Luigi Pirandello

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

Introduzione a Pirandello

di Nicola Fusco

Nato nel 1867 presso Agrigento, Luigi Pirandello fu autore di più di duecento novelle, di quattro raccolte di poesie, di sette romanzi e di due saggi, ha segnato soprattutto la storia del teatro.
Conseguita la licenza liceale si iscrive contemporaneamente sia alla Facoltà di Legge che a quella di Lettere dell’Università di Palermo.
Nel 1887 si trasferisce alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, ma, in seguito ad un diverbio con il rettore è costretto ad allontanarsi e ad iscriversi all’Università di Bonn.
Nel 1892 si stabilisce a Roma dove trascorse poi gran parte della sua vita, collaborando a vari giornali e riviste, e insegnando per oltre vent’anni letteratura italiana presso l’Istituto Superiore di Magistero Femminile (dal 1897 al 1922).
La prima delle sue numerose raccolte di novelle “Amori senza amor” è pubblicata nel 1894, nello stesso anno sposa Antonietta Portulano, dalla quale ha tre figli, non ha preoccupazioni economiche per le rendite delle miniere di zolfo di famiglia e pertanto può dedicarsi alla scrittura.
Dopo alcune raccolte di poesie, pubblica così le prime novelle e i primi romanzi.
Nel 1903 una frana sommerge la zolfara in cui erano investiti tutti i beni della famiglia Pirandello, ne determina il tracollo finanziari e lo costringe a mettersi in concorrenza anche sul mercato editoriale vendendo le sue novelle e romanzi.
Da quel momento Pirandello si dedica con assiduità al lavoro di scrittore, mentre,
la moglie Antonietta, rimane gravemente sconvolta da una crisi mentale sfociata in una forma morbosa e violenta di gelosia nei confronti del marito, tanto da dover restare in un ospedale psichiatrico fino alla morte avvenuta nel 1959.
La pazzia della moglie segna profondamente la vita dello scrittore e costituì per lui una vera e propria tragedia familiare.
Scrisse numerose opere specialmente di narrativa fino al 1915, mentre dopo la fine della guerra si dedicò soprattutto al teatro. Infatti nel 1925, quando ormai la sua fama era diffusa in Italia e all’estero, formò la compagnia Teatro dell’Arte di Roma con la quale rappresentò i suoi drammi nel mondo. Nel 1934 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura e morì a Roma il 10 dicembre 1936.

Il pensiero

Il pensiero pirandelliano si fonda sul rapporto dialettico tra Vita e Forma. La Vita, pur essendo mobile e fluida,per un “destino burlone” tende a calarsi in una forma in cui resta prigioniera e dalla quale cerca di uscire,per assumere nuove forme,senza mai trovare pace. Dal rapporto dialettico tra Vita e Forma deriva il relativismo psicologico, che si svolge in due sensi: in senso orizzontale,riguarda il rapporto dell’individuo con gli altri, e in senso verticale riguarda il rapporto dell’individuo con se stesso.

Relativismo psicologico orizzontale

Secondo Pirandello, gli uomini non sono liberi,ma sono come tanti “pupi” nelle mani di un burattinaio che è il caso. Infatti quando nasciamo, ci troviamo inseriti in una società regolata da leggi e abitudini già fissate in precedenza. Inseriti in questa società ci fissiamo in una forma, obbligandoci a muoverci secondo schemi ben definiti che accettiamo senza avere mai il coraggio di rifiutarli. Però sotto l’apparenza della forma il nostro spirito freme per la sua continua mutabilità, perché avverte sentimenti ed impulsi che spesso sono in contrasto con la maschera che noi (o gli altri) ci siamo imposti. A volte capita che l’anima istintiva che è in noi esploda violentemente,in contrasto con l’anima morale, lasciando via libera al desiderio a lungo represso,spezzando la maschera. Una volta usciti dalla vecchia forma, il senso di libertà che proviamo è di breve durata, in quanto il nuovo modo di vivere ci imprigiona in un’altra forma, diversa dalla prima ma altrettanto soffocante.
Questo contrasto tra la maschera e il volto,ossia tra l’apparenza esteriore e la realtà interiore dell’essere, costituisce il motivo di fondo del romanzo più famoso di Pirandello, Il fu Mattia Pascal.

