulmani ricorrono alle doti di uno sceicco per liberarsi dai demoni. Egli utilizza un contenitore di soluzione salina, vi pratica un foro al quale appone le labbra per sputarvi dentro dei versetti del Corano. Così dissolti nel liquido, i sacri versetti vengono applicati al braccio del posseduto e passano dentro al suo corpo, costringendo l spirito alla fuga; dall’alluce, pare, essendo questo l’unico punto del corpo da cui un demone possa uscire senza subire danni, secondo lo sceicco. Le donne sono ritenute più a rischio di possessione degli uomini, essendo considerate più deboli sia nel fisico che nella fede. Una volta che gli spiriti si insedino nei loro corpi, impediscono alle donne che li ospitano di venire ingravidate. Molti altri esorcisti usano metodi ben più violenti: utilizzano spesso bastoni per percuotere, convinti che il paziente non provi dolore, ma sia solo il demone a provarlo.

SUPERSTIZIONE DEI TEMPI MODERNI

Indipendentemente dalla sua sorte nelle chiese, il posto di Satana nella cultura popolare appare ben saldo. In quest’epoca post-cristiana, egli continua ad essere la metafora del male. Addirittura a volte l’influenza è così forte da avere riflessi pure su gruppi economicamente leader. La Procter&Gamble, una delle più potenti multinazionali, nel 1991 dovette modificare il proprio logo, che raffigurava la faccia dell’uomo sulla Luna e tredici stelle, accusato di suggerire il 666, il marchio del diavolo menzionato per la prima volta nel libro dell’Apocalisse. Addirittura in quel periodo, sempre negli USA, fu abolita la configurazione 666 sulle targhe automobilistiche. Evidentemente sono tentativi per avvicinare una parte di consumatori che, nei momenti di cedimento all’irrazionale continuano a tenersi alla larga da qualsiasi allusione al potere delle tenebre. La superstizione sopravvive in un’epoca che teoricamente considera il diavolo ridondante. Persino la legge è incline a rivolgersi al diavolo: a Denver, in Colorado, nel 1994, un giudice federale americano decretò che fosse consentito a un carcerato che scontava dieci anni per rapimento officiare riti satanici in cella. Si era sostenuto che il satanismo era una religione legittima; infine il giudice scrisse nella sentenza: “Dobbiamo riconoscere al diavolo ciò che gli è dovuto”. Il discorso più frequente su questi temi avviene nel contesto dei culti di nuova generazione, in cui c’è una forte propensione allo sviluppo di una mentalità di assedio; a vedere l’intero mondo contro di loro, attribuendo tale opposizione al diavolo, piuttosto che a qualsiasi fatto razionale. Alcuni culti possono portare a gravi rischi per la vita propria ed altrui: la morte nel Texas dei membri della Setta del Ramo davidico, o quella dei seguaci del Tempio del Popolo in Guyana, o il suicidio di massa dei membri dell’ordine del tempio del sole in Svizzera, nel 1944. Vi sono gruppi di occultisti che impiegano satana come una copertura alle loro personali sado-masochistiche attività, spesso psicopatiche ed illegali, i quali tendono ad essere isolati. Poi esistono i gruppi noti, che considerano il satanismo una religione e tentano di articolare delle teologie. Anche nella musica, nel genere heavy-metal, spesso vi sono utilizzo di simboli satanici per suscitare nei fan, per la maggior parte adolescenti, un sentimento di ribellione o di rifiuto dei segni convenzionali della massa. Numerosi e innumerevoli sono i casi di speculazione.

 

The picture of Dorian Gray    OSCAR WILDE

This story is profoundly allegorical:It’s a 19th-century version of the myth of Faust,the story of a man who sells his soul to the devil so that all his desires may be satisfied.

One of the most important source of inspiration was “ The temptation of Saint Antony” by Flaubert

This soul becomes the picture,that records the signs of experience,the corruption the horror and the sins concealed under the mask of Dorian’s beauty and youth.

The picture isn’t autonomous:it stands for the dark, evil side of Dorian’s personality. His double,which he tries to forget by locking the picture in a room.

The moral is that every excess must be punished and reality cannot be escaped; when Dorian destroys the picture,he cannot avoid the punishment for all his sins,that is death.

 

Ars diabolica

Ebbene sì, anche in storia dell’arte troviamo delle testimonianze di rappresentazioni del Diavolo. A dire il vero l’iconografia del Diavolo è pressoché nulla durante il periodo paleocristiano; il tema diventa molto sviluppato durante il Medioevo, soprattutto nella decorazione di capitelli. Il Diavolo viene rappresentato come un serpente dalla testa umana, di drago (vedi S. Michele a Pavia o S. Zeno a Verona), di leone (vedi Duomo di Modena o Duomo di Trento), di orso, di lupo, scorpione, corvo o gufo. Ma la figura più famosa nonché utilizzata è quella umana, orrida e terrificante,  che ricalca la forma dei satiri pagani o della Gorgogna: nudo (la nudità è il simbolo della degradazione), di figura mostruosa, dai tratti bestiali, con piedi di capra e tre volti a dir poco ripugnanti, al limite del grottesco;i suoi colori sono il rosso, il verde ed il nero; i suoi attributi sono l’uncino e la forca.

Durante il periodo rinascimentale, in cui sappiamo che “l’uomo è considerato fautore della storia e al centro dell’universo”, c’è una sorta di “riscoperta” della figura diabolica ora vista, come è facile da intuirsi, in modo meno bestiale poiché viene ridimensionata, umanizzata diventando, così,  decisamente più “dignitosa” rispetto al passato.

Si ricordino, come testimonianze del tempo, le opere più belle in cui la figura del Diavolo è sicuramente importante:

  • Su uno dei capitelli dell’Abbazia di Vezelay appare una delle più antiche raffigurazioni del Diavolo;
  • I Giudizi Universali di Conques, Chartes, Reims, Amiens, Bourges…(XII secolo);
  • Battistero di Firenze per il mosaico della cupola;
  • Duomo di Siena e Battistero di Pisa per i pulpiti del Pisano;
  • Le famose stampe di Durer;
  • Le raffigurazioni di Delacroix per il Faust;
  • Miniatura dell’ Hortus deliciarum (Parigi, Louvre);
  • L’Inferno nel Camposanto di Pisa (il Diavolo è qui raffigurato come un gigante con ali da pipistrello);
  • Dipinto di Goya “Le streghe adorano il gran caprone” (Madrid)

Hymne à la beauté

Viens-tu du ciel profond ou sors-tu de l’abime,
O Beauté! ton regard, infernal et divin,
Verse confusément le bienfait et le crime,
Et l’on peut pour cela te comparer au vin.

Tu contiens dans ton oeil le couchant et l’aurore;
Tu répands des parfums comme un soir orageux;
Tes baisers sont un philtre et ta bouche une amphore
Qui font le héros lache et l’enfant courageux.

Sors-tu du gouffre noir ou descends-tu des astres?
Le Destin charmé suit tes jupons comme un chien;
Tu sèmes au hasard la joie et les désastres,
Et tu gouvernes tout et ne réponds de rien.

Tu marches sur des morts, Beauté, dont tu te moques;
De tes bijoux l’Horreur n’est pas le moins charmant,
Et le Meurtre, parmi tes plus chères breloques,
Sur ton ventre orgueilleux danse amoureusement.

L’éphémère ébloui vole vers toi, chandelle,
Crépite, flambe et dit: Bénissons ce flambeau!
L’amoureux pantelant incliné sur sa belle
A l’air d’un moribond caressant son tombeau.

Que tu viennes du ciel ou du l’enfer, qu’importe,
O Beauté! monstre énorme, effrayant, ingénu!
Si ton oeil, ton souris, ton pied, m’ouvrent la porte
D’un Infini que j’aime et n’ai jamais connu?

De Satan ou de Dieu, qu’importe? Ange ou Sirène,
Qu’importe, si tu rends, -fée aux yeux de velours,
Rythme, parfum, lueur, o mon unique reine!-
L’univers moins hideux et les instants moins lourds?

 

Abel et Caïn

I

Race d’Abel, dors, bois et mange;
Dieu te sourit complaisamment.

Race de Caïn, dans la fange
Rampe et meurs misérablement.

Race d’Abel, ton sacrifice
Flatte le nez du Séraphin!

Race de Caïn, ton supplice
Aura-t-il jamais une fin?

Race d’Abel, vois tes semailles
Et ton bétail venir à bien;

Race de Caïn, tes entrailles
Hurlent la faim comme un vieux chien.

Race d’Abel, chauffe ton ventre
A ton foyer patriarcal;

Race de Caïn, dans ton antre
Tremble de froid, pauvre chacal!

Race d’Abel, aime et pullule!
Ton or fait aussi des petits.

Race de Caïn, coeur qui brûle,
Prends garde à ces grands appétits.

Race d’Abel, tu croîs et broutes
Comme les punaises des bois!

Race de Caïn, sur les routes
Traîne ta famille aux abois.

II

Ah! race d’Abel, ta charogne
Engraissera le sol fumant!

Race de Caïn, ta besogne
N’est pas faite suffisamment;

Race d’Abel, voici ta honte:
Le fer est vaincu par l’épieu!

Race de Caïn, au ciel monte,
Et sur la terre jette Dieu!

Le reniement de Saint Pierre

Che se ne fa Dio di quel fiotto d’anatemi
Che sale ogni giorno verso i suoi cari Serafini?
Come un tiranno rimpinzatosi di carni e di vini,
Egli s’addormenta al dolce brusio degl’insulti blasfemi.

I singhiozzi dei martiri e dei suppliziati
Sono certo suoni di una inebriante musicalità,
Se, nonostante il sangue che costa quella voluttà,
I cieli non se ne sono ancora saziati!

– Ah! Gesù, ricordati dell’Orto degli Ulivi!
Nella tua ingenuità tu pregavi inginocchiato
Colui che nel suo cielo rideva al suono cadenzato
Dei chiodi conficcati nelle tue carni vive,

Quando vedesti sputare sulla tua divinità
Guardie infami e servi delle cucine,
Quando sentisti penetrare le spine
Nel cranio in cui viveva l’immensa Umanità;

Quando il tuo corpo stremato dall’orribile travaglio
Che tendeva le tue braccia, quando il sangue
E il sudore grondavano dalla tua fronte esangue,
Quando di fronte a tutti stavi come un bersaglio,

Pensavi ancora ai giorni tanto radiosi e belli
In cui venisti ad adempiere alla promessa eterna,
E percorrevi, sopra una mite asina,
Le strade tutte cosparse di fiori e ramoscelli,

Quando, con il cuore gonfio di coraggio e di speranza,
Fustigavi quei vili mercanti con tutto il tuo vigore,
Quando, infine, fosti maestro? Il rimorso non pare
Esser penetrato nel tuo fianco più a fondo della lancia.

–          Quanto a me, andrò via soddisfatto
Da un mondo dove al sogno non può l’azione seguire;
Possa io usare la spada e di spada perire!
San Pietro ha rinnegato Gesù… bene ha fatto!

Albert Speer

Si tratta del “braccio destro” del Fuhrer, l’architetto del Terzo Reich.

Essendo un uomo dall’ambizione sfrenata, più volte aveva dichiarato: “Per una grande opera venderei l’anima al Diavolo, come il Faust”.

Goebbels, Ministro sotto il Terzo Reich, gli commissionò la ristrutturazione del palazzo neoclassico Leopold e da questo evento iniziò l’ascesa di Speer,sempre più in vista nell’ambiente nazista d’élite.

Nel 1933 Hitler salì al potere; il primo maggio di quell’anno fu proclamato festa nazionale, in conseguenza del qual fatto fu necessario organizzare un grandioso raduno,per cui fu incaricato proprio Speer di curarne la scenografia.

In quell’occasione, così si espresse Speer:  “Era una distesa immensa.Al centro di questa distesa,nel punto più alto,ho collocato Hitler.Tutti dovevano vederlo,tutti dovevano sentirlo…la piazza è come una grande femmina e il Fuhrer il suo uomo”.

I presenti da qualsiasi punto potevano ammirarlo: Hitler li sovrastava tutti. Proprio allora iniziò l’intesa perfetta tra i due.

Goebbels, visto il successo del raduno, nominò Speer responsabile ufficiale dei raduni del Terzo Reich.

Il 15 giugno del 33 lo presentò direttamente a Hitler,che così si espresse,in un tono che mai avrebbe usato in futuro con nessun altro:  “E’ un’anima che mi è affine”. E Speer di lui: “Tutto è cambiato. La mia vita è costantemente in uno stato di tensione”.

Un coincidenza funesta è alla base dell’ascesa di Speer: Trost, architetto di fiducia di Hitler, poco dopo quell’incontro folgorante,morì in un banale incidente stradale.Il successore fu appunto Speer, giovane di soli ventotto anni..

Nel 34 a Norimberga fu organizzano un altro grande raduno e Hitler gli commissionò il lavoro con queste parole: “Ora lei costruirà edifici quali non siamo abituati a vedere da 4000 anni.”

Il risultato fu ancora una volta esaltante,tanto che H.gli riservò aggettivi iperbolici:  “E’ il migliore di tutti.”

Ma una domanda a questo punto può nascere spontanea:perché in lui non è sorta l’invidia?

L’invidia che logorò H. nella sua vita era più profonda rispetto a quella comune, tanto da arrivare ad uno stadio patologico.

Hitler era affetto, secondo autorevoli studiosi del comportamento, da divisione della personalità; egli viveva solo una parte del suo Sé e tendeva a mettere il resto negli altri.

Il rapporto che si venne a creare con S. fu particolarmente profondo, in quanto quest’ultimo rappresentava la sua compensazione: anche H.sentiva in sé un’anima artistica, da giovane infatti dipingeva acquerelli, ma le sue opere, pur curate nei minimi dettagli e di tecnica ineccepibile, mancavano di estro ed originalità.non avendo ottenuto successo in campo artistico da giovane, proiettava in S.la mancata realizzazione dei suoi desideri, il che provocava in lui ammirazione insieme ad invidia.

Nel 36, in occasione dei Giochi Olimpici disputati in Germania, H.fece costruire a Norimberga uno stadio che arrivasse a contenere 400 000 persone per la cerimonia di chiusura del Giochi.

L’area ricoperta era di 16 km quadrati, per un totale di un volume edificato di 9 milioni di km cubici!

Lo stadio in questione doveva essere realizzato in stile neoclassico, a ferro di cavallo, ricoperto di granito rosso; doveva superare di tre volte la Piramide di Cheope. Il risultato fu proprio ciò che H.aveva in mente tanto da dire : “S.sa entrare nella mia anima come nessuno”.

Il lavoro successivo fu la costruzione di un rifugio tra le montagne bavaresi per il Fuhrer,che fosse intimo ed accogliente, “Come il nido dell’aquila”.

I collaboratori del F. insinuarono che S.avesse costruito quel rifugio anche per se stesso, in quanto vi era ospite fisso. Era l’unico a soggiornare negli appartamenti privati del F.

A volte litigavano e S.arrivava ad alzare la voce prima di andarsene,ma il cameriere del F. arrivava da lui con un biglietto del padrone  in cui gli diceva di volergli bene.

In seguito a questa indiscrezione, si è azzardata l’ipotesi di una relazione omosessuale tra i due.

L’8 maggio del 37, F. lo incaricò di edificare fin dalle fondamenta la nuova Berlino, destinata a divenire la capitale del nuovo mondo:”Berlino sarà il santuario della nazione”.

Il termine fissato da F. era per il 1950 quando,secondo la sua stima,le guerre sarebbero terminate.

