Lo spazio e il tempo

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LO SPAZIO ED IL TEMPO

Bibliografia

  • “Che cos’è la relatività?” LEV LANDAU G.B. RUMER
  • “Dipende – Einstein e la teoria della relatività” ANNA PARISI LARA ALBANESE
  • “Lo spazio, il tempo, l’universo” TULLIO REGGE GIULIO FERUZZI
  • “L’ABC della relatività” BERTRAND RUSSERL
  • “L’indagine del mondo fisico” MAZZONI BERGAMASCHINI MARAZZINI
  • “I filosofi e le idee” CIOFFI LUPPI VIGORELLI ZANETTE BIANCHI DE PASQUALE O’BRIEN
  • “La coscienza di Zeno” ITALO SVEVO

FISICA: la svolta nel pensiero

Albert Einstein: cenni biografici.

Albert Einstein, nato nel 1875 ad Ulm, piccola ma famosa cittadina tedesca, è morto nel 1955 a Princeton nel New Jersey. Era di origini ebree. Trascorse la sua prima giovinezza a Monaco educato nel rigido sistema scolastico bavarese; dopo un breve soggiorno a Milano si trasferì a Zurigo dove continuò gli studi fino al dottorato di matematica e fisica presso il Politecnico. Dopo la laurea continuò a dedicarsi intensamente ad alcuni problemi di fisica teorica anche quando, per risolvere i più gravi ed immediati problemi economici, prese la cittadinanza svizzera per assumere un modesto impiego presso l’Ufficio Brevetti di Berna. Nel 1905 pubblicò tre articoli sugli Annalen der Phisik, il primo sui quanti di luce, il secondo sul moto browniano, destinato a confermare l’atomicità della materia, il terzo sui fondamenti della relatività ristretta. Questi ormai storici lavori furono l’avvio di una lunga e brillante carriera accademica, iniziata a Zurigo e proseguita in terra tedesca fino al 1932 quando, a causa delle persecuzioni antisemitiche naziste, fu costretto ad abbandonare la Germania per essere accolto a braccia aperte negli U.S.A.. Einstein, naturalizzato cittadino americano, si stabilì a Princeton, dove insegnò presso l’Institute for Advanced Studies fino al 1945, anno del suo ritiro dall’attività accademica.

Nella storia del potere creativo del pensiero umano, Einstein rappresenta un simbolo, un personaggio che ha colpito la fantasia della gente, uno scienziato che ha dato un alto e qualificato contributo allo sviluppo della fisica moderna. Quest’uomo considerato da molti artista e quasi profeta che disprezzava la violenza e la guerra fu, suo malgrado, doppiamente coinvolto nella realizzazione della bomba atomica di cui è considerato padre putativo. Tornando alle ricerche teoriche di Einstein, dobbiamo ricordare “I fondamenti della teoria della relatività generale” (1916) frutto di oltre dieci anni di studio. Fino agli ultimi anni della sua vita egli tentò più volto di elaborare una teoria capace di unificare su una comune base geometrica i fondamentali campi allora meglio conosciuti: il capo gravitazionale e il campo elettromagnetico. Nonostante lo sforzo di elaborazione tecnica, i risultati non furono quelli sperati. “La natura non si lasciò convincere a fare ciò che forse non è nella sua stessa natura”. Dopo la seconda guerra mondiale, Einstein cercò in tutti i modi di favorire la pace nel mondo, promuovendo una vasta campagna popolare contro la guerra e le persecuzioni razziste. Proprio una settimana prima di morire, insieme ad altri sette Nobel, compilò una dichiarazione pacifista contro le armi nucleari. Questo messaggio all’umanità, che rappresenta una specie di testamento spirituale dello scienziato, termina con queste parole:

“Noi rivolgiamo un appello come esseri umani a esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo è aperta la via di un nuovo paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale”.

Lo spazio è relativo

Sovente si afferma che un avvenimento o l’altro siano accaduti nello stesso posto, attribuendo così un significato assoluto a questa affermazione. In realtà essa non ha alcun significato. Immaginiamo due signore che stessero viaggiano su un treno espresso, cui tragitto sia Mosca-Vladivostok e che abbiano deciso di incontrarsi ogni giorno nello stesso posto per scrivere una lettera ai loro mariti. Quest’ultimi però, difficilmente potranno dire che le mogli si siano incontrate ogni giorno nel medesimo luogo, ed avranno ragione perché, posti in cui si incontrano le loro mogli, distano centinaia di chilometri tra di loro. Essi, infatti, hanno ricevuto lettere da città differenti.

Perciò due avvenimenti come lo scrivere una lettera, il primo ed il secondo, il giorno del viaggio, dal punto di vista delle signore, accadono nello stesso posto, ma dal punto di vista dei loro mariti, essi avvengono a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Non è possibile determinare se uno dei due possa avere ragione o meno, perciò l’espressione “allo stesso posto nello spazio” ha un significato fortemente relativo.

