Libro secondo del Cortegiano di Castiglione – di Carlo Zacco

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Seconda serata
Se la
trattazione fin qui c’è stata rappresentata come improvvisata non
più così è nella seconda serata. Anche questo è un modo proprio che è esemplato
su quello ciceroniano del de oratore, Crasso aveva
svolto il suo discorso sulla formazione del perfetto oratore nel primo libro
senza che fosse preordinato. Il compito di trattare ulteriormente la questione
viene affidata ad Antonio e rimandata al giorno successivo. E
d’altra parte vien da cicerone stesso ripreso il movimento dei personaggi: nel
caso di cicerone ci sono dei personaggi che escono dalla casa di crasso e altri
che sentendo ciò di cui si era trattato, arrivano.
L’avvio
al terzo libro
. Questo spunto viene ripreso dal Castiglione ma liberamente
gestito. Così come viene ripreso ma liberamente gestito lo spazio proemiale. Sul
secondo libro ci soffermiamo molto meno su quello che è l’assetto del libro, e
invece ci soffermiamo molto di più sulla conclusione perché
attraverso la conclusione del secondo libro che si imposta quella
ch è la nuova trattazione, quella non prevista inizialmente dal gioco (il gioco
prevede la formazione del perfetto cortegiano) alla fine di questo secondo libro
si introduce l’argomento non previsto che è la formazione della figura della
perfetta donna di palazzo.

Novità della terza redazione.
Quindi diciamo che la figura che sta in
parallelo a quella del perfetto cortigiano e che comporta una svolta interna,
una svolta che è legata alla genesi stessa del libro, perché questa svolta è la
svolta della terza redazione: la formazione della perfetta donna di
palazzo
è di fatto impostata ex novo per come viene svolto il trattato
nella terza redazione.
Dedicatoria: i laudatores temporis acti
La voce
autoriale.
Del secondo libro però alcune cose vanno dette perché hanno una
loro importanza. Innanzitutto come abbiamo visto c’è il proemio  dove di nuovo
l’autore prende il controllo diretto nei confronti del dedicatario
Alfonso Ariosto. È la voce autoriale scopertamente autoriale.
I
laudatores temporis acti.
Qui viene trattato un tema che
frequentemente trattato nella letteratura e in altro, che è quello relativo ai
laudatores temporis acti. Quelli che lodano il passato e condannano il
presente
.
• i
discorsi machiavelliani.
È stato giustamente notato che appunto nella
considerazione in relazione ai laudatores temporis acti noi possiamo avere una
possibilità di confronto con un analogo proemio nei Discorsi da
parte del Machiavelli. Non è un tema che qui intendo trattare però è
significativo che in entrambi gli autori sia introdotta la trattazione di questo
tema.

Celebrazione del presente.
Qui mi limito a dire come è risolta la questione
da parte del Castiglione il quale naturalmente non accetta che vengano lodati i
tempi passati e condannati i tempi presenti. E questo è per noi del tutto ovvio:
come si potrebbe celebrare la corte di Urbino se si facesse un
discorso di questo genere. Ovvio se si tiene presente che la celebrazione della
corte di Urbino dell’anno 1507 e complessivamente la corte di Guidubaldo, è
legata a quella che è la celebrazione anche degli sviluppi successivi della
corte di Urbino: tutto il corso del tempo della corte di Urbino e questo viene
detto con chiarezza in altri proemi ma risulta con chiarezza anche dalle
inserzioni encomiastiche
, per esempio quella di Francesco Maria della Rovere dove si fa riferimento a quello che sarebbe stato il frutto effettivo
che già si manifestava quando era molto giovane.

Metafora della navigazione.
I laudatores temporis acti sono identificati qui
in special modo nei vecchi che lodano le corti del passato.
In sintesi estrema, che cosa dice il Castiglione?
• una
distorsione prospettica
. Il Castiglione si avvale a sua volta dell’ampia
metafora della vita come navigazione e fa presente in realtà i vecchi non si
rendono conto che lodano i tempi passati ritenendoli pieni di virtù e di cose
egregie perché i tempi passati sono i tempi della loro giovinezza.
E non si rendono conto che sono strettamente collegati nella loro rievocazione
memoriale con quella che l’evocazione di quello che era il tempo migliore
della loro stessa vita. E quindi guardano al presente con quella prospettiva, e
non si rendono conto di incorrere in quello che è un errore di giudizio.
È l’errore del loro giudizio, non il peggioramento dei tempi recenti.
Ma è
vero?
Se i tempi presenti peggiorassero rispetto al passato, posto che
questa lamentazione si trova scritta in tutte le storie, da tempo antico ad
oggi, il mondo sarebbe rovinato completamente, perché si sarebbe
arrivati ad un peggioramento tanto costante da produrre una rovina
totale
. Quindi è un errore di prospettiva, e lo stesso vale appunto come sul
piano generale nella vita e nella storia, così per quello che riguarda il
rapporto tra le corti.
Vizio e
virtù sempre presenti.
Da che cosa dipende questo errore di prospettiva
oltre che questa questione che i vecchi dicono? Non si rendono conto del
rapporto che c’è tra il vizio e la virtù: della concatenata contrarietà del
vizio e della virtù, un tema platonico che qui accenno soltanto nella soluzione
data dal Castiglione. Se il vizio è molto grande, ed in effetti nei tempi
presenti c’è un vizio molto grande poiché quanti uomini
scellerati ci sono lo si vede dappertutto, pure significa che c’è una
virtù
molto grande
: perché i due estremi in questo senso si
toccano
e dunque se c’è un grande vizio c’è una grande virtù. Maggiore è
il vizio maggiore è la virtù.
Una
cartina di tornasole: gli antichi.
E d’altra parte se questo è così è perché
gli ingegni sono molto superiori al presente rispetto agli ingegni delle corti
del tempo precedente. Sono questi ingegni da paragonare non con quelli delle
corti precedenti, ma con i grandi antichi: se si va a guardare cosa succedeva
nella parte della storia antica dove ci sono grandi personaggi e grandi ingegni
si vede che c’erano anche grandi virtuosi e grandi scelerati.
E così è nel tempo presente più si produce da un lato il vizio dall’altro la
virtù. Quindi questo discorso non è accettabile.