Secondo i progetti,da ogni punto di Berlino si sarebbe potuta ammirare la colossale cupola del padiglione,che ospitava 180 000 persone e che,in linea con le dichiarazioni di esaltazione tipiche della propaganda nazista,avrebbe potuto contenere tre Cupole di S.Pietro.

Nel 38 cominciarono i lavori e fu lo stesso F. a porre la prima pietra:” Questa è la prima pietra per costruire la Casa del Commercio.Oggi decreto l’inizio dei lavori per erigere la grande Berlino”:

Per far questo,dovette requisire 100 000 appartamenti per poi ricostruirli e già in quest’occasione si manifestarono le tendenze razziste del F.

60 000 appartamenti erano di proprietà di famiglie ariane, le quali venero regolarmente risarcire economicamente, con in aggiunta la possibilità di avere un’altra casa.

Le restanti 40 000 famiglie di origine ebraica furono sfrattate senza alcun indennizzo.

Nei suoi discorsi, S.non faceva mai accenno agli Ebrei, non perché li elogiasse, ma perché voleva dimostrare indifferenza.

Durante il processo di Norimberga,in seguito alla disfatta tedesca, S.disse di non sapere niente riguardo i campi di concentramento, ma gli storici più screditati pensano il contrario.

Il 14 giugno del 40 Parigi fu conquistata dai Tedeschi e S. era lì, fianco a fianco con H.

E S. disse riguardo a quel momento: “Ho visto H.in uno stato di estasi,guardandolo mi sono commosso”.

Il 7 febbraio 1942,il Ministro degli Armamenti morì e questa seconda funerea coincidenza permise a S. di prendere il suo posto. Quindi a questo punto della sua carriera,si trovò ad incarnare le caratteristiche tipiche del Faust: bellezza,fama,onori,gloria e potere.

Nell’autunno del 42, la potenza del Reich arrivò al suo apice e “Il F.esige ogni sacrificio per costruire nuove armi. E noi lo giuriamo: aumenteremo oltre ogni misura la produzione bellica.”

“S., firmerò qualsiasi documento lei vorrà sottopormi”, il che dimostrò la cieca fiducia del F.nei confronti di S., il quale non deluse le sue aspettative.

La più grande fucina di armamenti mai prodotta prima d’allora fu realizzata in Germania:la produzione di aerei il un anno passo passò da 14 00 unità a 25 000;la produzione di sommergibili fu incrementata del 15% e le munizioni aumentarono del doppio.

In questo contesto in cui la guerra era il motore primo dell’economia del Paese,fu naturale per H.nominare S. Ministro dell’Economia e della Produzione Bellica.

I nemici di S. cominciarono a delinearsi:erano  gli altri dirigenti del Partito e se stesso,perché S.faceva sempre i conti con la realtà:credeva meno degli altri nella potenza maligna del Nazismo.

  1. ,per provare la sua fiducia,negli ultimi tempi si rivolgeva così spesso a lui: “Lei concorda con me che vinceremo la guerra?”,questo voleva essere un atto di fede incondizionata nelle future realizzazioni del disegno di H.

Ma S.,orgoglioso e schietto come sempre,così gli rispondeva:”No,mio F., non lo credo.”.

Nonostante questo suo atteggiamento supponente,la stima di H.nei suoi confronti rimase sempre la stessa e S. continuò a costruire”questa volta non per la gloria del Reich,ma per salvare quello che resta della Germania e del suo popolo.”.

Con questa affermazione,cominciò la costruzione di una fabbrica di armi in una zona impervia della Westfalia, in cui più di 20 00 uomini persero la vita nei stretti cunicoli sotterranei nei quali erano obbligati a lavorare in condizioni disumane.

Il 20 luglio del 44,un ordigno scoppiò vicino ad H.,che rimase illeso;questa  fu la tredicesima volta in cui H.riuscì a scampare ad un attentato e così commentava questo strano fatto “ è stata la Provvidenza”.

I promotori dell’attentato furono arrestati e condannati a morte e H. trovò dei documenti nei quali erano segnati nomi illustri di personaggi coinvolti nell’accaduto,tra i quali era compreso S.,con una nota che diceva “ da convincere”.

Ancora una volta H.lo perdonò.

Siamo nel gennaio del 45:a Est l’Armata Rossa di Stalin era alle porte dell’Impero e ad Ovest vi erano le truppe alleate di Eisenhower.

Come nel “ Crepuscolo degli Dei”,H. proclamò che “La Germania morrà piuttosto che arrendersi”.

Precedentemente in un convegno aveva affermato “Se il popolo tedesco dovesse uscire sconfitto,vorrebbe dire che è stato troppo debole e non è riuscito a superare le prove che la Storia gli ha imposto.Se è così,allora è un popolo che merita di morire.I nemici si impadroniranno solo di un cumulo di macerie.”.

Fedele al suo credo,ogni edificio di valore storico venne distrutto e S. era attonito di fronte a questo inaspettato ordine,” H. è diventato pazzo.”Addirittura H. si lasciò convincere da S. ad annullare l’ordine di distruggere completamente l’apparato produttivo del Paese.

Il 12 aprile del 45,si assistette all’ultima grande rappresentazione organizzata da H.,per concludere in maniera solenne ed iperbolica la favola del Reich.Fu organizzato il concerto dal titolo “ Crepuscolo degli Dei “ di Wagner.

I giovani nazisti all’uscita del teatro distribuirono capsule di cianuro( in un delirio satanico che si potrà trovare anche molto più avanti in sette demoniache in ogni parte del mondo)per invogliare al suicidio di massa.

Il 15 aprile ,l’Armata Rossa lanciò l’offensiva finale contro Berlino e H.fu imprigionato.

Cinque giorni dopo,S.decise di rivederlo per l’ultima volta e,in preda ad un delirio,rischiando la sua vita,requisì un piccolo aereo,volò sopra le macerie di Berlino,riuscendo a raggiungere il caro amico per l’estremo saluto.

  1. gli si confessò , ma H. aveva uno sguardo vitreo e sembrava non ascoltarlo;al termine del discorso,H. aveva gli occhi velati di lacrime.
  2. gli consegnò una foto con la dedica “ All’amico di sempre”.

Il 22 aprile alle 4 di mattina,H. morì suicidandosi( a quanto pare) nel suo bunker.

Durante il processo di Norimberga,S.si dichiarò colpevole e fu condannato a vent’anni di reclusione.

Morì a Londra nell’81.

Di lui dissero” è stato solo l’architetto del Diavolo.Mentre per H. rappresentò l’incarnazione del perfetto ariano,ossia,come dalle sue parole:” Agile,slanciato e vivace come un levriero,coriaceo come il cuoio,duro come l’acciaio Krupp”.

Perché in H. troviamo così tanta violenza?Come possiamo spiegare lo sterminio di interi gruppi etnici,ebrei in primis, e di migliaia di handicappati? Sconcertanti nella loro cruda evidenza sono molti aspetti che sembrano accomunare la personalità di H. col Diavolo.

Consapevole di queste coincidenza,Pio XII tentò più volte di praticare esorcismi a distanza su H.ma invano,perché quest’ultimo non era disposto a collaborare.

“Qualunque cosa succederà,il mio cuore rimarrà di ghiaccio”.Questa affermazione di H.può essere avvicinata alle leggende medioevali che volevano che il fondo dell’Inferno fosse di ghiaccio,e il seme e il sesso del male fossero ricoperti allo stesso modo dal ghiaccio.

Il secondo punto di contatto è individuato dal fuoco,emblema del diavolo dell’inferno e rappresentato nelle vicende di H. dall’incendio del Reichstag e del suo incendio del corpo.

Il terzo punto è il lupo:da giovane,usava farsi chiamare col soprannome di “ er wolf”,inoltre i suoi animali preferiti erano i lupi alsaziani,quand’era nervoso,recitava una filastrocca che s’intitolava “ Chi ha paura del lupo cattivo?”;chiamava le S.S.” Il mio branco di lupi”.

Anche la sua condotta sessuale era perversa:incesto,abuso di minorenni,coprofilia,istigazione al suicidio sono fatti che si ritrovano nella sua esistenza.

Inoltre,i suoi stretti collaboratori erano caratterizzati da deformità fisiche,come il piede caprino,o abitudini illecite e immorali,come l’abuso di morfina,abitudine al sadismo , tendenze paranoiche e abuso di alcool cronico.

Winston Churchill,avvezzo a consultare veggenti,intuì che nelle strategie di H. si celavano comportamenti occulti.

Rintracciò il più importante satanista del tempo,Kroegli,assiduo frequentatore di Stonehenge,il quale si intrufolò tra i collaboratori di H.,spiandone le mosse e riferendole poi a Churchill.

H.soffriva di allucinazioni e aveva un visitatore notturno dal quale era attratto ma anche atterrito.

Ekhart,grande maestro dell’occulto,fu il padre spirituale del F. e così si espresse nei suoi riguardi.” Seguite H.,lui danzerà,ma sono stato io a scrivere la musica”…” Io ho influenzato la Storia più di qualunque altro tedesco”..” A H. abbiamo dato i mezzi per comunicare con loro”  Loro chi?Demoni?Spiriti?

 

 

l’Anticristo – Nietzsche

L’opera si presenta come il definitivo punto di rottura che si crea tra l’autore e il cristianesimo, considerata come la religione della compassione. La critica spietata mossa alla religione si rivela alla fine dell’opera come la realizzazione della “tra svalutazione dei valori” sia religiosi che morali. L’ateismo radicale di N. prevede che i deplorevoli effetti e l’impostazione nichilista della morale della religione siano già impliciti nella loro origine, attaccando direttamente il concetto di Dio che si è andato a formare nel mondo moderno.

La critica si sviluppa su diversi punti che analizzano i vari aspetti della religione e della morale:

la religione stessa supportata dalla compassione e da valori che portano inevitabilmente alla décadence e alla formazione di un uomo dalla personalità debole

le origini del Cristianesimo visto come prosecuzione e sviluppo dell’Ebraismo, falsificate attraverso l’opera di Paolo di Tarso e all’interpretazione sbagliata che i Vangeli hanno praticato della figura di Cristo

la filosofia tedesca (Liebniz, Kant, Lutero) considerata nient’altro che una nullità e vista come motivo principale della sopravvivenza del Cristianesimo

la Chiesa che attraverso l’azione dei preti riesce a dominare la popolazione: i preti sono gli ideatori del peccato, la negazione della scienza, la causa principale di guerre e malattie, viste come mezzo per impedire all’uomo di pensare, di conoscere

la morale tradizionale con i suoi valori che ha portato alla negazione della verità e all’affermazione di una morale di schiavitù opposta al codice di Mani che afferma una morale aristocratica impregnata di valori positivi.

L’intera produzione letteraria di N. deve essere inserita all’interno della corrente di pensiero decadente. Nato alla fine dell’ottocento, il Decadentismo rivendica la centralità dell’uomo come soggetto e ne analizza la profonda crisi di valori che lo affligge e lo porta inevitabilmente verso l’irrazionalità. L’uomo di fine secolo si trova privo di una eredità storica che sia in grado di spiegare la sua vita e i suoi valori fino a questo momento portati avanti dalla società (cristianesimo, idealismo, positivismo) vengono meno. L’opera vuole mettere i risalto come l’uomo, durante il corso della storia sia andato a costruirsi dei valori che lo hanno allontanato dalla sua esistenza e dalla realtà. All’interno dell’opera ricorrono insistentemente gli aspetti fondamentali della concezione di N.:

il nichilismo, inteso come il ridurre a niente la vita, accettando il Cristianesimo, rinunciare alla ricerca del potere, reprimendo gli istinti che portano al miglioramento, intralciando la selezione naturale

la tra svalutazione dei valori, che giunge a compimento attraverso l’affermazione dell’ateismo,la negazione del Cristianesimo come presa di coscienza che la fede in Dio è in declino

l’affermazione del Superuomo, che avviene con la proclamazione della legge contro il Cristianesimo

la rivalutazione della scienza come mezzo antitetico all’imposizione ai valori cristiani e come mezzo di riscatto dell’uomo contro i preti

l’affermazione di una morale aristocratica nei confronti di una morale di schiavitù

l’eterno ritorno dell’eguale che emerge dalla lotta tra l’uomo antico e quello moderno giudicato e sconfitto dal primo. L’analisi della civiltà classica fa emergere tutti i valori positivi che in essa erano presenti, la nobiltà dell’istinto, il gusto, l’indagine metodica (metodo scientifico), la volontà dell’avvenire umano.

Esistono diversi collegamenti che riportano della analogie con autori e correnti filosofiche precedenti:

viene citato Aristotele, poiché il filosofo greco individuava nella compassione uno stato morboso pericoloso che andava aggredito attraverso l’utilizzo della tragedia

il buddismo è considerato come l’unica religione positivistica  della storia, “cento volte più realistico del Cristianesimo”; la sua dottrina sostituisce la concezione di peccato con quella di dolore, superato in termini pratici (vita all’aperto, moderazione dei cibi, cautela verso gli alcolici). Esso ha come meta suprema il raggiungimento della serenità, la quiete, l’assenza di desideri e questa meta si raggiunge.

Molto più numerose sono le divergenze che vengono evidenziate:

Kant viene attaccato soprattutto sotto il punto di vista della morale. Secondo N. una qualsiasi legge morale deve essere personale, “nostra personalissima legittima difesa e stretta necessità”, mentre la morale kantiana prevedeva l’imposizione di un imperativo categorico impersonale, considerato “la ricetta delle décadence e persino dell’idiotismo”. Lo stesso concetto racchiuso nella ragione pratica viene definito come un tentativo di scientificizzare la corruzione, la mancanza di coscienza intellettuale

Sant’Agostino è citato come esempio per criticare i padri della Chiesa, attraverso i quali si è compiuto il “dissanguamento” del mondo classico ed è stato portato in alto tutto ciò che è miserabile, sofferente di se stesso

la filosofia tedesca attaccata da N. comprende diverse correnti filosofiche, dal razionalismo di Leibniz, all’idealismo hegeliano, alla riforma protestante attuata da Liutero. In esse N. vede la principale causa della continuazione del Cristianesimo e per questo vuole annullarle. In particolare, Lutero viene attaccato perché ha accusato la Chiesa e ha attuato la sua riforma proprio nel momento in cui “sul seggio papale non stava più l’antica corruzione”, durante il Rinascimento, considerato l’unico momento storico che ha cercato l’affermazione dei valori aristocratici, la tra svalutazione dei valori cristiani. Hegel è invece attaccato in quanto la sua opera ha tentato di risanare la rottura che si è creata tra Cristianesimo e mondo moderno , perciò è considerato un ostacolo al compimento dell’ateismo, quindi perciò deve essere eliminato.

Un aspetto della realtà contemporanea che trova indubbiamente riscontro all’interno dell’opera è la contrapposizione esistente tra scienza e religione. Anche se l’autore nella sua spietata critica estremizza tale concetto, la base su cui poggia è ancora oggi valida. La religione, fondandosi sul concetto di fede, preclude la possibilità di una conoscenza scientifica.”se questo Dio dei cristiani ci venisse dimostrato crederemmo ancora meno in lui”, per cui “l’uomo non deve pensare”, non deve conoscere. Risultano impensabili nella concezione moderna quelle parti delle teorie di N. che sonno state erroneamente ricondotte al pensiero nazista, mentre si rifacevano al concetto di Superuomo, l’espressione della volontà di potenza, del dire di sì alla vita (“i deboli e i malriusciti devono perire: questo è il principio del nostro amore. E a tale scopo si deve essere loro anche di aiuto”).

