Libro primo del Cortegiano di Castiglione – di Carlo Zacco

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Prima dedicatoria ad Alfonso Ariosto
Vediamo
questo primo ampio paragrafo. «Fra me stesso
lungamente ho dubitato»
ecco qui tra l’altro c’è la combinazione, una
micro tessera, perché è l’inizio famosissimo del De Oratore ‘cogitanti mihi
saepe numero
’.  «messer Alfonso carissimo»
rapporto affettivo privilegiato con l’interlocutore che non è un
superiore ma è un pari grado, è un cortigiano della corte
ferrarese. «qual di due cose piú difficil mi
fusse; o il negarvi quel che con tanta instanzia piú volte m’avete richiesto, o
il farlo: perché da un canto mi parea durissimo negar alcuna cosa,
e massimamente laudevole, a persona ch’io amo sommamente e da cui
sommamente mi sento esser amato; dall’altro ancor pigliar impresa,
la quale io non conoscessi poter condur a fine, pareami
disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano»

quindi qui pone con la disgiuntiva in modo dicotomico le due alternative del
dubbio: o il negare ciò che con così tanta sollecitudine ciò che Alfonso Ariosto
aveva richiesto, o il farlo. E poi spiega il perché delle due alternative: anche
qui potremmo dire: anche qui c’è un  andamento dilemmatico ma il
senso è completamente diverso rispetto a Machiavelli. Questo è proprio esemplato
sul dettato ciceroniano. Sul dettato ciceroniano è esemplata anche
l’articolazione del discorso nel parallelismo, vediamone soltanto
uno: «a persona ch’io amo sommamente e da cui
sommamente mi sento esser amato»
tra l’altro anche con questo chiasmo,
parallelismo da una parte, chiasmo dall’altra.
Alla fine
scioglie questa riserva: «In ultimo, dopo
molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo quanto aiuto
porger possa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso di
compiacere, che nell’altre cose tanto sòle accrescere la industria degli omini»

quindi per affetto per amorevolezza, per voler compiacere ad
alfonso ariosto si è messo a fare una cosa di cui conosce bene le difficoltà, il
cui esito non è scontato è e che può portare più biasimo che lode.
Poi
l’attacco, a sua volta sull’orator: «Voi
adunque mi richiedete»
sull’oratore è ‘queris igitur’. Che
cosa gli aveva richiesto Alfonso ariosto? Qui le parole sono pesate:
«ch’io scriva qual sia, al parer
mio» quindi il giudizio dell’autore, «la forma di
cortegiania»
‘forma che corrisponde al latino genus
loquendi, «
piú
conveniente a gentilomo che viva in corte de’ príncipi per la quale egli possa e
sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole»
il compito
del cortigiano è servire il principe, non i tutto, perché bisogna
seguire la ragione, la ragionevilezza.
«acquistandone da essi grazia e dagli altri laude»
il rapporto con il
principe è da inferiore a superiore. Se il servizio del cortigiano è il servizio
che deve essere reso, il cortigiano deve a sua volta conseguire grazia da parte
del principe; c’è questo rapporto corresponsivo: la grazia del principe da un
lato, e la lode degli altri cortigiani; perché il cortigiano non ha un rapporto
solo col principe ma un rapporto con tutta la corte. La corte è da vedere nel
suo ambito sotto il profilo di vita associata nella corte.
«in somma, di che sorte debba esser colui, che
meriti chiamarsi perfetto cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi»

per quale ragione costruire questa figura è considerato tanto difficile da
considerare temerario il nostro autore? Perché il nostro autore è ben
consapevole della difficoltà di individuare una figura di questo
genere quando vi è una estrema verità di costumi. Il fatto che si riferisca al
costume fa ben chiaro riferimento a quello che è l’ambito operativo del
Castiglione e del nostro trattato: al contrario di quello ciceroniano non si
tratta di stabilire una rapporto che là era stabilito tra retorica ed eloquenza
da un lato e possibilità di investigazione filosofica dall’altro; ma si tratta
di definire il perfetto cortigiano in relazione ai costumi delle corti della
cristianità. Come c’è molto forte il senso del tempo, con il variare del tempo,
così il Castiglione ha molto forte il senso del variare degli usi e dei costumi.
La varietà porta cambiamento, il fissare la figura del perfetto cortigiano
significa individuare al massimo grado nella persistenza i valori più altri, da
cui una diffrazione, un rischio, e un paradosso: perché la variazione non si
ferma, nel momento in cui l’opera viene messa sulla pagina, i costumi continuano
la loro variazione e potremmo anche dire, visto il modo della rappresentazione e
della corruzione della corte di Urbino di quel tempo è evidente che l’opera
stessa si fonda su un paradosso che è ben presente all’autore, non è fuori
dall’ottica dell’autore, è su questo che viene ad essere costruita.
«come difficil cosa sia, tra tante varietà di
costumi che s’usano nelle corti di Cristianità, eleggere la piú perfetta forma e
quasi il fior di questa cortegiania, perché la consuetudine»
l’uso, la
moda, continua a cambiare «la consuetudine fa
a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere»
da cui una relatività
che non si può governare «onde talor procede
che i costumi, gli abiti, i riti e i modi, che un tempo son stati in pregio,
divengono vili, e per contrario i vili divengon pregiati»
un rapporto di
contrapposizione e di rovesciamento tra ciò che è in pregio e ciò che è vile e
viceversa. E d’altra parte ciò che è l’uso più che la ragione ha la forza di
introdurre cose nuove e cancellare le antiche. E duqnue qui si tratta di
giudicare ciò che per l’appunto continua a cambiare.
«delle quali chi cerca giudicar la perfezione,
spesso s’inganna»
l’opera dunque  insidiata dal rischio. E qui ritorna
alla excusatio in cui coopta il proprio interlocutore privilegiato,
«Per il che, conoscendo io questa e molte
altre difficultà nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un
poco di escusazione31 e render testimonio che questo errore, se pur si po dir
errore, a me è commune con voi»
concludendo dunque che se c’è biasimo
questo è diviso con chi glielo ha chiesto: non è minor colpa del Castiglione
l’aver accettato questo in carico che l’altro per l’appunto gli ha proposto un
incarico superiore alle sue forze.
Dopo
questa introduzione ed excusatio viene a spiegare che cosa farà e come svolgerà
la materia. «Vegniamo adunque ormai a dar
principio a quello che è nostro presuposto e, se possibil è»
c’è sempre
questa indicazione che ci viene data della consapevolezza della difficotà e del
fatto che sia sempre relativo come compito
«formiamo un cortegian tale, che quel principe che sarà degno d’esser da lui
servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore»

anche questa è una cosa importante: la dignità del principe non dipende dalla
grandezza dello stato, e d’altra parte il nostro perfetto cortigiano non può che
essere un cortigiano che serve un principe degni di questo nome. Questa
ulteriore connotazione ci riporta a quello che è proprio dell’origine del
trattato: ovviamente Guidubaldo da Montefeltro, il Principe della corte di
Urbino, è principe sì di una corte significativa nel contesto delle corti
italiane del primo cinquecento, ma certo lo stato della corte di Urbino non
rendeva la corte di Urbino una grande corte sotto il profilo della estensione.
E poi c’è
la spiegazione della modalità che è esemplata su Cicerone:
«Noi in questi libri non seguiremo un certo
ordine o regula di precetti distinti»
cioè non c’è una trattazione che
viene fatt ainmodo sistematico «che ‘l piú
delle volte nell’insegnare qualsivoglia cosa usar si sòle»
contrariamente
alle forme del trattato svlte in forma precettistica.
«ma alla foggia di molti antichi, rinovando
una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra
omini singularissimi a tale proposito»
quindi l’eccellenza di coloro che
svolsero questi dialoghi. «e benché io non
v’intervenissi presenzialmente»
quindi viene dichiarata subito, in limine
al’opera, l’assenza dell’autore «per
ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco appresso il
mio ritorno intesi da persona che fidelmente me gli narrò, sforzerommi a punto,
per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello
che abbiano giudicato e creduto di questa materia omini degni di somma laude ed
al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede»
prima di
leggere l’ultima frase fermiamoci un momento.  Una serie di elementi
significativi: il riferimento a un modello che muove dai modelli antichi,
Cicerone; non vuole seguire una trattazione di carattere sistematico e
precettistico ma vuole avvalersi della grata memoria di quanto avvenuto tempo
prima alla corte di Urbino. Al contrario di cicerone il nostro autore non era
presente sotto un profilo di temporaneità: cioè Cicerone non poteva appartenere
al mondo degli oratori della passata generazione, non poteva per ragioni di età;
il Castiglione invece partecipa del mondo della corte, di Urbino, dove furono
svolti questi ragionamenti, in quel momento non era presente perché si trovava
in Inghilterra. Questa indicazione, che corrisponde effettivamente
al tempo in cui il Castiglione si trovava in Inghilterra:  i dialoghi si
svolgono in quattro sere, come ci dice Castiglione, nel Marzo el 1507. Nel marzo
1507 Castiglione si trovava in Inghilterra per un incarico diplomatico di
carattere onorifico: in relazione ad una onorificenza che era stata attribuita a
Guidubaldo dal re di Inghilterra Arrigo VII: quindi il Castiglione non soltanto
ricorda se stesso qui, ma ricorda se stesso in relazione ad un incarico che gli
aveva dato il suo signore che dà onore anche al Castiglione stesso oltre che al
signore e a tutta la corte. Assente temporaneamente ma di fatto partecipe in
pieno della corte di Urbino che rappresenta. Essendo assente il Castiglione
deve, nella finzione, recuperare i dialoghi dal racconto che gli è stato fatto.
Quindi c’è un testimone partecipante a questi dialoghi che poco tempo dopo il
suo ritorno gliene aveva parlato, allora il Castiglione dice che «persona che
fedelmente glieli aveva narrati». A sua volta si deve sforzare, per quanto la
memoria comporterà, ricordarli. E questi non sono elementi casuali: perché
quella che è la memoria del Castiglione è una memoria di secondo grado: chi
glieli ha narrati lo ha fatto fedelmente ma a sua volta secondo il ricordo che
ne aveva in mente; a sua volta il Castiglione si sforza di ricordare quello che
gli è stato detto e raccontarlo. In questo spazio ci viene fatto intendere, si
pone la riscrittura dell’autore. La responsabilità della sua opera è dell’autore
stesso; la responsabilità di quello che era stato detto viene lasciato a coloro
che avevano parlato nei dialoghi. In questo modo gioca in relazione alla propria
assenza: non partecipa direttamente, quindi è più libero nella sua funzione
autoriale, ovviamente funzione e finzione nei confronti del lettore: non è lui
che prende parola direttamente ma sono i suoi personaggi che parlano,
apparentemente l’autore li fa parlare come essi effettivamente avevano parlato,
però di fatto la fissazione sulla pagina è dell’autore, così come dell’autore è
la messa in scena dei dialoghi. L’autore mantiene in pieno la propria
responsabilità dell’opera intera ed è il regista della messa in scena. È stato
giustamente detto che in questi dialoghi è la corte che parla, è la corte che
parla perché il Castiglione la fa parlare, quindi in questo senso c’è una
rappresentazione della corte che al tempo stesso è una rappresentazione di
carattere memorialistico, una rappresentazione che è al tempo stesso una
celebrazione della corte, e una idealizzazione mediante la scrittura. Quindi un
operazione di fatto piuttosto complessa e che ha come esito una scrittura
studiata e che al tempo stesso secondo gli ideali del Castiglione vuole
nascondere l’artificio e presentarsi nella forma più naturale possibile anche
nella rappresentazione dei cuoi dialoghi. Subito dopo ci spiega che bisogna
mettere in evidenza come fu la causa di questi ragionamenti e la introduzione
della cornice: «Né fia ancor fuor di
proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro,
narrar la causa dei successi ragionamenti»
e questo comporta
l’introduzione della cornice narrativa.