L’eterno cambiamento dei costumi.
D’altra parte se noi confrontiamo le corti
del passato a quelle di oggi da un altro punto di vista, per quello che riguarda
i costumi, anche qui l’errore di prospettiva dei vecchi emerge con evidenza:
i costumi delle corti cambiano
: quello che era di ‘moda’ nelle
corti quattrocentesche, adesso farebbe ridere tutti. Dunque c’è una variazione,
un mutamento: il tempo muta, mutano i costumi, muta la situazione. Questo
appunto errore dei vecchi non deve portare ad un giudizio negativo sul tempo
presente.

L’eccellenza attuale.
D’altra parte l’eccellenza dei
costumi attuali della corte di Urbino mostra che non si può parlare di una
decadenza del presente rispetto al passato
. Ciò premesso viene ad essere
reintrodottala cornice. Altro aspetto del proemio è l’introduzione della
cornice, qui molto ridotta naturalmente rispetto a quella del primo, e poi si
passa al discorso.
La cornice
 
Il problema d ella memoria. Il modo in cui viene fatta questa
introduzione di cornice è molto interessante proprio sul tema della
memoria
. Ed è un altro indizio che ci dà il Castiglione. Che cosa
succede quando si ascoltano le altre conversazioni? Che ciascuno ne trae quello
che è la sua stessa impressione sia per il giudizio che dà di quello che viene
detto, sia per il ricordo di quello che gli rimane in mente. Perché viene detto
questo? Perché quelli che erano assenti hanno bisogno di sapere quello che è
stato detto il giorno prima, perché se il discorso continua, continua sulla base
di quello che è stato detto. E allora il prefetto, cioè il nostro Francesco
Maria della Rovere, domanda ai presenti, ma variamente gli viene
risposto.
 
La responsabilità autoriale. Quindi questo è un altro aspetto da tener
presente che rimanda di nuovo alla responsabilità autoriale. È una grata memoria
che viene appunto rievocata dal Castiglione, il Castiglione era assente, gli è
stato riferito da persona degna di fede, ma gli è stato appunto riferito
appunto quello che era stato ascoltato, e dunque se i pareri degli
ascoltanti sono vari, se la loro memoria è varia, questo significa appunto
sottolineare in modo sottile, anche quello che è proprio anche della
responsabilità autoriale. È una sorta di gioco da parte dell’autore che è molto
consapevole anche potremmo dire sul piano della metascrittura della sua opera,
del modo di scrivere la sua opera e di far riflette su come la sua opera è
scritta
.
 
Ripresa del dialogo
 
Riprende il Fregoso. Allora qui si tratta delle condizioni del
cortigiano, come queste condizioni debbano essere esercitate. Il nostro
Fregoso
come avevo detto si rifà a quello che aveva detto il
Canossa
, anche qui riprende quel gioco di contraddizioni e battute che
avevamo visto, c’è però una grande aspettativa questa volta quindi
il compito del Fregoso è da questo punto di vista più impegnativo perché non è
più un discorso fatto all’improvviso e qui per semplificare possiamo dire che
qui viene messa in evidenza un’accorta serie di avvertenze che toccano aspetti
diversi.
 
Il discernimento. C’è naturalmente un impostazione di carattere generale
difficile da sintetizzare, e possiamo vederla alla fine del capitolo VI. Come
indicazione generalissima che  introduce la serie di avvertenze.
«Però il governarsi bene in questo parmi che
consista in una certa prudenzia e giudicio di elezione, e conoscere il piú e ‘l
meno che nelle cose si accresce e scema per operarle oportunamente o fuor di
stagione. E benché il cortegian sia di cosí bon giudicio che possa
discernere
[verbo importante perché il concetto basilare sarà la
discrezione, come per Guicciardini] queste
differenzie, non è però che piú facile non gli sia conseguir quello che cerca
essendogli aperto il pensiero con qualche precetto e mostratogli le vie e quasi
i lochi dove fondar si debba, che se solamente attendesse al generale»
ci viene detto che per quanto non si possano dare delle regole di
carattere tale da poter essere sempre messe in pratica dal cortigiano, devono
essere date delle avertenze, una
serie di avvertenze che devono riguardate il tempo, il modo
il luogo, il momento eccetera secondo cui il
cortegiano deve procedere.
tempi, luoghi, circostanze. La
distinzione per parti ci viene data al capitolo settimo. Regola generalissima è
quella già data precedentemente dal Canossa: evitare l’affettazione. E poi cosa
bisogna considerare?
«Appresso
consideri ben che cosa è quella che egli fa o dice e ‘l loco dove
la fa, in presenzia di cui, a che tempo, la
causa
perché la fa, la età sua, la professione,
il fine dove tende e i mezzi che a quello condur lo
possono; e cosí con queste avvertenzie s’accommodi discretamente a tutto quello
che fare o dir vole».
Ecco, quando viene
messo in evidenza, viene messo in evidenza proprio in relazione proprio a tutta
questa serie di situazioni: tempi, luoghi,
circostanze
, condizione stessa del cortegiano: in questo
suo operare deve porsi con discrezione.
 