 

A SATANA G. Carducci – 1863

A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;                     4

Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla;                            8

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D’amor parole,                         12

E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;                     16

A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.                         20

Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!                24

Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele                                28

Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.                   32

Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.                     36

Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,                        40

Sol vive Satana.
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,                   44

O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.                    48

Brilla de’ grappoli
Nel lieto sangue,
Per cui la rapida
Gioia non langue,                    52

Che la fuggevole
Vita ristora,
Che il dolor proroga
Che amor ne incora.               56

Tu spiri, o Satana,
Nel verso mio,
Se dal sen rompemi
Sfidando il dio                         60

De’ rei pontefici,
De’ re crüenti:
E come fulmine
Scuoti le menti.                        64

A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,                            68

Quando le ioniche
Aure serene
Beò la Venere
Anadiomene.                            72

A te del Libano
Fremean le piante,
De l’alma Cipride
Risorto amante:                       76

A te ferveano
Le danze e i cori,
A te i virginei
Candidi amori,                        80

Tra le odorifere
Palme d’Idume,
Dove biancheggiano
Le ciprie spume.                     84

Che val se barbaro
Il nazareno
Furor de l’agapi
Dal rito osceno                        88

Con sacra fiaccola
I templi t’arse
E i sogni argolici
A terra sparse?                          92

Te accolse profugo
Tra gli dèi lari
La plebe memore
Ne i casolari.                             96

Quindi un femineo
Sen palpitante
Empiendo, fervido
Nume ed amante,                   100

La strega pallida
D’eterna cura
Volgi a soccorrere
L’egra natura.                           104

Tu a l’occhio immobile
De l’alchimista,
Tu de l’indocile
Mago a la vista,                         108

Del chiostro torpido
Oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi
cieli novelli.                               112

A la Tebaide
Te ne le cose
Fuggendo, il monaco
Triste s’ascose.                         116

O dal tuo tramite
Alma divisa,
Benigno è Satana;
Ecco Eloisa.                              120

In van ti maceri
Ne l’aspro sacco:
Il verso ei mormora
Di Maro e Flacco                     124

Tra la davidica
Nenia ed il pianto;
E, forme delfiche,
A te da canto,                           128

Rosee ne l’orrida
Compagnia nera,
Mena Licoride,
Mena Glicera.                          132

Ma d’altre imagini
D’età più bella
Talor si popola
L’insonne cella.                      136

Ei, da le pagine
Di Livio, ardenti
Tribuni, consoli,
Turbe frementi                      140

Sveglia; e fantastico
D’italo orgoglio
Te spinge, o monaco,
Su ’l Campidoglio                 144

E voi, che il rabido
Rogo non strusse,
Voci fatidiche,
Wicleff ed Husse,                 148

A l’aura il vigile
grido mandate:
S’innova il secolo
Piena è l’etade.                     152

E già già tremano
Mitre e corone:
Dal chiostro brontola
La ribellione,                        156

E pugna e prèdica
Sotto la stola
Di fra’ Girolamo
Savonarola.                          160

Gittò la tonaca
Martin Lutero:
Gitta i tuoi vincoli,
Uman pensiero,                  164

E splendi e folgora
Di fiamme cinto;
Materia, inalzati:
Satana ha vinto.                 168

Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:                     172

Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;                    176

Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;               180

Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,           184

Come di turbine
L’alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.                 188

Passa benefico
Di loco in loco
Su l’infrenabile
Carro del foco.                     192

Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!                       196

Sacri a te salgano
Gl’incensi e i vóti!
Hai vinto il Geova
De i sacerdoti.                      200

Fu composto nel settembre 1863 e fu pubblicato nel novembre 1865. Fonti: Michelet, Quinet, Proudon

I temi dell’opera sono:

Carducci stesso diede un giudizio molto severo a questa sua opera definendola una “chitarronata”. E’ un documento in realtà molto importante nel suo sistema di idee e di una tendenza della cultura e della mentalità contemporanee.

Mentre dai reazionari ogni aspetto della modernità era condannato come prodotto di Satana, Carducci rovescia questa concezione polemicamente in positivo, celebrando la figura di Satana. Le cose che i reazionari esecrano come opera del demonio, per Carducci sono gli aspetti più positivi della vita.

Si compendia il trionfo del progresso, nel simbolo della macchina, la locomotiva.

Abbiamo una concezione contrapposta a quella del cristianesimo , che per Carducci nega i beni del mondo, la bellezza artistica, il progresso. Satana trionfava nel mondo pagano, fu poi cacciato dal Cristianesimo, ma la sua funzione fu tenuta in vita dagli eretici e dai liberi pensatori. Oggi la forza della ragione e del progresso ha di nuovo vinto ogni oscurantismo e dogmatismo, cancellando l’oppressione religiosa.

Questo paganesimo democratico e progressista si riveste di forma classicheggiante: il poeta riprende il lessico aulico, la sintassi latineggiante ed i riferimenti dotti ed eruditi

AD ARIMANE  – G.Leopardi

AD ARIMANE (TESTO)

(1835)

     Re delle cose, autor del mondo, arcana
malvagità, sommo potere e somma
intelligenza, eterno
dator de’ mali e reggitor del moto,

io non so se questo ti faccia felice; ma mira e godi, ecc., contemplando eternamente, ecc.

Produzione e distruzione, ecc. Per uccider partorisce, ecc. Sistema del mondo, tutto patimenti. Natura è come un bambino, che disfa subito il fatto. Vecchiezza. Noia o passioni piene di dolore e disperazioni: Amore.

I selvaggi e le tribù primitive, sotto diverse forme, non riconoscono che te. Ma i popoli civili, ecc.

Te con diversi nomi il volgo appella
Fato, Natura e Dio.

Ma tu sei Arimane, tu quello che, ecc.

E il mondo civile t’invoca.

Taccio le tempeste, le pesti, ecc., tuoi doni, ché altro non sai donare. Tu dai gli ardori e i ghiacci.

E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione. Ma l’opra tua rimane immutabile, perché per natura dell’uomo sempre regneranno l’ardimento e l’inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro, e la fortuna sarà nemica al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo, e il giusto e il debole sarà oppresso, ecc. ecc.

Vivi, Arimane, e trionfi, e sempre trionferai.

Invidia dagli antichi attribuita agli dèi verso gli uomini.

Animali destinati in cibo. Serpente boa. Nume pietoso, ecc.

Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? l’amore? per travagliarci col desiderio, con confronto degli altri e del tempo nostro passato, ecc.?

Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie, ecc. Tua lode sani il pianto, testimonio del nostro patire. Pianto da me per certo tu non avrai : ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà, ecc.

Ma io non mi rassegnerò, ecc.

Se mai grazia fu chiesta ad Arimane, ecc., concedimi ch’io non passi il settimo lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, ecc., l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quello che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte. (Non ti chiedo ricchezze, ecc., non amore, sola causa degna di vivere, ecc.). Non posso, non posso più della vita.

COMMENTO

Di questo inno è sicuro terminus ante quem il 29 giugno 1933 (cfr. l’accenno al settimo lustro nell’ultimo paragrafo). Ed è in effetti legato a filo doppio con alcuni componimenti coevi, del cosiddetto ciclo di Aspasia e dei successivi. A ben considerare non può essere sbrigativamente definito solo un abbozzo, se è vero che un sensibilissimo lettore leopardiano quale è il grande Carmelo Bene è riuscito a darne una squisita ed irrequieta interpretazione. Il dettato è comunque comprensibile, e anche la sibillina allusione al serpente boa si spiega con la nota autografa al v. 34 della Palinodia.

     Nella religione persiana antica Arimane è il principio del male, contrapposto al benefico dio supremo, Ahura-Mazdah. Una concezione religiosa che, ripresa dal manicheismo, è rifluita, sotto diverse forme, fino ai giorni nostri. Secondo Fubini il Leopardi ne avrebbe tratto il nome dal Manfredo del Byron. O, più dubitativamente, dal voltairiano Poème sur le désastre de Lisbonne (ipotesi dell’Antonioni). Anch’io ritengo che alla base ci sia Voltaire, ma soprattutto quel Voltaire che cita Arimane nel Dictionnaire Philosophique, alla voce Bien, Tout est bien. Più che la citazione in sé, suggestivo è quanto si trova verso la fine della voce stessa: “Quel sistema del Tutto è bene rappresenta in sostanza il Creatore come un re potente e malvagio, che non si preoccupa se debban perire quattro o cinquecentomila uomini, e gli altri trascinar la loro vita nella carestia e nei dolori, purché egli possa venire a termine dei suoi progetti” (trad. a cura di M. Bonfantini). Come che sia il tutto venne puntualmente ripreso e meditato nello Zibaldone, pp. 4174 ss., pagine che di nuovo presentano ascendenze, anche lessicali (per es. “sistemi”, “mondi”, “patimento”), a questo inno.

    1 – “Oromaze”, alla greca, lo chiamava Antonio Ranieri, e probabilmente lo stesso Leopardi, che appare ispiratore di quanto il napoletano scriverà, nel ’45, all’inizio della Notizia che accompagna l’edizione lemonnieriana dei Canti, e che è altro passo non citato, ma rilevante, a gettare un filo di luce non solo su questo inno, ma probabilmente anche sull’intima natura del pessimismo leopardiano: “Il grande ingegno consta di due elementi quasi incompatibili, una gran fantasia e un gran raziocinio […] Ma con que’ due elementi era congiunto un terzo, la malattia, il dolore, la parte piú inesplicabile dell’inesplicabile mistero dell’universo. Laonde, sferzato da un tanto flagello, egli ne domandò la spiegazione […] prima agli altri e poi a se stesso; e questa perpetua ed insaziabile interrogazione è il pensiero a un tempo dominante ed occulto de’ suoi scritti. In nessun uomo non fu mai scorto piú sensibilmente l’innesto terribile di que’ due principii che diedero agli uomini il primo concetto d’Oromaze e d’Arimane; il maggior bene, l’intelletto, commisto col maggior male, il dolore. Egli si valse del primo a manifestare il secondo, e cantò, per cosí dire, l’inferno colle melodie del paradiso”. Non può non venire in mente la celeberrima lettera al Giordani (Recanati, 8 agosto 1817): “A me il pensiero ha dato per lunghissimo tempo e dà tali martirii, per questo solo che m’ha avuto sempre e m’ha intieramente in balia (e vi ripeto, senza alcun desiderio) che m’ha pregiudicato evidentemente, e m’ucciderà se io prima non muterò condizione”.

 

E’ il 1945, la seconda guerra mondiale è giunta al termine e Donald Edwin King (di origini scozzesi-irlandesi), capitano della Marina Mercantile, può finalmente far ritorno a casa dove lo aspetta Nellie Ruth Pillsbury King la donna sposata sei anni prima (1939), all’età di venticinque anni lui, di ventisei lei. Qualche tempo dopo, esattamente il 14 settembre del 1945, i due adottano il neonato David Victor. Due anni dopo, dopo essersi trasferiti a Scarborough, il 21 settembre 1947, al Maine General Hospital di Portland, Nellie dà alla luce Stephen Edwin. Nel 1949, però, qualcosa non funziona più. Donald esce per quella passeggiata dalla quale non farà più ritorno. Nellie Ruth si ritrova con due bambini da allevare da sola. Steve già all’età di sette anni è affascinato “dal lato oscuro dell’uomo”: nascono così le serate dedicate a Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mister Hyde di Stevenson. Il genere horror ha già attraversato la strada del piccolo Stephen: a soli quattro anni , contravvenendo ad un divieto materno, era strisciato fuori dal suo letto fin dietro la porta della stanza in cui c’era la radio, riuscendo ad ascoltare l’adattamento del racconto Mars Is Heaven di Ray Bradbury, che gli provoca una tale impressione da non consentirgli più di dormire nel suo letto, ma nel corridoio, “dove la luce vera e razionale della lampadina del bagno poteva illuminarmi la faccia”.Presto Stephen comincia a leggere per conto suo tutto ciò che gli è possibile procurarsi. A quattro anni risale l’episodio che rappresenta l’autentico (e nascosto) trauma della sua vita. Uscito a giocare a casa di un vicino, era tornato dalla madre un’ora dopo col viso bianco come un fantasma, rimanendo silenzioso per tutto il giorno. Venne fuori che il bambino con cui stava giocando era stato travolto da un treno merci. Nel 1954 esce Il mostro della laguna nera, il primo film che Stephen vede, manco a dirlo, in un drive-in. Del film si trovano tracce nel primo tentativo letterario del giovane scrittore in erba (anni ’54-’55): in esso un dinosauro terrorizza la città, ma uno scienziato risolve la situazione.In questo breve racconto ci sono già alcuni elementi che King svilupperà in seguito. Nel 1958 traslocano a Durham (da cui Stephen, a quanto dice lui stesso, ha tratto l’ispirazione per Castel Rock, la cittadina “protagonista” di diversi suoi romanzi il cui nome deriva da “Il signore delle mosche” di William Golding), una cittadina nello stato del Maine, dove Nellie deve prendersi cura degli anziani genitori. Per il suo undicesimo compleanno (1958) S.K. riceve in regalo una vecchia macchina da scrivere, una Underwood da ufficio. A causa del lavoro a cui Stephen la sottopone, la macchina perde la n, seguita subito dalla t e dalla e (ricordate la Underwood di Paul Sheldon in Misery?). Le sue capacità percettive diventano il suo biglietto di sola andata verso l’immaginazione. E per questo viaggio trova un veicolo inaspettato, situato a nemmeno mezzo chilometro da casa sua, nella casa in mattoni di zia Ethelyn, la sorella della madre, e zio Oren. Nella soffitta Stephen incontra anche il ricordo di suo padre a dieci anni circa dalla scomparsa. Fino a quel momento di lui Stephen sa solo quello che è trapelato dai racconti materni: che era un girovago, un capitano mercantile che in seguito aveva attraversato il Midwest in lungo e in largo per vendere elettrodomestici porta a porta. Donald King, però, era stato anche un aspirante scrittore con un vero interesse per la fantascienza e l’orrore. Quella scatola colma di storie è quindi l’eredità più preziosa che poteva aspettarsi da un padre che, in fondo, non era mai esistito, un padre la cui immagine non aveva avuto il tempo di acquistare una realtà tangibile. Nel 1959 arriva anche l’esperienza giornalistica: David, il fratello maggiore, inizia a pubblicare un giornale fatto in casa. Titolo: “Dave’s Rag” (letteralmente “Lo straccio di Dave”). Il primo numero esce con una tiratura di due copie, ma dopo l’acquisto di un mimeografo (apparecchio simile al ciclostile) le copie salgono a venti. Si deve comunque arrivare al 1962 perchè Stephen cominci ad inviare i suoi racconti brevi alle riviste di fantascienza, anche se i suoi sono per lo più racconti horror. Risultato di questo lavoro: molte lettere di rifiuto da parte delle riviste e degli editori a cui il giovane aveva mandato i racconti.Stephen si deprime, ma per poco. A dieci chilometri a nord-est di Durham si trova Lisbon Falls, dove Stephen inizia nel 1962 la Lisbon High School. Logicamente il suo talento di scrittore non passa inosservato: ciò avviene con la pubblicazione in proprio di “Village Vomit”, nel quale Stephen pone in ridicolo insegnanti e istituzioni. L’amministrazione è costretta a mettere il suo talento al servizio di una pubblicazione più ‘costruttiva’, il giornale locale “Lisbon Enterprise”: qui Stephen si occuperà di tutti gli sport praticati dalle giovani promesse sportive della scuola. Finalmente nel 1965 ecco la prima pubblicazione ufficiale: la fanzine “Comics Review” gli pubblica I Was a Teenage Grave Robber. Rispetto al racconto precedente, questo presenta una lunghezza doppia e una valenza immaginativa di livello superiore, oltre all’uso della prima persona nella narrazione degli eventi. Può essere considerata la prima prova concreta dell’abilità di King. Grossolano nello stile e involontariamente comico, questo racconto delle origini dimostra già le doti di una vivida immaginazione portata all’esagerazione. Risale all’estate ’66 (successiva a quella della maturità) la prima opera letterariamente meditata: si tratta di Getting It On (diventerà poi Rage e pubblicato nel ’77 con lo pseudonimo Bachman). Nell’autunno del 1966 Steve King entra all’Università del Maine con sede a Orono. Gli inizi sono tutti in salita, a causa anche della sua timidezza.Il primo anno si iscrive ai corsi di geologia, storia, sociologia e di tecnica oratoria in pubblico, ma è nella sua prima composizione in classe che si distingue, facendosi notare dall’insegnante, il professor Jim Bishop, il primo che ne riconosce il valore di scrittore. Nell’estate ’67, King porta a compimento il racconto breve The Glass Floor (che gli frutta 35 dollari). Pochi mesi dopo è la volta del romanzo The Long Walk (La lunga marcia) che viene sottoposto al giudizio di Burton Hatlen. Dal febbraio ’69 King inizia a tenere uno spazio fisso sulla rivista “The Maine Campus”, una rubrica chiamata “King’s Garbage Truck”. L’anno in cui finisce gli studi universitari non &grave certo dei migliori per Steve, se si eccettua l’incontro con Tabitha Jane Spruce, poetessa e scrittrice laureanda in storia, che il 2 gennaio 1971, a Old Town, diventa la signora King (la sua prima pubblicazione risale al 1983, Small World). Il 5 giugno 1970 King si diploma, ottenendo il Bachelor of Science in English.Nell’estate 1970, nel suo nuovo appartamento di Orono, King lavora a Slade, racconto western che apparirà poi in otto puntate su “The Maine Campus”. Nell’autunno del 1971, King ottiene un posto di insegnante, poco pagato ma sicuro, resosi disponibile presso la Hampden Academy, Maine. Nel ’71 nasce la primogenita della famiglia King, Naomi Rachel. L’anno successivo l’arrivo del secondogenito Joseph Hillstrom (il terzo è Owen Phillip) aggiunge ulteriori spese nel bilancio familiare. I guai cominciano ad accavallarsi: la famiglia King non Può pagare tutte le bollette, e il primo a essere sacrificato è il telefono; poco dopo è il turno della loro auto. King comincia a pensare che forse il suo sogno di diventare scrittore è pura follia. A sua insaputa, i tempi stanno invece maturando. Nel gennaio 1973 King sottopone Carrie al giudizio di William Thompson della Doubleday. Marzo 1973: la perseveranza di King viene premiata con un assegno di 2.500 dollari in acconto per la pubblicazione di Carrie. Ed è solo l’inizio. Nel maggio dello stesso anno Stephen riceve la notizia che la Doubleday ha venduto i diritti di Carrie alla New American Library per 400.000 dollari, metà dei quali erano suoi di diritto. Da qui´ in poi Stephen pubblichera´ circa 50 romanzi tra cui:Shining, La zona morta, L´occhio del male,La meta´ oscura, Quattro dopo mezzanotte, Cose preziose, Incubi e deliri, Il miglio verde e La bambina che amava Tom Gordon.

