Marco Fabio Quintiliano

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L’Institutio Oratoria di Quintiliano

dalla tesina “Lessentiel est invisible pour les yeux

di Analia Maggiore – Esame di Stato 2002

  1. Marco Fabio Quintiliano

6.1.           Note sullautore

Marco Fabio Quintiliano fu originario di Calagurris  in Spagna. Nato fra il 30 e il 40 d.C., studiò a Roma , dove svolse in seguito l’attività di avvocato, ottenendo grande successo. Insegnò retorica per vent’anni, dal 70 al 90 d.C., ottenendo un importante riconoscimento pubblico: fu infatti tra i primi professori finanziati dallo stato per opera di Vespasiano. Nel 94, quando si era ormai ritirato dall’insegnamento, Domiziano gli affidò l’istruzione dei due pronipoti destinati, nelle sue intenzioni, alla successione imperiale; il retore ottenne nello stesso anno le insegne consolari, che gli assicurarono onori e privilegi.

Dopo aver lasciato la cattedra, Quintiliano scrisse dapprima un trattato De causis corruptae eloquentiae che non ci è pervenuto, quindi l’Institutio oratoria, l’opera maggiore, composta negli anni dal 90 al 96 d.C..

Ignota è la data della morte, che non dovette essere di molto posteriore alla fine della dinastia Flavia.

6.2.           Il progetto educativo

L’Institutio oratoria si delinea come un programma complessivo di formazione culturale e morale, scolastica ed intellettuale, che il futuro oratore deve seguire scrupolosamente, dall’infanzia fino al momento in cui avrà acquistato qualità e mezzi per affrontare un uditorio (il termine “institutio” sta ad indicare, propriamente, “insegnamento, educazione, istruzione”, tanto che potremmo renderlo anche col profondo termine greco di “paidèia”): e ciò, in risposta alla corruzione contemporanea dell’eloquenza, che Quintiliano vede in temi moralistici, e per la quale addita come rimedi il risanamento dei costumi e la rifondazione delle scuole. Ma, soprattutto, propugnò il criterio di ritornare all’antico, alle fonti della grande eloquenza romana, i cui onesti principi erano stati sanciti dall’oratoria di Catone e la cui perfezione era stata toccata da Cicerone. Le fonti dell’opera furono, quasi certamente, la “Retorica” d’Aristotele e proprio gli scritti retorici dell’Arpinate, anche se, a differenza di quest’ultimo, egli intende formare non tanto l’uomo di stato, guida del popolo, ma semplicemente e principalmente l’“uomo”; e, di conseguenza, mentre le analisi di quello s’incentravano nell’ambito strettamente letterario e larvatamente “politico”, egli affronta le varie questioni con un’ampiezza tale di orizzonti culturali e di motivazioni “pedagogiche” – da proporsi decisamente come un unicum nella storia letteraria latina.

Unico fra i retori antichi, Quintiliano segue l’educazione del futuro oratore sin dalla nascita. Dopo il proemio egli dedica i primi tre capitoli del primo libro dell’Institutio oratoria a precetti pedagogici che rivelano in lui un educatore esperto, saggio e illuminato; afferma, tra l’altro, che si devono assecondare le inclinazioni individuali dei fanciulli, ed esprime un giudizio negativo sulle punizioni corporali, molto in uso nella scuola antica.

Ø     “Consigli sull’educazione dei bambini”

Coerentemente con il suo proposito di formare non un tecnico dell’arte oratoria, ma un uomo e un cittadino esemplare, Quintiliano dedica la parte iniziale della sua trattazione alla preparazione del bambino agli studi. Egli insiste specialmente sulla necessità di stimolare le doti intellettuali dei piccoli allievi, affermando che tutti possono ottenere dei buoni risultati, purché siano seguiti e orientati nel modo migliore.

[1] Dunque quando gli nasce un figlio, il padre deve concepire subito su di lui le migliori speranze: così ne avrà più cura fin dall’inizio. È infondata infatti la lamentela secondo cui a pochissimi individui sarebbe concessa la capacità di apprendere quanto viene loro insegnato, mentre la maggioranza sprecherebbe il tempo e la fatica per difetto d’intelligenza. Al contrario, ti accorgerai che la maggior parte è dotata di perspicacia ed è disposta ad imparare. Questo infatti è conforme alla natura umana: come gli uccelli sono nati per volare, i cavalli per correre e le bestie feroci per la crudeltà, così sono nostra specifica caratteristica l’attività e la vivacità intellettuali, ed è questa la ragione per cui si ritiene che l’origine dell’anima umana sia divina. [2] II fatto che nascano ingegni ottusi e negati all’apprendimento non è conforme alla natura umana più di quanto lo sia la nascita di corpi deformi e mostruosi; ma questi sono sempre stati pochissimi. Ne è una prova il fatto che nei bambini brilla la speranza di moltissime possibilità: quando essa si spegno con gli anni, è evidente che non la natura ha fatto difetto, ma l’educazione. «Tuttavia c’è chi è più intelligente e chi meno». [3] Lo ammetto; ma otterranno risultati più o meno buoni: non se ne trova nessuno che non abbia tratto alcun frutto dallo studio. Chi avrà capito ciò, non appena divenuto padre, dovrà impegnarsi con tutte le sue forze in vista del futuro oratore che spera di formare. […]