 
La cornice: paragrafi II – XII
Un
precedente negli Asolani.
Una cornice che nella parte iniziale dell’opera è
estremamente ampia, molto più ampia di quella ciceroniana e di
altre su di esso esemplate e che può aver avuto uno spunto semmai in un’altra
opera, cioè gli Asolani di Bembo, stampati nel 1505 per la prima
volta. Che cosa c’è in comune con gli Asolani? Alcuni aspetti della
presentazione del luogo, il fatto che ci sia la corte; il fatto
che i personaggi cono personaggi in una corte; il fatto che si tratti di
argomenti di corte. Poi però ci allontaniamo in modo notevole: l’unico che
rimante forse è solo l’ampiezza.
Viene
molto sfruttata dal Castiglione nelle sue potenzialità narrative: ricorderete
che negli Asolani abbiamo una cornice di gusto decameroniano, c’è la centralità
del giardino, qui invece il dialogo è in interni,
nel palazzo, ricorderete anche che ci sono nomi fittizi negli
Asolani non della regina ma dei personaggi. Qui invece siamo in ambito
storicamente individuato con personaggi storici, come era nella
cornice decameroniana per altro.
Il
territorio di Urbino.
Allora, come ci viene presentata questa cornice? È una
cornice piuttosto elaborata. Innanzitutto ci viene presentato il luogo, Urbino.
Abbiamo una sorta di visione per momenti successivi. In primo luogo il
luogo stesso da un punto di vista generale, Urbino, che cosa si
dice di Urbino? Si dice quello che riguarda la bellezza e
l’amenità del luogo, la fertilità della terra, la salubrità
dell’aria.
Gli
ottimi Signori.
Si passa subito a celebrare la maggior felicità del luogo
stesso che dipende dall’aver avuto ottimi signori, qui si
introduce una dimensione che riguarda il tempo: nelle coordinate
spazio-temporali abbiano, primo: il luogo in generale; poi il tempo in una
duplice prospettiva: il passato e il tempo in generale dei dialoghi. Nella
prospettiva del tempo per quello che riguarda il passato innanzitutto, per la
celebrazione degli ottimi signori, c’è la celebrazione di colui che nel mondo
umanistico-rinascimentale era considerato per eccellenza uno dei grandi
principi, e cioè Federico da Montefeltro, qui delineato nei tratti
propri umanistici del principe ideale. Federico da Montefeltro morto nel 1482.
Allora: rassegna di virtù del principe ideale: prudenza, umanità,
giustizia liberalità.
• Le
Armi.
E d’altra parte principe grande e prudente d’animo, ma grande e
prudente dal punto di vista militare: grande condottiero; animo
invitto grande nella disciplina militare. Allora, un principe paragonabile ai
grandi modelli antichi, quindi come una sorta di riproposizione
nell’attuale dei grandi modelli antichi.
• Le
lettere.
Secondo la prospettiva del principe ideale del mondo rinascimentale
accanto alle armi ci stanno le lettere. Grande conoscitore il nostro Federico da
Montefeltro, uomo colto.
Il
Palazzo di Urbino.
D’altra parte che cosa si deve a Federico da Montefeltro?
E qui abbiamo un ulteriore avvicinamento per quello che riguarda il luogo: lo
splendido palazzo di Urbino, che si potrebbe definire una città in
forma di palazzo. Splendido palazzo costruito dal Laurana, le lodi sono più che
giustificate se qualcuno conosce il palazzo di Urbino che è veramente una cosa
straordinaria; il palazzo di urbino viene celebrato per la sua bellezza
architettonica, per la sua funzionalità e per i tesori che
racchiude. Bellezza per ciò che riguarda gli ornamenti, ma bellezza anche per
gli aspetti dell’arte.
• il
mecenatismo.
Un altro degli aspetti importanti di Federico fu il suo
mecenatismo che qui viene appunto celebrato: si tratta di una celebrazione che
riguarda le arti ma riguarda anche le lettere: una cosa importante che ne
conclude il ritratto è in relazione ai libri:
«Appresso con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e
rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e
d’argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenzia del suo magno
palazzo».
Abbiamo una costruzione continuata a climax ascendente che
conclude così il ritratto di Federico da Montefeltro. Teniamo presente che
questi bellissimi codici sono pressochè quasi tutti attualmente conservati
presso la biblioteca vaticana. Sono i preziosi codici Urbinati.

Guidubaldo da Montefeltro.
Questo elogio di Federico lascia subito dopo il
passo all’elogio del figlio Guidubaldo che era quello cui si doveva venire in
questo processo di avvicinamento, abbiamo visto da un un punto di
vista geografico Urbino nell’insieme e poi il palazzo di Urbino; poi da un punto
di vista cronologico il padre, e poi il protagonista del tempo in cui sono
ambientati i dialoghi. Il ritratto di Guidibaldo in una certa misura corrisponde
a quello del padre nella delineazione del principe ideale però si contrappone a
quello del padre perché tanto ebbe successo e fortuna il padre
Federico da Montefeltro, tanto fu soggetto ad insuccessi e colpi della sfortuna
il nostro Guidubaldo.

colpito dalla sfortuna.
Il nostro Guidubaldo è di nuovo rappresentativo nel
tema che avevamo visto nella dedicatoria al De Silva, dell’intervento negativo
della fortuna, contro la virtù: la fortuna si accanisce contro Guidubaldo e
contro la sua virtù. Si accanisce da un punto di vista fisico,
poiché Guidubaldo è gravemente malato tanto da essere impossibilitato a
muoversi, ormai anche quando era di fatto poco più che un ragazzo colpito dalla
gotta, e Guidubaldo è molto sfortunato nelle proprie azioni,
anche quelle dotate di maggiore virtù. Ciononostante, stoicamente
(questa è la rappresentazione di una figura di fermezza stoica) resiste ai colpi
della sfortuna e si mette in luce con le proprie virtù militari e di animo e
ingegno.