IL FU MATTIA PASCAL

Mattia Pascal vive in un immaginario paese ligure, Miragno, dove il padre, che si era arricchito con i traffici marittimi e il gioco d’azzardo, ha lasciato in eredità alla moglie e ai due figli una discreta fortuna. A gestire l’intero patrimonio è un avido e disonesto amministratore, Batta Malagna, la cui nipote, Romilda, viene messa incinta da Mattia dopo che non è riuscito a farla sposare all’amico Pomino. Mattia viene costretto a sposare Romilda e a convivere con la suocera vedova che non manca di manifestare il suo disprezzo per il genero che considera inetto. Tramite l’amico Pomino, Mattia ottiene un lavoro come

bibliotecario ma dopo un po’ di tempo, infelice per il lavoro che trova umiliante e per il matrimonio che si è rivelato sbagliato, decide di fuggire da Miragno e di tentare l’avventura in Francia. Arrivato a Montecarlo e fermatosi a giocare alla roulette, in seguito ad una serie di vincite fortunate, diventa ricco. Deciso a ritornare a casa per riscattare la sua proprietà e vendicarsi dei soprusi della suocera, un altro fatto muta il suo destino. Mentre è in treno legge per caso su un giornale che a Miragno è stato ritrovato nella roggia di un mulino il cadavere di Mattia Pascal. Sebbene sconvolto, comprende presto che, credendolo tutti ormai morto, può crearsi un’altra vita. Così, con il nome di Adriano Meis, inizia a viaggiare prima in Italia e poi all’estero, fintantoché decide di stabilirsi a Roma in una camera ammobiliata sul Tevere. Si innamora, ricambiato, di Adriana, la dolce e mite figlia del padrone di casa, Anselmo Paleari, e sogna di sposarla e di vivere un’altra vita, ma presto si rende conto che la sua esistenza è fittizia. Infatti, non essendo registrato all’anagrafe, è come se non esistesse e pertanto non può sposare Adriana, non può denunciare il furto subito da Terenzio Papiano, un losco individuo che lo ha raggirato, e non può fare tutte quelle cose della vita quotidiana che necessitano di una identità. Finge così un suicidio e, lasciato il suo bastone e il suo cappello vicino a un ponte del Tevere, ritorna a Miragno come Mattia Pascal. Sono intanto trascorsi due anni e arrivato al paese, Mattia viene a sapere che la moglie si è risposata con Pomino e ha avuto una bambina. Si ritira così dalla vita e trascorre le sue giornate nella biblioteca polverosa dove lavorava in precedenza a scrivere la sua storia e ogni tanto si reca al cimitero per portare sulla sua tomba una corona di fiori.

I temi dell’opera

I temi che vengono affrontati nel “Fu Mattia Pascal” sono molteplici ma tra i principali si ricordano il tema della forma, quello della famiglia, quello dell’identità,quello dell’ “inettitudine”, e infine quello del “gioco d’azzardo e dello spiritismo”.

Il tema della forma

Il romanzo è il simbolo del Relativismo Orizzontale. Mattia Pascal è in una forma, ha una famiglia e un lavoro, ma il Caso lo fa uscire dalla forma Mattia Pascal per entrare nella forma di Adriano Meis.
Adriano si accorge che la sua forma non gli va più bene e vorrebbe tornare ad essere Mattia, ma questo non può accadere perché il passare del tempo proibisce di rientrare nella stessa forma.

Il tema della famiglia

Il secondo tema principale è la famiglia, che può essere vista sia come un nido, come la famiglia d’infanzia, che come una prigione da cui evadere, come la convivenza con la moglie e la suocera.

Il tema dell’identità

Il tema centrale dell’opera è quello della perdita dell’identità che Mattia prima caccia via e poi riottiene e accetta. L’identità è qualcosa di importante che ogni individuo deve preservare per far sì che il suo ricordo rimanga per sempre. Inoltre un individuo non può privarsi della sua identità, poiché ciò gli proibisce di vivere innanzitutto alcuni aspetti sociali della vita, e per di più, è impossibile scordarsi della “vita passata”. Si può anche considerare quello dell’identità come una problematica utopica: l’uomo che, a partire da se stesso, inizia a ripensarsi ed a ricostruirsi. In Pirandello l’utopia purtroppo crolla, l’unica variante è nel ‘fu’, che dice il passaggio narrativo da una temporalità ad un’altra, il movimento ad anello annulla l’utopia. Pascal é sempre in cerca dell’ identità ma non riesce mai a trovarla…

Il tema dell’inettitudine

Mattia Pascal è un inetto, uno sconfitto dalla vita che, proprio per questa sua incapacità di adattarsi alla vita, finisce col guardarsi vivere da una posizione di estraneità e di distacco.

