Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO PRIMO CANTI 1-10

LIBRO PRIMO

 

EL LIBRO PRIMO DE ORLANDO INAMORATO, [EN] EL QUALE SE CONTIENE LE DIVERSE AVENTURE E LE CAGIONE DI ESSO INAMORAMENTO, TRADUTTO DA LA VERACE CRONICA DE TURPINO, ARCIVESCOVO REMENSE, PER IL MAGNIFICO CONTE MATEO MARIA BOIARDO, CONTE DE SCANDIANO, A LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR ERCULE DUCA DE FERRARA.

 

 

CANTO PRIMO

 

1.

Signori e cavallier che ve adunati

Per odir cose dilettose e nove,

Stati attenti e quà¯eti, ed ascoltati

La bella istoria che ‘l mio canto muove;

E vedereti i gesti smisurati,

L’alta fatica e le mirabil prove

Che fece il franco Orlando per amore

Nel tempo del re Carlo imperatore.

 

2.

Non vi par già , signor, meraviglioso

Odir cantar de Orlando inamorato,

Ché qual’unche nel mondo è più orgoglioso,

È da Amor vinto, al tutto subiugato;

Né forte braccio, né ardire animoso,

Né scudo o maglia, né brando affilato,

Né altra possanza può mai far diffesa,

Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

 

3.

Questa novella è nota a poca gente,

Perché Turpino istesso la nascose,

Credendo forse a quel conte valente

Esser le sue scritture dispettose,

Poi che contra ad Amor pur fu perdente

Colui che vinse tutte l’altre cose:

Dico di Orlando, il cavalliero adatto.

Non più parole ormai, veniamo al fatto.

 

4.

La vera istoria di Turpin ragiona

Che regnava in la terra de orà¯ente,

Di là  da l’India, un gran re di corona,

Di stato e de ricchezze s’ potente

E s’ gagliardo de la sua persona,

Che tutto il mondo stimava nà¯ente:

Gradasso nome avea quello amirante,

Che ha cor di drago e membra di gigante.

 

5.

E s’ come egli avviene a’ gran signori,

Che pur quel voglion che non ponno avere,

E quanto son difficultà  maggiori

La desà¯ata cosa ad ottenere,

Pongono il regno spesso in grandi errori,

Né posson quel che voglion possedere;

Cos’ bramava quel pagan gagliardo

Sol Durindana e ‘l bon destrier Baiardo.

 

6.

Unde per tutto il suo gran tenitoro

Fece la gente ne l’arme asembrare,

Ché ben sapeva lui che per tesoro

Né il brando, né il corsier puote acquistare;

Duo mercadanti erano coloro

Che vendean le sue merce troppo care:

Però destina di passare in Franza

Ed acquistarle con sua gran possanza.

 

7.

Cento cinquanta millia cavallieri

Elesse di sua gente tutta quanta;

Né questi adoperar facea pensieri,

Perché lui solo a combatter se avanta

Contra al re Carlo ed a tutti guerreri

Che son credenti in nostra fede santa;

E lui soletto vincere e disfare

Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

 

8.

Lassiam costor che a vella se ne vano,

Che sentirete poi ben la sua gionta;

E ritornamo in Francia a Carlo Mano,

Che e soi magni baron provede e conta;

Imperò che ogni principe cristiano,

Ogni duca e signore a lui se afronta

Per una giostra che aveva ordinata

Allor di maggio, alla pasqua rosata.

 

9.

Erano in corte tutti i paladini

Per onorar quella festa gradita,

E da ogni parte, da tutti i confini

Era in Parigi una gente infinita.

Eranvi ancora molti Saracini,

Perché corte reale era bandita,

Ed era ciascaduno assigurato,

Che non sia traditore o rinegato.

 

10.

Per questo era di Spagna molta gente

Venuta quivi con soi baron magni:

Il re Grandonio, faccia di serpente,

E Feraguto da gli occhi griffagni;

Re Balugante, di Carlo parente,

Isolier, Serpentin, che fà´r compagni.

Altri vi fà´rno assai di grande afare,

Come alla giostra poi ve avrò a contare.

 

11.

Parigi risuonava de instromenti,

Di trombe, di tamburi e di campane;

Vedeansi i gran destrier con paramenti,

Con foggie disusate, altiere e strane;

E d’oro e zoie tanti adornamenti

Che nol potrian contar le voci umane;

Però che per gradir lo imperatore

Ciascuno oltra al poter si fece onore.

 

12.

Già  se apressava quel giorno nel quale

Si dovea la gran giostra incominciare,

Quando il re Carlo in abito reale

Alla sua mensa fece convitare

Ciascun signore e baron naturale,

Che venner la sua festa ad onorare;

E fà´rno in quel convito li assettati

Vintiduo millia e trenta annumerati.

 

13.

Re Carlo Magno con faccia ioconda

Sopra una sedia d’à´r tra’ paladini

Se fu posato alla mensa ritonda:

Alla sua fronte fà´rno e Saracini,

Che non volsero usar banco né sponda,

Anzi sterno a giacer come mastini

Sopra a tapeti, come è lor usanza,

Sprezando seco il costume di Franza.

 

14.

A destra ed a sinistra poi ordinate

Fà´rno le mense, come il libro pone:

Alla prima le teste coronate,

Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,

Molto nomati in la Cristianitate,

Otone e Desiderio e Salamone;

E li altri presso a lor di mano in mano,

Secondo il pregio d’ogni re cristiano.

 

15.

Alla seconda fà´r duci e marchesi,

E ne la terza conti e cavallieri.

Molto fà´rno onorati e Magancesi,

E sopra a tutti Gaino di Pontieri.

Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,

Perché quei traditori, in atto altieri,

L’avean tra lor ridendo assai beffato,

Perché non era come essi adobato.

 

16.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,

Mostrando nella vista allegra fazza;

Ma fra se stesso diceva: Ribaldi,

S’io vi ritrovo doman su la piazza,

Vedrò come stareti in sella saldi,

Gente asinina, maledetta razza,

Che tutti quanti, se ‘l mio cor non erra,

Spero gettarvi alla giostra per terra.”

 

17.

Re Balugante, che in viso il guardava,

E divinava quasi il suo pensieri,

Per un suo trucimano il domandava,

Se nella corte di questo imperieri

Per robba, o per virtute se onorava:

Acciò che lui, che quivi è forestieri,

E de’ costumi de’ Cristian digiuno,

Sapia l’onor suo render a ciascuno.

 

18.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto

Al messagier diceva: – Raportate

A Balugante, poi che egli ha diletto

De aver le gente cristiane onorate,

Ch’e giotti a mensa e le puttane in letto

Sono tra noi più volte acarezate;

Ma dove poi conviene usar valore,

Dasse a ciascun il suo debito onore. –

 

19.

Mentre che stanno in tal parlar costoro,

Sonarno li instrumenti da ogni banda;

Ed ecco piatti grandissimi d’oro,

Coperti de finissima vivanda;

Coppe di smalto, con sotil lavoro,

Lo imperatore a ciascun baron manda.

Chi de una cosa e chi d’altra onorava,

Mostrando che di lor si racordava.

 

20.

Quivi si stava con molta allegrezza,

Con parlar basso e bei ragionamenti:

Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,

Tanti re, duci e cavallier valenti,

Tutta la gente pagana disprezza,

Come arena del mar denanti a i venti;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,

Fe’ lui con gli altri insieme sbigotire.

 

21.

Però che in capo della sala bella

Quattro giganti grandissimi e fieri

Intrarno, e lor nel mezo una donzella,

Che era segu’ta da un sol cavallieri.

Essa sembrava matutina stella

E giglio d’orto e rosa de verzieri:

In somma, a dir di lei la veritate,

Non fu veduta mai tanta beltate.

 

22.

Era qui nella sala Galerana,

Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,

Clarice ed Ermelina tanto umana,

Ed altre assai, che nel mio dir non spando,

Bella ciascuna e di virtù fontana.

Dico, bella parea ciascuna, quando

Non era giunto in sala ancor quel fiore,

Che a l’altre di beltà  tolse l’onore.

 

23.

Ogni barone e principe cristiano

In quella parte ha rivoltato il viso,

Né rimase a giacere alcun pagano;

Ma ciascun d’essi, de stupor conquiso,

Si fece a la donzella prossimano;

La qual, con vista allegra e con un riso

Da far inamorare un cor di sasso,

Incominciò cos’, parlando basso:

 

24.

– Magnanimo segnor, le tue virtute

E le prodezze de’ toi paladini,

Che sono in terra tanto cognosciute,

Quanto distende il mare e soi confini,

Mi dan speranza che non sian perdute

Le gran fatiche de duo peregrini,

Che son venuti dalla fin del mondo

Per onorare il tuo stato giocondo.

 

25.

Ed acciò ch’io ti faccia manifesta,

Con breve ragionar, quella cagione

Che ce ha condotti alla tua real festa,

Dico che questo è Uberto dal Leone,

Di gentil stirpe nato e d’alta gesta,

Cacciato del suo regno oltra ragione:

Io, che con lui insieme fui cacciata,

Son sua sorella, Angelica nomata.

 

26.

Sopra alla Tana ducento giornate,

Dove reggemo il nostro tenitoro,

Ce fà´r di te le novelle aportate,

E della giostra e del gran concistoro

Di queste nobil gente qui adunate;

E come né città , gemme o tesoro

Son premio de virtute, ma si dona

Al vincitor di rose una corona.

 

27.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,

Per sua virtute quivi dimostrare,

Dove il fior de’ baroni è radunato,

Ad uno ad un per giostra contrastare:

O voglia esser pagano o battizato,

Fuor de la terra lo venga a trovare,

Nel verde prato alla Fonte del Pino,

Dove se dice al Petron di Merlino.

 

28.

Ma fia questo con tal condizà¯one

(Colui l’ascolti che si và´l provare):

Ciascun che sia abattuto de lo arcione,

Non possa in altra forma repugnare,

E senza più contesa sia pregione;

Ma chi potesse Uberto scavalcare,

Colui guadagni la persona mia:

Esso andarà  con suoi giganti via. –

 

29.

Al fin delle parole ingenocchiata

Davanti a Carlo attendia risposta.

Ogni om per meraviglia l’ha mirata,

Ma sopra tutti Orlando a lei s’accosta

Col cor tremante e con vista cangiata,

Benché la voluntà  ten’a nascosta;

E talor gli occhi alla terra bassava,

Ché di se stesso assai si vergognava.

 

30.

Ahi paccio Orlando!” nel suo cor dicia

Come te lasci a voglia trasportare!

Non vedi tu lo error che te desvia,

E tanto contra a Dio te fa fallare?

Dove mi mena la fortuna mia?

Vedome preso e non mi posso aitare;

Io, che stimavo tutto il mondo nulla,

Senza arme vinto son da una fanciulla.

 

31.

Io non mi posso dal cor dipartire

La dolce vista del viso sereno,

Perch’io mi sento senza lei morire,

E il spirto a poco a poco venir meno.

Or non mi val la forza, né lo ardire

Contra d’Amor, che m’ha già  posto il freno;

Né mi giova saper, né altrui consiglio,

Ch’io vedo il meglio ed al peggior m’appiglio.”

 

32.

Cos’ tacitamente il baron franco

Si lamentava del novello amore.

Ma il duca Naimo, ch’è canuto e bianco,

Non avea già  de lui men pena al core,

Anci tremava sbigotito e stanco,

Avendo perso in volto ogni colore.

Ma a che dir più parole? Ogni barone

Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

 

33.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,

Mirando quella con sommo diletto;

Ma Feraguto, il giovenetto ardito,

Sembrava vampa viva nello aspetto,

E ben tre volte prese per partito

Di torla a quei giganti al suo dispetto,

E tre volte afrenò quel mal pensieri

Per non far tal vergogna allo imperieri.

 

34.

Or su l’un piede, or su l’altro se muta,

Grattasi ‘l capo e non ritrova loco;

Rainaldo, che ancor lui l’ebbe veduta,

Divenne in faccia rosso come un foco;

E Malagise, che l’ha cognosciuta,

Dicea pian piano: Io ti farò tal gioco,

Ribalda incantatrice, che giamai

De esser qui stata non te vantarai.”

 

35.

Re Carlo Magno con lungo parlare

Fe’ la risposta a quella damigella,

Per poter seco molto dimorare.

Mira parlando e mirando favella,

Né cosa alcuna le puote negare,

Ma ciascuna domanda li suggella

Giurando de servarle in su le carte:

Lei coi giganti e col fratel si parte.

 

36.

Non era ancor della citade uscita,

Che Malagise prese il suo quaderno:

Per saper questa cosa ben compita

Quattro demonii trasse dello inferno.

Oh quanto fu sua mente sbigotita!

Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!

Poi che cognobbe quasi alla scoperta

Re Carlo morto e sua corte deserta.

 

37.

Però che quella che ha tanta beltade,

Era figliola del re Galifrone,

Piena de inganni e de ogni falsitade,

E sapea tutte le incantazà¯one.

Era venuta alle nostre contrade,

Ché mandata l’avea quel mal vecchione

Col figliol suo, ch’avea nome Argalia,

E non Uberto, come ella dicia.

 

38.

Al giovenetto avea dato un destrieri

Negro quanto un carbon quando egli è spento,

Tanto nel corso veloce e leggieri,

Che già  più volte avea passato il vento;

Scudo, corazza ed elmo col cimieri,

E spada fatta per incantamento;

Ma sopra a tutto una lancia dorata,

D’alta ricchezza e pregio fabricata.

 

39.

Or con queste arme il suo patre il mandò,

Stimando che per quelle il sia invincibile,

Ed oltra a questo uno anel li donò

Di una virtù grandissima, incredibile,

Avengaché costui non lo adoprò;

Ma sua virtù facea l’omo invisibile,

Se al manco lato in bocca se portava:

Portato in dito, ogni incanto guastava.

 

40.

Ma sopra a tutto Angelica polita

Volse che seco in compagnia ne andasse,

Perché quel viso, che ad amare invita,

Tutti i baroni alla giostra tirasse,

E poi che per incanto alla finita

Ogni preso barone a lui portasse:

Tutti legati li và´l nelle mane

Re Galifrone, il maledetto cane.

 

41.

Cos’ a Malagise il dimon dicia,

E tutto il fatto gli avea rivelato.

Lasciamo lui: torniamo a l’Argalia,

Che al Petron di Merlino era arivato.

Un pavaglion sul prato distendia,

Troppo mirabilmente lavorato;

E sotto a quello se pose a dormire,

Ché di posarse avea molto desire.

 

42.

Angelica, non troppo a lui lontana,

La bionda testa in su l’erba posava,

Sotto il gran pino, a lato alla fontana:

Quattro giganti sempre la guardava.

Dormendo, non parea già  cosa umana,

Ma ad angelo del cel rasomigliava.

Lo annel del suo germano aveva in dito,

Della virtù che sopra aveti odito.

 

43.

Or Malagise, dal demon portato,

Tacitamente per l’aria veniva;

Ed ecco la fanciulla ebbe mirato

Giacer distesa alla fiorita riva;

E quei quattro giganti, ogniuno armato,

Guardano intorno e già  nà¯un dormiva.

Malagise dicea: Brutta canaglia,

Tutti vi pigliarò senza battaglia.

 

44.

Non vi valeran mazze, né catene,

Né vostri dardi, né le spade torte;

Tutti dormendo sentirete pene,

Come castron balordi avreti morte.”

Cos’ dicendo, più non si ritiene:

Piglia il libretto e getta le sue sorte,

Né ancor aveva il primo foglio vòlto,

Che già  ciascun nel sonno era sepolto.

 

45.

Esso dapoi se accosta alla donzella

E pianamente tira for la spada,

E veggendola in viso tanto bella

Di ferirla nel collo indugia e bada.

L’animo volta in questa parte e in quella,

E poi disse: Cos’ convien che vada:

Io la farò per incanto dormire,

E pigliarò con seco il mio desire.”

 

46.

Pose tra l’erba giù la spada nuda,

Ed ha pigliato il suo libretto in mano;

Tutto lo legge, prima che lo chiuda.

Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,

Per la potenzia dello annel s’ cruda.

Malagise ben crede per certano

Che non si possa senza lui svegliare,

E cominciolla stretta ad abbracciare.

 

47.

La damisella un gran crido mettia:

– Tapina me, ch’io sono abandonata! –

Ben Malagise alquanto sbigotia,

Veggendo che non era adormentata.

Essa, chiamando il fratello Argalia,

Lo ten’a stretto in braccio tutta fiata;

Argalia sonacchioso se sveglione,

E disarmato usc’ del pavaglione.

 

48.

Subitamente che egli ebbe veduto

Con la sorella quel cristian gradito,

Per novità  gli fu il cor s’ caduto,

Che non fu de appressarse a loro ardito.

Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,

Con un troncon di pin l’ebbe assalito,

Gridando: – Tu sei morto, traditore,

Che a mia sorella fai tal disonore. –

 

49.

Essa gridava: – Legalo, germano,

Prima ch’io il lasci, che egli è nigromante;

Ché, se non fosse l’annel che aggio in mano,

Non son tue forze a pigliarlo bastante. –

Per questo il giovenetto a mano a mano

Corse dove dormiva un gran gigante,

Per volerlo svegliar; ma non potea,

Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

 

50.

Di qua, di là , quanto più può il dimena;

Ma poi che vede che indarno procaccia,

Dal suo bastone ispicca una catena,

E de tornare indrieto presto spaccia;

E con molta fatica e con gran pena

A Malagise lega ambe le braccia,

E poi le gambe e poi le spalle e il collo:

Da capo a piede tutto incatenollo.

 

51.

Come lo vide ben esser legato,

Quella fanciulla li cercava in seno;

Presto ritrova il libro consecrato,

Di cerchi e de demonii tutto pieno.

Incontinenti l’ebbe diserrato;

E nello aprir, né in più tempo, né in meno,

Fu pien de spirti e celo e terra e mare,

Tutti gridando: – Che và´i comandare? –

 

52.

Ella rispose: – Io voglio che portate

Tra l’India e Tartaria questo prigione,

Dentro al Cataio, in quella gran citate,

Ove regna il mio padre Galafrone;

Dalla mia parte ce lo presentate,

Ché di sua presa io son stata cagione,

Dicendo a lui che, poi che questo è preso,

Tutti gli altri baron non curo un ceso. –

 

53.

Al fin delle parole, o in quello instante,

Fu Malagise per l’aere portato,

E, presentato a Galafrone avante,

Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.

Angelica col libro a ogni gigante

Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.

Ogn’om strenge la bocca ed alcia il ciglio,

Forte ammirando il passato periglio.

 

54.

Mentre che qua fà´r fatte queste cose,

Dentro a Parigi fu molta tenzone,

Però che Orlando al tutto se dispose

Essere in giostra il primo campà¯one;

Ma Carlo imperatore a lui rispose

Che non voleva e non era ragione;

E gli altri ancora, perché ogni om se estima,

A quella giostra volean gire in prima.

 

55.

Orlando grandemente avea temuto

Che altrui non abbia la donna acquistata,

Perché, come il fratello era abattuto,

Doveva al vincitore esser donata.

Lui de vittoria sta sicuro e tuto,

E già  li pare averla guadagnata;

Ma troppo gli rencresce lo aspettare,

Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

 

56.

Fu questa cosa nella real corte

Tra il general consiglio essaminata;

Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,

Fu statuita al fine e terminata,

Che la vicenda se ponesse a sorte;

Ed a cui la ventura sia mandata

D’essere il primo ad acquistar l’onore,

Quel possa uscire alla giostra di fore.

 

57.

Onde fu il nome de ogni paladino

Subitamente scritto e separato;

Ciascun segnor, cristiano e saracino,

Ne l’orna d’oro il suo nome ha gettato;

E poi ferno venire un fanciullino

Che i breve ad uno ad uno abbia levato.

Senza pensare il fanciullo uno afferra;

La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

 

58.

Dopo costui fu tratto Feraguto,

Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;

E poi Grandonio, quel gigante arguto,

L’un presso all’altro, e Belengiere e Otone;

Re Carlo dopo questi è for venuto;

Ma per non tenir più lunga tenzone,

Prima che Orlando ne fà´r tratti trenta:

Non vi vo’ dir se lui se ne tormenta.

 

59.

Il giorno se calava in ver la sera,

Quando di trar le sorte fu compito.

Il duca Astolfo con la mente altiera

Dimanda l’arme, e non fu sbigottito,

Benché la notte viene e il cel se anera.

Esso parlava, s’ come omo ardito,

Che in poco d’ora finirà  la guerra,

Gettando Oberto al primo colpo in terra.

 

60.

Segnor, sappiate ch’Astolfo lo Inglese

Non ebbe di bellezze il simigliante;

Molto fu ricco, ma più fu cortese,

Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.

La forza sua non vedo assai palese,

Ché molte fiate cadde del ferrante.

Lui suolea dir che gli era per sciagura,

E tornava a cader senza paura.

 

61.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,

Ben valeano quelle arme un gran tesoro;

Di grosse perle il scudo è circondato,

La maglia che se vede è tutta d’oro;

Ma l’elmo è di valore ismesurato

Per una zoia posta in quel lavoro,

Che, se non mente il libro de Turpino,

Era quanto una noce, e fu un rubino.

 

62.

Il suo destriero è copertato a pardi,

Che sopraposti son tutti d’à´r fino.

Soletto ne usc’ fuor senza riguardi,

Nulla temendo se pose in camino.

Era già  poco giorno e molto tardi,

Quando egli gionse al Petron di Merlino;

E ne la gionta pose a bocca il corno,

Forte suonando, il cavalliero adorno.

 

63.

Odendo il corno, l’Argalia levosse,

Ché giacea al fonte la persona franca,

E de tutte arme subito adobosse

Da capo a piedi, che nulla gli manca;

E contra Astolfo con ardir se mosse,

Coperto egli e il destrier in vesta bianca,

Col scudo in braccio e quella lancia in mano

Che ha molti cavallier già  messi al piano.

 

64.

Ciascun se salutò cortesemente,

E fà´r tra loro e patti rinovati,

E la donzella l’ venne presente.

E poi si fà´rno entrambi dilungati,

L’un contra l’altro torna parimente,

Coperti sotto a i scudi e ben serrati;

Ma come Astolfo fu tocco primero,

Voltò le gambe al loco del cimero.

 

65.

Disteso era quel duca in sul sabbione,

E crucioso dicea: – Fortuna fella,

Tu me e’ nemica contra a ogni ragione:

Questo fu pur diffetto della sella.

Negar nol pà´i; ché s’io stavo in arcione,

Io guadagnavo questa dama bella.

Tu m’hai fatto cadere, egli è certano,

Per far onore a un cavallier pagano. –

 

66.

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,

E lo menarno dentro al pavaglione;

Ma quando fu de l’arme dispogliato,

La damisella nel viso il guardone,

Nel quale era s’ vago e delicato,

Che quasi ne pigliò compassà¯one;

Unde per questo lo fece onorare,

Per quanto onore a pregion si può fare.

 

67.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,

Ed intorno alla fonte solacciava;

Angelica nel lume della luna,

Quanto potea nascoso, lo amirava;

Ma poi che fu la notte oscura e bruna,

Nel letto incortinato lo posava.

Essa col suo fratello e coi giganti

Facea la guardia al pavaglion davanti.

 

68.

Poco lume mostrava ancor il giorno,

Che Feraguto armato fu apparito,

E con tanta tempesta suona il corno,

Che par che tutto il mondo sia finito;

Ogni animal che quivi era d’intorno

Fuggia da quel rumore isbigotito:

Solo Argalia de ciò non ha paura,

Ma salta in piede e veste l’armatura.

 

69.

L’elmo affatato il giovanetto franco

Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;

La spada ha cinto dal sinistro fianco,

E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.

Rabicano, il destrier, non mostra stanco,

Anzi va tanto sospeso e leggieri,

Che ne l’arena, dove pone il piede,

Signo di pianta ponto non si vede.

 

70.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,

Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;

E però, come prima l’ha veduto,

Non fece già  con lui lungo parlare;

Mosso con furia e senza altro saluto,

Con l’asta a resta lo venne a scontrare;

Crede lui certo, e faria sacramento,

Aver la bella dama a suo talento.

 

71.

Ma come prima la lancia il toccò,

Nel core e nella faccia isbigot’;

Ogni sua forza in quel punto mancò,

E lo animoso ardir da lui part’;

Tal che con pena a terra trabuccò,

Né sa in quel punto se gli è notte o d’.

Ma come prima a l’erba fu disteso,

Tornò il vigore a quello animo acceso.

 

72.

Amore, o giovenezza, o la natura

Fan spesso altrui ne l’ira esser leggiero.

Ma Feraguto amava oltra misura;

Giovanetto era e de animo s’ fiero,

Che a praticarlo egli era una paura;

Piccola cosa gli facea mestiero

A volerlo condur con l’arme in mano,

Tanto è crucioso e di cor subitano.

 

73.

Ira e vergogna lo levà¢r di terra,

Come caduto fu, subitamente.

Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,

Né si ricorda del patto nà¯ente;

Trasse la spada, ed a piè se disserra

Ver lo Argalia, battendo dente a dente.

Ma lui diceva: – Tu sei mio pregione,

E me contrasti contro alla ragione. –

 

74.

Feraguto il parlar non ha ascoltato,

Anci ver lui ne andava in abandono.

Ora i giganti, che stavano al prato,

Tutti levati con l’arme se sono,

E s’ terribil grido han fuor mandato,

Che non se od’ giamai s’ forte trono

(Turpino il dice: a me par meraviglia),

E tremò il prato intorno a lor due miglia.

 

75.

A questi se voltava Feraguto,

E non credeti che sia spaventato.

Colui che vien davanti è il più membruto,

E fu chiamato Argesto smisurato;

L’altro nomosse Lampordo il veluto,

Perché piloso è tutto in ogni lato;

Urgano il terzo per nome si spande,

Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

 

76.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,

Che se non fosse, come era, fatato,

Al primo colpo il cavallier gagliardo

Morto cadea, da quel dardo passato.

Mai non fu visto can levrer, né pardo,

Né alcun groppo di vento in mar turbato,

Cos’ veloci, né dal cel saetta,

Qual Feraguto a far la sua vendetta.

 

77.

Giunse al gigante in lo destro gallone,

Che tutto lo tagliò, come una pasta,

E rene e ventre, insino al petignone;

Né de aver fatto il gran colpo li basta,

Ma mena intorno il brando per ragione,

Perché ciascun de’ tre forte il contrasta.

L’Argalia solo a lui non dà  travaglia,

Ma sta da parte e guarda la battaglia.

 

78.

Fie’ Feraguto un salto smisurato:

Ben vinti piedi è verso il cel salito;

Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,

Che ‘l capo insino a i denti gli ha partito.

Ma mentre che era con questo impacciato,

Argesto nella coppa l’ha ferito

D’una mazza ferrata, e tanto il tocca,

Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

 

79.

Esso per questo più divenne fiero,

Come colui che fu senza paura,

E messe a terra quel gigante altiero,

Partito dalle spalle alla cintura.

Alor fu gran periglio al cavalliero,

Perché Turlon, che ha forza oltra misura,

Stretto di drieto il prende entro alle braccia,

E di portarlo presto se procaccia.

 

80.

Ma fosse caso, o forza del barone,

Io no ‘l so dir, da lui fu dispiccato.

Il gran gigante ha di ferro un bastone,

E Feraguto il suo brando afilato.

Di novo si comincia la tenzone:

Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,

Con maggior forza assai ch’io non vi dico;

Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

 

81.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,

Ché quel gigante con forza rubesta

Giunselo in capo e l’elmo gli fraccassa,

E tutta quanta disarmò la testa;

Ma Feraguto con la spada bassa

Mena un traverso con molta tempesta

Sopra alle gambe coperte di maglia,

Ed ambedue a quel colpo le taglia.

 

82.

L’un mezo morto, e l’altro tramortito

Quasi ad un tratto cascarno sul prato.

Smonta l’Argalia e con animo ardito

Ha quel barone alla fonte portato,

E con fresca acqua l’animo stordito

A poco a poco gli ebbe ritornato;

E poi volea menarlo al pavaglione,

Ma Feraguto niega esser pregione.

 

83.

– Che aggio a fare io, se Carlo imperatore

Con Angelica il patto ebbe a firmare?

Son forsi il suo vasallo o servitore,

Che in suo decreto me possa obligare?

Teco venni a combatter per amore,

E per la tua sorella conquistare:

Aver la voglio, o ver morire al tutto. –

Queste parole dicea Feragutto.

 

84.

A quel rumore Astolfo se è levato,

Che sino alora ancor forte dormia,

Né il crido de’ giganti l’ha svegliato

Che tutta fe’ tremar la prataria.

Veggendo i duo baroni a cotal piato,

Tra lor con parlar dolce se mettia,

Cercando de volerli concordare:

Ma Feraguto non và´le ascoltare.

 

85.

Dicea l’Argalia: – Ora non vedi,

Franco baron, che tu sei disarmato?

Forse che de aver l’elmo in capo credi?

Quello è rimaso in sul campo spezzato.

Or fra te stesso iudica, e provedi

Se và´i morire, o và´i esser pigliato:

Che stu combatti avendo nulla in testa,

Tu in pochi colpi finira’ la festa. –

 

86.

Rispose Feraguto: – E’ mi dà  il core,

Senza elmo, senza maglia e senza scudo,

Aver con teco di guerra l’onore;

Cos’ mi vanto di combatter nudo

Per acquistare il desiato amore. –

Cotal parole usava il baron drudo,

Però ch’Amor l’avea posto in tal loco,

Che per colei s’ar’a gettato in foco.

 

87.

L’Argalia forte in mente si turbava,

Vedendo che costui s’ poco il stima

Che nudo alla battaglia lo sfidava,

Né alla seconda guerra né alla prima,

Preso due volte, lo orgoglio abassava,

Ma de superbia più montava in cima;

E disse: – Cavallier, tu cerchi rogna:

Io te la grattarò, ché ‘l ti bisogna.

