“Mare al mattino” di Margaret Mazzantini – di Daniele Sammartino

“Mare al mattino”, scritto
dalla celeberrima nuova avanguardia della letteratura italiana Margaret  Mazzantini, è un romanzo edito nel 2011 dalla
casa editrice Einaudi. “La moglie di Castellitto”, come la chiamano i
denigratori delle sue “perle di discernimento” è reduce da diversi successi come
“Venuto al mondo” e, più popolare ancora “Non ti muovere”.

L’opera presenta
quattro protagonisti e due storie che si rassomigliano ineluttabilmente.

Jamila, giovane vedova
libica, cerca di fuggire con il suo figlioletto Farid dall’angosciante bellica
realtà che segna il suo Paese, attraversando il Mar Nostrum per approdare sulle desiderate coste italiane.
Contemporaneamente, in Sicilia, Angelina, madre di Vito, racconta al figlio le
sue passate esperienze da “tripolina”, costretta “dolcemente” dal regime del
Rais ad abbandonare la sua terra natale nel 1970.
Il lettore si ritrova,
quindi, a dover fare i conti con vicende contrassegnate da sofferenza,
disumanità e nostalgia di un trascorso più roseo, ma ormai appartenente
soltanto alla sfera dei ricordi. Dalla Libia all’Italia, dal deserto dunoso infinito
all’infinito moto ondoso, che spinge adirato uno dei tanti barconi di fortuna
verso la salvezza.
Vito non giocherà mai
con Farid e Jamila non incontrerà mai Angelina, ma le loro vicissitudini si
spingono aldilà del semplicistico concetto di nazionalità, toccando principi
inviolabili come il diritto alla vita e il diritto alla pace, e aggiungerei ci
sollecitano a riflettere su una domanda fondamentale: Siamo poi così diversi?
I giornali raccontano
la verità, la loro. La verità assoluta si può soltanto immaginare e sperare,
poiché la sofferenza, quel dolore che pervade l’anima è legittimo, umano e
soprattutto sacro perché non può essere profanato. Sono pieni di dati, di
perché e di altre domande ansiose di risposta. Narrano di attimi, come quello
in cui il nostro Presidente del Consiglio, il suo vice, Barroso e Malmstrom si
sono inginocchiati davanti ai feretri delle vittime che hanno esalato l’ultimo
respiro nella sconvolgente tragedia di Lampedusa. Mazzi di fiori e lacrime si
sono posati sulle 200 e più bare disposte in fila nell’hangar-obitorio dell’aeroporto,
mai così pieno. Feretri bianchi, vite spezzate prima di invecchiare. Il mare
conosce la verace verità. La verità dolorosa è che si poteva fare di più, e lo
stesso Onorevole Letta ha affermato che incriminare un pescatore, colto nell’atto
di aiutare un essere umano, è un abominio. Barroso ha affermato che l’Europa
sta con la gente di Lampedusa e con l’Italia e che non può far finta che il
problema non esista. Quest’ultima ha messo a disposizione del nostro Paese
30.000.000 di euro per affrontare questa drammatica realtà. Il centro di
accoglienza esplode e l’amarezza anche. Giorgio Napolitano la definisce una
tragedia europea e simultaneamente il popolo lampedusano grida: “Vergogna!” “Assassini!”
“Assassini!” ai politicanti creatori della Bossi-Fini. La protesta continua
esasperata, chiedendo giustizia e attenzione da parte di un’Istituzione
internazionale che sembra non esistere e che s’interessa saltuariamente delle
mille e una vite umane che salpano verso una terra, a loro, promessa. L’Italia
ha rappresentato la terra promessa anche per tutti quegli Italiani che sono
stati cacciati dalla Libia nel 1970 dal generale e dittatore Mu’ammar Gheddafi,
a causa di una assurda vendetta nei confronti dell’ “Impero italiano”. Venivano
chiamati “tripolini”, e non avevano niente, proprio come i “fratelli” che oggi
vengono ammassati nel campo profughi di Lampedusa. Vite che ripartono da zero,
scosse dalla guerra, come fronde mosse da un soffio di vento attaccate per
spirito di sopravvivenza al loro albero.