Gioco d’azzardo e spiritismo

Il tema del gioco d’azzardo è presente in quanto serve a sottolineare l’idea di relativismo e di mancanza di punti di riferimento nella vita dell’uomo: vengono palesemente mostrati tutti i limiti della volontà e della ragione umane di fronte al potere della sorte e del caso. Allo stesso modo il tema dello spiritismo sottolinea la crisi del razionalismo positivista, la mancanza di certezze razionali e il conseguente interessamento per fatti che la ragione e la scienza non possono spiegare.
Secondo Pirandello, quando l’uomo scopre il contrasto tra la maschera e il volto può reagire in tre modi diversi. C’è infatti la reazione passiva, la reazione ironico-umoristica, la reazione drammatica.
La reazione passiva è quella dei più deboli, che si rassegnano alla maschera che li imprigiona, incapaci di ribellarsi. Questa è la reazione di Mattia Pascal nell’ultima parte del romanzo.
La reazione ironico-umoristica è quella di chi non si rassegna alla maschera e perché non può liberarsene, affronta il tutto con un atteggiamento ironico, umoristico.
La reazione drammatica, infine, è quella di chi, sopraffatto dall’esasperazione, né si rassegna né riesce a sorridere umoristicamente della vita. Pertanto egli si chiude in una solitudine disperata che lo porta al dramma, al suicidio o alla pazzia.

Il relativismo psicologico verticale

Per Pirandello il disagio dell’uomo non deriva soltanto dall’urto con la società, ma anche dal continuo trasmutarsi del suo spirito che non gli permette di conoscere bene se stesso. Dal fondo del subcosciente, che è la zona oscura e misteriosa del suo essere, affiorano sempre nuovi sentimenti ed impulsi, che lo rendono diverso non solo dagli altri, ma anche dal se stesso di prima e da quello che sarà poi. Proprio per il suo continuo divenire, l’uomo è nello stesso tempo uno,nessuno e centomila: è “uno”, perché è quello che di volta in volta lui credere di essere; è “nessuno”, perché, dato il suo continuo mutare, è incapace di fissarsi in una personalità definita, né si riconosce nella forma che gli altri gli attribuiscono; è infine “centomila”, perché ciascuno di quelli che lo avvicinano, lo vede “a suo modo”, ed egli assume tante forme o apparenze. La disgregazione della persona umana costituisce il tema di fondo del romanzo-saggio Uno, nessuno e centomila.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA

Un giorno a Vitangelo Mostarda, il protagonista del romanzo, la moglie Dida, che chiama il marito Gengè, fa osservare che il naso di lui pende verso destra e che, come uomo ha molti difetti. Da questa rivelazione casuale incomincia la meditazione sulla vita che porta Vitangelo alla follia. Ciò che lo colpisce non è la rivelazione dei difetti, ma il fatto che egli per 28 anni non è stato, per la moglie e per gli altri, quello che lui credeva di essere, e che ciascuno lo ha visto a suo modo. Ed allora egli distrugge le

forme o immagini che gli altri si son fatti di lui, e prende una serie di iniziative che gettano lo scompiglio nel suo ambiente, fino ad alienare le sue ricchezze per la costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli come ospite. Egli rifiuta le centomila forme che gli altri gli attribuiscono, preferisce annullarsi come persona e vivere senza alcuna coscienza di essere.

Tra Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila, vi è una differenza: nel primo romanzo il relativismo psicologico si svolge prevalentemente in senso orizzontale, perché è centrato sul rapporto di Mattia, sdoppiato, con la società; in Uno, nessuno e centomila il relativismo psicologico si svolge prevalentemente in senso verticale, è centrato sul ripiegamento in se stesso di Vitangelo Mostarda che vede frantumarsi in centomila aspetti la propria personalità, fino alla follia e all’autodistruzione. In comune i due romanzi hanno il senso della solitudine dell’uomo in un mondo mutevole, incomprensibile ed assurdo.
Oltre a queste opere ve ne sono altre come per esempio L’esclusa e Enrico IV.