Circondato da uomini eccellenti
. Uno dei meriti grandi di
Guidubaldo è l’essersi circondato da uomini nobili ed eccellenti:
il principe grande ed eccellente nella sua corte ha un concorso di nobilissimi
ingegni. Ci viene delineato in quello che l’editore ha messo come capitolo III
quanto accade nella corte di Guidubaldo: non entra in particolari, ma sono
indicati alcuni aspetti che riguardano quello che potremmo definire il il tempo
del negotium, cioè le attività, e dell’otium durante il giorno.
Durante
il giorno.
Allora, il principe esercita il proprio ruolo e la propria
presenza durante il giorno perché durante la sera a causa delle
sue condizioni di salute è costretto a ritirarsi presto nelle proprie stanze.
Durante il giorno egli dà regola e norma, quello che non può più fare negli
esercizi di cavalleria, lo può fare esercitando il proprio giudizio
e la propria funzione attraverso le parole e la propria presenza in relazione
all’agire degli altri. Questo si traduce in una serie di enunciazioni relative
ad esercizi cavallereschi. Su cui non entro nel merito e sono
aspetti che facilmente si deducono dalla lettura. Questo riguarda le ore del
giorno che sono suddivise in occupazioni e in divertimenti (convenienti, onesti
e piacevoli).
La
sera.
Quando Guidubaldo però a causa della malattia e della stanchezza la
sera si ritira nella propria stanza allora di fatto la corte si riunisce nelle
stanze della duchessa. È la duchessa che presiede al tempo dell’otium
per eccellenza: quello del desinare, dopo cena, e quello in cui si sono i veri e
propri intrattenimenti cortigiani. Questa è la consuetudine nella corte di
Urbino. Consuetudine che per quello che riguarda la duchessa ha uno spazio nella
rappresentazione della cornice che ci dà l’autore piuttosto ampio. Si
concentra sulla figura della duchessa, come il principe è nei confronti dei
cavalieri durante il giorno, così la duchessa è per tutta la corte durante la
sera: la duchessa rappresenta la norma e la figura regolatrice dei divertimenti
serali. Il modello, al massimo grado gerarchico naturalmente, di comportamento,
colei cui si ispirano tutti quelli che sono nella corte. Quindi, onestà e
convenienza, dignità e maestà di comportamento, e al tempo stesso anche
piacevolezza: tutti sono tra loro legati da un’ onesta catena di affabilità
reciproca e il mondo di Urbino in questi divertimenti serali rappresenta un mondo
di concordia e di amore cordiale. Sempre nella massima onestà: c’è una libertà
dei rapporti, perché ci sono uomini e donne, senza alcuna licenza: e non è
necessario che ci siano stabiliti dei freni, perché basta la presenza della
stessa duchessa per essere per tutti regola e norma: nessuno mai si periterebbe
ad un comportamento disonesto in relazione a quello che è proprio di questa
situazione di cui è regina a pieno titolo la duchessa.
• La
condizione della Duchessa.
Non soltanto la duchessa ha queste connotazioni
esemplari che diventano modello e regola per tutta la corte, ma a sua volta ha
prudenza e fortezza d’animo che sono significative importanti, rare virtù.
Massimo esempio di ciò che in una donna può essere di virtù e di animo. Si
chiarirà meglio, e questo emergerà con chiarezza nel nostro terzo libro, la
condizione peculiare in cui si trova la duchessa: sposata a Guidubaldo malato è
come se fosse vedova ancor con il marito in vita. Una sorta di vedova bianca,
perché ovviamente date le condizioni di Guidubaldo non è possibile che ci sia
la vita di relazione comune tra marito e moglie. La duchessa a sua volta ha
sempre a sua volta voluto condividere pienamente la condizione del marito. Anche
nel tempo in cui le condizioni stesse del marito e dello stato avrebbero reso
possibile un suo allontanamento. Quindi la fedeltà è uno degli
elementi di fondo che connotano la duchessa e la virtù oltre che prudenza e
grandezza d’animo.
I
divertimenti di corte
. Dopo aver introdotto questo allora viene a spiegarci
nella cornice quali erano i divertimenti di corte , e qui abbiano una sorta di
spaccato di quello che poteva essere fatto nelle corti: giochi, danze,
ragionamenti, questioni amorose, anche una sorta di giochi a indovinelli,
allegorie ed altro. E ci vengono presentati i personaggi: a questo punto abbiamo
l’idea di un ampiezza di presenze piuttosto notevole. Ci sono i cortigiani
residenti
e quelli che spesso sono attirati li dalla corte e
frequentano molto spesso la corte di Urbino. Rispetto ad altri trattati in forma
di dialogo qui i personaggi si moltiplicano. Si potrebbe vedere in
questo, e in parte anche è stato visto, un altro modello, oltre che la volontà
di dare un idea di ciò che significa la corte, ci spiò essere anche un rimando
specifico al mondo effettivo delle corti, però se vogliamo vederne un altro
modello la presenza di un numero rilevante di personaggi che parlano è il
modello del trattato in forma conviviale: ricordiamo che il modello di carattere
conviviale, che presenta un notevole numero di personaggi ed anche introduce la
possibilità di una notevole varietà di argomenti.
I personaggi
Qui ci
sono presentati i personaggi. I personaggi che ci sono presentati sono in una
certa misura messi in ordine di entrata, cioè noi abbiamo in primo luogo i
personaggi principali, quelli che saranno di fatto i portavoce dell’autore in
diverse parti dell’opera. Tra questi nobilissimi ingegni celeberrimi sono: (io
qui mi limito ad enunciarne i nomi, poi le connotazioni dei personaggi e le loro
caratteristiche le ricavate nelle notazioni):
I
personaggi principali:
• il
signor Ottaviano Fregoso: a lui spetterà nel quarto libro una delle trattazioni capitali: il rapporto tra il principe e il
Cortegiano. Gli spetterà
perché il Fregoso fu tra l’altro, non nel tempo fittizio dei dialoghi ma in anni
successivi, doge di Genova, e avrà di fatto una posizione molto importante.
• Il
fratello: messer Federico, a sua volta un personaggio significativo ed
importante, che divenne prima arcivescovo poi cardinale; Federico Fregoso è di
fatto il personaggio che introduce il gioco del perfetto cortigiano, e
è quello a cui è affidata la trattazione principale del secondo libro.
• Il
magnifico Giuliano de’ Medici (nostra vecchia conoscenza!) è colui al
quale in prima battuta viene affidato (non è l’unico interlocutore né l’unico che
svolge questa trattazione) nel terso libro il compito della formazione della
perfetta dama di palazzo: il difensore delle donne per eccellenza.
•  Messer
Pietro Bembo: non ha bisogno di presentazioni, Bembo, personaggio pure
principale del quarto libro a sua volta, condivide con Ottaviano Fregoso la
funzione principale nel quarto libro, nella seconda metà del quarto libro è il
Bembo che tratta il tema dell’amore spirituale. Il Bembo non interviene nella
discussione sulla lingua: nel secondo libro c’è un ampia digressione sulla
lingua ma li il Bembo non ne ha parte.
• Messer
Cesare Gonzaga: uno dei personaggi più spiritosi e brillanti. È
personaggio molto caro al Castiglione, era suo cugino, il Gonzaga è il secondo
campione delle donne nel terzo libro.
• Il conte
Ludovico da Canossa, è un personaggio dalla carriera ecclesiastica e gli
è affidata la trattazione principale del primo libro dell’opera.

Gasparo Pallavicino
: questo è un personaggio particolare, uno dei più
giovani tra i personaggi di corte qui presenti ed è quello che per eccellenza ha
il ruolo di contraddire, è potremmo dire il bastian contrario di
questi dialoghi, ed è anche quello che ha la funzione di misogino:
lo troveremo spesso nel terzo libro perché è colui che di fatto sostiene una
tesi già di fatto sostenuta nel secondo libro, secondo la quale le donne sono
non animali (esseri animati) perfetti ma piuttosto imperfetti. Il nostro
Pallavicino introduce nel dialogo la voce dell’aristotelico, non dello sciocco
aristotelico, ma dell’aristotelico comunque, e anche su questo lo vedremo.
Ce ne sono
anche degli altri che mi limito a citare:

