MEROPE

 

Gabriele D’Annunzio

Libro Quarto delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

La canzone dei Dardanelli

  1. Taranto, sol per àncore ed ormeggi
  2. assicurar nel ben difeso specchio,
  3. di tanta fresca porpora rosseggi?
  4. A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio
  5. muro che sa Bisanzio ed Aragona,
  6. che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio?
  7. Non balena sul Mar Grande né tuona.
  8. Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte
  9. gira, e del ferro il tuo Canal rintrona.
  10. Passan cos’ le belle navi pronte,
  11. per entrar nella darsena sicura,
  12. volta la poppa al ionico orizzonte.
  13. Sembran sazie di corsa e di presura,
  14. mentre nel Mar di Marmara e nel Corno
  15. d’oro imbozzate l’ansia e la paura
  16. sognano fumi al Tènedo ogni giorno
  17. apparsi e invocan l’altro Macometto
  18. che scenda in acqua col cavallo storno
  19. come quando alla Blanca un vascelletto
  20. greco e tre saett’e di Genovesi
  21. con lor pietre manesche e fuochi a getto,
  22. conficcate le prue sino ai provesi,
  23. nell’arrembaggio, presero battaglia
  24. contra il soldano e i suoi visiri obesi
  25. e contra una ciurmaglia e soldataglia
  26. innumerabile in dugento buoni
  27. legni; e vinsero; e con la vettovaglia
  28. sotto Costantinopoli, tra suoni
  29. e cantici, a rimurchio in salvamento
  30. li ricondusse Zaccaria Grioni.
  31. Eran tre saett’e contra dugento
  32. sàiche fuste e galèe! Taranto, Alfieri
  33. d’Alò, quel tuo figliuol che ti fu spento
  34. su la duna a Bengasi ove tu eri
  35. mista al suo sangue allor che cadde eletto
  36. dalla gloria tra i bianchi cannonieri,
  37. ben si mostrò di quella tempra; e il petto,
  38. come quando le navi avean di legno
  39. il fasciame, fu ben di ferro schietto.
  40. Ma non pur anco il giovincello Regno,
  41. fior di modestia, escito è di tutela.
  42. I pedagoghi suoi stanno a convegno.
  43. Adoprano con trepida cautela
  44. la bilancia dell’orafo in pesare
  45. il buon consiglio; e, se il timor trapela,
  46. appoggiandosi al muro famigliare
  47. stranutano e tossiscono. O Senato
  48. veneto! O prisca Libertà del Mare!
  49. Il sobrio Talassòcrate dentato,
  50. il pudico pastor dai cinque pasti
  51. che si monda con l’acqua di Pilato,
  52. immemore dei fasti e dei nefasti
  53. suoi d’ vermigli, cigola e s’indigna
  54. a tanto scempio, e torce gli occhi casti!
  55. E quei che verso il Reno ora digrigna
  56. ed or sorride livido di bile
  57. col ceffo nella sua birra sanguigna,
  58. l’invasor che sconobbe ogni gentile
  59. virtù, l’atroce lanzo che percosse
  60. vecchi e donne col calcio del fucile,
  61. il saccardo che mai non si commosse
  62. al dolore dei vinti e lordò tutto
  63. del fango appreso alle sue suola grosse,
  64. l’Ussero della Morte vela a lutto
  65. Stinchi e Teschio per la pietà fraterna
  66. di tanto musulman fiore distrutto!
  67. Ma uno più d’ogni altro si costerna.
  68. Egli è l’angelicato impiccatore,
  69. l’Angelo della forca sempiterna.
  70. Mantova fosca, spalti di Belfiore,
  71. fosse di Lombardia, curva Trieste,
  72. si vide mai miracolo maggiore?
  73. La schifiltà dell’Aquila a due teste,
  74. che rivomisce, come l’avvoltoio,
  75. le carni dei cadaveri indigeste!
  76. Altro portento. Il canapo scorsoio
  77. che si muta in cordiglio intemerato
  78. a cingere il carnefice squarquoio
  79. mentre ogni notte in sogno è schiaffeggiato
  80. da quella mozza man piena d’anelli
  81. che insanguinò la tasca del Croato!