 

Edgar Allan Poe: rimasto orfano a soli 2 anni fu allevato dalla zio da cui prese il cognome Allen aggiunto al proprio. Si iscrisse alla Virginia University nel 1926 dalla quale venne presto espulso per le sue attitudini all’ alcol e al gioco d’azzardo. Nel ’27 tornò a Boston dove iniziò l’esistenza difficile di scrittore e poeta “maledetto”. Alla fine del 1829 si trasferisce a Baltimora da una zia, che lo manterrà per tutta la vita, ed ha modo di pubblicare una seconda raccolta di versi. Nel 1830 decide di nuovo di intraprendere la vita militare e si iscrive all’Accademia di West Point, da dove però sarà ben presto espulso per il suo rifiuto di sottomettersi alla rigida disciplina che vi impera. Nel 1831 è a New York, dove, grazie all’aiuto di alcuni suoi amici di West Point, pubblica la terza raccolta di poesia, Poems. Ritorna a Baltimora. Sul giornale locale The Courier pubblica i suoi primi cinque racconti: Metzengerstein, The Duc of l’Omelette (Il Duca dell’Omelette), A Tale of Jerusalem (Racconto di Gerusalemme), A decided Loss (Una perdita decisa), The Bargain Lost (L’affare perso). Per il racconto M.S. Found in a Bottle (Manoscritto trovato in una bottiglia), pubblicato sul Baltimora Saturday Visiter, nel 1835, vince un premio di cento dollari. Nel frattempo lavora nella redazione del Southern Literary Messenger, dove ben presto per le sue eccezionali doti di giornalista, viene promosso vicedirettore. Il 22 settembre dello stesso anno sposa a Richmond la cugina Virginia Clemm, appena quattordicenne. Nel 1838 pubblica il suo primo ed unico romanzo The Narrative of Arthur Gordon Pym (La storia di Arthur Gordon Pym), che però non ha successo. L’anno successivo a Filadelfia pubblica, invece, una raccolta di tutti i racconti che aveva sino ad allora scritto, intitolata Tales of Grotesque and Arabesque (Racconti del grottesco e dell’arabesco). Lavora poi nella redazione del Gentleman’s Magazine, ed ancora una volta le sue straordinarie capacità di giornalista portano il giornale ad aumentare vertiginosamente la tiratura (addirittura dalle iniziale 500 copie a ben 40000!!). Si fa apprezzare sia come scrittore di racconti che come critico letterario, purtroppo i rapporti con il direttore del quotidiano diventano sempre più critici, tanto che Poe decide di abbandonare il giornale e fondarne uno tutto suo, attraverso una raccolta di fondi. L’esperienza di The Stylus, come Poe aveva chiamato il suo giornale, dura un paio di anni e non è delle più felici. Inizia adesso il periodo più terribile di tutta la sua vita. La moglie si ammala gravemente e lo scrittore non avendo i mezzi per farla curare, si dà all’alcol e al laudano. Nel 1844 è di nuovo a New York, pubblica sulla rivista The Evening Mirror la sua poesia più famosa The Raven (Il corvo), con la quale ottiene finalmente il successo che inseguiva da anni. Purtroppo per una serie di vicende il suo successo non dura a lungo. Infatti si riempie di nuovo di debiti di gioco e ricomincia a bere senza misura. Nel 1847 inoltre la moglie, a cui Poe era molto legato, muore di tubercolosi, da questo momento in poi lo scrittore cade in uno stato di prostrazione e di disperazione da cui non uscirà più. In questo periodo pubblica solo il poemetto in prosa Eureka. Il 3 ottobre 1849 viene trovato in stato di incoscienza in una locanda di Baltimora, ricoverato al Washington Hospital, muore di delirium tremens il 7 ottobre alle cinque del mattino.

Ramsey Campbell è sicuramente uno degli autori del fantastico più interessanti, sia dal punto di vista estetico che sul piano dell’invenzione pura. Nato a Liverpool una cinquantina di anni fa, Campbell si è imposto giovanissimo sul mercato letterario pubblicando varie antologie di racconti ispirate allo stile di Lovecraft (fra cui ricordiamo “The Inhabitant of the Lake and Less Welcome Tenants”, del 1964). Ben presto iniziò ad assumere una prosa più personale, riuscendo a focalizzare con agghiacciante lucidità gli elementi macabri e spaventosi che facevano parte del suo immaginario. Dotato di uno stile non comune, fatto di attese, di vuoti, di momenti di glaciale indeterminatezza, Campbell ha sempre riscosso la stima e l’ammirazione dei suoi colleghi, tanto da essere definito “Scrittore horror per scrittori horror”. Fra i suoi romanzi più importanti ricordiamo “Artigli” del 1983, “Influssi Maligni” del 1988, “The Nameless”del 1981 e l’importantissimo romanzo d’esordio “La Bambola che divorò sua madre”, del 1976..Per quanto riguarda i numerosi racconti brevi, è da poco uscita in America una corposa antologia dal titolo “Alone With The Horror” che raccoglie la maggior parte della sua produzione in questo campo. Di persona Campbell si presenta come un vero gentleman inglese, dotato di una cordialità e di un senso dell’umorismo disarmanti.

IL FAUST

La leggenda di Faust risale alla tradizione e alle cronache imprecise del tempo che fu. All’origine del mito del dottore luciferino vi è una figura tra storia e leggenda, un mago e alchimista che percorreva la Germania luterana evocando le ombre dei defunti e mostrando trucchi e inganni sulle piazze. Rielaborando questa antica leggenda rinascimentale, Goethe ha creato uno dei miti più significativi sull’uomo e sulla ricerca della verità. La leggenda si lega  al medico Georg Faust “rinomato mago e negromante”, tedesco o olandese a seconda delle fonti, vissuto tra il 1480 e il 1536 circa, in un periodo storico travagliato, durante la riforma protestante. Studioso e ciarlatano, apprese le arti magiche, ma gli atti dell’epoca lo definiscono solo come “vanitoso e fato, spaccone, pazzo, turpissima bestia”. Numerosi gli atti che lo riguardavano: quasi tutti ingiunzioni a lasciare la città, denunce per sodomia e negromanzia. Per alcuni, si trattava di un accademico, che, per vivacizzare le lezioni, avrebbe fatto apparire di fronte agli studenti personaggi come Ettore, Ulisse  e Aristotele. Per altri, era in grado di far comparire cibi e bevande e si faceva servire da spiriti alati; veniva raffigurato accompagnato dal diavolo che lo serviva sotto le spoglie di un cane; si mormorava che avesse suggellato col sangue un patto con lui.

La vicenda di Faust ebbe per la prima volta una rielaborazione colta in un dramma dell’inglese Marlowe “The tragical History of Doctor Faustus”. Il negromante tedesco, vagabondo e amatore impenitente, fu rappresentato come un orgoglioso intellettuale, che voleva dominare le cose del mondo e piegarle ai propri fini; uno spirito ribelle che pagò i piaceri e le conoscenze acquisite col patto luciferino, con la dannazione eterna.La fama di Faust non accennò a diminuire col tempo e, concepito in modo differente, lo troviamo nel dramma del filosofo e drammaturgo tedesco Lessing, che, per la prima volta, lo salvò dalla dannazione eterna. Un quindicennio più tardi, senza conoscere il dramma di Marlowe, ma dopo aver letto il frammento di Lessing, Goethe iniziò ad elaborare la sua versione. Vi sono molte differenze tra il Faust di Goethe e gli omonimi personaggi che lo hanno preceduto: diviene il simbolo del cercatore di verità e, allo stesso tempo, un individuo eccezionale, superiore alla massa, che racchiude in sé i vertici del bene e del male a cui ogni uomo può giungere. I fallimenti di Faust sono i fallimenti di un essere limitato, che però, romanticamente, non accetta i limiti costitutivi. Deluso dalla scienza, constata che neppure la magia può dare risposte adeguate alla sua sete di sapere; cerca allora una realizzazione nell’esperienza amorosa, da cui però ricaverà molte sconfitte. Anche il potere, infine, si rivela fonte della più cocente delusione, scoprendo che anche le intenzioni più nobili finiscono per macchiarsi di orrendi crimini. Accanto all’uomo-Faust troviamo Mefistofele, il demonio che non comprende l’inquietudine del proprio antagonista, la sua tensione verso l’assoluto; non crede a nulla, anzi è convinto che il Nulla sia l’unica realtà da cui ogni cosa scaturisce e il cui tutto precipita alla fine. Si tratta di “colui che divide”, secondo l’etimologia greca di “diavolo”, che separa l’uomo dall’amore verso se stesso e verso Dio, incarnando il capovolgimento dei valori umani. Ciò che per Mefistofele è assurdo, ossia il superamento di sé e di tutto, costituisce invece per Faust la ragione di vita e di vittoria. Mefistofele ha quindi il merito di stimolare Faust al suo destino: fornendogli beni fallaci, illudendolo sulle possibilità di dominare la realtà, il diavolo è il mezzo di cui Dio si serve per condurre Faust alla salvezza.

 

MILTON

Il Paradiso Perduto, in dodici libri, narra in forma di poema epico la vicenda del peccato originale contenuta nel libro della genesi. Lucifero, l’arcangelo precipitato dal cielo dopo la ribellione a Dio, tenta la riscossa corrompendo la stirpe umana che Dio ha creato nel frattempo. Nel Paradiso terrestre, in forma di serpente, riesce ad indurre al peccato Eva ed Adamo, che vengono condannati e cacciati dall’Eden; ma l’Arcangelo Michele rivela ai due , ora pentiti, che l’umanità sarà redenta dal Messia.

Nel passo qui riportato, Lucifero, appena precipitato dal cielo, si confida in soliloquio con Belzebù, altro angelo caduto (ParadisoPerduto,libroI,vv.242-270)

 

“Is this the region, this the soil, this the clime”,

Said then the lost archangel, “this the seat

That we must change for heaven, this mournful gloom

For the celestial light? Be it so, since he

Who now is sovereign can dispote and bid

What shall be right: farthest from him is best

Whom reason hath equalled force hath made supreme

Above his equals. Farewell happy fields

Where joy for ever dwells! Hail horrors! Hail

Infernal world! And thou profoundest hell

Receice thy new possessor: one is changed by place or time.

The mind is its own place, and itself

Can make a heaven of hell, a hell of heaven.

What matter where, if I be still the same,

And what I should be, all but less than he

Whom thunder hath made greater? Here at least

We shall be free; th’ Almighty hath not built

Here for his envy, will not drive us hence:

Here we may reign secure, and in my choice

To reign is worth ambition though in hell:

Better to reign in hell, than serve in heaven.

But wherefore let we then our faithful friends,

the associates and co-partners of our loss,

lie thus astonished on th’ oblivious pool,

and call them not to share with us thei part

in this unhappy mansion, or once more

with rallied arms to try what may be yet

regained in heaven, or what more lost in hell?”

“E’ questa la regione, è questo il suolo, il clima”

disse allora l’Arcangelo perduto, questa è la sede

che ci tocca avere in cambio del cielo, questa triste oscurità

invece della luce celestiale? sia pure così, se colui

che ora è sovrano può dire e disporre

che cosa sia giusto; tanto meglio quanto più lontano da colui che la ragione ha fatto uguale, la forza reso supremo sui suoi uguali. Addio, campi felici

dove la gioia abita eterna! Salve orrori, salve

mondo infernale, e tu, profondissimo inferno,

accogli il nuovo possessore: uno la cui mente

non può mutare secondo tempi e luoghi.

La mente è luogo a se stessa, e in se stessa

Può fare dell’inferno un cielo, del cielo un inferno.

Che cosa importa dove, se sono sempre lo stesso,

e che altro dovrei essere, tutto meno che inferiore a colui che il tuono ha reso più grande? Qui almeno

saremo liberi; l’Onnipotente non ha creato

questo luogo per invidiarcelo, e non ci caccerà di qui:

qui potremo regnare sicuri, e per mia scelta

regnare è degno di ambizione, anche se all’inferno:

meglio regnare all’inferno che servire in cielo.

Ma poiché lasciamo noi i nostri fedeli amici,

gli associati e partecipi della nostra sconfitta,

a giacere così attoniti sugli stagni dell’oblio,

e non li chiamiamo ad avere con noi la loro parte

in questa felice dimora, o a tentare ancora una volta

con armi riunite, quel che può essere ancora

riconquistato in cielo, o più ancora perduto nell’inferno?”