Morello da Ortona
: il più anziano e che diventa quasi una macchietta in
questo suo essere anziano;
• al
contrario messer Roberto da Bari è il più giovane in assoluto e poi ce ne
sono degli altri. Queste sono le punte indicate perché la corte aveva molti
altri nobilissimi cavalieri. C’è poi la schiera di quelli che non erano sempre
presenti perché non erano residenti alla corte: ci sono i cortigiani che sono al
servizio del signore e che possono essere o direttamente stipendiati dal signore
o che per rapporti di carattere feudale appartengono alla corte; poi ci sono
personaggi nobili che sono attratti dallo splendore della corte e molto spesso
partecipano a quello che sono le attività della corte: tra queste ultime cito
Bernardo Bibbiena
. Con il Gonzaga è uno dei personaggi più brillanti e
arguti e per questa ragione al Bibbiena viene affidato nel secondo libro il
compito di trattare delle facezie: il Bibbiena lo abbiamo
ricordato in quanto autore della fortunatissima commedia «la calandria» ce fu
rappresentata ad Urbino nel 1513 per l’allestimento curato dallo stesso
Castiglione. Tra questi ultimi personaggi non residenti ricordo l’ultimo citato:
Nicolò Frisio, il Frigia, che avevo citato ieri; di origine tedesca,
l’altro nemico delle donne ma molto meno elaborato nel discorso e fine rispetto
al Pallavicino e quello per il quale Castiglione aveva scritto in origine quella
lettera al Frisia che è il nucleo originario, la matrice del trattatello sulle
donne. Adesso nell’ultima redazione, le parole più vivaci, più pittoresche del
frigio sono tagliate ma qualcuna ne rimane.
Questa
schiera di personaggi è conclusa per l’appunto da un indicazione di carattere
generale che dice che sempre «sempre poeti,
musici e d’ogni sorte omini piacevoli e li più eccellenti in ogni facultà che in
Italia si trovassino, vi concorrevano»
alla corte di Urbino. Abbiamo così
definito il luogo in generale e il tempo in generale: la corte al tempo di
Guidubaldo.
Ulteriore restringimento: l’occasione
Abbiamo
anche circoscritto il luogo: abbiamo visto Urbino, il palazzo, le stanze della
duchessa: ora ci viene circoscritto il tempo: queste occupazioni
che si svolgevano, occupazioni piacevoli che si svolgevano sempre ebbero un
esito particolarmente significativo e superiore addirittura al consueto in
quattro sere consecutive nel Marzo 1507: viene introdotta
l’occasione: come vedete è una cornice molto elaborata, molto ampia, costruita
con una serie di cerchi concentrici possiamo dire, e siamo arrivati adesso al
centro dei nostri cerchi.
Allora, le
circostanze quali sono? Innanzitutto viene ricordato un dato sotto il profilo
storico e politico: dell’anno precedente il Papa Giulio II aveva
dato luogo alla spedizione di riconquista di Bologna. Aveva
concluso la propria conquista nel corso del 1506 e all’inizio del 1507 si era
trovato, ormai conclusa la spedizione, a ritornare indietro e a ritornare alla propria corte a
Roma, ed era passato con la propria corte da Urbino. Addirittura si erano trovati nella corte il Papa i cardinali e
tutto il seguito del papa e questi personaggi erano stati soddisfatti della
corte di Urbino. Quando il papa e la sua corte erano ritornati, una parte di
personaggi erano rimasti, attirati dalla bellezza della corte di Urbino, ed
erano rimasti li per molti giorni. E oltre ai divertimenti ordinari i
cortigiani della corte di Urbino avevano voluto onorare gli ospiti eccellenti
con giochi e divertimenti superiori al consueto e al tempo stesso
avevano voluto dare un ulteriore prova della propria eccellenza.
In questo contesto si inserisce il gioco per perfetto Cortegiano.
In
cerchio.
Ci viene appunto detto che il giorno dopo alla partita del papa,
riunitisi ogni sera si trovano i cortigiani e come ogni sera la Duchessa ha
fatto sedere in un cerchio tutti i cortigiani presentei: sedere in cerchio,
motivo già decameroniano ricordiamo e ripreso anche negli Asolani. Questo indica
che tra i cortigiani c’è una parità di condizioni. D’altra parte c’è un’altra
cosa che viene specificata: vengono messi alternati uomini e donne finché il
numero delle donne era sufficiente ( ma c’erano più uomini che donne, ed anche
questo viene specificato).
Il
ruolo di Emilia Pio.
Come ogni sera la duchessa deve dare l’inizio e lascia
il carico come ogni sera ad Emilia Pio. Allora, dopo la duchessa,
la donna che ha  il ruolo più significativo nella corte per quello che riguarda
questi intrattenimenti serali è appunto Emilia Pio, citata in precedenza tra le
presenze presso la duchessa, e la Pio (a sua volta rimasta vedova di uno dei
Montefeltro) aveva l’incarico di proporre per prima il gioco. Allora Emilia Pio
dopo aver rifiutato l’impresa di proporre il gioco, dato che  la duchessa vuole
che sia lei a proporlo, ha l’idea di proporre come gioco: il proporre un
gioco che non sia mai stato fatto prima
.
Un
gioco continuo di raddoppi.
Aveva già accennato ieri che c’è qui in gioco di
raddoppiamenti, una virtualità che viene messa in atto
specularmente per cui di fatto in questo senso si viene a creare un immagine che
virtualmente ci rappresenta la corte e il suo doppio: con il gioco che consiste
nel proporre un gioco, cioè questa ottica di raddoppiamento che è un’ ottica
interna importante e significativa, propria della messa in scena della corte.
La
schermaglia.
In questo senso allora, Emilia Pio passa la parola a quello che
aveva prossimo, e qui c’è una schermaglia: inizia come se fosse una gustosa
schermagli di corte; il modello potrebbe davvero essere quello degli Asolani,
infatti il Pallavicino cui toccherebbe parlare naturalmente subito
si lamenta perché la proposta reale toccherebbe farla ad Emilia. Allora
interviene la duchessa ridendo e dice che si deve ubbidire ad Emilia Pio che
viene nominata Luogotente della duchessa: quindi sarà Emilia Pio a
svolgere per conto della Duchessa 8quindi anche qui abbiamo due figure: la
duchessa che è gerarchicamente più altra che incarica ad Emilia pio di
controllare lo svolgimento) quindi Gasparo è costretto a parlare e a proporre il
gioco dicendo che appunto le donne sempre si sottraggono e lasciano la fatica
sempre agli uomini. Allora Gasparo propone un primo gioco.
Allora, i
giochi che come dicevano erano nella prima redazione ancora più ampi, nella
seconda erano ancora 14, qui si dimezzano di numero e sono ridotti. I giochi
ruotano quasi tutti intorno a tematiche amorose varie, brevemente:


 
1) per
Pallavicino
si tratterebbe del gioco che ciascun dicesse di che virtù
soprattutto volesse fosse ornata la donna amata e quale vizio avesse che fosse
meno da biasimare. Teniamo presente che finché non interviene Emilia Pio a dire
che il gioco va bene, tutti devono proporre un gioco. Essendo accanto al Pallavicino dall’altra parte un’altra donna, che è Costanza
Fregosa, dovrebbe
parlare Costanza, ma dato che è stato sottratto questo compito ad Emilia pio,
viene sottratto a tutte le altre donne: solo gli uomini hanno il compito di
proporre il gioco. Allora dopo il Pallavicino, non parlando la donna che è di
fianco, la parola passa a Cesare Gonzaga. Troviamo qui introdotto un altro
motivo: il paradosso.
2)
Cesare Gonzaga
che è personaggio molto brillante e arguto ha in mente il
tema della pazzia. E qui noi ci troviamo specularmente al tema
della perfezione di cortigiania: il paradosso della perfezione della pubblica
pazzia. Dato che ciascuno ha in sé un seme di pazzia, che sollecitata viene a
manifestarsi pubblicamente, così facendo riferimento a questo spunto, il gioco
che propone il Gonzaga è questo: «vorrei che
questa sera il gioco nostro fusse il disputar questa materia e che ciascun
dicesse: avendo io ad impazzir publicamente, di che sorte di pazzia si crede
ch’io impazzissi e sopra che cosa»
eccetera. (cap IX) E questo
naturalmente suscita vivacemente i cortigiani, tutti ridono di questo gioco e
non c’era nessuno che si trattenesse dal proclamare di quale genere di pazzia
sarebbe egli stessi impazzito, c’era chi diceva che impazzirebbe nel pensare,
chi nel guardare, chi diceva io sono impazzito in amare eccetera.
3)
Interviene a questo punto il personaggio che ha la funzione del buffone:
Fra Serafino
. Ora, la parte del buffone era molto più
ampia precedentemente ed è ora molto ridotta, e come vi ricordavo qui c’è una
riconsiderazione più rigorosa della funzione dei personaggi e viene
immediatamente tacitato da Emilia, perché che cosa vorrebbe fare? Vuole
introdurre delle ciance relative al parere che ciascuno può avere del fatto
che quasi tutte le donne hanno in odio i topi e amano i serpenti
, e solo lui
ritiene di averne la soluzione. Interviene Emilia Pio in maniera piuttosto secca
poiché ci viene detto «ma la signora Emilia gli impose silenzio». Allora la
parola passa ad un poeta di corte presente: bernardo accolti detto l’unico
aretino.
4) Qui si
inserisce una sorta di siparietto: questo Accolti mostrava di
essere segretamente innamorate della Duchessa, la quale naturalmente non
corrispondeva, e allora, l’accolti metteva in campo il tema della sofferenza in
amore proprio e della crudeltà in amore, nei confronti di cortigiani che
l’amavano da parte della duchessa. Quindi introduce una questione di carattere
più personale e propone «che ognun dica ciò
che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in
fronte».
A questo punto il siparietto conclude poiché questa cosa la
poteva sapere solo lui, e nell’invito di fatto a dire un sonetto che egli finge
di improvvisare. Un sonetto apprezzato dalla corte ma che per la
sua eccellenza non è creduto improvvisato come l’Unico voleva fingere che fosse.
Dunque, il motivo anche della poesia recitata nella corte che ci ridà
effettivamente uno dei costumi della corte.
5)
Intervengono ancora con una questione amorosa, sia Ottaviano Fregoso sia il
Bembo. Ottaviano Fregoso vuole che si dica, avendo ad essere
sdegnata seco con se quella persona che egli ama, quale causa vorrebbe che la
inducesse a tale sdegno
.
6)
Bembo
si inserisce sulle parole del Fregoso e a sua volta vuole che
si dica da chi vorrebbe che nascesse la causa
: una casistica amorosa.
7)
L’ultimo che parla è appunto Federico Fregoso che sposta il
discorso in un’altra direzione e propone un gioco del tutto diverso un gioco che
riguarda la lode stessa della corte: «chi
volesse laudar la corte nostra, lasciando ancor i meriti della signora Duchessa»