 

88.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,

Ché, come digno sei, te avrò trattato;

Né aver speranza ch’io te usi pietade,

Perch’io ti vegga il capo disarmato.

Tu cerchi lo mal giorno in veritade,

Facciote certo che l’avrai trovato;

Diffendite se pà´i, mostra tuo ardire,

Ché incontinente ti convien morire. –

 

89.

Ridea Feraguto a quel parlare,

Come di cosa che il stimi nà¯ente.

Salta a cavallo e senza dimorare

Diceva: – Ascolta, cavallier valente:

Se la sorella tua mi và´i donare,

Io non te offenderò veracemente;

Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,

Presto serai di quei de l’altro mondo. –

 

90.

Tanto fu vinto de ira l’Argalia,

Odendo quel parlar che è s’ arrogante,

Che furà¯oso in sul destrier salia,

E con voce superba e minacciante

Ciò che dicesse nulla se intendia.

Trasse la spada e sprona lo aferante,

Né se ricorda de l’asta pregiata,

Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

 

91.

Cos’ cruciati con le spade in mano

Ambi co ‘l petto de’ corsieri urtaro.

Non è nel mondo baron s’ soprano,

Che non possan costor star seco al paro.

Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,

Non vi ser’a vantaggio né divaro;

Però un bel fatto potreti sentire,

Se l’altro canto tornareti a odire.

 

 

CANTO SECONDO

 

1.

Io vi cantai, segnor, come a battaglia

Eran condotti con molta arroganza

Argalia, il forte cavallier di vaglia,

E Feraguto, cima di possanza.

L’uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,

L’altro è fatato, fuor che nella panza;

Ma quella parte d’acciarro è coperta

Con vinte piastre, quest’è cosa certa.

 

2.

Chi vedesse nel bosco duo leoni

Turbati, ed a battaglia insieme appresi,

O chi odisse ne l’aria duo gran troni

Di tempeste, rumore e fiamma accesi,

Nulla sarebbe a mirar quei baroni,

Che tanto crudelmente se hanno offesi;

Par che il celo arda e il mondo a terra vada,

Quando se incontra l’una e l’altra spada.

 

3.

E’ si feriano insieme a gran furore,

Guardandosi l’un l’altro in vista cruda;

E credendo ciascuno esser megliore

Trema per ira, e per affanno suda.

Or lo Argalia con tutto suo valore

Fer’ il nemico in su la testa nuda,

E ben si crede senza dubitanza

Aver finita a quel colpo la danza.

 

4.

Ma poi che vidde il suo brando polito

Senza alcun sangue ritornar al celo,

Per meraviglia fu tanto smarito

Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.

In questo Feraguto l’ha assalito;

Ben crede fender l’arme come un gelo,

E crida: – Ora a Macon ti raccomando,

Ché a questo colpo a star con lui ti mando. –

 

5.

Cos’ dicendo, quel barone aitante

Ferisce ad ambe man con forza molta;

Se stato fosse un monte de diamante,

Tutto l’avria tagliato in quella volta.

L’elmo affatato a quel brando troncante

Ogni possanza di tagliare ha tolta.

Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;

Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

 

6.

Ma poi che ciascadun fu dimorato

Tacito alquanto, senza colpezare

(Ché l’un de l’altro è s’ meravigliato,

Che non ardiva a pena di parlare),

L’Argalia prima a Ferragù dricciato

Disse: – Barone, io ti vo’ palesare,

Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,

Sono incantate, quante tu ne vedi.

 

7.

Però con meco lascia la battaglia,

Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. –

Feragù disse: – Se Macon mi vaglia,

Quante arme vedi a me sopra ed intorno,

E questo scudo e piastre, e questa maglia,

Tutte le porto per essere adorno,

Non per bisogno; ch’io son affatato

In ogni parte, fuor che in un sol lato.

 

8.

S’ che, a donarti un ottimo consiglio,

Benché nol chiedi, io ti so confortare

Che non te metti de morte a periglio;

Senza contesa vogli a me lasciare

La tua sorella, quel fiorito giglio,

Ed altramente tu non puoi campare.

Ma se mi fai con pace questo dono,

Eternamente a te tenuto sono. –

 

9.

Rispose lo Argalia: – Barone audace,

Ben aggio inteso quanto hai ragionato,

E son contento aver con teco pace,

E tu sia mio fratello e mio cognato:

Ma vo’ saper se ad Angelica piace,

Ché senza lei non si faria il mercato. –

E Feragù gli dice esser contento,

Che con essa ben parli a suo talento.

 

10.

A benché Feragù sia giovanetto,

Bruno era molto e de orgogliosa voce,

Terribile a guardarlo nello aspetto;

Gli occhi avea rossi, con batter veloce.

Mai di lavarse non ebbe diletto,

Ma polveroso ha la faccia feroce:

Il capo acuto aveva quel barone,

Tutto ricciuto e ner come un carbone.

 

11.

E per questo ad Angelica non piacque,

Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;

E disse allo Argalia, come lui tacque:

– Caro fratello, io non mi ti nascondo:

Prima me affogarei dentro a quest’acque,

E mendicando cercarebbi ‘l mondo,

Che mai togliessi costui per mio sposo.

Meglio è morir che star con furà¯oso.

 

12.

Però ti prego per lo dio Macone,

Che te contenti de la voglia mia.

Ritorna a la battaglia col barone,

Ed io fra tanto per necromanzia

Farò portarme in nostra regà¯one.

Volta le spalle, e vieni anco tu via

(Destrier non è che ‘l tuo segua di lena:

Io fermarommi alla selva de Ardena)

 

13.

Acciò ch’insieme facciamo ritorno

Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.

Ma se quivi non giongi il terzo giorno,

Soletta al vento me farò passare,

Poi che aggio il libro di quel can musorno,

Che me credette al prato vergognare.

Tu poi adaggio per terra venrai;

La strata hai caminata, e ben la sai. –

 

14.

Cos’ tornarno e baroni al ferire,

Dapoi che questo a quello ha referito

Che la sorella non và´le assentire;

Ma Feragù perciò non è partito,

Anci destina o vincere o morire.

Ecco la dama dal viso florito

Subito sparve a i cavallier davante:

Presto sen corse il suspettoso amante.

 

15.

Però che spesso la guardava in volto,

Parendogli la forza radoppiare;

Ma poi che gli è davanti cos’ tolto,

Non sa più che si dir, né che si fare.

In questo tempo lo Argalia rivolto,

Con quel destrier che al mondo non ha pare

Fugge del prato e quanto può sperona,

E Feraguto e la guerra abandona.

 

16.

Lo inamorato giovanetto guarda,

Come gabato si trova quel giorno.

Esce del prato correndo e non tarda,

E cerca il bosco, che è folto, d’intorno.

Ben par che nella faccia avampa ed arda,

Tra sé pensando il recevuto scorno,

E non se arresta correre e cercare;

Ma quel che cerca non può lui trovare.

 

17.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,

Come sapete, rimase alla Fonte.

Mirata avea la pugna con diletto,

E de ciascun guerrer le forze pronte;

Or resta in libertà  senza suspetto,

Ringrazà¯ando Iddio con le man gionte;

E per non dare indugia a sua ventura

Monta a destrier con tutta l’armatura.

 

18.

E non aveva lancia il paladino,

Ché la sua nel cadere era spezzata.

Guardasi intorno, ed al troncon del pino

Quella de lo Argalia vidde appoggiata.

Bella era molto, e con lame d’à´r fino,

Tutta di smalto intorno lavorata;

Prendela Astolfo quasi per disaggio,

Senza pensare in essa alcun vantaggio.

 

19.

Cos’ tornando a dietro allegro e baldo,

Come colui che è sciolto di pregione,

Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,

E tutto il fatto appunto gli contone.

Era il figlio de Amon d’amor s’ caldo,

Che posar non puotea di passà¯one:

Però fuor della terra era venuto,

Per saper che aggia fatto Feraguto.

 

20.

E come od’ che fuggian verso Ardena,

Nulla rispose a quel duca dal pardo.

Volta il destriero e le calcagne mena,

E di pigricia accusa il suo Baiardo.

De l’amor del patron quel porta pena;

E chiamato è rozone, asino tardo,

Quel bon destrier che va con tanta fretta,

Ch’a pena l’avria gionto una saetta.

 

21.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.

Astolfo ritornò nella citade;

Orlando incontinente l’ha trovato,

E dalla lunga, con sagacitade,

Dimanda come il fatto sia passato

Della battaglia, e de sua qualitade.

Ma nulla gli ragiona del suo amore,

Perché vano il cognosce e zanzatore.

 

22.

Ma come intese ch’egli era fuggito

L’Argalia al bosco e seco la donzella,

E che Rainaldo lo aveva seguito,

Partisse in vista nequitosa e fella;

E sopra al letto suo cadde invilito,

Tanto è il dolor che dentro lo martella.

Quel valoroso, fior d’ogni campione,

Piangea nel letto come un vil garzone.

 

23.

Lasso, – diceva – ch’io non ho diffesa

Contra al nemico che mi sta nel core!

Or ché non aggio Durindana presa

A far battaglia contra a questo amore,

Qual m’ha di tanto foco l’alma accesa,

Che ogni altra doglia nel mondo è minore?

Qual pena è in terra simile alla mia,

Che ardo d’amore e giazo in zelosia?

 

24.

Né so se quella angelica figura

Se dignarà  de amar la mia persona;

Ché ben serà  figliol della ventura,

E de felice portarà  corona,

Se alcun fia amato da tal creatura.

Ma se speranza de ciò me abandona,

Ch’io sia sprezato da quel viso umano,

Morte me donarò con la mia mano.

 

25.

Ahi sventurato! Se forse Rainaldo

Trova nel bosco la vergine bella,

Ché ben cognosco io come l’è ribaldo,

Giamai di man non gli uscirà  polcella.

Forse gli è mo ben presso il viso saldo!

Ed io, come dolente feminella,

Tengo la guancia posata alla mano,

E sol me aiuto lacrimando in vano.

 

26.

Forse ch’io credo tacendo coprire

La fiamma che me rode il core intorno?

Ma per vergogna non voglio morire.

Sappialo Dio ch’allo oscurir del giorno

Sol di Parigio mi voglio partire,

Ed andarò cercando il viso adorno,

Sin che lo trovo, e per state e per verno,

E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno.”

 

27.

Cos’ dicendo dal letto si leva,

Dove giaciuto avea sempre piangendo;

La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,

E su e giù si va tutto rodendo.

Uno atimo cento anni li rileva,

Or questo avviso or quello in sé facendo.

Ma come gionta fu la notte scura,

Nascosamente veste l’armatura.

 

28.

Già  non portò la insegna del quartero,

Ma de un vermiglio scuro era vestito.

Cavalca Brigliadoro il cavalliero,

E soletto alla porta se ne è gito.

Non sa de lui famiglio, né scudero;

Tacitamente è della terra uscito.

Ben sospirando ne andava il meschino,

E verso Ardena prese il suo cammino.

 

29.

Or son tre gran campioni alla ventura:

Lasciali andar, che bei fati farano,

Rainaldo e Orlando, ch’è di tanta altura,

E Feraguto, fior d’ogni pagano.

Tornamo a Carlo Magno, che procura

Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,

Il duca Namo e lo re Salamone,

E del consiglio ciascadun barone.

 

30.

E disse lor: – Segnori, il mio parere

è che il giostrante ch’al rengo ne viene,

Contrasti ciascaduno al suo potere,

Sin che fortuna o forza lo sostiene;

E ‘l vincitor dipoi, come è dovere,

Dello abbattuto la sorte mantiene,

S’ che rimanga la corona a lui,

O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. –

 

31.

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,

S’ come de segnore alto e prudente:

Lodano tutti quella invenzà¯one.

L’ordine dasse: nel giorno seguente

Chi và´l giostrar se trovi su l’arcione.

E fu ordinato che primieramente

Tenesse ‘l rengo Serpentino ardito

A real giostra dal ferro polito.

 

32.

Venne il giorno sereno e l’alba gaglia:

Il più bel sol giamai non fu levato.

Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,

Fuor che de gambe tutto disarmato,

Sopra de un gran corsier coperto a maglia,

Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.

Intorno a’ pedi aveva per serventi

Conti, baroni e cavallier possenti.

 

33.

Eccoti Serpentin che al campo viene,

Armato e da veder meraviglioso:

Il gran corsier su la briglia sostiene;

Quello alcia i piedi, de andare animoso.

Or qua, or là  la piaza tutta tiene,

Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;

Ringe il feroce e non ritrova loco,

Borfa le nari e par che getti foco.

 

34.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,

Che sopra li ven’a col viso acerbo;

Di splendide arme tutto era guarnito,

Nello arcion fermo e ne l’atto superbo.

Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;

Di tal valor si mostra e di tal nerbo,

Che ciascadun ben iudica a la vista,

Che altri che lui quel pregio non acquista.

 

35.

Per insegna portava il cavalliero

Nel scudo azuro una gran stella d’oro;

E similmente il suo ricco cimiero,

E sopravesta fatta a quel lavoro,

La cotta d’arme e il forte elmo e leggiero

Eran stimati infinito tesoro;

E tutte quante l’arme luminose

Frixate a perle e pietre precà¯ose.

 

36.

Cos’ prese l’arengo quel campione,

E poi che l’ebbe intorno passeggiato,

Fermosse al campo, come un torrà¯one.

Ma già  suonan le trombe da ogni lato;

Entrono giostratori a ogni cantone,

L’un più che l’altro riccamente armato,

Con tante perle e oro e zoie intorno,

Che il paradiso ne sarebbe adorno.

 

37.

Colui che vien davanti, è paladino;

Porta nel blavo la luna de argento,

Sir di Bordella, nomato Angelino,

Maestro di guerra e giostra e torniamento.

Subitamente mosse Serpentino,

Con tal velocità  che parve un vento.

Da l’altra parte, menando tempesta,

Viene Angelino, e pone l’asta a resta.

 

38.

Là  dove l’elmo al scudo se confina,

Fer’ Angelino a Serpentino avante;

Ma non se piega adietro, anze se china

Adosso al colpo il cavalliero aitante,

E lui la vista incontra in tal ruina,

Che il fe’ mostrare al cielo ambe le piante.

Levasi il grido in piaza, ogni om favella

Che ‘l pregio al tutto è di quel dalla Stella.

 

39.

Ora se mosse il possente Ricardo,

Che signoreggia tutta Normandia.

Un leon d’oro ha quel baron gagliardo

Nel campo rosso, e ben ratto ven’a.

Ma Serpentino a mover non fu tardo,

E rescontrollo a mezo della via,

Dandogli un colpo de cotanta pena,

Che il capo gli fe’ batter su l’arena.

 

40.

O quanto Balugante se conforta,

Veggendo al figliol s’ franca persona!

Or vien colui che i scacchi al scudo porta,

E d’oro ha sopra l’elmo la corona:

Re Salamone, quella anima acorta.

Stretto a la giostra tutto se abandona;

Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,

E lui getta per terra e il suo destriere.

 

41.

Astolfo alla sua lancia diè de piglio,

Quella che l’Argalia lasciò su il prato.

Tre pardi d’oro ha nel campo vermiglio,

Ben ne ven’a su l’arcione assettato.

Ma egli incontrò grandissimo periglio,

Ché il destrier sotto li fu trabuccato.

Tramort’ Astolfo, e lume e ciel non vede,

E dislocosse ancora il destro piede.

 

42.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,

E forse più che a gli altri a Serpentino,

Perché sperava gettarlo al rivaggio;

Ma certamente era falso indovino.

Il duca fu portato al suo palaggio,

E ritornògli il spirto pelegrino;

E similmente il piede dislocato

Gli fu raconcio e stretto e ben legato.

 

43.

E benché Serpentin tanto abbia fatto,

Danese Ogier di lui non ha spavento.

Mosse il destrier s’ furà¯oso e ratto,

Quale è nel mar di tramontana il vento.

Era la insegna del guerrero adatto

Il scudo azzurro e un gran scaglion d’argento;

Un basalisco porta per cimero

Di sopra a l’elmo lo ardito guerrero.

 

44.

Suonà¢r le trombe: ogni om sua lancia aresta

E vengonsi a ferir quei duo campioni.

Non fu quel giorno botta s’ rubesta,

Ché parve nel colpir scontro de troni.

Danese Ogieri con molta tempesta

Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:

E per la groppa del destrieri il mena,

S’ che disteso il pose in su l’arena.

 

45.

Cos’ rimase vincitore al campo

Il forte Ogieri, e la renga difende.

Re Balugante par che meni vampo,

S’ la caduta del figliol lo offende.

Anco egli ariva pur a quello inciampo,

Perché il Danese per terra il distende.

Ora si move il giovine Isolieri:

Bene è possente e destro cavallieri.

 

46.

Era costui di Feragù germano;

Tre l’une d’oro avea nel verde scudo.

Mosse ‘l destriero, e la lancia avea in mano:

Nel corso l’arestò quel baron drudo.

Il pro’ Danese lo mandò su ‘l piano

De un colpo tanto dispietato e crudo,

Che non se avede se gli è morto o vivo,

E ben sette ore stie’ del spirto privo.

 

47.

Gualtiero da Monleon dopo colui

Fu dal Danese per terra gettato.

Un drago era la insegna di costui,

Tutto vermiglio nel campo dorato.

– Deh non facciamo la guerra tra nui, –

Diceva Ogieri – o popol battizato!

Ch’io vedo caleffarci a’ Saracini,

Perché facciamo l’un l’altro tapini. –

 

48.

Spinella da Altamonte fu un pagano,

Ch’era venuto a provar sua persona

A questa corte del re Carlo Mano:

Nel scudo azuro ha d’oro una corona.

Questo fu messo dal Danese al piano.

Or Matalista al tutto se abandona:

Fratello è questo a Fiordespina bella,

Ardito, forte e destro su la sella.

 

49.

Costui portava il scudo divisato

Di bruno e d’oro, e un drago per cimiero;

E cadde sopra al campo riversato.

A vota sella ne andò il suo destriero.

Mosse Grandonio, il cane arabà¯ato:

Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!

Ché in tutto il mondo, per ogni confino,

Non è di lui più forte Saracino.

 

50.

Avea quel re statura de gigante,

E venne armato sopra a un gran ronzone;

Il scudo negro portava davante,

E d’à´r scolpito ha quel dentro un Macone.

Non vi fu Cristà¯an tanto arrogante

Che non temesse di quel can felone:

Gan da Pontier, come lo vide in faza,

Nascosamente usc’ fuor della piaza.

 

51.

Il simil fe’ Macario de Lusana,

E Pinabello e il conte de Altafoglia,

Né già  Falcon da gli altri se alontana:

Parli mille anni che de qui se toglia.

Sol della gesta perfida e villana

Grifon rimase fermo in su la soglia,

O virtute o vergogna che il rimorse,

O che al partir degli altri non se accorse.

 

52.

Ora torniamo a quel pagano orribile,

Che per il campo tal tempesta mena.

La sua possanza par cosa incredibile;

Porta per lancia un gran fusto de antena.

Né di lui manco è il suo corsier terribile,

Che nella piazza profonda l’arena,

Rompe le pietre, fa tremar la terra,

Quando nel corso tutto se disserra.

 

53.

Con questa furia andò verso il Danese,

E proprio a mezo il scudo l’ha colpito:

Tutto lo spezza, e per terra il distese

Col suo destriero insieme e sbalordito.

Il duca Naimo sotto il braccio il prese,

E con lui fuor del campo si ne è gito;

E fàªgli medicare e braccio e petto,

Che più che un mese poi stette nel letto.

 

54.

Grande fu il crido per tutta la piaza,

E più de gli altri i Saracin se odirno.

Grandonio al rengo superbo minaza,

Ma non per questo gli altri isbigotirno.

Turpin di Rana adosso a lui si caza,

E nel mezo del corso se colpirno;

Ma il prete usc’ de arcion con tal mart’re,

Che ben fu presso al ponto del morire.

 

55.

Astolfo ne la piaza era tornato

Sopra a un portante e bianco palafreno;

Non avea arme, fuor che ‘l brando a lato,

E tra le dame, con viso sereno,

Piacevolmente s’era solacciato,

Come quel che de motti è tutto pieno.

Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone

Fu da Grandonio messo in sul sabbione.

 

56.

Era costui di casa di Maganza,

Che porta in scudo azuro un falcon bianco.

Crida Grandonio con molta arroganza:

– O Cristà¯ani, è già  ciascadun stanco?

Non gli è chi faccia più colpo de lanza? –

Allor se mosse Guido, il baron franco,

Quel de Borgogna, che porta il leone

Negro ne l’oro; e cadde dello arcione.

 

57.

Cadde per terra il possente Angelieri,

Che porta il drago a capo de donzella.

Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,

L’un dopo l’altro fur tolti di sella.

L’acquila nera portan per cimeri,

La insegna a tutti quattro era pur quella;

Ma il scudo a scacchi d’oro e de azuro era,

Come oggi ancora è l’arma di Bavera.

 

58.

Ad Ugo di Marsilia diè la morte

Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.

Quanto più giostra, più se mostra forte;

Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,

Svilaneggiando Carlo e la sua corte,

Chiamando ogni cristian vile e codardo.

Ben sta turbato in faccia lo imperieri;

Eccoti gionto il marchese Olivieri.

 

59.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,

Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.

Ven’a il marchese in atto molto adorno;

Carlo li uscitte incontra con gran festa.

Non vi sta queta né tromba, né corno,

Piccoli e grandi de cridar non resta:

– Viva Olivier, marchese di Và¯ena! –

Ride Grandonio e prende la sua antena.

 

60.

Or se ne va ciascun de animo acceso,

Con tanta furia quanta si può dire;

Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,

Aspetta il colpo di quel gran ferire;

Né solo una parola avresti inteso,

Tanto par che ciascuno attento mire.

Ma nello scontro Olivier di possanza

Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.

 

61.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:

Tutte le passa Olivier de Và¯ena.

Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo

Ben mezo il ferro gl’inchiavò con pena.

Ma quel gigante dispietato e crudo

Fer’ in fronte Olivier con quella antena;

E con tanto furor di sella il caccia,

Che andò longe al destrier ben sette braccia.

 

62.

Ogni om crede di certo che ‘l sia morto,

Perché l’elmo per mezo era partito,

E ciascadun che l’ha nel viso scorto,

Giura che il spirto al tutto se n’è gito.

Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!

E piangendo dicea: – Baron fiorito,

Onor della mia corte, figliol mio,

Come comporta tanto male Iddio? –

 

63.

Se quel pagano in prima era superbo,

Or non se può se stesso supportare,

Cridando a ciascadun con atto acerbo:

– O paladini, o gente da trincare,

Via alla taverna, gente senza nerbo!

Io de altro che di coppa so giuocare.

Gagliarda è questa Tavola Ritonda,

Quando minaccia e non vi è chi risponda! –

 

64.

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,

E di sua corte cos’ fatto scorno,

Turbato nella vista e nel coraggio,

Con gli occhi accesi se guardava intorno.

– Ove son quei che me dièn fare omaggio,

Che m’hanno abandonato in questo giorno?

Ov’è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?

Ove ene Orlando, traditor bastardo?

 

65.

Figliol de una puttana, rinegato!

Che, stu ritorni a me, poss’io morire,

Se con le proprie man non t’ho impiccato! –

Questo e molt’altro il re Carlo ebbe a dire.

Astolfo, che di dietro l’ha ascoltato,

Occultamente se ebbe a dispartire,

E torna a casa, e s’ presto si spaccia,

Che in un momento gionse armato in piaccia.

 

66.

Né già  se crede quel franco barone

Aver vittoria contra del pagano,

Ma sol con pura e bona intenzà¯one

Di far il suo dover per Carlo Mano.

Stava molto atto sopra dello arcione,

E somigliava a cavallier soprano;

Ma color tutti che l’han cognosciuto,

Diceano: – Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! –

 

67.

Chinando il capo in atto grazà¯oso

Davante a Carlo, disse: – Segnor mio,

Io vado a tuor d’arcion quello orgoglioso,

Poi ch’io comprendo che tu n’hai desio. –

Il re, turbato d’altro e disdegnoso,

Disse: – Va pur, ed aiuteti Iddio! –

E poi, tra’ soi rivolto, con rampogna

Disse: – E’ ci manca questa altra vergogna. –

 

68.

Astolfo quel pagano ha minacciato

Menarlo preso e porlo in mar al remo,

Onde il gigante s’ forte è turbato,

Che cruccio non fu mai cotanto estremo.

Nell’altro canto ve averò contato,

Se sia concesso dal Segnor supremo,

Gran meraviglia e più strana ventura

Ch’odisti mai per voce, o per scrittura.

 

 

CANTO TERZO

 

1.

Segnor, nell’altro canto io ve lasciai

S’ come Astolfo al Saracin per scherno

Dicea: – Briccone, non te vantarai,

Se forse non te vanti ne l’inferno,

Di tanti alti baron che abattuto hai.

Sappi, come io te piglio, io ti governo

Nella galea. Poi che sei gigante,

Farotte onore, e serai baiavante. –

 

2.

Il re Grandonio, che sempre era usato

Dire onta ad altri, e mai non l’ascoltare,

Per la grande ira tanto fu gonfiato,

Quanto non gonfia il tempestoso mare

Alor che più dal vento è travagliato

E fa il parone ardito paventare.

Tanto Grandonio se turba e tempesta,

Battendo e denti e crollando la testa,

 

3.

Soffia di sticcia che pare un serpente,

Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;

E rivoltato nequitosamente,

Arresta quel gran fusto e smisurato;

E ben se crebbe lui certanamente

Passarlo tutto, insin da l’altro lato,

O de gettarlo morto in sul sabbione,

O trarlo in duo cavezzi de l’arcione.

 

4.

Or ne viene il pagano furà¯oso.

Astolfo contra lui è rivoltato,

Pallido alquanto e nel cor pauroso,

Bench’al morir più che a vergogna è dato.

Cos’ con corso pieno e ruà¯noso

Se è un barone e l’altro riscontrato.

Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso

Alla caduta qual fu quel fraccasso.

 

5.

Levosse un grido tanto smisurato,

Che par che ‘l mondo avampi e il cel ruini.

Ciascun ch’è sopra a’ palchi, è in piè levato,

E cridan tutti, grandi e piccolini.

Ogni om quanto più può s’è là  pressato.

Stanno smariti molto i Saracini;

L’imperator, che in terra il pagan vede,

Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

 

6.

Nella caduta che fece il gigante,

Perché egli usc’ d’arcion dal lato manco,

Quella ferita ch’egli ebbe davante,

Quando scontrosse col marchese franco,

Tanto s’aperse, che questo africante

Rimase in terra tramortito e bianco,

Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,

Che una fontana più d’acqua non mena.

 

7.

Chi dice che la botta valorosa

De Astolfo il fece, ed a lui dà nno il lodo.

Altri pur dice il ver, come è la cosa.

Chi s’, chi no, ciascun parla a suo modo.

Fu via portato in pena dolorosa

Il re Grandonio; il qual, s’ com’io odo,

Occise Astolfo al fin per tal ferita,

Benché ancor lui quel d’ lasciò la vita.

 

8.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,

Ed a se stesso non lo credea quasi.

Eraci ancor della pagana gente

Duo cavallier solamente rimasi,

Di re figlioli, e ciascadun valente,

Giasarte il bruno e ‘l biondo Pilà¯asi.

Il padre de Giasarte avea acquistata

Tutta l’Arabia per forza de spata.

 

9.

Ma quel de Pilà¯asi la Ross’a

Tutta avea presa, e sotto Tramontana

Tenea gran parte de la Tartaria,

E confinava al fiume della Tana.

Or, per non far più longa diceria,

Sol questi duo della fede pagana

Giostrorno con Astolfo, e in breve dire

L’un dopo l’altro per terra fe’ gire.

 

10.

In questo un messo venne al conte Gano,

Dicendo che Grandonio era abbattuto.

Lui creder non può mai che quel pagano

Sia per Astolfo alla terra caduto;

Anci pur stima e rendesi certano,

Che qualche caso strano intervenuto

A quel gigante, fuor d’ogni pensata,

Sia stato la cagion di tal cascata.

 

11.

Onde se pensa lui mo d’acquistare

Di quella giostra il trà¯onfale onore;

E per voler più bella mostra fare,

Con pompa grande e con molto valore,

Undeci conti seco fece armare,

Ché di sua casa n’avea tratto il fiore.

Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo

Fa molta scusa del suo gionger tardo.

 

12.

O s’ o no che Carlo l’accettasse,

Io nol so dir; pur gli fe’ bona ciera.

Parme che Gano ad Astolfo mandasse;

Poi che non gli è pagano alla frontera,

Che la giostra tra lor se terminasse;

Perché, essendo valente come egli era,

Dovea agradir quante più gente vano

A riscontrarlo, per gettarli al piano.

 

13.

Astolfo, che è parlante di natura,

Diceva al messo: – Va, rispondi a Gano:

Tra un Saracino e lui non pongo cura,

Ché sempre il stimai peggio che pagano,

De Dio nimico e d’ogni creatura,

Traditor, falso, eretico e villano.

Venga a sua posta, ch’io il stimo assai meno

Che un sacconaccio di letame pieno. –

 

14.

Il conte Gano che ode quella ingiuria,

Nulla risponde; ma tutto fellone

Verso de Astolfo se ne va con furia;

E fra se stesso diceva: Giottone!

Io te farò di zanze aver penuria.”

Ben se crede gettarlo dello arcione,

Perché ciò far non gli era cosa nova,

Ed altre volte avea fatto la prova.

 

15.

Or non andò come si crede il fatto:

Gano le spalle alla terra mettia.

Macario dopo lui si mosse ratto,

E fe’, cadendo, a Gano compagnia.

– Potrebbe fare Iddio, che questo matto –

Diceva Pinabello – a cotal via

Vergogna tutta casa di Magancia? –

Cos’ dicendo arresta la sua lancia.

 

16.

Questo ancor cadde con molta tempesta.

Non dimandar se Astolfo si dimena,

Forte gridando: – Maledetta gesta,

Tutti alla fila vi getto a l’arena. –

Conte Smiriglio una grossa asta arresta,

Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,

Che fo portato per piede e per mano.