L’ESCLUSA

Marta è una giovane,sposata con Rocco. Dopo che un giorno il marito ha scoperto alcune lettere che le erano inviate da un ammiratore (Gregorio Alvignani) viene subito accusata ingiustamente di tradimento: il marito la abbandona e viene disprezzata da tutti. Il padre si chiude nella sua camera e al momento del difficile parto di Marta, viene trovato morto. Muore anche il bambino di Marta. La famiglia Ajala cade così nella disperazione. La famiglia subisce ogni sorta di soprusi e ingiustizie da parte della gente del paese, che è ormai al corrente dei fatti accaduti; come se non bastasse alla morte del padre la conceria viene affidata a Paolo Sistri, l’attività fallisce e la famiglia cade in miseria. Marta comincia a studiare e partecipa, nonostante la disapprovazione sia dell’ex marito, Rocco, che di Anna e Agata al concorso per il posto di maestra presso la scuola dell’istituto.
Marta vince il concorso, ma viene “scartata” e sostituita da una raccomandata. La madre decide di parlare col direttore della scuola, che le concede un posto: la notizia non è accolta bene dalle alte cariche del paese, che costringono Marta a fingersi malata. Il direttore, con l’aiuto dell’oramai deputato Alvignani, trova di nuovo una soluzione, trasferire Marta assieme alla sorella ed alla madre a Palermo.

La vita a Palermo migliora molto: nessuno conosce la loro vicenda e a scuola Marta si trova bene, nonostante la maggior parte dei suoi colleghi le facesse la corte. Durante la permanenza a Palermo, Marta rincontra l’ Alvignani e, credendosi innamorata, ha un figlio da lui. Intanto viene chiamata dalla madre di Rocco, anche lei accusata di tradimento, Marta chiama subito Rocco. Quando arriva, i due assistono alle ultime ore della madre. Paradossalmente, Marta viene completamente riabilitata e riaccettata in famiglia, nonostante il fatto che per la prima volta sia veramente accaduto un tradimento.

ENRICO IV

Un borghese romano prende parte ad una battuta di caccia nella quale impersona Enrico IV, alla messa in scena prendono parte anche Matilde di Spina, donna di cui è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest’ultimo disarciona Enrico IV che nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando.

La follia dell’uomo viene assecondata dai servitori che la sorella mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze; tuttavia dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l’amore di Matilde, che poi si è sposata con Belcredi ed è fuggita con lui. Decide così di fingere di essere ancora pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la realtà dolorosa.
Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, in compagnia di Belcredi, della loro figlia e di uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è molto interessato al caso della pazzia Enrico IV che continua a fingersi pazzo, e dice che per farlo guarire si potrebbe provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e di ripetere la caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato e che amava ancora. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, il suo rivale, non vuole che sua figlia si abbracciata da Enrico IV e si oppone. Enrico IV sguaina così la spada e trafigge Belcredi uccidendolo e, per sfuggire alla prigione, decide di fingersi pazzo per sempre.

LA POETICA DELL’UMORISMO

La poetica del Pirandello è definita poetica dell’umorismo. L’umorismo è il sentimento del contrario,che nasce,nello scrittore umorista, dall’azione combinata di due forze diverse, ma complementari,per cui egli è nello stesso tempo poeta e critico della situazione. Le due forze sono il sentimento, che crea le situazione della vita,e la ragione, che interviene e le analizza scomponendole nei loro elementi costitutivi e rilevandone i meccanismi che le determinano. Nell’arte umoristica, quando la ragione interviene per analizzare una situazione o resta in superficie,si ha l’ “avvertimento del contrario”,quando invece la

ragione penetra in profondità si ha il “sentimento del contrario”. Pirandello porta l’esempio di una vecchia signora che si unge i capelli,si trucca goffamente e si agghinda come una giovinetta. La prima reazione nel vederla è quella di ridere, avvertendo il lato comico della situazione, perché la vecchia è il contrario di ciò che dovrebbe essere,una donna seria, alla sua età. Questo è il momento comico dell’ “avvertimento del contrario”. Ma poi interviene la ragione, che con la sua riflessione vuol rendersi conto del perché di così goffo comportamento,e scopre che quel modo di truccarsi è una forma di autoinganno: la vecchia signora ha paura della vecchiaia e crede di allontanarla o di nasconderla, addobbandosi in quel modo. Questo è il momento del “sentimento del contrario”,perché alla comicità subentra la pietà per il dramma penoso della povera donna.