ben potrebbe, e parafraso, senza essere sospettato di adulazione dire che in
nessun’altra corte di Italia si possano trovare dei cortigiani così eccellenti.
Eccellenti oltre quella che è la principale professione del cortigiano che è la
cavalleria: perché in primo luogo il cortigiano come sua professione doveva
essere uom d’arme, vale a dire cavaliere. «se
in loco alcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortegiani e che
sappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegiania s’appartiene,
ragionevolmente si ha da creder che qui siano»
dunque questo gioco della
perfezione della cortigiani a pieno titolo si introduce in questa corte che è
rappresentata come la più eccellente possibile fra tutte le corti di Italia. E
questo vale a rintuzzare chi non è cortigiano e vuole acquistarne il nome pur
non avendone le competenze e le capacità. Allora gioco proposto qual è?
«Vorrei che si formasse con parole un
perfetto cortigiano
»
. Formar con parole, che riprende in micro
traduzione oratione fingere, quindi formare con il discorso
il perfetto cortigiano. Il fatto che ci si avvalga di questa espressione non è
secondario: l’ambito in cui qui ci si pone è il formar con parole, l’ambito
dunque di carattere retorico: discorso. Così come il modello, che è il De
Oratore, si pone in un ambito retorico e argomentativo nel’ambito di un più
ampio rispondere.
I
motivi della scelta
. Il gioco è considerato tra i migliori proposti da
Emilia Pio con naturalmente l’approvazione di tutti i circostanti. Abbiamo
notato l’impostazione diversa fatta data al gioco fin dall’inizio da parte del
Fregoso. Mentre le altre questioni proposte erano amorose, qui ci
si rivolge all’ambiente stesso della corte. Il formare con parole il perfetto
cortegiano pone un particolare rapporto tra reale e ideale. Perché il Fregoso
aveva introdotto le sue considerazioni con una grande lode della
corte di Urbino. In questo senso il gioco pone un rapporto nell’enunciazione che
è stata fatta tra il formare con parole la figura ideale del perfetto cortegiano
e quello che è di fatto nella rappresentazione che ci viene data dallo stesso
autore del Fregoso della corte di Urbino. D’altra parte abbiamo visto come la
formazione della figura del perfetto cortigiano era giustificata anche in
relazione a la volontà di controbattere chi pretendeva di giudicare se stesso un
buon cortigiano e invece non ne aveva in nessun modo la capacità e le
competenze.
Le
regole del gioco
. Il gioco viene proposto anche con delle modalità: viene
proposto che si scelga uno dei cortigiani presenti che formi il perfetto
cortigiano e tutti gli altri in quelle cose che non pareranno convenienti
possono contraddirlo.
• La
contraddizione.
In questa contraddizione si introduce, ma è una per così
dire un richiamo analogico (perché non è un discorso filosofico
che qui viene fatto) «come nelle scole de’
filosofi
a chi tien conclusioni»
introduce in questo senso un
procedimento dialettico che qui però è in funzione della conversazione.
In alcuni punti vedremo la discussione verte su temi di carattere più
propriamente filosofico e allora c’è un dibattito che introduce anche elementi
di disputatio in questo senso.
Il
contraddire d’altra parte ha anche la funzione di rendere il gioco più
vivace
, perché altrimenti riuscirebbe freddo. Interviene Emilia, dicendo
«piace, sarà il nostro gioco per ora».
Il richiamo della Duchessa non è da sottovalutare: è la Duchessa che investe
Emilia Pio del compito di essere la luogotenente; ma il potere delle serate è
sempre nelle mani della duchessa, che ha si investito Emilia pio come
luogotenente, ma è sempre la Duchessa cui si fa capo per l’autorità che la
duchessa rappresenta. Emilia Pio si rivolge alla duchessa perché sia lei a
scegliere chi debba condurre questa trattazione sul perfetto cortegiano.
Vorrebbe sottrarsi Emilia Pio alla scelta per non fare torto a nessuno. Ma la
duchessa la richiama ai suoi doveri e dunque sarà lei a decidere.
Il
“Paradosso”.
Un altro aspetto è il paradosso: il carattere del gioco apre il
campo da un lato del divertimento (gli aspetti ludici legati al
gioco) e dall’altra la possibilità e virtualità nel discorso. In
questo si inserisce anche quello che è proprio del paradosso. Noi ci dovremmo
aspettare da parte di Emilia la scelta del cortegiano migliore in assoluto che
possa trattare del perfetto cortigiano. E invece la scelta di Emilia Pio è
proprio giustificata al contrario: sceglie il conte Ludovico da Canossa
dicendo per l’appunto che scegliendo lui ci sarà uno spazio alla
contraddizione
senza la quale il gioco diverrebbe freddo. Se si
scegliesse un altro che potesse dire la verità sul perfetto cortegiano non lo si
potrebbe contraddire. Quindi colui che ha scelto è scelto apposta perché venga
contraddetto: è un motivo di carattere paradossale, e di carattere ludico che
dà luogo d’altra parte a scherzi, poiché il Canossa dice per esempio che essendo
Emilia Pio una che sempre contraddice non c’è pericolo che la contraddizione
possa venire meno.
Ma c’è
anche l’introduzione di una chiave di lettura che per quanto possa essere
interpretata anche nell’ottica della sprezzatura, che più oltre sarà enunciata
dallo stesso Canossa, cioè da parte dell’autore l’introdurre un argomento serio
e significativo, come se fosse il più bel gioco del mondo, la scelta sul Canossa
che è identificato da Emilia Pio come personaggio meno adeguato a svolgere
questo compito, è indicativa proprio perché il Canossa può dire di se che per
l’appunto quello che per burla ha detto Emilia Pio è in realtà verissimo, nel
senso che c’è differenza tra quello che egli sa, e quello che sa operare: e cioè
potrà dire qual è il miglior cortigiano, ma non come diventa tale. Quindi viene
sottratto lo spazio a quello che è un vero e proprio insegnamento: non sarà
infatti un libro di precettistica, anche se qualche indicazione di tipo
precettistico pur sarà data, ma una trattazione relativa alla figurazione del
perfetto cortigiano, cui saranno date delle regole universalissime.
E d’altra
parte il nostro Canossa spiegherà che è ben difficile identificare la vera
perfezione
: bisogna investigare in modo ragionevole cercando la
perfezione nascosta: ci sono molti che pensano di parlare di una virtù in realtà
utilizzando il vizio propinquo, vicino a questa virtù. È difficile trovare la
verità, investigare. Non è un investigazione quella che verrà qui fatta, ma
l’espressione del giudizio di chi parla: infatti il Canossa dice
che non vanterà di avere questa cognizione di questa cosa così occulta e
difficile che è la vera perfezione ma non potrà altro nel suo discorso se non
lodare quella sorte di cortigiani che più apprezza, e approvare da parte sua
quello che gli sembra più simile al vero, secondo il suo poco giudizio.
Questo ha
a che fare con il topos modestiae e col paradosso di cui sopra, ma ci riporta
anche a quell’ottica, quella concezione di approssimazione che
abbiamo visto nella dedicatoria al de silva, e d’atra parte anche a ciò che c’è
di relativo al giudizio, non soltanto di relativo del giudizio del canossa nei
confronti dei giudizi degli altri; ma anche di relativo del giudizio del canossa
di oggi rispetto a quello che potrebbe essere domani il giudizio del Canossa.
Infatti dice: «il qual seguitarete, se vi
parerà bono, o vero v’attenerete al vostro, se egli sarà dal mio diverso. Né io
già contrasterò che ‘l mio sia migliore del vostro; ché non solamente a voi po
parer una cosa ed a me un’altra, ma a me stesso poria parer or una cosa ed ora
un’altra»
. Non è dunque una trattazione fatta per da un insegnamento
determinato, volutamente qui si pone uno dei cortigiani, tra gli altri cortigiani
della corte, che esprime i propri giudizi. Giudizio che è giudizio dell’oggi.
E questo evidenzia ulteriormente quali sono i termini in cui si muove il
trattato. Ben consapevole il Castiglione della difficoltà dell’individuare questa
figura di perfetto cortigiano, della variazione dei giudizi, della variazione di
questi nel tempo, e di quanto vi sia di spazio, di confronto, di tensione tra le
parole che vengono dette e la figurazione del cortigiano, quindi
l’approssimazione all’ideale nelle parole e al tempo stesso al rapporto di
tensione tra ciò che è nella realtà e ciò che è dell’ideale.
Per
mettere più in evidenza l’ambito di questo ragionamento, ho omesso un passo che
precede quello or ora letto e che ci interessa da un altro punto di vista, e
cioè per quello che riguarda la struttura e l’impostazione. Secondo anche qui il
modello ciceroniano che poi è seguito come abbiamo visto nei tratti che si
rifanno al de oratore, si vuole iniziare la trattazione, nell’ambito della prima
parte del libro, nella prima serata in questo caso, senza che vi sia una
predisposizione del discorso: questo aspetto qui è esplicitato con chiarezza,
perché quanto questo compito è attribuito al Canossa il Gonzaga
interviene facendo presente che l’ora è già avanzata ed essendoci altri piaceri
predisposti sarebbe possibile rimandare alla serata successiva, in
maniera che il Canossa abbia tempo di pensare ed impostare bene il
suo discorso.
Ma il
Canossa rifiuta, e anche qui c’è una voluta dissimulazione e una
finzione della naturalezza di questi dialoghi, e non vuole fare la figura di
quello che si toglie gli abiti che non gli consentono di saltare, e poi salta
meno che con l’abito che lo impacciava. E quindi vuole dare prova di sé e
iniziare subito a parlare, impostando un discorso non preordinato:
e questa è una finzione di naturalezza che viene messa in atto scenicamente
dall’autore. Il modo di procedere del Canossa è un modo in cui il Canossa prende
l’arbitrio del proprio discorso, si assume l’arbitrio delle scelte di quello
che vuol dire: «io voglio adunque che sia».
È una formazione fatta con parole.
Inizia la formazione del cortegiano
Nobile
e Generosa famiglia.
Allora  ci sono alcune cose che dobbiamo ricordare di
questo libro, determinanti per questa figura del cortegiano: la scelta che fa il
Canossa è in primo luogo relativa alla condizione di origine del
cortigiano: vole che sia nobile, nato nobile e di generosa famiglia. Mette in
evidenza i motivi di questa scelta sia di quello che riguarda la convinzione del
Canossa che la nobiltà di origini sia uno stimolo ed una spinta a
fare cose lodevoli, sia quello che riguarda il nome, la fama,
l’impressione che questo elemento di origine porta con sé.
Primo
contenzioso.
Sul fatto che il perfetto cortigiano debba essere nobile si
apre immediatamente il contenzioso. Perché il Pallavicino si
assume immediatamente il ruolo del contraddittore per eccellenza. Ora non
entriamo nel merito delle ragioni dell’uno e dell’altro ma il Canossa ad un
certo punto fa presente che quella è la sua scelta e va avanti, poiché è
lui che sta formando il perfetto cortegiano. Scelta che si basa non solo sulle
sue convinzioni ma anche proprio in relazione di quel tema della fama e di ciò
che è importante in termini di apparenza.