Alcuni esempi.
Guardate che questo ha a che vedere con tutta una serie di elementi, io mi
limito ad estrapolarne alcuni, per esempio quello che è libero di fare in
privato
, non è altrettanto liberi di fare in pubblico: c’è
sempre il fatto che deve essere pronto ad esercitare un controllo su di sé per
come si manifesta. Poi quello che il cortegiano può fare, per esempio, in
presenza di cortegiani maschi, non deve essere fatto in presenza
di donne. Quello che va bene chi è un cortegiano vecchio,
non va bene per un cortegiano giovane. Situazioni e modi diversi.
Compare il tema dell’amore.
Quello che può essere interessante da dire subito è che proprio il tema dell’amore
si insinua proprio in questo. E qui la caricatura del cortigiano più vecchio
Morello di Ortona
che si offende tantissimo quando gli si dice che
l’amore non si addice ai vecchi. Il discorso che sempre punta su quello che si
era già detto in relazione la primo libro: evitare l’affettazione, seguire
l’ordine, la proporzione, la convenienza, la misura ma con grande attenzione e
cautela: c’è il problema della prudenza.
 
La conversazione.
Per cui può essere necessario simulare e
dissimulare: bisogna stare molto attenti alle persone con cui ci si trova e a
quello che si fa. Cautela che richiede anche un adattamento. Per esempio nella
conversazione, nell’intrattenimento quotidiano: teniamo presente
che tutte le buone condizioni del cortigiano non sarebbero messe a frutto in
modo sufficiente per formare il perfetto cortigiano se non avesse una gentil ed
amabile maniera del conversare cortigiano. Il conversare, che è legato alla
parola naturalmente, ma il modo di porsi in relazione nella corte,
nei suoi due poli possiamo dire: la conversazione col principe, poi
la conversazione con gli altri cortigiani. La conversazione col principe può
introdurre anche degli elementi di rischio non indifferente. Ci sono qui aspetti
che introducono anche elementi di carattere realistico per quello
che riguarda la condizione di Italia e la situazione la situazione del cattivo
principe. La conversazione deve essere tale da essere svolta in modo opportuno
ed adeguato, varia nel tempo, muta nel tempo anche di giorno in giorno.
 
Regola generalissima.
Il nostro perfetto cortigiano deve essere capace di adeguarsi al
mutamento costante: non si può dare nessuna regola in questo se non proprio
ricordare ancora che la discrezione deve essere sua norma e regola
di comportamento.
La brillante conversazione: le facezie.
Naturalmente una parte interessante particolarmente è quella data dal brillante
conversare ci corte, e sul tema del brillante conversare di corte si introduce
l’ampia digressione sulle facezie. Che è una delle parti che pur
costituiscono una sorta di digressione episodio nel discorso a sé stante,
collegato al tema della corte, non autonoma, però c’è una trattazione vera e
propria sui motti e sulle facezie. Qui esemplata in modo molto abile
letterariamente sul secondo libro del Cortegiano.
 
Il mago delle facezie: il Bibbiena.
E qui il Fregoso ha una spalla, un secondo personaggio che è il Bibbiena.
L’arguto per eccellenza, l’abile per eccellenza nell’arte della facezia, il
Bibbiena come esperto nella trattazione non solo conduce avanti e poi completa
questa parte relativa alla facezia, ma introduce un ultima parte che completa
quello che non ci poteva essere in cicerone naturalmente, e cioè le burle.
la beffa. Qui c’è un aspetto che ci
introduce al terzo libro: le novelle: le burle introducono il racconto da parte
del Bibbiena, gustosissimo, di racconti di burle. Si introduce la
vera e propria novella di beffa. Bibbiena le racconta naturalmente come burle
che erano state davvero fatte, e alcune di queste burle il Bibbiena stesso le ha
avute.
 
L’onestà delle donne.
Ma la cosa che ci interessa è che viene introdotto come rappresentante e
scrittone di novelle di beffa il Boccaccio. E sono discusse in termini di
casistica le novelle di beffa del Boccaccio come se si trattasse di episodi
effettivamente avvenuti. E dato che nelle novelle di beffa Boccaccio rappresenta
le donne beffatrici e beffate, si introduce il tema dell’onestà
della donna. Tema già accennato nel contesto dei motti da parte del Bibbiena,
perché i motti, le facezie devono avere una misura, non devono screditare: e ci
sono degli oggetti che assolutamente non devono essere screditati o colpiti:
l’onestà della donna non deve essere mai colpita
, non ci deve essere il modo
di morderla sull’onestà, perché l’onore per una donna è l’elemento fondante.
Onore legato ad onestà: come l’onore nelle armi dell’uomo così l’onestà della 
donna non deve essere svergognato, nemmeno se la donna fosse disonesta. Si può
mordere solo allusivamente, non colpendo. Su questo piano si introduce la
battaglia sulle donne, e la svolta: l’istituzione della figura della donna di
palazzo.
 