 

Il tema del peccato, di presenza ossessiva nel 1600, è al centro del poema religioso di Milton. Esso riflette, però, le contraddizioni della sua epoca, per l’intensità con cui il poeta ha sentito anche il ruolo del protagonista negativo, il simbolo del male. Il male,  che si incarna in Lucifero, è l’orgoglio. Radice di tutti i peccati, che nel suo discorso diventa “sfida titanica contro il cielo”. Nel passo, cioè, Milton tratteggia una figura di Satana che conserva il suo orgoglio anche dopo la titanica impresa tentata nel ribellarsi contro Dio (vedi versi 4 “sia pure così”, 15 “che cosa importa dove, se sono sempre lo stesso”, 16 “tutti meno che inferiore a lui”, 23 “meglio regnare all’inferno che servire in cielo”) , e appare “maestoso sia pur nella rovina”, circondato dal fascino maledetto della sua colpa. Come è facilmente intuibile leggendo il passo sopra riportato, Milton attribuisce al Diavolo le caratteristiche di un “eroe epico”; egli, infatti, ha grande energia, vitalità, coraggio che non abbandona neanche dopo la sconfitta e determinazione nel voler continuare la sua lotta.

Nel passo qui sotto, traduzione dall’inglese, è possibile leggere un’operazione di critica al Paradiso Perduto di Milton da parte della studiosa M.H. Nicolson. La Nicolson, critica americana e grande appassionata di Milton, ha scritto The Guide, un’opera in cui analizza, oltre ai sonetti del compositore inglese, anche il problema di Satana come “eroe”. Credo che valga la pena soffermarsi un po’ sul passo per comprendere al meglio l’opera di Milton.

«La prima pericolosa qualità di Satana che Milton enfatizza è senza dubbio il suo ostinato orgoglio (I.58), che testimonia il peccato che più lo tocca da vicino. La parola, infatti, nel testo è ripetuta numerose volte. Ai moderni lettori, probabilmente, l’orgoglio spesso può sembrare un’ammirabile qualità, ma dobbiamo sforzarci di capire come Milton e i suoi contemporanei la intendevano. Dai loro antenati classici, essi avevano ereditato una concezione di “hybris” (orgoglio in greco) come un qualcosa di pericoloso. Molti familiari romanzi classici mitologici erano basati sulla credenza che la “hybris” fosse decisamente il peccato più punito dagli dei. L’idea è un topos nelle tragedie classiche così come nelle leggende. Inoltre, su questa strada, i Cristiani enfatizzarono l’umiltà e la modestia e si accordarono che l’Orgoglio era il peggiore di sette peccati capitali. Più tardi Milton e i suoi contemporanei capirono che, e noi abbiamo rilevato questa credenza, tutte le cose furono create nell’universo secondo una gerarchia, in “gradi” , “ordini” o “scalini” in un crescendo della Natura. In questa sorta di “scala” ogni uomo, essere o angelo ha un posto che deve conservare, cioè non deve pensare di aspirare a posti più alti, ma deve contentarsi del suo livello. (…

 

Blake: The marriage of Heaven and Hell

It is a poetical work of 1790,a mixture of aphorisms,anecdotes,proverbs,in which Hell and Satan represent liberty and energy while Jehovah is a malevolent god.

Desire and energy gain supremacy over restraint and reason.

The proverb attack the repression of human energies by conventions and lay violent emphasison the need to experience joy and excess.

 

LE SETTE SATANICHE NELLA FILMOGRAFIA

Molti film nel corso degli anni si sono concentrati sul problema del Diavolo (da Profondo rosso a Rosemary’s baby), e tuttavia ho deciso prima di parlare di L’avvocato del Diavolo di Taylor Hackford (1997) perché, a mio parere, bene si lega al discorso fatto per Milton e il suo Paradise Lost.

Sintesi della vicenda:

  • Il giovane avvocato Kevin Lomax consegue una serie di brillanti successi, come penalista, a Jacksonville in Florida. Viene ingaggiato da un prestigioso ufficio legale di New York, dove conosce il suo capo, John Milton (già il nome del personaggio dovrebbe farci riflettere!!).

Prima di partire verso la grande città, sua madre, figlia di un predicatore ed appartenente ad una chiesa pentecostale (pratica, cioè, di sovente degli esorcismi), gli ricorda un versetto dell’Apocalisse:” Caduta, caduta è Babilonia la grande ed è diventata albergo del demonio !!”. La qualità della vita del giovane cambia in modo rapidissimo: alloggio lussuoso, vita brillante, cause sempre più prestigiose, successo assicurato. Kevin si getta con avidità nella mischia, ma lascia sempre più sola sua moglie. Il mondo che ora conosce è pieno di affaristi opportunisti, di spietati avvoltoi, che si contendono le prede fino all’ultimo sangue: sempre più si adatta alla legge del più forte, del più scaltro, del più spregiudicato e in Milton scopre – a poco a poco – un’intelligenza e una strategia d’azione che trascende da quella umana, si configura, invece, come una di tipo luciferino. Dopo aver assistito alla rovina di parecchi dei suoi collaboratori nello studio e dopo aver subito il crollo psicofisico della moglie, Kevin decide di voler affrontare faccia a faccia il misterioso Signor Milton. Questi gli rivela di essere suo padre e d’incarnare lo spirito delle tenebre, che fin dall’inizio della creazione si è ribellato alla sovranità di Dio e ho trovato il modo di regnare nel mondo degli uomini attraverso lo strumento veramente “diabolico” della legge.

Riporto ora, per proporlo a tutti voi, il monologo che pronuncia Milton proprio alla fine del film. Spero possa essere frutto di riflessioni e di collegamenti con quanto già detto per Milton, lo scrittore del 1600.

 

 

Milton:  Quel giorno sulla metropolitana, cosa ti dissi? Forse devi cominciare a perdere, ma tu non sei  stato d’accordo!  […]

Kevin:     Perdere? Io non perdo, io vinco. Io sono un avvocato e questo è il mio lavoro: vincere!

Milton:   La vanità è decisamente il mio peccato preferito: la vanità è l’oppiaceo più universale (si ricordi la descrizione del Diavolo fatta per lo scrittore)

Kevin:    Che cosa vuoi da me?

Milton:   Voglio che tu sia te stesso. Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi fare altro che scaricarlo! Perché ti accolli tutti quei mattoni? Dio non è così! Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio. A lui piace guardare: è un guardone giocherellone! Lui dà all’uomo gli istinti, concede questo straordinario dono, poi che fa? Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, può parsi il suo cosmico spot pubblicitario. Fissa tre regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E  mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate, perché è un moralista, è un gran sadico….e un padrone assenteista, ecco cosa è! E uno dovrebbe adorarlo? No , mai!! (si ricordi la visione orgogliosa e piena di vanto che ne dà Milton) Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso: non è così? (si ricordi che questa è un’affermazione del passo citato alle pag. precedenti) Perché no? Io sto qui col naso ficcato sulla terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato. E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni. Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista! Sono probabilmente l’ultimo degli umanisti. E chi, sano di mente, potrà mai negare che il XX secolo è stato interamente mio? Tutto quanto, Kevin, tutto mio!!( si riferisce alle guerre mondiali, alla guerra fredda, episodi di violenza, barbarie, guerra di religione, per l’indipendenza o la libertà che hanno contraddistinto le pagine dei libri di storia del XX secolo) Sono all’apice, questo è il mio tempo: è il nostro tempo!!

Kevin:     Ci deve essere qualcosa sotto: perché tu hai bisogno di me? Tu cosa offri?

Milton:   Tutto quanto, qualsiasi cosa: ti va la beatitudine istantanea, quella che preferisci? Puoi averla a comando. Ma, già, tu vuoi di più, meriti di più: il sorriso di una giuria, una fredda aula di tribunale che si dichiara vinta e che s’inchina riverente davanti a te

Kevin:     Questo posso averlo da solo

Milton:   Non in questo modo: io ti tolgo i mattoni dalla borsa, io ti do il piacere. La libertà, figliolo,   significa non dover mai chiedere scusa!

Kevin:     Perché, allora, la legge? Perché gli avvocati?

Milton:  Perché la legge ci dà accesso a tutto quanto. E’ il supremo biglietto omaggio, è il nuovo sacerdozio. (…) Stiamo arrivando, con le armi in mano, assoluzione dopo assoluzione, finchè il puzzo di tutto questo arrivi così in alto in cielo, da farli soffocare tutti quanti lassù!!

Kevin:     Nella Bibbia tu perdi

Milton:   La Bibbia è una fonte sospetta. E poi ce lo scriviamo noi il nostro tempo (la sorellastra si offre a Kevin) Kevin guarda me: chi sono io? Diaboli virtus in lumbis est, la virtù del diavolo è nei suoi lombi. E’ ora che ti fai avanti, che ti prendi quello che è tuo!!

Kevin:     Hai ragione: libero arbitrio, vero? (si spara)

·Le sette sataniche sono gruppi di persone che condividono la stessa visione del mondo, gente apparentemente normale che è attirata nell’intimo dalle lusinghe del peccato e dalle tentazioni del Diavolo. Uomini disposti perfino a sacrificare prede umane, nel nome del Signore del Male. Il cinema ha trattato il tema della setta in diverse occasioni, spesso – a partire dall’inquietante Rosemary’s Baby di Roman Polanski – con risultati eccellenti.

Le origini della specie
Se l’argomento era stato sfiorato nel 1932 con La pericolosa partita di Ernest B. Schoedsack e nel suo remake del 1957, La preda umana per la regia di Roy Boulting, fu proprio il capolavoro di Polanski, uscito significativamente nel 1968, a inaugurare una lunga e sulfurea serie di storie legate a messe nere e sacrifici satanici. Nel lovecraftiano Black Horror – Le messe nere (1968) di Vernon Sewell, Christopher Lee è il proprietario del castello di Greymarsh, lugubre maniero in cui un manipolo di individui mascherati induce gli occasionali ospiti a rendere l’anima al Diavolo. Nel 1970 escono La pelle di Satana di Piers Haggard, in cui si narra di sacrifici umani in una regione rurale dell’Inghilterra del Seicento, e La vergine di Dunwich di Daniel Haller, che offre ancora spunti dalla letteratura di Lovecraft.

(Sett)anta
Gli anni Settanta hanno visto vacillare alcune certezze tramandate dalle tradizioni religiose. La società ha risentito di questo cambiamento e il cinema, di riflesso, ne ha sfruttato ogni potenziale spettacolarizzazione. Questa è la spiegazione del grande numero di film sulle sette sataniche usciti nel decennio. Opere riuscite come Quella notte in casa Coogan (1971) di Lee Madden, La macchia della morte (1972) di Paul Wendkos, In corsa con il diavolo (1975) di Jack Starrett, Una figlia per il diavolo (1976) di Peter Sykes si alternano a film mediocri, come Il buio macchiato di rosso (1973) di Freddie Francis e Il potere di Satana (1973) di Bert I. Gordon, con un inedito Orson Welles versione satanista. L’Italia risponde con La corta notte delle bambole di vetro (1972) di Aldo Lado, Tutti i colori del buio (1972) di Sergio Martino, il polanskiano Il profumo della signora in nero (1975) di Francesco Barilli e, naturalmente, Suspiria (1977) di Dario Argento.

I nuovi adepti
Negli anni Ottanta e Novanta il messaggio sociale che traspariva dai film del decennio precedente si fa assente. Nel 1984 esce Grano rosso sangue, di Fritz Kiersch, tratto da un racconto di Stephen King in cui si immagina che una setta di ragazzini (i Figli del Grano) immoli delle vittime adulte in onore di Colui Che Cammina Dietro I Filari. Si può citare, ancora, l’inedito Midnight (1981) di John Russo e soprattutto The Believers – I credenti del male (1987) di John Schlesinger, in cui lo psichiatra Martin Sheen si imbatte in una congrega di satanisti dediti al sacrificio di bambini innocenti. Ricordiamo infine Angel Heart – Ascensore per l’inferno (1987) di Alan Parker e gli italiani Il nido del ragno (1988) di Gianfranco Giagni e La setta (1991) di Michele Soavi. È interessante notare come Roman Polanski, vero iniziatore del filone, abbia anche detto l’ultima (per ora) parola sull’argomento con La nona porta (1999), un film, purtroppo, assai deludente.

Larry, dopo essersi sposato, va a vivere con la moglie Julia nella casa che prima era abitata dal fratello Frank, scomparso dopo aver voluto provare il piacere della sofferenza, offertogli dai Supplizianti, demoni che abitano una dimensione parallela, alla quale si accede tramite una scatola magica. E’ il sangue di Larry a risvegliare cio’ che e’ rimasto del fratello, ovvero una informe massa di carne. Frank per tornare normale ha bisogno di sangue, e chiede aiuto a Julia, sua ex amante, che glielo procura adescando uomini e attirandoli nella casa. La figlia di Larry scopre la presenza di Frank, gli sottrae la scatola e evoca i Supplizianti, il cui capo Pinhead decide di non rapire la ragazza se questa lo aiuta a catturare Frank, che ha assunto le sembianze del fratello, sua ultima vittima. I Supplizianti catturano e uccidono Frank, dopo che questo per sbaglio aveva ucciso Julia. Ora vogliono catturare anche Christine, ma la ragazza li ricaccia nella scatola insieme a una creatura mostruosa. La scatola pero’ ritorna in circolazione per trovare altri uomini che vogliono sfidare ancora i piaceri dell’inferno.

Nell’Olimpo dei grandi l’esorcista (The Exorcist, 1973) è un grande film dell’orrore. Grazie al suo stile asciutto, che ha conferito al film un realismo agghiacciante, il regista William Friedkin ha guadagnato riconoscimento e fama internazionale.
La sceneggiatura, che è valsa il premio Oscar allo scrittore newyorchese William Peter Blatty, autore due anni prima del romanzo da cui il film è tratto, offre un notevole approfondimento psicologico dei personaggi.
Regan (Linda Blair), la piccola posseduta protagonista del film, sarà sempre ricordata per quei suoi repentini accessi d’ira, per la sua blasfema ironia, per la sua testa roteante a 360° e per quell’orribile vomito verdastro.
La musica ipnotica di Mike Oldfield (dal suo famoso Tubular Bells), le sonorità sinistre che sprigionano da ogni fotogramma (L’esorcista ha ottenuto l’Oscar anche per il miglior suono) e infine gli incredibili effetti speciali di Dick Smith, esperto anche nei trucchi d’invecchiamento (si può notare come oggi Max Von Sydow, comparso in La neve cade sui cedri, assomigli a padre Merrin) sono gli ingredienti di un’opera rivoluzionaria e di grande impatto.
Il valore storico de L’esorcista non consiste solamente nell’aver dato nuova linfa vitale all’horror ma anche nell’aver colto il crescente interesse della sua epoca verso l’occultismo, forse proprio per l’inquietudine causata dal progresso tecnologico.