  82. Son questi i cristianissimi fratelli
  83. del protettor d’Armenia, ond’è rifatta
  84. pia la verginità dei Dardanelli.
  85. La vecchia Europa avara e mentecatta
  86. che lasciò solo il triste Costantino,
  87. solo a cavallo nella sua disfatta
  88. ultimo imperatore bisantino
  89. combattere alla Porta Carsia e spento
  90. dar la porpora e l’aquile al bottino,
  91. dessa or soccorre del suo pio fomento
  92. lo smisurato canchero che pute
  93. tra Mar Ionio e Propontide nel vento.
  94. Oh Alleanza mistica, salute!
  95. Cantar voglio le tre sotto il posticcio
  96. turbante auguste Podestà chercute
  97. e d’austriaco sevo unto il molliccio
  98. soldan che ascolta il suo martirologio
  99. col bianco pelo irto per raccapriccio.
  100. Alla Consulta attendono l’elogio
  101. tutorio i pedagoghi del pupillo
  102. demente; e spiano il tempo ch’è balogio
  103. su la piazza ove ride lo zampillo
  104. romano tra gli equestri Eroi gemelli
  105. palpitando qual limpido vessillo.
  106. Come sul fulvo mare dei camelli
  107. sta la Sfinge, una intorta Pitonessa
  108. senza tripode guarda i Dardanelli.
  109. La licenza è concessa e non concessa,
  110. se guarentita sia la libertà
  111. al sapone di Caffa e al gran d’Odessa.
  112. Ahi cieca ambage! Ed ei non sono già
  113. discepoli di Mosca de’ Lamberti
  114. che disse: «Cosa fatta capo ha».
  115. Vanno librando i pesatori esperti
  116. la bilancia dell’orafo s’ vana
  117. con once dramme scrupoli malcerti.
  118. Meglio rozza stadera di dogana
  119. ove per dar tracollo il ferreo Cagni
  120. gitti la spada di Bu-Meliana.
  121. La nave, col des’o che il sangue bagni
  122. le torri e il ponte per ribattezzarsi,
  123. richiama a sé gli intrepidi compagni
  124. che troppo a lungo per le dune sparsi
  125. e nelle fosse tennero la guerra
  126. dediti a superare e a superarsi
  127. come quando l’eroe, che di sotterra
  128. ancor gli inc’ta, disse oltre la morte:
  129. «Io con mille di voi prendo la terra».
  130. Stefano Testa, l’òmero tuo forte
  131. è rotto; e il braccio tuo, Vincenzo Origlio;
  132. o Montella, e il tuo femore. E la sorte,
  133. o Gaudino, t’amò quando un vermiglio
  134. fiore ti pose presso il cor tra costa
  135. e costa. E tu, Vito de Tullio, figlio
  136. di Bari vecchia ove una santa esposta
  137. al popolo si chiama Serafina,
  138. e il popol tutto innanzi a lei fa sosta;
  139. o Carmineo, di un’umile eroina
  140. anche tu primo nato tra il Leone
  141. di San Marco e la Chiesa palatina;
  142. o fratel mio d’Abruzzo, e tu, Marone,
  143. che in sogno ancor la piaga del tuo piede
  144. strascichi per servire il tuo cannone;
  145. voi tutti, ardenti della vostra fede
  146. e della vostra febbre nella lunga
  147. cors’a triste, con l’anima che crede
  148. e vede or ascoltate se non giunga
  149. un grande annunzio, sussultando al cupo
  150. urlo che nella notte si prolunga.
  151. Dante de Lutti forse in un dirupo
  152. giace coi prodi a Derna, e la vendetta
  153. ride ne’ denti suoi di giovin lupo
  154. come quando a Tobrucca su la vetta
  155. della ruina issava il tricolore,
  156. più agile che mozzo alla veletta.
  157. E la notte par piena di clamore.
  158. E la cors’a d’occhi sbarrati e fissi
  159. riarde, e ucciso è il sonno dall’orrore.