“Donna
di palazzo” o “cortegiana”?
La conclusione del II Libro ci consente come
viene ad essere introdotto questo tema che non è presente fin dall’inizio del
gioco di formar con parole il perfetto cortegiano, e qui viene ad essere
introdotto un altro tema, parallelo e a questo collegato, che è formare con
parole la perfetta donna di palazzo. Teniamo presente che in linea di massima ci
saranno una o due occorrenze del termine cortigiana, perché
cortegiana nella lingua del tempo voleva dire meretrice, quindi in linea di
massima si tende a non usarlo per la donna di palazzo, per evitare equivoci.
Tra le
seconda e la terza redazione.
Come accennato il mutamento rispetto alla
redazione precedente si fa consistente perché la modificazione della parte
finale del II libro è funzionale alla modificazione di quello che era il terzo
libro della seconda redazione, che si sdoppia, con modificazione
di parti, nel III – IV della terza redazione.
Facezie
e Burle.
Allora, avevo accennato come qui di fatto viene introdotto il
discorso, come sempre come se si trattasse di un occorrenza naturale
nel contesto della discussione, all’interno, o meglio alla conclusione della
trattazione che sta svolgendo il Bibbiena, Bernardo Bibbiena, sulle facezie.
Avevamo visto come la digressione relativa alle facezie occupi una buona parte
del II libro, in questa digressione che è iniziata da Fregoso che è colui che ha
il compito di svolgere la trattazione sul cortegiano nel secondo libro, ad un
certo punto introduce l’esperto, per così dire, che è appunto
l’arguto cardinale Bibbiena. Il Bibbiena per l’appunto svolge questa parte sia
riattualizzando i modelli di riferimento: e modello strutturale è in primo luogo
anche per questa parte, lo abbiamo detto, la digressione sulle facezie del
secondo libro ciceroniano del De Oratore; e poi aggiunge un ultima
parte che è tutta moderna e che riguarda le cosiddette burle, cioè le
beffe
. In questa parte non fa solo riferimenti ad episodi che narra come
effettivamente accaduti al suo tempo, ma fa riferimento anche alle novelle di
beffa del Boccaccio: nel capitolo LXXXIX all’inizio, citando le
novelle di beffa del Boccaccio, faceva riferimento alle notissime novelle di
Bruno e Buffalmacco, nei confronti di Calandrino e Maestro Simone, e citava le
molte altre novelle «di donne che sono veramente ingegnose e belle».

Attenzione al tipo di burle.
Svolgeva poi il racconto relativo alle burle e
spiegava come al cortigiano però non si adattino quelle burle che assomigliano
piuttosto a truffe: e dunque i cortigiani devono evitare quel tipo
di burle come truffe, e devono invece essere attenti alle convenienze
e al modo. Non devono neanche mettere a segno delle beffe che
siano tropo aspre, troppo acerbe e conclude il capitolo LXXXIX
dicendo che le beffe devono «aver rispetto e
reverenza, così in questo come in tutte le altre cose, alle donne,
e massimamente non intervenga offesa della onestà».
Gasparo:
perchè privilegio alle donne?
Avevamo accennato che qui subito insorge il
pallavicino, Gasparo, che subito accusa il Bibbiena di essere troppo parziale,
nei confronti delle donne, e con una serie di domande incalzanti che mostrano
bene come appunto il Pallavicino si senta sul vivo, mette in evidenza che
ritiene ingiusto che le donne debbano avere un privilegio in
questo senso nei confronti degli uomini, perché se agli uomini deve essere cara
l’onestà delle donne, altrettanto alle donne deve essere caro l’onore
degli uomini.

 

Diversità uomo-donna
. E Bibbiena non intendeva dire che alle donne non
doveva essere caro l’onore degli uomini, ma il Bibbiena voleva sottolineare che
le donne non devono essere attaccate con burle o facezie che riguardino la loro
onestà, mentre in relazione al tema dell’onestà questo può essere fatto nei
confronti degli uomini in modo più indolore rispetto alle donne; e qui mette in
evidenza la disparità di condizione che è una disparità di
condizioni sociali e di costume.
Per una
donna, basta poco.
Alle donne sono posti dei freni molto più stretti per cui
certi comportamenti che se fatti dagli uomini non sono tali da indurre a giudizi
negativi per quanto li riguarda, invece la donna basta soltanto che ci sia una
parola fuori posto, una falsa accusa, una calunnia
nei confronti dell’onestà delle donne che questo comporta un grave disonore per
la donna stessa. E conclude dicendo: «però
essendo il parlar dell’onestà delle donne tanto pericolosa cosa da offenderle
gravemente, dico che dovemo morderle in altro e astenerci da questo;
perché pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che
già avemo detto convenirsi a gentilomo»
. Il gentiluomo è appunto colui
che deve essere l’uomo di corte: il perfetto cortigiano che deve essere
gentiluomo.
Pausa.
E come sempre viene ad essere introdotta una sorta di pausa mediante la
cornice diegetica: quando un personaggio aspetta un momento prima di riprendere
a parlare si inserisce un altro personaggio che può o far domande o porre un
obiezione o vivacizzare il discorso. E qui interviene un altro personaggio
autorevole, ridendo: molto spesso questa espressione ricorre, come
pure nel testo ciceroniano. C’è la sottolineatura anche della
piacevolezza
del fatto che qui si tratta formalmente di un gioco.
Le
donne: «animali imperfettissimi».
Allora il signore Ottaviano
Fregoso aggiunge una notazione di carattere misogino nei confronti delle donne,
e la introduce attribuendo questo parere al Pallavicino, o meglio suggerendo
una obiezione che potrebbe fare il pallavicino; dirà che non è lui
che ha questa opinione la ma attribuisce al misogino-pallavicino.
attribuisce appunto al Pallavicino che se è stata fatta questa legge
nei confronti delle donne, e cioè della necessità di tenerle a freno per quanto
riguarda la continenza questo è dovuto alla loro natura, e le donne qui sono
definite «animali imperfettissimi».
Animali vuol dire esseri animati; imperfettissimi cioè: le donne avrebbero un
grado tale di imperfezione ed avrebbero una così scarsa o nessuna dignità
rispetto agli uomini, per cui era assolutamente necessario, essendo la
continenza
femminile indispensabile, per aver certezza dei
figlioli
, che si ponessero alle donne dei freni così stretti
. Se nei
termini della continenza e dunque, questo è collegato con l’onestà ovviamente,
sono posti dei freni così stretti si consente alle donne invece di non guardare a
tanto invece per quello che riguarda altre qualità.
E allora
si pone una obiezione: se per poter pungere, sia pure in modo adeguato, è
necessario pure pungere dove vi sia un  difetto o una mancanza, e quindi
qualcosa di non conveniente nel comportamento di chi viene morso o punto,
essendo l’unico quel freno che è posto alle donne relativo alla continenza, se
si toglie la possibilità di toccarle sul piano dell’onestà, di fatto si toglie
la possibilità di fare motti, facezie o burle nei loro confronti.
Interviene
la duchessa. Ecco, in questa parte finale del libro non
casualmente la duchessa assume più spazio. E qui c’è una schermagli atra
personaggi: la duchessa accusa Ottaviano di parlare male delle
donne, e in questo modo non può pretendere che le donne lo amino. Ottaviano si
schernisce dicendo che non ha nessun desiderio che le donne lo amino, e dice
comunque che non è la propria opinione, ma quella di Gasparo, opinione che
Gasparo potrebbe appunto allegare.
A questo
punto interviene Bernardo il quale dice che sarebbe una bella cosa
se si potesse battere in un sol colpo i due nemici delle donne, Ottaviano
e Gasparo, e farli riconciliare con  le donne e questo suscita di
nuovo un intervento del Pallavicino che nega assolutamente di essere nemico
delle donne, e dice che invece sono loro ad essere nemiche degli uomini.