Segue il fatto che il concetto di spostamento di un corpo nello spazio è anch’esso relativo. Se diciamo che un corpo è stato spostato, significa che ha cambiato la sua posizione rispetto ad altri oggetti. Così, se il movimento di un oggetto è osservato da diversi sistemi di riferimento (cioè l’insieme degli oggetti e degli strumenti necessari per rilevare un evento e misurare le grandezze fisiche che lo caratterizzano), che sono in moto relativo l’uno all’altro, il movimento del corpo apparirà molto diverso. Ad esempio, se da un aeroplano in volo viene lanciata una pietra, rispetto all’aeroplano essa cade in linea retta, rispetto alla Terra, invece, descrive una curva ( parabola).

Perciò, quando osserviamo un oggetto che si muove nello spazio, dobbiamo per forza scegliere il nostro punto di osservazione, tenendo conto della convenienza e semplicità del risultato.

Tuttavia, quando studiamo lo spostamento degli oggetti nello spazio, ci interessa, oltre a conoscere la traiettoria di quest’oggetto, saperla anche prevedere. In altre parole ci interessano le leggi che governano il moto e le leggi che costringono quel corpo a muoversi proprio in quel modo. Esaminando il problema della relatività del moto da questo punto di vista, vedremo che nello spazio non tutte le situazione sono equivalenti.

Il moto degli oggetti è influenzato da azioni esterne, dette forze.

Supponiamo di avere a nostra disposizione un corpo non soggetto ad alcuna forza, questo corpo si trova nello stato di quiete ed osservandolo da differenti sistemi di riferimento, esso apparirà fermo. Come si può realizzare questo stato di quiete ed avere la certezza che nessuna forza agisca sul oggetto preso in considerazione?

Prima di tutto bisogna allontanare da quest’oggetto tutti gli altri, in modo da evitare ch’essi agiscano in qualche maniera su di esso ed in seguito scegliere un sistema di riferimento in quiete, dato che, se si sceglie qualsiasi altro sistema di riferimento in movimento, l’oggetto ci apparirà nello stato di moto.

In questo modo però, avendo stabilito che che in un laboratorio in movimento il moto dei corpi dovrebbe aver luogo secondo leggi diverse da quelle dei laboratori in quiete, il concetto di moto sembrerebbe perdere il suo carattere di relatività. Quando si parla di moto, s’intende il moto relativo alla quiete che comunemente chiamiamo assoluto. Ma è proprio vero che comunque si sposti il laboratorio, le leggi del moto all’interno di esso differiscono da quelle di un laboratorio in stato di quiete? Immaginiamo di essere seduti in un treno che corre con una velocità costante in linea retta. Osservando il movimento degli oggetti nello scompartimento, facciamo un confronto con quanto avviene in un treno fermo. Non ci sarà alcuna differenza. E’ ben diverso invece, se il vagone viene accelerato o rallentato; si avvertono delle spinte in avanti ed all’indietro, ma in entrambi i casi si rivela una netta differenza rispetto allo stato di quiete. Del resto, ci accorgiamo che se il vagone ferroviario cambia direzione, pur mantenendo una velocità costante, verremo sbattuti a destra o a sinistra. Grazie a queste osservazioni si può trarre una conseguenza fondamentale: il moto rettilineo uniforme di un sistema di riferimento non influenza il comportamento degli oggetti in esso racchiusi. Tuttavia, questo ci obbliga a riesaminare il concetto di quiete. Lo stato di quiete e lo stato di moto rettilineo uniforme non differiscono in alcun modo! Non esiste uno stato di riposo assoluto, ma un numero infinito di sistemi di riferimento “in riposo”, tutti in moto rettilineo uniforme, ma con velocità diverse l’uno rispetto all’altro. Lo stato di quiete è relativo. Quest’affermazione ha permesso di definire una delle più importanti leggi della natura, il principio della relatività del moto: in tutti i sistemi di riferimento che si spostano con moto rettilineo uniforme gli uni rispetto agli altri, il moto dei corpi ha luogo secondo le medesime leggi. Precisamente questa è la legge d’inerzia fisica, ovvero che un corpo è in stato di quiete se su di esso non agisce nessuna forza, ma anche se esso si trova in un moto rettilineo uniforme. Nella vita di ogni giorno, però, è difficile trovare la condizione necessaria affinché la legge d’inerzia possa essere realizzata (soltanto in laboratorio eliminando ogni forma d’attrito è possibile riprodurre il moto rettilineo uniforme). Questa scoperta è dovuta a Galileo Galilei, il quale andò contro le affermazioni di Aristotele (secondo il quale un corpo si muoveva con le forze e senza di esse cessava il moto). Ma parlando del moto rettilineo uniforme, è opportuno precisare che anche la velocità vien intesa in senso relativo. Se determiniamo la velocità di uno stesso corpo rispetto a diversi sistemi di riferimento in stato di riposo, otterremo risultati diversi. Ma allo stesso modo ogni variazione di velocità, dovuta all’accelerazione o alla decelerazione o ad un cambiamento di direzione, ha un significato assoluto e non dipende dal laboratorio di quiete utilizzato per l’esperienza.

La luce

La luce viaggia all’enorme velocità di 300.000 chilometri al secondo nel vuoto, ma la sua propagazione non è istantanea. Un raggio di luce colpisce un oggetto, in seguito questo raggio arriva a noi, ma soltanto dopo aver attraversato lo spazio che separa l’oggetto da colui che l’osserva. Non esiste ” la diretta “!

Ma accantonando il problema della diretta, la luce viaggia ad una velocità pressoché costante. Se mettiamo una lastra di vetro sl cammino del raggio della luce, mentre il raggio passa la lastra, la sua velocità diminuisce, ma una volta che il raggio riemerge dalla lastra, la luce riprenderà a viaggiare a 300.000 chilometri al secondo. Il suo moto non può essere accelerato o decelerato.

Da questo punto di vista,la propagazione della luce è molto simile a quella del suono; la sua velocità è determinata dalla natura della sostanza e non dalle proprietà dello strumento che causa il suono. Tuttavia vi è una differenza essenziale fra i due fenomeni, il suono può diffondersi soltanto attraverso un mezzo materiale, mente la luce viaggia nel vuoto.

Il valore finito della velocità della luce nel vuoto è in contraddizione col principio di relatività del moto.

Immaginiamo un treno che si muove ad una velocità di 100.000 chilometri al secondo e supponiamo di esservi in testa al treno,mentre viene accesa una lampadina in coda. Misuriamo ora il tempo con cui relativamente dovrebbe muoversi la luce(nella direzione del moto del treno):

300.000 – 100.000 = 200.000 km/s.

Se invece mettiamo la lampadina in testa al treno, la velocità della luce sarà di:

300.000 + 100.000 = 400.000 km/s.

Capiamo cosi che in un treno in moto la luce dovrebbe propagarsi con velocità differenti nelle opposte direzioni, mentre in un treno in stato di riposo, la sua velocità dovrebbe essere la stessa. Questo esempio sembra far crollare la relatività del moto, della velocità e di quiete!

Ma…

In passato si utilizzava l’affinità del suono e dalla luce attraverso un mezzo speciale, chiamato etere, nel quale si supponeva che la luce si propagasse allo stesso modo del suono nell’aria. Se il treno di prima fosse in riposo rispetto all’etere, la luce dovrebbe diffondersi in tutte le direzioni con la medesima velocità. Ogni movimento del treno relativo all’etere si manifesterebbe subito come tale, in quanto la velocità della luce sarebbe differente nelle diverse direzioni. Tuttavia introducendo l’etere si va incontra ad una serie di problematiche: la densità e la pressione dell’aria possono essere misurati con semplici esperimenti, ma quelli dell’etere rimangono sconosciuti. Perciò questa problematica non può essere affrontata.

Resta il fatto che se il principio di relatività del moto non va bene per la luce, non va neppure bene per tutti gli altri fenomeni. Ogni materiale esercita una resistenza al moto, perciò anche lo spostamento dei corpi nell’etere dev’essere connesso con l’attrito. Osservando, pero, la rotazione terrestre, il dubbio permane e la conclusione è che l’esistenza dell’etere non permette di superare il dilemma.

Di cosa si necessita per superare la problematica? Prima bisogna fare una serie di considerazioni.

La contraddizione tra il comportamento della luce ed il principio di relatività del moto è stata raggiunta mediante un ragionamento. Quello che manca ora è l’esperienza. Vediamo se è possibile paragonare il treno in movimento con il globo terrestre. Avevamo supposto che il treno si muovesse lungo una linea retta con velocità uniforme, ma la Terra si muove lungo un’orbita. Tuttavia è possibile paragonarli perché durante la minima frazione di secondo impegnata dalla luce per attraversare il nostro sistema di riferimento, è perfettamente corretto supporre che la Terra si muova uniformemente ed in linea retta. Ma dal momento che paragoniamo la Terra al treno, è naturale pensare che la luce si comporti nella stessa maniera: cioè viaggi con diverse velocità secondo le direzioni.

Un’esperienza di questo tipo era stata attuata da Michelson, che misurò la velocità della luce sulla Terra in direzioni diverse e le misurò con una precisione elevatissima grazie a dei strumenti adeguati. Egli dimostrò, infatti, che il moto della luce si diffonde con la stessa velocità in tutte le direzioni. Quindi, contrariamente ad alcune ipotesi precedentemente descritte, il comportamento della luce non contraddice affatto il principio della relatività del moto. L’esperienza di Michelson conferma la relatività del moto per tutti i fenomeni fisici, ma anche la relatività della velocità . per sistemi di riferimento diversi, in moto relativo l’uno rispetto all’altro, le velocità debbono essere diverse( a causa dell’etere che muove assieme alla luce). D’altro lato, la velocità della luce è di 300.000 km/s ed è sempre la stessa in tutti i sistemi, perciò è una velocità assoluta!

Il tempo è relativo

Per analizzare questo concetto, si necessita di liberarsi dai pensieri e dalle nozioni che hanno da sempre accompagnato la nostra vita.

Immaginiamo un treno lungo 5.400.000 chilometri viaggiante alla velocità di 240.000 km/s in linea retta. Supponiamo che ad un certo punto a metà del treno venga accesa una lampadina e che le porte dell’ultimo e del primo vagone siano automatiche e si aprano appena illuminate. Le persone che viaggiano sul treno vedranno le porte aprirsi contemporaneamente in 9 secondi ( 2.700.000 : 300.000 = 9 ), dato che la luce viaggia a 300.000 km/s in tutte le direzioni. Le persone invece che stanno attendendo il treno non vedranno la stessa cosa, difatti il vagone di coda va incontro al raggio di luce e quindi rispetto ai passeggeri che attendono, al vagone di coda la luce arriverà in 5 secondi: 2.700.000 : ( 300.000 + 240.000 ) = 5

Per quanta riguarda il primo vagone, la luce deve rincorrerlo e perciò lo raggiungerà in 45 secondi:

2.700.000 : ( 300.000 – 240.000 ) = 45

Cosi due eventi del tutto simili, sono simultanei alla gente sul treno, ma per chi attende il treno, appariranno separati da un intervallo

di quaranta secondi. Ciò appare un’assurdità, ma non lo è!!! Due eventi appaiono simultanei se i sistemi di riferimento sono nello stato di quiete l’uno rispetto all’altro; se i sistemi di riferimento sono in moto relativo, gli eventi simultanei in uno, non lo sono nell’altro. Il concetto di eventi simultanei diventa relativo ed acquista un significato soltanto se si specifica il suo sistema di riferimento.

Il tempo ha subito la stessa sorte dello spazio; l’espressione “nel medesimo istante” si rivela priva di ogni significato, come l’espressione “nel medesimo luogo”. Se si vuole dare un senso all’intervallo di tempo fra due eventi, bisogna specificare il sistema di riferimento rispetto al quale si considera tale intervallo.

Con Einstein si scopri che la velocità ha un limite. Se fosse possibile trasmettere segnali con velocità infinita, troveremmo anche un mezzo per stabilire in maniera assoluta due eventi simultanei; ad esempio, quando un segnale infinitamente veloce, rivelatore del primo evento, arrivasse contemporaneamente al segnale rivelatore del secondo evento. In questa maniera la proprietà della simultaneità degli eventi acquisterebbe un significato assoluto, indipendentemente dal moto del laboratorio.

Ma dal momento che l’esperienza ha dimostrato la falsa natura assoluta del tempo, si conclude che la trasmissione dei segnali non può essere istantanea. La sua velocità avrà un limite, cioè non sara infinita. La velocità limite è uguale alla velocità della luce. La scoperta dell’esistenza di una velocità limite in natura è uno dei più grandi trionfi della mente umana! E’ ridicolo pensare all’esistenza di una velocità maggiore; ogni fenomeno si propaga ad una velocità minore o al più uguale a quella della luce.

La velocità finita, tuttavia non ci priva della possibilità di stabilire la simultaneità degli eventi, si deve soltanto tener conto del ritardo.

Per calcolare questo ritardo bisogna dividere la distanza intercorrente fra due luoghi dove sono successi due eventi per la velocità di trasmissione del segnale.

Supponiamo ora che nel treno di prima, il meccanismo delle porte automatiche non funzioni bene ed i viaggiatori si accorgano che la porta del vagone di testa si apre quindici secondi prima di quella del vagone di coda. Di conseguenza, coloro che attendono il treno

vedranno aprirsi la porta di coda 25 secondi prima:

40 – 15 = 25

Cosi, a volte, ciò che accade prima in un sistema di riferimento, accade dopo in un altro e si capisce subito che tale relatività ( dei concetti di prima e di dopo) debba avere dei limiti.

Ad esempio prendiamo in esame l’apparizione di una macchia solare. Un astronomo che osserva il sole attraverso il telescopio vede la macchia con otto minuto di ritardo, ma tutto cio che farà dopo, sarà assolutamente posteriore all’apparizione della macchia; posteriore dal punto di vista di qualsiasi sistema di riferimento da cui possano essere osservati sia la macchia solare, che l’astronomo. Al contrario sarebbe assolutamente anteriore qualsiasi evento successo all’astronomo più di otto minuti prima dell’apparizione della macchia solare.

Relativamente all’astronomo ed alla macchia solare, noi possiamo essere in moto e perciò possiamo vedere l’astronomo mettersi, ad esempio, gli occhiali prima dell’apparizione della macchia, oppure dopo, oppure contemporaneamente, a secondo della direzione e della velocità del nostro moto.

Così il principio di relatività dimostra che tra gli eventi ci sono tre tipi di relazioni temporali: “il prima” assoluto, ” il dopo” assoluto ed il ” ne prima ne dopo” o ” prima o dopo” secondo il sistema di riferimento.

Spazio-tempo

Se stiamo viaggiando su un treno verso Edimburgo, si può parlare della nostra distanza da Edimburgo in un determinato istante. Ma differenti osservatori giudicheranno in modo diverso, come abbiamo detto, che cosa debba intendersi quando si afferma che un evento sul treno e un evento a Edimburgo si verificano nello “stesso” tempo. Ciò fa si che la distanza sia un fatto relativo. Abitualmente pensiamo che vi siano due differenti tipi di intervallo tra due avvenimenti, un intervallo di spazio ed un intervallo di tempo: tra la partenza da Londra ed all’arrivo a Edimburgo intercorrono seicentocinquanta chilometri e dieci ore. Abbiamo già visto che un altro osservatore calcolerà in maniera diversa il tempo e lo spazio. Ad esempio, un osservatore dal sole giudicherà trascurabile il movimento ed il tempo, mentre una pulce che si trova nel vagone, reputerà che non vi siate nemmeno spostati nello spazio, ma che abbiate trascorso del tempo con lei. Non si può dire che voi o l’osservatore dal sole o la pulce stiate sbagliando.