Oh quanto se lamenta il conte Gano!

 

17.

Questo surgendo, diceva Falcone:

– Ha la fortuna in sé tanta nequizia?

Può farlo il celo che questo buffone

Oggi ce abbatta tutti con tristizia? –

Nascosamente sopra dello arcione

Legar si fece con molta malizia,

E poi ne viene Astolfo a ritrovare:

Legato è in sella, e già  non può cascare.

 

18.

Proprio alla vista il duca l’incontrava,

Ed hallo in tal maniera sbarattato,

Che ora da un canto, or da l’altro pigava,

S’ come al tutto de vita passato.

Ogni omo attende se per terra andava.

Alcun se avidde che gli era legato,

Unde levosse subito il rumore:

– Dà gli, ché gli è legato il traditore. –

 

19.

Fu via menato con molta vergogna

De tutti e suoi, e con suo gran tormento.

Non vi vo’ dir se ‘l conte Gano agogna.

Astolfo crida con molto ardimento:

– Venga chi và´l ch’io gli gratti la rogna,

E legase pur ben, ch’io son contento;

Perché legato, senza alcuna briga,

Meglio che sciolto, il paccio si castiga. –

 

20.

Anselmo della Ripa, il falso conte,

Nella sua mente avea fatto pensieri

Di vendicarse a inganno di tante onte:

Che, come Astolfo colpisce primeri,

Esso improviso riscontrarlo a fronte.

A lui davanti va il conte Raineri,

Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:

Credese ben mandare Astolfo a valle.

 

21.

Astolfo con Raineri è riscontrato.

A gambe aperte il trasse dello arcione;

E non essendo ancor ben rassettato

Pel colpo fatto, s’ come è ragione,

Anselmo de improviso l’ha trovato,

Con falso inganno e molta tradigione,

Avvengaché s’ fece quel malvaso,

Che non apparve voluntà , ma caso.

 

22.

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;

Sopra la sabbia distese la schena.

Pensati voi se ne fo doloroso:

Ché, come in piedi fu dricciato apena,

Trasse la spada irato e disdegnoso,

E quella intorno fulminando mena

Contra di Gano e di tutta sua gesta.

Gionse a Grifone, e dà gli in su la testa.

 

23.

Da morte il campò l’elmo acciarino.

Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,

Perché Gaino, Macario ed Ugolino

Adosso a Astolfo con l’arme se caccia.

Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino

Di darli aiuto ciascun se procaccia;

Di qua, di là  se ingrossa più la gente.

Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

 

24.

Dando gran bastonate a questo e quello,

Che a più di trenta ne ruppe la testa.

– Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,

Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? –

Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,

Né di menar per questo il baron resta.

Ciascun fa largo a l’alto imperatore,

O li fugge davanti, o fagli onore.

 

25.

Dicea lui a Gano: – Ahimè! che cosa è questa? –

Dicea ad Astolfo: – Or diessi cos’ fare? –

Ma quel Grifon che avea rotta la testa,

Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,

E con voce angosciosa, alta e molesta,

– Iustizia! – forte comincia a cridare

– Iustizia, segnor mio, magno e preziato,

Ch’io sono in tua presenzia assassinato.

 

26.

Sappi, segnor, da tutta questa gente,

Ch’io te ne prego, come il fatto è andato;

E, stu ritrovi che primeramente

Fosse lo Anglese da mi molestato,

Chiamomi il torto, e stommi pacà¯ente:

Su questa piazza voglio esser squartato.

Ma se il contrario sua ragione agreva,

Fa che ritorni il male onde se leva. –

 

27.

Astolfo era per ira in tanto errore,

Che non stima de Carlo la presenza;

Anci diceva: – Falso traditore,

Che sei ben nato da quella semenza!

Io te trarò del petto fora il core,

In prima che de qui facciam partenza. –

Dicea Grifone a lui: – Temote poco,

Quando seremo fuor di questo loco.

 

28.

Ma qui me sottometto alla ragione,

Per non far disonore al segnor mio. –

Segue il duca dicendo: – Can felone,

Ladro, ribaldo, maledetto e rio. –

Turbosse ne la faccia il re Carlone,

Dicendo: – Astolfo, per lo vero Iddio,

Se non te adusi a parlar più cortese,

Farotte costumato alle tue spese. –

 

29.

Astolfo al re non attende de niente,

Sempre parlando con più vilania,

Come colui che offeso è veramente,

Avvengaché altri ciò non intendia.

Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,

Per mala sorte inanti gli ven’a.

Più non se puote Astolfo contenire,

Ma con la spada quel corse a ferire.

 

30.

E certamente ben l’arebbe morto,

Se non l’avesse il re Carlo diffeso.

Or dà  ciascuno ad Astolfo gran torto,

E volse lo imperier ch’el fusse preso,

E subito al castello a furia scorto.

Nella pregion portato fu di peso,

Dove di sua pacc’a buon frutto tolse,

Perché vi stette assai più che non volse.

 

31.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene

A rispetto de’ tre altri inamorati,

Che senton per Angelica tal pene,

Né giorno o notte son mai riposati.

Ciascun di lor diverso camin tiene,

E già  son tutti in Ardena arivati.

Prima vi giunse il principe gagliardo,

Merc’è de’ sproni del destrier Bagliardo.

 

32.

Dentro alla selva il barone amoroso

Guardando intorno se mette a cercare:

Vede un boschetto d’arboselli ombroso,

Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.

Preso alla vista del loco zoioso,

In quel subitamente ebbe ad intrare,

Dove nel mezo vide una fontana,

Non fabricata mai per arte umana.

 

33.

Questa fontana tutta è lavorata

De un alabastro candido e polito,

E d’à´r s’ riccamente era adornata,

Che rendea lume nel prato fiorito.

Merlin fu quel che l’ebbe edificata,

Perché Tristano, il cavalliero ardito,

Bevendo a quella lasci la regina,

Che fu cagione al fin di sua ruina.

 

34.

Tristano isventurato, per sciagura

A quella fonte mai non è arivato,

Benché più volte andasse alla ventura,

E quel paese tutto abbia cercato.

Questa fontana avea cotal natura,

Che ciascun cavalliero inamorato,

Bevendo a quella, amor da sé cacciava,

Avendo in odio quella che egli amava.

 

35.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,

Quando fu giunto alla fiorita riva

Pien di sudore il principe Ranaldo;

Ed invitato da quell’acqua viva

Del suo Baiardo dismonta di saldo,

E de sete e de amor tutto se priva;

Perché, bevendo quel freddo liquore,

Cangiosse tutto l’amoroso core.

 

36

E seco stesso pensa la viltade

Che sia a seguire una cosa s’ vana;

Né aprezia tanto più quella beltade,

Ch’egli estimava prima più che umana,

Anci del tutto del pensier li cade;

Tanto è la forza de quella acqua strana!

E tanto nel voler se tramutava,

Che già  del tutto Angelica odà¯ava.

 

37.

Fuor della selva con la mente altiera

Ritorna quel guerrer senza paura.

Cos’ pensoso, gionse a una riviera

De un’acqua viva, cristallina e pura.

Tutti li fior che mostra primavera,

Avea quivi depinto la natura;

E faceano ombra sopra a quella riva

Un faggio, un pino ed una verde oliva.

 

38.

Questa era la rivera dello amore.

Già  non avea Merlin questa incantata;

Ma per la sua natura quel liquore

Torna la mente incesa e inamorata.

Più cavallieri antiqui per errore

Quella unda maledetta avean gustata;

Non la gustò Ranaldo, come odete,

Però che al fonte se ha tratto la sete.

 

39.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo

Destina quivi alquanto riposare;

E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,

Pascendo intorno al prato il lascia andare.

Esso alla ripa senz’altro riguardo

Nella fresca ombra s’ebbe adormentare.

Dorme il barone, e nulla se sentiva;

Ecco ventura che sopra gli ariva.

 

40.

Angelica, dapoi che fu partita

Dalla battaglia orribile ed acerba,

Gionse a quel fiume, e la sete la invita

Di bere alquanto, e dismonta ne l’erba.

Or nova cosa che averite odita!

Ché Amor và´l castigar questa superba.

Veggendo quel baron nei fior disteso,

Fu il cor di lei subitamente acceso.

 

41.

Nel pino atacca il bianco palafreno,

E verso di Ranaldo se avicina.

Guardando il cavallier tutta vien meno,

Né sa pigliar partito la meschina.

Era dintorno al prato tutto pieno

Di bianchi gigli e di rose di spina;

Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,

E danne in viso al sir de Montealbano.

 

42.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,

E la donzella ha sopra a sé veduta,

Che salutando l’ha molto onorato.

Lui ne la faccia subito se muta,

E prestamente nello arcion montato

Il parlar dolce di colei rifiuta.

Fugge nel bosco per gli arbori spesso:

Lei monta il palafreno e segue apresso.

 

43.

E seguitando drieto li ragiona:

– Ahi franco cavalier, non me fuggire!

Ché t’amo assai più che la mia persona,

E tu per guidardon me fai morire!

Già  non sono io Ginamo di Baiona,

Che nella selva ti venne assalire,

Non son Macario, o Gaino il traditore;

Anci odio tutti questi per tuo amore.

 

44.

Io te amo più che la mia vita assai,

E tu me fuggi tanto disdignoso?

Vòltati almanco, e guarda quel che fai,

Se ‘l viso mio ti die’ far pauroso,

Che con tanta ruina te ne vai

Per questo loco oscuro e periglioso.

Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!

Contenta son più tarda a te seguire.

 

45.

Che se per mia cagion qualche sciagura

Te intravenisse, o pur al tuo destriero,

Ser’a mia vita sempre acerba e dura,

Se sempre viver mi fosse mistiero.

Deh volta un poco indrieto, e poni cura

Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!

Non merta la mia etade esser fuggita,

Anci, quando io fuggessi, esser segu’ta. –

 

46.

Queste e molte altre più dolci parole

La damigella va gettando invano.

Bagliardo fuor del bosco par che vole,

Ed escegli de vista per quel piano.

Or chi saprà  mai dir come si dole

La meschinella e batte mano a mano?

Dirottamente piange, e con mal fiele

Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

 

47.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,

Parlando in voce colma di pietate.

Chi avria creduto mai che quel bel volto –

Dicea lei – fosse senza umanitate?

Già  non me ha il cor amor fatto s’ stolto

Ch’io non cognosca che mia qualitate

Non se convene a Ranaldo pregiato;

Pur non die’ sdegnar lui de essere amato.

 

48.

Or non doveva almanco comportare

Ch’io il potessi vedere in viso un poco,

Ché forse alquanto potea mitigare,

A lui mirando, lo amoroso foco?

Ben vedo che a ragion nol debbo amare;

Ma dove è amor, ragion non trova loco,

Per che crudel, villano e duro il chiamo;

Ma sia quel che si và´le, io cos’ l’amo.”

 

49.

E cos’ lamentando ebbe voltata

Verso il faggio la vista lacrimosa:

– Beati fior, – dicendo – erba beata,

Che toccasti la faccia grazà¯osa,

Quanta invidia vi porto a questa fiata!

Oh quanto è vostra sorte aventurosa

Più della mia! Che mo torria a morire,

Se sopra lui me dovesse venire. –

 

50.

Con tal parole il bianco palafreno

Dismonta al prato la donzella vaga,

E dove giacque Ranaldo sereno,

Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,

Cos’ stimando il gran foco far meno;

Ma più se accende l’amorosa piaga.

A lei pur par che manco doglia senta

Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

 

51.

Segnori, io so che vi meravigliati

Che ‘l re Gradasso non sia gionto ancora

In tanto tempo; ma vo’ che sappiati

Che più tre giorni non faran dimora.

Già  sono in Spagna i navigli arrivati.

Ma non vo’ ragionar de esso per ora,

Ché prima vo’ contar ciò che è avvenuto

De’ nostri erranti, e pria de Feraguto.

 

52.

Il giovanetto per quel bosco andava,

Acceso nella mente a dismisura;

Amore ed ira il petto gli infiammava.

Lui più sua vita una paglia non cura,

Se quella bella donna non trovava,

O l’Argalia dalla forte armatura;

Ché assai sua pena gli era men dispetta,

Quando con lui potesse far vendetta.

 

53.

E cavalcando con questo pensiero,

Guardandose de intorno tuttavia,

Vede dormire a l’ombra un cavalliero,

E ben cognosce ch’egli è l’Argalia.

Ad un faggio è legato il suo destriero.

Feragù prestamente il dissolvia,

Indi con fronde lo batte e minaccia,

E per la selva in abandono il caccia.

 

54.

E poi fu presto in terra dismontato,

E sotto un verde lauro ben se assetta,

Al quale aveva il suo destrier legato,

E che Argalia se svegli, attento aspetta;

Avvengaché quello animo infiammato

Male indugiava a far la sua vendetta;

Ma pur tra sé la collera rod’a,

Parendoli il svegliarlo vilania.

 

55.

Ma in poco d’ora quel guerrer fu desto,

E vede che fuggito è il suo destriero.

Ora pensati quanto gli è molesto,

Poi che de andare a piè gli era mestiero.

Ma Feraguto a levarse fu presto,

E disse: – Non pensare, o cavalliero,

Ché qui convien morire o tu, o io:

Di quei che campa serà  il destrier mio.

 

56.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza

Di potere altra volta via fuggire;

S’ che col petto mostra tua possanza,

Ché nelle spalle non dimora ardire.

Tu me fuggesti e facesti mancanza,

Ma ben mi spero fartene pentire.

Esser gagliardo e diffenderti bene,

Se non, lassar la vita te conviene. –

 

57.

Diceva l’Argalia: – Scusa non faccio,

Che ‘l mio fuggir non fosse mancamento;

Ma questa man ti giuro, e questo braccio,

E questo cor che nel petto mi sento,

Ch’io non fuggiti per battaglia saccio,

Né doglia, né stracchezza, né spavento,

Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere

Per far a mia sorella quel piacere.

 

58.

S’ che prendila pur come ti piace,

Che a te sono io bastante in ogni lato.

Sia a tuo piacere la guerra e la pace,

Che sai ben che altra volta io te ho anasato. –

Cos’ parlava il giovanetto audace;

Ma Feraguto non è dimorato,

Forte cridando con voce de ardire:

– Da me ti guarda! – e vennelo a ferire.

 

59.

L’un contra l’altro de’ baron se mosse,

Con forza grande e molta maistria.

Il menar delle spade e le percosse

Presso che un miglio nel bosco se od’a.

Or l’Argalia nel salto se riscosse,

Con la spada alta quanto più potia,

Fra sé dicendo: Io nol posso ferire,

Ma tramortito a terra il farò gire.”

 

60.

Menando il colpo l’Argalia minaccia,

Che certamente l’averia stordito;

Ma Feraguto adosso a lui se caccia,

E l’un con l’altro presto fu gremito.

Più forte è lo Argalia molto di braccia,

Più destro è Feraguto e più espedito.

Or alla fin, non pur cos’ di botto,

Feragù l’Argalia messe di sotto.

 

61.

Ma come quel che avea possanza molta,

Tenendo Feragù forte abracciato

Cos’ per terra di sopra se volta,

Battelo in fronte col guanto ferrato.

Ma Feragù la daga avea in man tolta,

E sotto al loco dove non è armato,

Per l’anguinaglia li passò al gallone.

Ah, Dio del cel, che gran compassà¯one!

 

62.

Ché se quel giovanetto aveva vita,

Non ser’a stata persona più franca,

Né di tal forza, né cotanto ardita:

Altro che nostra Fede a quel non manca.

Or vede lui che sua vita ne è gita;

E con voce angosciosa e molto stanca

Rivolto a Feragù disse: – Un sol dono

Voglio da te, dapoi che morto sono.

 

63.

Ciò te dimando per cavalleria:

Baron cortese, non me lo negare!

Che me con tutta l’armatura mia

Dentro d’un fiume tu debbi gettare,

Perché io son certo che poi si diria,

Quando altro avesse queste arme a provare:

Vil cavallier fu questo e senza ardire,

Che cos’ armato se lasciò morire. –

 

64.

Piangea con tal pietate Feraguto,

Che parea un giaccio posto al caldo sole,

E disse a l’Argalia: – Baron compiuto,

Sappialo Iddio di te quanto mi dole.

Il caso doloroso è intravenuto:

Sia quel che ‘l celo e la fortuna và´le.

Io feci questa guerra sol per gloria:

Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

 

65.

Ma ben di questo te faccio contento:

A te prometto sopra la mia Fede,

Che andarà  il tuo volere a compimento,

E se altro posso far, comanda e chiede.

Ma perch’io sono in mezo al tenimento

De’ Cristà¯ani, come ciascun vede,

E sto in periglio, s’io son cognosciuto,

Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

 

66.

Per quattro giorni l’elmo tuo mi presta,

Che poi lo gettarò senza mentire. –

Lo Argalia già  morendo alcia la testa,

E parve alla dimanda consentire.

Qui stette Ferragù ne la foresta

Sin che quello ebbe sua vita a finire;

E poi che vide che al tutto era morto,

In braccio il prende quel barone acorto.

 

67.

Subito il capo gli ebbe disarmato,

Tuttor piangendo, l’ardito guerrero:

E lui quello elmo in testa se ha allacciato,

Troncando prima via tutto il cimero.

E poi che sopra al caval fu montato,

Col morto in braccio va per un sentiero

Che dritto alla fiumana il conducia;

A quella giunto, getta l’Argalia.

 

68.

E stato un poco quivi a rimirare,

Pensoso per la ripa se è aviato.

Or vogliovi de Orlando racontare,

Che quel deserto tutto avea cercato,

E non poteva Angelica trovare;

Ma crucioso oltra modo e disperato,

E biastemando la fortuna fella,

Apunto giunse dove è la donzella.

 

69.

La qual dormiva in atto tanto adorno,

Che pensar non si può, non che io lo scriva.

Parea che l’erba a lei fiorisse intorno,

E de amor ragionasse quella riva.

Quante sono ora belle, e quante fà´rno

Nel tempo che bellezza più fioriva,

Tal sarebbon con lei, qual esser suole

L’altre stelle a Dà¯ana, o lei col sole.

 

70.

Il conte stava s’ attento a mirarla,

Che sembrava omo de vita diviso,

E non attenta ponto di svegliarla;

Ma fiso riguardando nel bel viso

In bassa voce con se stesso parla:

Sono ora quivi, o sono in paradiso?

Io pur la vedo, e non è ver nà¯ente,

Però ch’io sogno e dormo veramente.”

 

71.

Cos’ mirando quella se diletta

Il franco conte, ragionando in vano.

Oh quanto sé a battaglia meglio assetta

Che d’amar donne quel baron soprano!

Perché qual’unche ha tempo, e tempo aspetta,

Spesso se trova vota aver la mano:

Come al presente a lui venne a incontrare,

Che perse un gran piacer per aspettare.

 

72.

Però che Feraguto caminando

Dietro alla riva in sul prato giongia,

E quando quivi vede il conte Orlando,

Avvengaché per lui nol cognoscia,

Assai fra sé si vien meravigliando.

Poi vede la donzella che dormia:

Ben prestamente l’ebbe cognosciuta;

Tutto nel viso e nel pensier se muta.

 

73.

Certo se crede lui, senza mancanza,

Che ‘l cavallier se stia l’ per guardarla;

Unde con voce di molta arroganza,

A lui rivolto, subito gli parla:

– Questa prima fu mia che la tua manza,

Però delibra al tutto de lasciarla.

Lasciar la dama o la vita con pene,

O a mi tuorla al tutto ti conviene. –

 

74.

Orlando che nel petto se rod’a

Vedendo sua ventura disturbare,

Dicea: – Deh! cavallier, va alla tua via,

E non voler del mal giorno cercare,

Perché io te giuro per la fede mia,

Che mai alcun non volsi ingiurà¯are,

Ma il tuo star qui me offende tanto forte,

Che forza mi serà  darti la morte. –

 

75.

– O tu, o io si converrà  partire,

Per quel ch’io odo, adunque, d’esto loco;

Ma io te acerto ch’io non me vuo’ gire,

E tu non li potrai star più s’ poco,

Che te farò s’ forte sbigotire,

Che se dinanzi ti trovasti un foco,

Dentro da quel serai da me fuggito. –

Cos’ parlava Feraguto ardito.

 

76.

Il conte se è turbato oltra misura,

E nel viso di sangue se è avampato.

– Io sono Orlando, e non aggio paura

Se ‘l mondo fosse tutto quanto armato;

E di te tengo cos’ poca cura

Come de un fanciullino adesso nato,

Vil ribaldello, figlio de puttana! –

Cos’ dicendo trasse Durindana.

 

77.

Or se incomincia la maggior battaglia

Che mai più fosse tra duo cavallieri.

L’arme de’ duo baroni a maglia a maglia

Cadean troncate da quei brandi fieri.

Ciascun presto spacciarse si travaglia,

Perché vedean che li facea mistieri;

Ché, come la fanciulla se svegliava,

Sua forza in vano poi se adoperava.

 

78.

Ma in questo tempo se fu risentita

La damigella da il viso sereno;

E grandemente se fu sbigotita,

Veggendo il prato de arme tutto pieno,

E la battaglia orribile e infinita.

Subitamente piglia il palafreno,

E via fuggendo va per la foresta.

Alora Orlando de ferir se arresta.

 

79.

E dice: – Cavallier, per cortesia

Indugia la battaglia nel presente,

E lasciami seguir la dama mia,

Ch’io ti serò tenuto al mio vivente;

E certo io stimo che sia gran fol’a

Far cotal guerra insieme per nà¯ente.

Colei ne è gita, che ci fa ferire:

Lascia, per Dio! ch’io la possa seguire. –

 

80.

– Non, non, – rispose crollando la testa

Lo ardito Ferragù – non gli pensare.

Stu và´i che la battaglia tra nui resta,

Convienti quella dama abandonare.

Io te fo certo che in questa foresta

Un sol de noi la converrà  cercare;

E s’io te vinco, serà  mio mestiero:

Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. –

 

81.

– Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, –

Rispose Orlando – per lo Dio beato! –

Ora se fece la crudel baruffa,

Come ne l’altro canto avrò contato:

Vedrete come l’un l’altro ribuffa.

Più che mai fosse, Orlando era turbato;

Di Feraguto non dico nà¯ente,

Che mai non fu senza ira al suo vivente.

 

 

CANTO QUARTO

 

1.

L’altro cantar vi contò la travaglia

Che fu tra’ duo baroni incominciata;

E forse un altro par di tanta vaglia

Non vede il sol che ha la terra cercata.

Orlando con alcun mai fe’ battaglia

Che al terzo giorno gli avesse durata,

Se non sol duo, per quanto abbia saputo:

L’un fu don Chiaro, e l’altro Feraguto.

 

2.

Or se tornano insieme ad afrontare,

Con vista orrenda e minacciante sguardo.

Ogniun di lor più se ha a meravigliare

De aver trovato un baron s’ gagliardo.

Prima credea ciascun non aver pare;

Ma quando l’uno a l’altro fa riguardo,

Iudica ben e vede per certanza

Che non v’è gran vantaggio di possanza.

 

3.

E cominciarno il dispietato gioco,

Ferendose tra lor con crudeltate.

Le spade ad ogni colpo gettan foco,

Rotti hanno i scudi e l’arme dispezzate;

E ciascadun di loro a poco a poco

Ambe le braccie se avean disarmate.

Non pà´n tagliarle per la fatasone,

Ma di color l’han fatte di carbone.

 

4.

Cos’ le cose tra quei duo ne vano,

Né v’è speranza de vittoria certa.

Eccoti una donzella per il piano,

Che de samito negro era coperta.

La faccia bella se battia con mano;

Dicea piangendo: – Misera! diserta!

Qual omo, qual Iddio me darà  aiuto,

Che in questa selva io truovi Feraguto? –

 

5.

E come vide li duo cavallieri,

Col palafreno in mezo fu venuta.

Ciascun di lor contiene il suo destrieri;

Essa con riverenzia li saluta,

E disse a Orlando: – Cortese guerrieri,

A benché tu non m’abbi cognosciuta,

Né io te cognosco, per mercè te prego

Che alla dimanda mia non facci nego.

 

6.

Quel ch’io te chiedo si è che la battaglia

Sia mo compiuta, c’hai con Feraguto,

Perch’io mi trovo in una gran travaglia,

Né me è mestier d’altrui sperare aiuto.

Se la fortuna mai vorà  ch’io vaglia,

Forse che un tempo ancor serà  venuto

Che di tal cosa te renderò merto.

Giamai nol scordarò: questo tien certo. –

 

7.

Il conte a lei rispose: – Io son contento,

(Come colui che è pien di cortesia),

E se de oprarme te viene in talento,

Io te offerisco la persona mia;

Né me manca per questo valimento.

Abenché Feragù forse non sia,

Nulla di manco per questo mistiero

Farò quel che alcun altro cavalliero. –

 

8.

La damisella ad Orlando se inchina,

E volta a Feragù disse: – Barone,

Non me cognosci ch’io son Fiordespina?

Tu fai battaglia con questo campione,

E la tua patria va tutta in ruina;

Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;

Arsa è Valenza e disfatta Aragona,

Ed è lo assedio intorno a Barcellona.

 

9.

Uno alto re, che è nomato Gradasso;

Qual signoreggia tutta Sericana,

Con infinita gente ha fatto il passo

Contra al re Carlo e la gente pagana.

Cristiani e Saracin mena a fracasso,

Né tregua o pace và´l con gente umana.

Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;

Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

 

10.

Il re Marsilio a te solo è rivolto,

E te piangendo solamente noma;

Io vidi il vecchio re battersi il volto,

E trar del capo la canuta chioma.

Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,

E il superbo Gradasso vinci e doma.

Mai non avesti e non avrai vittoria

Che più de ora te acquisti fama e gloria. –

 

11.

Molto fu stupefatto il Saracino,

Come colui che ascolta cosa nova;

E volto a Orlando disse: – Paladino,

Un’altra volta farem nostra prova.

Ma ben te giuro per Macon divino

Che alcun simile a te non se ritrova;

E se io te vinco, io non te mi nascondo,

Ardisco a dir ch’io sono il fior del mondo. –

 

12.

Or se parton d’ensieme i cavallieri;

Orlando se dricciò verso Levante,

Ché tutto il suo disire e il suo pensieri

è di seguir de Angelica le piante;

Ma gran fatica li farà  mestieri,

Perché, come se tolse a lor davante

La damigella, per necromanzia

Portata fu, che alcun non la vedia.

 

13.

Va Feraguto con molto ardimento

Per quella selva menando fracasso,

Ché ciascuna ora li parea ben cento

Di ritrovarse a fronte con Gradasso;

Però ne andava ratto come un vento.

Ma il ragionar di lui ora vi lasso,

E tornar voglio a Carlo imperatore,

Che della Spagna sente quel rumore.

 

14.

Il suo consiglio fece radunare:

Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;

E disse loro: – Io odo ragionare,

Che, quando egli arde il muro a noi vicino,

De nostra casa debbiam dubitare.

Dico che, se Marsilio è saracino,

Ciò non attendo; egli è nostro cognato,

Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

 

15.

Ed è nostro parere e nostra intenza

Che si li dona aiuto ad ogni modo,

Contra alla estrema ed orribil potenza

Del re Gradasso, il qual, s’ come io odo,

Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,

Né della Spagna sta contento al sodo.

Ben potemo saper che per nà¯ente

Non fa per noi vicin tanto potente.

 

16.

Vogliamo adunque per nostra salute

Mandar cinquanta millia cavallieri;

E cognoscendo l’inclita virtute

Del pro’ Ranaldo, e come è buon guerrieri,

Nostro parer non vogliam che si mute,

Ché a megliorarlo non faria mestieri:

In questa impresa nostro capitano

Sia generale il sir di Montealbano.

 

17.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,

Linguadoca e Guascogna a governare,

Mentre che durarà  questa tenzone;

E quei segnor con lui debbiano andare. –

Cos’ dicendo, gli porge il bastone.

Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,

Dicendo: – Forzaromme, alto segnore,

Di farme degno di cotanto onore. –

 

18.

Egli avea pien di lacrime la faccia

Per allegrezza, e più non può parlare;

Lo imperator strettamente lo abbraccia,

E dice: – Figlio, io ti vo’ racordare

Ch’io pono il regno mio nelle tue braccia,

Il quale è in tutto per pericolare.

Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:

Il stato mio a te lo racomando. –

 

19.

Questo li disse ne l’orecchia piano.

Ciascun se va con Ranaldo allegrare:

Ivone ed Angelin, che con lui vano,

E gli altri ancor, che seco hanno a passare.

Ranaldo a tutti con parlare umano

Proferir si sapeva e ringraziare.

Subitamente se pose in và¯aggio,

E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

 

20.

Ciascun bon cavallier, ch’è di guerra uso,

Segue Ranaldo e la Francia abandona.

Montano l’alpe, sempre andando in suso,

E già  vedon fumar tutta Aragona.

Essi vargarno al passo del Pertuso,

In poco tempo gionsero a Sirona.

Il re Marsilio quivi era fermato;

Grandonio in Barcelona avea mandato,

 

21.

Per riparare al tenebroso assedio,

Benché si creda non poter giovare,

Né lui sa imaginare alcun remedio,

Che non convenga il regno abandonare;

E per malanconia e molto atedio

Sol se ne sta, né si lascia parlare.

Ora ad un tempo li viene lo aiuto

Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

 

22.

Era con lui già  prima Serpentino,

Isoliere e Spinella e il re Morgante,

E Matalista, il franco Saracino,

Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.

Ogni altro baron grande e piccolino,

Che al re Marsilio obediva davante,

Coi fratel Balugante e Falsirone,

Tutti son morti, o son nella pregione.

 

23.

Imperoché Gradasso smisurato,

Da poi che se part’ de Sericana,

Tutto il mar de India avea conquistato,

E quella isola grande Taprobana,

La Persia con la Arabia l’ da lato,

Terra de’ negri, che è tanto lontana;

E mezo il mondo ha circuito in mare,

Pria che ‘l stretto di Spagna abbia intrare.

