Myricae


Giovanni Pascoli

IL GIORNO DEI MORTI

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),

vedo nel cuore, vedo un camposanto

con un fosco cipresso alto sul muro.

E quel cipresso fumido si scaglia

allo scirocco: a ora a ora in pianto

sciogliesi l’infinita nuvolaglia.

O casa di mia gente, unica e mesta,

o casa di mio padre, unica e muta,

dove l’inonda e muove la tempesta;

o camposanto che sì crudi inverni

hai per mia madre gracile e sparuta,

oggi ti vedo tutto sempiterni

e crisantemi. A ogni croce roggia

pende come abbracciata una ghirlanda

donde gocciano lagrime di pioggia.

Sibila tra la festa lagrimosa

una folata, e tutto agita e sbanda.

Sazio ogni morto, di memorie, posa.

Non i miei morti. Stretti tutti insieme,

insieme tutta la famiglia morta,

sotto il cipresso fumido che geme,

stretti così come altre sere al foco

(urtava, come un povero, alla porta

il tramontano con brontolìo roco),

piangono. La pupilla umida e pia

ricerca gli altri visi a uno a uno

e forma un’altra lagrima per via.

Piangono, e quando un grido ch’esce stretto

in un sospiro, mormora, Nessuno! . . .

cupo rompe un singulto lor dal petto.

Levano bianche mani a bianchi volti,

non altri, udendo il pianto disusato,

sollevi il capo attonito ed ascolti.

Posa ogni morto; e nel suo sonno culla

qualche figlio de’ figli, ancor non nato.

Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

– O miei fratelli! – dice Margherita,

la pia fanciulla che sotterra, al verno,

si risvegliò dal sogno della vita:

– o miei fratelli, che bevete ancora

la luce, a cui mi mancano in eterno

gli occhi, assetati della dolce aurora;

o miei fratelli! nella notte oscura,

quando il silenzio v’opprimeva, e vana

l’ombra formicolava di paura;

io veniva leggiera al vostro letto;

Dormite! vi dicea soave e piana:

voi dormivate con le braccia al petto.

E ora, io tremo nella bara sola;

il dolce sonno ora perdei per sempre

io, senza un bacio, senza una parola.

E voi, fratelli, o miei minori, nulla! . . .

voi che cresceste, mentre qui, per sempre,

io son rimasta timida fanciulla.

Venite, intanto che la pioggia tace,

se vi fui madre e vergine sorella:

ditemi: Margherita, dormi in pace.

Ch’io l’oda il suono della vostra voce

ora che più non romba la procella:

io dormirò con le mie braccia in croce.

Nessuno!- Dice; e si rinnova il pianto,

e scroscia l’acqua: un impeto di vento

squassa il cipresso e corre il camposanto.

– O figli – geme il padre in mezzo al nero

fischiar dell’acqua – o figli che non sento

più da tanti anni! un altro cimitero

forse v’accolse e forse voi chiamate

la vostra mamma, nudi abbrividendo

sotto le nere sibilanti acquate.

E voi le braccia dall’asil lontano

a me tendete, siccome io le tendo,

figli, a voi, disperatamente invano.

O figli, figli! vi vedessi io mai!

io vorrei dirvi che in quel solo istante

per un’intera eternità v’amai.

In quel minuto avanti che morissi,

portai la mano al capo sanguinante,

e tutti, o figli miei, vi benedissi.

Io gettai un grido in quel minuto, e poi

mi pianse il cuore: come pianse e pianse!

e quel grido e quel pianto era per voi.

Oh! le parole mute ed infinite

che dissi! con qual mai strappo si franse

la vita viva delle vostre vite.

Serba la madre ai poveri miei figli:

non manchi loro il pane mai, né il tetto,

né chi li aiuti, né chi li consigli.

Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:

aggiungi alla lor vita, o benedetto,

quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta.

Perdona all’uomo, che non so; perdona:

se non ha figli, egli non sa, buon Dio . . .

e se ha figlioli, in nome lor perdona.

Che sia felice; fagli le vie piane;

dagli oro e nome; dagli anche l’oblio;

tutto: ma i figli miei mangino il pane.

Così dissi in quel lampo senza fine;

Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,

dalla più grandicella alle piccine.

Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.

In tutto il mondo più non era alcuno.

Udii voi soli singhiozzar lontano. –

Dice; e più triste si rinnova il pianto;

più stridula, più gelida, più scura

scroscia la pioggia dentro il camposanto.

– No, babbo, vive, vivono – Chi parla?

Voce velata dalla sepoltura,

voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,

o mio Luigi, o anima compagna!

come ti vedo abbrividire al vento

che ti percuote, all’acqua che ti bagna!

come mutato! sembra che tu sia

un bimbo ignudo, pieno di sgomento,

che chieda, a notte, al canto della via.

– Vivono, vive. Non udite in questa

notte una voce querula, argentina,

portata sino a noi dalla tempesta?

È la sorella che morì lontano,

che in questa notte, povera bambina,

chiama chiama dal poggio di Sogliano.

Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi

riccioli qui, tra noi; fuori del nero

chiostro, de’ sotterranei profondi!

Un’altra voce tu, fratello, ascolta;

dolce, triste, lontana; il tuo Ruggiero;

in cui, babbo, moristi un’altra volta.

Parlano i morti. Non è spento il cuore

né chiusi gli occhi a chi morì cercando,

a chi non pianse tutto il suo dolore.

E or per quanto stridula di vento

ombra ne dividesse, a quando a quando

udrei, come da vivo, il tuo lamento,

o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,

che curai, che difesi, umile e buono,

e morii senza che rivedessi!

Avessi tu provato di quell’ora

ultima il freddo, e or quest’abbandono,

gemendo a noi ti volgeresti ancora.-

РMa se vivete, perch̩, morti cuori,

solo è la nostra tomba illacrimata,

solo la nostra croce è senza fiori ?-

Così singhiozza Giacomo: poi geme:

– Quando sola restò la nidïata,

Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:

se con pia legge l’umili vivande

tra voi divisi, e destinai de’ pani

il più piccolo a me ch’ero il più grande;

se ribevvi le lagrime ribelli

per non far voi pensosi del domani,

se il pianto piansi in me di sei fratelli;

se al sibilar di questi truci venti,

al rombar di quest’acque, io suscitava

la buona fiamma d’eriche e sarmenti;

e io, quando vedea rosso ogni viso,

e più rossi i più piccoli, tremava

sì, del mio freddo, ma con un sorriso.

Ma non per me, non per me piango; io piango

per questa madre che, tra l’acqua, spera,

per questo padre che desìa, nel fango;

per questi santi, o fratel mio, che vivi;

di cui morendo io ti dicea . . . ma era

grossa la lingua e forse non udivi.-

Io vedo, vedo, vedo un camposanto,

oscura cosa nella notte oscura:

odo quel pianto della tomba, pianto

d’occhi lasciati dalla morte attenti,

pianto di cuori cui la sepoltura lasciò,

ma solo di dolor, viventi.

L’odo: ora scorre libero: nessuno

può risvegliarsi, tanto è notte, il vento

è così forte, il cielo è così bruno.

Nessuno udrà. La povera famiglia

può piangere. Nessuno, al suo lamento,

può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!

Aspettano. Oh! che notte di tempesta

piena d’un tremulo ululo ferino!