Rosemary’s baby

A New York due giovani Guy e Rosemary Woodhouse vanno a vivere in un appartamento in cui sono stati commessi omicidi di stampo satanico. L’appartamento faceva parte di un’ala del palazzo dei coniugi Castevet, che sono stati colpiti da una disgrazia: una loro ospite e’ stata ritrovata sfracellata ai piedi del palazzo. Non e’ un buon momento per Guy che ha appena perso un importante ruolo in una commedia. Pero’ quando conosce Roman sembra tutto sistemarsi, infatti l’attore scelto al posto suo perde improvvisamente la vista e quindi ottiene la parte. Guy e’ talmente contento ed entusiasta che propone alla moglie di fare un figlio. Una sera la signora Castevet prepara una mousse e la porta a Minnie, che dopo averla mangiata ha una visione in cui lei, legata ad un letto con il corpo dipinto, viene violentata da un essere mostruoso sotto gli occhi di donne e uomini nudi tra i quali c’e’ il signor Castevet. Quando la donna si risveglia si ritrova il corpo pieno di graffi, ma pensa che sia stato tutto un sogno. Dopo un po’ di tempo la donna si accorge di essere incinta, e gli invadenti vicini scelgono per lei un medico, il dottor Sapirstein, che le prescrive una cura. Rosemary e’ pallida e invece di ingrassare dimagrisce; un amico preoccupato per la salute della donna inizia ad indagare, ma prima di trovare la soluzione del problema, entra in coma e muore. Unico indizio lasciato dall’uomo e’ un libro di magia nera su cui e’ scritta la vera identita’ di Roman: e’ il figlio di un noto satanista. E’ stato lui con i suoi riti a far diventare cieco l’attore e a uccidere l’amico di Rosemary; complice di Roman e’ proprio Guy che ha venduto il figlio a satana in cambio del successo. Rosemary cerca di scappare ma, giunta a casa sente dei vagiti, e anche se le hanno detto che suo figlio e morto lei non ci crede e corre a vedere; il bambino c’e’, ma purtroppo e’ figlio del demonio.

A otto anni di distanza dal suo capolavoro assoluto, Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre, 1974), il regista Tobe Hooper ha girato uno dei più spettacolari film dell’orrore della storia del cinema: Poltergeist – Demoniache presenze (Poltergeist, 1982), una produzione di Steven Spielberg, autore anche della sceneggiatura. Nel film si racconta l’odissea dei giovani coniugi Freeleng (JoBeth Williams e Craig T. Nelson), che, dopo essersi stabiliti in una bella casa nel tranquillo quartiere residenziale di Cuesta Verde, si ritrovano subito privati della figlioletta Carol Anne (Heather O’Rourke). Dov’ è finita la piccola? Semplice, è stata inghiottita dal televisore! I Freeleng interpellano una medium nana (Zelda Rubinstein) che intuisce la presenza dei maligni ectoplasmi; questi, oltre ad aver distrutto mezza casa, hanno trasportato Carol Anne in un’altra dimensione. Dopo una serie di traversie, la medium riesce a liberare la bambina, ma nel frattempo i morti gridano vendetta: la casa è stata edificata su un antico cimitero da un affarista senza scrupoli. Quando la famigliola decide di cambiare nuovamente abitazione, la prima cosa da fare è rimuovere il televisore. Naturalmente nel film i più di cento effetti speciali – curati dalla ILM di George Lucas – fanno la parte del leone: gli oggetti più disparati volano dappertutto e si fracassano sui muri delle stanze; la forza di gravità è del tutto assente, mentre un esofago fantasma collega il televisore al mondo dei morti. Poltergeist si ricorderà sempre come una sfavillante sarabanda di effetti speciali ad altissimo voltaggio spettacolare.

GOSTANZA DA LIBBIANO

Di PAOLO BENVENUTI, ITALIA, 2000

ANNO DI USCITA: 2001

Con: Lucia Poli

Soggetto: tratto dagli atti originali del processo

Trama:

“E andammo via con il vento in lontani paesi, alla casa del diavolo”. Così nel 1594, Monna Gostanza da Libbiano dice ai suoi accusatori, agli occhiuti difensori della fede che la tormentano per cavarle fuori la “verità”. Impegno davvero intenso, questo dei santi inquisitori, perché la verità viene estorta proprio fin dalle membra, letteralmente: le legano le mani dietro alla schiena, a un capo di una fune che scende dal soffitto e la tirano su, lasciandola penzolare nel vuoto. Poi, quando la “strega” si dichiara vinta, la calano sul pavimento, dove il boia con un colpo secco le riaggiusta le articolazioni delle spalle. Ben più impietosa è la violenza che gli “amorevoli” persecutori fanno alla sua anima, un reverendo, un inquisitore vicario e l’inquisitore generale. In Gostanza, nonostante l’abbandono cui è condannata dal suo ruolo di donna e strega, la fierezza rimane sempre accesa: il dolore fisico vince più di una volta la sua coscienza, ma sempre riesce a capovolgere la sconfitta in un attacco, in una affermazione impossibile di dignità e autonomia. Non c’è scampo per la vecchia levatrice, per la guaritrice che allevia con erbe e oli le sofferenze dei contadini. Per quanto dica- che sia veritiera o che menta- i persecutori ne traggono sempre conferme di colpevolezza. Ogni sua frase, ogni oggetto e azione della sua vita, tutto agli occhi degli inquisitori vale come prova del suo crimine, della sua complicità con il Nemico. Gostanza è povera ed è donna: in lei si sommano due marginalità, due potenziali mostruosità; inoltre è levatrice, quindi sul limite della vita, in un contesto ambiguo e di confine, colmo di possibilità di angoscia di spavento e di prodigio. La prima volta, con le ossa doloranti, Gostanza guarda dritta negli occhi i suoi “aguzzini” con lo sguardo di donna in rivolta. Afferma con orgoglio di essere una strega, di aver fatto “malie” mortali, e che loro stessi ne avrebbero subito il danno. Il ruolo che le è imposto si capovolge da negativo in attivo: la vittima, la strega, si ribella, si solleva in quanto vittima. Poi, dopo altra solitudine sconfinato terrore, richieste di pietà e tentativi di resa, di nuovo non le resta che quel capovolgimento. Con occhi colmi di un’ultima, estrema felicità, Gostanza vive il suo rapporto col Nemico; non c’è altro modo per lei di fingersi e anzi di essere “via nel vento”. Il suo ruolo di donna e di strega non è più la sua prigione: almeno nell’attimo in cui i suoi occhi risplendono vi è la sua libertà. Ecco che comincia a raccontare di incontri osceni col diavolo, di sabba notturni con le altre streghe, di una dimensione di libera espressione della propria interiorità, trovando la felicità vera, non certo secondo quello che gli stessi inquisitori e la Chiesa avevano sempre dipinto come invece nefasto, degradante, abbietto, sacrilego.

 

MUSICA

Anche in musica il Diavolo è stata una figura inquietante ed affascinante allo stesso tempo. Persino recentemente, cantautori rock, metal, punk, così come gruppi satanici (che, quindi, si ispirano e si concentrano sulla figura diabolica!!), si dedicano a questo tema.

Il Mefistofele di Arrigo Boito, opera della fine del 1800;

Per quanto concerne l’opera di Arrigo Boito, ho pensato di scaricare dalla Rete il midi file e il libretto (vedi floppy). Arrigo Boito fu un famoso compositore e critico musicale. La sua biografia suscita notevole interesse, ma a mio parere è importante evidenziare che egli condivideva nelle sue linee generali l’estetica Wagneriana (infatti si impegnò per il superamento delle convezioni melodrammatiche e per l’acquisizione al teatro d’opera delle esperienze armoniche, timbriche e ritmiche maturate in campo sinfonico) e che nel 1866 partecipò come volontario garibaldino alla terza guerra d’indipendenza. Ciò è importante perché, di ritorno dalla guerra egli si dedicò alla realizzazione del Mefistofele, un’opera di vaste dimensioni intrisa di sinfonismo e lungi dall’essere come il bel canto italiano. Il Mefistofele trionfò a Milano e a Bologna; si tratta di un prologo, 4 atti e un epilogo, su libretto dello stesso Boito. (Prologo: Mefistofele, basso, scommette col cielo di portare all’inferno l’anima di Faust. Atto I: Presso la porta di Francoforte dove il popolo festeggia la Pasqua, il vecchio Faust, tenore, che passeggia col suo discepolo Wagner, scorge un frate dall’aspetto sinistro. Nella sua officina Faust è seguito dal frate che si svela per Mefistofele e si offre di soddisfare ogni suo desiderio in cambio dell’anima. Faust accetta il patto col diavolo. Atto II: Faust, ringiovanito, corteggia in un giardino Margherita, soprano, mentre Mefistofele intrattiene la vecchia Marta, contralto. Margherita si lascia convincere a propinare un sonnifero alla madre pur di trascorrere un’ora d’amore con Faust. L’uomo assiste a un sabba di streghe e rimane turbato dalla visione di Margherita con il collo rigato di sangue. Atto III: Margherita è chiusa nel carcere per aver avvelenato la madre e per aver soffocato il bambino nato dalla sua colpevole relazione con Faust. Questo viene a liberarla, ma Margherita, pentita, respinge la sua offerta e invoca il perdono dal Cielo. Atto IV: Presso il fiume Penejos si svolge il sabba classico. Faust ed Elena di Troia, soprano, si amano simbolo della fusione tra lo spirito classico e quello romantico. Epilogo: Faust è di nuovo nel suo laboratorio, stanco e deluso, ormai desidera la morte contro le lusinghe di Mefistofele invoca Dio e si rifugia dietro il baluardo del vangelo.)

In tempi moderni, invece, possiamo trovare:
Mick Jagger sarebbe stato iniziato alla magia nera da Anita Pallemberg e Marianne Faithfull ed avrebbe scritto canzoni come “Sympathy for the Devil” (Simpatia per il diavolo), “To their Satanic Majesties” (Alle loro maestà sataniche), “Invocation of my demon brothers” (Invocazione a mio fratello il diavolo).
Ascoltando al contrario un verso in un brano dei “Led Zeppelin”, che recita “And the voices of those who stand lookin” (E le voci di quelli che in piedi stanno aspettando), si sentirebbe la frase “I’ve got to live for Satan” (Bisogna che io viva per Satana); un altro verso “There is still time to change the road you are on” (E ora che tu prenda un’altra strada), ascoltato al contrario diventerebbe “My sweet Satan, no other made path” (Mio dolce Satana, nessun altro ha tracciato una strada).
Il nome del gruppo dei “Kiss” costituirebbe l’acronimo di “King in Satan Service”, cioè ministri di Satana.
I “Beatles”sarebbero stati tra i primi ad inserire nei loro brani messaggi subliminali invocanti Satana. Ad esempio, ascoltando al contrario una frase contenuta nel pezzo “Revolution n. 9”, si sentirebbe la frase “Turn me on dead man” ossia “Eccitami uomo morto” (il morto sarebbe Gesù); inoltre, alla fine della canzone “Strawberry Fields” si sentirebbe la voce di Jhon Lennon che sussurra “I buried Paul” (Ho seppellito Paul). Secondo i sostenitori di questa voce, di fatto Paul sarebbe morto nel 1966 in un incidente stradale e sostituito da una controfigura in tutte le successive apparizioni in pubblico.
Molte copertine dei dischi dei “Black Sabbath” nasconderebbero in qualche angolo il numero 666, simbolo dell’anticristo.
Nel disco “Stained Class”, i “Judas Priest” istigherebbero i giovani al suicidio.
Il nome degli “AC/DC” starebbe a significare “Anti-Christ/Death to Christ” (anticristo e morte a Cristo), e molti dei loro pezzi parlano dell’inferno.

Marilyn Manson

Brian Warner nasce a Canton, nell’Ohio il 5 gennaio 1969 da padre Hugh Warner e madre Barb Wyer.
Fin dall’infanzia Brian ha avuto una vita piuttosto strana e movimentata, come dimostrano alcuni episodi: Brian stava spesso a casa dei nonni paterni e, assieme a suo cugino Chad ha avuto occasione di spiare piu’ volte il suo pervertito nonno, Jack, facendo cosi’ il primo passo verso la trasformazione da sfigato ragazzo brufoloso, a rockstar di livello internazionale.
Data la sua passione per la professione di detective, il piccolo Brian inizio’ per caso a “indagare” sulla vita di suo nonno, scoprendo pian piano cose del tipo riviste zoo-pornografiche, falli finti, filmini a luci rosse, biancheria intima da donna e un sacco di altri aggeggi usati dal vecchio.
Tutto questo incuriosi’ molto Brian, anche perche’ contrastava moltissimo con lo stile di vita dei Warner, famiglia molto cattolica (o meglio, episcopaliana)e piena di tabu’, che iscrisse per un certo periodo di tempo il figlio a una scuola cristiana.
Alla scuola cristiana tutto era proibito (perfino i dolci!!!), e vigevano delle strane regole di comportamento riguardo al modo di vestire, al fatto di tenere gli armadietti senza lucchetto e infine riguardo alla musica.
Come se non bastasse, i professori erano parecchio paranoici verso Satana, lo vedevano dappertutto e terrorizzando gli studenti dicendo loro che la bestia li avrebbe marcati tutti, se non avessero seguito la parola di Dio e, forse per dimostrare che la bestia era fra loro, facevano ascoltare dischi al contrario, trovando nei testi frasi del tipo “my sweet satan” in varie canzoni di cantanti tipo Queen o David Bowie. Questi e tanti altri piccoli episodi fecero odiare a Brian la scuola cristiana, per questo egli prima chiese ai genitori di essere trasferito, poi, ricevuto un secco no, decise di farsi espellere.
Comincio’ cosi’ a spacciare dolci e produrre un giornalino pseudo-pornografico-satirico, ma tutto quello che ottenne da queste “bravate” fu solo qualche giorno di sospensione.
Brian non si arrese ed escogito’ una trasgressione ancora piu’ pesante (per quella scuola): inizio’ a produrre e vendere a prezzi assurdi nastri con canzoni di rock, preferibilmente satanico, che poi rubava (gli armadietti non avevano serratura, ndr) e rivendeva. Anche per questo episodio ci fu solo una sospensione.
Brian capi’ cosi’ che non lo avrebbero mai espulso, dato che era uno dei pochi che poteva permettersi di pagare per intero la retta scolastica.
Infine pero’ riusci’ a convincere i genitori a mandarlo alla scuola pubblica, proprio mentre tutta la famiglia si trasferiva in Florida, a Fort Lauderdale.
I primi tempi di scuola pubblica non furono bellissimi, finche’ Brian non conobbe John Crowell che lo inizio’ alla droga e all’occultismo: John infatti invito’ a casa sua Brian e li, assieme al fratello comincio’ a fargli provare prima l’erba e poi vari intrugli di alcool e droga, fino a farlo vomitare. Ripresosi, Brian fu guidato da John verso il luogo dove suo fratello “vendeva” l’anima al diavolo, incrementando ancor di piu’ la cultura satanica.
In seguito Brian comincio’ a fare il giornalista per piccole riviste e fu cosi’ che vide per la prima volta Trent Reznor dei Nine Inch Nails, che sarebbe poi diventato il capo della sua casa discografica.
Finalmente, verso il 1990 Brian fondo’ i “Marilyn Manson and the Spooky Kids”, che agli inizi giro’ moltissimi membri tra cui i piu’ importnti furono Daisy Berkowitz (Scott Putesky) e Madonna Wayne Gacy, o piu’ semplicemente Pogo (Stephen).
Il nome d’arte “Marilyn Manson” deriva dall’unione contrastante di Marilyn Monroe e Charles Manson.
Piu’ tardi si infilo’ nel gruppo una ragazza di nome Nancy che creo’ molti problemi a Brian: all’inizio fu tutto quasi normale, Nancy prendeva parte allo show, nel quale veniva talvolta picchiata, altre volte incatenata o frustata, finche’ Nancy non si innamoro’ di Brian e lo perseguito’ fino al punto di metterlo in trappola: i due passarono la notte insieme, litigando poi coi rispettivi partner, cosi’ Brian decise di interrompere il rapporto con Nancy, sia quello privato che quello professionale; a quel punto Nancy si scateno’ cancellando le date della band e compiendo telefonate isteriche. Aveva a tal punto esaurito Brian che questo, assieme a Pogo, decise di ucciderla.
E ci sarebbe riuscito se un barbone non lo avesse fermato e, tentando di vendergli della droga, gli avesse impedito di compiere l’omicidio.
In seguito la band accorcio’ il nome (semplicemente “Marilyn Manson”), ma i problemi continuarono con altri membri: Brad era un eroinomane e tutti si lamentavano di lui, Brian gli fece da balia per un po’, finche’, dopo innumerevoli promesse di smettere con l’eroina, non decise di cacciarlo e abbandonarlo al suo destino.
Il primo album dei Marilyn Manson fu “Portrait of an American Family”: all’inizio fu un disastro, dato che il tizio con cui stavano lavorando, Roli Mossiman, cercava di far diventare i M.M. una band pop, fu cosi’ che Brian si rivolse a Trent Reznor per ri-registrare l’album.
Vennero fuori ancora casini: prima perche’ il pezzo “My Monkey” che compariva nell’album era in parte di Charles Manson, e questo fece irritare molto l’associazione delle vittime (alla fine pero’ la canzone usci’ lo stesso); poi per la presenza nel libretto che accompagna l’album di una foto di Brian da bambino, sdraiato su una poltrona, nudo.
La foto era considerata pornografia infantile e, per evitare strascichi legali, non fu mai pubblicata. Ancor prima dell’uscita dell’album comincio’ il tour con i Nine Inch Nails e le Hole di Courtney Love: fu durante un tour con i NIN che Brian comincio’ a farsi di coca, offerta “gentilmente” da uno strano hippie brufoloso dai capelli grigi: un altro passo era stato compiuto verso la trasformazione.
Un incontro importantissimo per la vita di Brian avvenne nel 1994 quando incontro’ Anton Szandor La Vey, leader e fondatore della chiesa di Satana.
Con lui Brian capi’ molte cose, come per esempio la vera filosofia del satanismo: “Il diavolo non esiste, il satanismo e’ l’adorazione di se stessi”.
Con La Vey nacque anche uno dei soprannomi di Brian: reverendo.
La Vey, dopo aver conosciuto abbastanza nei dettagli Brian, decise di regalargli la tessera della chiesa di Satana e di nominarlo reverendo della medesima chiesa.
“Antichrist Superstar”, il secondo album, fu il successivo passo della band.
All’inizio, come al solito, fu un disastro.
Si registrava a casa di Trent Reznor, o meglio, si sarebbe dovuto registrare, visto che tutti pensavano a tutto tranne che all’album: c’era chi tirava di coca (Manson e Twiggy), chi giocava alla playstation (Dave Ogilvie, il tecnico), chi stava tirando su un personale harem (Ginger),chi non arrivava mai (Trent), chi pareva non interessarsi assolutamente a quello che si stava facendo (Daisy). Ben presto pero’ la situazione da inattiva divento’ distruttiva: drum machine gettate dalla finestra, stereo messi nel microonde, muri bucati o danneggiati.
Manson si sentiva a disagio perche’ tutto sommato era l’unico a voler lavorare almeno un po’ e si sentiva come un padre che vuol far fare i compiti ai figli.
Qualche tempo dopo, in preda alla piu’ totale depressione, si decise di licenziare Dave, mentre oramai tutti facevano quello che volevano.
Fu a questo punto che Brian decise di smettere con la droga e dedicarsi completamente all’album da solo.
Le uscite discografiche successive sono: l’album “Mechanical Animals” del 1998, l’album live “The Last Tour On Earth” del 1999 e la videocassetta “God Is In The TV” sempre del 1999.