  160. Tal’uno i suoi compagni crocifissi
  161. rivede, là, nella moschea di Giuma,
  162. i corpi come ciocchi aperti e scissi
  163. con la scure, conversi in nera gruma
  164. senza forma, sgorgando le ventraie
  165. per gli squarci; e le bocche ove la schiuma
  166. dell’agonia tersero l’anguinaie
  167. recise, intruse fra le due mascelle;
  168. e i viventi infunati alle steccaie,
  169. alle travi dei pozzi, con la pelle
  170. del petto per grembiul rosso, con trite
  171. le braccia penzolanti dalle ascelle
  172. dirotte, con le pàlpebre cucite
  173. ad ago e spago, o fitti sino al collo
  174. nel sabbione che fascia le ferite,
  175. le vene stagna. Odio, che sei midollo
  176. della vendetta e lièvito del sangue,
  177. ti canto. Insegna del taglion, ti scrollo.
  178. Tal’un disse: «Spargete poco sangue.
  179. Deh non vogliate esser micidiali!
  180. Quasi pace è la guerra, quando langue».
  181. O dolci eroi sognanti su i guanciali
  182. penosi, udiste l’ordine di guerra?
  183. «Le navi scorreranno gli ospedali
  184. I marinai combatteranno a terra.»
  185. Sognando, andiamo incontro all’Ombre sole
  186. mentre il ponte di Taranto si serra.
  187. La notte sembra viva d’una prole
  188. terribile. La grande Orsa declina.
  189. Infaticabilmente il mar si duole.
  190. Un vento di dominio e di rapina
  191. squassa il vasto Arcipelago schienuto.
  192. Chi vien da Scio con la galèa latina?
  193. Chi da Nasso? e d’Amorgo? Ti saluto,
  194. a capo del naviglio tuo di corsa,
  195. o duca dell’Egeo Marco Sanuto.
  196. Sul tuo coppo di ferro splende l’Orsa.
  197. Dietro i pavesi sta la compagnia
  198. pronta allo sforzo: la minaccia è corsa.
  199. Eri una via calpesta, eri la via
  200. dei Barbari che andavano alla guerra
  201. in Occidente, allora, o Austria pia.
  202. E l’onta di Giovanni Senzaterra
  203. stava su te, la crudeltà del basso
  204. vassallo d’Innocenzo, o Inghilterra,
  205. quando al libero Doge dava il passo
  206. l’Imperatore sul diviso Impero,
  207. e la Morea dal Tènaro a Patrasso
  208. e Salamina con il suo cimiero
  209. di gloria non immemore d’Aiace,
  210. e il Sunio col suo tempio roso e il nero
  211. Acroceraunio, Ocri, Arta, il Golfo ambrace,
  212. le Cicladi fulgenti, tutto il lido
  213. curvo dal Mar dalmatico al Mar trace
  214. erano un sol dominio sotto il grido
  215. di San Marco; e Gallipoli, Eraclea,
  216. Gano, Rodosto anco, tra Sesto e Abido
  217. il Doge tutto l’Ellesponto avea;
  218. quasi mezza Bisanzio, e gli arsenali
  219. quivi, e le darsene e le ròcche aveano
  220. i Veneti; lanciavan dagli scali
  221. nel Corno d’oro le galèe costrutte,
  222. al Leone ogni d’ crescendo l’ali.
  223. Ecco, o Mediterraneo, su tutte
  224. l’isole, ecco i tuoi dèspoti. Rischiaro
  225. col mio cuore le impronte non distrutte.
  226. Ecco un Sagredo principe di Paro,
  227. a Sèrifo un Michiel, ad Andro un Dandolo,
  228. a Candia un Tiepolo. Ogni nome è un faro.
  229. Presso Blacherne publica il suo bando
  230. Ranieri Zeno, e quasi Imperatore
  231. ha tutta Romania nel suo comando.
  232. Il genovese Enrico Pescatore
  233. conte di Malta usurpa il fio di Creta.
  234. In regia potestà l’Asia Minore
  235. ha Martin Zaccaria, batte moneta,
  236. leva milizie e navi, si travaglia
  237. a Focea per allume, a Chio per seta,
  238. a traffico imperversa e a rappresaglia,
  239. stermina Catalani e Musulmani,
  240. tutt’armato da re muore in battaglia.
  241. O dura schiatta dei Giustiniani,
  242. nova sovranità della Maona
  243. libera, dinastia di popolani
  244. magnifici, di re senza corona,
  245. che profuman di mastice la bianca
  246. sc’a o la segnan d’una rossa zona,
  247. quando nell’isola Andriolo Banca
  248. orna templi, deduce carmi, venera
  249. Omero, èduca lauri, schiavi affranca!
  250. Navi d’Italia, ecco l’Egeo. Chi viene
  251. da Lesbo? chi da Coo? Navi d’Italia,
  252. l’Ombre cantano come le sirene.
  253. Un Querini è signore di Stampàlia,
  254. di Nanfio un Foscolo, un Navigaioso
  255. di Lemno. Ecco l’Egeo, navi d’Italia,
  256. ecco il mare operoso e sanguinoso
  257. di noi, le rive con le nostre impronte,
  258. le mura impresse del Leon corroso.
  259. Un Barozzi è signore a Negroponte,
  260. un Ghisi a Sciro ed un Pisani a Nio.
  261. Navarca è un Longo ed un Adorno è arconte.
  262. Fendo i secoli, lacero l’obl’o,
  263. ritrovo le correnti della gloria
  264. nell’acqua ove portammo il nostro Dio.
  265. Levo sul mar l’onda della memoria
  266. e col soffio dell’anima la incalzo,
  267. che ferva sotto il piè della Vittoria,
  268. che schiumi e fumi sotto il piede scalzo
  269. volante in sommo come quando accorse
  270. precipitosa dal marmoreo balzo
  271. a te, Cànari. O Grecia, o Grecia, forse
  272. anche i tuoi fari pendono. E lo scotto
  273. sarà pagato. Chiedi l’ora all’Orse
  274. come l’uomo d’Ipsara e l’Hydriotto
  275. quando muti ridean nel cuor selvaggio,
  276. acquattato ciascun nel suo brulotto,
  277. con alla mano i raffii d’arrembaggio,
  278. con alle coste il demone del fuoco,
  279. messo fra i denti il fegato per gaggio.
  280. Anche nel nostro cuore arde quel fuoco,
  281. sorella. Vien d’Ipsara Costantino
  282. Cànari, arsiccio, ancor più pronto al gioco.
  283. Andrea Miàuli vien sul brigantino
  284. ch’ebbe a Patrasso a Spezzia ed a Modà³ne.
  285. Ma chi è mai quel grande suo vicino?
  286. Riconosco la chioma del leone
  287. e l’affilato viso dell’audacia
  288. e l’occhio inesorabile. O Canzone,
  289. piègati sotto l’ala acuta e bacia
  290. per tutti i marinai la fronte fessa
  291. del Capitan che vien dal mar di Tracia.
  292. Viene dai Dardanelli su la stessa
  293. galèa cui non restò se non l’orrore
  294. dell’annerito arsile, su la stessa
  295. galèa che vide volgere le prore
  296. e orzare a terra Mehemet codardo,
  297. viene dai Dardanelli il vincitore
  298. Lazaro Mocenigo. E lo stendardo
  299. del calcese, che gli spezzò con l’asta
  300. il cranio, or croscia al maestral gagliardo
  301. su l’erto capo cinto della vasta
  302. piaga, su la criniera leonina
  303. che per corona nautica gli basta.
  304. Chiuso è il destr’occhio che nella marina
  305. di Scio barattò egli contro vénti
  306. navi di Kenaàn tratte a rapina.
  307. Ma il freddo astro di tutti gli ardimenti
  308. è l’occhio manco, specchio dei perigli.
  309. Lazaro Mocenigo ha le sue genti?
  310. Guardalo, Cagni, tu che gli somigli.