Non s’ode per le vie suono di pesta.

Uomini e fiere, in casolari e tane,

tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino

socchiude l’uscio del tugurio al cane.

Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno

in cerchio, avvolti dall’assidua romba.

Aspetteranno, ancora, aspetteranno.

I figli morti stanno avvinti al padre

invendicato. Siede in una tomba.

(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.

Solleva ai morti, consolando, gli occhi,

e poi furtiva esplora l’ombra. Culla

due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

Li culla e piange con quelli occhi suoi,

piange per gli altri morti, e per se nulla,

e piange, o dolce madre! anche per noi;

e dice:- Forse non verranno. Ebbene,

pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,

dicono, ora, in ginocchio, un po’ di bene.

Forse un corredo cuciono, che preme:

per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,

hanno agucchiato sospirando insieme.

E solo a notte i poveri occhi smorti

hanno levato, a un gemer di campane;

hanno pensato, invidïando, ai morti.

Ora, in ginocchio, pregano Maria

al suon delle campane, alte, lontane,

per chi qui giunse, e per chi resta in via

là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,

per chi cammina, cammina, cammina,

e non ha pietra ove posar la testa.

Pietà pei figli che tu benedivi!

In questa notte che non mai declina,

orate requie, o figli morti, ai vivi!-

O madre! il cielo si riversa in pianto

oscuramente sopra il camposanto.

Myricae

arbusta iuvant humilesque myricae

DALL’ALBA AL TRAMONTO

I

ALBA FESTIVA

Che hanno le campane,

che squillano vicine,

che ronzano lontane?

E’ un inno senza fine,

or d’oro, ora d’argento,

nell’ombre mattutine.

Con un dondolio lento

implori, o voce d’oro,

nel cielo sonnolento.

Tra il cantico sonoro

il tuo tintinno squilla

voce argentina – Adoro,

adoro – Dilla, dilla,

la nota d’oro – L’onda

pende dal ciel, tranquilla.

Ma voce più profonda

sotto l’amor rimbomba,

par che al desìo risponda:

la voce della tomba.

II

SPERANZE E MEMORIE

Paranzelle in alto mare

bianche bianche,

io vedeva palpitare

come stanche:

o speranze, ale di sogni

per il mare!

Volgo gli occhi; e credo in cielo

rivedere

paranzelle sotto un velo,

nere nere:

o memorie, ombre di sogni

per il cielo!

III

SCALPITIO

Si sente un galoppo lontano

(è la . . . ?),

che viene, che corre nel piano

con tremula rapidità.

Un piano deserto, infinito;

tutto ampio, tutt’arido, eguale:

qualche ombra d’uccello smarrito,

che scivola simile a strale:

non altro. Essi fuggono via

da qualche remoto sfacelo;

ma quale, ma dove egli sia,

non sa né la terra né il cielo.

Si sente un galoppo lontano

più forte,

che viene, che corre nel piano:

la Morte! la Morte! la Morte!

IV

IL MORTICINO

Non è Pasqua d’ovo?

Per oggi contai

di d’arteli, i piedi.

È Pasqua: non sai?

È Pasqua: non vedi

il cercine novo?

Andiamoci, a mimmi,

lontano lontano…

Dan don… Oh! ma dimmi:

non vedi ch’ho in mano

il cercine novo,

le scarpe d’avvio?

Sei morto: non vedi,

mio piccolo cieco!

Ma mettile ai piedi,

ma portale teco,

ma diglielo a Dio,

che mamma ha filato

sei notti e sei dì,

sudato, vegliato,

per farti, oh! così!

le scarpe d’avvio!

V

IL ROSICCHIOLO

Per te l’ha serbato, soltanto

per te, povero angiolo; ed eccolo

o pianto!

lo vedi? un rosicchiolo secco.

Moriva sul letto di strame;

tu, bimbo, dormivi sicuro.

Che pianto! che fame!

ma c’era un rosicchiolo duro.

Ma ella guardava lunghe ore,

guardava il suo bimbo, e morì,

di pianto, di fame, d’amore;

e… guarda! il rosicchiolo è qui.

VI

ALLORA

Allora…in un tempo assai l’unge

felice fui molto; non ora:

ma quanta dolcezza mi giunge

da tanta dolcezza d’allora!

Quell’anno! per anni che poi

fuggirono, che fuggiranno,

non puoi, mio pensiero, non puoi,

portare con te, che quell’anno!

Un giorno fu quello, ch’è senza

compagno, ch’è senza ritorno;

la vita fu vana parvenza

sì prima sì dopo quel giorno!

Un punto!… così passeggero,

che in vero passò non raggiunto,

ma bello così, che molto ero

felice, felice, quel punto!

VII

PATRIA

Sogno d’un dì d’estate.

Quanto scampanellare

tremulo di cicale!

Stridule pel filare

moveva il maestrale

le foglie accartocciate.

Scendea tra gli olmi il sole

in fascie polverose:

erano in ciel due sole

nuvole, tenui, rose:

due bianche spennellate

in tutto il ciel turchino.

Siepi di melograno,

fratte di tamerice,

il palpito lontano

d’una trebbïatrice,

l’angelus argentino…

dov’ero? Le campane

mi dissero dov’ero,

piangendo, mentre un cane

latrava al forestiero,

che andava a capo chino.

VIII

IL NUNZIO

Un murmure, un rombo….

Son solo: ho la testa

confusa di tetri

pensieri. Mi desta

quel murmure ai vetri.

Che brontoli, o bombo?

che nuove mi porti?

E cadono l’ore

giú giù, con un lento

gocciare. Nel cuore

lontane risento

parole di morti…

Che brontoli, o bombo?

che avviene nel mondo?

Silenzio infinito.

Ma insiste profondo,

solingo smarrito,

quel lugubre rombo.

IX

LA CUCITRICE

L’alba per la valle nera

sparpagliò le greggi bianche:

tornano ora nella sera

e s’arrampicano stanche:

una stella le conduce.

Torna via dalla maestra

la covata, e passa lenta:

c’è del biondo alla finestra

tra un basilico e una menta:

è Maria che cuce e cuce.

Per chi cuci e per che cosa?

un lenzuolo ? un bianco velo ?

Tutto il cielo è color rosa,

rosa e oro, e tutto il cielo

sulla testa le riluce.

Alza gli occhi dal lavoro:

una lagrima? un sorriso?

Sotto il cielo rosa e oro,

chini gli occhi, chino il viso,

ella cuce, cuce, cuce.

 

X

SERA FESTIVA

O mamma, o mammina, hai stirato

la nuova camicia di lino ?

Non c’era laggiù tra il bucato,

sul bossolo o sul biancospino.

Su gli occhi tu tieni le mani. . .

Perché? non lo sai che domani … ?

din don dan, din don dan.

Si parlano i bianchi villaggi

cantando in un lume di rosa:

dall’ombra de’ monti selvaggi

si sente una romba festosa.

Tu tieni a gli orecchi le mani…

tu piangi; ed è festa domani. .

din don dan, din don dan.

Tu pensi . . . oh! ricordo: la pieve . . .

quanti anni ora sono ? una sera . .

il bimbo era freddo, di neve;

il bimbo era bianco, di cera:

allora sonò la campana

(perché non pareva lontana ?)

din don dan, din don dan.