L’apparire.
Teniamo presente che il mondo della corte è il mondo di ciò che
appare, l’essere per il cortigiano non è sufficiente: l’avere buone qualità
non è sufficiente
se queste qualità non si manifestano e non sono
riconosciute
. Questo non significa che al Castiglione interessi
l’apparenza e non la sostanza, non è così in effetti, però è vero che viene
sottolineato questo motivo dell’apparire, l’impressione che viene data; anzi,
addirittura la prima impressione: se un cortigiano va in una corte
dove non è mai stato prima è importante. Ed è importantenon solo in relazione
al principe, ma in relazione all’opinione universale che si ha di lui.
La
grazia.
D’altra parte si connette a quello che fin dall’inizio dice il
Canossa, il tema cardine della grazia: la grazia può essere un
dono del tutto naturale. Qui viene collegato a quello che viene ben accetto,
grato, il cortigiano a partire dal suo essere nobile, e viene appunto collegato
questo dicendo poi in conclusione: «voglio che
il cortigiano abbia una certa grazia e un sangue che lo faccia a
chiunque lo vede grato ed amabile»
. L’essere pieno di grazia può essere
un dono totale della natura, ma c’è anche chi non si trova in
queste condizioni: quindi con fatica e studio deve correggere i
difetti della sua natura.
Un
esempio: Ippolito d’Este
. Quindi, chi viene riconosciuto tra coloro che sono
illustri nelle corti, si trova in una condizione elevata, ma non nella corte di
Urbino bensì nella corte di Ferrara, è il cardinal Ippolito, che a
sua volta era reggente del ducato di Ferrara. Si introduce nell’esempio anche
una serie di motivi di carattere encomiastico. L’uso degli esempi
è funzionale: in linea di massima gli esempi però non sono solo esempi positivi,
come in questo caso, molto spesso sono esempi di atteggiamenti e attitudini da
evitare, e danno anche la concretezza e la vivacità dell’aneddoto.
Dovendo
però e volendo scegliere ciò che è proprio del perfetto cortigiano gli
attribuisce anche una certa grazia naturale venuta lui dalla natura, il tema
della grazia ritornerà poi oltre, e vi si soffermerà perché è un tema cardine di
tutta l’opera.
La
professione del Cortegiano.
Passa poi a mettere in evidenza quelle che sono
le professioni del cortigiano: che cosa deve essere e saper fare il cortigiano.
E la pria professione è la professione delle armi: il cavaliere.
Uomo d’arme è colui che esercita la professione delle armi a cavallo, è il
cavaliere. E anche qui si mette in evidenza come questa professione delle armi
si colleghi anche a ciò che è proprio del modo di essere del cortigiano che deve
essere dotato di coraggio e forza d’animo e al tempo stesso, in relazione alla
professione delle armi viene messo in evidenza come la manifestazione
dell’essere il nostro cortigiano competente e abile, pronto, capace nella
professione delle armi, debba essere manifestato a luogo e tempo debito:
e qui abbiamo una serie di esempi molto gustosi sull’eccesso di non
curanza
che viene esibito, come quello che essendo stato
trapassato
dalla lancia nella coscia, fingeva di essere stato colpito da
una mosca; oppure quello che sosteneva che non si poteva guardare nello
specchio
quando era armato perché sennò si sarebbe fatto paura da sé.
La
medietas.
Attraverso anche aneddoti di questo genere si mette in
evidenza la misura. La concezione propria della medìetas  che è un
concetto naturalmente oraziano, ma ancora prima aristotelico per la verità,
ripreso ampiamente nell’umanesimo: la misura e il controllo;
l’evitare gli eccessi. Eccessi che possono venire da un eccesso di esibizione
da un lato, ed un eccesso di mancata esibizione dall’altro. Gli eccessi
del tropo e del troppo poco.
I
commenti e le facezie.
Prima di procedere oltre teniamo presente qual è la
funzione degli altri personaggi: abbiamo visto la funzione di contraddizione del
Pallavicino. Ma ci sono anche altre funzioni che sono quelle del fare
commenti
, dell’introdurre osservazioni, e in questo modo si aggiungono
anche altri elementi e considerazioni. E poi c’è quello che è proprio del gioco
di corte: l’elemento faceto, le battute facete. E in questo i due
personaggi più brillanti sono il Bibbiena, e Gonzaga.
Questa parte legata al riso, presente e sottolineata anche attraverso elementi
di carattere diegetico, che noi troviamo nella terza redazione è sotto l’attento
controllo dell’autore.
Anche in
questo senso non ci devono essere eccessi, anche su questo la regia
dell’autore ha esercitato la sua potatura rispetto alle redazioni precedenti.
Anche nella messa in scena dei suoi personaggi il Castiglione è estremamente
attento ad evitare gli eccessi: se ci fosse una trattazione continuata e
condotta per voce dello stesso personaggio in modo tale da non dare adito
all’intervento degli altri personaggi, o non fosse la trattazione del
personaggio principale fatta in modo piacevole, oltre che utile, incorrerebbe in
un eccesso negativo, che colpirebbe negativamente il lettore, così si deve
evitare l’eccesso degli elementi faceti, scherzosi del riso. La medietà deve
essere anche proprio in un conguaglio attento in modo che la nostra sia
rappresentata come un conversazione piacevole, varia, dignitosa ed adeguata a
quello che è proprio il pubblico interno della corte. E c’è un attenzione da
parte del Castiglione dal punto di vista stilistico all’eleganza e al decoro
nello stile, ma al tempo stesso una capacità notevole a riprodurre una finzione
elegante di oralità, in modo che  non si incorra nel vizio dell’affettazione.
Le
domande.
Abbiamo detto che ci sono delle regole nel gioco: la regola è che
Canossa parli, e quando Canossa dice qualcosa che non viene giudicato
conveniente e condiviso dagli altri si intervenga. Non è previso il fare
domande
all’inizio.
• La
trasgressione del Bibbiena.
Ma a questo punto c’è una trasgressione,
una prima trasgressione fatta da Bibbiena che laddove si parla
degli esercizi del corpo che sono collegati con tutto quello che è esercitazione
per diventare abili nelle armi (perché per diventare abili nelle armi ci sono
tutta una serie di esercizi) il Bibbiena introduce una battuta faceta che
riguarda anche il corpo e la prestanza del corpo del cortigiano, e
d’altra parte anche la bellezza del cortigiano stesso, visto che il Bibbiena non
è particolarmente prestante. Su questa domanda del Bibbiena, e cioè su come
si possa fare se la prestanza fisica del cortegiano non corrisponde con quello
che ha detto
, il Canossa aveva risposto e subito dopo interviene il
Gonzaga
rilevando l’infrazione commessa da Bibbiena che aveva fatto la
domanda, e rivendicando dunque a sé lo stesso diritto. Ma a questo punto non gli
viene passata questa, perché la duchessa non può consentire che le regole del
gioco vengano infrante.
•  la
nuova regola.
Allora interviene come mediatrice Emilia Pio che
consente che si introduca questa ulteriore regola che modifica la prima: non più
soltanto contraddire, ma anche fare domande. E qui
si vede bene il gioco delle parti: Emilia pio luogotenente ha a sua volta il
compito di rappresentare la duchessa, ed investita del ruolo di luogotenente
riesce ad ottenere dalla duchessa che si modifichi in parte la regola posta.
Quindi si introduce la possibilità di domandare e non viene punito il fallo
commesso
.
Questo
consente di dare ulteriore vivacità al dialogo, mettere a fuoco i
ruoli rispettivi, ma anche di introdurre un elemento che è proprio del dialogo
diegetico, anche nella matrice ciceroniana, quello che il Tasso aveva indicato
come la maniera più facile: che domanda chi non sa. Qui viene introdotta la
possibilità di fare domande, e il Canossa dunque non continua solo per la sua
strada rispondendo alle obiezioni, ma deve anche rispondere anche a specifiche
questioni che gli vengono poste. E questo ampia il campo della trattazione.
Come si
acquista la grazia?
Qui viene introdotta proprio dal Gonzaga una domanda
cruciale: è il fatto che  il Gonzaga, molto attento (presentato
come uno dei personaggi più acuti) ha notato che nelle cose dette dal Canossa la
parola grazia ricorre quasi
«come se fosse un condimento di ogni cosa»
. E allora che
cosa vuol saper eil gonzaga? «con quale arte,
con quale disciplina e in quale modo i cortigiani possono acquistare questa
grazia»
e mette in evidenza il fatto che secondo lui da come è stato
investito del ruolo di svolgere il compito di formare con parole il perfetto
cortegiano al Canossa spetti dare anche questo insegnamento.
Come è
non come si diventa
. Il Canossa si sottrae: non è obbligato a fare questo,
il suo compito non è insegnare, quindi quello che il Canossa non è obbligato a
fare è il come si possa essere perfetto cortigiano ma il suo compito è stabilire
quale sia il perfetto cortigiano. «Così come
un soldato può spiegare al fabbro quael sia l’arma che vule ma non
dire al fabbro come deve essere fatta l’arma»
in questo senso si sottrae
anche alla possibilità di fare tutto, ci sono cose che non può fare, lui può
solo dire come deve essere: può dare solo delle regole universalissime, rifiuta
l’insegnamento e una specifica precettistica.
• i
migliori maestri.
Tornando agli esercizi del corpo tra queste regule
universalissime troviamo in primo luogo, fermo restando che la grazia non si
possa imparare, e che ci debba essere quantomeno una attitudine ad avere la
grazia, sugli esercizi che riguardano il corpo la prima delle regole universali
è che bisogna avvalersi fin dall’inizio della propria formazione dei
migliori maestri
. E dai migliori maestri bisogna apprendere le cose
migliori che questi insegnano: e qui introduce una similitudine che è quella
dell’ape, l’ape che sugge il nettare da diversi fiori e poi
appunto produce il miele.
Regola
universalissima: evitare l’affettazione.
Ma la regola universalissima, la
cosa più importante che riguarda la grazia nel capitale capitolo XXVI
è quella dell’evitare come uno scoglio l’affettazione e invece
dare di sé, usare in ogni cosa una certa sprezzatura, per usare
una parola nuova, una disinvoltura nel fare le cose che nasconda l’arte: l’arte
deve essere acquisita ma nascosta. Quello che si fa deve essere mostrato come se
fosse proprio, dato dalla propria natura, deve essere semplice e naturale, non
deve essere mostrata l’arte.
[Parentesi: anche il Valerio usa l’articolo in modo diverso rispetto a quanto
prescritto dalle prose. C’è tra l’altro qui un esempio «evitare il sforzare»]
Un
esempio: la danza.
La facilità genera grandissima meraviglia. L’apparenza,
ciò che appare è fondamentale: non si deve manifestare la fatica e lo studio con
cui si sono acquisite le capacità, ma queste devono apparire come se fossero
naturalmente appartenenti a chi le manifesta
; evitando
tassativamente di mostrare l’artificiosità.

