Oggetto di un amore sovrabbondante

Quando per la prima volta mio fratello Don Savino pronunciò le parole “Cesano Boscone” io, diciassettenne, mi chiedevo come era possibile che un paese si chiamasse cos’. Cos’era, in mezzo a un bosco? Boh! E poi che rabbia pensare che da pochissimo io, la mamma e il papà ci eravamo trasferiti con grande difficoltà da Bari, quando mio padre era andato in pensione, per andare ad abitare vicino a Savino, a Baranzate, e adesso lo spostavano. Mah! A Cesano mio fratello sarebbe stato con me cos’ come sempre: generoso, attento, vigile, critico. Infatti era molto legato a me, ai nostri genitori, cos’ come era molto legato alla Chiesa, e ai suoi giovani cesanesi, cui aveva fatto, nella massima libertà di ciascuno, la stessa proposta di vita cui lui aveva aderito. Quella che allora la Comunità giovanile, adesso è un gruppo di cinquantenni o sessantenni di Comunione e Liberazione, un gruppo di persone non legate in modo personalistico a un prete, ma avviate a vivere una fede adulta e un amore per la Chiesa, dando una mano fattiva nella parrocchia.
Io poi a Cesano sono rimasto, avendo sposato Enza, e avuto con lei due magnifici figli, Samuele e Miriam, che lo zio Savino amava tantissimo, mentre lui è stato trasferito altre cinque volte, ma ha sempre obbedito a questi trasferimenti, anche se altri preti non li avrebbero accettati, perché animato dall’obbedienza e dall’amore.
Ecco, il punto è proprio questo: “cosa ho fatto io per meritarmi di essere oggetto di un amore cos’ sovrabbondante? Cosa hanno fatto i miei figli? Cosa hanno fatto tutti quelli che lo hanno incontrato in quei dieci anni qui a Cesano Boscone dal 1978 al 1988, perché lui arrivasse a sconvolgere la loro vita, fino al punto, come successo a Suor Vera Bruni, di diventare suora di clausura? Cosa abbiamo fatto noi per meritarci un amore cos’ smisurato, al punto che qualcuno aprisse uno squarcio nella nostra esistenza, facendoci intravedere una gioia più piena e intensa? Cosa abbiamo fatto per meritarci che Don Savino ci prendesse la mano, guardasse nei nostri occhi per capire cosa davvero contava nella vita? Cosa abbiamo fatto perché ci insegnasse cosa è giusto e cosa no, ma non per uno scrupolo moralistico, ma perché o le cose hanno un senso, oppure è inutile perdere tempo, come diceva spesso in quegli anni. Certo, era molto netto, oserei dire poco oggettivo, ma quando si ama è cos’. Del resto, come dice il poeta Davide Rondoni, “l’amore non è giusto”

Luigi Gaudio
Pubblicato sul numero speciale di “In cammino” giornalino della Parrocchia San Giovanni Battista di Cesano Boscone