Sonavano a festa, come ora,

per l’angiolo; il nuovo angioletto

nel cielo volava a quell’ora;

ma tu lo volevi al tuo petto,

con noi, nella piccola zana:

gridavi; e lassù la campana. . .

din don dan, din don dan.

RICORDI

I

ROMAGNA

a Severino

Sempre un villaggio, sempre una campagna

mi ride al cuore (o piange), Severino:

il paese ove, andando, ci accompagna

l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese

cui regnarono Guidi e Malatesta,

cui tenne pure il Passator cortese,

re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando

va la tacchina con l’altrui covata,

presso gli stagni lustreggianti, quando

lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,

e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,

gettarci l’urlo che lungi si perde

dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle

gobbe la ronca e afferra la scodella,

e ‘1 bue rumina nelle opache stalle

la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto

si rincorron coi lor gridi argentini:

chiamano al rezzo, alla quiete, al santo

desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate

sotto ombrello di trine una mimosa,

che fioria la mia casa ai dì d’estate

co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato

muro un folto rosaio a un gelsomino;

guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,

chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,

io galoppava con Guidon Selvaggio

e con Astolfo; o mi vedea presente

l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via

con l’ippogrifo pel sognato alone,

o risonava nella stanza mia

muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati

da’ grilli il verso che perpetuo trema,

udiva dalle rane dei fossati

un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli

ch’io meditai, mirabili a sognare:

stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,

risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,

tutti tutti migrammo un giorno nero;

io, la mia patria or è dove si vive:

gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura

tra que’ tuoi polverosi biancospini,

ch’io non ritrovi nella mia verzura

del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,

cui regnarono Guidi e Malatesta;

cui tenne pure il Passator cortese,

re della strada, re della foresta.

II

ANNIVERSARIO

Sono più di trent’anni e di queste ore,

mamma, tu con dolor m’hai partorito;

ed il mio nuovo piccolo vagito

t’addolorava più del tuo dolore.

Poi tra il dolore sempre ed il timore,

o dolce madre, m’hai di te nutrito:

e quando fui del corpo tuo vestito,

quand’ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore;

allor sei morta; e son vent’anni: un giorno!

già gli occhi materni io penso a vuoto;

il caro viso già mi si scolora,

mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno

freddo de’ morti, nel tuo sogno immoto,

tu m’accarezzi i riccioli d’allora.

31 di dicembre 1889.

 

III

RIO SALTO

Lo so: non era nella valle fonda

suon che s’udia di palafreni andanti:

era l’acqua che giù dalle stillanti

tegole a furia percotea la gronda.

Pur via e via per l’infinita sponda

passar vedevo i cavalieri erranti;

scorgevo le corazze luccicanti,

scorgevo l’ombra galoppar sull’onda.

Cessato il vento poi, non di galoppi

il suono udivo, né vedea tremando

fughe remote al dubitoso lume;

ma voi solo vedevo, amici pioppi!

Brusivano soave tentennando

lungo la sponda del mio dolce fiume.

IV

IL MANIERO

Te sovente, o tra boschi arduo maniero,

popolai di baroni e di vassalli,

mentre i falchetti udia squittio su’ gialli

merli e radendo il baluardo nero.

Pei vetri un lume trascorrea leggiero,

e nitrivano fervidi i cavalli:

a uno squillo che uscia giù dalle valli,

apria le imposte il maggiordomo austero;

e nel fosso stridea la fragorosa

saracinesca. Or tu, canto divino,

sceso con l’ombre nel mio cuor cadenti,

dove sei? Di tramonti, ora, pensosa,

là sur un torvo giogo d’Apennino

qualch’elce nera lo ripete ai venti.

 

 

 

 

 

 

V

IL BOSCO

O vecchio bosco pieno d’albatrelli,

che sai di funghi e spiri la malìa,

cui tutto io già scampanellare udia

di cicale invisibili e d’uccelli:

in te vivono i fauni ridarelli

ch’hanno le sussurranti aure in balìa;

vive la ninfa, e i passi lenti spia,

bionda tra le interrotte ombre i capelli.

Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia

or sì or no, che se il desio le vinca,

l’occhio alcuna ne attinge, e il sol le bacia.

Dileguano; e pur viva è la boscaglia,

viva sempre ne’ fior della pervinca

e nelle grandi ciocche dell’acacia.

VI

IL FONTE

Mentre con lieve strepito perenne

geme tra il caprifoglio una fontana,

trema un trotto tranquillo, e s’allontana

per le fatate rilucenti Ardenne.

Qui pontò i piedi e s’alzò sulle penne

quell’Ippogrifo, qui stallò l’Alfana:

Brigliadoro dall’India Sericana

in questo trebbio il lungo error sostenne:

che qui l’abbeverava il paladino,

e meditava al mormorio del fonte

senza piegar la ferrea persona:

poi seguì la sua corsa e il suo destino;

così che intorno per la valle e il monte

ancor la notte il trotto ne rintrona.

 

 

 

 

VII

ANNIVERSARIO

Sappi-e forse lo sai, nel camposanto-

la bimba dalle lunghe anella d’oro,

e l’altra che fu l’ultimo tuo pianto,

sappi ch’io le raccolsi e che le adoro.

Per lor ripresi il mio coraggio affranto,

e mi detersi l’anima per loro:

hanno un tetto, hanno un nido, ora, mio vanto;

e l’amor mio le nutre e il mio lavoro.

Non son felici, sappi, ma serene:

il lor sorriso ha una tristezza pia:

io le guardo-o mia sola erma famiglia !-

sempre a gli occhi sento che mi viene

quella che ti bagnò nell’agonia

non terminata lagrima le ciglia.

31 di dicembre 1890.

VIII

I PUFFINI DELL’ADRIATICO

Tra cielo e mare (un rigo di carmino

recide intorno l’acque marezzate)

parlano. È un’alba cerula d’estate:

non una randa in tutto quel turchino.

Pur voci reca il soffio del garbino

con ozïose e tremule risate.

Sono i puffini: su le mute ondate

pende quel chiacchiericcio mattutino.

Sembra un vociare, per la calma, fioco,

di marinai, ch’ad ora ad ora giunga

tra ‘l fievole sciacquìo della risacca;

quando, stagliate dentro l’oro e il fuoco,

le paranzelle in una riga lunga

dondolano sul mar liscio di lacca.

 

 

 

IX

CAVALLINO

O bel clivo fiorito Cavallino

ch’io varcai co’ leggiadri eguali a schiera

al mio bel tempo; chi sa dir se l’era

d’olmo la tua parlante ombra o di pino?

Era busso ricciuto o biancospino,

da cui dorata trasparia la sera?

C’è un campanile tra una selva nera,

che canta, bianco, l’inno mattutino?

Non so: ché quando a te s’appressa il vano

desio, per entro il cielo fuggitivo

te vedo incerta visïon fluire.

So ch’or sembri il paese allor lontano

lontano, che dal tuo fiorito clivo

io rimirai nel limpido avvenire.

X

LE MONACHE Dl SOGLIANO

Dal profondo geme l’organo

tra ‘l fumar de’ cerei lento:

c’è un brusio cupo di femmine

nella chiesa del convento:

un vegliardo austero mormora

dall’altar suoi brevi appelli:

dietro questi s’acciabattano

delle donne i ritornelli.