l’affettazione di messer Pierpaulo.
L’artificio è il nemico numero uno del
perfetto cortigiano. L’esempio che viene fatto è proprio del mondo cortigiano
nella sua concretezza, l’esempio della danza. E viene viene posto in evidenza
che quando «il nostro messer Pierpaulo danza
alla foggia sua, con que’ saltetti e gambe stirate in punta di
piede, senza mover la testa, come se tutto fosse un legno, con tanta attenzione,
che di certo pare che vada numerando i passi?
» Quindi
questo è un esempio che mostra bene l’effetto di ridicolo, di caricatura,
esempio di affettazione, caricata naturalmente.

l’eccesso di sprezzatura di messer Roberto.
D’altra parte anche la
sprezzatura è una forma di equilibrio, di controllo di sé: al tempo stesso non
deve essere esibita un eccessiva disinvoltura. Questa è
un’affettazione all’opposto: è altrettanto affettato esibire una noncuranza
assoluta delle cose. Tra i due esempi, di chi è affettato per eccesso mostrando
lo studio e la fatica che fa per compiere il ballo, e dall’altra parte chi
mostra di non curarsi affatto (altra caricatura) messer roberto da bari
(introdotto dal Bibbiene) che quando «per
mostrar ben di non pensarvi si lascia cader la robba spesso dalle
spalle e le pantoffole de’ piedi, e senza raccórre né l’uno né l’altro, tuttavia
danza»
si comporta come se fosse così naturale per lui ballare che non
controlla assolutamente nulla dei movimenti del proprio corpo, ecco, tra questi
due eccessi del troppo e del troppo poco si inserisce non casualmente la grazia
di molti nella corte di Urbino nel ballare.
La
rappresentazione in atto della sprezzatura: Urbino.
Guardate alla fine del
cao XXVI: «Qual occhio è cosí cieco, che non
vegga in questo la disgrazia della affettazione? e la grazia in
molti omini e donne che sono qui presenti, di quella sprezzata desinvoltura (ché
nei movimenti del corpo molti cosí la chiamano), con un parlar o ridere o
adattarsi, mostrando non estimar e pensar piú ad ogni altra cosa che a quello,
per far credere a chi vede quasi di non saper né poter errare?»
dunque la
corte di Urbino in sé, e tutti i suoi personaggi [fuorché messer Pierpaolo!]
sono espressione di questa grazia.
In
definitiva.
Questa grazia che è acquisita nello studio delle cose; nasce da
un attitudine naturale che se non c’è non possibile acquisire quelle capacità,
che però una volta acquisite vengono mostrate come se fossero un dono
naturale: si tratta di un lavoro di nascondere l’arte: la vera
arte è quella di sapere nascondere l’arte. In questo modo si viene ad acquisire
anche una maggiore Fama. La fama che si ha nella corte è legata alla
manifestazione di sé che fa vedere le capacità di ciascuno e le fa supporre
superiori rispetto a quelle che ciascuno abbia; se si sa nascondere bene l’arte,
si dà prova di sé per cui si fa pensare che se si è così capaci naturalmente, se
si è così abili nel fare le cose, molto più si otterrebbe se si
facessero con studio
. Su questo punto il discorso dell’illusione, della
finzione scenica della corte assurge a dei livelli ulteriori. La grazia però
attraverso la sprezzatura include non solo quello che riguarda il corpo ma anche
ciò che riguarda il controllo di sé e l’equilibrio della persona. Non è
soltanto un elemento collegato ad aspetti e connotazioni esteriori, ma richiede
anche capacità interiori da parte del cortigiano.
Prima digressione: la lingua

Signor, far mi
convien come fa il buono

sonator sopra il
suo istrumento arguto,

che spesso muta
corda, e varia suono,

ricercando ora il
grave, ora l’acuto
.
Verso la prima digressione. Una
dimostrazione di sprezzatura ulteriore ci viene data dall’autore attraverso il
modo in cui introduce quella che è la digressione più importante di questo primo
libro: attraverso esempi di affettazione per ciò che riguarda la musica:
perché l’eccesso di perfezione è affettazione (e questo riguarda tutto il
campo di operazioni dell’uomo, e del cortigiano specialmente): per questo la
variazione, l’introdurre delle variazioni nelle note in maniera tale che non vi
sia un suono continuamente perfetto; così pure la pittura e tutte
le altre operazioni.

introdurre arcaismi.
Questo ci porta quasi insensibilmente a parlare della
lingua. Un modo di affettazione del cortigiano è quello di introdurre
le parole antiche toscane
. Così come al tempo stesso era stato introdotto
nel discorso l’uso, quando si viene da una corte straniera, l’uso di parole che
appartengono a quella corte. Viene introdotto con questo il tema della lingua.
Le
digressioni nel cortegiano.
Abbiamo qui la prima ampia digressione ed è
questa una delle altre carattereistiche del Cortegiano: le
digressioni, le questioni che comportano elementi da discutere partitamente e
che introducono uno spazio che interrompe il filo del discorso che si sta
svolgendo. Anche questo aspetto di introdurre digressioni è legato anche solo
parzialmente al modello ciceroniano. Questo si vede molto di più
nel secondo libro, perché la più ampia digressione del secondo libro riguarda le
facezie, ed è molto esemplata sul modello ciceroniano.
Fregoso:
il contraddittore.
Noi non ci soffermiamo sulla discussione della lingua, mi
limito a dire che in questo caso il ruolo di maggior contraddittore è preso da
Federico Fregoso. Canossa è di fatto il portavoce del Castiglione,
il Fregoso è colui che si contrappone al Canossa e al Castiglione.

Canossa: portavoce dell’autore.
E come facciamo a dire che Canossa è
portavoce del Castiglione? Su questo non ci possono essere dubbi perché la
posizione del Canossa è analoga a quella che ci ha espresso in apertura
di libro nell’edizione a stampa il Castiglione e cioè nella seconda parte della
dedicatoria al De Silva: quindi non possono sussistere dubbi sul
fatto che il Canossa costituisce la voce del Castiglione.
Le ‘Prose’.
Il Fregoso, vi ricorderete che è a sua volta un personaggio
delle Prose della Volgar Lingua del Bembo, libro che è
nella sua genesi in costituzione parallela alla scrittura del Cortegiano, così
come personaggio delle Prose comune al cortegiano (sono due) è il De
Medici
. Questo due personaggi, Federico Fregoso e Giuliano de Medici
sono entrambi presenti sia nelle Prose che nel Cortegiano e in tutti e due i
luoghi parlano della lingua.

Portavoce del Bembo.
La figura del Fregoso qui è quella del contraddittore:
viene detto in più luoghi che rappresenterebbe la posizione
del bembo. Rappresenta solo in parte la posizione del Bembo il
Fregoso, però il Fregoso è di fatto un amante degli arcaismi in  termini di
gusto, quello che il Bembo non è: cioè il Bembo introduce arcaismi
perché si rifà alla lingua del trecento (Petrarca per la poesia, Boccaccio per
prosa) come modello, ma perché il Bembo ritiene questo l’oro della lingua;
invece il preziosismo dell’arcaismo è nel gusto del Fregoso, c’è differenza.
Parlato
e scritto.
L’altro aspetto molto importante è la distinzione netta che viene
fatta dal dal punto di vista del Fregoso, al contrario per quello
che riguarda il Canossa tra il dire e lo scrivere:
il Fregoso fa una netta distinzione fra l dire e lo scrivere, dice che non si
possono usare nel parlare parole antico toscane ritenendo che si tratti di una
affettazione; ritiene invece che questo vada fatto nello scritto perché questo
impreziosirebbe lo scritto. Il Canossa rifiuta questa
distinzione
e pone in un rapporto molto stretto il parlare e lo
scrivere: lo scrivere è la vita delle parole che rimane dopo che si è parlato:
non pone differenza da un punto di vista linguistico, lo pone certamente da un
punto di vista delle scelte stilistiche che si fanno nella scrittura.