 

24.

E tanta gente avea seco adunata,

E tanti re, che adesso non vi naro,

Che più non ne fu insieme alcuna fiata.

Discese in terra, e prese Zibeltaro,

Arse e disfece il regno di Granata;

Sibilia né Toledo fier’ riparo.

Venne dapoi a Valenzia meschina;

Con Aragona la pose in ruina.

 

25.

S’ come io dissi, aveva in sua pregione

Ogni baron che a Marsilio obedia,

Tratti coloro de cui fei ragione,

Che dentro da Sirona seco avia,

E de Grandonio, che in opinà¯one

De esser ben presto preso se vedia:

Ché Barcellona da sera a matina

è combattuta, e mai non se rafina.

 

26.

Ora tornamo al re Marsilà¯one,

Che riceve Ranaldo a grande onore,

E molto ne ringrazia il re Carlone.

Ma Feraguto bacia con amore,

Dicendo: – Figlio, io tengo opinà¯one

Che la tua forza e l’alto tuo valore

Abbatterà  Gradasso, quel malegno,

A noi servando il nostro antiquo regno. –

 

27.

Ordine dasse, che il giorno seguente

Se debba verso Barcellona andare,

Perché Grandonio continuamente

Con foco aiuto aveva a dimandare.

Cos’ fà´rno ordinate incontinente

Le schiere, e chi le avesse a governare.

La prima che se parte al matutino,

Guida Spinella e il franco Serpentino.

 

28.

Vinti millia guerreri è questa schiera.

Segue Ranaldo, il franco combattente:

Cinquanta millia sotto sua bandiera.

Matalista vien drieto e il re Morgante,

Con trenta millia di sua gente fiera;

Ed Isolier da poi con lo Amirante,

Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto

Trenta milliara mena Feraguto.

 

29.

Il re Marsilio l’ultima guidava,

Cinquanta millia de bella brigata.

Ciascuna schiera in ordine ne andava,

L’una da l’altra alquanto separata.

Era il sol chiaro e a l’à´ra sventillava

Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;

S’ che al calar del monte fà´r vedute

Dal re Gradasso, e da’ soi cognosciute.

 

30.

Quattro re chiama, e lor cos’ ragiona:

– Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,

Combattete alle mura Barcellona,

E questo giorno ponitele a terra.

Non vi rimanga viva una persona;

E quel Grandonio che fa tanta guerra,

Io voglio averlo vivo nelle mane

Per farlo far battaglia col mio cane. –

 

31.

Questi son de India sopra nominati.

Di negra gente seco ne avean tanti,

Quanti mai non seriano annumerati:

Ed oltra a questo duo millia elefanti,

Di torre e di castella tutti armati.

Ora Gradasso fa venirse avanti

Un gran gigante, re di Taprobana,

Che ha una giraffa sotto per alfana.

 

32.

Più brutta cosa non se vide mai

Che ‘l viso di quel re, che ha nome Alfrera.

A lui disse Gradasso: – Ne anderai,

Fa che me arrechi la prima bandiera;

Tutta la gente mena, quanta n’hai. –

E poi, rivolto con la faccia altiera

Al re de Arabia, che gli è l’ da lato,

(Faraldo è quel robusto nominato),

 

33.

A questo re comanda a mano a mano

Che gli meni Ranaldo per presone,

E la bandiera del re Carlo Mano:

– Ma guarda che non scampi il suo ronzone

Ch’io te faria impiccar come un villano;

Ché quel cavallo è stato la cagione

Che me ha fatto partir de Sericana,

Per aver quello e insieme Durindana. –

 

34.

Al re di Persia fa comandamento

Che prenda Matalista e il re Morgante:

Framarte è questo, il re di valimento.

Ecco il re di Macrobia, ch’è gigante,

Che tutto negro è come un carbon spento:

Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.

Destrier non ha, ma sempre va pedone

Questo gigante, ed ha nome Orà¯one.

 

35.

Re de Età¯opia fu un gigante arguto,

Che quasi un palmo avea la bocca grossa.

Davanti al re Gradasso fu venuto

(Balorza ha nome quel c’ha tanta possa);

Comandagli che prenda Feraguto.

Ultimamente pone alla riscossa

Li Sericani ed ogni suo barone:

Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

 

36.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,

Che sopra al campo vengono arivare,

Vedendo il piano de sotto patente,

Che è pien de omini armati insino al mare.

E’ non credeano già  primeramente

Che tanta gente potesse adunare

Il mondo tutto, quanto è quivi unita;

Né la posson stimar, perché è infinita.

 

37.

L’un campo a l’altro più se fa vicino,

Ché le bandiere a l’incontro se vano.

Ciascun dalle due parte è saracino,

Fuor che la gente del re Carlo Mano.

Spinella de Altamonte e Serpentino

Con la lor schiera son gionti nel piano;

Levasi il crido de una e d’altra gente,

Che par che il cel profondi veramente.

 

38.

Risuona il monte e tutta la rivera

Di trombe, di tamburi e d’altre voce.

Serpentin sta davanti alla frontera,

Sopra a corsier terribile e veloce.

Ora si move il gran gigante Alfrera:

Cosa non fu giamai tanto feroce,

Quanto è colui, che trenta piedi è altano

Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

 

39.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:

Tre palmi volge intorno per misura.

Serpentin contra lui va di rondone

Con l’asta a resta, e già  non ha paura.

Fer’ il gigante e ruppe il suo troncone;

Ma quella contrafatta creatura

Ha con tal forcia Serpentin ferito,

Che lo distese in terra tramortito.

 

40.

Nulla ne cura e lascialo disteso;

Con la zirafa passa entro la schiera.

Trova Spinella, e nel braccio l’ha preso;

Via nel portò, come cosa leggiera.

Tutta la gente, di furore acceso,

Col baston batte, e branca la bandiera,

E quella al re Gradasso via mandone,

Insieme con Spinella, chi è prigione.

 

41.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata

In man de Ivone e del fratello Alardo,

E la battaglia avea tutta guardata,

E quanto il grande Alfrera era gagliardo.

Veggendo quella gente sbarattata,

Tempo non parve a lui de esser più tardo:

Manda a dire ad Alardo che si mova;

Lui con la lancia il gran gigante trova.

 

42.

Or che li potrà  far, che quel portava

Un coi’ di serpa sopra la coraccia?

Ma pur con tanta furia lo inscontrava,

Che la ziraffa e lui per terra caccia.

Poi tra la schiera Bagliardo voltava,

E ben de intorno con Fusberta spaccia.

Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;

Non vi fu a’ Saracini alcun riparo.

 

43.

Vanno per la campagna in abandono;

Rotta, stracciata fu la sua bandiera,

Benché dugento millia armati sono.

Or di terra si leva il forte Alfrera,

Più terribile assai ch’io non ragiono;

Ma poi che vide in volta la sua schera,

Con la ziraffa se messe a seguire,

Non so se per voltarli o per fuggire.

 

44.

Ranaldo è con lor sempre mescolato,

Ed a destra e sinistra il brando mena;

Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,

Le teste in l’elmi cadeno a l’arena.

Come un branco di capre disturbato,

Cotal Ranaldo avanti sé li mena:

Ora convien che ‘l faccia maggior prove,

Ché il re Faraldo la sua schiera move.

 

45.

Era quel re de Arabia incoronato,

E non aveva fin la sua possanza.

Or non può suo valore aver mostrato,

Perché Ranaldo de un contro di lanza

L’ha per il petto alle spalle passato.

Tocca Bagliardo, e con molta arroganza

Dà  tra gli Arabi, ché nulla li preza:

Con l’urto atterra e con la spada speza.

 

46.

Era però Ranaldo accompagnato,

Per le più volte, de assai buon guerreri;

Guizardo e Ricciardetto li era a lato,

E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;

Ed ora Serpentino era arivato,

Chi è risentito e tornato a destrieri.

Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;

De ogni bel colpo lui solo ha l’onore.

 

47.

Tutta la gente de li Arabi è in piega,

Gambili e dromendarii a terra vano;

Ranaldo li cacciò più de una lega.

Or vien Framarte, il gran re persà¯ano,

La sua bandiera d’oro al vento spiega,

Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.

Adosso a lui con la lancia se caccia;

Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

 

48.

Quel gran re cade morto alla pianura,

Fuggeno i suoi per la campagna aperta.

Ranaldo mena colpi a dismisura:

Non dimandar se ‘l frappa con Fusberta.

Ecco Orà¯one, la sozza figura;

Mai non fu visto cosa più deserta:

Negro fra tutti, e nulla porta indosso,

Ma la sua pelle è dura più che un osso.

 

49.

Venne il gigante nudo alla battaglia,

Uno arbor avea in mano il maledetto;

Tutta la schiera de’ Cristian sbaraglia,

Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.

Avea d’intorno a sé tanta canaglia,

Che per forza Ranaldo fu costretto

Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,

Per ritornar più stretto l’altra volta.

 

50.

Ma mentre con li altri se consiglia,

Ed halli il suo partito dimostrato,

E già  la lancia su la cossa piglia,

Giunse l’Alfrera, quello ismisurato,

Con tanta gente, che è una meraviglia.

Ed eccoti arivar da l’altro lato

L’alto Balorza; e tanta gente viene,

Che in ogni verso sette miglia tiene.

 

51.

Venian cridando con tanto rumore,

Che la terra tremava e il celo e il mare.

Ivone e Serpentino e ogni segnore

Dicean che aiuto si và´l domandare.

Dicea Ranaldo: – E’ non serebbe onore.

Voi vi potete adietro retirare:

Ed io soletto, come io son, mi vanto

Metter quel campo in rotta tutto quanto. –

 

52.

Né più parole disse il cavalliero,

Ma strenge i denti e tra color se caccia;

Rompe la lancia lo ardito guerriero,

Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,

Che aiuto de altri non li fa mestiero;

E con voce arrogante li minaccia:

– Via! populaccio vil, senza governo!

Che tutti ancòi vi metto nello inferno. –

 

53.

Il re Marsilio da il monte ha veduto

Movere a un tratto cotanta canaglia;

Per un suo messo dice a Ferraguto

Che ogni sua schiera meni alla battaglia.

Ranaldo già  de vista era perduto:

Lui tra la gente saracina taglia,

Tutta la sua persona è sanguinosa;

Mai non se vide più terribil cosa.

 

54.

Or si comincia la battaglia grossa.

A tutti Feraguto vien davante:

Giamai non fu pagan di tanta possa.

Isolier, Matalista e il re Morgante,

Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l’ossa.

L’Argalifa vien drieto e lo Amirante;

Prima entrato era Alardo e Serpentino,

Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

 

55.

Il re Balorza, con la faccia scura,

Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;

Combatte tutta fiata, e non ha cura

De aver nel braccio manco il giovanetto.

Ogniun ben de aiutarlo se procura,

Ma il gigante il porta al lor dispetto.

Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:

Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

 

56.

Il terribile Alfrera avea levato,

Al suo dispetto, Isolier dello arcione.

Feraguto li è sempre nel costato,

Né và´l che ‘l porta senza questà¯one.

Vero è che ‘l suo destriero è spaventato,

Né può accostarse con nulla ragione:

Per la ziraffa, lo animal diverso,

Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

 

57.

Il crudel Orà¯one alcun non piglia,

Ma con l’arbore occide molta gente,

E petto e faccia ha di sangue vermiglia;

Lancie, né spade non cura nà¯ente,

Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.

Ora tornamo a Ranaldo valente,

Che forte se conturba nello aspetto,

Perché Balorza porta Ricciardetto.

 

58.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,

Giamai nol mostrarà  il barone accorto;

Ché a Ricciardetto porta tanto amore,

Che per camparlo quasi ser’a morto.

Dente con dente batte a gran furore,

L’uno e l’altro occhio nella fronte ha torto.

Ma al presente io lascio sua battaglia,

Per ricontarvi un’altra gran travaglia.

 

59.

Io ve contai pur mo che in Barcellona

Stava Grandonio, e facea gran diffesa;

Come a quei de India e soi re de corona

Fo comandato che l’avesser presa.

Turpin di questa cosa assai ragiona,

Perché non fu giamai più cruda impresa.

Forte è la terra, intorno ben murata;

Or se è la gran battaglia incominciata.

 

60.

Da mezod’, dove la batte il mare,

Era ordinato un naviglio infinito;

Da terra gli elefanti hanno a menare,

Di torre e di beltresche ogniom guarnito.

Fanno quei Negri s’ gran saettare,

Che ciascun nella terra è sbigottito;

Ogni om s’asconde e fugge per paura,

Grandonio solo appar sopra alle mura.

 

61.

Comincia il crido orribile e diverso,

Ed alle mura s’accosta la gente.

Non è Grandonio già  per questo perso,

Ma se diffende nequitosamente;

Tira gran travi dritto ed a traverso;

Pezzi di torre e merli veramente,

Colonne integre lancia quel gigante;

Ad ogni colpo atterra uno elefante.

 

62.

E va d’intorno facendo gran passo,

Salta per tutto quasi in un momento;

Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,

Getta gran foco con molto spavento;

Perché la gente, che era gioso al basso,

Che e soi fatti vedea e suo ardimento,

Solfo gli dà nno con pegola accesa;

Lui tra’ la vampa fuora alla distesa.

 

63.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,

Che nella mente tutto se rodia;

Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,

Che se dispera e non trova la via.

Quel gran gigante sta l’ fermo e saldo,

E un gran baston di ferro in man ten’a;

Armato è tutto da capo alle piante,

E per destriero ha sotto uno elefante.

 

64.

Or non gli vale il furà¯oso assalto,

Non vale a quel barone esser gagliardo,

Però che non puotea gionger tanto alto.

Subitamente smonta di Baiardo,

E nella croppa se gitta d’un salto

A quel gigante, che non gli ha riguardo;

L’elmo gli spezza e d’acciaro una scoffia,

Né pone indugia che ‘l colpo ridoppia.

 

65.

Par che si batta un ferro alla fucina;

Quella gran testa in due parte disserra.

Cadde ‘l gigante con tanta roina,

Che a sé d’intorno fie’ tremar le terra.

Or ne fugge la gente saracina,

Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,

Come la lepre fugge avanti al pardo:

Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

 

66.

Aveva Feraguto tuttavia

Più de quattro ore cacciato l’Alfrera;

Ardea ne gli occhi pien de bizaria,

Perché non trova modo, né maniera

Per la quale Isolier riscosso sia.

Quella ziraffa, contraffatta fera,

Via ne lo porta, correndo il trapasso;

E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

 

67.

Ferragù segue dentro al paviglione.

L’Alfrera, che se vide al ponto stretto,

Getta Isoliero e mena del bastone,

Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,

E sbalordito il fe’ cader de arcione:

Quel gran gigante li fu presto al petto.

Cos’ fu preso l’ardito guerreri.

Torna l’Alfrera, e prese anco Isolieri.

 

68.

Dicea l’Alfrera: – Io ti so dir, segnore,

Che nostra gente è rotta ad ogni modo,

Ché quel Ranaldo è di troppo valore.

Mal volentiera un tuo nemico lodo;

Ma, senza dir d’altrui, lui si fa onore,

E poco d’ora fa, s’ come io odo,

Part’ la testa al gigante Balorza;

Or pà´i pensar, segnor, se egli ha gran forza.

 

69.

A chi te piace de’ tuoi ne dimanda,

Benché anch’io sappia della sua possanza,

Ché ‘l re Faraldo d’una ad altra banda

Vidi io passato d’un scontro de lanza.

Il re di Persia a Macon racomanda,

Che fu pur gionto a simigliante danza.

Debb’io tacer di me, che andai per terra,

Che mai non mi intervenne in altra guerra? –

 

70.

Dicea Gradasso: – Può questo Iddio fare,

Che quel Ranaldo sia tanto potente?

Chi me volesse del cel coronare

(Perché la terra io non stimo nà¯ente),

Non me potrebbe al tutto contentare,

S’io non facessi prova de presente,

Se quel barone è cotanto gagliardo

Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. –

 

71.

Cos’ dicendo chiede l’armatura,

Quella che prima già  portò Sansone.

Non ebbe il mondo mai la più sicura;

Da capo a piedi se arma il campà¯one.

Ecco la gente fugge con paura,

Dietro gli caccia quel figlio d’Amone.

Non pà´ Gradasso star s’ poco saldo,

Che dentro al pavaglion serà  Ranaldo.

 

72.

Più non aspetta, e salta su l’alfana.

Questa era una cavalla smisurata:

Mai non fu bestia al mondo più soprana;

Come Baiardo proprio era intagliata.

Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,

In mezo della gente sbaratata.

Oh quanto ben d’intorno il camin spaza,

Troncando busti e spalle e teste e braza!

 

73.

Ora se move il forte re Gradasso

Sopra l’alfana, con tanta baldanza,

Che tutto il mondo non stimava un asso.

Verso Ranaldo bassava la lanza,

E nel venir menava tal fraccasso,

Che Baiardo il destrier n’ebbe temanza.

Sedeci piedi sal’ suso ad alto;

Non fo mai visto il più mirabil salto.

 

74.

Il re Gradasso assai si meraviglia,

Ma mostra non curare, e passa avante;

Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,

Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.

L’Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,

Ché sempre lo seguiva quel gigante.

Trova Spinella, Guizardo e Angelino:

Tutti gli abbatte il forte Saracino.

 

75.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,

E vide quel pagan tanto gagliardo.

Una grossa asta in man se fece dare,

E poi dicea: – O destrier mio Baiardo,

A questa volta, per Dio! non fallare,

Ché qui conviensi avere un gran riguardo.

Non già , per Dio! ch’io mi senta paura;

Ma quest’è un omo forte oltra misura. –

 

76.

Cos’ dicendo serra la visiera,

E contra al re ne vien con ardimento.

Videl Gradasso, la persona altiera:

Mai, da che nacque, fo tanto contento;

Ché a lui par cosa facile e leggiera

Trar de l’arcion quel sir de valimento.

Ma nella prova l’effetto si vede:

Più fatica li avrà  ch’el non si crede.

 

77.

Fo questo scontro il più dismisurato

Che un’altra volta forse abbiate udito.

Baiardo le sue croppe misse al prato,

Che non fu più giamai a tal partito,

Benché se fo de subito levato.

Ma Ranaldo rimase tramortito;

L’alfana trabuccò con gran fracasso:

Nulla ne cura il potente Gradasso.

 

78.

Spronando forte la facea levare,

Tra l’altra gente dà  senza paura.

Dice a l’Alfrera che debba pigliare

Ranaldo, e che ‘l destrier mena con cura.

Ma certo e’ gli lasciò troppo che fare,

Perché Baiardo per quella pianura

Via ne portava il cavalliero ardito;

In poco de ora se fo risentito.

 

79.

Credendosi ancora esser là  dove era

Il re Gradasso, prende il brando in mano;

Con la zirafa lo seguia l’Alfrera,

Che quasi ancora l’ha segu’to in vano.

Sopra Baiardo, la bestia leggiera,

Ranaldo va correndo per il piano;

Per tutto va cercando, e piano e monte,

Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

 

80.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto

Fuor de l’arcione il suo fratello Alardo.

Esso non ha Ranaldo ancor veduto,

Ché in quella parte non facea riguardo.

Ma de improviso li è sopra venuto,

E punto nel ferir non fu già  tardo.

A due man mena con tanta flagella,

Che sel crede partir fin su la sella.

 

81.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,

Ché di valor portava la ghirlanda;

Né crediati per questo che si mova,

Né arma si spezzi, né sangue si spanda.

Disse a Ranaldo: – Or vederem la prova,

E dir potrai, se alcun te ne dimanda,

Qual sia di noi più franco feritore.

Se ora mi campi, io te dono l’onore. –

 

82.

Cos’ ragiona il forte saracino,

E mena della spada tutta fiata;

Cade Ranaldo tramortito e chino,

Ché mai tal botta non ha lui provata.

Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,

Gli ha questa volta la vita campata.

Presto Baiardo adietro si è voltato,

Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

 

83.

Gradasso quasi un miglio l’ha segu’to,

Ché ad ogni modo lo volea pigliare;

Ma poi che for di vista gli fu uscito,

è delibrato adrieto ritornare.

Ora Ranaldo se fu risentito,

E ben destina de se vendicare.

Non è Gradasso rivoltato apena,

Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

 

84.

Sopra de l’elmo con tanto furore,

Che ben li fece batter dente a dente.

Tra sé ridendo, quel re di valore

Dicea: Questo è un demonio veramente.

Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,

Ognior cerca la briga parimente.

Ma sempre mai non li andarà  ben còlta:

Se non adesso, il giongo un’altra volta.”

 

85.

Cos’ parlando quel Gradasso altiero

Li viene adosso con gli occhi infiammati.

Ranaldo ten’a l’occhio al tavoliero:

Se ‘l bisogna, segnor, non dimandati.

Un colpo mena quel gigante fiero

Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.

Il baron nostro sta su la vedetta:

Trista sua vita se quel colpo aspetta!

 

86.

Ma certamente e’ n’ebbe poca voglia;

Con un gran salto via se fu levato.

Radoppia il colpo il gigante con doglia;

Baiardo se gittò da l’altro lato.

– Può fare Iddio ch’una volta non coglia? –

Diceva il re Gradasso disperato;

E mena ‘l terzo; ma nulla li vale:

Sempre Baiardo par che metta l’ale.

 

87.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,

Delibra altrove sua forza mostrare,

E nella schiera de’ nemici entrato

Cavagli e cavallier fa trabuccare.

Ma cento passi non è dislongato,

Che Ranaldo lo vene a travagliare;

E benché molto stretto non lo offenda,

Forza li è pur che ad altro non attenda.

 

88.

Tornati sono alla cruda tenzone:

Bisogna che Ranaldo giochi netto.

Ecco venire il gigante Orà¯one,

Che se ne porta preso Ricciardetto.

Per li piedi il ten’a quel can fellone:

Forte cridava aiuto il giovanetto.

Quando Ranaldo a tal partito il vede,

Della compassà¯on morir si crede.

 

89.

Cos’ nel viso li abondava il pianto,

Che veder non poteva alcuna cosa;

Mai fu turbato alla sua vita tanto.

Or li monta la colora orgogliosa.

Ed io vi narrarò ne l’altro canto

Il fin della battaglia dubitosa,

Che, come io dissi, cominciò a l’aurora,

E durò tutto il giorno, e dura ancora.

 

 

CANTO QUINTO

 

1.

Voi vi doveti, segnor, racordare

Come Ranaldo forte era turbato

Veggendo Ricciardetto via portare.

Gradasso incontinente ebbe lasciato,

E il gran gigante viene ad afrontare.

Era quello Orà¯one ignudo nato;

Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,

Che de coperta de arme nulla cura.

 

2.

Ranaldo dismontò subito a piede,

Perché forte temeva di Baiardo

Per il gran tronco che al gigante vede;

Esser non li bisogna pigro o tardo.

Apena che Orà¯one estima o crede

Che si ritrova in terra un s’ gagliardo

Che ardisca far con lui battaglia stretta:

Però si sta ridendo, e quello aspetta.

 

3.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,

Né le feroce braccia di Ranaldo,

Ché l’armatura se avrebbe augurata.

A due man mena il principe di saldo,

E nella cossa fa grande tagliata.

Quando Orà¯one sente il sangue caldo,

Tra’ contra terra forte Ricciardetto,

Mugiando come un toro, il maledetto.

 

4.

Stava disteso Ricciardetto in terra,

Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;

E quel gigante il grande arboro afferra:

Ranaldo in su l’aviso stava accorto.

Quando Orà¯one il gran colpo disserra,

Non che lui solo, un monte ne avria morto;

Ranaldo indietro si retira un passo.

Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.

 

5.

Non sa Ranaldo già  più che si fare,

E certamente gli tocca paura.

Lui, che di core al mondo non ha pare,

Mena un gran colpo fuor d’ogni misura:

Fusberta se sentiva zuffellare.

Gionse Orà¯one al loco de cintura;

A meza spada nel fianco lo afferra:

Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

 

6.

Nulla dimora fa il franco barone,

Né pur guarda il gigante che è cascato,

Subitamente salta su l’arcione,

E contra di Gradasso se n’è andato.

Ma non se può levar de opinà¯one

Quel re il colpo che ha visto ismisurato;

Con la man disarmata ebbe a cignare

Verso Ranaldo, che li và´l parlare.

 

7.

E ragionando poi con lui dicia:

– E’ sarebbe, barone, un gran peccato

Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,

Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,

Perisse con s’ brutta villania;

Ché tu sei da mia gente intornà¯ato.

Come tu vedi, non te pà´i partire:

Convienti esser pregione, o ver morire.

 

8.

Ma Dio non voglia che cotal diffetto

Per me si faccia a un baron s’ gagliardo;

Unde per mio onore io aggio eletto,

Da poi che ‘l giorno de oggi è tanto tardo,

Che noi veniamo dimane allo effetto,

Io senza alfana, e tu senza Baiardo;

Ché la virtute de ogni cavalliero

Si disaguaglia assai per il destriero.

 

9.

Ma con tal patto la battaglia sia,

Che stu me occidi o prendime pregione,

Ciascun chi è preso di tua compagnia,

O sia vasallo al re Marsilà¯one,

Seran lasciati su la fede mia;

Ma s’io te vinco, io voglio il tuo ronzone.

O vinca, o perda, poi me abbia a partire,

Né più in ponente mai debba venire. –

 

10.

Ranaldo già  non stette altro a pensare,

Ma subito rispose: – Alto segnore,

Questa battaglia che debbiamo fare,

Essere a me non può se non de onore.

E di prodecia sei s’ singulare,

Che, essendo vinto da tanto valore,

Non mi serà  vergogna cotal sorte,

Anci una gloria aver da te la morte.

 

11.

Quanto alla prima parte, te rispondo

Che ben te voglio e debbo ringraziare,

Ma non che già  mi trovi tanto al fondo,

Che da te debba la vita chiamare;

Perché, se armato fosse tutto ‘l mondo,

Non potrebbe al partir mio divetare,

Non che voi tutti; e se forse hai talento

Farne la prova, io son molto contento. –

 

12.

Incontinente se ebbeno accordare

Della battaglia tutto il conveniente:

Il loco sia nel litto apresso il mare,

Lontan sei miglia a l’una e l’altra gente.

Ciascuno al suo talento se può armare

De arme a diffensa e di spada tagliente;

Lancia né mazza o dardo non si porta,

E denno andar soletti e senza scorta.

 

13.

Ciascuno è molto bene apparecchiato

Per domatina alla zuffa venire;

Ogni vantaggio a mente hanno tornato,

Le usate offese e l’arte del scrimire.

Ma prima che alcun de essi venga armato,

De Angelica vi voglio alquanto dire;

La qual per arte, come ebbe a contare,

Dentro al Cataio se fece portare.

 

14.

Benché lontana sia la giovanetta,

Non può Ranaldo levarse del core.

Come cerva ferita di saetta,

Che al lungo tempo accresce il suo dolore,

E quanto il corso più veloce affretta,

Più sangue perde ed ha pena maggiore:

Cos’ ognor cresce alla donzella il caldo,

Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

 

15.

E non poteva la notte dormire,

Tanto la strenge il pensiero amoroso;

E se pur, vinta dal longo mart’re,

Pigliava al far del giorno alcun riposo,

Sempre sognando stava in quel desire.

Ranaldo gli parea sempre crucioso

Fuggir, s’ come fece in quella fiata

Che fu da lui nel bosco abandonata.

 

16.

Essa tenea la faccia in ver ponente,

E sospirando e piangendo talora

Diceva: In quella parte, in quella gente

Quel crudel tanto bello ora dimora.

Ahi lassa! Lui di me cura nà¯ente!

E questo è sol la doglia che me accora:

Colui, che di durezza un sasso pare,

Contra a mia voglia a me il conviene amare.

 

17.

Io aggio fatto ormai l’ultima prova

Di ciò che pà´n gli incanti e le parole,

E l’erbe strane ho còlto a l’una nova,

E le radice quando è oscuro il sole;

Né trovo che dal petto me rimova

Questa pena crudel, che al cor mi dole,

Erba né incanto o pietra precà¯osa:

Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

 

18.

Perché non venne lui sopra a quel prato,

Là  dove io presi il suo saggio cugino?

Che certamente io non avria cridato.

Ora è pregione adesso quel meschino.

Ma incontinente serà  liberato,

Acciò che quello ingrato peregrino

Cognosca in tutto la bontate mia,

Che dà  tal merto a sua discortesia.”

 

19.

E detto questo se ne andò nel mare,

Là  dove Malagise era pregione;

Con l’arte sua là  giù si fe’ portare,

Ché andarvi ad altra via non c’è ragione.

Malagise ode l’uscio disserrare,

E ben si crede in ferma opinà¯one,

Che sia il demonio, per farlo morire,

Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

 

20.

Gionta che fu là  dentro la donzella,

Di farlo portar sopra ben si spaccia;

E poi che l’ebbe entro una sala bella,

La catena li sciolse dalle braccia;

E nulla per ancora gli favella,

Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.

Come fu sciolto, li disse: – Barone,

Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

 

21.

S’ che, volendo una cortesia fare

A me, che fuor te trassi di quel fondo,

Da morte a vita mi pà´i ritornare,

Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:

Dico Ranaldo, che mi fa penare.

A te la mia gran doglia non nascondo:

Penar fa me de amore in s’ gran foco,

Che giorni e notte mai non trovo loco.

 

22.

Se me prometti nel tuo sacramento

Far qua Ranaldo inanti a me venire,

Io te farò de una cosa contento,

Che forse de altra non hai più desire:

Darotti il libro tuo, se n’hai talento.

Ma guarda, stu prometti, non mentire;

Perché te aviso che uno annello ho in mano,

Che farà  sempre ogni tuo incanto vano. –

 

23.

Malagise non fa troppo parole,

Ma come a quella piace, cos’ giura;

Né sa come Ranaldo non ne và´le,

Anci crede menarlo alla sicura.

Già  se chinava allo occidente il sole;

Ma, come gionta fu la notte scura,

Malagise un demonio ha tolto sotto,

E via per l’aria se ne va di botto.