[15] Alcuni hanno espresso il parere che non si debbano far studiare i bambini prima dei sette anni, in quanto solo questa età sarebbe in grado di capire gli insegnamenti e di sopportare la fatica. […] [16] Migliore però è l’opinione di chi, come Crisippo1, consiglia di non trascurare nessuna età. Egli infatti, pur concedendo i primi tre anni alle nutrici, tuttavia ritiene che anch’esse debbano già formare con i migliori principi la mente dei bambini. [17] Perché poi l’istruzione non dovrebbe essere adatta a un’età a cui già si addicono gli insegnamenti morali? So benissimo che in tutto quel periodo di cui parlo si possono a stento ottenere i risultati che successivamente si raggiungono in un solo anno, ma tuttavia mi sembra che chi non è d’accordo su questo punto si sia preoccupato di evitare una fatica non tanto agli allievi quanto agli insegnanti. [18] Del resto, da quando imparano a parlare, che cos’altro di meglio potranno fare, visto che devono pur fare qualche cosa? E perché disprezzare quel profitto, per quanto piccolo sia, che si può ottenere fino ai sette anni? Senza dubbio infatti, per quanto poco abbia apportato l’età precedente, in ogni caso il fanciullo in quell’anno in cui avrebbe appreso nozioni più elementari ne imparerà di più impegnative. [19] Questo profitto, accumulandosi da un anno all’altro, accresce il risultato complessivo, e il tempo speso in anticipo durante l’infanzia è tanto di guadagnato per l’adolescenza. Questo stesso precetto deve valere anche per gli anni seguenti: non si cominci mai ad imparare in ritardo ciò che si deve imparare. Dunque non sprechiamo il tempo fin dall’inizio, tanto più che le prime fasi dell’istruzione si basano interamente sulla memoria, ed essa nei bambini non solo è già presente, ma è anche particolarmente tenace.

[20] Non sono però cosi inesperto delle esigenze proprie di ogni età da pensare che si debbano subito sollecitare duramente i bambini fin da piccoli, pretendendo da loro un vero e proprio impegno. Bisognerà infatti aver cura innanzitutto che chi non può ancora amare lo studio, non lo prenda in odio e, avendone ricavato un’impressione sgradevole, non continui ad averne paura anche al di là degli anni infantili. Lo studio deve dunque essere un gioco; il bambino sia interrogato ed elogiato; non manchi mai di essere soddisfatto di quello che ha fatto; qualche volta, quando non ha voglia di studiare, si insegni ad un altro per suscitare la sua gelosia; gareggi talora con altri e ritenga spesso di essere il vincitore; sia allettato anche con premi, a cui quell’età è molto sensibile.

INSTITUTIO ORATORIA, I, 1, 1-3; 15-20

Ciò che rende questo brano decisamente interessante, è che, diversamente dal resto dell’opera, Quintiliano si pone al lettore, non tanto come un maestro o un retore, quanto come uno psicologo, che istruisce i genitori circa le nozioni apprese sull’educazione dei figli. Egli fa infatti un’accurata analisi del comportamento infantile, cogliendone gli aspetti essenziali, come la curiosità, la freschezza mentale, ecc…,  a cui aggiunge un’analisi quasi scientifica ( che ricorda un po’ l’opera dei filosofi come Piaget –paragrafo 5-) delle capacità intellettive dei bambini nella loro crescita. Prima dei sette anni i bambini non sono in grado di capire nozioni più o meno complesse, ma la loro curiosità li rende in ogni caso adatti allo studio, seppure gli argomenti devono essere proporzionati al loro sviluppo mentale. Tipica dello psicologo  è la capacità, che Quintiliano trasmette, di quei piccoli meccanismi, assolutamente efficaci per cui il bambino è portato ad ascoltare il maestro, perché colpito nella curiosità o nella gelosia.

Nel suo tentativo particolare di “recupero formale” della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del “Nuovo Stile”, cioè della nuova prosa di tipo senechiano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a “movere” più che a “docere”), dall’altro al troppo scarno gusto arcaico: e propone anche qui il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione che è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato ai fini di un’ideale equidistanza appunto fra asciuttezza e ampollosità, ovvero di un equilibrato contemperamento dei tre stili “subtile”, “medium” e “grande”. L’autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia concessioni al nuovo gusto per l’irregolarità e per il colore vivace.

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