Quando conosciamo il tempo ed il luogo di un avvenimento secondo il sistema di indagine di un osservatore, possiamo calcolarne il tempo ed il luogo secondo un altro osservatore( prendendo in considerazione la luce). Quello che è importante è conoscere il tempo, oltre alla distanza, perché non possiamo più chiederci quale sia il luogo per il nuovo osservatore nello “stesso” momento indicato da un altro osservatore. Non esiste niente di simile ad uno “stesso” momento per diversi osservatori, a meno che non siano fermi l’uno relativamente all’altro. Abbiamo bisogno di quattro misure per stabilire una posizione e quattro misure determinano la posizione di un avvenimento nello spazio-tempo. Lo spazio diventa quadridimensionale e non come una volta, quando bastavano la latitudine, la longitudine e la quota per determinare la posizione di un fenomeno.

Filosofia: l’idea del tempo nella filosofia del ‘900

La visione del tempo accompagna la filosofia fin dalle sue origini con le solite domande: Il tempo ha un inizio ed una fine o si estende all’infinito?

Quale consistenza ontologica possiedono il passato, il presente ed il futuro? Qual è la natura dell’essere e del divenire?

A queste domande la fisica classica risponde con una definizione del tempo del tutto assoluto; difatti Newton considera un tempo omogeneo

che scorre uniformemente con lo spazio, fino a costituire un’unica serie temporale composta da istanti. A metà del XIX secolo quest’idea

entra in crisi in quanto gli istanti vengono considerati non più equivalenti, bensì eterogenei rispetto ai precedenti ed ai successivi. Precisamente con

la teoria della relatività di Einstein , la determinazione del tempo di un fatto osservato, è considerata relativa allo stato di moto dell’osservatore

ed esige l’indicazione delle coordinate spaziali del sistema di riferimento. Perciò lo spazio ed il tempo non sono piu pensati come elementi

separati, ma come un continuum spazio-temporale. Così la soluzione einsteiniana lascia aperta la domanda sull’esistenza di un tempo oggettivo, al di là della pluralità di tempi misurati.

Uno dei primi filosofi ad affrontare questo problema è Henri Bergson che nel Saggio dati immediati della coscienza si sofferma sul tempo

dell’esperienza vissuta, e soprattutto sulla differenza fra la temporalità della coscienza e la nozione scientifica del tempo spazializzato.

Difatti, il tempo della scienza è una grandezza misurabile poiché è composta da istanti privi di differenze qualitative, è una variazione di posizioni delle lancette del quadrante dell’orologio nello spazio. Ma questa considerazione è utile soltanto nella pratica; per l’intelligenza è un’astrazione. Penetrando nell’io, grazie all’intuizione, si coglie la durata della vita interiore, ovvero, si coglie un continuo fluire di stadi di coscienza, qualitativamente non omogenei ed irreversibili, in quanto non ripetibili (attraverso la durata si ha un arricchimento dell’io).

Nella Materia e memoria, Bergson propone una visione stratificata della vita interiore, distinguendo la memoria pura dalla memorizzazione di atti automatici ed i ricordi puri dai ricordi-immagine(percezioni). La memoria pura registra tutta la nostra esperienza passata, rappresenta la durata reale, dove il tempo vissuto si salva dalla relatività. E’ fondamentale, perciò, per Bergson, individuare i piani profondi e quelli superficiali dell’io.

In seguito si ha una svolta nel pensiero bergsoniano. Se nel Saggio la durata e la spazialità esterna apparivano contrapposti, ora la durata abbraccia ogni dimensione.

L’intero universo è durata, dato che la vita è caratterizzata da un perenne vitalismo.

Dopo Bergson furono Sant’Agostino e Husserl ad affrontare il tempo come modalità conoscitiva dell’intuizione, riallacciandolo al tempo vissuto di Bergson.

Il tempo obbiettivo, per Husserl, è quello misurato per mezzo di un cronometro, è il tempo della natura e del mondo. Ma, dato che il mondo non ha un fondamento in sé, è dato dalla coscienza cui appare, che a sua volta è considerata come senso dell’intero. Ed è per questo che va considerato il tempo fenomenologico del necessario indagare la durata che appare alla coscienza.

Proprio in questo periodo, allora, la filosofia si concentra sul tempo immanente del flusso di coscienza, ovvero la modalità con cui i fenomeni si presentano alla coscienza. Ogni esperienza vissuta è qualcosa che dura. Ciò, non solo costituisce un continuo di durate nel flusso di coscienza attraverso le esperienze vissute, bensì nel flusso, è il flusso stesso. La temporalità fa parte della coscienza.

Come si costituisce allora l’unità temporale delle nostre esperienze vissute? E come, ad esempio, possiamo udire una melodia se, mentre ascoltiamo un suono, il suono precedente non è più ed il suono successivo non è ancora? Per rispondere occorre considerare i modi con i quali la coscienza considera il tempo: la presentazione o il presente; la ritenzione o il passato; la protensione o il futuro. La percezione dell’attuale si accompagna al permanere della coscienza; quando l’attuale si trasforma in un istante, sprofonda, poi nel passato, ma non scompare. Esso rimane presente come ritenzione o ricordo primario. Nel fluire della coscienza, non solo ogni nuovo retroagisce, ma il nuovo rimanda ad un qualcosa di nuovo attraverso un’anticipazione.

Da questo si deduce che il tempo obbiettivo si costituisce a partire dal tempo fenomenologico; e che il flusso di coscienza costitutivo del tempo è identificato con assoluta soggettività.

In seguito ad affrontare il tema del tempo fu Hans Reichenbach; difatti nell’opera Filosofia dello spazio e del tempo egli analizza la prospettiva della fisica relativistica. L’opposizione fra il tempo fisico ed il tempo psicologico si risolve attraverso un’indagine adeguata: è necessario correggere l’esperienza intuitiva del tempo con il concetto relativistico del tempo. Reichenbach critica le considerazioni sull’esperienza psicologica della temporalità, considerando questo fenomeno come atto di separazione fra scienza e filosofia.

Heideggger riprende il metodo fenomenologico nel considerare il tempo. Con l’opera Essere e tempo tratta il problema del senso di essere , un problema riguardante il tempo e l’essere. La soluzione va affrontata considerando l’uomo come “esserci”, dove “ci” sta per “gettarsi in una situazione”. Il modo di essere nell’esserci è il poter-essere, ovvero possibilità. In quanto possibilità di attuare è una decisione, l’essere ha come unità costitutiva la temporalità. Heidegger sottolinea cosi il tempo nel suo senso ontologico, ovvero come orizzonte di comprensione dell’esistenza e non più come dimensione interna alla coscienza( ciò che sosteneva Husserl). E’ essenziale analizzare la contraddizione fra essere, come poter-essere, e la morte, come impossibilità dell’esistenza. La morte in quanto impossibilità di essere, è la possibilità più ovvia per esserci. Infatti, la morte resta sempre una possibilità per il singolo, perché non sperimentabile in prima persona; ed è la possibilità più propria perché colpisce l’esserci nella sua essenza, escludendo le altre possibilità. Se la morte viene anticipata attraverso una decisione,apre l’esserci alle sue possibilità più autentiche. Nella prospettiva della morte, l’esserci riconosce che ogni possibilità può diventare impossibilità e quindi nullità. La morte assume le posizione esistenziale raggiunte come proprie in un progetto esistenziale sempre aperto perché riconosce se stessa come perenne. E cosi che, grazie alla decisione anticipatrice, l’esserci ha una storia( con la prospettiva della morte) e si libera dalla dispersione tra le possibilità particolari. In questo senso Heidegger indica nell’essere-per-la-morte il fondamento nascosto della storicità dell’esserci.

Poiché l’esistenza è possibilità, l’avvenire appare la dimensione temporale della realtà umana. La decisione anticipatrice(morte), tuttavia, implica l’esserci di gettarsi. Da cio deriva che l’aprirsi al futuro consente di appropriarsi del passato, cioè di assumere le possibilità gia state; a sua volta, l’appropriarsi del passato in rapporto al futuro, compone il presente.

L’esser-stato ed il presente rappresentano la temporalità originaria, che non è un’ente, bensì si “temporalizza” nelle sue diverse modalità che determinano i vari modi dell’essere e dell’esserci. Questo implica una temporalità estranea all’esistenza, ma associata con il senso dell’essere dell’esserci e quindi fuori di se, estranea, che crea estasi. Nell’opera heideggeriana il carattere estatico è dato dal livellamento del tempo in una successione di “ora”, senza inizio e senza fine: livellamento operato dal senso comune del tempo. Difatti l’avvenire non è ancora un “ora” perché non è ancora attuale, ma il passato non è piu “ora”.

Altri tempi che Heidegger cita nella sua opera sono quello soggettivo ed oggettivo. Egli li rifiuta a causa del tempo mondano che è il tempo originario, antecedente di ogni soggettività e di ogni oggettività.

Per quanto riguarda il rapporto più stretto con la storia, l’esserci non è temporale perché sta nella storia, ma può esistere storicamente, in quanto essenzialmente temporale. Esistendo l’essere, esiste anche la storia. ma non è la storiografia a fondare la storicità dell’esserci, ma è la storicità originaria e costitutiva dell’esserci. E poiché il fondamento della storicità dell’esserci è posto nell’essere per la morte, è la decisione anticipatrice che rende possibile la storia autentica. E la storia autentica è l’accettare il proprio passato, restando fedele al destino del popolo.

L’opera heideggeriana è rimasta incompiuta, lasciando delle domande in sospeso; domande del tipo: Il tempo è l’orizzonte dell’essere? Esiste una via per arrivare dal tempo originario al senso dell’essere?

Italiano: “La coscienza di Zeno”

Svevo si accinse nel 1919 alla stesura del suo capolavoro,” La coscienza di Zeno”, che portò a termine nel 1922 e pubblicò l’anno successivo. Il romanzo è l’autobiografia di un ricco commerciante triestino, Zeno Cosini, che, condannato dal testamento paterno a vivere di rendita sotto la tutela di un amministratore, trascorre la vita in uno stato di perenne irresponsabilità, unicamente impegnato ad analizzare la sua malattia e a studiarne i sintomi, giudicando retrospettivamente, in termini negativi, la cura psicanalitica che gli era stata proposta da un medico. Più che la storia di una malattia, “La coscienza di Zeno”, è la storia del rifiuto della guarigione: il nesso salute-malattia è svolto in modo da affermare l’ambivalenza perfetta dei due termini, per cui non è possibile al protagonista raccontare la propria malattia senza, nel frattempo, raccontare l’ “atroce salute” degli altri, ossia una malattia sociale. In altri termini, non solo il singolo individuo è malato, ma la stessa vita è una “malattia della materia”, un mondo caotico, in preda alla follia autodistruttiva della guerra; la vita, è una “catastrofe inaudita”, prodotta dagli “ordigni” costruiti dall’uomo. E’ dunque inutile qualsiasi sforzo di guarigione, perché nessuno può sottrarsi alla nevrosi prodotta dalla civiltà del denaro e del possesso. Solo un’ “esplosione enorme” potrà salvarci definitivamente dalla paura della malattia: sarà forse la morte cosmica, intravista dallo scrittore, nel suo radicale pessimismo, come lo sbocco inevitabile di una civiltà tecnologica che costruisce macchine sempre più perfette; ma potrà essere anche la nascita di un mondo nuovo, prefigurato dagli “inetti” che, a differenza dei “santi”, irrimediabilmente contagiati da uno squallido presente, si sono mantenuti disponibili per progettare l’uomo del futuro. La tecnica narrativa è fondata sul “monologo interiore”: il romanzo oggettivo è aggredito da una disposizione analitica che rallenta il flusso del tempo, sottoponendo il protagonista ad un minuzioso scandaglio che ne mette a nudo la nevrosi, la tendenza all’autoinganno. Svevo abbandona il modulo ottocentesco, ancora di matrice naturalistica, del romanzo narrato da una voce anonima ed esterna al piano della vicenda, con ampie focalizzazioni interne ai personaggi, e adotta soluzioni più nuove. Per gran parte, “La coscienza di Zeno” è costituita dalle memorie, o confessioni autobiografiche, che il protagonista Zeno Cosini scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S., a scopo terapeutico, come preludio che dovrebbe agevolare la cura vera e propria. E lo scrittore finge che il manoscritto di Zeno venga pubblicato dal dottor S. stesso, per vendicarsi del paziente, che si è sottratto alla cura facendo crollare il frutto dell’analisi (tutto ciò viene spiegato dal dottore in una prefazione, con cui si apre il libro). Al testo del memoriale si aggiunge infine una sorta di diario di Zeno, in cui questi spiega il suo abbandono della terapia e si dichiara sicuro della propria guarigione in coincidenza con i successi commerciali ottenuti durante la guerra con fortunate speculazioni. Il romanzo è dunque narrato dal protagonista stesso, dietro la finzione narrativa dell’autobiografia e del diario, pertanto ha un impianto autodiegetico. Nuovo e originale, nell’impianto narrativo, è anche il particolare trattamento del tempo, quello che Svevo chiama “tempo misto”. Il racconto, nonostante l’impostazione autobiografica, non presenta gli eventi nella loro successione cronologica lineare, inseriti in un tempo oggettivo, come nei romanzi ottocenteschi in cui il protagonista racconta la propria vita, ma in un tempo tutto soggettivo, che mescola piani e distanze, in cui il passato (il tempo del vissuto) riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al presente (il tempo del racconto), in un movimento incessante, in quanto resta presente nella coscienza del personaggio narrante. Di qui la struttura particolare del racconto, che non è lineare, progressiva, ma si spezza i tanti momenti distinti. La ricostruzione del proprio passato operata da Zeno si raggruppa intorno ad alcuni temi fondamentali, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo, talora assai ampio. Eventi contemporanei possono così essere distribuiti in più capitoli successivi, poiché si riferiscono a nuclei tematici diversi, e, inversamente, singoli capitoli, dedicati ad un particolare tema, possono abbracciare ampi segmenti della vita di Zeno. La narrazione va continuamente avanti e indietro nel tempo, seguendo la memoria del protagonista, che si sforza, per obbedire allo psicanalista, di ricostruire il proprio passato. Dopo la prefazione del dottor S. ed un preambolo in cui Zeno racconta i propri tentativi di risalire alla prima infanzia, gli argomenti dei vari capitoli sono: il vizio del fumo e i vani sforzi per liberarsene, la morte del padre, la storia del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie e la giovane amante, la storia dell’associazione commerciale con il cognato Guido Speier; alla fine si colloca il capitolo Psico-analisi, in cui Zeno si sfoga contro lo psicanalista e racconta la propria presunta guarigione. Il narratore de “La coscienza di Zeno”, l’inetto, nevrotico, malato immaginario Zeno, è chiaramente un narratore inattendibile, di cui non ci si può fidare. Lo denuncia subito, sulla soglia stessa del libro, la prefazione del dottor S., che insiste sulle “tante verità e bugie” accumulate nel memoriale. L’autobiografia in esso contenuta è tutta un gigantesco tentativo di autogiustificazione di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti col padre, con la moglie, con l’amante, con il rivale Guido: in realtà traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali, che sono regolarmente ostili ed aggressivi, addirittura omicidi. Ma non si tratta di menzogne intenzionali: sono autoinganni determinati da processi profondi ed inconsapevoli, con i quali Zeno cerca di tacitare i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio. L’agire di Zeno è sempre manifestamente il prodotto di impulsi inconsci. Si pensi solo alla precipitosa domanda di matrimonio rivolta alla brutta Augusta dopo il rifiuto della bella Ada e di Alberta: essa non è certo un fatto accidentale, in realtà inconsciamente Zeno desiderava proprio la donna “materna”, e l’amore impossibile per Ada era un ostacolo che egli senza saperlo frapponeva al proprio desiderio. Per tutto il romanzo ogni gesto, ogni affermazione di Zeno, sia dello Zeno personaggio che agisce nel racconto, sia dello Zeno che narra a distanza di anni, rivela in trasparenza un insieme complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse o addirittura opposte rispetto a quelle dichiarate consapevolmente. Per cui la “coscienza” di Zeno appare in primo luogo come una “cattiva coscienza”, una coscienza falsa, come quella degli eroi dei romanzi precedenti. La realtà oggettiva del fatti, che si intravede dietro il racconto dello Zeno narratore e personaggio, si incarica spesso di farci dubitare delle motivazioni da lui adottate, per cui Zeno appare avvolto da un alone di ironia “oggettiva” al pari del protagonista di Senilità. Però la Coscienza di Zeno non è soltanto un’implacabile operazione di smascheramento di una falsa coscienza e dei suoi autoinganni come era Senilità. Nei venticinque anni che separano i due romanzi si è verificato in Svevo un profondo mutamento di prospettive, o, se si preferisce, un sostanziale arricchimento. A differenza di Emilio Brentani, protagonista di Senilità, Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto. Non vi è solo l’ironia oggettiva che pesa su Zeno: il romanzo è anche percorso dal distacco ironico con cui Zeno guarda il mondo che lo circonda. La diversità di Zeno, la sua malattia, funziona da strumento straniante nei confronti dei cosiddetti sani e normali, il padre, il suocero, la moglie, Ada, Guido e tutto gli altri borghesi che si affollano sullo sfondo della vicenda. La malattia che impedisce a Zeno di coincidere interamente con la sua parte di borghese, porta alla luce l’inconsistenza della pretesa sanità degli altri, nelle loro presunte certezze. Zeno, nella sua imperfezione di inetto, è inquieto e disponibile alle trasformazioni, a sperimentare le più varie forme dell’esistenza, ad esplorarne l’affascinante originalità (“la vita non è né brutta né bella, ma è originale”), mentre i sani sono cristallizzati in una forma rigida immutabile. In Zeno non vi è un deliberato, consapevole atteggiamento critico verso il mondo che lo circonda, una coscienza più lucida. In lui, anzi, vi è un disperato bisogno di salute, cioè di normalità, di integrazione nel contesto borghese: vorrebbe essere buon padre di famiglia, attivo ed abile uomo d’affari. Però, contro ogni sua intenzione, non riesce mai a coincidere veramente con quella forma compiuta e definitiva di uomo (neanche nel finale, nonostante il successo negli affari e le sue pretese di essere guarito, che non sono che un’ennesima mistificazione). Perciò il suo sguardo di irriducibile estraneo corrode quel mondo, ne mina alle basi le certezze indiscusse, mai sottoposte dai suoi rappresentanti al dubbio critico. Zeno finisce in tal modo per scoprire che la salute atroce degli altri è anch’essa malattia, la vera malattia. La visione dell’inetto mette in crisi, sconvolge le nozioni contrapposte e gerarchicamente ordinate di salute e malattia, di forza e debolezza. Ma lo sguardo di Zeno distrugge le gerarchie, fa divenire tutto incerto e ambiguo, converte la salute in malattia. Il mutamento di impianto narrativo della Coscienza, il fatto che sia il protagonista stesso a narrare e non un’impersonale voce fuori campo, non può apparire una soluzione puramente tecnica e accidentale, ma anzi risulta una scelta in certo modo obbligata e densa di significato. Poiché Zeno non è più un eroe del tutto negativo, ma possiede una fisionomia più aperta e problematica, anzi detiene persino una forma di privilegio, in quanto è un essere mobile e disponibile in opposizione ad un mondo immobile ed irrigidito, e perciò è portatore oggettivo di una visione straniante, non avrebbe più ragione d’essere, nella Coscienza, la presenza di un narratore esterno al narrato, implacabile bel giudicare ogni gesto e ogni parola del personaggio. Ma neppure, nel romanzo, sarebbe pensabile un giudizio in relazione ad un punto di riferimento fisso, come è quello del narratore eterodiegetico, dinanzi ad un’entità mobile, in divenire, contraddittoria e inafferrabile come è l’inetto-abbozzo. Dinanzi ad una realtà totalmente aperta e ambigua, in cui forza e debolezza, salute e malattia, verità e menzogna, chiaroveggenza e cecità sono sconvolte nelle loro gerarchie abituali, non si possono più dare punti di riferimento stabiliti, non è possibile l’intervento di un voce che giudichi in nome di valori certi e determinati. Per questo, abbandonato in narratore fuori campo, la narrazione viene affidata alla voce del personaggio. Filtrato attraverso la sua voce ambigua, tutto il testo diviene ambiguo, aperto, passibile di varie interpretazioni. Ciò che dice Zeno può essere verità o bugia, o tutt’e due le cose insieme, e nessun punto di riferimento permette di distinguerlo con definitiva certezza.

Anastasia Milnichenko

fonte: http://tesinepronte.perdomani.net/index.php?option=content&task=view&id=75&catid=29&Itemid=46

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