Discussione sulle novelle boccacciane
. E qui si torna sul tema e anche sulla
casistica delle facezie e delle novelle del Boccaccio: come già vi avevo
accennato vengono poste sullo stesso piano episodi che si definiscono
effettivamente accaduti, come lo scambio di battute che sarebbe avvenuto alla
corte spagnola tra questo Alonzo Carilllo e la signora
Boadiglia
, e quello che il Boccaccio aveva raccontato nelle sue novelle.
E qui vengono accennate tre novelle del Boccaccio: viene dunque fatto un
confronto ed una discussione su una casistica che viene posta in evidenza e
discussa in modo diverso dai due personaggi di Gasparo Pallavicino e del
Bibbiena. Per quello che riguarda la facezia relativo ad Alonso Carillo e alla
Boadiglia fa richiamo a quello che aveva detto in una parte precedente il
Bibbiena e viene ridiscusso a confronto con un’altra battuta successiva, su
questo non mi soffermo, ma mi interessa quello che riguarda le novelle del
Boccaccio. Le novelle del Boccaccio che sono in discussione sono due della
VII
giornata, cioè la giornata delle beffe che le donne fanno ai loro
mariti, e una, che è una novella pure di beffa, ma che fa parte della III
giornata (la VI della III giornata).
Gasparo
Pallavicino
ritiene in questo senso che sia di nuovo una
dimostrazione della parzialità da parte del Bibbiena che non vuole riconoscere
che ci debba essere uguale diritto degli uomini a
beffare le donne
, di quanto non sia viceversa. E qui Bibbiena in primo luogo
vorrebbe sottrarsi al discorso, si rivolge all’uditorio, perché il compito che
gli è stato affidato non è quello di svolgere un discorso in relazione a ciò che
è pertinente per gli uomini o per le donne, ma di un discorso soltanto per quello
che riguarda le facezie. E ritiene di aver detto sufficienza quello che può
essere una risposta a Gasparo, perché già ne aveva parlato a sufficienza, quando
aveva stabilito, nel contesto del suo discorso sulle facezie, quelli che erano i
termini convenienti e non convenienti, per mordere ed essere arguti e faceti gli
uomini e le donne. 
Ritorna
come avevo detto nella casistica delle facezie, il caso dei due personaggi
spagnoli che avevo detto, e viene a discutere di quello che riguarda le novelle
del Boccaccio. Le novelle del Boccaccio sono discusse come se fossero fatti
realmente accaduti; il Bibbiena nega che le donne facciano bene ad ingannare i
mariti, però ritiene che si debba considerare il peso della maggiore o minore
offesa, e in che  modo l’offesa sia stata fatta. Ingegnosi e belli gli spunti
del Boccaccio per quello che riguarda queste burle, da non comparare nel modo in
cui ha fato il Pallavicino. Per questa ragione: nella sostanza viene paragonata
questa beffa di Ricciardo Minutoli a Catella, alle altre due.

Giornata VII, novelle 7, 8. .
Allora, nelle altre due novelle che sono le
novelle della VII giornata, ci sono due mogli che si fanno beffe
del marito perché hanno entrambe un amante. L’inganno viene fatto
al marito perché le donne desiderano per ciò mantenere il loro rapporto amoroso
con l’amante, quindi esercitare la propria volontà.
Catella:
Giornata III, novella 6. .
Invece molto più spinosa è la novella di
Catella
e Ricciardo Minùtoli. Ricciardo Minutoli si era
innamorato di questa donna, che era la moglie di Filippello,
nobile suo amico tra l’altro, siamo a Napoli, e la donna non
voleva saperne di lui perché era innamorata del marito ed era gelosissima del
marito. Allora Ricciarco Minutoli si avvale di un inganno appunto facendo leva
sulla gelosia della donna. Finge che il marito di lei abbia un
amante e che si vogliano incontrare con questa amante in un bagno (i bagni erano
luoghi di incontro anche amoroso) e finge di darle le precise indicazioni di
questo appuntamento, sicuro che Catella, gelosissima, vorrà intervenire. Catella
infatti crede di poter svergognare il marito, arriva sul luogo del presunto
appuntamento credendo di arrivare prima dell’altra donna, finge di essere la
donna con cui il marito Filippello avrebbe avuto questo appuntamento e attende
nel buio l’arrivo del marito. Ha un incontro amoroso con colui che crede essere
il marito traditore: in realtà colui con cui ha l’incontro è Ricciardo Minùtoli.
Quando poi comincia a offendere il marito cercando di svergognarlo pensando
appunto che potesse dimostrare di averlo colto sul fatto, in realtà viene a
scoprire ha avuto un incontro amoroso non con il marito ma con quello che voleva
appunto essere il suo amante. La novella si conclude in un modo tale per cui
darà un argomento successivamente a Gasparo Pallavicino perché Catella si
dispera, vorrebbe fuggire, e un po’ con le minacce, un po’ con le lusinghe
Ricciardo Minutoli la convince a restare e alla fine anche per le connotazioni
del loro incontro amoroso e per le capacità persuasive di Ricciardo, Catella
decide da quel momento di diventare l’amante di Ricciardo, e
quindi al novella si conclude con un cambiamento della situazione della donna.