Digressione troncata.
Ma il filo del discorso è stato interrotto a lungo in
questo senso e deve essere ripreso. Il filo del discorso viene ad essere
ripreso parecchi capitoli dopo: la questione della lingua viene introdotta nel
capitolo XXIX e dopo il capitolo XL viene ripreso il
filo del discorso: la discussione viene troncata tra l’altro,
perché il Fregoso non si dà per vinto.

mancata conciliazione.
Questo è un altro aspetto da tenere presente e lo
troveremo anche nel terzo libro quando ci sono posizioni incompatibili il
termine di mediazione non viene trovato, ma viene bloccata la discussione da
parte della signora Emilia Pio che perentoriamente interrompe il Fregoso che
vorrebbe continuare a parlare e invita il Canossa a riprendere il filo del
discorso. Il Canossa si rammarica dicendo che è difficile riprenderlo; lo
riprende comunque e continua il suo discorso per quello che riguarda gli
ornamenti.
Il filo
riprende.
Continua a mettere in evidenza quali sono gli aspetti più
significativi che devono riguardare il cortigiano introducendo le condizioni che
non devono essere solo relative al corpo ma anche sotrattutto all’animo, e
introducendo elementi e motivi qui solo accennati di carattere etico-morale, e
poi introducendo altri elementi.
Le
competenze del cortegiano?
Che cosa deve avere come competenza
il cortegiano? Teniamolo presente perché poi la perfetta donna di palazzo viene
commisurata alla figura del cortegiano. Umanisticamente il cortegiano deve
essere formato, deve avere una formazione di carattere anche letterario.
Ma non un informazione soltanto, una vera e propria formazione: deve conoscere
bene le lingue classiche, anche il greco, e deve essere versato
sia nella letteratura antica che nella moderna e volgare.
Armi o
lettere?
Si apre a questo punto un’altra questione: il Bembo
non era intervenuto a discutere per la lingua, interviene ora a discutere su
questa questione: se sia maggior ornamento per il cortigiano quello dell’arme
o quello delle lettere. discussione fra l’altro di un tema
largamente trattato fin dai tempi classici, su cui Canossa e Bembo hanno
opinione opposta. Se il Bembo vuole che il cortegiano sia competente di lettere
e formato artisticamente il Canossa attribuisce la palma alle armi, mente il
Bembo alle lettere.
• altro
troncamento.
Anche in questo caso la disputa viene troncata
dal Canossa che dice che non vole proseguire la disputa più a lungo, è lui che
sta formando il cortegiano, e così resta interrotta la questione. Il cortegiano
non solo deve avere competenza nelle lettere ma anche nella musica.
Non solo in questa ma tra le altre cose deve avere capacità nel disegno
e competenze nella pittura. Si fa dunque anche dell’ironia perché
viene rappresentato come un vaso in cui si mettono dentro troppe cose.
Uno
spaccato delle discussioni cinquecentesche.
Tra le altre questioni
che vengono fuori c’è anche una discussione pure umanistica se sia superiore tra
le arti la statuaria o la pittura: e vengono
confrontati tra di loro Michelangelo e Raffaello. Cioè ci viene dato qui uno
spaccato anche della varietà delle questioni discusse nelle corti.


 
Dalla
pittura: la bellezza femminile
. Introdotte come se fosse una cosa naturale
proprio attraverso questa presentazione della figura del cortegiano e questa
varia discussione che dunque in ciò si apre. Il tema della pittura fa introdurre
il tema della bellezza, che è prossimo a quello dell’amore.
Perché si discute in modo acceso se sia più piacevole vedere di fatto una bella
donna o vedere una pittura in cui la donna figurata sia figurata come al
perfezione di bellezza. Quindi se faccia più piacere la visione di ciò che è
reale o la visione ideale della bellezza femminile. E qui naturalmente il faceto
Gonzaga propende per la bellezza della donna reale: si introduce questo motivo
che introduce a sua volta anche a tematiche fatte a schermaglie di carattere
amoroso.
Un’interruzione: l’arrivo di F.M. Della Rovere
Arriva
gente.
Il discorso non viene ulteriormente condotto avanti perché c’è un
interruzione: anche qui la matrice rimane ciceroniano, l’interruzione è data
dall’intervento della presenza di altri personaggi che arrivano
sulla scena della nostra conversazione di corte.
• la
partenza del Papa
. Nella cornice si diceva che la prima serata è quella
successiva alla partenza del papa. Sono rimasti a corte alcuni cortigiani del
seguito del papa, ma altrettanto altri erano andati ad accompagnare il papa,
come si usava: cioè da Urbino erano partiti per accompagnare per un tratto di
strada il papa una serie di personaggi ed anche un personaggio di cui viene
fatto l’encomio, importante per la corte di Urbino perché è colui che viene ad
essere l’adottato di Guidubaldo da Montefeltro, quello che sarà il
duca dopo la morte di Guidubaldo e cioè Francesco Maria Della Rovere.
Canossa
si interrompe.
Arriva Francesco Maria e il movimento stesso dell’arrivo è
realisticamente rappresentato: le voci, i suoni, le persone, fanno sì che si
interrompa il filo del discorso. Il Canossa dichiara che il discorso è stato
interrotto ormai è stanco e quindi vuole porre fine al
ragionamento. E qui abbiamo il modo in cui viene ad essere introdotto il
passaggio da questo primo libro al secondo libro. Perché il discorso del Canossa
ha portato avanti la figurazione di quelle che sono le condizioni del perfetto
cortigiano, ma non ha concluso il discorso sul cortigiano.
Interviene
a questo proposito nel capitolo LV il magnifico Giuliano:
dice che non vuole che il Canossa sottragga quella parte che era rimasta. E cioè
che cosa doveva ancora dire il Canossa? In che modo siano da usare quelle buone
condizioni che sono convenienti al cortigiano. Francesco Maria
della Rovere non vorrebbe che per causa sua si interrompesse il discorso, ma il
Canossa si sottrae dal continuare il discorso: aveva già detto
prima che era stanco e ancora qui si apre uno scherzoso dibattito-schermaglia
con Emilia pio: il Canossa accusa Emilia Pio di essere parziale,
di pretendere che voglia continuare lui a svolgere questo compito, avere lui
questo carico mentre gli altri non ce l’hanno. Emilia risponde celiando, dicendo
che il Canossa vuole ascrivere a fatica ciò che in vece gli è ad onore (cosa non
secondaria): è quindi onorevole il compito svolto da Canossa.
Nuova
regola per il Fregoso
. Anche qui attribuisce una parte ad altro personaggio
e chiama in campo il Fregoso: se il Fregoso era stato quello che aveva
introdotto il gioco del perfetto cortegiano, allora si chiama il Fregoso a farsi parte
in causa: sarà il Fregoso a continuare il discorso. Il Fregoso
vuole sottrarsi perché dice che il discorso è stato avviato, e dovrebbe essere
chi l’ha condotto fino a quel momento ad andare avanti. Qui c’è un ulteriore
paradosso
introdotto da Emilia Pio che dice:
«Fate voi cunto d’essere il Canossa e dite
quello che pensate che esso direbbe
»
quindi al Fregoso viene fatto
assumere il ruolo, potremmo dire la maschera, del Canossa. Come se ci fosse tra loro due una intercambiabilità dei ruoli.
La
virtualità di tutto il discorso
. Ma questo è paradossale: perché il Fregoso
come abbiamo visto non aveva le stesse opinioni del Canossa e qui invece è
chiamato in causa e dovrà parlare come se fosse il Canossa. Infatti all’inizio
del libro successivo il Fregoso dirà che non vuole contraddire in niente di
quello che ha detto sulle condizioni del perfetto cortigiano il Canossa e
continuerà sulla falsa riga di quello che ha detto. Ma anche questo è un
modo anche sottile di mettere in gioco e di rendere paradossale, di aprire il
campo della possibilità, della virtualità e della negazione
stessa di ciò che si sta facendo
, quello di insinuare ciò che è nel rischio
stesso del gioco che si sta compiendo.
È tardi.
È un altro cortigiano, tra quello che sono appena arrivati, il Calmeta
a far notare che si è fatto troppo tardi, ormai si può passare ad altri
divertimenti e sarà meglio differire all’indomani. Questo
stabilisce i giorni, il fatto che non si finisce in questa serata e si produrrà
a lungo il discorso e il gioco si protrarrà nella serata successiva.
• il
congedo della Duchessa.
È necessario che intervenga la duchessa: è lei che
deve dare conferma, è lei che riprende il proprio ruolo di autorità: la Duchessa
impone dunque che si passi ad altro. Impone a madonna Margherita e
a madonna Costanza Fregosa che danzassero. Allora alle donne
spetta la gestualità: la rappresentazione in atto della grazia. Della grazia
della danza. Le danze di corte che vengono indicate con il loro
preciso nome e vengono danzate con estrema grazia e singular piacere di chi le
vide. Poi dato che la notte è ormai avanzata la duchessa si alza: è la duchessa
che scandisce il tempo. Alzandosi significa che dà il congedo per cui «e
cosí ognuno reverentemente presa licenzia, se ne andarono a dormire
» con
ciò finisce la prima serata.

Fine prima
giornata
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