Ma di mezzo a un lungo gemito,

da invisibile cortina,

s’alza a vol secura ed agile

una voce di bambina;

e dintorno a questa ronzano,

tutte a volo, unite e strette,

e la seguono e rincorrono,

voci d’altre giovinette.

Per noi prega, o santa Vergine,

per noi prega, o Madre pia;

per noi prega, esse ripetono,

o Maria! Maria! Maria!

Quali note! Par che tinnino

nell’infrangersi del cuore:

paion umide di lagrime,

paion ebbre di dolore.

Oh! qual colpa macchiò l’anima

di codeste prigioniere?

qual dolor poté precorrervi

la fiorita del piacere?

Queste bimbe, queste vergini

che offesero Dio santo,

che perdòno ne sospirano

con sì lungo inno di pianto?

Manda l’organo i suoi gemiti

tra’l fumar de’ cerei lento:

di lontane plaghe sembrano

cupe e fredde onde di vento…

Dalle plaghe inaccessibili

cupo e freddo il vento romba:

già sottentra ai lunghi gemiti

il silenzio della tomba.

XI

IL SANTUARIO

Come un’arca d’aromi oltremarini,

il santuario, a mezzo la scogliera,

esala ancora l’inno e la preghiera

tra i lunghi intercol’unnii de’ pini;

e trema ancor de’ palpiti divini

che l’hanno scosso nella dolce sera,

quando dalla grand’abside severa

uscia l’incenso in fiocchi cilestrini.

S’incurva in una luminosa arcata

il ciel sovr’esso: alle colline estreme

il Carro e fermo e spia l’ombra che sale.

Sale con l’ombra il suon d’una cascata

che grave nel silenzio sacro geme

con un sospiro eternamente uguale.

XII

ANNIVERSARIO

Già li vedevo gli occhi tuoi, soavi

seguirmi sempre per il mio cammino,

chinarsi mesti sul mio capo chino,

volgersi, al mio dubbiar, dubbiosi e gravi.

Come col dolor tuo mi consolavi,

come, o cuore vivente oltre il destino!

come al tuo collo ti tornai bambino

piangendo il pianto che su me versavi!

Or che rivivo alfine, or che trovai

ah! le due parti del tuo cuore infranto,

ora quell’occhio più che mai materno…

No: tu con gli altri, al freddo, all’acqua, stai,

con gli altri, solitari in camposanto,

in questa sera torbida d’inverno.

31 di dicembre 1891.

PENSIERI

I

TRE VERSI DELL’ASCREO

«Non di perenni fiumi passar l’onda,

che tu non preghi volto alla corrente

pura, e le mani tuffi nella monda

acqua lucente»

dice il poeta. E così guarda, o saggio,

tu nel dolore, cupo fiume errante:

passa, e le mani reca dal passaggio

sempre più sante…

II

I TRE GRAPPOLI

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.

Bevi del primo il limpido piacere;

bevi dell’altro l’oblio breve e mite;

e… più non bere:

chè sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto

nel nero sonno vigila, da un canto,

sappi, il dolore; e alto grida un muto

pianto già pianto.

III

SAPIENZA

Salì pensoso la romita altura

ove ha il suo nido l’aquila e il torrente,

e centro della lontananza oscura

sta, sapïente.

Oh! scruta intorno gl’ignorati abissi:

più ti va lungi l’occhio del pensiero,

più presso viene quello che tu fissi:

ombra e mistero.

IV

CUORE E CIELO

Nel cuor dove ogni visïon s’immilla,

e spazio al cielo ed alla terra avanza,

talor si spenge un desiderio, e brilla

una speranza:

come nel cielo, oceano profondo,

dove ascendendo il pensier nostro annega,

tramonta un’Alfa, e pullula dal fondo

cupo un’Omega.

V

MORTE E SOLE

Fissa la morte: costellazïone

lugubre che in un cielo nero brilla:

breve parola, chiara visïone:

leggi, o pupilla.

Non puoi. Così, se fissi mai l’immoto

astro nei cieli solitari ardente,

se guardi il sole, occhio, che vedi ? Un vòto

vortice, un niente.

 

 

 

 

VI

PIANTO

Più bello il fiore cui la pioggia estiva

lascia una stilla dove il sol si frange;

più bello il bacio che d’un raggio avviva

occhio che piange.

VII

CONVIVIO

O convitato della vita, è l’ora.

Brillino rossi i calici di vino;

tu né bramoso più, né sazio ancora,

lascia il festino.

Splendano d’aurea luce i lampadari,

fragri la rosa e il timo dell’Imetto,

sorrida in cerchio tuttavia di cari

capi il banchetto:

tu sorgi e… Triste, su la mensa ingombra,

delle morenti lampade lo svolo

lugubre lungo! triste errar nell’ombra,

ultimo, solo!

VIII

IL PASSATO

Rivedo i luoghi dove un giorno ho pianto:

un sorriso mi sembra ora quel pianto.

Rivedo i luoghi, dove ho già sorriso…

Oh! come lacrimoso quel sorriso!

IX

TRA IL DOLORE E LA GIOIA

Vidi il mio sogno sopra il monte in cima;

era una striscia pallida; co’ suoi

boschi d’un verde quale mai né prima

vidi né poi.

Prima, il sonante nembo coi velari,

tutto ascondeva, delle nubi nere:

poi, tutto il sole disvelò del pari

bello a vedere.

Ma quel mio sogno al raggio d’un’aurora

nuova m’apparve e sparve in un baleno,

che il ciel non era torbo più né ancora

tutto sereno.

X

NEL CUORE UMANO

Non ammirare, se in un cuor non basso,

cui tu rivolga a prova, un pungiglione

senti improvviso: c’è sott’ogni sasso

lo scorpïone.

Non ammirare, se in un cuor concesso

al male, senti a quando a quando un grido

buono, un palpito santo: ogni cipresso

porta il suo nido.

 

 

CREATURE

I

FIDES

Quando brillava il vespero vermiglio,

e il cipresso pareva oro, oro fino,

la madre disse al piccoletto figlio:

Così fatto è lassù tutto un giardino.

Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,

gli alberi d’oro, le foreste d’oro;

mentre il cipresso nella notte nera

scagliasi al vento, piange alla bufera.

II

CEPPO

È mezzanotte. Nevica. Alla pieve

suonano a doppio; suonano l’entrata.

Va la Madonna bianca tra la neve:

spinge una porta; l’apre: era accostata.

Entra nella capanna: la cucina

e piena d’un sentor di medicina.

Un bricco al fuoco s’ode borbottare:

piccolo il ceppo brucia al focolare.

Un gran silenzio. Sono a messa? Bene.

Gesu trema; Maria si accosta al fuoco.

Ma ecco un suono, un rantolo che viene

di su, sempre più fievole e più roco.

Il bricco versa e sfrigge: la campana,

col vento, or s’avvicina, or s’allontana.

La Madonna, con una mano al cuore,

geme: Una mamma, figlio mio, che muore!

E piano piano, col suo bimbo fiso

nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia.

Il ceppo sbracia e crepita improvviso,

il bricco versa e sfrigola via via:

quel rantolo… è finito. O Maria stanca!

bianca tu passi tra la neve bianca.

Suona d’intorno il doppio dell’entrata:

voce velata, malata, sognata.