Amante, ma non voleva.
Ma che però è stata sforzata a fare ciò
che non voleva, e infatti il Bibbiena con in testa questa opportunità dell’agire
che si tratta di un tradimento indotto da Ricciardo, dicendo,
siamo alla fine del capitolo XCIII
«Riciardo con quello inganno sforzò colei e
fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suo
marito per far essa di se stessa quello che le piaceva
».
Quindi c’è
una netta differenza nell’agire delle due donne e nei risultati delle due donne.
Teniamo presente che la novella boccacciana di Catella, è stata ben tenuta
presente da Machiavelli nella Mandragola.
Naturalmente Gasparo Pallavicino introduce a questo punto il tema della
passione
amorosa, e dice che quegli inganni che sono fatti per
amore, devono essere ammessi così negli uomini come nelle donne.
L’amore
veridico del Bibbiena.
Ma l bibbiena contesta ed esprime
un’altra valutazione ed un’altra concezione, esprime una concezione dell’amore
sincero, dell’amore veridico, dell’amore proprio del nobile
innamorato: il nobile innamorato, il gentiluomo di valore, non farà mai un
tradimento di questo genere nei confronti della donna: ama a cuore una donna e
desidera non diventare il padrone con il tradimento del suo corpo, ma invece
desidera vincere la rocca del suo animo. Desidera l’amore della
donna come il dono dell’anima della donna a lui e questa è la ragione di fondo,
per cui assolutamente esclude qualunque forma di tradimento
in amore, vanno esclusi tradimenti, incantesimi, malìe, ma vanno esclusi anche
i doni: perché ci potrebbe essere una corrispondenza della donna per utilità.
Mentre è il libro scambio del dono amoroso che viene giudicato come degno di un
valoroso amante, e che riguarda per l’appunto la rocca dell’anima piuttosto che
il possesso del corpo.
Ma Gasparo
Pallavicino non rinuncia a continuare su questo piano, e introduce un’ ulteriore
notazione misogina, e si avvale per questa ragione proprio della
conclusione della novella di Catella, e cioè sostiene che il tradimento può
essere un mezzo per ottenere un fine voluto sostenendo che sempre chi possiede
il corpo delle donne è anche signore dell’animo. Il Bibbiena respinge questa
ipotesi, anzi questa tesi con una espressione che a noi può sembrare paradossale
ma che ha a che fare con i costumi del tempo: assolutamente questo è smentito
perché altrimenti le donne amerebbero i mariti
, cosa che invece non è.
Sappiamo che secondo il costume del tempo i matrimoni erano  combinati. Il
carattere paradossale di questo non viene comunque rilevato nel discorso, ma si
conclude appunto parlando di nuovo del Boccaccio e citando Boccaccio
interpretato in una chiave misogina: cioè si dice che il Boccaccio, come tutti
sanno, era nemico delle donne. E questo fa riferimento naturalmente al
Corbaccio, non al Decameron, anche se qualche venatura di misoginia è presente
anche lì.
Pochi
uomini apprezzano le donne.
Naturalmente qui il dibattito va avanti perché
Gasparo non accetta di essere considerato nemico delle donne, e mentre respinge
questo fa una affermazione che mette in evidenza ancora la sua misoginia,
sostenendo che si trovano ben pochi uomini di valore che generalmente
tengano conto alcuno di donne. Bibbiena replica a questo punto che non solo
offende le donne ma anche gli uomini. A poi fa una provocazione rivolta alle
donne (attenzione, le donne non sono ancora intervenute in questo
dialogo-discussione) e dice appunto che allora ha ragione Ottaviano Fregoso, che
le donne non se la prendano a meno che non si tocchi la loro onestà perché
nessuna delle donne ha ancora reagito.
Le
baccanti su Orfeo
. Le donne non reagiscono a parole quanto piuttosto con un’
azione scenica allusiva: la Duchessa dà un segnale, e tutte le
donne ridendo corrono verso Gasparo Pallavicino come se volessero picchiarlo, e
farne come le Baccanti d’Orfeo. Dicendo «Ora
vedrete, se ci curiamo che di noi si dica male!»
. Quindi con questa
azione scenica questo battibecco-discussione per il momento si conclude e ci si
avvia verso diciamo una ulteriore disposizione del libro.
Gasparo
Pallavicino si lamenta di questa cosa, ma tutti ormai si sono alzati in piedi,
il sonno che potevano avere se ne è andato, e accusa le donne di voler usare la
forza invece della ragione e di aver fatto ricorso alla forza come farebbe un soldato. Allora si introduce il
tema del conflitto, del confronto tra misogini e filogini rappresentato nei
termini di una battaglia cavalleresca.
La
seconda redazione.
Allora, questo aspetto era assolutamente centrale nella
redazione precedente (teniamo presente che qui noi abbiamo visto Ottaviano
Fregoso accendere le polveri con quella espressione relativa alle donne come
animali imperfettissimi, però è soprattutto Gasparo Pallavicino che sostiene le
posizioni misogine) nella redazione precedente era lo stesso Ottaviano Fregoso a
fare questo: le battute che abbiamo visto attribuite al Pallavicino erano di
Ottaviano Fregoso, e l’articolazione era diversa.
Il
difensore delle donne.
Allora Emilia Pio propone che intervenga un
cavaliere
: propone che si dia battaglia per sconfiggere in campo questa
metaforica battaglia cavalleresca a Gasparo Pallavicino e alla sua  posizione
misogina. E investe, nel ruolo di cavaliere difensore delle donne, il
Magnifico Giuliano
, che è stimato protettore dell’onore delle donne, ed
adesso deve dimostrare per l’appunto, se davvero è così, se la sua fama è
meritata.
Il tema
cavalleresco.
Ricordiamo che questo gusto delle battaglia, dei confronti,
delle dispute, rappresentate nella metafora delle battaglie cavalleresche è un
elemento cortigiano, ben presente nelle corti di fine quattrocento inizio
cinquecento.  Non è un caso che la forma iniziale della discussione è presentata
come dei cavalieri alla presenza delle donne, è presente anche negli Asolani. In
questo senso si inserisce in un gusto che non casualmente, per quanto ne
riguarda l’origine, era stato definito vetero-cortigiano: questo
gusto della battaglia cavalleresca, degli scontri come se fossero scontri in
armi da cavalieri, contrassegnava molto fortemente la seconda redazione, non
solo questa parte finale del secondo libro, ma fondamentalmente tutta la
discussione sulle donne dell’originario terzo libro della seconda redazione era
tutto articolato in modo anche piuttosto pittoresco, con battute che
sottolineavano anche a livello lessicale l’elemento della battaglia, era
contrassegnato fortemente in questo modo. Qui rimane una sorta di macchia
di colore
quasi soltanto alla conclusione di questo secondo libro, nel
terzo non è ripreso allo stesso modo, e questa sottolineatura della disputa come
battaglia cavalleresca è di fatto lasciata largamente cadere.