 

24.

Quel demonio li parla tutta fiata

(E va volando per la notte bruna)

Della gente che in Spagna era arivata,

E come Ricciardetto ebbe fortuna,

E la battaglia come era ordinata.

Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna

Che quel demonio non la sappia dire;

Anci più dice, perché sa mentire.

 

25.

E già  son gionti presso a Barcellona

(Forse restava un’ora a farse giorno),

E Malagise il demonio abandona.

E per quei paviglion guardando intorno,

Dove sia de Ranaldo la persona,

E’ dormir vede il cavallier adorno;

Nella trabacca sua stava colcato.

Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

 

26.

Quando Ranaldo vide la sua faccia,

Non fu nella sua vita s’ contento;

Del trapontin se leva e quello abbraccia,

E delle volte lo baciò da cento.

Disse a lui Malagise: – Ora te spaccia,

Ch’io son venuto sotto a sacramento.

Piacendo a te, me pà´i deliberare:

Non te piacendo, in pregion vo’ tornare.

 

27.

Non aver nella mente alcun sospetto

Ch’io voglia che tu facci un gran periglio;

Con una fanciulletta andrai nel letto,

Netta come ambro, e bianca come un giglio.

Me trai di noia, e te poni in diletto.

Quella fanciulla dal viso vermiglio

è tal, che tu nol pensaresti mai:

Angelica è colei di cui parlai. –

 

28.

Quando Ranaldo ha nominare inteso

Colei che tanto odiava nel suo core,

Dentro dal petto è di alta doglia acceso,

E tutto in viso li cangiò il colore.

Ora un partito, ora un altro n’ha preso

Di far risposta, e non la sa dir fuore;

Or la và´l fare, ora la và´l differire;

Ma nello effetto e’ non sa che si dire.

 

29.

Al fin, come persona valorosa

Che in zanze false non se sa coprire,

Disse: – Odi, Malagise: ogni altra cosa

(E non ne trago il mio dover morire),

Ogni fortuna dura e spaventosa,

Ogni doglia, ogni affanno vo’ soffrire,

Ogni periglio, per te liberare:

Dove Angelica sia, non voglio andare. –

 

30.

E Malagise tal risposta od’a,

Qual già  non aspettava in veritate.

Prega Ranaldo quanto più sap’a,

Non per merito alcun, ma per pietate,

Che nol ritorna in quella pregionia.

Or gli ricorda la sanguinitate,

Or le proferte fatte alcuna volta;

Nulla gli val, Ranaldo non l’ascolta.

 

31.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,

Disse: – Vedi, Ranaldo, e’ si suol dire,

Ch’altro piacer non s’ha de l’omo ingrato

Se non buttarli in occhio il ben servire.

Quasi per te ne l’inferno m’ho dato:

Tu me và´i far nella pregion morire.

Guà¢rti da me; ch’io ti farò uno inganno,

Che ti farà  vergogna, e forse danno. –

 

32.

E, cos’ detto, avante a lui se tolse.

Subitamente se fo dispartito;

E come fo nel loco dove volse

(Già  caminando avea preso il partito),

Il suo libretto subito disciolse.

Chiama i demonii il negromante ardito;

Draginazo e Falsetta tra’ da banda:

Agli altri il dipartir presto comanda.

 

33.

Falsetta fa adobar com’uno araldo,

Il qual serviva al re Marsilà¯one.

L’insegna avea di Spagna quel ribaldo,

La cotta d’arme, e in mano il suo bastone.

Va messagiero a nome de Ranaldo,

E gionse di Gradasso al paviglione,

E dice a lui che a l’ora de la nona

Avrà  Ranaldo in campo sua persona.

 

34.

Gradasso lieto accetta quello invito,

E d’una coppa d’à´r l’ebbe donato.

Subito quel demonio è dipartito,

E tutto da quel che era, è tramutato;

Le annelle ha ne l’orecchie, e non in dito,

E molto drappo al capo ha inviluppato,

La veste lunga e d’à´r tutta vergata;

E di Gradasso porta l’ambasciata.

 

35.

Proprio parea di Persia uno almansore,

Con la spada di legno e col gran corno;

E qui, davanti a ciascadun segnore,

Giura che all’ora primera del giorno,

Senza nà¯una scusa e senza errore,

Serà  nel campo il suo segnore adorno,

Solo ed armato, come fo promesso;

E ciò dice a Ranaldo per espresso.

 

36.

In molta fretta se è Ranaldo armato;

E suoi gli sono intorno d’ogni banda.

Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,

Il suo Baiardo assai gli racomanda.

– O s’, o no, – dicea – che sia tornato,

Io spero in Dio, che la vittoria manda;

Ma se altro piace a quel Segnor soprano,

Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

 

37.

Fin che sei vivo debbilo obedire,

Né guardar che facesse in altro modo.

Or ira, or sdegno m’han fatto fallire;

Ma chi dà  calci contra a mur s’ sodo,

Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.

A quel segnor, dignissimo di lodo,

Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,

S’io son occiso, lascio il mio Baiardo. –

 

38.

Molte altre cose ancora gli dicia;

Forte piangendo, in bocca l’ha baciato.

Soletto alla marina poi s’invia;

A piedi sopra il litto fo arivato.

Quivi d’intorno alcun non apparia.

Era un naviglio alla riva attaccato,

Sopra di quel persona non appare:

Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

 

39.

Or ecco Draginazo che s’appara;

Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta

Tutta d’azurro e d’à´r dentro la sbara,

E la corona d’à´r sopra la testa,

L’armi forbite e la gran simitara,

E ‘l bianco corno, che giamai non resta,

E per cimero una bandiera bianca;

In summa di quel re nulla gli manca.

 

40.

Questo demonio ne vene sul campo:

Il passeggiare ha proprio di Gradasso;

Ben dadovero par ch’el butti vampo.

La simitara trasse con fraccasso.

Ranaldo, che non và´le avere inciampo,

Sta su l’aviso e tiene il brando basso;

Ma Draginazo con molta tempesta

Li calla un colpo al dritto della testa.

 

41.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:

D’un gran riverso gli tira alla cossa.

Or cominciano e colpi a radoppiare;

A l’un e l’altro l’animo s’ingrossa.

Mo comincia Ranaldo a soffà¯are,

E và´l mostrare a un punto la sua possa:

Il scudo che avea in braccio getta a terra,

La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

 

42.

Cos’ crucioso, con la mente altiera,

Sopra del colpo tutto se abandona.

Per terra va la candida bandiera;

Calla Fusberta sopra alla corona,

E la barbuta getta tutta intiera.

Nel scudo d’osso il gran colpo risuona,

E dalla cima al fondo lo disserra;

Mette Fusberta un palmo sotto terra.

 

43.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:

Volta le spalle, e comincia a fuggire.

Crede Ranaldo averlo sbigotito,

E de allegrezza sé non può soffrire.

Quel maledetto al mar se n’è fuggito;

Dietro Ranaldo se ‘l mette a seguire,

Dicendo: – Aspetta un poco, re gagliardo:

Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

 

44.

Or debbe far un re s’ fatta prova?

Non te vergogni le spalle voltare?

Torna nel campo e Baiardo ritrova:

La meglior bestia non puoi cavalcare.

Ben è guarnito ed ha la sella nova,

E pur ier sira lo feci ferrare.

Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?

Eccolo quivi, in ponta a questa spada. –

 

45.

Ma quel demonio nà¯ente l’aspetta,

Anci pariva dal vento portato.

Passa ne l’acqua, e pare una saetta,

E sopra quel naviglio fo montato.

Ranaldo incontinente in mar se getta,

E poi che sopra al legno fo arivato,

Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:

Quel per la poppa salta alla carena.

 

46.

Ranaldo ognior più drieto se gl’incora,

E con Fusberta giù pur l’ha segu’to.

Quel sempre fugge, e n’esce per la prora.

Era ‘l naviglio da terra partito,

Né pur Ranaldo se n’avede ancora,

Tanto è dietro al nemico invellenito;

Ed è dentro nel mar già  sette miglia,

Quando disparve quella meraviglia.

 

47.

Quello andò in fumo. Or non me domandate

Se meraviglia Ranaldo se dona.

Tutte le parte del legno ha cercate:

Sopra al naviglio più non è persona.

La vella è piena, e le sarte tirate;

Camina ad alto e la terra abandona.

Ranaldo sta soletto sopra al legno:

Oh quanto se lamenta il baron degno!

 

48.

Ah Dio del cel, – dicea – per qual peccato

M’hai tu mandato cotanta sciagura?

Ben mi confesso che molto ho fallato,

Ma questa penitenzia è troppo dura.

Io son sempre in eterno vergognato,

Ché certo la mia mente è ben sicura

Che, racontando quel che me è accaduto,

Io dirò il vero, e non serà  creduto.

 

49.

La sua gente mi dette il mio segnore,

E quasi il stato suo mi pose in mano:

Io, vil, codardo, falso, traditore,

Gli lascio in terra e nel mar me allontano;

Ed or mi par d’odir l’alto romore

Della gran gente del popol pagano;

Parmi de’ miei compagni odir le strida,

Veder parmi l’Alfrera che gli occida.

 

50.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso

S’ giovanetto, tra cotanta gente?

E voi, che pregion seti di Gradasso,

Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?

Or foss’io stato della vita casso,

Quando in Spagna passai primeramente!

Gagliardo fui tenuto e d’arme esperto:

Questa vergogna ha l’onor mio coperto.

 

51.

Io me ne vado; or chi farà  mia scusa,

Quando serò de codardia appellato?

Chi non sta al paragon, se stesso accusa:

Più non son cavallier, ma riprovato.

Or foss’io adesso il figliol de Lanfusa,

E per lui nel suo loco impregionato!

Per lui dovessi in tormento morire!

Ch’io non ne sentirei mità  mart’re.

 

52.

Che se dirà  di me nella gran corte,

Quando serà  sentito il fatto in Franza?

Quanto Mongrana se dolerà  forte

Che il sangue suo commetta tal mancanza!

Come trionfaranno in su le porte

Gaino con tutta casa di Maganza!

Ahimè! Già  puote dirli traditore:

Parlar non posso più; son senza onore.”

 

53.

Cos’ diceva quel baron pregiato,

Ed altro ancora nel suo lamentare;

E ben tre volte fu deliberato

Con la sua spada se stesso passare;

E ben tre volte, come disperato,

Come era armato, gettarse nel mare:

Sempre il timor de l’anima e lo inferno

Li vetò far di sé quel mal governo.

 

54.

La nave tutta fiata via camina,

E fuor del stretto è già  trecento miglia.

Non va il delfino per l’onda marina,

Quanto va questo legno a meraviglia.

A man sinistra la prora se inchina,

Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;

Né cos’ stette volta, e in uno istante

Tutta se è volta incontra di levante.

 

55.

Fornita era la nave da ogni banda,

Eccetto che persona non li appare,

Di pane e vino ed ottima vivanda.

Ranaldo ha poca voglia di mangiare:

In genocchione a Dio si racomanda;

E cos’ stando, se vede arivare

Ad un giardin, dove è un palagio adorno;

Il mare ha quel giardin d’intorno intorno.

 

56.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,

Che sentirete poi mirabil cosa,

E tornar voglio a Orlando paladino,

Qual, come io dissi, con mente amorosa

Verso levante ha preso il suo camino;

Giorno né notte mai non se riposa,

Sol per cercare Angelica la bella,

Né trova chi di lei sappia novella.

 

57.

Il fiume della Tana avea passato,

Ed è soletto il franco cavalliero.

In tutto il giorno alcun non ha trovato:

Presso alla sera riscontra un palmiero.

Vecchio era assai e molto adolorato,

Cridando: – Oh caso dispietato e fiero!

Chi m’ha tolto il mio bene e ‘l mio desio?

Figliol mio dolce, te acomando a Dio! –

 

58.

– Se Dio te aiute, dimme, peregrino,

Quella cagion che te fa lamentare. –

Cos’ diceva Orlando; e quel meschino

Comincia il pianto forte a radoppiare,

Dicendo: – Lasso! misero! tapino!

Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. –

Orlando di pregarlo non vien meno

Che il fatto gli raconti tutto a pieno.

 

59.

– Dirotti la cagion perch’io me doglio, –

Rispose lui, – da poi che il và´i sapere.

Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,

Che a la tua vista pà´ chiaro apparere;

Non a me, che non vedo come io soglio,

Per pianger molto e per molti anni avere.

La ripa di quel scoglio è d’erba priva,

E di colore assembra a fiamma viva.

 

60.

Alla sua cima una voce risuona,

Non se ode al mondo la più spaventosa;

Ma già  non te so dir ciò che ragiona.

Corre di sotto una acqua furà¯osa,

Che cinge il scoglio a guisa di corona.

Un ponte vi è di pietra tenebrosa,

Con una porta che assembra a diamante;

E stavvi sopra armato un gran gigante.

 

61.

Un giovanetto mio figliuolo ed io

Quivi dapresso passavam pur ora;

E quel gigante maledetto e rio,

Quasi dir posso ch’io nol vidi ancora,

S’ de nascoso prese il figliol mio;

Hassel portato, e credo che il divora.

La cagion de che io piango, or saverai;

Per mio consiglio indietro tornarai. –

 

62.

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:

– Io voglio ad ogni modo avanti andare. –

Disse il palmiero: – A Dio ti racomando,

Tu non debbi aver voglia di campare.

Ma credi a me, che il ver te dico: quando

Avrai quel fier gigante a remirare,

Che tanto è lungo e s’ membruto e grosso,

Pel non avrai che non ti tremi adosso. –

 

63.

Risene Orlando, e preselo a pregare

Che per Dio l’abbia un poco ivi aspettato,

E se nol vede presto ritornare,

Via se ne vada senza altro combiato.

Il termine de un’ora li ebbe a dare,

Poi verso il scoglio rosso se n’è andato.

Disse il gigante, veggendol venire:

– Cavallier franco, non voler morire.

 

64.

Quivi m’ha posto il re di Circasia,

Perch’io non lasci alcuno oltra passare;

Ché sopra al scoglio sta una fera ria,

Anci un gran mostro se debbe appellare,

Che a ciascadun che passa in questa via,

Ciò che dimanda, suole indivinare;

Ma poi bisogna che anco egli indivina

Quel che la dice, o che qua giù il roina. –

 

65.

Orlando del fanciullo adimandone:

Rispose averlo e volerlo tenire;

Onde per questo fu la questà¯one,

E cominciorno l’un l’altro a ferire.

Questo ha la spada, e quell’altro il bastone:

Ad un ad un non voglio i colpi dire.

Al fine Orlando tanto l’ha percosso,

Che quel si rese e disse: – Più non posso. –

 

66.

Cos’ riscosse Orlando il giovanetto,

E ritornollo al padre lacrimoso.

Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,

Che nella tasca ten’a nascoso.

Di questo fuor sviluppa un bel libretto,

Coperto ad oro e smalto luminoso;

Poi volto a Orlando disse: – Sir compiuto,

Sempre in mia vita ti serò tenuto.

 

67.

E s’io volessi te remeritare,

Non bastarebbe mia possanza umana.

Questo libretto voglilo accettare,

Che è de virtù mirabile e soprana,

Perché ogni dubbioso ragionare

Su queste carte si dichiara e spiana. –

E, donatogli il libro, disse: – Addio! –

E molto allegro da lui se partio.

 

68.

Orlando s’arestò col libro in mano,

E fra se stesso comincia a pensare;

Mirando al scoglio che è cotanto altano,

Ad ogni modo in cima và´l montare,

E và´l veder quel mostro tanto istrano,

Che ogni dimanda sapea indivinare.

E sol per questo volea far la prova,

Per saper dove Angelica si trova.

 

69.

Passa nel ponte con vista sicura,

Ché già  non lo divieta quel gigante.

Egli ha provata Durindana dura,

Dà gli la strata: Orlando passa avante.

Per una tomba tenebrosa e oscura

Monta alla cima quel baron aitante,

Dove, entro a un sasso rotto per traverso,

Stava quel mostro orribile e diverso.

 

70.

Avea crin d’oro e la faccia ridente

Come donzella, e petto di l’ione,

Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,

Le braccie d’orso e branche di grifone,

E busto e corpo e coda di serpente;

L’ale depinte avea come pavone.

Sempre battendo la coda lavora,

Con essa e sassi e il forte monte fora.

 

71.

Quando quel mostro vede il cavalliero,

Distese l’ale e la coda coperse:

Altro che il viso non mostrava intiero.

La pietra sotto lui tutta se aperse.

Orlando disse a lui con viso fiero:

– Tra le provenze e le lingue diverse,

Dal freddo al caldo e da sira a l’aurora,

Dimmi ove adesso Angelica dimora. –

 

72.

Dolce parlando, la maligna fiera

Cos’ risponde a quel che Orlando chiede:

– Quella per cui tua mente se dispera,

Presso al Cataio in Albraca si vede.

Ma tu respondi ancora a mia manera:

Qual animal passeggia senza piede?

E poi qual altro al mondo se ritrova,

Che con quattro, dui, tre de andar se prova? –

 

73.

Pensa Orlando alla dimanda strana,

Né sa di quella punto sviluppare:

Senza dire altro trasse Durindana.

Quella comincia intorno a lui volare;

Or lo ferisce tutta subitana,

Or lo minaccia e fallo intorno andare,

Or di coda lo batte, or dello ungione:

Ben li è mistiero aver sua fatasone.

 

74.

Che se non fosse lui stato afatato,

Come era tutto, il cavalliero eletto,

Ben cento volte l’arebbe passato,

D’avanti a dietro, e dalle spalle al petto.

Quando fu Orlando assai ben regirato,

L’ira li monta e crescegli il dispetto;

Adocchia il tempo e, quando quella cala,

Piglia un gran salto, e gionsela ne l’ala.

 

75.

Cridando il crudel mostro cade a terra;

Longe d’intorno fu quel crido odito.

Le gambe a Orlando con la coda afferra,

E con le branche il scudo li ha gremito.

Ma presto fu finita questa guerra,

Perché nel ventre Orlando l’ha ferito;

Poi che de intorno a sé l’ebbe spiccato,

Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.

 

76.

Smonta la ripa e prende il suo destriero,

Forte camina, come inamorato;

E cavalcando li venne in pensiero

De ciò che il mostro l’avea dimandato.

Tornagli a mente il libro del palmiero,

E fra sé disse: Io fui ben smemorato!

Senza battaglia potea satisfare.

Ma cos’ piacque a Dio che avesse andare.”

 

77.

E guardando nel libro, pone cura

Quel che disse la fera indivinare;

Vede il vecchio marino e sua natura,

Che con l’ale che nota, ha a passeggiare;

Poi vede che l’umana creatura

In quattro piedi comincia ad andare,

E poi con duo, quando non va carpone;

Tre n’ha poi vecchio, contando il bastone.

 

78.

Leggendo il libro gionse a una rivera

De una acqua negra, orribile e profonda.

Passar non puote per nulla maniera,

Ché derupata è l’una e l’altra sponda.

Lui de trovare il varco pur se spera,

E, cavalcando il fiume alla seconda,

Vede un gran ponte e un gigante che guarda:

Vassene Orlando a lui, ché già  non tarda.

 

79.

Come ‘l gigante il vide, prese a dire:

– Misero cavallier! Malvagia sorte

Fu quella che ti fece qui venire.

Sappi che questo è il Ponte della Morte;

Né più di qui ti potresti partire,

Perché son strate inviluppate e torte,

Che pur al fiume te menan d’ogniora:

Convien che un di noi doi sul ponte mora. –

 

80.

Questo gigante che guardava il ponte,

Fu nominato Zambardo il robusto:

Più de duo piedi avea larga la fronte,

Ed a proporzà¯on poi l’altro busto.

Armato proprio rasembrava un monte,

E tenea in man di ferro un grosso fusto;

Dal fusto uscivan poi cinque catene,

Ciascuna una pallotta in cima tiene:

 

81.

Ogni pallotta vinte libbre pesa.

Da capo a piede è di un serpente armato,

Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;

La simitara avea dal manco lato.

Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,

Perché, quando alcun l’abbia contrastato,

Ed abbia ardire e forza a meraviglia,

Con la rete di ferro al fine il piglia.

 

82.

E questa rete non si può vedere,

Perché coperta è tutta ne l’arena;

Lui col piede la scocca a suo piacere,

E il cavallier con quella al fiume mena.

Rimedio non si pote a questo avere;

Qual’unche è preso, è morto con gran pena.

Non sa di questa cosa il franco conte:

Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.

 

83.

Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,

Guarda il nemico grande ed aiutante;

Tanto ne cura il senator romano,

Quanto quel fusse un piccoletto infante.

Dura battaglia fu sopra quel piano.

Ma in questo canto più non dico avante,

Ché quello assalto è tanto faticoso,

Che, avendo a dirlo, anch’io chiedo riposo.

 

 

CANTO SESTO

 

1.

Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,

Che un’altra non fu mai cotanto oscura.

Di sopra odisti la forza e la taglia

De Zambardo, diversa creatura.

Ora odireti con quanta travaglia

Fu combattuto, e la disaventura

Che intravenne ad Orlando senatore,

Qual forse non fu mai, né fia maggiore.

 

2.

Lo ardito cavallier monta su il ponte;

Zambardo la sua mazza in mano afferra.

A mezza cossa non li aggiunge il conte,

Ma con gran salti si leva da terra,

S’ che ben spesso li tien fronte a fronte.

Ecco il gigante che il baston disserra:

Orlando vede il colpo che vien d’alto,

Da l’altro canto se gittò de un salto.

 

3.

Forte se turba quel saracin fello;

Ma ben lo fece Orlando più turbare,

Perché nel braccio il gionse a tal flagello,

Che il baston fece per terra cascare.

Subitamente poi parve uno uccello,

Che l’altro colpo avesse a radoppiare;

Ma tanto è duro il cor’ di quel serpente,

Che sempre poco ne tocca, o nà¯ente.

 

4.

La simitara avea tratto Zambardo,

Da poi ch’in terra gli cadde il bastone.

Ben vide quel barone esser gagliardo,

E de adoprar la rete fa rasone;

Ma quello aiuto và´l che sia il più tardo.

Or mena della spada un riversone;

A meza guancia fu il colpo diverso:

Ben vinti passi Orlando andò in traverso.

 

5.

Per questo è il conte forte riscaldato,

Il viso gli comincia a lampeggiare;

L’un e l’altro occhio aveva stral’unato.

Questo gigante ormai non può campare:

Il colpo mena tanto infulminato,

Che Durindana facea vinculare,

Ed era grossa, come Turpin conta,

Ben quattro dita da l’elcio alla ponta.

 

6.

Orlando lo colpisce nel gallone,

Spezza le scaglie e il dosso del serpente.

Avea cinto di ferro un corrigione:

Tutto lo parte quel brando tagliente.

Sotto lo usbergo stava il pancirone,

Ma Durindana ciò non cura niente;

E certamente per mezo il tagliava,

Se per lui stesso a terra non cascava.

 

7.

A terra cadde, o per voglia, o per caso,

Io nol so dir; ma tutto se distese.

Color nel volto non gli era rimaso,

Quando vidde il gran colpo s’ palese;

Il cor gli batte, e freddo ha il mento e ‘l naso.

Il suo baston, ch’è in terra, ancor riprese;

Cos’ a traverso verso Orlando mena,

E gionsel proprio a mezo alla catena.

 

8.

Il conte di quel colpo andò per terra,

E l’un vicino a l’altro era caduto.

Cos’ distesi, ancora se fan guerra;

Più presto in piedi Orlando è rivenuto.

Nella barbuta ad ambe man lo afferra;

Lui anco è preso dal gigante arguto,

E stretto se lo abbraccia sopra al petto;

Via ne ‘l porta nel fiume il maledetto.

 

9.

Orlando ad ambe man gli batte il volto,

Ché Durindana in terra avea lasciata;

S’ forte il batte, che ‘l cervel gli ha tolto:

Cadde il gigante in terra un’altra fiata.

Incontinente il conte si è rivolto

Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.

Balordito è il gigante, e non gli vede,

Ma al dispetto de Orlando salta in piede.

 

10.

Or si rinova il dispietato assalto:

Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.

Già  nol puotea ferire Orlando ad alto,

Standose fermo in su la terra piana,

Ma sempre nel colpire alciava un salto:

Battaglia non fu mai tanto villana.

Vero è che Orlando del scrimire ha l’arte;

Già  ferito è il gigante in quattro parte.

 

11.

Mostra Zambardo un colpo radoppiare,

Ma nel ferire a mezo se rafrena;

E, come vede Orlando indietro andare,

Passagli adosso, e forte a due man mena.

Non vale a Orlando il suo presto saltare;

Sibilla il cielo e suona ogni catena.

Non se smarisce quel conte animoso,

Col brando incontra ‘l colpo roà¯noso:

 

12.

Ed ha rotto il bastone e fraccassato.

E non crediati poi ch’el stia a dormire;

Ma d’un riverso al fianco gli ha menato,

Là  dove l’altra volta ebbe a colpire.

Quivi il cor’ del serpente era tagliato:

Or che potrà  Zambardo ben guarnire?

Ché Durindana vien con tal furore,

Che la saetta de ‘l tron non l’ha maggiore.

 

13.

Quasi il parte da l’uno a l’altro fianco

(Da un lato se tenea poco, o nà¯ente).

Venne il gigante in faccia tutto bianco,

E vede ben che è morto veramente.

Forte la terra batte col piè stanco,

E la rete si scocca incontinente,

E con tanto furor agrappa Orlando,

Che nel pigliar de man li trasse ‘l brando.

 

14.

Le braccia al busto li strenge con pena,

Che già  non si poteva dimenare;

Tanto ha grossa la rete ogni catena,

Che ad ambe man non si puotria pigliare.

– O Dio del celo, o Vergine serena, –

Diceva il conte – debbiame aiutare! –

Alor che quella rete Orlando afferra,

Cadde Zambardo morto in su la terra.

 

15.

Solitario è quel loco e s’ diserto,

Che rare volte gli ven’a persona.

Legato è il conte sotto il celo aperto;

Ogni speranza al tutto l’abandona.

Perduto è de l’ardire ogni suo merto:

Non gli val forza, né armatura buona.

Senza mangiare un d’ stette in quel loco,

E quella notte dorm’ molto poco.

 

16.

Cos’ quel giorno e la notte passava;

Cresce la fame, e la speranza manca.

A ciò che sente d’intorno, guardava:

Ed ecco un frate con la barba bianca.

Come lo vidde, il conte lo chiamava,

Quanto levar puotea la voce stanca:

– Patre, amico de Dio, donami aiuto!

Ch’io sono al fin della vita venuto. –

 

17.

Forte si meraviglia il vecchio frate,

E tutte le catene va mirando;

Ma non sa come averle dischiavate.

Diceva il conte: – Pigliate il mio brando,

E sopra a me questa rete tagliate. –

Rispose il frate: – A Dio te racomando,

S’io te occidessi, io ser’a irregulare;

Questa malvagità  non voglio fare. –

 

18.

– Stati securo in su la fede mia, –

Diceva Orlando – ch’io son tanto armato,

Che quella spada non mi tagliaria. –

Cos’ dicendo tanto l’ha pregato,

Che il monaco quel brando pur prendia:

Apena che di terra l’ha levato.

Quanto può l’alcia sopra alla catena:

Non che la rompa, ma la segna apena.

 

19.

Poi che se vidde indarno affaticare,

Getta la spada, e con parlare umano

Comincia ‘l cavalliero a confortare:

– Vogli morir – dicea – come cristiano,

Né ti voler per questo disperare.

Abbi speranza nel Segnor soprano,

Ché, avendo in pacà¯enzia questa morte,

Te farà  cavallier della sua corte. –

 

20.

Molte altre cose assai gli sapea dire,

E tutto il martilogio gli ha contato,

La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:

Chi crucifisso, e chi fo scorticato.

Dicea: – Figliolo, il te convien morire:

Abbine Dio del celo ringraziato. –

Rispose Orlando, con parlar modesto:

– Ringraziato sia lui, ma non di questo;

 

21.

Perch’io vorrebbi aiuto, e non conforto.

Mal aggia l’asinel che t’ha portato!

Se un giovane ven’a, non ser’a morto:

Non potea giunger qui più sciagurato. –

Rispose il frate: – Ahimè! barone accorto,

Io vedo ben che tu sei disperato.

Poi che ti è forza la vita lasciare,

L’anima pensa, e non l’abbandonare.

 

22.

Tu sei barone di tanta presenza,

E lascite alla morte spaventare?

Sappi che la divina Provvidenza

Non abandona chi in lei và´l sperare:

Troppo è dismisurata sua potenza!

Io di me stesso ti voglio contare,

Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:

Odi da qual fortuna io son campato.

 

23.

Tre frati ed io di Ermenia se partimo,

Per andar al perdono in Zorzania;

E smarrimo la strata, come io stimo,

Ed arivamo quivi in Circasia.

Un fraticel de’ nostri andava primo,

Perché diceva lui saper la via.

Ed ecco indietro correndo è rivolto,

Cridando aiuto, e pallido nel volto.

 

24.

Tutti guardamo; ed ecco giù del monte

Venne un gigante troppo smisurato.

Un occhio solo aveva in mezo al fronte;

Io non ti sapria dir de che era armato:

Pareano ungie di draco insieme agionte.

Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;

Ma ciò non bisognava a nostra presa,

Che tutti ce legò senza contesa.

 

25.

A una spelonca dentro ce fe’ entrare,

Dove molti altri avea nella pregione;

L’ con questi occhi miei viddi io sbranare

Un nostro fraticel, che era garzone;

E cos’ crudo lo viddi mangiare,

Che mai non fo maggior compassà¯one.

Poi volto a me dicea: “Questo letame

Non se potrà  mangiar, se non con fame”;

 

26.

E con un piè mi trabuccò del sasso.

Era quel scoglio orribile ed arguto:

Trecento braccia è dalla cima al basso.

In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;

Perché ruinando io giù tutto in un fasso,

Me fo un ramo de pruno in man venuto,

Che uscia del scoglio con branchi spinosi;

A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.