III

MORTO

Manina chiusa, che nel sonno grande

stringi qualcosa, dimmi cosa ci hai!

Cosa ci ha? cosa ci ha? Vane domande:

quello che stringe, niuno saprà mai.

Te l’ha portato l’Angelo, il suo dono:

nel sonno, sempre lo stringevi, un dono.

La notte c’era, non c’era il mattino.

Questo ti resterà. Dormi, bambino.

IV

ORFANO

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.

Senti: una zana dondola pian piano.

Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;

canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino

c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.

Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.

La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

 

 

V

ABBANDONATO

Nella soffitta è solo, è nudo, muore.

Stille su stille gemono dal tetto.

Gli dice il Santo-Ancora un po’; fa’ cuore-

Mormora-Il pane; è tanto che l’aspetto-

L’Angelo dice-or viene il Salvatore-

Sospira-un panno pel mio freddo letto-

Maria dice-È finito il tuo dolore!-

-oh! mamma io voglio, e dormire al suo petto-

Lagrima a goccia a goccia la bufera

nella soffitta. Il Santo veglia, assiso;

l’Angelo guarda, smorto come cera;

la Vergine Maria piange un sorriso.

Tace il bambino, aspetta sino a sera,

all’uscio guarda, coi grandi occhi, fiso.

La notte cade, l’ombra si fa nera;

egli va, desolato, in Paradiso.

 

LA CIVETTA

Stavano neri al lume della luna

gli erti cipressi, guglie di basalto,

quando tra l’ombre svolò rapida una

ombra dall’alto:

orma sognata d’un volar di piume,

orma di un soffio molle di velluto,

che passò l’ombre e scivolò nel lume

pallido e muto;

ed i cipressi sul deserto lido

stavano come un nero colonnato,

rigidi, ognuno con tra i rami un nido

addormentato.

E sopra tanta vita addormentata

dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera

sonare, ecco, una stridula risata

di fattucchiera:

una minaccia stridula seguita,

forse, da brevi pigolii sommessi,

dal palpitar di tutta quella vita

dentro i cipressi.

Morte, che passi per il ciel profondo,

passi con ali molli come fiato,

con gli occhi aperti sopra il triste mondo

addormentato;

Morte, lo squillo acuto del tuo riso

unico muove l’ombra che ci occulta

silenzïosa, e, desta all’improvviso

squillo, sussulta;

e quando taci, e par che tutto dorma

nel cipresseto, trema ancora il nido

d’ogni vivente: ancor, nell’aria, l’orma

c’è del tuo grido.

LE PENE DEL POETA

I

I DUE FUCHI

Tu poeta, nel torbido universo

t’affisi, tu per noi lo cogli e chiudi

in lucida parola e dolce verso;

si ch’opera è di te ciò che l’uom sente

tra l’ombre vane, tra gli spettri nudi.

Or qual n’hai grazia tu presso la gente?

Due fuchi udii ronzare sotto un moro.

Fanno queste api quel lor miele (il primo

diceva) e niente più: beate loro!

E l’altro: E poi fa afa: troppo timo!

II

IL CACCIATORE

Frulla un tratto l’idea nell’aria immota;

canta nel cielo. Il cacciator la vede,

l’ode; la segue: il cuor dentro gli nuota.

Se poi col dardo, come fil di sole

lucido e retto, bàttesela al piede,

oh il poeta! gioiva; ora si duole.

Deh! gola d’oro e occhi di berilli,

piccoletta del cielo alto sirena,

ecco, tu più non voli, più non brilli,

più non canti: e non basti alla mia cena.

III

IL LAURO

Nell’orto, a Massa – o blocchi di turchese,

alpi Apuane ! o lunghi intagli azzurri

nel celestino, all’orlo del paese!

un odorato e lucido verziere

pieno di frulli, pieno di sussurri,

pieno de’ flauti delle capinere.

Nell’aie acuta la magnolia odora,

lustra l’arancio popolato d’oro –

io, quando al Belvedere era l’aurora,

venivo al piede d’uno snello alloro.

Sorgeva presso il vecchio muro, presso

il vecchio busto d’un imperatore,

col tronco svelto come di cipresso.

Slanciato avanti, sopra il muro, al sole

dava la chioma. Intorno era un odore,

sottil, di vecchio, e forse di vïole.

Io sognava: una corsa lungo il puro

Frigido, l’oro di capelli sparsi,

una fanciulla . . . Ancora al vecchio muro

tremava il lauro che parea slanciarsi.

Un’alba – si sentia di due fringuelli

chiaro il francesco mio: la capinera

già desta squittinìa di tra i piselli –

tu più non c’eri, o vergine fugace:

netto il pedale era tagliato: v’era

quel vecchio odore e quella vecchia pace:

il lauro, no. Sarchiava lì vicino

Fiore, un ragazzo pieno di bontà.

Gli domandai del lauro; e Fiore, chino

sopra il sarchiello: Faceva ombra, sa!

E m’accennavi un campo glauco, o Fiore,

di cavolo cappuccio e cavolfiore.

IV

LE FEMMINELLE

E dice la rosa alba: oh! chi mi svelle?

Son mesta come un colchico: dal ciocco

tanto mi germinò di femminelle!

Erano come punte tenerine

di sparagio: poi fecero lo stocco;

buttano anch’esse e s’armano di spine.

Vivono de’ miei fiori color d’alba,

d’alba rosata; e tu non giovi, o ruta.

Mettono un boccio: una corolla scialba,

subito aperta, subito caduta.

 

L’ULTIMA PASSEGGIATA

I

ARANO

Al campo, dove roggio nel filare

qualche pampano brilla, e dalle fratte

sembra la nebbia mattinal fumare,

arano: a lente grida, uno le lente

vacche spinge; altri semina; un ribatte

le porche con sua marra pazïente;

ché il passero saputo in cor già gode,

e il tutto spia dai rami irti del moro;

e il pettirosso: nelle siepi s’ode

il suo sottil tintinno come d’oro.

 

 

 

 

 

II

DI LASSÙ

La lodola perduta nell’aurora

si spazia, e di lassù canta alla villa,

che un fil di fumo qua e là vapora;

di lassù largamente bruni farsi

i solchi mira quella sua pupilla

lontana, e i bianchi bovi a coppie sparsi.

Qualche zolla nel campo umido e nero

luccica al sole, netta come specchio:

fa il villano mannelle in suo pensiero,

e il canto del cuculo ha nell’orecchio.

III

GALLINE

Al cader delle foglie, alla massaia

non piange il vecchio cor, come a noi grami:

che d’arguti galletti ha piena l’aia;

e spessi nella pace del mattino

delle utili galline ode i richiami:

zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.

Cantano a sera intorno a lei stornelli

le fiorenti ragazze occhi pensosi,

mentre il granturco sfogliano, e i monelli

ruzzano nei cartocci strepitosi.

IV

LAVANDARE

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

resta un aratro senza buoi che pare

dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene

lo sciabordare delle lavandare

con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,

e tu non torni ancora al tuo paese!

quando partisti, come son rimasta!

come l’aratro in mezzo alla maggese.

V

I DUE BIMBI

I due bimbi si rizzano: uno, a stento,

indolenzito; grave, l’altro: il primo

alza il corbello con un gesto lento;

e in quel dell’altro fa cader, bel bello,

il suo tesoro d’accattato fimo:

e quello va più carico e più snello.

Il vinto siede, prova un’altra volta

coi noccioli, li sperpera, li aduna,

e dice (forse al grande olmo che ascolta?):

E poi si dica che non ha fortuna!

VI

LA VIA FERRATA

Tra gli argini su cui mucche tranquilla-

mente pascono, bruna si difila

la via ferrata che lontano brilla;

e nel cielo di perla dritti, uguali,

con loro trama delle aeree fila

digradano in fuggente ordine i pali.

Qual di gemiti e d’ululi rombando

cresce e dilegua femminil lamento?

I fili di metallo a quando a quando

squillano, immensa arpa sonora, al vento.

VII

FESTA LONTANA

Un piccolo infinito scampando

ne ronza e vibra, come d’una festa

assai lontana, dietro un vel d’oblio.

Là, quando ondando vanno le campane,

scoprono i vecchi per la via la testa

bianca, e lo sguardo al suoi fisso rimane.

Ma tondi gli occhi sgranano i bimbetti,

cui trema intorno il loro ciel sereno.

Strillano al crepitar de’ mortaretti.

Mamma li stringe all’odorato seno.

VIII

QUEL GIORNO

Dopo rissosi cinguettìi nell’aria,

le rondini lasciato hanno i veroni

della Cura fra gli olmi solitaria.

Quanti quel roseo campanil bisbigli

udì, quel giorno, o strilli di rondoni

impazïenti a gl’inquïeti figli!

Or nel silenzio del meriggio urtare

là dentro odo una seggiola, una gonna

frusciar d’un tratto: alla finestra appare

curïoso un gentil viso di donna.

IX

MEZZOGIORNO

L’osteria della Pergola è in faccende:

piena è di grida, di brusio, di sordi

tonfi; il camin fumante a tratti splende.

Sulla soglia, tra il nembo degli odori

pingui, un mendico brontola: Altri tordi

c’era una volta, e altri cacciatori.

Dice, e il cor s’è beato. Mezzogiorno

dal villaggio a rintocchi lenti squilla;

e dai remoti campanili intorno

un’ondata di riso empie la villa.

X

GIA’ DALLA MATTINA

Acqua, rimbomba; dondola, cassetta;

gira, coperch’io, intorno la bronzina;

versa, tramoggia, il gran dalla bocchetta;

spolvero, svola. Nero da una fratta

l’asino attende già dalla mattina

presso la risonante cateratta.

Le orecchie scrolla e volgesi a guardare

ché tardi, tra finire, andar bel bello,

intridere, spianare ed infornare,

sul desco fumerai, pan di cruschello.

XI

CARRETTIERE

O carrettiere che dai neri monti

vieni tranquillo, e fosti nella notte

sotto ardue rupi, sopra aerei ponti;

che mai diceva il querulo aquilone

che muggia nelle forre e fra le grotte?

Ma tu dormivi sopra il tuo carbone.

A mano a mano lungo lo stradale

venìa fischiando un soffio di procella:

ma tu sognavi ch’era di natale;

udivi i suoni d’una cennamella.

XII

IN CAPANNELLO

Cigola il lungo e tremulo cancello

la via sbarra: ritte allo steccato

cianciano le comari in capannello:

parlan d’uno ch’è un altro scrivo scrivo;

del vin che costa un occhio, e ce n’è stato;

del governo; di questo mal cattivo;

del piccino; del grande ch’è sui venti;

del maiale, che mangia e non ingrassa –

Nero avanti a quelli occhi indifferenti

il traino con fragore di tuon passa.

XIII

IL CANE

Noi mentre il mondo va per la sua strada,

noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,

e perché vada, e perché lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti

del casolare, che il rozzon normanno

stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento;

lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.

Il carro è dilungato lento lento.

Il cane torna sternutando all’aia.

XIV

O REGINELLA

Non trasandata ti creò per vero

la cara madre: tal, lungo la via,

tela albeggia, onde godi in tuo pensiero:

presso è la festa, e ognuno a te domanda

candidi i lini, poi che in tua balìa

è il cassone odorato di lavanda.

Felici i vecchi tuoi; felici ancora

i tuoi fratelli; e più, quando a te piaccia,

chi sua ti porti nella sua dimora,

o reginella dalle bianche braccia.

XV

TI CHIAMA

Quella sera i tuoi vecchi (odi? ti chiama

la cara madre: al fumo della bruna

pentola, con irrequieta brama,

rissano i bimbi: frena tu, severa,

quinci una mano trepida, quindi una

stridula bocca, e al piccol volgo impera;

sì che in pace, tra un grande acciottolìo,

bruchi la sussurrante famigliola),

quella notte i tuoi vecchi un dolor pio

soffocheranno contro le lenzuola.

XVI

O VANO SOGNO

Al camino, ove scoppia la mortella

tra la stipa, o ch’io sogno, o veglio teco:

mangio teco radicchio e pimpinella.

Al soffiar delle raffiche sonanti,

l’aulente fieno sul forcon m’arreco,

e visito i miei dolci ruminanti:

poi salgo, e teco – O vano sogno! Quando

nella macchia fiorisce il pan porcino,

lo scolaro i suoi divi ozi lasciando

spolvera il badïale calepino:

chioccola il merlo, fischia il beccaccino;

anch’io torno a cantare in mio latino.

 

DIALOGO

Scilp: i passeri neri su lo spalto

corrono, molleggiando. Il terren sollo

rade la rondine e vanisce in alto:

vitt. . . videvitt. Per gli uni il casolare,

l’aia, il pagliaio con l’aereo stollo;

ma per l altra il suo cielo ed il suo mare.

Questa, se gli olmi ingiallano la frasca,

cerca i palmizi di Gerusalemme:

quelli, allor che la foglia ultima casca,

restano ad aspettar le prime gemme.

Dib dib bilp bilp: e per le nebbie rare,

quando alla prima languida dolciura

l’olmo già sogna di rigermogliare,

lasciano a branchi la città sonora

e vanno, come per la mietitura,

alla campagna, dove si lavora.

Dopo sementa, presso l’abituro

il casereccio passero rimane;

e dal pagliaio, dentro il cielo oscuro

saluta le migranti oche lontane.

Fischia un grecale gelido, che rade:

copre un tendone i monti solitari:

a notte il vento rugge, urla: poi cade.

E tutto è bianco e tacito al mattino:

nuovo: e dai bianchi e muti casolari

il fumo sbalza, qua e là turchino.

La neve! (Videvitt: la neve? il gelo?

ei di voi, rondini, ride:

bianco in terra, nero in cielo

v’è di voi chi vide . . . vide . . . videvitt?)

La neve! Allora, poi che il cibo manca,

alla città dai mille campanili

scendono, alla città fumida e bianca;

a mendicare. Dalla lor grondaia

spiano nelle chiostre e nei cortili

la granata o il grembiul della massaia.

Tornano quindi ai campi, a seminare

veccia e saggina coi villani scalzi,

e – videvitt – venuta d’oltremare

trovano te che scivoli, che sbalzi,

rondine, e canti; ma non sai la gioia

-scilp- della neve, il giorno che dimoia.

 

NOZZE

a G.V

Dava moglie la Rana al suo figliolo.

Or con la pace vostra, o raganelle,

suon lo chiese ad un cantor del brolo.

Egli cantò: la cobbola giuliva

parve un picchierellar trito di stelle

nel ciel di sera, che ne tintinniva.

Le campagne addolcì quel tintinnio

e i neri boschi fumiganti d’oro.

tiò tiò tiò tiò tiò tiò tiò tiò tiò

torotorotorotorotíx

torotorotorotorolililíx

È notte: ancora in un albor di neve

sale quest’inno come uno zampillo;

quando la Rana chiede, quanto deve:

se quattro chioccioline, o qualche foglia

d’appio o voglia un mazzuolo di serpillo,

o voglia un paio di bachi, o ciò che voglia.

Oh! rispos’egli: nulla al Rosignolo,

nulla tu devi delle sue cantate:

ei l’ha per nulla e dà per nulla: solo,

si l’ascoltate e poi non gracidate.

Al lume della luna ogni ranocchia

gracidò: Quanta spocchia, quanta spocchia!

LE GIOIE DEL POETA

I

IL MAGO

«Rose al verziere, rondini al verone!»

Dice, e l’aria alle sue dolci parole

sibila d’ali, e l’irta siepe fiora.

Altro il savio potrebbe; altro non vuole;

pago se il ciel gli canta e il suol gli odora;

suoi. nunzi manda alla nativa aurora,

a biondi capi intreccia sue corone.

II

IL MIRACOLO

Vedeste, al tocco suo, morte pupille!

Vedeste in cielo bianchi lastricati

con macchie azzurre tra le lastre rare;

bianche le fratte, bianchi erano i prati,

queto fumava un bianco casolare,

sfogliava il mandorlo ali di farfalle.

Vedeste l’erba lucido tappeto,

e sulle pietre il musco smeraldino;

tremava il verde ciuffo del canneto,

sbocciava la ninfea nell’acquitrino,

tra rane verdi e verdi raganelle.

Vedeste azzurro scendere il ruscello

fuori dei monti, fuor delle foreste,

e quelle creste, aereo castello,

tagliare in cielo un lembo piu celeste:

era colore di viola il colle.

Vedeste in mezzo a nuvole di cloro

rossa raggiar la fuga de’ palazzi

lungo la ripa, ed il tramonto d’oro

dalle vetrate vaporare a sprazzi,

a larghi fasci, a tremule scintille.

Dormono i corvi dentro i lecci oscu

qualche fiaccola va pei cimiteri;

dentro i palazzi, dentro gli abituri,

al buio, accanto ai grandi letti neri,

dormono nere e piccole le culle.

III

IN ALTO

Nel ciel dorato rotano i rondoni.

Avessi al cor, come ali, così lena!

Pur l’amerei la negra terra infida,

sol per la gioia di toccarla appena,

fendendo al ciel non senza acute strida.

Ora quel cielo sembra che m’irrida,

mentre vado così, grondon grondoni.

IV

GLORIA

-Al santo monte non verrai, Bel’acqua?-

Io non verrò: l’andare in su che porta?

Lungi è la Gloria, e piedi e mani vuole;

e là non s’apre che al pregar la porta,

e qui star dietro il sasso a me non duole,

ed ascoltare le cicale al sole,

e le rane che gracidano, Acqua acqua!

V

CONTRASTO

I

Io prendo un po’ di silice e di quarzo:

lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena:

ve’ la fiala come un dì di marzo,

azzurra e grigia, torbida e serena!

Un cielo io faccio con un po’ di rena

e un po’ di fiato. Ammira: io son l’artista.

II

Io vo per via guardando e riguardando,

solo, soletto, muto, a capo chino:

prendo un sasso, tra mille, a quando a quando:

lo netto, arroto, taglio, lustro, affino:

chi mi sia, non importa: ecco un rubino;

vedi un topazio; prendi un’ametista.

VI

LA VITE E IL CAVOLO

Dal glauco e pingue cavolo si toglie

e fugge all’olmo la pampinea vite,

ed a sé, tra le branche inaridite,

tira il puniceo strascico di foglie.

Pace, o pampinea vite ! Aureo s’accoglie

il sol nel lungo tuo grappolo mite;

aurea la gioia, e dentro le brunite

coppe ogni cura in razzi d’oro scioglie.

Ma, nobil vite, alcuna gloria è spesso

pur di quel gramo, se per lui l’oscuro

paiol borbotta con suo lieve scrollo;

e il core allegra al pio villan, che d’esso

trova odorato il tiepido abituro,

mentre a’ fumanti buoi libera il collo.

 

FINESTRA ILLUMINATA

I

MEZZANOTTE

a A. B.

Otto… nove… anche un tocco: e lenta scorre

l’ora; ed un altro… un altro. Uggiola un cane.

Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta

s’ode, che passa. C’è per vie lontane

un rotolìo di carri che s’arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,

senza colori, senza vita. Brilla,

sola nel mezzo alla città che dorme,

una finestra, come una pupilla

II

UN GATTO NERO

aperta. Uomo che vegli nella stanza

illuminata, chi ti fa vegliare?

dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia

un mare immenso: nell’immenso mare,

una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco

nevato, ai primi languidi scirocchi,

per la tua faccia. Un gatto nero, un fosco

viso di sfinge, t’apre i suoi verdi occhi…

III

DOPO?

Forse è una buona vedova. . . Quand’ella

facea l’imbastitura e il sopramano,

venne il suo bimbo e chiese la novella.

Venne ai suoi piedi: ella contò del Topo,

del Mago . . . Alla costura, egli, pian piano,

l’ultima volta le sussurrò, Dopo?

Dopo tanto, c’è sempre qualche occhiello.

Il topo è morto, s’è smarrito il mago.

Il bimbo dorme sopra lo sgabello,

tra le ginocchia, al ticchettio dell’ago.

IV

UN RUMORE . . .

Una fanciulla. . . La tua mano vola

sopra la carta stridula: s’impenna:

gli occhi cercano intorno una parola.

E la parola te la dà la muta

lampada che sussulta: onde la penna

la via riprende scricchiolando arguta.

St! un rumore . . . ai labbri ti si porta

la penna, un piede dondola . . . Che cosa?

Nulla: un tarlo, un brandir lieve di porta . .

Oh! mamma dorme, e sogna . . . che sei sposa.

V

POVERO DONO

Getta quell’arma che t’incanta. Spera

l’ultima volta. Aspetta ancora, aspetta

che il gallo canti per la città nera.

Il gallo canta, fuggono le larve.

Fuggirà, fuggirà la maledetta

maga che con fatali occhi t’apparve.

Verrà tua madre morta, col suo mesto

viso, col mormorìo della sua prece. . .

ti pregherà che tu lo serbi questo

povero dono ch’ella un dì ti fece!

VI

UN RONDINOTTO

È ben altro. Alle prese col destino

veglia un ragazzo che con gesti rari

fila un suo lungo penso di latino.

Il capo ad ora ad ora egli solleva

dalla catasta dei vocabolari,

come un galletto garrulo che beva.

Povero bimbo! di tra i libri via

appare il bruno capo tuo, scompare;

come d’un rondinotto, quando spia

se torna mamma e porta le zanzare.

VII

SOGNO D’OMBRA

Rantolo d’avo, rantolo d’infante.

Par l’uno il cigolìo d’un abbaino

a cui percuota l’aquilone errante:

l’altro e come a fior d’acqua un improvviso

vanir di bolla, donde un cerchiolino

s’apre ogni volta e scivola nel viso.