Sprezzatura e topos modestiae.
Come sempre quando un personaggio è investito
di un compito, come abbiamo visto per altri passaggi, c’è da parte sua uno
schermirsi
nel giudizio che dà di sé (topos modestie anche per
il personaggio) di essere inadatto allo scopo. E d’altra parte nell’opera del
Castiglione al consueto topos modestiae si somma anche l’effetto della
sprezzatura
. Quindi di fatto ciò di cui è capace un personaggio deve
essere nascosto, simulando una condizione diversa, rispetto a
quella che è la propria in modo tale da manifestare un modo di essere di sé che
verrà manifestato e meglio apprezzato dagli altri.

Dimostrare una cosa già chiara.
In un primo momento il Magnifico Giuliano
interviene dicendo che non sarebbe più necessario condurre avanti il discorso,
perché la cosa è più chiara che il sole; che Ottaviano Fregoso ha fatto male
anche solo beffando, perché egli è personaggio di autorità, a spingere il
Pallavicino a prendere delle posizioni che offendono le donne ma anche gli
uomini. E che come gentiluomini hanno come compito e come condizione quella di
riverire e rispettare le donne, e che secondo lui sarebbe anche inutile condurre
troppo avanti il discorso perché la questione è più chiara che
il sole
, e dimostrare una cosa che è chiara significa rischiare di
intorbidirla, rendendola meno chiara.
La
necessità di una controparte.
D’altra parte affermando la parità della virtù
tra uomini e donne afferma anche che per poter condurre ad armi pari il
combattimento bisognerebbe che ci fosse una costruzione di una figura
equivalente
a quella del perfetto cortigiano. Se deve difendere in modo
adeguato le donne, e deve contrastare quello che dice il Pallavicino, deve
questa donna di palazzo avere al tempo stesso le qualità, le perfezioni che sono
state date al cortigiano.

proposta della d onna di palazzo.
Naturalmente non attribuisce questo a sé (cap
98) «Ma, se la cosa avesse da esser pari,
bisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquente quanto sono il conte
Ludovico e messer Federico»
cioè coloro che
hanno svolto la trattazione nel primo e nel secondo libro
«formasse una donna di palazzo con
tutte le perfezioni appartenenti a donna, cosí come essi hanno formato il
cortegiano con le perfezioni appartenenti ad omo; ed allor se quel che
diffendesse la lor causa fosse d’ingegno e d’eloquenzia mediocre, penso che, per
esser aiutato dalla verità, dimostraria chiaramente che le donne son cosí
virtuose come gli omini».
«Anzi
molto più».
Prima va formata la donna di palazzo, e poi chi è più eloquente
può controbattere. Siamo nel contesto del nostro gioco: interviene Emilia Pio
che dice: «Anzi molto piú», e cioè non
l’uguaglianza tra gli uomini e le donne, ma l’eccellenza delle donne. E
introduce un paradosso, puramente linguistico: «e
che cosí sia, vedete che la virtú è femina e ‘l vicio maschio»
.
Dalla
seconda alla terza redazione.
L’idea che si formi una perfetta donna di
palazzo è quella che consente una trasformazione radicale rispetto
all’impianto precedente che appunto aveva il vecchio terzo libro, impostato
sulla fine di questo secondo. Che cosa succedeva nel vecchio terzo libro? Faceva
capolino quest’idea che si potesse formare, creare con parole la
perfetta donna di palazzo, alla fine del vecchio terzo libro, come un altro
gioco rimandato ad un’altra sera.
Una
modifica strutturale determinante.
Invece viene ad essere modificato
l’assetto
e in modo funzionale: perché viene totalmente riorientato il
discorso sulle donne e la disputa sulla virtù e l’eccellenza della donne perché
questo discorso è inserito in un ambito in cui innanzitutto viene preposta la
formazione della perfetta donna di palazzo come figura che si pone in
parallelo
rispetto al perfetto cortigiano. Introducendo appunto una
variazione in corso d’opera
(sia per i dialoghi rappresentati, sia per la
stessa redazione dell’opera) così che viene modificata nella sostanza la
struttura
.
Il
nucleo genetico: la lettera al Frisia.
Naturalmente ci sono ancora le
battute finali prima della conclusione del libro. E qui viene chiamato in campo
l’altro misogino. Il Frisia si fa portavoce degli stereotipi sulle donne. Più di
una volta ho detto che il frigio è il personaggio in relazione al quale il
Castiglione aveva pensato di scrivere una sorta di trattatello in
forma di lettera proprio in difesa delle donne: quello che è un nucleo
genetico
in relazione alla trattazione sulle donne, in primo luogo ci è
appunto consegnata da questa lettera che ci rimane seppur mutila tra le carte
del Castiglione. Probabilmente questo era sorto come nucleo genetico che aveva a
che fare coi vari argomenti da trattare nel contesto del discorso sulle corti.
Poi era stato inglobato venendo a costituire quella sorta di
coacervo che era il vecchio testo del libro, e adesso viene ripreso e
modificato nell’assetto.