 

27.

Io stavo queto e pur non soffiava,

Fin che venuto fu la notte oscura. –

Mentre che ‘l frate cos’ ragionava

Guardosse indietro, e con molta paura

Fuggia nel bosco. – Ahimè tristo! – cridava

– Ecco la maladetta creatura,

Quel che io t’ho detto ch’è cotanto rio.

Franco barone, io te acomando a Dio. –

 

28.

Cos’ li disse, e più non aspettava,

Ché presto nella selva se nascose.

Quel gigante crudel quivi arivava:

La barba e le mascielle ha sanguinose;

Con quel grande occhio d’intorno guardava.

Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;

Sul col lo abbranca e forte lo dimena,

Ma nol può sviluppar della catena.

 

29.

– Io non vo’ già  lasciar questo grandone, –

Diceva lui – dapoi ch’io l’ho trovato;

Debbe esser sodo come un bon montone:

Integro a cena me lo avrò mangiato,

Sol de una spalla vo’ fare un boccone. –

Cos’ dicendo, ha il grande occhio voltato,

E vede Durindana su la terra:

Presto se china e quella in mano afferra.

 

30.

E soi tre dardi e il suo baston ferrato

Ad una quercia avea posati apena,

Che Durindana, quel brando afilato,

Con ambe mano adosso a Orlando mena;

Lui non occise, perché era fatato,

Ma ben gli taglia adosso ogni catena;

E s’ gran bastonata sente il conte,

Che tutto suda dai piedi alla fronte.

 

31.

Ma tanto è l’allegrezza de esser sciolto,

Che nulla cura quella passà¯one.

Dalle man del gigante è presto tolto;

Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.

Quel dispietato se turbò nel volto,

Ché se ‘l credea portar come un castrone:

Poi che altramente vede il fatto andare,

Per forza se il destina conquistare.

 

32.

Come sapiti, essi hanno arme cambiate.

Orlando teme assai della sua spada,

Però non se avicina molte fiate;

Da largo quel gigante tiene a bada.

Ma lui menava botte disperate:

Il conte non ne và´l di quella biada;

Or là , or qua giamai fermo non tarda,

E da sua Durindana ben se guarda.

 

33.

Batte spesso il gigante del bastone,

Ma tanto viene a dir come nà¯ente,

Ché quello è armato d’ungie de grifone:

Più dura cosa non è veramente.

Per lunga stracca pensa quel barone

Che nei tre giorni pur sarà  vincente;

E mentre che ‘l combatte in tal riguardo,

Muta pensiero, e prende in mano un dardo.

 

34.

Un di quei dardi che lasciò il gigante;

Orlando prestamente in man l’ha tolto.

Non fallò il colpo quel segnor d’Anglante,

Ché proprio a mezo l’occhio l’ebbe còlto.

Un sol n’avea, come odisti davante,

E quel sopra del naso in cima al volto:

Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;

Cade il gigante in terra con flagello.

 

35.

Non fa più colpo a sua morte mistiero:

Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.

Ora ritorna il frate in sul sentiero,

Ma come vede quel gigante in faccia,

Ben che sia morto, li parve s’ fiero,

Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.

Ridendo Orlando il chiama ed assicura:

E quel ritorna, ed ha pur gran paura.

 

36.

E poi diceva: – O cavallier de Dio,

Ché ben cos’ ti debbo nominare,

Opera de un baron devoto e pio

Serà  de morte l’anime campare

Che avea nella pregion quel mostro rio:

Alla spelonca te saprò guidare.

Ma se un gigante fosse rivenuto,

Da me non aspettare alcuno aiuto. –

 

37.

Cos’ dicendo alla spelonca il guida,

Ma de entrar dentro il frate dubitava.

Orlando in su la bocca forte crida:

Una gran pietra quel buco serrava.

Là  giù se odino voce in pianto e strida,

Ché quella gente forte lamentava.

La pietra era de un pezzo, quadra e dura;

Dece piedi è ogni quadro per misura.

 

38.

Aveva un piede e mezo di grossezza,

Con due catene quella si sbarava.

In questo loco infinita fortezza

Volse mostrare il gran conte di Brava;

Con Durindana le catene spezza,

Poi su le braccia la pietra levava;

E tutti quei prigion subito sciolse,

Ed andò ciascadun là  dove volse.

 

39.

De qui se parte il conte, e lascia il frate;

Va per la selva dietro ad un sentiero,

E gionse proprio dove quattro strate

Faceano croce; e stava in gran pensiero

Qual de esse meni alle terre abitate.

Vede per l’una venire un correro;

Con molta fretta quel correro andava:

Il conte de novelle il dimandava.

 

40.

Dicea colui: – Di Media son venuto,

E voglio andare al re di Circasia;

Per tutto il mondo vo’ cercando aiuto

Per una dama, che è regina mia.

Ora ascoltati il caso intravenuto:

Il grande imperator di Tartaria

De la regina è inamorato forte,

Ma quella dama a lui và´l mal di morte.

 

41.

Il patre della dama, Galifrone,

è omo antiquo ed amator di pace;

Né col Tartaro và´l la questà¯one,

Ché quello è un segnor forte e troppo audace.

Và´l che la figlia, contra a ogni ragione,

Prenda colui che tanto li dispiace:

La damigella prima và´l morire

Che alla voglia del patre consentire.

 

42.

Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,

Che longe è dal Cataio una giornata;

Ed è una rocca forte e ben guarnita,

Da fare a lungo assedio gran durata.

L’ dentro adesso è la dama polita,

Angelica nel mondo nominata;

Ché qual’unche è nel cel più chiara stella,

Ha manco luce ed è di lei men bella. –

 

43.

Poi che partito fo quel messagiero,

Orlando via cavalca alla spiccata;

E ben pare a se stesso nel pensiero

Aver la bella dama guadagnata.

Cos’ pensando, il franco cavalliero

Vede una torre con lunga murata,

La qual chiudeva de uno ad altro monte;

Di sotto ha una rivera con un ponte.

 

44.

Sopra a quel ponte stava una donzella,

Con una coppa di cristallo in mano.

Veggendo il conte, con dolce favella

Fassigli incontra, e con un viso umano

Dice: – Baron, che seti su la sella,

Se avanti andati, vo’ andareti in vano.

Per forza o ingegno non si può passare:

La nostra usanza vi convien servare.

 

45.

Ed è l’usanza che in questo cristallo

Bever conviensi di questa rivera. –

Non pensa il conte inganno o altro fallo:

Prende la coppa piena, e beve intera.

Come ha bevuto, non fa lungo stallo

Che tutto è tramutato a quel che egli era;

Né sa per che qui venne, o come, o quando,

Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.

 

46.

Angelica la bella gli è fuggita

Fuor della mente, e lo infinito amore

Che tanto ha travagliata la sua vita;

Non se ricorda Carlo imperatore.

Ogni altra cosa ha del petto bandita,

Sol la nova donzella gli è nel core;

Non che di lei se speri aver piacere,

Ma sta suggetto ad ogni suo volere.

 

47.

Entra la porta sopra a Brigliadoro,

Fuor di se stesso, quel conte di Brava.

Smonta a un palagio de s’ bel lavoro,

Che per gran meraviglia il riguardava;

Sopra a colonne de ambro e base d’oro

Una ampla e ricca logia se posava;

Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,

Il cel de azurro ed à´r tutto è depinto.

 

48.

Davanti della logia un giardin era,

Di verdi cedri e di palme ad’ombrato,

E de arbori gentil de ogni maniera.

Di sotto a questi verdeggiava un prato,

Nel qual sempre fioriva primavera:

Di marmoro era tutto circondato;

E da ciascuna pianta e ciascun fiore

Usciva un fiato di suave odore.

 

49.

Posesi il conte la logia a mirare,

Che avea tre facce, ciascuna depinta.

S’ seppe quel maestro lavorare,

Che la natura vi serebbe vinta.

Mentre che il conte stava a riguardare,

Vide una istoria nobile e distinta.

Donzelle e cavallieri eran coloro:

Il nome de ciascuno è scritto d’oro.

 

50.

Era una giovanetta in ripa al mare,

S’ vivamente in viso colorita,

Che, chi la vede, par che oda parlare.

Questa ciascuno alla sua ripa invita,

Poi li fa tutti in bestie tramutare.

La forma umana si vedia rapita;

Chi lupo, chi leone e chi cingiale,

Chi diventa orso, e chi grifon con l’ale.

 

51.

Vedevasi arivar quivi una nave,

E un cavalliero uscir di quella fuore,

Che con bel viso e con parlar suave

Quella donzella accende del suo amore.

Essa pareva donarli la chiave,

Sotto la qual si guarda quel liquore,

Col qual più fiate quella dama altera

Tanti baron avea mutati in fera.

 

52.

Poi si vedea lei tanto accecata

Del grande amor che portava al barone,

Che dalla sua stessa arte era ingannata,

Bevendo al napo della incantasone;

Ed era in bianca cerva tramutata,

E da poi presa in una cacciasone

(Circella era chiamata quella dama):

Dolesi quel baron che lei tanto ama.

 

53.

Tutta la istoria sua ve era compita,

Come lui fugge, e lei dama tornava.

La depintura è s’ ricca e polita,

Che d’à´r tutto il giardino aluminava.

Il conte, che ha la mente sbigotita,

Fuor de ogni altro pensier quella mirava.

Mentre che de se stesso è tutto fore,

Sente far nel giardino un gran romore.

 

54.

Ma poi vi contarò di passo in passo

Di quel romore, e chi ne fu cagione.

Ora voglio tornare al re Gradasso,

Che tutto armato, come campà¯one,

Alla marina giù discese al basso.

Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:

Or pensati se il debbe aspettare,

Ché quel dua millia leghe è longe in mare.

 

55.

Ma poi che vede il cel tutto stellato,

E che Ranaldo pur non è apparito,

Credendo certamente esser gabato

Ritorna al campo tutto invelenito.

Diciam de Ricciardetto adolorato,

Che, poi che vede il giorno esserne gito,

E che non è tornato il suo germano,

O morto, o preso lo crede certano.

 

56.

De l’animo che egli è, voi lo pensati;

Ma non lo abatte già  tanto il dolore,

Che non abbia i Cristian tutti adunati,

E del suo dipartir conta il tenore;

E quella notte se ne sono andati.

Non ebbeno i Pagani alcun sentore;

Ché ben tre leghe il sir di Montealbano

Dal re Marsilio al’oggiava lontano.

 

57.

Via caminando van senza riposo,

Fin che son gionti di Francia al confino.

Or tornamo a Gradasso furà¯oso:

Tutta sua gente fa armare al matino.

Marsilio da altra parte è pauroso,

Ché preso è Ferraguto e Serpentino,

Né vi ha baron che ardisca di star saldo:

Fugirno i Cristà¯an, perso è Ranaldo.

 

58.

Viene lui stesso, con basso visaggio,

Avante al re Gradasso ingenocchione;

De’ Cristà¯ani raconta lo oltraggio,

Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.

Esso promette voler fare omaggio,

Tenir il regno come suo barone;

Ed in poche parole èssi acordato;

L’un campo e l’altro insieme è mescolato.

 

59.

Usc’ Grandonio fuor de Barcellona;

E fece poi Marsilio il giuramento

Di seguir de Gradasso la corona

Contra di Carlo e del suo tenimento.

Esso in secreto e palese ragiona

Che disfarà  Parigi al fondamento,

Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;

E tutta Francia và´l gettare al piano.

 

60.

Già  Ricciardetto con tutta la gente

è gionto dal re Carlo imperatore;

Ma di Ranaldo non sa dir nà¯ente.

Di questo è nato in corte un gran romore.

Quei di Magancia assai vilanamente

Dicono che Ranaldo è un traditore.

Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,

E và´l battaglia con chi lo và´l dire.

 

61.

Ma il re Gradasso ha già  passati i monti,

Ed a Parise se ne vien disteso.

Raduna Carlo soi principi e conti,

E bastagli lo ardir de esser diffeso.

Nella cità  guarnisce torre e ponti,

Ogni partito della guerra è preso.

Stanno ordinati; ed ecco una matina

Vedon venir la gente saracina.

 

62.

Lo imperatore ha le schiere ordinate

Già  molti giorni avanti nella terra.

Or le bandiere tutte son spiegate,

E suonan gl’instrumenti de la guerra.

Tutte le gente sono in piaza armate,

La porta di San Celso se disserra;

Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:

Il primo assalto fa il danese Ogieri.

 

63.

Il re Gradasso ha sua gente partita

In cinque parte, ognuna è gran battaglia.

La prima è de India una gente infinita:

Tutti son negri la brutta canaglia.

Sotto a duo re sta questa gente unita:

Cardone è l’uno, e come cane abaglia;

Il suo compagno è il dispietato Urnasso,

Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.

 

64.

A Stracciaberra la seconda tocca.

Mai non fu la più brutta creatura:

Dui denti ha de cingial fuor della bocca,

Sol nella vista a ogni om mette paura.

Con lui Francardo, che con l’arco scocca

Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.

Di Taprobana è poi la terza schiera;

Conducela il suo re, e quello è l’Alfrera.

 

65.

La quarta è tutta la gente di Spagna,

Il re Marsilio ed ogni suo barone.

La quinta, che empie il monte e la campagna,

è proprio di Gradasso il suo penone;

Tanta è la gente smisurata e magna,

Che non se ne può far descrizà¯one.

Ma parlamo ora del forte Danese,

Che con Cardone è già  gionto alle prese.

 

66.

Dodeci millia di bella brigata

Mena il danese Ogieri alla battaglia,

E tutta insieme stretta e ben serrata;

La schiera de quei negri apre e sbaraglia.

Contra a Cardone ha la lancia arestata:

Quel brutto viso come un cane abaglia;

Sopra un gambilo armato è il maledetto.

Danese lo colpisce a mezo il petto.

 

67.

E non li vale scudo o pancirone,

Ché giù di quel gambilo è ruinato;

Or tra’ di calci al vento sul sabbione,

Perché da banda in banda era passato.

Movese Urnasso, l’altro compagnone:

Verso il Danese ha de un dardo lanciato.

Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,

Ed andò il ferro insino al petto nudo.

 

68.

Ogier turbato li sperona adosso;

Quel lanciò l’altro con tanto furore,

Che li passò la spalla insino a l’osso,

E ben sente il Danese un gran dolore,

Fra sé dicendo: Se accostar mi posso,

Io te castigarò, can traditore!”

Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,

E prende ad ambe mani una gran cetta.

 

69.

Segnor, sappiate che il caval de Urnasso

Fu bon destriero e pien de molto ardire:

Un corno aveva in fronte lungo un passo,

Con quel suoleva altrui spesso ferire.

Ma per adesso di cantar vi lasso,

Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:

E la battaglia, ch’ora è cominciata,

Serà  crudele e lunga e smisurata.

 

 

CANTO SETTIMO

 

1.

Dura battaglia e crudele e diversa

è cominciata, come ho sopra detto;

Ora il Danese Urnasso giù riversa:

Partito l’ha Curtana insino al petto.

Questa schiera pagana era ben persa;

Ma quel destrier de Urnasso maledetto

Fer’ il Danese col corno alla coscia:

Lo arnese e quella passa con angoscia.

 

2.

Era il Danese in tre parte ferito,

E tornò indrieto a farse medicare.

Lo imperator, che ‘l tutto avea sentito,

Fa Salamone alla battaglia entrare,

E dopo lui Turpino, il prete ardito;

Il ponte a San Dionigi fa callare,

E mette Gaino fuor con la sua scorta:

Ricardo fece uscir de un’altra porta.

 

3.

De un’altra uscitte il possente Angelieri,

Dudon quel forte, che a bontà  non mente:

E da Porta Real vien Olivieri,

E di Bergogna quel Guido possente;

Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,

Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,

Chi da una porta e chi da l’altra vene,

Per dare a’ Saracin sconfitta e pene.

 

4.

Lo imperator, de gli altri più feroce,

Uscitte armato, e guida la sua schiera,

Racomandando a Dio con umil voce

La cità  di Parigi, che non piera.

Monaci e preti con reliquie e croce

Vanno de intorno, e fan molte preghera

A Dio e a’ Santi, che diffenda e guardi

Re Carlo Mano e’ soi baron gagliardi.

 

5.

Ora suona a martello ogni campana,

Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;

E da ogni parte la gente pagana

Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.

Battaglia non fu mai cotanto strana,

Ché tutti insieme son ramescolati.

Olivier tra la gente saracina

Un fiume par che fenda la marina.

 

6.

Cavalli e cavallier vanno a traverso,

E questo occide, e quel getta per terra;

Mena Altachiera a dritto ed a roverso,

Più che mille altri ai Saracin fa guerra:

Non creder che un sol colpo egli abbia perso.

Ecco scontrato fu con Stracciaberra,

Quel negro de India, re di Lucinorco,

C’ha for di bocca il dente come porco.

 

7.

Tra lor durò la battaglia nà¯ente,

Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,

Tra occhio e occhio e l’uno e l’altro dente,

Partendo in mezo quella faccia nera;

Poi dà  tra li altri col brando tagliente,

Mete in ruina tutta quella schiera;

E mentre che ‘l combatte con furore,

Ariva quivi Carlo imperatore.

 

8.

Avea quel re la spada insanguinata,

Montato era quel giorno in su Baiardo;

La gente saracina ha sbarattata,

Mai non fu visto un re tanto gagliardo.

Ripone il brando e una lancia ha pigliata,

Però che ebbe adocchiato il re Francardo:

Francardo, re d’Elissa, l’Indà¯ano,

Che combattendo va con lo arco in mano.

 

9.

Sagittando va sempre quel diverso:

Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.

Lo imperatore il gionse su il traverso,

E tutto lo passò da fianco a fianco;

De l’anima pensati, il corpo è perso.

Ma già  non parve allor Baiardo stanco;

Col morto era il gambilo in sul sentiero,

Sopra de un salto li passò il destriero.

 

10.

– Chi mi potrà  giamai chiuder il passo,

Ch’io non ritrovi a mio diletto scampo? –

Dicea il re Carlo; e con molto fracasso

Parea fra’ Saracin di foco un vampo.

Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,

Andava a vota sella per il campo.

Col corno in fronte va verso Baiardo:

Non si spaventa quel destrier gagliardo.

 

11.

Senza che Carlo lo governi o guide,

Volta le groppe e un par de calci sferra;

Dove la spalla a ponto se divide,

Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.

Oh quanto Carlo forte se ne ride!

Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,

Perché de’ Saracin gionge ogni schiera;

Davanti a tutti gli altri vien l’Alfrera.

 

12.

Su la zirafa viene il smisurato,

Menando forte al basso del bastone:

Turpin de Rana al campo ebbe trovato,

Sotto la cinta se il pose al gallone;

Tal cura n’ha se non l’avesse a lato.

Dopo lui branca Berlengiere e Otone:

De tutti tre dopo ne fece un fasso,

Legati insieme li porta a Gradasso.

 

13.

E ritornò ben presto alla campagna,

Ché tutti gli altri ancora và´l pigliare.

Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;

Or si comincia le man a menare.

La vita o il corpo qua non si sparagna,

Ciascun tanto più fa, quanto può fare.

Già  tutti i paladini ed Olivieri

Sono redutti intorno allo imperieri.

 

14.

Egli era in su Baiardo, copertato

A zigli d’à´r da le cà´me al tallone;

Oliviero il marchese a lato a lato,

Alle sue spalle il possente Dudone,

Angelieri e Ricardo apregà¯ato,

Il duca Naimo e il conte Ganelone.

Ben stretti insieme vanno con ruina

Contra a Marsilio e gente saracina.

 

15.

Ferraguto scontrò con Olivieri:

Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,

Ma non che lo piegasse de il destrieri;

Poi cominciorno con le spade in mano.

E scontrorno Spinella ed Angelieri;

E il re Morgante se scontrò con Gano,

E lo Argalifa e il duca di Bavera,

E tutta insieme poi schiera con schiera.

 

16.

Cos’ le schiere sono insieme urtate.

Grandonio era afrontato con Dudone;

Questi si davan diverse mazate,

Però che l’uno e l’altro avea il bastone.

Par che le gente siano acoppà¯ate;

Re Carlo Mano è con Marsilà¯one:

E ben l’arebbe nel tutto abattuto,

Se non gli fosse gionto Ferraguto,

 

17.

Che lasciò la battaglia de Oliviero,

Tanto gl’increbbe di quel suo cà¯ano.

Ma quel marchese, ardito cavalliero,

Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.

Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,

Di core ardito e ben presto di mano;

Re Carlo era quel giorno più gagliardo

Che fosse mai, perché era su Baiardo.

 

18.

Ciascuno è gran barone, o re possente,

E per onore e gloria se procaccia;

Non se adoprano i scudi per nà¯ente,

Ogni om mena del brando ad ambe braccia.

Ma in questo tempo la cristiana gente

La schiera saracina in rotta caccia;

Del re Marsilio è in terra la bandiera.

Ecco alla zuffa è tornato l’Alfrera.

 

19.

Quella gente de Spagna se ne andava

A tutta briglia fuggendo nel piano.

Marsilio, né Grandonio li voltava,

Anci con gli altri in frotta se ne vano.

E lo Argalifa le gambe menava,

E il re Morgante, quel falso pagano;

Spinella si fuggiva alla distesa:

Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

 

20.

Lui ritornava a guisa di leone,

Né mai le spalle al tutto rivoltava.

Adosso a lui sempre è il franco Dudone,

Olivieri e il re Carlo martellava.

Lui or de ponta, or mena riversone,

Or questo, or quel di tre spesso cacciava;

Ma, come egli era punto dai soi mosso,

A furia tutti tre gli eran adosso.

 

21.

E certamente l’avrian morto, o preso,

Ma, come è detto, ritornò l’Alfrera.

Mena il bastone di cotanto peso,

Al primo colpo divide una schiera.

Già  Guido di Bergogna a lui si è reso,

Con esso il vecchio duca di Bavera;

Ma Olivà¯er, Dudone e Carlo Mano

Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

 

22.

Chi di qua, chi di là  li viene a dare,

Ciascun li è intorno con fronte sicura;

Lui la zirafa non può rivoltare,

Ch’è bestia pigra molto per natura.

Colpi diversi ben potea menare:

Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;

Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso

Con la ziraffa fugge di trapasso.

 

23.

Il re Gradasso lo vede venire,

Che l’avea prima in bona opinà¯one.

Verso di lui se afronta, e prese a dire:

– Ahi brutto manigoldo! vil briccone!

Non te vergogni a tal modo fuggire?

Tanto sei grande e sei tanto poltrone?

Va nel mio paviglion, vituperato!

Fa che più mai io non ti veda armato. –

 

24.

E cos’ detto, tocca la sua alfana;

Al primo scontro riversò Dudone.

Mostra Gradasso forza più che umana:

Ricardo abatte e lo re Salamone.

Movesi la sua gente sericana,

A tutti fa il suo core di dracone;

Di ferro intorno è cinta la sua lanza:

Mai non fu al mondo s’ fatta possanza.

 

25.

E’ se fu riscontrato al conte Gano:

Gionse nel scudo, a petto del falcone;

A gambe aperte lo gittò sul piano.

Da longe ebbe veduto il re Carlone:

Spronagli adosso, con la lancia in mano,

Al primo colpo il getta de l’arcione;

La briglia de Baiardo in mano ha tolta:

Presto le groppe quel destrier rivolta.

 

26.

Forte cridando, un par de calci mena,

Di sotto dal genocchio il colse un poco;

La schinera è incantata e grossa e piena,

Pur dentro se piegò gettando foco.

Mai non sent’ Gradasso cotal pena:

Tanto ha la doglia, che non trova loco.

Lascia Baiardo e la briglia abandona:

Dentro a Parigi va la bestia bona.

 

27.

Gradasso si ritorna al pavaglione;

Non dimandati se l’ha gran dolore.

S’è radotto nel campo ier un vecchione,

Che della medicina avea l’onore.

Legò il genocchio con molta ragione;

Poi de radice e d’erbe avea un liquore,

Che, come il re Gradasso l’ha bevuto,

Par che quel colpo mai non abbia avuto.

 

28.

Or torna alla battaglia assai più fiero:

Non è rimedio alla sua gran possanza.

Venegli addosso il marchese Oliviero,

Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.

Avolio, Avino e Guido ed Angeliero

Van tutti quattro insieme ad una danza:

A dire in summa, e’ non vi fu barone

Che non l’avesse quel giorno pregione.

 

29.

Il popol cristà¯ano in fuga è volto.

Né contra a’ Saracin più fan diffesa.

Ogni franco baron di mezzo è tolto,

L’altra gentaglia fugge alla distesa.

Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;

Tutta la bona gente è morta, o presa;

Gli altri tutti ne vanno in abandono.

Sempre alle spalle e Saracin li sono.

 

30.

Or dentro da Parigi è ben palese

La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.

Salta del letto subito il Danese,

Forte piangendo, quel franco barone.

Fascia la coscia, vestise l’arnese,

Ed a la porta ne viene pedone;

Ché, per non indugiare, il sir pregiato

Comanda che il destrier li sia menato.

 

31.

Come qui gionge, la porta è serrata,

Di fuor da quella se odeno gran stride;

Morta è tutta la gente battizata.

Non và´le aprir quel portiero omicide;

Perché la Pagania non vi sia entrata,

Comporta che i Pagan sua gente occide.

Il Danese lo prega e lo conforta

Che sotto a sua diffesa apra la porta.

 

32.

Quel portier crudo con turbata faccia

Dice al Danese che non và´le aprire,

E con parole superbe il minaccia,

Se dalla guardia sua non se ha a partire.

Il Danese turbato prende una accia;

Ma, come quello il vede a sé venire,

Lascia la porta e fugge per la terra:

Presto il Danese quella apre e disserra.

 

33.

Il ponte cala lo ardito guerrero;

Sopra vi monta lui con l’accia in mano.

Ora di aver boni occhi li è mestiero,

Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,

E ciascadun và´le essere il primero.

Meschiato è tra lor seco alcun pagano;

Ben lo cognosce il Danese possente,

E con quella accia fa ciascun dolente.

 

34.

Gionge la furia de’ pagani in questa:

Avanti a tutti gli altri è Serpentino.

Sopra del ponte salta con tempesta,

L’accia mena il Danese paladino,

E gionge a Serpentino in su la testa.

Tutto se avampa a foco l’elmo fino,

Perché di fatasone era sicura

Del franco Serpentin quella armatura.

 

35.

Sente il Danese la folta arivare:

Gionge Gradasso e Ferragù possente.

Ben vede lui che non può riparare,

Tanto gli ingrossa d’intorno la gente;

Il ponte alle sue spalle fa tagliare.

Giamai non fu un baron tanto valente;

Contra tanti pagan tutto soletto

Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

 

36.

Intorno li è Gradasso tutta fiata,

E ben comanda che altri non se impaccia.

Sente il Danese la porta serrata:

Ormai più non si cura, e mena l’accia.

Gradasso con la man l’ebbe spezzata;

Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.

Grande è il Danese e forte campà¯one,

Ma pur Gradasso lo porta prigione.

 

37.

Dentro alla terra non è più barone,

Ed è venuto già  la notte scura.

Il popol tutto fa processà¯one,

Con veste bianche e con la mente pura:

Le chiesie sono aperte e le pregione.

Il giorno aspetta con molta paura;

Né altro ne resta che, alla porta aperta,

Veder se stesso e sua cità  deserta.

 

38.

Astolfo con quelli altri fo lasciato,

Né se amentava alcun che ‘l fosse vivo;

Perché, come fu prima impregionato,

Fu detto a pieno che de vita è privo.

Era lui sempre di parlar usato,

E vantatore assai più che non scrivo;

Però, come od’ ‘l fatto, disse: – Ahi lasso!

Ben seppe come io stava il re Gradasso.

 

39.

Se io me trovavo della pregion fuora,

Non era giamai preso il re Carlone:

Ma ben li ponerò rimedio ancora.

Il re Gradasso vo’ pigliar pregione;

E domatina, al tempo de l’aurora,

Armato e solo io montarò in arcione;

Stati voi sopra a’ merli alla vedetta.

Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! –

 

40.

Di for se allegra quella gente fiera,

E stanno al re Gradasso tutti intorno.

Lui sta nel mezzo con superba ciera,

Per prender la citade al novo giorno;

Per allegrezza perdonò a l’Alfrera.

Or condutti e pregion davanti fà´rno:

Come Gradasso vide Carlo Mano,

Seco lo assetta e prendelo per mano.

 

41.

Ed a lui disse: – Savio imperatore,

Ciascun segnor gentil e valoroso

La gloria cerca e pascese de onore.

Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,

Senza mostrare in prima il suo valore,

Merta del regno al tutto esser deposo.

Io, che in Levante mi potea possare,

Sono in Ponente per fama acquistare.

 

42.

Non certamente per acquistar Franza,

Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:

Lo effetto ne farà  testimonianza.

A me basta mia antiqua segnoria;

Equale a me non voglio di possanza.

Adunque ascolta la sentenzia mia:

Un giorno integro tu con toi baroni

Voglio che in campo me siati prigioni;

 

43.

Poi ne potrai a tua cità  tornare,

Ché io non voglio in tuo stato por la mano,

Ma con tal patto: che me abbi a mandare

Il destrier del segnor di Montealbano;

Ché de ragione io l’ebbi ad acquistare,

Abenché me gabasse quel villano.

E simil voglio, come torni Orlando,

Che in Sericana mi mandi il suo brando. –

 

44.

Re Carlo dice de darli Baiardo,

E che del brando farà  suo potere;

Ma il re Gradasso il prega senza tardo

Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.

Cos’ ne viene a Parigi Ricardo;

Ma come Astolfo questo ebbe a sapere

(Lui del governo ha pigliato il bastone),

Prende Ricardo e mettelo in pregione.

 

45.

Di fuor del campo manda uno araldo

A disfidar Gradasso e la sua gente;

E se lui dice aver preso Ranaldo,

O ver cacciato, o morto, che il ne mente,

E disdir lo farà  come ribaldo;

Che Carlo ha a fare in quel destrier nà¯ente.

Ma se lo và´le, esso il venga acquistare;

Doman su il campo ge l’avrò a menare.

 

46.

Gradasso domandava a re Carlone

Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.

Carlo gli dice sua condizà¯one,

Ed è turbato ne l’animo forte.

Gano dicea: – Segnor, egli è un buffone,

Che dà  diletto a tutta nostra corte;

Non guardare a suo dir, né star per esso

Che non ci attendi quel che ci hai promesso. –

 

47.

Dicea Gradasso a lui: – Tu dici bene,

Ma non creder però per quel ben dire

Di andarne tu, se Baiardo non viene.

Sia chi si và´le, egli è de molto ardire.

Voi seti qui tutti presi con pene,

E lui và´l meco a battaglia venire.

Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,

Ch’io son contento; ma mena il destriero.

 

48.

Ma s’io guadagno per forza il ronzone,

Io pur far posso de voi il mio volere,

Né son tenuto alla condizà¯one,

Se non m’aveti il patto ad ottenere. –

O quanto era turbato il re Carlone!

Ché, dove il crede libertade avere,

E stato, e robba, ed ogni suo barone,

Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.

 

49.

Astolfo, come prima apparve il giorno,

Baiardo ha tutto a pardi copertato;

Di grosse perle ha l’elmo al cerchio adorno

Guarnito, e d’à´r la spada al manco lato.

E tante ricche petre aveva intorno,

Che a un re de tutto il mondo avria bastato:

Il scudo è d’oro; e su la coscia avia

La lancia d’à´r, che fu de l’Argalia.

 

50.

Il sole a punto alora si levava,

Quando lui giunse in su la prataria.

A gran furore il suo corno sonava,

E ad alta voce dopo il suon dicia:

– O re Gradasso, se forse te grava

Provarti solo alla persona mia,

Mena con teco il gran gigante Alfrera,

E, se te piace, mille in una schiera.

 

51.

Mena Marsilio e il falso Balugante,

Insieme Serpentino e Falsirone;

Mena Grandonio, che è s’ gran gigante,

Che un’altra volta il tratai da castrone,

E Ferraguto, che è tanto arrogante:

Ogni tuo paladino, ogni barone

Mena con teco, e tutta la tua gente;

Ché te con tutti non temo nà¯ente. –

 

52.

Con tal parole Astolfo avea cridato:

Oh quanto il re Gradasso ne ridia!

Pur se arma tutto e vassene sul prato,

Ché de pigliar Baiardo voglia avia.

Cortesemente Astolfo ha salutato,

Poi dice: – Io non so già  che tu ti sia;

Io domandai de tua condizà¯one:

Gano me dice che tu sei buffone.

 

53.

Altri m’ha detto poi che sei segnore

Leggiadro, largo, nobile e cortese,

E che sei de ardir pieno e di valore:

Quel che tu sia, io non faccio contese,

Anci sempre ti voglio fare onore;

Ma questo ti so ben dirti palese,

Ch’io vo’ pigliarte, e sii, se và´i, gagliardo:

Altro del tuo non voglio, che Baiardo. –

 

54.

– Ma tu fai senza l’osto la ragione, –

Diceva Astolfo – e convienla riffare;

Al primo scontro te levo de arcione,

E, poi che te odo cortese parlare,

Del tuo non voglio il valor d’un bottone,

Ma vo’ che ogni pregion m’abbi a donare;

E te lasciarò andare in Pagania

Salvo, con tutta la tua compagnia. –

 

55.

– Io son contento, per lo Dio Macone, –

Disse Gradasso – e cos’ te lo giuro. –

Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,

Cinto di ferro e tanto grosso e duro,

Che non di tà´rre Astolfo del ronzone,

Ma credia di atterrare un grosso muro.

Da l’altra parte Astolfo ben se afranca;

Forza non ha, ma l’animo non manca.

 

56.

Già  su la alfana se move Gradasso,

Né Astolfo d’altra parte sta a guardare;

L’un più che l’altro viene a gran fraccasso,

A mezo ‘l corso si ebbeno a scontrare.

Astolfo toccò primo il scudo abasso,

Che per nà¯ente non vol’a fallare:

S’ come io dissi, al scudo basso il tocca,

E fuor de sella netto lo trabocca.

 

57.

Quando Gradasso vede ch’egli è in terra,

Apena che a sé crede che il sia vero:

Ben vede mo che è finita la guerra,

E perduto è Baiardo, il bon destriero.

Levasi in piede, e la sua alfana afferra,

Vòlto ad Astolfo, e disse: – Cavalliero,

Con meco hai tu vinta la tenzone:

A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. –

 

58.

Cos’ ne vanno insieme a mano a mano;

Gradasso molto li faceva onore.

Carlo né i paladini ancor non sano

Di quella giostra che è fatta, il tenore;

Ed Astolfo a Gradasso dice piano,

Che nulla dica a Carlo imperatore,

Ed a lui sol de dir lassi l’impaccio,

Ché alquanto ne và´l prender di solaccio.

 

59.

E gionto avanti a lui, con viso acerbo

Disse: – E peccati te han cerchiato in tondo.

Tanto eri altiero e tanto eri superbo,

Che non stimavi tutto quanto il mondo.

Ranaldo e Orlando, che fà´r di tal nerbo,

Sempre cercasti di metterli al fondo;

Ecco: usurpato te avevi Baiardo,

Or l’ha acquistato questo re gagliardo.

 

60.

A torto me ponesti in la pregione,

Per far careze a casa di Magancia:

Or dimanda al tuo conte Ganelone

Che ti conservi nel regno di Francia.

Or non v’è Orlando, fior de ogni barone,

Non v’è Ranaldo, quella franca lancia;

Che se sapesti tal gente tenire,

Non sentiresti mo questo mart’re.

 

61.

Io ho donato a Gradasso il ronzone,

E già  mi son con lui bene accordato;

Stommi con seco, e servo da buffone,

Merc’è di Gano, che me gli ha lodato:

So che li piace mia condizà¯one.

Ogni om di voi li avrò racomandato:

Lui Carlo Mano và´l per ripostieri,

Danese scalco, e per coquo Olivieri.

 

62.

Io li ho lodato Gano di Maganza

Per omo forte e digno de alto afare,

S’ che stimata sia la sua possanza:

Le legne e l’acqua converrà  portare.

Tutti voi altri poi, gente da zanza,

A questi soi baron vi và´l donare;

E se a lor serà  grata l’arte mia,

Farò che avreti bona compagnia. –

 

63.

Già  non rideva Astolfo de nà¯ente,

E proprio par che ‘l dica da davera.

Non dimandar se il re Carlo è dolente,

E ciascadun che è preso in quella schiera.

Dice Turpino a lui: – Ahi miscredente!

Hai tu lasciata nostra fede intiera? –

A lui rispose Astolfo: – S’, pritone,

Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. –

 

64.

Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:

Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.

Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,

Avanti a Carlo ingenocchion se tira,

E disse: – Segnor mio, voi seti franco;

E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,

Per pietate e per Dio chiedo perdono,

Ché, sia quel ch’io mi voglia, vostro sono.

 

65.

Ma ben ve dico che mai per nà¯ente

Non voglio in vostra corte più venire.

Stia con voi Gano ed ogni suo parente,

Che sanno il bianco in nero convertire.

Il stato mio vi lascio obidà¯ente;

Io domatina mi voglio partire,

Né mai me posarò per freddo o caldo,

In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. –

 

66.

Non sanno ancor se ‘l beffa, o dice il vero:

Tutti l’un l’altro se guardano in volto;

Sin che Gradasso, quel segnor altiero,

Comanda che ciascun via se sia tolto.

Gano fu il primo a montare a destriero:

Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,

E disse a lui: – Non andate, barone:

Gli altri son franchi, e voi seti pregione. –

 

67.

– Di cui sono io pregion? – diceva Gano;

Rispose a lui: – De Astolfo de Inghilterra. –

Alor Gradasso fa palese e piano

Come sia stata tra lor duo la guerra.

Astolfo il conte Gano prende a mano,

Con lui davanti di Carlo se atterra,

E ingenocchiato disse: – Alto segnore,

Costui voglio francar per vostro amore.

 

68.

Ma con tal patti e tal condizà¯one,

Che in vostra mano e’ converrà  giurare,

Per quattro giorni de entrare in pregione,

E dove, e quando io lo vorò mandare.

Ma, sopra a questo, vuo’ promissà¯one,

Perché egli è usato la fede mancare,

Da’ paladini e da vostra corona,

Darmi legata e presa sua persona. –

 

69.

Rispose Carlo: – Io voglio che lo faccia! –

E fecelo giurare incontinente.

Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.

Altro che Astolfo non se ode nà¯ente:

E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,

Ed a lui solo va tutta la gente:

Campato ha Astolfo, ed è suo quest’onore,

La fè de Cristo e Carlo imperatore.

 

70.

Carlo si forza assai de il ritenire:

Irlanda tutta li volea donare.

Ma lui se è destinato di partire,

Ché và´l Ranaldo e Orlando ritrovare.

Qua più non ne dirò, lasciatel gire,

Che assai di lui avrò poi a contare:

Or quella notte, inanti al matutino,

Part’ Gradasso ed ogni Saracino.

 

71.

Andarno in Spagna, e l’ restò Marsiglio,

Con la sua gente ed ogni suo barone.

Gradasso ivi montò sopra al naviglio,

Che era una quantità  fuor di ragione.

Or di narrarvi fatica non piglio

Il suo và¯aggio e quelle regà¯one

Di negra gente sotto il cel s’ caldo;

Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

 

72.

E conterovi de una alta ventura

Che li intravenne, e ben meravigliosa,

E di letizia piena e di sciagura,

Che forse sua persona valorosa

Mai non fu a sorte s’ spietata e dura.

Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,

E poi vi contarò ne l’altro canto

Cose mirabil di allegrezza e pianto.

 

 

CANTO OTTAVO

 

1.

Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso

(Cos’ se avea quella isola a chiamare),

Ove la nave fie’ il primo riposo,

La nave che ha il nocchier che non appare.

Era quello un giardin de arbori ombroso,

Da ciascun lato in cerco batte il mare;

Piano era tutto, coperto a verdura;

Quindeci miglia è intorno per misura.

 

2.

Di ver ponente, aponto sopra al lito,

Un bel palagio ricco se mostrava,

Fatto de un marmo s’ terso e polito,

Che il giardin tutto in esso se specchiava.

Ranaldo in terra presto fu salito,

Ché star sopra alla nave dubitava;

Apena sopra il litto era smontato,

Ecco una dama, che l’ha salutato.

 

3.

La dama li dicea: – Franco barone,

Qua ve ha portato la vostra ventura;

E non pensati che senza cagione

Siati condotto, con tanta paura,

Tanto di longe, in strana regà¯one;

Ma vostra sorte, che al principio è dura,

Avrà  fin dolce, allegro e dilettoso,

Se avete il cor, come io credo, amoroso. –

 

4.

Cos’ dicendo per la mano il piglia,

E dentro al bel palagio l’ha menato:

Era la porta candida e vermiglia,

E di ner marmo, e verde, e di meschiato.

Il spazo che coi piedi se scapiglia,

Pur di quel marmo è tutto varà¯ato;

Di qua, di là  son logie in bel lavoro,

Con relevi e compassi azuro e de oro.

 

5.

Giardini occulti di fresca verdura

Son sopra a’ tetti e per terra nascosi;

Di gemme e d’oro a vaga depintura

Son tutti e lochi nobili e zoiosi;

Chiare fontane e fresche a dismisura

Son circondate d’arboscelli ombrosi;

Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore

Da tornar lieto ogni affannato core.

 

6.

La dama entra una logia col barone,

Adorna molto, ricca e delicata,

Per ogni faccia e per ogni cantone

Di smalto in lama d’oro istorà¯ata;

Verdi arboscelli e di bella fazione

Dal loco aperto la teneano ombrata;

E le colonne di quel bel lavoro

Han di cristallo il fusto e il capo d’oro.

 

7.

In questa logia il cavalliero intrava.

Di belle dame ivi era una adunanza;

Tre cantavano insieme, e una suonava

Uno instrumento fuor de nostra usanza,

Ma dolce molto il cantare acordava;

L’altre poi tutte menano una danza.

Come intrò dentro il cavalliero adorno,

Cos’ danzando lo acerchiarno intorno.

 

8.

Una di quelle con sembianza umana

Disse: – Segnor, le tavole son pose,

E l’ora della cena è prossimana. –

Cos’ per l’erbe fresche ed odorose

Seco il menarno a lato alla fontana

Sotto un coperto di vermiglie rose:

Quivi è apparato, che nulla vi manca,

Di drappo d’oro e di tovaglia bianca.

 

9.

Quattro donzelle se fà´rno assettate,

E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.

Ranaldo sta smarito in veritate;

Di grosse perle adorno era il suo segio.

Quivi venner vivande delicate,

Coppe con zoie di mirabil pregio,

Vin di bon gusto e di suave odore:

Servon tre dame a lui con molto onore.

 

10.

Poi che la cena comincia a finire,

E fà´r scoperte le tavole d’oro,

Arpe e leuti se poterno udire.

A Ranaldo se acosta una di loro,

Basso alla orecchia li comincia a dire:

– Questa casa real, questo tesoro

E l’altre cose che non pà´i vedere,

Che più son molto, sono a tuo piacere.

 

11.

Per tua cagione è tutto edificato,

E per te solo il fece la regina;

Ben ti dei reputare aventurato,

Che te ami quella dama pellegrina.

Essa è più bianca che ziglio nel prato,

Vermiglia più che rosa in su la spina;

La giovenetta Angelica se chiama,

Che tua persona più che il suo core ama. –

 

12.

Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,

Ode nomar colei che odiava tanto,

Non ebbe alla sua vita tal tristezza,

E cambiosse nel viso tutto quanto;

La lieta casa ormai nulla non prezza,

Anci li assembra un loco pien di pianto.

Ma quella dama li dice: – Barone,

Anci non pà´i disdir, ché sei pregione.

 

13.

Qua non te val Fusberta adoperare,

Né te var’a, se avesti il tuo Baiardo:

Intorno ad ogni parte cinge il mare;

Qui non te vale ardir né esser gagliardo.

Quel cor tanto aspro ti convien mutare:

Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.

Se de mirarla il cor non ti conforta,

Come vedrai alcun che odio ti porta? –

 

14.

Cos’ dicea la bella giovanetta,

Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,

Né quivi alcuna de le dame aspetta,

Anci soletto va per il verziero.

Non trova cosa quivi che ‘l diletta;

Ma con cor crudo, dispietato e fiero

Partir de quivi al tutto se destina,

E da ponente torna alla marina.

 

15.

Trova il naviglio che l’avea portato,

E sopra a quel soletto torna ancora,

Perché nel mar si serebbe gettato

Più presto che al giardin far più dimora.

Non se parte il naviglio, anzi è acostato,

E questo è la gran doglia che lo acora;

E fa pensier, se non se pà´ partire,

Gettarse in mare ed al tutto morire.

 

16.

Ora il naviglio nel mar se alontana,

E con ponente in poppa via camina;

Non lo potria contar la voce umana

Come la nave va con gran ruina.

Ne l’altro giorno una gran selva e strana

Vede, ed a quella il legno se avicina.

Ranaldo al litto di quella dismonta:

Subito un vecchio bianco a lui se afronta.

 

17.

Forte piangendo quel vecchio dicia:

– Deh non me abandonar, franco barone,

Se onor te move di cavalleria,

Che è la diffesa di iusta ragione!

Una donzella, che è figliola mia,

Emme rapita da un falso latrone,

E pur adesso presa se la mena:

Ducento passi non è longe apena. –

 

18.

Mosse pietate quel baron gagliardo:

Benché sia a piedi, armato con la spada

A seguire il ladron già  non fu tardo;

Coperto d’arme corre quella strada.

Come lo vide quel ladron ribaldo,

Lascia la dama, e già  non stette a bada;

Pose alla bocca un grandissimo corno:

Par che risuoni l’aria e il cel d’intorno.

 

19.

Venne Ranaldo la vista ad alciare:

A sé davanti vede un monticello,

Che facea un capo piccoletto in mare.

Alla cima di quello era un castello,

Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;

Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:

Sedeci piedi è da la terra altano,

Una catena e un dardo tiene in mano.

 

20.

Quella catena ha da capo un uncino:

Or chi potrà  questa opra indovinare?

Come fu gionto il gigante mastino,

Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.

Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,

Ma tutto quanto pur l’ebbe a passare;

Usbergo e maglia tutto ebbe passato:

Fer’ il barone alquanto nel costato.

 

21.

Dicea Ranaldo a lui: – Te tien a mente

Chi meglio de noi duo di spada fiera! –

E và lli addosso iniquitosamente.

Come il gigante il vide nella ciera,

Volta le spalle e non tarda nà¯ente;

Forte correndo fugge a una riviera.

Questa riviera un ponte sopra avia:

Una sol pietra quel ponte fac’a.

 

22.

Nel capo di quel ponte era uno annello;

Dentro li attacca il gigante l’oncino.

E già  Ranaldo è sopra ‘l ponticello,

Ché, correndo, al pagano era vicino.

Tirò lo ingegno con gran forza il fello:

La pietra se profonda. – O Dio divino –

Dicea Ranaldo – aiuta! O Matre eterna! –

Cos’ dicendo va nella caverna.

 

23.

Era la tana oscura e tenebrosa,

E sopra ad essa la fiumana andava;

Una catena dentro vi era ascosa,

Che il caduto baron presto legava.

E quel gigante già  non se riposa;

Cos’ legato in spalla sel portava,

A lui dicendo: – E perché davi impaccio

Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. –

 

24.

Non respondia Ranaldo alcuna cosa,

Ma nella mente tristo ne dicia:

Or ti par che fortuna ruà¯nosa

Una disgrazia dietro a l’altra invia!

Qual sorte al mondo è la più dolorosa

Non se paragia alla sventura mia,

Ch’in tal miseria mi vedo arivare,

Né con qual modo lo sapria contare.”

 

25.

Cos’ dicendo, già  sono su il ponte

Che del crudel castello era l’intrata:

Teste de occisi nella prima fronte,

E gente morta vi pende apiccata;

Ma, quel che era più scuro, eran disionte

Le membra ancora vive alcuna fiata.

Vermiglio è lo castello, e da lontano

Sembrava foco, ed era sangue umano.

 

26.

Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:

Ben vi confesso che ora ebbe paura.

Già  davanti una vecchia era venuta,

Tutta coperta de una veste oscura,

Macra nel volto, orribile e canuta,

E di sembianza dispietata e dura.

Lei fa Ranaldo alla terra gettare

Cos’ legato, e comincia parlare.

 

27.

– Forse per fama avrai sentito dire, –

Dicea la vecchia – la crudele usanza

Che questa rocca ha preso a mantenire.

Ora nel tempo che a viver te avanza,

Poi che a diman s’indugia il tuo morire,

(Ché già  de vita non aver speranza),

In questo tempo ti voglio contare

Qual cagion fece la usanza ordinare.

 

28.

Un cavallier di possanza infinita

Di questa rocca un tempo fu segnore.

Vita tenea magnifica e fiorita,

Ad ogni forastier faceva onore;

Ciascun che passa per la strada invita,

Cavallier, dame e gente di valore.

Avea costui per moglie una donzella,

Che altra al mondo mai fu tanto bella.

 

29.

Quel cavalliero avea nome Grifone;

Questa rocca Altaripa era chiamata,

E la sua dama Stella, per ragione,

Ché ben parea del celo esser levata.

Era di maggio alla bella stagione;

Andava il cavalliero alcuna fiata

A quella selva che è in su la marina,

Dove giungesti tu in questa mattina.

 

30.

E passar per lo bosco ebbe sentito

Un altro cavallier, che a caccia andava.

S’ come a tutti, fie’ il cortese invito,

Ed alla rocca qua suso il menava.

Fu quest’altro ch’io dico, mio marito:

Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.

Lui fu menato dentro a questa stanza,

Ed onorato assai, come era usanza.

 

31.

Or, come volse la disaventura,

Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,

E fo preso de amore oltra misura,

E seco pensò il viso delicato

Di quella mansueta creatura;

In summa, è dentro il cor tanto infiammato,

Ch’altro nol stringe, né d’altro ha pensiero,

Se non di tuor la donna al cavalliero.

 

32.

Da questa rocca si parte fellone;

Torna cambiato in viso a meraviglia:

Altro che lui non sapea la cagione.

Parte da Aronda con la sua famiglia;

Porta le insegne seco di Grifone,

E di persona alquanto il rasomiglia.

E soi compagni nel bosco nascose,

Le insegne e l’arme pur con essi pose.

 

33.

Lui, come a caccia, tutto disarmato

Va per la selva, e forte suona un corno;

Il cortese Grifon l’ebbe ascoltato,

Ch’era nel bosco ancora lui quel giorno.

In quella parte presto ne fu andato:

Marchino il falso si guardava intorno,

E, come non avesse alcun veduto,

Forte diceva: “Io l’averò perduto.”

 

34.

Poi ver Grifon se ne vene a voltare.

Come il vedesse allor primeramente,

Diceva: “Io vengo un mio cane a cercare,

Ma in questo loco non so andar nà¯ente.”

Or vanno insieme, e vengon a rivare

Ove Marchino ha nascoso la gente;

E, per venir più presto al compimento,

Occiserlo costoro a tradimento.

 

35.

Con la sua insegna la rocca pigliaro,

Né dentro vi lascià¢r persona viva;

Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,

Ed ogni dama fu de vita priva.

La bella Stella qua dentro trovaro,

Che la sventura sua forte piangiva.

Molte carezze li facea Marchino:

Mai non se piega quel cor pellegrino.

 

36.

Ella pensava lo oltraggio spietato

Che li avea fatto il falso traditore,

E Grifon, che da lei fu tanto amato,

Sempre li stava notte e d’ nel core;

Né altro desia che averlo vendicato,

Né trova qual partito sia il megliore.

Infin li offerse il suo voler crudele

Quello animal che al mondo è di più fele.

 

37.

Lo animal che è più crudo e spaventevole,

Ed è più ardente che foco che sia,

è la moglie che un tempo fu amorevole,

Che, disprezata, cade in zelosia:

Non è il leon ferito più spiacevole,

Né la serpe calcata è tanto ria,

Quanto è la moglie fiera in quella fiata

Che per altrui sé vede abandonata.

 

38.

Ed io ben lo so dir, che lo provai,

Quando avvisata fui di questa cosa.

Io non sentetti maggior doglia mai,

E quasi venni in tutto rabbà¯osa:

Ben lo mostrò la crudeltà  che usai,

Che forse ti parrà  meravigliosa;

Ma dove zelosia strenge lo amore,

Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.

 

39.

Duo fanciulletti avevo di Marchino;

Il primo lo scanai con la mia mano.

Stava a guardarme l’altro piccolino,

E dicea: Matre, deh per Dio! fa piano.”

Io presi per li piedi quel meschino,

E detti il capo a un sasso prossimano.

Te par ch’io vendicassi il mio dispetto?

Ma questo fu un principio, e non lo effetto.

 

40.

Quasi vivendo ancora lo squartai;

De il petto a l’uno e a l’altro trassi il core.

Le piccolette membra minuzzai:

Pensa se, ciò facendo, avia dolore!

Ma ancor mi giova ch’io mi vendicai.

Servai le teste, non già  per amore,

Ché in me non era amor, né anco pietade:

Servalle per usar più crudeltade.

 

41.

Quelle portai qua suso de nascoso;

La carne che feci io, poi posi al foco:

Tanto poté lo oltraggio dispettoso!

Io stessa fui beccaro, io stessa coco.

A mensa li ebbe il patre doloroso,

E quelle se mangiò con festa e gioco.

Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,

Che comportò veder tanto peccato!

 

42.

Io mi parti’ dapoi nascosamente,

Le mani e il petto di sangue macchiata.

Al re de Orgagna andai subitamente,

Che già  lunga stagion m’aveva amata

(Era costui della Stella parente),

E racontai l’istoria dispietata.

Quel re condussi io armato in su l’arcione

A far vendetta del morto Grifone.

 

43.

Ma non fo questa cosa cos’ presta,

Che, come io fui partita dal castello,

La cruda Stella, menando gran festa,

A Marchin va davanti in viso fello,

E li appresenta l’una e l’altra testa

De’ figli, ch’io servai dentro a un piatello.

Benché per morte ciascuna era trista,

Pur li cognobbe ‘l patre in prima vista.

 

44.

La damisella aveva il crin disciolto,

La faccia altiera e la mente sicura,

Ed a lui disse: “L’uno e l’altro volto

Son de’ toi figli: dà gli sepoltura.

Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:

Tu il divorasti: non aver più cura.”

Ora ha gran pena il falso traditore,

Ché crudeltà  combatte con amore.

 

45.

Lo oltraggio ismisurato ben lo invita

A far di quella dama crudo strazio;

Da l’altra parte la faccia fiorita

E lo afocato amor gli dava impazio.

Delibra vendicarse alla finita:

Ma qual vendetta lo potria far sazio?

Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade

Non v’era pena di tal crudeltade.

 

46.

Il corpo di Grifon fece portare,

Che, cos’ occiso, ancor giacea nel piano;

Fece la dama a quel corpo legare,

Viso con viso stretto, e mano a mano:

Cos’ con lei poi se ebbe a dilettare.

Or fu piacer giamai tant’inumano?

Gran puza mena il corpo tutta fiata;

La damisella a quel stava legata.

 

47.

In questo tempo venne il re de Orgagna,

Ed io con esso, con molta brigata;

Ma come fumo visti alla campagna,

Marchin la bella Stella ebbe scanata.

Né ancor per questo dapoi la sparagna,

Ma usava con lei morta tutta fiata.

Credo io che il fece sol per darse vanto

Che altro om non fusse scelerato tanto.

 

48.

Noi qui vennemo, e con cruda battaglia

La forte rocca alfin pur fo pigliata;

E Marchin preso, di ardente tenaglia

Fu sua persona tutta lacerata:

Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.

La bella dama poi fu sotterrata

Intra un sepolcro adorno; per ragione

Posto fu seco il suo caro Grifone.

 

49.

Il re de Orgagna poi se ne fu andato,

Ed io rimasi in questa rocca oscura.

Era lo octavo mese già  passato,

Quando sentimo in quella sepoltura

Un grido tanto orribile e spietato,

Ch’io non vo’ dir che gli altri abbian paura;

Ma tre giganti ne fà´r spaventati,

Che il re de Orgagna meco avea lasciati.

 

50.

Un de essi, alquanto più di core ardito,

Volse la sepoltura un poco aprire,

Ma ben ne fo poi presto repentito;

Però che un mostro, che non puote uscire,

Pur for gettò una branca, ed ha ‘l gremito:

In poco d’ora lo fece morire.

Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa

La carne devorò con tutte l’ossa.

 

51.

Non se trovò più om tanto sicuro,

Che dentro a quella chiesia voglia entrare;

Cinger poi la feci io d’un forte muro,

Quello sepolcro a ingegno disserrare.

Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,

Tanto che alcun non li ardisce a guardare:

La orribil forma sua non te descrivo,

Perché sarai da lui di vita privo.

 

52.

Noi poi servamo cos’ fatta usanza,

Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,

E lo gettamo dentro a quella stanza,

Perché la bestia l’abbia devorato.

Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;

Alcun se scanna, alcun vien impiccato;

Squartansi vivi ancora alcuna fiata,

Come veder potesti in su la entrata. –

 

53.

Poi che la usanza cruda, ismisurata,

Fu per Ranaldo pienamente intesa,

E l’orribil cagione e scelerata

Che fie’ la bestia, a chi non val diffesa,

Rivolto a quella vechia dispietata,

Disse: – Deh! matre, non mi far contesa.

Concedime, per Dio, che dentro vada,

Armato come io sono, e con la spada. –

 

54.

Rise la vecchia e disse: – Or pur ti vaglia!

Quante arme và´i, ti lasciarò portare;

Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,

Né contra alle ungie sue se pote armare.

A te convien morir, non far battaglia,

Ché la sua pelle non se può tagliare;

Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,

Perché la bestia più lo armato stenta. –

 

55.

S’ come apparve il giorno il sol lucente,

Ranaldo dentro al muro è giù calato,

E fu una porta alciata: incontinente

Esce ‘l mostro diverso e sfigurato.

S’ forte batte l’uno a l’altro dente,

Che ciascun sopra al muro è spaventato,

Né di star tanto ad alto se assicura:

Altri se asconde e fugge per paura.

 

56.

Solo è Ranaldo lui senza spavento:

Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.

Ma credo io che a voi tutti sia in talento

Di quel mostro saper la forma aperta.

Acciò che abbiati il suo cominciamento,

Fièllo il demonio, questa è cosa certa,

Del seme de Marchin, che ‘n corpo porta

Quella donzella che da lui fu morta.

 

57.

Egli era più che un bove di grandezza:

Il muso aveva proprio di serpente;

Sei palme avea la bocca di longhezza,

Ben mezo palmo è lungo ciascun dente.

La fronte ha de cingiale, in tal fierezza

Che non si può guardarla per nà¯ente;

E di ciascuna tempia usciva un corno,

Che move a suo piacere e volge intorno.

 

58.

Ciascuno corno taglia come spata;

Mugia con voce piena di terrore,

La pelle ha verde e gialla e varà¯ata

Di negro e bianco e di rosso colore;

Avea la barba sempre insanguinata,

Occhi di foco e guardo traditore;

La mano ha d’omo ed armata de ungione

Maggior che quel de l’orso o del leone.

 

59.

Ne lungie e dente avea cotanta possa,

Che piastra o maglia non li può durare;

E la pelle s’ dura e tanto grossa,

Che nulla cosa la potria tagliare.

Questa bestia feroce ora se è mossa,

E va con furia Ranaldo a trovare

Su duo piè ritta, con la bocca aperta.

Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

 

60.

E proprio a mezo il muso l’ebbe còlta.

Or par di foco la bestia adirata,

E con più furia a Ranaldo rivolta

Con la mano alta tira una ciampata.