IL CONTENUTO DELLE OPERE

Pirandello iniziò la sua attività letteraria come poeta,ma le sue raccolte di versi hanno scarsa importanza artistica,anche se contengono motivi ironici,umoristici e drammatici. Egli si era proposto di scrivere 365 novelle,una per ogni giorno dell’anno,ma ne scrisse soltanto 246. Alcune di esse ricche di elementi drammatici, furono poi riprese dall’autore e trasformate in commedie. Esse risentono dell’esperienza verista, che viene però rivissuta in modo originale,con una sensibilità e un’ inquietudine di impronta decadente. Come solitamente avviene in chi vive in un’età di transizione,vecchio e nuovo, verismo e decadentismo coesistono in Pirandello, dando luogo ad un’arte originale, tipicamente “pirandelliana”. Verista è la maniera di Pirandello di ritrarre la realtà umana e sociale;la descrizione minuziosa e impietosa dei personaggi e degli ambienti; il suo rifiuto dei sentimentalismi romantici; ed infine verista è la sua prosa che procede serrata, senza abbandono lirico. Ma Pirandello si discosta dal Verismo. Egli rifiuta del Verismo il principio della impersonalità,della rappresentazione fredda e distaccata dell’opera d’arte. Per Pirandello la rappresentazione della realtà deve essere invece appassionata, ironica,polemica,accompagnata dagli interventi personali dello scrittore,che giudica accusa e condanna. Inoltre,mentre i “vinti” del Verga,pescatori e contadini, sono rassegnati al loro destino,i personaggi di Pirandello sono tipi più complessi, di piccolo-borghesi irrequieti. Sono anch’essi dei “vinti”, vittime di un destino assurdo e crudele, ma spesso da “vinti” diventano ribelli,protestano contro la società ipocrita,non accettano la “pena di vivere così” e per questo cercano di uscire dalla forma che li condanna a questa pena. Così già nelle novelle, troviamo la dialettica di apparenza e realtà, che è il tema centrale delle opere del Pirandello. Come le novelle anche i romanzi di Pirandello risentono dell’ esperienza del romanzo verista. Ma si tratta anche qui di un verismo improntato a una sensibilità nuova, inquiete,decadente. Si accantona la tematica sociale e si apre la strada al romanzo psicologico. L’attenzione del Pirandello si concentra sull’individuo, colto con le sue angosce, le sue crisi, i suoi fallimenti,in perenne conflitto con la società e con se stesso.

IL TEATRO

Il teatro rappresenta la parte più valida ed interessante della produzione artistica del Pirandello. Egli vi giunse piuttosto tardi; debuttò a Roma,al teatro Metastasio, il 9 dicembre 1910, poi man mano che si maturava in lui il distacco dal Verismo verso il Decadentismo,si dedicò ad esso quasi totalmente, comprendendo che la sua concezione tragica della vita,calata in situazioni drammatiche, umoristiche e paradossali, poteva trovare nell’azione scenica più che nella narrativa il mezzo espressivo più

adatto ed efficace. Dal 1925 diresse la compagnia “Teatro d’arte di Roma”, che per merito anche di due attori, Ruggero Ruggeri e Marta Abba, rappresentò trionfalmente le sue commedie sui più importanti palcoscenici dell’Europa e delle Americhe. E fu allora la gloria e il premio Nobel (1934). Conformemente alla sua poetica,Pirandello chiamò il suo teatro “teatro dello specchio”,perché in esso si rappresenta la vita nuda, cioè senza maschera,con le sue reali verità e amarezze,così che chi assiste, si vede come in uno specchio cos’ com’è, e diventa migliore. Alla base quindi del suo teatro c’è la forte esigenza morale di strappare gli uomini dalle menzogne,perché il mondo si rinnovi secondo giustizia,verità e libertà. Pirandello compose complessivamente 43 fra drammi e commedie. Nel teatro di Pirandello possiamo distinguere varie fasi:
Prima fase – Il teatro siciliano;
Seconda fase – Il teatro umoristico;
Terza fase – Il teatro nel teatro;
Il teatro dei miti.
Nella fase del Teatro Siciliano Pirandello è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch’essa come le altre presenta varie caratteristiche di rilievo e in questo caso abbiamo il fatto che esso è scritto tutto, interamente in dialetto Siciliano perché considerato dall’autore più vivo dell’italiano ed esprime di più l’aderenza alla realtà.
Mano a mano che l’autore si distacca dal verismo e si avvicina al decadentismo si ha l’inizio della seconda fase con il teatro umoristico con numerosi paradossi, infatti Pirandello presenta personaggi che spezzano le certezze del mondo borghese introducendo la versione relativistica della realtà in cui lui vorrebbe trovare la dimensione autentica della vita al di la della maschera.
Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano radicalmente, per Pirandello il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale di Shakespeare, il palcoscenico multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente; inoltre nel teatro si vede il mondo trasformarsi sul palcoscenico. Pirandello abolisce anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra attori e pubblico: in questa fase, infatti, Pirandello tende a coinvolgere il pubblico che non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita degli attori sulla scena.
Per quanto riguarda il teatro dei miti, solo tre opere della produzione pirandelliana si possono considerare dei miti. Esse sono: La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna.

di Nicola Fusco

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: