Nietzsche e i Greci


di Giovanni Ghiselli

Chiavenna-Sondrio 2011_ Budrio 2012

3 maggio

Testo della conferenza tenuta al liceo Piazzi di Sondrio il 19 novembre 2011.  

La storia

La storia può e deve essere studiata con spirito critico. Sentiamo   Nietzsche: Sono questi i servigi che la storia può rendere alla vita; ogni uomo e ogni popolo ha bisogno, secondo le sue mete, forze e necessità, di una certa conoscenza del passato, ora come storia monumentale, ora come storia antiquaria e ora come storia critica[1].

 

La Storia monumentale

La storia occorre innanzitutto allattivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i suoi compagni e nel presenteChe i grandi momenti nella lotta degli individui formino una catena, che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta montuosa dell’umanità, che per me le vette di tali momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive, chiare e grandi- è questo il pensiero fondamentale di una fede nell’umanità che si esprime nell’esigenza di una storia monumentale[2].

“Nella mancanza di dominio su se stessi, in ciò che i romani chiamano impotentia , si rivela la debolezza della personalità moderna”[3].

Limpotentia può derivare anche da una saturazione della storia, dalla credenza sempre dannosa nella vecchiaia dell’umanità“[4], in quella di  essere frutti tardivi ed epigoni che può farci cadere nell’ironia e nel cinismo.

Ironia è mancanza di nobiltà“[5].

Il principe Myskin dellIdiota non sapeva cosa fosse l’ironia.

Il motto di spirito è lepigramma sulla morte di un sentimento[6].

L’uomo moderno soffre di una personalità indebolita. Ha perso la sua identità come il romano dell’epoca imperiale abbandonò la sua romanità rispetto al mondo che era a lui soggetto..e degenerò in mezzo al cosmopolitico carnevale di dèi, costumi ed arti, così deve accadere all’uomo moderno, che si fa preparare di continuo dai suoi artisti della storia la festa di unesposizione universale”[7].

Un ajntifavrmako” , un ottimo contravveleno di questa impotenza, può essere Plutarco:”Se invece rivivrete in voi la storia dei grandi uomini, imparerete da essa il supremo comandamento di diventare maturi e di sfuggire al fascino paralizzante dell’educazione del tempo, che vede la sua utilità nel non lasciarvi maturare  per dominare e sfruttare voi, gli immaturi. E se desiderate biografie, allora che non siano quelle col ritornello “Il signor Taldeitali e il suo tempo”. Saziate le vostre anime con Plutarco ed osate credere in voi stessi, credendo ai suoi eroi. Con un centinaio di uomini educati in tal modo non moderno, ossia divenuti maturi e abituati all’eroico, si può oggi ridurre all’eterno silenzio tutta la chiassosa pseudocultura di questo tempo”[8]. 

Cultura è l’aristocrazia della vita”[9].

Al diavolo le masse” egli dice e la statistica” non considera più affatto le masse, ma solo i grandiche sopra il brulicar della storia conducono il loro alto colloquio di spiritiQuesto è il suo individualismo, un culto estetico del genio e dell’eroe, culto che egli ha derivato da Schopenhauer, insieme con il fermo convincimento che la felicità è impossibile e che l’unica cosa possibile e degna dell’uomo è una vita eroica; essacrea l’estetismo eroico che egli pone sotto il segno protettore di Dioniso, il dio della tragedia”[10].

Plutarco propone modelli da imitare per le virtù ( p. e.Solone) e contromodelli (p.e. Antonio) carichi di vizi. Alcuni personaggi del resto sono figure composite.

La catarsi  della storiografia avviene non solo assimilando il valore, ma anche respingendo i vizi.

Plutarco  ha avuto diversi estimatori, fino al fanatismo (Alfieri, p. e, o Jacopo Ortis di Foscolo).

Nietzsche dà grande rilievo alla funzione di educatore dello storico di Cheronea.

Volutamente paradigmatiche sono  le biografie  di Plutarco[11] il quale nella Prefazione alla Vita di Emilio Paolo e Timoleonte suggerisce di utilizzare le  Vite parallele quali modelli positivi o negativi: infatti si dà catarsi non solo assimilando il valore, ma anche respingendo i vizi; questo è accaduto allo stesso autore il quale si è posto di fronte alla storia come davanti a uno specchio (w{sper ejn ejsovptrw//, 1), cercando di adornare e assimilare in qualche modo la vita alle virtù di quelli (kosmei’n kai ajfomoiou’n pro;~ ta;~ ejkeivnwn ajreta;~ to;n bivon, 2) il cui esempio aiuta a respingere quella dose eventuale di pochezza (” ei[ ti fau’lon”, ) o malvagità (“h]  kakovhqe””) o volgarità (” h]  ajgennev””,  ), che le compagnie di coloro con i quali si deve  vivere cercano di insinuare (“aiJ tw’n sunovntwn ejx ajnavgkh” oJmilivai prosbavllousin”, 5).

 

 

In un’altra prefazione, quella a Demetrio-Antonio,  Plutarco afferma che forse non è male inserire tra gli esempi le vite  di uomini che hanno fatto uso del loro ingegno in modo troppo sconsiderato, e sono divenuti celebri nel potere e nelle grandi imprese per i loro vizi (“eij” kakivan”).

 

Seneca,  “egregius vitiorum insectator[12], ottimo persecutore dei vizi, “ovvero il toreador della virtù”[13], sconsiglia di proporre contromodelli: nella Praefatio al III libro delle Naturales quaestiones afferma che è molto meglio spengere i propri vizi piuttosto che raccontare ai posteri quelli degli altri: “quanto satius est sua mala extinguere quam aliena posteris tradere! ” (5), quanto meglio è spengere i propri vizi che tramandare ai posteri quelli degli altri! Seguono gli esempi di Filippo e di Alessandro e di tutti gli altri che furono pestes mortalium non meno rovinose di inondazioni e incendi.

 

 

 

 

 

Del resto la stilizzazione eroica, lo stile dell’eroe, e pure quello dellimpotente farabutto, si può imparare anche dalla poesia che precede la storia: Giambattista Vico  afferma  che “la storia romana si cominciò a scrivere da’ poeti“, e inoltre, utilizzando un passo di Strabone (I, 2, 6) sulla continuità tra l’epica ed Ecateo, :”prima d’Erodoto, anzi prima d’Ecateo milesio, tutta la storia de’ popoli della Grecia essere stata scritta da’ lor poeti”[14].

Posso fare l’esempio di Omero per i Greci, Omero utilizzato da Tucidide nella sua archeologia” e di Nevio ed Ennio per i Latini.

Anche Machiavelli propone modelli da imitare: debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi e quelli che sono stati eccellentissimi imitare” (Il Principe, VI).

Pure Guicciardini ricava insegnamenti dalla storia e dagli storiografi: Insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto a tiranni el modo di vivere e governarsi prudentemente, così come insegna a tiranni e modi di fondare la tirannide”[15].

Tuttavia in un altro dei Ricordi (110) scrive: Quanto si ingannano coloro che a ogni parola allegano e Romani! Bisognerebbe avere una città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello essemplo: el quale a chi ha le qualità disproporzionate è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facessi il corso di uno cavallo”.

Nietzsche suggerisce  altri storiografi esemplari, oltre Plutarco. In particolare ammira Tucidide, Tacito e Machiavelli per il loro stile e per il realismo il quale fa apparire”più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”[16] .

Questa scelta  ha un correlativo stilistico.

Riferisco una serie di osservazioni che trovo azzeccatissime.

In Umano, troppo umano [17] si legge:”Lo stile dell’immortalità . Tanto Tucidide quanto Tacito-entrambi hanno pensato, nel redigere le loro opere, a una durata immortale di esse: ciò si potrebbe indovinarlo, se non lo si sapesse altrimenti, già dal loro stile. L’uno credette di dare durevolezza ai suoi pensieri salandoli, l’altro condensandoli a forza di cuocerli; e nessuno dei due, sembra, ha fatto male i suoi conti. ” Un giudizio non lontano da quello di Quintiliano :”densus et brevis et semper instans sibi Thucydides [18], denso, conciso e sempre presente a se stesso.

F. de Sanctis trova nel Machiavelli la negazione più profonda del Medio Evoil lato positivo del materialismo italiano: un andar più dappresso al reale e all’esperienza”[19].

A proposito di brevis: Nessuno ha ancora spiegato perché gli scrittori greci abbiano fatto dei mezzi di espressione, di cui disponevano in quantità e forza sbalorditive, un uso così straordinariamente parco, che al paragone ogni libro posteriore ai Greci appare sgargiante, variopinto e sforzatoLo stile sovraccarico in arte è la conseguenza di un impoverimento della forza di sintesiCosì è per Shakespeare, che, paragonato con Sofocle, è come una miniera piena di un’immensità di oro, piombo e ciottoli, mentre quello non è soltanto oro, ma oro lavorato nel modo più nobile, tale da far dimenticare il suo valore come metallo[20].

Quello che sanno parlare bene, parlano brevemente”[21].

Lodio della verità è odio della luce da parte di anime di pipistrelli crepuscolari e facilmente abbacinabili”[22].

Nel Crepuscolo degli idoli [23] Tucidide è indicato addirittura come terapia contro ogni platonismo“:” Il mio ristoro, la mia predilezione, la mia terapia  contro ogni platonismo è sempre stato Tucidide . Tucidide e, forse, Il Principe  di Machiavelli mi sono particolarmente affini  per l’assoluta volontà di non crearsi delle

mistificazioni[24] e di vedere la ragione nella realtà -non nella “ragione”, e tanto meno nella “morale“…In lui la cultura dei sofisti , voglio dire la cultura dei realisti  giunge alla sua compiuta espressione : questo movimento inestimabile, in mezzo alla truffa morale e ideale delle scuole socratiche prorompenti allora da ogni parte. La filosofia greca come décadence  dell’istinto greco: Tucidide come il grande compendio, l’ultima rivelazione di quella forte, severa, dura oggettività che era nell’istinto dei Greci più antichi. Il coraggio di fronte alla realtà distingue infine nature come Tucidide e Platone: Platone è un codardo di fronte alla realtà-conseguentemente si rifugia nell’ideale; Tucidide ha il dominio di sé -tiene quindi sotto il suo dominio anche cose”.

Tucidide cerca la causa più vera dei fatti:” Io considero la causa più vera ma meno dichiarata a parole il fatto che gli Ateniesi, divenendo potenti e incutendo timore agli Spartani, li costrinsero a combattere” I 23, 6.  Th;n me;n ga;r ajlhqestavthn provfasin: va distinta dai motivi occasionali (aijtivai, più avanti: i fatti di Corcira, di Potidea, e, dopo, il decreto di boicottaggio delle merci di Megara) che provocarono lo scoppio del conflitto. 

Anche nel caso della spedizione in Sicilia Tucidide chiama “la causa più vera” con con queste stesse parole:” oiJ    jAqhnai’oi strateuvein w{rmhnto,  ejfievmenoi me;n th’/ ajlhqestavth/ profavsei th'” pavsh” a[rxai”(VI, 6) gli Ateniesi volevano inviare la spedizione, desiderando secondo la causa più vera dominarla tutta. Il nobile pretesto era invece che volevano portare aiuto alle genti della loro stirpe e agli alleati che avevano acquistato là.

 

Platone gettò uno sguardo alla idealità ellenica e divenne cieco alla realtà.

In fondo, la morale è ostile alla scienza: già Socrate lo era-e per questa raione: la scienza dà importanza a cose he non hanno nulla a che fare col bene” e col male”e che quindi tolgono importanza al sentimento del bene” e del male”. Cioè, la morale vuole avere al proprio servizio l’uomo intero, tutte le sue forzePerciò in Grecia, quando Socrate le inoculò il morbo del moralizzare, la scienza fu presto spacciata: e non si raggiunse una seconda volta l’altezza del pensiero di un Democrito, di un Ippocrate e di un Tucidide[25]. 

 

I sofisti non sono altro che dei realistihanno il coraggio che hanno tutti gli spiriti forti di ammettere la loro immoralità“[26].

Loggettività epica” è una caratteristica della storiografia antica.

Il nemico non è ritenuto cattivo: egli può rivalersi. Il troiano e il greco sono in Omero entrambi buoni[27]. Si pensi ora invece agli Stati canaglia”.

Obiettività parziale degli storiografi antichi.

Il fatto di riferire il punto di vista del nemico, o di raccontarne le gesta senza infamarlo, è presente nell’opera di  Erodoto[28], il padre della storia, e testimonia l’obiettività degli storiografi greci e latini, “epica” se vogliamo, in  quanto già Omero raccontava le gesta eroiche non solo dei Greci ma anche dei Troiani.

Si badi però che nella storiografia antica questa obiettività  riguarda soltanto il nemico esterno:  Tucidide riesce ad essere “obiettivo”, ed anzi entusiasta, quando rievoca od esalta l’opera di Brasida. Ma non può perdonare Cleone[29].

 Altrettanto vale per Tacito che è obiettivo con Calgaco ma non con Tiberio, e per Sallustio, obiettivo con Mitridate ma non con i nobili romani. Lobiettività sparisce del tutto  nel V secolo d. C. con la storiografia cristiana di Paolo Orosio: si consideri il  titolo programmatico delle sue Historiae adversus paganos , in sette libri che abbracciano la storia dell’umanità  dalle origini al 417 d. C. Limparzialità è proclamata da Tacito, all’inizio delle Historiae: incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine odio dicendus est” (I, 1), chi fa professione di veridicità inconcussa deve esprimersi su ciascuno mettendo da parte l’amore e senza odio.

Quindi nel primo capitolo degli Annales dove l’autore dichiara che partirà dagli ultimi anni del principato di Augusto, poi procederà raccontando di Tiberio e dei successori sine ira et studio quorum causas procul habeo (I, 1) senza risentimento e partigianeria, di cui tengo lontani i motivi.

Luciano ribadisce la norma dellimparzialità dello storico. Il modello è Tucidide che legiferò[30]: Toiou’to~ oun moi oJ suggrafeu;~ e[stw, a[fobo~, ajdevkasto~, ejleuvqero~, parrhsiva~ kai; ajlhqeiva~ fivlo~ouj mivsei oujde; filiva/ ti nevmwn oujde; feidovmeno~  h]  ejlew’n h] aijscunovmeno~ h] duswpouvmeno~, i[so~ dikasthv~xevno~ ejn toi’~ biblivoi~ kai; a[poli~, aujtovnomo~, ajbasivleuto~, ouj tiv tw’/de h] tw’/de dovxei logizovmeno~, ajlla; tiv pevpraktai levgwn.  JO d j  oun Qoukidivdh~ eu mavla tou’t j ejnomoqevthse kai; dievkrinen ajreth;n kai; kakivan suggrafikhvn[31]“, tale dunque deve essere il mio storiografo, impavido, incorruttibile, libero, amico della libertà di parola e della veritàun uomo che non attribuisce per amicizia e non lesina per odio, o uno che prova compassione o vergogna, o si lascia intimorire, giudice imparzialestraniero nei suoi libri e senza patria, indipendente, non sottoposto al potere, uno che non tiene in alcun conto di cosa sembrerà a questo o a quello, ma che racconta i fatti.

Tale dovrebbe essere oggi il giornalista.

 

Tucidide dunque è coraggioso.

Che cosa è buono? Domandate. Essere coraggiosi è buono. Lasciate che le fanciulle dicano: essere buono vuol dire essere carino e insieme commovente”[32].

La visione tragica è altrettanto impavida e forte: Le razze forti, finché sono ricche e straricche di energia, hanno il coraggio di vedere le cose come sono: tragicamentePer esse l’arte è più di un divertimento e di un diletto: è una cura[33].

 

Per giunta in Aurora [34]  leggiamo:” Un modello . Che cosa amo in Tucidide, che cosa fa sì che io lo onori più di Platone? Egli gioisce nella maniera più onnicomprensiva e spregiudicata[35] di tutto quanto è tipico negli uomini e negli eventi, e trova che ad ogni tipo compete un quantum di buona ragione : è questa che  egli cerca di scoprire. Egli possiede più di Platone una giustizia pratica: non è un denigratore e un detrattore degli uomini che non gli piacciono o che nella vita gli hanno fatto del male[36],…rivolge lo sguardo soltanto ai tipi; che cosa se ne farebbe, poi, l’intera posterità cui egli consacra la sua opera di ciò che non è tipico?

 Così in lui, pensatore di uomini, giunge alla sua estrema, splendida fioritura quella cultura della più spregiudicata conoscenza del mondo  che aveva avuto in Sofocle il suo poeta, in Pericle il suo uomo di stato, in Ippocrate il suo medico, in Democrito il suo scienziato della natura: quella cultura che merita di essere battezzata col nome dei suoi maestri, i Sofisti “. 

Su Sofocle ho molte riserve. Credo, al contrario che abbia avversato e combattuto la cultura dei sofisti.

NellEdipo re, a proposito di parole miscredenti, scrive: se tali azioni sono onorate, perché devo eseguire la danza sacra?”[37], ossia, dal punto di vista dell’autore, perché dovrei continuare a scrivere tragedie?Sofocle insomma denuncia i pericoli di una cultura atea: e[rrei de; ta; qei`a” (Edipo re, 910), va in malora il divino.

Ivan Karamazov sostiene che è la fede nell’immortalità dell’anima a trattenere gli uomini dai delitti: Ivan Feodorovitc aggiunseche se si distruggesse negli uomini la fede nella loro immortalità, immediatamente scomparirebbe anche l’amore dai loro cuori, e non solo l’amore, ma anche ogni forza vitale, capace di perpetuare l’esistenza del mondo. Né questo basta: ma allora non esisterebbe più niente di immortale, tutto sarebbe permesso, persino l’antropofagia. Ma non basta ancora: egli terminò con l’affermare che, per ogni individuo, come saremmo noi qui, che non creda né in Dio né nella propria immortalità, la legge morale della natura deve trasformarsi nel senso diametralmente opposto a quello della religione, e che l’egoismo, non solo dovrebbe essere permesso all’uomo fino alla scelleratezza, ma dovrebbe essere anzi considerato come indispensabile”. Quindi Ivan conferma e sinttizza il suo pensiero allo stariez:”sì ho sostenuto quel pensiero. Se non c’è l’immortalità, non c’è nemmeno la moralità“[38].

 

Sentiamo un’altra critica a Platone, il codardo di fronte alla realtà: Platonedistaccò gli istinti dalla polis, dalla gara, dallabilità militare, dall’arte e dalla bellezza, dai misteri, dalla fede nella tradizione e negli avifu il corruttore dei nobles, egli stesso corrotto dal roturier Socratenegò tutti i presupposti del greco nobile” e di buona lega, portò la dialettica nella pratica quotidiana, cospirò con tiranni, fece politica avveniristica e diede l’esempio del più totale distacco degli istinti dall’antico. E profondo, appassionato in ogni cosa antiellenica”[39].

La tappa estrema del distacco dagli istinti è data dallasceta questo fanatico contro-natura”[40].

 

Lammirazione di Nietzsche si estende anche a Sallustio che per certi aspetti, soprattutto formali, può essere considerato un allievo di Tucidide, come Polibio e altri[41]: Scrivere in una sola notte una lunga dissertazione in latino e poi anche ricopiarla, mettendo nella penna lambizione di imitare il rigore e la densità del mio modello Sallustio[42].

 

La storia fornisce al potente modelli e maestri che, nellimpotentia generale della volgarità del presente, non si trovano.

 

Torniamo alla Prefazione della seconda Considerazione Inattuale  Le prime parole rifiutano come “odioso” (con espressione mutuata  da Goethe che però ciascuno di noi potrebbe sottoscrivere) “tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività“(p. 81).

La conclusione della prefazione è che la filologia classica deve agire in modo inattuale contro il tempo  e, speriamolo,  in favore di un tempo venturo” .

  E più avanti, nel primo capitolo:C’è  un grado di insonnia, di ruminazione, di senso storico, in cui l’essere vivente riceve danno e alla fine perisce”(p. 85).

Contro lerudizione Nietzsche si esprime anche in Ecce homo: Avevo dietro di me dieci anni in cui la alimentazione del mio spirito si era propriamente arrestata, in cui non avevo imparato nulla di utilizzabile, in cui avevo dimenticato una quantità insensata di cose in cambio di tutto un ciarpame di polverosa erudizionei miei occhi, per conto loro, mi costrinsero a farla finita con ogni specie di rosicchiamento di libri, in altre parole: con la filologia; ero redento dal libro[43].

Insomma: Philosophia facta est quae philologia fuit[44]

Nel libro di un erudito c’è sempre anche qualche cosa di opprimente, di oppresso: c’è sempre qualche punto in cui fa capolino lo speialista”, il suo zelola sua gobba-ogni specialista ha la sua gobba. Il libro di un erudito rispecchia sempre anche un’anima incurvata: ogni mestiere incurva”[45].

Nella  Repubblica di Platone, Glaucone dice a Socrate che

quelli che praticano solo la ginnastica sono ajgriwvteroi tou’ devonto~, quelli che non la praticano sono malakwvteroi[46] più molli” di quanto sarebbe per loro meglio.

Il nostro tempo è infatti così cattivo, dice Goethe, che nella vita umana che lo attornia il poeta non incontra più nessuna natura utilizzabile. Con riguardo allattivo, Polibio chiama per esempio  la storia politica la vera preparazione al governo di uno Stato, e l’ottima maestra che col ricordo delle altrui sventure ci ammonisce a sopportare con fermezza i mutamenti di fortuna[47].

 

Polibio[48] nel Proemio delle sue Storie afferma che per gli uomini non c’è nessuna correzione (diovrqwsi”) più disponibile che la conoscenza dei fatti passati (th'” tw’n progegenhmevnwn pravxewn ejpisthvmh” , 1, 1).

 

Il “pragmatico” e “universale” Polibio  riconosce valore educativo alla sofferenza: al cambiamento in meglio si giunge attraverso due vie: quella dei patimenti propri e quella dei patimenti altrui (tou’ te dia; tw’n ijdivwn sumptwmavtwn kai; dia; tw’n ajllotrivwn); la prima via è più efficace (“ejnargevsteron”), la seconda meno dannosa (“ajblabevsteron”, Storie , I, 35, 7).

Sulla sofferenza positiva Nietzsche si esprime in Di là dal bene e dal male[49]:”il grado gerarchico di un uomo è quasi determinato dal grado di profondità cui è capace di giungere la sofferenza degli uomini,-la sua raccapricciante certezzadi sapere di più grazie alle sue sofferenze” (p. 200).

 

Nelle Storie di Erodoto, Creso lo straricco re di Lidia, dopo essere caduto, enuncia questa legge del mavqo~ tragico: egli si era illuso di essere l’uomo più felice della terra, ma, sconfitto e catturato da Ciro re dei Persiani, comprende che c’è un ciclo delle vicende umane il quale non permette che siano sempre gli stessi uomini a essere fortunati:”ta; dev moi paqhvmata ejovnta ajcavrita maqhvmata gevgone”, le mie sofferenze che sono state spiacevoli, sono diventate apprendimenti (I, 207).

 

Ancora sull’educazione data dalla Storia.

Gli storiografi dell’età ellenistica pretendono di essere educatori e perfino benefattori del genere umano.

Le Storie dopo Polibio  di Posidonio[50] (andavano dal 143 al 70) non sono conservate, ma ve ne è traccia notevole nella benemerita Biblioteca  di Diodoro[51]: e soprattutto nel proemio diodoreo sono sviluppati pensieri che sembrano risalire appunto al proemio posidoniano. Innanzi tutto l’idea stoica della storia universale come proiezione della fratellanza universale che collega in un nesso solidale-come membra di un unico corpo, secondo l’espressione senechiana-tutti gli esseri umani. La storia universale “riconduce ad un’unica compagine gli uomini, divisi tra loro nello spazio e nel tempo, ma partecipi di un’unica reciproca parentela” (Diodoro, I, 1, 3). Oltre che “strumento della provvidenza (uJpourgoi; th'” qeiva” pronoiva”) “, perciò gli storici sono anche benefattori del genere umano: e la storiografia-prosegue Diodoro-oltre ad essere profh’ti” th'” ajlhqeiva” è anche “madrepatria della filosofia (mhtrovpoli” th'” filosofiva”)” (I, 2, 2) )”[52].

 

In definitiva la funzione della cultura deve essere quella di migliorare la fuvsi~, e i Greci in questo possono costituire dei modelli: I greci impararono a poco a poco a organizzare il caos, concentrandosi, secondo l’insegnamento delfico, su se stessi, vale a dire sui loro bisogni veri, e lasciando estinguere i bisogni apparenti. Così ripresero possesso di séE questo un simbolo per ognuno di noi: ognuno deve organizzare il caos in sé, concentrandosi sui suoi bisogni veri”[53].

La cultura comincia dal punto in cui sa trattare ciò che è vivo come qualcosa di vivo”[54]

Insomma è il diventa quello che sei di Pindaro: gevnoio oi|o~   ejssiv” (Pitica II,  v. 72).

Quando è che l’uomo smette di essere una cosa gradevole? Quando non assomiglia a se stesso. Sconcio, scoveniente in greco si dice ajeikhv~, ossia non eijkov~, oggetto neutro non somigliante, non somigliante a se stesso.

“Quando è privo di ogni charis , l’essere umano non assomiglia più a nulla: è aeikelios . Quando ne risplende, è simile agli dei, theoisi eoikei . La somiglianza con se stessi, che costituisce l’identità di ciascuno e si manifesta nell’apparenza che ognuno ha agli occhi di tutti, non è dunque presso i mortali una costante, fissata una volta per tutte.Oltraggiare-cioè imbruttire e disonorare a un tempo-si dice aeikizein , rendere aeikes  o aeikelios , non simile”[55].

Il potere incentiva questa deformità che è la difformità della persona da se stessa: Su che cosa, in fondo, si basa la repressione? Sul falso concetto che l’individuo ha di se stesso, e quindi sul falso concetto che si fa dei propri desideri: della propria libido, dei propri bisogni erotici, dell’amore che gli potrebbe spettare di diritto. La società sfrutta questo misconoscimento di sé, e si adopera con efficacia a confermare l’individuo in questa sua sbagliata concezione dell’amore”[56]. E di se stesso.

 

Che cosa ti dice la tua coscienza? Devi divenire quello che tu sei.Che cosa è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vrgogna davanti a se stessi[57].

Ciò che va bene per uno, non per questo può andare bene per un altroil pretendere un’unica morale per tutti equivale a danneggiare precisamente gli uomini superioriin sostanza, tra uomo e uomo esiste un ordine gerarchico[58].

 

Una cosa sola è necessaria. Dare uno stile” al proprio carattere: è un’arte grande e rara. Lesercita colui che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto denergie e di debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artisticoinversamente si comportano i caratteri deboli, impotenti su se stessi, i quali odiano la disciplina vincolante dello stileuna cosa sola, infatti, è necessaria: che l’uomo raggiunga l’appagamento di sésoltanto allora l’uomo in genere è tollerabile a vedersi. Chi non è pago di se stesso è continuamente pronto a vendicarsene: noialtri saremo le sue vittime, se non altro perché dovremo sempre sopportare la sua spiacevole vista”[59].

L’intelligenza impone di farsi passare per ciò che si è, o forse anche per qualcosa di meno”[60].

 Cercare la propria realizzazione significa amare il compimento, la perfezione del proprio destino, il quale, per stravagante che sia, è una piccola parte del fato universale:

La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non voler nulla di diverso, né dietro, né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare, il necessario-tutto l’idealismo è una continua menzogna di fronte al necessario-ma amarlo[61].

  Ma in fondo, proprio in fondo” a noi stessi c’è sicuramente qualcosa che non si può insegnare, un Fatum spirituale graniticociò che in fondo a noi” non è insegnabile[62].

Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist  meine innerste Natur[63].

 

 

La necessità

Quelle mani d’acciaio della necessità, che scuotono il bossolo dei casi, giocano per un tempo infinito il loro gioco”[64].

Prometeo  si vanta di essere il padre delle tevcnai[65], ma sa che  la conoscenza pratica è molto più debole della necessità: tevcnh d  j ajnavgkh” ajsqenestevra makrw’/  (v. 514).

Cfr. a questo proposito Curzio Rufo: Ceterum, efficacior omni arte, necessitas non usitata modo praesidia, sed quaedam etiam nova adnovit”( Historiae Alexandri Magni, IV, 3, 24), del resto la necessità più potente di ogni tecnica, suggerì loro non solo i soliti mezzi di difesa ma anche dei nuovi. Sono i Tirii che si difendono dall’assedio di Alessandro Magno nel 332 a. C. 

Avanzando nella Sogdiana Al. si trovò in difficoltà per il freddo e incendiò un bosco: efficacior in adversis necessitas quam ratio, frigoris remedium invenit” (8, 4, 11). Ancora la necessità che prevale sulla ratio (cfr. 7, 7, 10: necessitas ante rationem est).

 

Il potere assoluto dell’  jjjjAnavgkh  verrà apertamente affermato da Euripide nell’Alcesti.  Nel terzo Stasimo della tragedia più antica ( è del 438) tra le diciassette a noi pervenute,  il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:

“Io attraverso le muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno” lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei’sson oujde;n  jAnavgka”-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti rimedi/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie”(vv. 962-972). Da questi versi si vede che la Necessità è più forte del lovgo” , della poesia, dell’arte medica.

I moltissimi ragionamenti” vengono denunciati da Nietzsche quale difetto della tragedia di Euripide:

Socrate, l’eroe dialettico del dramma platonico, ci ricorda la natura affine dell’eroe euripideo, che deve difendere le sue azioni con ragioni e controragioni, e che per questo rischia tanto spesso di non suscitare più la nostra compassione tragica”[66].

 

Del resto ogni persona secondo Nietzsche coincide con il suo destino: “Il fatalismo turco contiene l’errore fondamentale di contrapporre fra loro l’uomo e il fato come due cose separateIn verità ogni uomo è egli stesso una parte di fatoTu stesso, povero uomo pauroso, sei la Moira incoercibile che troneggia anche sugli dèi”[67]. Cfr. hqo~ ajnqrwvpw/ daivmwn[68] di Eraclito.

E’ tanto tipicamente ellenico questo “amore del fato” che nel romanzo espressionista Berlin Alexanderplatz  di Alfred Döblin leggiamo:” Non si deve fare il grande con la propria sorte. Io sono nemico del fato. Non sono greco io; sono berlinese”[69].

L amor fati dunque è amore di se stessi.

Bisogna imparare ad amare se stessi-questa è la mia dottrina-di un amore sano e salutare: tanto da sopportare di rimanere presso se stessi e non andare vagando in giro. Questo vagolare si battezza col nome di amore del prossimo”: con queste parole finora si sono dette le maggiori menzognee in verità, quello di imparare ad amare se stessi non è un comandamento per oggi e domani. Piuttosto è questa, di tutte le arti, la più sottile, ingegnosa, lontana e paziente.”[70].

Non dobbiamo accollarci some e fardelli che non sono i nostri: E, se ci inzuppiamo di sudore, allora ci dicono: Eh già, la vita è un grave fardello!”

E questo perché si trascina dietro sulle spalle troppe cose estranee. Simile al cammello, egli piega le ginocchia e si lascia caricare ben bene”[71].

 

Ma concludiamo la parte relativa alla Storia monumentale: la cultura Può essere ancora qualcosa d’altro che decorazione della vita, cioè in fondo unicamente dissimulazione e velameCosì si svelerà il concetto greco della cultura-in contrapposizione a quello romano-il concetto della cultura come una nuova e migliorata physisdella cultura come una unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere”.

Nietzsche parla addirittura della malattia storica che paralizza la vita e la sua spontaneitàLa storia, per puro amore di conoscenza, non esercitata ai fini della vita e senza il contrappeso della dote plastica”  della spontaneità creatrice, è suicidio, è morteLa storia scaccia gli istinti. Formato o, meglio, deformato dalla storia, l’uomo non è più capace di rilassare le briglie” e di agire spontaneamente, fidando nella divina animalità“. La storia sottovaluta sempre ciò che è divenire e paralizza l’azione”[72]. 

 

Storia antiquaria

Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell’istantesolo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo[73].

Il benessere dell’albero per le sue radici, la felicità di non sapersi totalmente arbitrari e fortuiti, ma di crescere da un passato come eredi, fiori e frutti, e di venire in tal modo scusati, anzi giustificati nella propria esistenza- è questo ciò che oggi si designa di preferenza come il vero e proprio senso storico”[74]. E l’aspetto antiquario dell’amore per la storia.

 

Non tutti i bambini diventano persone mature. Lo afferma Cicerone nell’Orator [75]: Nescire autem quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum. Quid enim est aetas hominis, nisi eă memoriā rerum veterum cum superiorum aetate contexitur?” (120), del resto non sapere che cosa sia accaduto prima che tu sia nato equivale ad essere sempre un ragazzo. Che cosa è infatti la vita di un uomo, se non la si allaccia con la vita di quelli venuti prima, attraverso la memoria storica?

 Maturità della mente: a questa occorre la storia e la consapevolezza della storia[76.

 

Storia critica

La storia hegelianamente intesa la si è chiamata  con scherno il cammino di Dio sulla terraper Hegel il vertice e il punto terminale del processo del mondo si sono identificati con la sua stessa esistenza berlineseegli ha istillato nelle generazioni da lui lievitate quell’ammirazione di fronte alla potenza della storia”, che praticamente si trasforma a ogni istante in nuda ammirazione del successo e conduce all’idolatria del fattoSe ogni successo contiene in sé una necessità razionale, se ogni avvenimento è la vittoria di ciò che è logico o dell'”idea”-allora ci si metta subito giù in ginocchio e si percorra poi inginocchiati l’intera scala dei “successi! [77].

La storia critica giudica[78] il passato e spesso lo condanna.

La storia non deve essere una teologia camuffata.

Il vertice del processo del mondo non può identificarsi l’esistenza di Hegel a Berlino.

 

La storia va giudicata negativamente quando è scritta dal punto di vista delle masse[79]. Le masse meritano uno sguardo  innanzitutto come copie evanescenti dei grandi uomini, fatte su carta cattiva e con lastre logore, poi come ostacolo contro i grandi, e infine come strumento dei grandi; per il resto, che se le prenda il diavolo e la statistica!”[80].

La storia dimostra solo la volgarità e la disgustosa uniformità, cioè il vile conformismo della massa”[81].

 

Ma luomo ovunque egli è virtuoso si ribella alla cieca forza dei fatti, alla tirannia del realeEgli nuota sempre contro le onde della storiamentre la menzogna intesse tutto intorno a lui le sue reti scintillantiFortunatamente essa serba però anche la memoria dei grandi che lottarono contro la storia, cioè contro la cieca forza del realeLa grandezza non può dipendere dal successo, e Demostene ebbe grandezza, benché non avesse successo[82].

A Demostene viene accostato Wagner nella IV inattuale per la terribile serietà verso il suo oggetto e il piglio possennte nellafferrarlo ogni volta”[83].

 

A Nietzsche lo storicismo appare la consolatoria patina ottimista sovrapposta alla reale irrazionalità e alle reali contraddizioni della vita, una mistificazione della verità operata dall’ideologia al potere”[84].

Una storia che rifiuta i –se- e i –ma- è quella che si è scritta sempre prevalentemente finora, cioè è una storia dal punto di vista del successo“, che suppone che il successo riveli anche un diritto, una ragione”[85].

La storiografia monumentale, antiquaria e criticavengono dichiarate modi legittimi di conoscenza del passato,