Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio

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Michelangelo Merisi, chiamato anche il Caravaggio, nacque appunto nel paese di Caravaggio, Bergamo, nel 1573 e morì a Porto Ercole nel 1610. Figlio di Fermo Merisi, maestro di casa e architetto del marchese di Caravaggio, nel 1584, dopo la morte del padre, andò a Milano come apprendista del pittore Simone Peterzano, che ebbe su di lui un profondo influsso; lo schietto realismo e il luminismo del Peterzano furono infatti il tramite attraverso cui il giovane Michelangelo si accostò alla tradizione bresciana e veneta. Ben presto, forse appena sedicenne, il Caravaggio lasciò Milano per trasferirsi a Roma, dove lavorò dapprima presso il pittore Lorenzo Siciliano (per il quale faceva le ”teste” a un grosso ciascuna), poi nella bottega di Antiveduto Gramatica, dove dipingeva ”mezze figure”, e infine in quella del Cavalier d’Arpino a dipingere fiori e frutta. L’interessamento e la protezione del cardinale Francesco Maria del Monte, che lo accolse anche nel suo palazzo, lo sottrassero alle ristrettezze finanziarie e alle difficoltà iniziali e gli valsero anche commissioni di clienti importanti (Vincenzo Giustiniani, i Berberini, i Massimo, ecc.). Al periodo che va dal 1590 (o 1593) al 1598 appartengono fra l’altro il Bacco (Firenze, Uffizi), il Ragazzo con canestro di frutta e il Bacchino malato (Roma, Galleria Borghese), il Canestro di frutta (Milano, Ambrosiana), il Riposo nella fuga in Egitto (Roma, Galleria Doria Pamphili), la Buona ventura (Parigi, Louvre), i Bari (New York, collezione privata), il Sacrificio di Isacco (Firenze, Uffizi), la Cena in Emmaus (Londra, National Gallery). Tutti questi dipinti permettono già di notare le importantissime e per quei tempi sconcertanti innovazioni rispetto all’arte precedente a lui, che oscillava tra il classicismo dei Carracci, ligi ai dettami del Concilio di Trento, e la pittura brillante e un po’ superficiale del Cavalier d’Arpino e dei suoi seguaci, apportate dal Caravaggio in tutti i generi da lui trattati: dal Bacco visto come un fanciullo plebeo all’episodio sacro interpretato anticonvenzionalmente come una scena di attualità, al cesto di frutta divenuto, quando ancora la natura morta era considerata soltanto una curiosità, soggetto autonomo di un dipinto; sosteneva infatti il pittore ”che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori come di figure”. Ogni cosa, in natura, merita di divenir rappresentata anche nei suoi aspetti più modesti e alla luce di questa convinzione il Caravaggio penetra nell’essenza delle cose, esprimendone la verità più profonda con implacabile lucidità, tanto che le sue opere furono spesso giudicate ”indecorose”. La prima impresa capitale, comunque, quella in cui l’artista afferma nettamente la novità della sua visione naturalista e a forti contrasti d’ombra e luce (si parla infatti di realismo e di luminismo caravaggesco), risale agli anni 1597-1601 ed è costituita dalle quattro tele dipinte per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi: San Matteo e l’angelo (in due versioni: la prima gli fu rifiutata per la pretesa volgarità del tipo e della posa del santo), la Vocazione di San Matteo e il Martirio di San Matteo. In queste opere e in quelle eseguite, tra il 1600 e il 1601, per la chiesa di Santa Maria del Popolo (la Crocefissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo) appare attuata l’importantissima conquista caravaggesca consistente nel nuovo valore assunto dalle forme per il contrasto tra ombra e luce. È la luce, radente e proveniente da una sorgente esterna, a creare lo spazio, a cavare le figure dall’oscurità, costruendole e plasmandole, o a lasciarvele immerse, al fine di evidenziare la drammaticità della rappresentazione. Databili fra il 1602 e il 1606 sono la Deposizione nel sepolcro (Pinacoteca Vaticana), la Madonna di Loreto o dei Pellegrini (chiesa di Sant’Agostino), la Madonna del serpe o dei Palafrenieri (Roma, Galleria Borghese), la Morte della Vergine (Parigi, Louvre), opere che confermano il magistero dello stile caravaggesco e che realisticamente e passionalmente rinnovano un’ormai scontata iconografia religiosa, a volte così audacemente che per esempio la Morte della Vergine, eseguita per una cappella di Santa Maria della Scala, fu tolta dall’altare perché il Caravaggio ”aveva fatto con poco decoro la Madonna gonfia e con le gambe scoperte” (Baglione). Nel 1606 si verificò l’incidente che doveva decidere il destino dell’artista; egli, che per la sua vita disordinata aveva già subito varie azioni penali (per il ferimento di spada di un sergente di custodia di Castel Sant’Angelo, per diffamazione, per una lite con un servo d’osteria, per sassate alle guardie, per ragioni di donne), uccise nel corso di una lite sorta per futili motivi un certo Ranuccio Tommassoni da Terni. Benché egli stesso gravemente ferito, il Caravaggio dovette affrettarsi ad abbandonare Roma, rifugiandosi nella campagna romana e poi a Napoli (1607), dove dipinse opere capitali come la Madonna del Rosario (Vienna, Kunsthistorisches Museum) e le Sette opere di misericordia (chiesa del Pio Monte della Misericordia). Sul finire del 1607 il Caravaggio si trasferì a Malta, ove lavorò a ritratti (Alof de Wignacourt, Parigi, Louvre) e a dipinti sacri (Decollazione del Battista e San Gerolamo; Valletta, cattedrale di San Giovanni), ottenendo nel luglio del 1608 la croce di cavaliere di Grazia dell’ordine di Malta. Per un nuovo litigio, questa volta con un cavaliere di Giustizia, il Caravaggio fu ancora in carcere e poi fuggiasco a Siracusa. Di qui passò a Messina e poi a Palermo, lasciando in tutte queste tappe della sua angosciosa fuga nuovi capolavori (Seppellimento di Santa Lucia, Siracusa, chiesa di Santa Lucia; Resurrezione di Lazzaro e Adorazione dei pastori, Messina, Museo Nazionale; Natività coi santi Francesco e Lorenzo, Palermo, oratorio di San Lorenzo, rubata e mai ritrovata), opere tutte profondamente drammatiche, immerse in una calda penombra rotta da lame di luce. Tornato a Napoli verso la fine del 1609, vi fu aggredito, pare accidentalmente, e ferito gravemente. Ristabilitosi, gli giunse la voce che il papa gli avrebbe concessa la grazia per l’omicidio romano e raggiunse per mare Porto Ercole, presidio spagnolo ai confini dello Stato Pontificio. Qui fu arrestato per errore e trattenuto due giorni. Rilasciato, non trovò più l’imbarcazione e, sconvolto, si ostinò a rimanere sulla spiaggia, sotto il caldo sole di luglio, morendovi d’insolazione e forse di mal’aria a soli 37 anni. Se il temperamento impetuoso del Caravaggio rese disordinata la sua breve esistenza, contribuì anche a determinare il carattere anticonformistico della sua pittura, tesa all’invenzione di nuovi soggetti per contatto immediato col vero e alla demitizzazione di quelli usuali. E la brutale rappresentazione della realtà in cui la luce interviene come un’apparizione simbolica, irruzione del divino nella vita quotidiana, finisce col conferire un profondo significato religioso alle opere del Caravaggio, ai cui esempi si rifecero Velázquez, Zurbarán, Rubens e Rembrandt.

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