A proposito dell’album live “The Last Tour On Earth” si dice che Marilyn Manson lo abbia fatto per “ripagare” i suoi fans americani che hanno visto annullati un sacco di concerti a causa della strage di Littleton (morirono 15 studenti, uccisi a colpi di mitra da due – si dice – fans del reverendo).

Riti popolari

Fino ad alcuni anni fa, la maggior parte delle persone non credeva all’esistenza del demonio, per cui l’uomo moderno si è sentito del tutto libero di scavare nel mondo dell’occulto, arrivando al satanismo con immensi danni spirituali. Esso offre loro potenza nel mondo e conoscenza tale da operare prodigi. Viene richiesta oltre alla consacrazione di se stessi al maligno, anche quella di qualche famigliare, preferibilmente bambini, per cui si da autorità a Satana di farne ciò che vuole e dare loro la morte in qualsiasi momento. Le messe nere prevedono l’iniziazione di ogni nuovo adepto, con un particolare rituale in cui il soggetto fa offerta della propria anima al demonio, rinunciando a Cristo.Circola voce che per distaccarsi dalla setta e riacquistare diritto sulla propria anima, il satanista debba provvedere a portare un nuovo membro da affiliare. Questa é una menzogna che ha lo scopo ad allargare il numero dei partecipanti. Nelle messe nere l’iniziato decano, e quindi conduttore, prepara l’altare con una croce capovolta, spesso realizzati con materiali rudimentali, e può poggiarvi teschi e ossa umane trafugate, simboleggianti la dedizione incondizionata alla morte. Esegue segni rituali sulle pareti e sul pavimento e, quindi, inizia il rito proferendo inni a Satana e vituperi a Dio, a cui gli adepti fanno eco. Quando il ritmo delle invocazioni alle forze demoniache aumenta, giungendo al parossismo, si offre il sacrificio: animale seviziato e immolato; sono preferiti i gatti. Nella dimensione alterata viene chiesta al demonio la prova della sua presenza nel luogo. Si assiste così a fenomeni strani, perlomeno nauseanti, come pioggia di feci solide sui presenti. Ormai tutti in stato di trance, si denudano collettivamente e danno sfogo al sesso sfrenato. Altro rituale sono le processioni, sempre di notte in luoghi boscosi, in cui gli adepti in fila indiana recando sempre una croce capovolta, mormorano invettive a Dio, proclamandosi figli di Satana. Giunti in uno spiazzo, anche qui inizia la denudazione e i partecipanti si sistemano in maniera tale d’avere in prossimità delle parti intime scoperte un’ostia ciascuno per offesa a Cristo. Il conduttore pone domande che si fanno sempre più incalzanti relative all’adorazione dei propri genitali che gli adepti manipolano collettivamente, dando risposta d’accettazione e giungendo all’orgasmo in stato medianico.

La forma più comune incontrata in Colombia potrebbe definirsi “magia popolare delle campagne”; ha origini antichissime e non è stata per nulla scalfita da cinque secoli di evangelizzazione. Anzi, sciamani e stregoni sono in aumento, come testimoniano i missionari incontrati nel Caquetá, e il ricorso alle loro arti è un fenomeno generalizzato tra tutte le popolazioni della regione. Le cause sono molteplici: paura e diffidenza verso gli altri, difficoltà economiche, ignoranza e suggestione dei mezzi di comunicazione, sempre amanti del sensazionale. Alla base di tutto, però, c’è la cultura popolare, fatta di credenze e racconti tramandati di bocca in bocca, che parlano di rumori strani, apparizioni misteriose di defunti, demoni e mostri d’ogni genere, patti stipulati col demonio, interventi di persone dotate di poteri sovrumani per risolvere difficoltà insormontabili. Tipiche sono le guarigioni medianiche, dovute all’intervento di persone che “lavorano” attraverso lo spirito di Gregorio Hernandez, medico venezuelano morto in concetto di santità. La testimonianza è stata raccontata da una donna che vive in una sperduta fattoria dell’ Amazzonia colombiana. Questa donna aveva un misterioso male alle gambe, tanto che non riusciva a camminare. Un giorno uno spiritista, presentatosi come devoto di questo “san Gregorio”, si offrì di aiutarla. Si fece assegnare una stanza per la notte, dove fece allestire un altare con candele accese e un recipiente pieno d’acqua; da solo, per sei ore, continuò a invocare il santo medico. Per tutto quel tempo la donna, ritiratasi sola in un’altra parte della casa, provò intensi dolori nella gamba malata, come se le mani invisibili di un chirurgo la stessero operando senza anestesia. Alla fine della preghiera del medium, si sentì completamente guarita. Dopo tanti anni, la gamba è ancora in perfette condizioni. La causa di quella malattia,  raccontò la donna, era dovuta a una forma di comunissimo maleficio di tipo feticista: si rappresenta una persona in un fantoccio e lo s’infilza con un ago per far soffrire la vittima raffigurata. Tutte le operazioni riferite nel racconto presentano i caratteri della stregoneria. Il maleficio provocato per via “imitativa”, popolarmente chiamata “fattura, è autentica magia nera. Ma anche la rimozione del male rientra nello stesso ambito, pur trattandosi di magia bianca. Lo confermano il fatto che il “presunto santo” non viene invocato, ma evocato, la segretezza e stravaganza del rituale, l’immediatezza e automatismo della “terapia a distanza” e il fatto stesso di reagire a una precedente azione magica.

Il più temuto strumento di controllo mentale è il malocchio. Si ritiene che certe persone e animali abbiano un potere malefico innato, capace di danneggiare o fare perire qualsiasi essere vivente: basta uno sguardo, anche involontario, dello iettatore e il male s’attacca alla vittima innocente. Esisterebbero tre tipi di malocchio: il 24 ore, il secador o il tonto. Col primo si muore in una giornata; il secondo produce un lento deperimento organico; il terzo causa intontimento. Tuttavia si può neutralizzarlo, almeno nella persona umana: è sufficiente strofinare l’ombelico della vittima con certe erbe dotate di magici poteri. Trasmissioni di malefici e relativi rimedi (anch’essi da verificare) sono fuori dell’ordine naturale che intercorre tra causa ed effetto. Qualora il malocchio avesse una certa efficacia, ciò avviene per una precisa volontà di nuocere a qualcuno, come capita nella maledizione. In tal caso gli animali ne sono esclusi. Nell’uomo, invece, potrebbe intervenire qualche forza demoniaca a rafforzare l’effetto “antipatia” dei sentimenti anticristiani covati nel proprio intimo.

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov

LA VITA

Michail Bulgakov nacque a Kiev nel 1891, nella famiglia di un professore dell’Accademia della Teologia; proprio la città natia amatissima sarà la scena del primo romanzo “La guardia Bianca”, secondo la consueta tendenza di intrecciare elementi autobiografici e di letteratura. Si laureò in medicina e, dopo un periodo vissuto a Mosca, tornato a Kiev dove lavorò come medico privato, conobbe tutti i possibili rovesciamenti di fronte alla guerra civile: si alternarono le guardie bianche fedeli allo zar, i nazionalisti ucraini e i bolscevichi. L’esistenza dell’autore subì un brusco mutamento, dedicandosi alla letteratura, durante un trasferimento in treno nel ‘19, in cui compose il suo primo racconto. Dal ‘21 si trasferì definitivamente a Mosca, trovando sistemazione proprio al numero 10 di via Sadovaja, in una stanza di quell’appartamento che sarebbe diventato il quartiere generale del Woland di “Il maestro e margherita”. Collaborò a diversi giornali e riviste e, tra il ‘23 e il ‘25, vi furono periodi molto tormentati riguardo alla pubblicazione delle sue opere. Furono le avvisaglie di un difficile destino di scrittore che, pur non appartenendo ufficialmente a nessun gruppo letterario degli anni Venti, fu genericamente incluso tra i “compagni di strada” che si limitavano a non opporsi apertamente al nuovo regime e, agli occhi di Trockij costituivano una sorta di ponte tra l’arte borghese, destinata a scomparire, e l’arte nuova. Divorziò dalla prima moglie che, in un breve memoriale, racconta che Bulgakov “era molto spiritoso, affascinante, sapeva e amava corteggiare le donne, gli piaceva molto giocare a carte ed era molto superstizioso”, per poi risposarsi con la donna che gli fu poi vicina fino alla morte. Molto stretti furono i rapporti con il teatro, tra cui possiamo ricordare le opere: “I giorni dei Turbin” e”L’appartamento di Zoja”.

Morì nel ‘40, all’età di quarantotto anni, malato di sclerosi a placche, che gli aveva provocato una grave cecità ,pur sempre nella piena coscienza del progredire del male.

Nella Mosca staliniana popolata di stupidità,privilegi e burocrazia,basata su desolazione,ipocrisia e truffa,Satana fa il suo ingresso  sotto le spoglie di Woland, esperto di magia nera.da quel momento,la città vede bizzarri sconvolgimenti mai accaduti prima d’ora:imprevisti che si abbattono su piccoli funzionari e su personalità del mondo teatrale e culturale,fino ad arrivare a vere sparizioni ed omicidi.

Solo al Maestro,un emarginato ed incompreso scrittore,che si è visto rifiutare la pubblicazione del suo romanzo sul dramma di Pilato,e alla sua infelice amata,Margherita,il Diavolo offrirà la pace ultraterrena in un incontro faustiano.

Di seguito presento il saggio di Vittorio Strada, tratto dalla sezione Esperimenti con la forma, 1900-1950.