Vissero. Quanto? le pupille fisse

chiedono. Uno la gente di sua gente

vide; l’altro, non sé. Ma l’uno visse

quello che l’altro: un sogno d’ombra, un niente.

VIII

MISTERO

Vergine . . . bianca sopra il bianco letto,

ti prese il sonno a mezzo la preghiera?

Tu hai le mani in croce sopra il petto.

Ti prese tra i due ceri e le corone

quel sonno? in mezzo agli Ave della sera?

Tu dici ancora quella orazïone.

Tieni il rosario tra le mani pie.

Non muove i labbri un tremito leggiero?

Ma non scorrono più le avemarie,

e tu contemplerai sempre un mistero.

IX

VAGITO

Mammina . . . bianca sopra il letto bianco

tu dormi. Chi sul volto ti compose

quel dolor pago e quel sorriso stanco ?

Tu dormi: intorno al languido origliere

tutto biancheggia. Intorno a te le cose

fanno piccoli cenni di tacere.

E tutto albeggia e tutto tace. Il fine

è questo, è questo il cominciar d’un rito?

Di tra un silenzio candido di trine

parla il mistero in suono di vagito.

 

SOLITUDINE

I

Da questo greppo solitario io miro

passare un nero stormo, un aureo sciame;

mentre sul capo al soffio di un sospiro

ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un’eco di pensiero

lunga, né so se gioia o se martoro;

e passa l’ombra dello stormo nero,

e passa l’ombra dello sciame d’oro.

II

Sono città che parlano tra loro,

città nell’aria cerula lontane;

tumultuanti d’un vocìo sonoro,

di rote ferree e querule campane.

Là, genti vanno irrequïete e stanche,

cui falla il tempo, cui l’amore avanza

per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco ed anche

quel polverio di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza

nei giorni afosi, nelle vitree sere;

e sono mute grida di speranza

e di dolore, e gemiti e preghiere. . .

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole

stridono in mezzo alla gramigna gialla;

i moscerini danzano nel sole;

trema uno stelo sotto una farfalla.

 

CAMPANE A SERA

Odi, sorella, come note al core

quelle nel vespro tinnule campane

empiono l’aria quasi di sonore

grida lontane ?

A quel tumulto aereo risponde

dal cuore un fioco scampanìo, sì lieve,

come stormeggi, dietro macchie fonde,

candida pieve.

Forse una pieve ne’ cilestri monti

la sagra annunzia ad ogni casolare,

onde si fece a’ placidi tramonti

lungo parlare;

ed or, sospeso il ticchettio dell’ago,

guardano donne verso la marina,

seguendo un fiocco di bambagia, vago,

che vi s’ostina.

Grandi occhi, sotto grandi archi di ciglia,

guardano il cielo, empiendosi di raggi,

là dove l’aria allumina vermiglia

boschi di faggi.

Voci soavi, voi tinnite a festa

da così strana e cupa lontananza,

che là si trova il desiderio, e resta

qua la speranza.

Io mi rivedo in un branchetto arguto

di biondi eguali su per l’Appennino

opaco d’elci: o snelle, vi saluto,

torri d’Urbino!

Vi riconosco, o due sottili torri,

vi riconosco, o memori Cesane

folte di lazzi cornïoli i borri

e d’avellane.

Vaga lo stuolo delle rosee bocche

pe’ clivi, e sparge nella via maestra

messe di fiordalisi e l’auree ciocche

della ginestra.

Nella via bianca il novo drappo svaria

coi rosolacci e le sottili felci;

e par che attenda, nella solitaria

ombra dell’elci;

pare che attenda nella via tranquilla,

sotto quest’ampio palpito sonoro,

uno dai neri monti su cui brilla

porpora e oro.

 

ELEGIE

I

LA FELICITÀ

Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,

discende le lucide scale

e vanisce; ecco dietro la traccia

d’un fievole sibilo d’ale,

io la inseguo per monti, per piani,

nel mare, nel cielo: già in cuore

io la vedo, già tendo le mani,

già tengo la gloria e l’amore.

Ahi! ma solo al tramonto m’appare,

su l’orlo dell’ombra lontano,

e mi sembra in silenzio accennare

lontano, lontano, lontano.

La via fatta, il trascorso dolore,

m’accenna col tacito dito:

improvvisa, con lieve stridore,

discende al silenzio infinito.

II

SORELLA

a Maria

Io non so se più madre gli sia

la mesta sorella o più figlia:

ella dolce ella grave ella pia,

corregge conforta consiglia.

A lui preme i capelli, l’abbraccia

pensoso, gli dice, Che hai?

a lui cela sul petto la faccia

confusa, gli dice, Non sai?

Ella serba nel pallido viso,

negli occhi che sfuggono intorno,

ah! per quando egli parte il sorriso,

le lagrime per il ritorno.

Per l’assente la madia che odora,

serbò la vivanda più buona;

e lo accoglie lo sguardo che ignora,

col bacio che sa, ma perdona.

Ella cuce: nell’ombra romita

non s’ode che l’ago e l’anello;

ecco, l’ago fra le agili dita

ripete, Stia caldo, sia bello!

Ella prega: un lungo alito d’ave-

marie con un murmure lene…

ella prega; ed un’eco soave

ripete, Sia buono, stia bene!

III

X AGOSTO

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido

portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

Oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

IV

L’ANELLO

Nella mano sua benedicente

l’anello brillava lontano.

Egli alzò quella mano, morente:

di caldo s’empì quella mano..

O mio padre, di sangue! L’anello

lo tenne sul cuore mia madre…

O mia madre! Poi l’ebbe il fratello

mio grande… o mio piccolo padre!

Nel suo gracile dito il tesoro

raggiò di benedizïone.

Una macchia avea preso quell’oro,

di ruggine, presso il castone…

O mio padre, di sangue! Una sera,

la macchia volevi lavare,

o fratello? che pianto fu ! t’era

caduto l’anello nel mare.

E nel mare è rimasto; nel fondo

del mare che grave sospira;

una stella dal cielo profondo

nel mare profondo lo mira.

Quella macchia ! S’adopra a lavarla

il mare infinito; ma in vano.

E la stella che vede, ne parla

al cielo infinito; ah! in vano.

V

AGONIA DI MADRE

Muore. Sfugge alla morta pupilla

già il bimbo che geme al suo piede:

ode un suono lontano di squilla:

son due . . . gli occhi, grave, apre: vede.

Uno piange, ma l’altro sorride

d’un bianco sorriso di cieco.

Ella guarda, ella pensa: lo vide

così: quando? e ha come l’eco

d’un gran pianto nel cuore, la traccia

di lagrime morte negli occhi.

Ah! ricordano un peso le braccia,

ricordano un peso i ginocchi,

grave. Due sono i bimbi: uno piange;

ma dorme il più piccolo ancora:

ella versa dal cuor che si frange,

le lagrime d’ora e d’allora.

РDormi, o angelo Рo angelo, d̩stati,

destati – mormora il cuore.

Tra la culla e una bara s’arresta

la mano sua, rigida. Muore.

Il suo primo, il suo morto è sparito

con lei che nell’ombra lo reca:

piange l’altro; ella n’ode il vagito

col bianco stupore di

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