Pallavicino e Frigio cercano di dissuadere il Magnifico.
C’è un passaggio
alla conclusione del libro: il Pallavicino e il Frigio si prendono il gioco del
magnifico Giuliano dicendo che egli non potrà certo fare ciò che egli promette;
Emilia Pio contraddice su questo e interviene la duchessa: fa più di un
intervenendo e nel 99 fa un intervento come espressione di autorità, non
causalmente usando il verbo volere.
Primo
intervento della Duchessa.
Primo intervento riguarda il regolare il tempo:
abbiamo visto che la duchessa è quella che dà la norma e la regola: per essere
l’ora molto tarda voglio che differiamo il tutto a domani; e
d’altra parte la duchessa è d’accordo su quello che ha detto il magnifico
giuliano, «tanto piú perché mi par ben
fatto pigliar il consiglio del signor Magnifico
: cioè che, prima che si
venga a questa disputa, cosí si formi una donna di palazzo con tutte le
perfezioni, come hanno formato questi signori il perfetto cortegiano».
Secondo
intervento della Duchessa.
Dopo due battute di Emilia Pio e Frigio poi
riprende la parola la duchessa: «Io voglio, –
disse, – confidarmi del signor Magnifico»
e attribuisce al magnifico
giuliano il compito di immaginare, di pensare in modo tale da poter delineare
quella perfezione che appunto si possa desiderare nella donna di palazzo. E
esprimerla con parole. Il procedimento è duplice e non è casuale:
immaginare
vuol dire avere una creazione di carattere mentale, che deve
essere poi tradotta in maniera adeguata in parole
«e cosí averemo che opporre alle false
calunnie del signor Gasparo».
Il
magnifico si schermisce, e non sono sufficiente, e non sono al pari con gli
altri due, ma poi dice una cosa importante: un’altra cosa che richiama anche il
rapporto tra reale ed ideale che avevamo già visto. E dice:
«il Conte e messer Federico, i quali con la
eloquenzia sua hanno formato un cortegiano che mai non fu né forse po essere»

emerge un elemento portato non casualmente dal magnifico giuliano, e che mette
in evidenza il carattere ideale di questa formazione: abbiamo già
visto che c’è questo doppio piano che continuamente viene proposto; e quella
perfezione delineata dal cortigiano veniva anche messa in scena, con
sprezzatura, nella presentazione dei dialoghi, però al tempo stesso emerge la
consapevolezza dello scarto che c’è tra la realtà e l’ideale.

Necessità di un modello.
Non è un caso che il magnifico dica questo, uno
scarto ancora maggiore ci sarà in ciò che dice il magnifico giuliano all’inizio
della sua trattazione dicendo che non ha un modello cui fare riferimento, per la
donna di palazzo. E qui esclude i modelli presenti: ha il modello massimo per la
regina, che è la Duchessa, ma qui volendo formare la donna di
palazzo e non la regina, deve fare una creazione mentale senza modelli. E
d’altra parte per riuscire ad ottenere quello che dice di non poter da solo
ottenere, proprio perché si è schernito con il topos modestiae, chiede che
valgano per lui le stesse regole del gioco, e cioè il poter contraddire,
l’intervento degli altri. Il contraddire viene qui messo in evidenza come un
modo per poter condurre più oltre il discorso e per poterlo approfondire, e in
realtà come vedremo ci sono aspetti della disputa che inevitabilmente rimangono
irrisolti: sarebbe irrealistico pensare che i misogini cambino idea: e infatti
non cambiano idea, ma vengono battuti. La posizione dominante nel terzo libro è
quella dei filogini, senza dubbi.

Il
congedo.
La Duchessa lo invita dunque a metterci tutto l’impegno e a pensare
come formare la donna di palazzo in modo che quelli che si opponevano si
vergognino a dire che non abbia pari virtù del cortigiano. La duchessa fa
notare, e questo è funzionale a quello che viene dopo , che sarà un bene che
Federico non continui più oltre a parlare del cortegiano perché lo ha già ornato
fin troppo. Messer Federico dice che gli rimaneva poco da dire, e quel poco se
l’è dimenticato dopo quella spataffiata sulle facezie. Perché viene detto questo?
Perché in realtà l’aspettativa che viene creata nel libro
successivo è di un discorso a due voci. In realtà il fatto che Federico abbia
qualcosa da dire sarà solo accennato e poi sarà subito fatto uscire di scena.
Come la duchessa congeda i nostri? Dicendo che il giorno successivo si sarebbero
trovati a buon ora, e dice «aremo tempo di
satisfar all’una cosa e l’altra»
facendo dunque intendere e creando una
aspettativa che anche Federico Fregoso continui e concluda il suo discorso, cosa
che verrà messa fuori campo appena Federico inizia a parlare e lui stesso non
vorrà più continuare. Il libro si chiude con la cornice, tutti prendono congedo
e ognuno si ritira nelle sue stanze.
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