Il Maestro e Margherita è un’opera singolare per la sua storia, oltre che per la sua struttura. La storia riguarda la sua scrittura e riscrittura nel corso di una dozzina d’anni e il suo autore che, isolato e chiuso in quel mondo senza uguali che era la Russia sovietica del tempo di Stalin, scrive e riscrive fino alla fine dei suoi giorni, dal 1928 al 1940, un romanzo in cui concentra tutta la sua immaginazione e la sua stessa ragione di vita, ben sapendo che esso non solo non avrebbe visto la luce se non in un lontano futuro, ma neppure poteva essere fatto leggere in manoscritto, se non a una cerchia assai ristretta di fidati amici. Poi, quando viene pubblicato, nel 1966-67 sulla rivista «Moskva», mutilato per i tagli della censura, il romanzo ha immediatamente un successo duplice: da una parte, conquista una popolarità senza precedenti, diventando, in patria e nel mondo, il romanzo russo contemporaneo forse più conosciuto, più ancora di un altro romanzo clamoroso per le sue vicende, oltre che notevole per il suo valore, il Dottor Zivago; e questo successo fa risorgere la restante opera dell’autore, in passato interdetta e rimasta ignota, e la figura stessa di Michail Bulgakov, prima semisconosciuta, trasformandola in una sorta di mito più ancora che in un «classico» del Novecento. Dall’altra parte, il romanzo, così avvincente per ogni lettore, dà luogo a una crescente sequela di interpretazioni, nell’ambito dell’opera complessiva di Bulgakov, impegnando studiosi di tutto il mondo in una sorta di gara ermeneutica con l’uso dei più diversi e sofisticati strumenti critici, tanto che seguire la bibliografia sul Maestro e Margherita è impresa non lieve; e, pur riconoscendo il merito e il valore del meglio di questa letteratura critica, si vorrebbe tornare al testo del romanzo per rileggerlo con gli occhi affascinati con cui lo si lesse per la prima volta (1).
Questa lettura «ingenua», però, è impossibile, soprattutto quando, come nel nostro caso, se ne deve dare un resoconto critico.
Il modo migliore per accedere al mondo magico del Maestro e Margherita, anziché quello di ripetere o allungare l’elenco delle «fonti» che le letture intertestuali hanno compilato o di percorrere o accrescere il labirinto di riposti significati che le letture interpretative hanno tracciato, sarà allora quello di porsi una domanda falsamente «semplice», adeguata però alla falsa «semplicità» del testo, una domanda che un celebre «formalista» russo, Boris Ejchenbaum, si era posto per l’opera di un autore prediletto da Bulgakov, cioè per Il cappotto di Gogol´. Possiamo domandarci «come è fatto Il Maestro e Margherita?» È vero che si tratta di un «romanzo magico», usando questa espressione in un senso non generico, ma nel senso di una vera e propria opera di magia. Per cercare di capire «come è fatto» possiamo però immaginare questo romanzo come un atto di prestidigitazione, di una magia, cioè, sui generis, frutto di un artificio più o meno occulto che si tratta di «smontare».
Il Maestro e Margherita è un’unione di due romanzi, un «romanzo nel romanzo», meccanismo non nuovo (al pari del «teatro nel teatro»), ma qui sostanzialmente rinnovato. Non è la storia della scrittura di un romanzo: il romanzo di cui si parla nel romanzo che si intitola Il Maestro e Margherita, infatti, è già stato scritto e poi distrutto e la storia che si narra riguarda il suo recupero, la sua resurrezione attraverso la scoperta che esso, pur essendo inedito e proibito, e bruciato dallo stesso autore, non solo ha avuto lettori straordinari, soprannaturali, ma la sua stessa prodigiosa ricostruzione è opera di questi lettori ultraterreni che ne attestano la veridicità. Il romanzo in questione è, infatti, un’opera che vuole rivelare per la prima volta il reale svolgersi di un grande evento effettivamente accaduto, tanto che il suo autore, il Maestro, respinge con sdegno la qualifica di «scrittore», che lascia ai letterati suoi persecutori, e preferisce definirsi uno «storico». Il romanzo scritto dal Maestro è la riscrittura di un altro libro, che egli considera non rispondente alla realtà degli eventi in esso narrati, è la riscrittura d’un libro sacro: il Vangelo. Il suo protagonista è Gesù, chiamato col nome aramaico di Yeshua Hanozri, nel momento finale della sua vita terrena, quello della condanna e della crocifissione. L’altro protagonista del romanzo storico del Maestro è Ponzio Pilato, il procuratore romano della Giudea, che ratifica la condanna di Gesù. Il Maestro e Margherita è fatto col procedimento del romanzo nel romanzo, ma con un particolare rapporto tra contenitore e contenuto: il contenuto contiene, a sua volta, una terza scatola cinese o una terza matrioska, ossia un altro testo narrativo: il Vangelo come testo di riferimento.
Lasciamo il romanzo contenuto, quello del Maestro, e consideriamo il romanzo contenitore, quello di Bulgakov, il quale, ovviamente, è l’autore di entrambi. Ma dei due romanzi egli è autore con uno statuto diverso, con un diverso livello di stile, con un enigmatico sdoppiamento che costituisce un aspetto importante della magia del romanzo nel suo insieme. Non si tratta soltanto di differenza di scrittura: ieraticamente severa, classicamente equilibrata, sontuosamente elegante nel romanzo del Maestro; effervescente, sbrigliata, corrosiva nel romanzo sul Maestro. C’è anche l’impersonalità del primo romanzo che contrasta con la soggettività del secondo: chi narra la storia evangelica non si sa, la voce narrante sembra venire da un’altezza o profondità insondabili, trovando nel Maestro semplicemente un portavoce, colui che, intuito il Vero, lo trasmette senza una propria interferenza; il narrante del romanzo sul Maestro, invece, non intuisce per una virtù superiore, ma ricostruisce per indizi le vicende che riferisce con divertita partecipazione, attraverso una mimica verbale che ne sottolinea la presenza.
Messo in luce questo primo meccanismo del romanzo di Bulgakov, ci si domanda come operano gli ingranaggi che regolano i movimenti dei due sistemi narrativi, stabilendo tra essi una rete di corrispondenze. Va detto che i due sistemi sono due mondi, due entità spazio-temporali, oltre che due universi simbolici: il romanzo del Maestro si svolge a Gerusalemme («Yerushalayim») all’inizio dell’era cristiana, il romanzo sul Maestro si svolge a Mosca 1900 anni dopo, nel 1929. L’opposizione tra questi due mondi è netta e la narrazione la mette in concreta evidenza: spazio-tempo sacro quello di Gerusalemme, sede del Mistero cristiano; spazio-tempo non semplicemente profano, ma dissacrato quello di Mosca, centro di un’ideologia atea. Per questo il romanzo del Maestro ha subito traversie rovinose, tanto da poter essere tratto in salvo, e col manoscritto anche il suo autore, soltanto grazie a un intervento portentoso, che costituisce la storia del Maestro e Margherita. Del resto, se è lecito un rapido passaggio dal mondo della «finzione» a quello della biografia, per ragioni affini l’autore del Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, patì lui stesso tante traversie, come si accennava all’inizio, e il suo romanzo si salvò prodigiosamente, giungendo sino a noi, sia pure cinque lustri dopo la sua morte, grazie alla dedizione della Margherita di Bulgakov, la moglie (Elena Sergeevna) che, al pari della protagonista del romanzo, dedicò la sua vita al suo Maestro e poi alla sua memoria. I congegni di raccordo tra i due sistemi narrativi devono essere particolarmente sottili per poter sincronizzare analogicamente i movimenti del mondo sacro di Gerusalemme e di quello empio di Mosca. Ma Il Maestro e Margherita non è fatto soltanto di questi due sistemi o mondi: c’è un mondo terzo, che non è quello della terza dimensione temporale, dopo il passato gerosolimitano e il presente moscovita: non è il futuro, anzi il futuro è assente nel romanzo di Bulgakov che è il più antiutopico o autopico che si possa dare, senza per questo essere disperato, poiché il mondo terzo, o terzo sistema narrativo, è atemporale o sovratemporale: è eterno. È un sovramondo, da dove viene inviato sulla terra, a Mosca, un essere misterioso per trarre a salvezza colui che ha intuito e servito la Verità: il Maestro. La salvezza del Maestro, se è dovuta a questo intervento ultraterreno, lo è però anche grazie a un’energia tutta terrena, pur nella sua eccezionalità di dono impareggiabile: l’amore di una donna, Margherita, eletta dalle forze ultraterrene a sua eterna compagna, quando alfine sarà loro concessa la Pace dopo le prove dell’esistenza terrena. L’essere misterioso che giunge sulla terra, a Mosca, in pieno regime comunista, a punire i persecutori del Maestro e a proteggere lui e il suo manoscritto, l’essere che, oltre a svolgere questa funzione, può apprezzare l’opera del Maestro e comprovare la verità della sua narrazione perché degli eventi narrati è stato testimone, questo essere è il diavolo, alias, nel romanzo, Woland. Non si tratta quindi soltanto di congegni di raccordo tra i tre diversi sistemi narrativi (quello del presente, quello del passato e quello dell’eterno, oltre al metasistema che pervade il tutto: quello dell’amore, nelle due ipostasi di amore terreno e di amore celeste): si tratta del rapporto tra Woland e Hanozri, cioè di una questione metafisica, come già allude l’epigrafe del romanzo, tratta dal Faust di Goethe, dove a una domanda: « Dunque tu chi sei?» la risposta è un enigma: «Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene». Doppio enigma, qui, perché se è vero che Woland «opera costantemente il Bene» e del Bene punisce i nemici, sia pure con una gaia spietatezza e talora un’imperturbabile crudeltà, ci si domanda se davvero egli «vuole costantemente il Male». La demonologia del Maestro e Margherita, così come la sua teologia, sconcerta, anche se mai si deve dimenticare che siamo in un mondo dell’immaginario, non riducibile a teoria. Anche qui, seguendo il metodo finora applicato, anziché abbandonarci, come tanti altri dotti esegeti del romanzo, ad alti voli filosofici, ci atterremo sobriamente al «come è fatto» il romanzo, cercando nel testo i procedimenti di significato, e non solo di struttura, della narrazione.
L’incipit del Maestro e Margherita immette subito il lettore in una situazione paradossale, dove la realtà quotidiana è incrinata dalla presenza inquietante di una forza enigmatica e viene narrata con un tono ironico-giocoso che continuerà nel corso di tutto il «romanzo sul Maestro» ovvero nella parte sovietico-moscovita: «Nell’ora di un tramonto primaverile insolitamente caldo apparvero presso gli stagni Patriarsie due persone» (2). Le due persone sono Michail Aleksandrovic Berlioz, direttore di una rivista letteraria e presidente di una delle più importanti associazioni letterarie di Mosca, il Massolit, come ne suona la sigla; l’altra è il giovane poeta Ivan Nikolaevic Ponyrëv, noto con lo pseudonimo letterario di Bezdomnyj (il «Senza casa»). La conversazione tra i due è delle più strane: un poema su Gesù scritto da Ivan Bezdomnyj nello spirito antireligioso sovietico non soddisfa l’ateismo militante dell’ideologo Berlioz. Ciò che Berlioz non può accettare è che Gesù sia presentato da Bezdomnyj come una persona realmente esistita, mentre, egli sostiene, Gesù storicamente non c’è mai stato e si tratta di una finzione, di un mito. Mentre l’ideologo ammaestra in questo senso il poeta, ecco comparire un terzo personaggio, tanto strano da sembrare uno straniero agli occhi dei due sovietici. Lo sconosciuto si inserisce garbatamente nella conversazione, portandola su temi «alti» come l’esistenza di Dio, l’autonomia dell’uomo, la predestinazione e si presenta ai due stupiti interlocutori come un «esperto di magia nera»: Woland ovvero il diavolo. Tutta la linea «moscovita» si svolgerà come una satira ora lieve ora violenta, con una coloritura grottesca e carnevalesca e una fantasia insieme macabra e giocosa di cui faranno le spese tutti i tipi alla Berlioz, cioè i rappresentanti dell’establishment moscovita, mettendo a nudo la miseria umana del mondo sovietico comunista a tutti i suoi livelli, dai più bassi ai più elevati. È la realtà in cui è prigioniero e vittima il Maestro, che, con la sua dedizione spirituale alla ricerca del Vero, è l’antitesi di quel mondo: la satira è «antisovietica», dato che si tratta della Russia postrivoluzionaria, ma la si può immaginare anche appuntata su un’altra società di massa, sia pure meno oppressiva di quella totalitaria. Il punto di vista della satira, infatti, è estremamente alto: quello di un Vangelo riletto in chiave mistica. In questo Vangelo, che è stato riscritto dal Maestro e che il lettore viene a conoscere attraverso varie fonti (il racconto di Woland, che è stato testimone degli eventi; il sogno di Ivan Bezdomnyj, che subirà una trasformazione dal momento della sua comparsa all’inizio del romanzo; il manoscritto del Maestro, prodigiosamente ricostituito da Woland), un Vangelo che diventa una sorta di testo assoluto, i cui protagonisti, Hanozri e Pilato, sono compresenti nel romanzo, quasi uscissero dal testo evangelico, in questo Vangelo Gesù è una figura più che umana, misteriosamente divina, e Pilato, vero protagonista del veridico romanzo del Maestro, appare una figura umana, troppo umana, capace di vivere il dramma del dubbio, della solitudine, della viltà, in un confronto infinito con colui che egli ha mandato a morte, ubbidendo alla plebe e al potere. Sono la plebe e il potere come entità collettive, e sono i singoli esseri umani in quanto dotati di libertà i portatori del Male e del Bene: il diavolo è una sorta di provocatore e sperimentatore che, come una sottodivinità soggetta alla divinità suprema di cui il mite Gesù è un’emanazione, compie una missione a Mosca per salvare il Maestro e il suo manoscritto, divertendosi a dimostrare che l’«uomo nuovo», preteso risultato della volontà rivoluzionaria, è non meno miserabile dell’antico.
Il Maestro e Margherita si chiude con la dissolvenza del passato (il mondo di Gerusalemme), i cui protagonisti, Gesù e Pilato, usciti dal tempo, continuano nell’oltretempo un dialogo iniziato nel romanzo del Maestro, in quell’oltretempo e oltrespazio dove, in una zona inferiore, sono stati accolti il Maestro e Margherita, mentre il presente, la quotidianità moscovita, dopo gli «esperimenti» fatti da Woland e dal suo corteggio, riprende la sua routine. Solo Ivan Bezdomnyj è mutato, ma non al punto di diventare un altro, del tutto estraneo a quella quotidianità. Il romanzo si rinchiude su se stesso, come una sfera magica, nel cui terso cristallo sono apparse vicende e figure misteriose e fascinose. È vano cercare di coglierne gli occulti meccanismi: la sfera, senza svelare come è fatta, mostra le sue visioni ogni volta che la si scruta, senza mai esaurirne i significati. È la sfera che Michail Bulgakov continuò a far ruotare fino alla sua morte nella città terrena in cui era vissuto il Maestro prima di ascendere a una città celeste che aveva sognato.

(1) Della vasta bibliografia sul Maestro e Margherita, e su Bulgakov in generale, segnalo soltanto due opere che, tra l’altro, offrono ulteriori indicazioni bibliografiche: A. Barrat, Between Two Worlds. A Critical Introduction to The Master and Margarita, Oxford 1987 e B. Sokolov, Enciklopedija Bulgakovskaja, Moskva 1996. Mi permetto di aggiungere, a integrazione di quanto ho scritto sopra, il mio saggio «Velikolepnoe prezrenie»: Proza Michaila Bulgakova in Literature, Culture, and Society in the Modern Age. In Honor of Joseph Frank, vol. IV, parte II, Stanford 1991, apparso in italiano come introduzione, col titolo Bulgakov narratore, a M. Bulgakov, Romanzi (La guardia bianca. Romanzo teatrale. Il Maestro e Margherita), Torino 1988, pp. I-XCIII.
(2) Id., Master i Margarita (1966-67) [trad. it. Il Maestro e Margherita, in Id., Romanzi cit., p. 533. Si ricorda anche l’edizione integrale con prefazione di V. Strada e traduzione di V. Dridso, Torino 1989]

 

Il 19 aprile mi sono recata al teatro Carcano per assistere alla rappresentazione teatrale de:

“Il Maestro e Margherita”
di Michail Bulgakov
regia Andrea Battistini
con Oxana Kicenko, Gianluigi Tosto, Andrei Sochirca, Orlando Calevro

Cito il commento di Magda Poli sul Corriere della Sera del 4/4/2002:
Da un incontro di culture diverse – una compagnia italo-russa-moldava, un drammaturgo visionario e corposo come Rocco D’Onghia, un regista, Andrea Battistini, affinatosi alla scuola del Teatro del Carretto – nasce «Il Maestro e Margherita», uno spettacolo dal bel fascino visivo, che si muove in un clima onirico, in bilico tra grottesco e allucinato, ispirato al capolavoro omonimo di Michail Bulgakov.
La storia del diavolo Woland che arriva con la sua corte, per dimostrare l’esistenza del vero Male e con essa del vero Bene, in una Mosca capitale di una società sovietica ridotta ad una palude d’ottusità, apatica, oppressiva, dove non è consentito nemmeno sognare la libertà, si focalizza in questa lettura drammaturgica e registica sul rapporto Margherita-Maestro.
Una scelta che esalta l’amore dei due e attutisce il contesto sociale, lo sfondo storico che alimenta la componente grottesco-satirica del romanzo.
Del resto non è impresa facile far rivivere sul palcoscenico un capolavoro nel quale fantasia surreale, ironia, satira sociale, inquietudini metafisiche, scetticismo, conflitti tra ragione e fede, convivono in una sorta di polifonia originalissima.
Andrea Battisti e i suoi bravi attori, che meriterebbero tutti una menzione, dalla eterea sofferta Margherita di Oxana Kicenko al Woland razionale di Gianluigi Tosto, danno vita ad uno spettacolo dove la suggestione diventa sentimento, il grottesco delle maschere si sposa con l’afflitta nudità di Margherita, la magia di personaggi che appaiono e scompaiono tra sciabolate di luci sembra essere specchio del diritto all’irrazionale scagliato contro il materialismo grossolano, e l’amore tra il Maestro e Margherita la fede nell’esistenza di quell’irrazionale.

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