Le lacrime teatrali dei politici sono a buon mercato come le bugie – di Giovanni Ghiselli

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Più
di una volta abbiamo visto i politici piangere in pubblico. Ultimamente si sono
notate le lacrime di coccodrillo della Fornero e quelle da buona comare dell’ex
compagno Pierluigi Bersani sordo al monito di Orazio: “voi che avete coraggio
virile, togliete di mezzo il lamento da femmine”[1]  

 Abbiamo visto scene per niente commoventi né
convincenti.

Possiamo
paragonarle alle lacrime presenti in letteratura, ai pianti degli eroi e delle
eroine, e ricordare la valutazione  che
ne danno diversi autori.

Partiamo
da Achille, il giovane superuomo, sicuro della propria forza, incapace di
cedere, che nondimeno, alla notizia della morte di Patroclo, si versò la cenere
in testa, si gettò nella polvere. Quindi 
“singhiozzava nel petto glorioso”[2].

 Si addice tale atteggiamento al primo dei
guerrieri greci sotto le mura di Troia?

Ebbene,
Platone nella Repubblica[3] sostiene che gesti di disperazione, pianti e lamenti
non si confanno agli eroi, e Omero non avrebbe dovuto rappresentare un Achille
pazzo e piagnone.

Il tragediografo Sofocle scolpisce personaggi di stoffa assai forte,
uomini e donne, anche molto giovani, incapaci di qualsiasi compromesso e poco
propensi a intenerirsi. Secondo questo autore religiosissimo, pascersi di lacrime è una voluttà
depravata ed empia poiché significa non riconoscere la giustizia divina.

Oltretutto lacrimare in pubblico è sconveniente per
una persona di rango: nell’Antigone  il messaggero
che ha raccontato la catastrofe della casa reale, spera che la regina di Tebe,
appreso il suicidio del figlio, se proprio deve spargere lacrime, lo faccia
sotto il suo tetto, non in pubblico[4].

Anche Tomasi di Lampedusa considera cosa indegna di un aristocratico la
spudoratezza manifestata da chi si lamenta davanti a tutti :”Questi nobili
poi hanno il pudore dei propri guai… L’ira e la beffa sono signorili; l’elegia,
la querimonia, no”[5].

Ci sono del resto autori più 
indulgenti  verso i personaggi
lacrimosi.

A Leopardi, Achille  piace
più di Enea, proprio per i difetti, le debolezze e le intemperanze dell’eroe
greco.

Il poeta di Recanati infatti
sostiene che  “L’eroismo e la perfezione sono cose
contraddittorie. Ogni eroe è imperfetto “[6].

All’ultimo grande tragediografo ateniese interessano
le situazioni che grondano lacrime. Vediamo dunque alcuni elogi del pianto
nelle tragedie di Euripide.

Il piangere, come scarso controllo delle emozioni,
come uscita dalla realtà, può essere consolatorio: nelle Troiane, il
Coro commenta le tante lacrime versate per le case e le famiglie distrutte, con
queste parole: “come sono dolci le lacrime 
per quelli che vivono male/e i lamenti dei pianti e una musa che narri
il dolore”(vv. 608-609). La poetica del drammaturgo espressa nella Medea assegna alla  poesia la funzione di consolare le lacrime
presenti raccontando storie di pianti antichi .  

La razionalità viene sopraffatta dal patetico e dal
piangere che può essere addirittura piacevole: nell’Elettra, la protagonista umilita,  vestita da serva e con il capo raso, si tiene
viva con il pianto “avanti, ridesta il medesimo lamento/solleva il piacere
dalle molte lacrime “  ( vv. 125-126).

Nell’Elena,  Menelao, naufrago in Egitto, afferma: “le
lacrime sono la mia gioia: hanno più /grazia che dolore”(654-655).

Negli anni Cinquanta, ai bambini i genitori dicevano che non dovevano
farsi vedere mentre piangevano, poiché “il pianto è cosa da femmine”.

Tale affermazione, che ai tenerissimi babbi  di oggi può sembrare assurda, ha un precedente
nobile nel più grande storiografo latino. Tacito, descrivendo i costumi dei
Germani che considera  sani in confronto
ai mores corrotti dei Romani, nota
che presso  quel popolo di uomini forti,
i pianti dei maschi e quelli delle femmine 
sono reputati in modo diverso: :”Feminis lugere honestum est, viris meminisse[7], per le donne è bello piangere, per gli uomini
ricordare.

Allora torniamo ai nostri politici e concludiamo.

Io credo che invece di piangere, chi ha del potere, dovrebbe adoperarsi
per il bene pubblico e che farebbe benissimo a impiegare il proprio pathos, la
propria commozione, tutte le proprie energie insomma, per asciugare le lacrime
della povera gente che ha ragioni molto serie, per versare lacrime vere. Quelle
degli uomini e delle donne potenti mi sembrano piuttosto dettate da esigenze di
scena.

Marziale le chiama iussae
lacrimae
[8], lacrime a comando.

Non lasciamoci impressionare dunque 
da qualche goccia che scende su quei volti mascherati: quelle  stille non sono spremute dal dolore per le
sofferenze umane e non sgorgano dal cuore: sono vane e  a buon mercato come le bugie[9].

Sia chiaro d’altra parte che nemmeno il faccione ridente con denti da
squalo giulivo di Matteo Renzi , né quello triste da pescecane che non ha
acchiappato la preda di Angiolino 
Alfano, e nemmeno la sguaiataggine becera, a volte anche disumana di
Beppe Grillo comunicano buone emozioni e buone speranze.

Con chi sto? Con quelli che lavorano per il bene comune e ce la mettono
tutta, nonostante tutto. Don Gallo, per esempio, o Ingroia.    


Note:
[1] vos quibus est virtus, muliebrem tollite luctum ,  Epodo XVI, v. 39

[2] Iliade, XVIII, 53.
[3]Repubblica , 388b.
[4] Antigone, vv. 1246-1249.
[5] Il Gattopardo, p. 135
[6] Zibaldone, 471 
[7] Germania, 27, 1.
[8] Epigrammi, I, 33.
[9] Cfr. Shakespeare, Coriolano, V, 6.

di Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it

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