Troppo non gionse avanti quella volta,

Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,

Tanto avea duro il dispietato ungione!

Sino alla carne disarmò il barone.

 

61.

Ora per questo Ranaldo non resta:

Benché abbia il peggio, pur non si spaventa;

Tira a due mani al dritto della testa.

Quella bestia crudel par che non senta,

Anci a ogni colpo mena più tempesta;

Salta de intorno, né giamai se allenta:

Or de una zampa, ora de l’altra mena

Con tal prestezza che si vede apena.

 

62.

In quattro parte è già  il baron ferito,

Ma non ha il mondo cos’ fatto core;

Vedesi morto, e non è sbigotito:

Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.

Lui certamente avea preso il partito

Che al disperato caso era megliore;

Però che, se nol fa il mostro perire,

Pur l’ di fame li convien morire.

 

63.

Già  se faceva il giorno alquanto scuro,

E dura la battaglia tutta fiata.

Ranaldo se è accostato a l’alto muro:

Il sangue ha perso, e la lena è mancata,

E ben è del morir certo e sicuro,

Ma mena pur gran colpi della spata;

Vero è che sangue al mostro non ha mosso,

Ma fraccassato li ha la carne e l’osso.

 

64.

Or se ‘l destina in tutto di stordire:

Mena un gran colpo quel baron soprano.

La mala bestia il brando ebbe a gremire:

Or che dee far il sir di Montealbano?

Diffender non si può, né può fuggire,

Perché Fusberta li è tolta di mano.

Ma poi vi dirò come andò il fatto:

In questo canto più di lui non tratto.

 

 

CANTO NONO

 

1.

Odito aveti la sozza figura

Che avea la fiera orribile e deserta,

Qual con Ranaldo alla battaglia dura,

E come li ha di man tolto Fusberta.

E lui lasciamo in quella gran paura,

Ché bisogna che altrove io mi converta:

Or de una dama lo amoroso caldo

Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

 

2.

Voi vi doveti, segnor, racordare

Di Angelica, la bella giovanetta,

E come Malagise ebbe a lasciare;

E giorno e notte stava alla vedetta.

Or quanto gli rencresce lo aspettare,

Sappialo dir colui che il tempo aspetta:

Dico che aspetta promessa d’amore,

Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.

 

3.

Ella guardava verso la marina,

Verso la terra, per monte e per piano;

Se alcuna nave vede, la meschina,

O scorge vela molto di lontano,

Lei, compiacendo a se stessa, indivina

Che dentro vi è il segnor di Montealbano;

Se vede in terra bestia o ver carretta,

Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

 

4.

Ed ecco Malagise a lei ritorna

(E già  non ha Ranaldo in compagnia),

Pallido, afflitto e con barba musorna:

Gli occhi battuti alla terra ten’a;

Non ha di drappo la persona adorna,

Ma par che n’esca alor di pregionia.

La dama, che in tal forma l’ebbe scorto,

– Ahimè, – cridava – il mio Ranaldo è morto! –

 

5.

– Anci non è già  morto per ancora, –

Rispose Malagise alla donzella

– Ma non puotrà  già  far lunga dimora,

Che non sia occisa la persona fella.

Che maledetto sia quel giorno e l’ora

Che fece una alma s’ de amor ribella! –

Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,

Come alla rocca crudel l’avea gionto;

 

6.

E come ad ogni modo và´l che ‘l mora,

E che quel mostro l’abbia divorato.

Non domandati se la dama acora,

Che quasi il spirto al tutto li è mancato.

Ella parea di vita al tutto fora,

Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;

Ma, poi che fu tornata in suo vigore,

A Malagise disse: – Ahi traditore!

 

7.

Traditor, crudo, perfido, ribaldo,

Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,

Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo

Vicino a morte, con periglio tanto!

Ma se l’aiuto non gli dà i di saldo,

Non ti varan demonii, né tuo incanto;

Ché incontinente ti farò bruciare,

E la tua polver gettarò nel mare.

 

8.

Non pigliar scusa, falso truffatore,

De aver ciò fatto per la mia querella.

Ora non era partito megliore

Che, avendo uno a morire, io fossi quella?

Lui di beltate e di prodezza è il fiore,

Io vile e sciagurata feminella.

Ma, oltra a questo, non debbi pensare

Che senza lui io non puotria campare? –

 

9.

Diceva Malagise: – Ancor soccorso,

Volendo tu, se li potrà  donare;

Ma te bisogna prender questo corso,

E tu sia quella che il vada a campare;

Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,

A suo dispetto converratti amare;

S’ che spazzati pure e sii ben presta,

Ché nostra indugia forse lo molesta. –

 

10.

Cos’ dicendo li porge una corda,

Di lacci ad ogni palmo ragroppata,

E una gran lima, che segava sorda,

E uno alto pan di cera impegolata:

Come le debbia adoprar li racorda.

Angelica dal vento è via portata,

Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;

A Crudel Rocca gionse quella sera.

 

11.

Ora voglio a Ranaldo ritornare,

Che era condutto a caso tanto scuro,

Che della morte non potea campare:

Perduto ha il brando che ‘l facea sicuro.

Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;

Ed ecco avanza, quasi a mezo ‘l muro,

Un travo fitto dece piedi ad alto.

Prese Ranaldo un smisurato salto,

 

12.

E gionse al travo, e con la man l’ha preso,

Poi con gran forza sopra li montava;

Cos’ tra celo e terra era sospeso.

Or quel mostro crudel ben furà¯ava;

Avenga che sia grosso e di tal peso,

Spesso vicino a Ranaldo saltava,

E quasi alcuna volta un poco il tocca:

Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

 

13.

Era venuta già  la notte bruna.

Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,

Né sa veder qual senno o qual fortuna

Lo possa di quel loco aver campato.

Ed ecco, sotto il lume de la luna,

Però che era sereno e il cel stellato,

Sente per l’aria non sa che volare:

Quasi una dama ne l’ombra li pare.

 

14.

Angelica era quella, che ven’a

Per dar soccorso al franco cavalliero;

Poi che in faccia Ranaldo la vedia,

Gettarsi a terra prese nel pensiero,

Perché tanto odio a quella dama avia,

Che più non li dispiace il mostro fiero:

Ello esser morto stima minor pene

Che veder quella che a campare il viene.

 

15.

Ella si stava ne l’aria sospesa,

E ingenocchiata diceva: – Barone,

Sopra d’ogni altra doglia il cor mi pesa

Che tu sia gionto qui per mia cagione.

Ben ti confesso ch’io son tanto accesa,

Ch’io potrebbi uscir fuor d’ogni ragione;

Ma che nocer potessi a tua persona,

Questo pensiero al tutto lo abandona.

 

16.

Fu la mia stima che con tuo diletto,

Con apiacere e riposo e con zoglia

Fussi condotto avanti al mio cospetto;

Ora te vedo de cotanta noglia

E da periglio estremo s’ costretto,

Che quasi mi ne uccido di gran doglia;

Ma sia ogni timor pur da te rimosso,

Ch’io il seppi ad ora che campar ti posso.

 

17.

Non te rincresca de venirmi in braccio,

Che via per l’aria te possa portare.

Vedrai di terra uno infinito spaccio

Sotto a’ tuoi piedi in un punto passare;

Te potrai far de un alto disio saccio,

Se mai ti venne voglia di volare.

Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:

Forse non son peggior del tuo Baiardo. –

 

18.

Era Ranaldo tanto addolorato,

Che con gran pena la puoteva odire.

Pur li rispose: – Per lo Dio beato,

Più son contento di dover morire,

Che per tuo mezo vederme campato;

E quando non ti vogli pur partire,

Di questo loco me voglio gettare:

Or statte e vanne, e fa come ti pare. –

 

19.

Non crediati che sia maggior iniuria

Che alla donna che chiede, esser sprezzata.

Tutte hanno in odio che la sua lussuria

Gli possa essere in viso improperata;

Ma questa dispettosa e trista furia

Angelica non mosse in questa fiata:

Tanto portava a quel barone amore,

Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

 

20.

Ella rispose: – Io farò il tuo volere,

E se altro far volessi, io non potrei:

S’io pensassi morendo a te piacere,

Adesso con mia man me occiderei.

Ma tu m’hai bene in odio oltra al dovere!

A ciò me en testimonii omini e dei;

Sol il sprezarmi è ‘l mal che mi pà´i fare,

Ma che io non te ami, non me pà´i vetare. –

 

21.

Cos’ dicendo nel campo discende,

Ove rugiava lo animal spietato,

E la corda alaciata giù distende,

Poi quel pan della cera ebbe gettato.

Quel crudel mostro in bocca presto il prende:

L’un dente e l’altro insieme è impegolato;

Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:

Al primo salto fu gionto nel laccio.

 

22.

Cos’ legato il lasciò la donzella,

E lei si dipart’ subitamente.

Era levato già  la chiara stella

Che vien davanti al sole in orà¯ente:

Vede Ranaldo quella bestia fella,

Che ha la bocca di pece piena e il dente;

E poi legata per cotal maniera,

Che mover non si può dal loco ove era.

 

23.

Subitamente salta gioso al piano,

Dove è la fiera fera di natura,

Che facea un crido tant’orrendo e strano,

Che al mur de intorno potea far paura.

Ranaldo prende sua Fusberta in mano,

E de assalire ‘l mostro si assicura;

Ma quella bestia si scote s’ forte,

Che par che debbia romper le ritorte.

 

24.

Ranaldo non li lascia prender fiato,

Or la ferisce in capo, or nella panza,

Or da il sinestro, ora da il destro lato;

Il ferir de quel mostro era una cianza.

Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,

Ma quella pelle ogni durezza avanza.

Per ciò non è Ranaldo sbigotito,

Ma subito pigliò questo partito:

 

25.

A quella bestia salta sopra al dosso,

La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,

E le genocchie strenge a più non posso:

Mai non se vide il più fier cavalcare.

Era il barone in faccia tutto rosso:

Quivi ogni suo valor convien mostrare;

E quivi più che altrove l’ha mostrato,

Ché con le mani il mostro ha strangolato.

 

26.

Poi che la bestia al tutto è suffocata,

Pensa Ranaldo della sua partita;

Ma quella piazza intorno era serrata

De un grosso muro e de altezza infinita.

Sol di verso il castello era una grata,

Che de travi accialin tutta era ordita;

Ben la assagiò Ranaldo con la spata,

Ma troppo è sua grossezza smisurata.

 

27.

Ora Ranaldo se vide pregione,

Che già  di questo non pensava in prima,

E del suo scampo manca ogni ragione,

Ché di morir di fame lui se estima.

Guarda d’intorno per ogni cantone,

Ed ha veduta in terra la gran lima,

La lima che la dama avea portata;

Stima il baron che Dio l’abbia mandata.

 

28.

Con quella lima la pregione apriva,

E poco manca che non possa uscire.

Ciascuna stella nel cel se copriva,

E cominciava il giorno ad apparire;

Ed eccoti un gigante quivi ariva,

Ma de venire a lui non ebbe ardire;

Anci, come il barone ebbe veduto,

Fugge, forte cridando: – Aiuto! aiuto! –

 

29.

In questo avea Ranaldo sbarattato

Tutto il serraglio, e quella grata aperta;

Ma per il crido di quel smisurato

Gionge la gente crudele e diserta.

E già  Ranaldo fuora era saltato;

Or li conviene adoperar Fusberta,

Ché intorno a lui de gente cresc’a il ballo:

Già  son più che seicento senza fallo.

 

30.

Nulla ne cura quel franco barone,

Se ben sei tanto fosse il populaccio.

Davanti a gli altri stava un gigantone,

Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.

Mai non fu visto il più falso poltrone;

Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:

Sotto il genocchio un colpo li disserra,

E senza gambe il fie’ cadere in terra.

 

31.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,

E sua Fusberta mena con ruina;

Presto a lui sol rimase quella piaccia,

Via ne fuggia la gente saracina.

Chi senza capo va, chi senza braccia,

Piena è di sangue la piaza meschina.

La vecchia nel palazo era serrata,

E dentro ha con lei molta brigata.

 

32.

L’altro gigante ancora è dentro chiuso;

Gionge Ranaldo, e già  non sta a guardare:

Rompe la porta e favi entro un gran buso,

Poi con la man la prende a dimenare.

Il gran gigante se vede confuso,

Tema e vergogna il fanno dubitare.

Da capo a piedi egli era tutto armato:

Apre la porta, e fuora fu saltato.

 

33.

E nella gionta mostra molto ardire;

Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.

Ridendo quel baron li prese a dire:

– Io son contento di averti onorato.

Il sir de Montealban te fa morire:

Giù nello inferno tu serai lodato;

Ché ben l’ trovarai gran compagnia,

Che io li ho mandato con Fusberta mia. –

 

34.

Cos’ dicendo quel baron valente

Mena un gran colpo fuor de ogni misura,

Fende al gigante il capo insino al dente;

Or fuggon gli altri tutti con paura.

Intra Ranaldo, e occide l’altra gente;

Ma quella vecchia dispietata e scura

Stava assettata sopra de un balcone;

Giù si gettò, come vide il barone.

 

35.

Ben cento pedi quel balcone era alto:

Se la vecchia se occise, io nol domando.

Quando Ranaldo vide quel gran salto,

– Va – disse – al diavol, ch’io te racomando. –

Fatta è la sala già  di sangue un smalto:

Sempre mena Ranaldo intorno il brando.

Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,

Non rimase al castello anima viva.

 

36.

Da poi se parte, e torna alla marina:

Non ha più voglia nel naviglio entrare,

Ma cos’ a piedi nel litto camina;

Ed una dama venne a riscontrare,

Che dicea: – Lassa! misera! tapina!

La vita voglio al tutto abandonare. –

Ma parlar più di ciò lascia Turpino,

E torna a dir de Astolfo paladino.

 

37.

Era partito Astolfo già  di Franza:

Baiardo il buon destrier menato avia;

L’arme ha dorate, e dorata ha la lanza,

E va soletto e senza compagnia.

Già  passato ha il paese di Maganza,

E già  la Magna grande e la Ongaria;

Passa il Danubio nella Transilvana,

La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

 

38.

Alla man destra volta giuso al basso,

E ne la Circasia fece la intrata.

Or quella regà¯one era in conquasso,

Tutta la gente se vedeva armata;

Però che Sacripante, il re circasso,

Una gran guerra aveva incominciata

Contra Agricane, re di Tartaria;

L’uno e l’altro segnor gran possa avia.

 

39.

La cagione era di questo rumore

Non odio antiquo o zelosia di stato,

Né lo confin di regno o disonore,

Né lo esser per vittoria reputato;

Ma l’arme li avea posto in mano Amore,

Perché Agricane al tutto è destinato

Angelica per moglie di ottenire:

Essa ha proposto più presto morire.

 

40.

Ed ha mandato in ogni regà¯one,

Presso e lontano, e per ogni paese;

O sia re grande, o sia picciol barone,

Invita ciascaduno a sue diffese;

E già  molte migliaia di persone,

Per aiutar la dama, han le armi prese;

Ma prima assai de gli altri Sacripante,

Che lungamente li era stato amante.

 

41.

Egli era innamorato oltra a misura

Della donzella, e lei lui poco amava;

Ma questa è più d’amor la gran sciagura,

Che il non essere amato non disgrava.

Or, per non far più lunga la scrittura,

Re Sacripante sua gente adunava,

E già  se stava nel campo attendato,

Quando li venne Astolfo apresentato.

 

42.

Perché aveva quel re fatto ordinare

Per ogni passo e per ogni sentiero

Dove persone potea capitare,

Che ciascun, paesano o forastiero,

Avanti a lui se debba appresentare;

E se de lui li faceva mestiero,

Con bono accordio seco il retenia;

Non se accordando, andava alla sua via.

 

43.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,

E fu da Sacripante assai mirato;

E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,

Tanto lo vede gentilmente armato.

Già  non aveva la insegna da il pardo,

Ma sopravesta e scudo avea dorato;

E perciò sempre per quel tenitoro

Nomossi il cavallier da il scudo d’oro.

 

44.

Disseli Sacripante: – Sir valente,

Che soldo chiedi per la tua persona? –

Rispose Astolfo: – Tutta la tua gente,

Quanta ne è in campo sotto tua corona.

Altro partito non voglio nà¯ente:

Cos’ mi piglia, o cos’ me abandona;

In altro modo non sapria servire,

Perché io so comandar, non obedire.

 

45.

Ma acciò che pensi se me la dei dare

(Perché forse me stimi per un paccio),

Voglio una prova nel presente fare:

Che me leghi di dietro il manco braccio;

Questo esercito poi voglio pigliare,

Da tua persona a l’ultimo ragaccio;

E perché meraviglia non te mova,

Adesso adesso ne farò la prova. –

 

46.

Il re, rivolto a’ soi baron, dicia

Che li incresciva di quel cavalliero,

Che a tal partito il senno perso avia;

E che potrebbe anco esser de legiero

Che lo intelletto li ritornaria,

Quando di lui se pigliasse pensiero.

Altri diceva: – Deh! lasciamlo andare!

Poco de un paccio se può guadagnare. –

 

47.

E cos’ Astolfo fu licenziato,

E via cavalca senza altro pensiero.

Quel re di Circasia molto ha guardato

L’arme dorate e Baiardo il destriero;

E ne l’animo suo si ha destinato

De andar soletto dietro al cavalliero:

Poca fatica a quello alto re pare

L’arme ad Astolfo e quel caval levare.

 

48.

De sopra a l’elmo trasse la corona,

Ché già  non voleva esser cognosciuto;

Lo usato scudo e le insegne abandona.

Era questo re grande e ben membruto,

E forte a meraviglia di persona,

Molto avisato in guerra e proveduto:

Ma poi racontaremo sue prodece

Nella gran guerra che a Albraca se fece.

 

49.

Lui segue Astolfo, come è sopra detto,

Che era davanti bene una giornata,

E cavalcava via tutto soletto.

Ed ecco scontra a mezo della strata

Un Saracin, che un altro s’ perfetto

Non ha la terra, che è dal mar voltata;

Sua gran virtù conviene che se scopra

A quella guerra ch’io dissi di sopra.

 

50.

Quel saracino ha nome Brandimarte,

Ed era conte di Rocca Silvana;

In tutta Pagania per ogni parte

Era sua fama nobile e soprana.

Di torniamenti e giostra sapea l’arte;

Ma, sopra tutto, la persona umana

Era cortese, il suo leggiadro core

Fu sempre acceso di gentile amore.

 

51.

Costui menava seco una donzella,

Alor che con Astolfo se scontrava,

Che tanto cara gli è quanto era bella,

E di bellezza le belle avanzava.

Or come Astolfo il vide in su la sella,

Subitamente a giostra lo invitava:

– Prendi del campo, – Astolfo li dicia

– O ver lascia la dama, e va a tua via. –

 

52.

Diceva Brandimarte: – Per Macone,

Prima vi voglio la vita lasciare;

Ma io te aviso, franco campà¯one,

Poi che donzella non hai a menare,

Che, se io te abato, te torò il ronzone,

E converratti a pedi caminare;

E già  non stimo farti villania:

Tu non hai dama, e và´i tormi la mia. –

 

53.

Aveva quel barone un gran destriero,

Che fu ben certo delli avantaggiati.

Or volta l’uno e l’altro cavalliero,

Da poi che insieme fà´rno desfidati,

E ritrovà¢rsi al mezo del sentiero,

E de gran colpi se fà´rno atrovati.

Ma Brandimarte cadde con tempesta,

E scontrarno e destrier testa per testa.

 

54.

Mor’ quel del barone incontinente:

Baiardo non curò di quella urtata.

Ciò non estima il cavallier valente;

Ma di perder la dama delicata

Al tutto se dispera nella mente,

Ché più che ‘l proprio cor l’aveva amata.

Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,

Trasse la spada per darse nel petto.

 

55.

Astolfo, che a quello atto ben comprese

Che il cavallier moriva disperato,

Subitamente di Baiardo scese,

E con parole assai l’ha confortato.

– Credi, – diceva – ch’io sia s’ scortese,

Ch’io te toglia quel ben che hai tanto amato?

Teco giostrai per vittoria e per fama:

Mio sia l’onore, e tua sia questa dama. –

 

56.

Il cavallier che a piedi l’ascoltava,

E prima di dolor volea morire,

Or di tanta allegrezza lacrimava,

Che non poteva una parola dire,

Ma e piedi al duca e le gambe baciava,

E forte singiottendo disse: – Sire,

Or se radoppia la vergogna mia,

Poi ch’io son vinto ancor di cortesia.

 

57.

Ed io ben son contento tutta fiata

Di avere ogni vergogna per tuo onore;

Tu m’hai la vita al presente campata:

Sempre perder la voglio per tuo amore.

Io non posso mostrarti mente grata,

Ché di servirti non aggio valore;

E tu sei de ogni cosa s’ compiuto,

Che a l’altri servi, e tu non chiedi aiuto. –

 

58.

Mentre che stanno in questo ragionare,

Re Sacripante ariva alla foresta;

E quando la fanciulla ebbe a mirare,

Destina di lasciar la prima inchiesta,

Ché quella dama vol’a conquistare,

Fra sé dicendo: Oh che ventura è questa!

Io feci aviso avere arme e destriero;

Or far meglior guadagno è di mestiero.”

 

59.

Con alta voce crida il Saracino:

– Di qual’unche di voi la dama sia,

A me la lascia, e vada al suo cammino,

O che si prova alla persona mia. –

– Tu non sei cavallier, ma s’ assassino, –

Il franco Brandimarte li dicia

– Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,

Ed a robarme a battaglia mi chiedi. –

 

60.

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,

E li dimanda con ogni preghiere

Che il suo destrier li piaccia di prestare.

Ridendo Astolfo con piacevol ciere

Disse: – Il mio per nà¯ente non vo’ dare,

Ma il suo ti donerò ben vol’untiere;

E guadagnar lo voglio per tuo amore:

Tuo fia il cavallo, e mio serà  l’onore. –

 

61.

A Sacripante poi disse: – Barone,

Prima che acquisti questa damigella,

Convienti fare un’altra questà¯one;

E se io ti getto fora de la sella,

Io te farò partir senza ronzone;

Se tu me abbatti, serò pure a quella,

E tu te pigliarai questo destriero;

Poi della dama a te lascio il pensiero. –

 

62.

– O Dio Macon, – diceva Sacripante

– Quanto aiutarme tua mente procura!

Per l’arme venni e per quello afferante,

E trovai questa bella creatura!

Ed ora mi guadagno in uno instante

La dama col destriero e l’armatura! –

Cos’ dicendo da Astolfo si scosta,

E, vòlto, disse a lui: – Vieni a tua posta. –

 

63.

Ora son mossi con molto furore;

Nel corso ciascadun sua lancia aresta:

L’un se crede de l’altro esser megliore,

E vannose a ferir con gran tempesta.

Ma Sacripante cadde con dolore,

Sopra del prato percosse la testa.

Astolfo quivi in terra lo abandona:

Il suo destriero a Brandimarte dona.

 

64.

– Odisti mai più piacevol novella, –

Diceva Astolfo – di questo barone,

Che se credette levarmi di sella,

Ed esso ne convien andar pedone? –

Cos’ ne va parlando; e la donzella

Gli dice: – Il fiume della oblivà¯one

è qui davanti; sicché, cavallieri,

Piglià ti al nostro aiuto bon pensieri.

 

65.

Se ogni om de noi non è cauto e prudente,

Noi siam tutti perduti questa sera;

Lo ardir, né l’arma non varrà  nà¯ente,

Ché qui presso a tre miglia è una rivera,

Che tra’ l’omo a se stesso de la mente:

Non se può racordar più quel che egli era.

Onde io mi penso che assai meglio sia

Tornare a dietro e lasciar questa via;

 

66.

Ché la rivera non si può passare,

Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;

Da l’uno a l’altro una muraglia appare,

Che le due rocche tiene insieme agionte.

Stavi una dama nel mezo a mirare,

Sotto una torre, ch’è in guardia del ponte;

Con una coppa lucida e pulita

Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

 

67.

Come ha bevuto, perde ogni memoria,

Tanto che il proprio nome ha smenticato;

Ma se alcun più superbo, per sua boria,

Volesse a forza il ponte esser passato,

Ser’a impossibil lui acquistar vittoria,

Ché sempre alcun barone appregà¯ato

Tien quella dama fuora d’intelletto,

Per far vendetta d’ogni suo dispetto. –

 

68.

Con tal parole la dama procura

Che il suo và¯aggio si debba mutare.

Ciascun de’ cavallier non ha paura,

Ed ha diletto tal cosa trovare;

E per veder quella strana ventura,

De esser là  gionti mille anni li pare;

E cavalcando, vicino alla sera

Gionsero al ponte sopra alla rivera.

 

69.

La damisella ch’era guardà¯ana,

A loro incontra sopra al ponte è gita,

E con gentil sembiante, in voce umana,

A ber del fiume ciascadun invita.

– Ahi! – disse Astolfo – Via, falsa, puttana!

Ché l’arte tua malvaggia è pur finita:

Morir convienti, tientene ben certa,

Ché la tua fraude al tutto è discoperta. –

 

70.

La damisella che il parlare intese,

Lascia cader il cristal che avea in mano.

Un s’ gran foco nel ponte se accese,

Che il volervi passar serebbe vano.

L’altra donzella ben quello atto intese,

Ed ambi i cavallier prese per mano:

L’altra dama, dico io, di Brandimarte,

Che sa di questa ogni malizia ed arte.

 

71.

Lei prese a mano ciascun cavalliero,

E quanto ne pà´ gir, tanto ne andava,

Drieto alla ripa, per stretto sentiero.

L’acqua incantata quivi si vargava

Sopra de un ponte che passa al verziero.

Per altrui quella porta non se usava,

Ma la nova donzella, che è ben scorta

Di questo incanto, sapea quella porta.

 

72.

Brandimarte gettò la porta in terra,

E già  se vede quel falso giardino,

Che tanti cavallier dentro a sé serra.

Quivi era chiuso Orlando paladino,

E il re Ballano, quel mastro di guerra,

E Chiarà¯one, il franco saracino;

Era l’ dentro Oberto dal Leone,

Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

 

73.

Eravi ancora il forte re Adrà¯ano,

Ed eravi Antifor de Albarosia;

Non cognoscon l’un l’altro, e insieme vano,

Né sapria dire alcun quel che lui sia,

Né se egli è saracino, o cristà¯ano:

Tutti son persi per negromanzia.

Tutti li ha persi quella falsa dama,

Che Dragontina per nome se chiama.

 

74.

Or se incomincia una gran questà¯one,

Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.

Il re Ballano e il forte Chiarà¯one

Per Dragontina stan quel giorno armati.

Adrà¯ano e Antifor e ogni barone

Son tutti insieme, li altri smemorati;

Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,

Che la logia mirava per diletto.

 

75.

Era ancor tutto armato il cavalliero,

Perché gionto era pur quella matina;

E Brigliadoro, il suo franco destriero,

Legato è tra le rose ad una spina.

Lui de altra cosa non avea pensiero;

Ed eccoti qui gionge Dragontina,

Dicendo: – Cavallier, per lo mio amore

Non anderai dove odi quel rumore? –

 

76.

Altro non pensa il cavallier soprano,

Salta in arcione e la visera serra:

Alla zuffa ne va col brando in mano.

Già  Brandimarte ha Chiarà¯on per terra,

Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,

Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.

Ma, come prima gionse il conte Orlando,

Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

 

77.

E crida forte: – O cavallier pregiato,

Fiore e corona de ogni paladino!

Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!

Non me cognosci ch’io son tuo cugino,

Che tanto per il mondo te ho cercato?

Chi te condusse per questo giardino? –

Il conte de nà¯ente non lo ascolta,

Né se ricorda vederlo altra volta;

 

78.

Ma con gran furia e senza alcun riguardo

Un grandissimo colpo a due man mena;

E se non fosse che il destrier Baiardo

è di tal senno e di cotanta lena,

Serebbe ucciso quel duca gagliardo,

Ché morto l’avria Orlando con gran pena:

Ben che il mur del giardin fosse molto alto,

Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

 

79.

Orlando fuor del ponte se ne uscia,

Ché quel nemico al tutto và´l pigliare;

E benché Brigliador forte corria,

Già  con Baiardo non puotea durare,

Ma pur lo segue quanto più puotia.

Or non più adesso per questo cantare;

Ne l’altro avreti, se tornati a odire,

Del duca Astolfo un smisurato ardire.

 

 

CANTO DECIMO

 

1.

Orlando segue Astolfo a tutta briglia,

Forte spronando, ma nulla gli vale;

Corre Baiardo più che a meraviglia:

Giurato avria ciascun che l’avesse ale.

Il duca in ver levante il camin piglia,

Benché di Brandimarte gli par male,

Che gli era stato un pezo compagnone;

Or lo lasciava peggio che pregione.

 

2.

Ma lui tanto temeva Durindana,

Che avria lasciato un suo carnal germano.

Or poi che Orlando per la selva strana

Vede averlo segu’to un pezo invano,

E che da lui più sempre se alontana

(Già  quasi più nol vede sopra al piano),

Nella campagna lui non fe’ dimora:

Verso il giardin correndo torna ancora.

 

3.

La battaglia là  dentro ancor durava,

Però che Brandimarte stava in sella,

Ed or Ballano, or Chiarà¯one urtava,

E ciascadun di loro a lui martella.

Ma la sua dama piangendo il pregava

Ch’el lascia la battaglia iniqua e fella,

E coi duo cavallier faccia la pace,

Facendo quel che a Dragontina piace;

 

4.

Perché altramente non puotrà  campare,

Quando non beva de l’acqua incantata;

Né se curi al presente smemorare,

Ma cos’ aspetti la sua ritornata,

Che certamente lo verrà  aiutare.

Né più nà¯ente se fu dimorata,

Ma volta il palafreno alla pianura,

E via camina per la selva oscura.

 

5.

Or la battaglia subito se parte,

E son finite le crudel contese;

E Dragontina piglia Brandimarte,

E dà gli il beveraggio l’ palese

Della fiumana che è fatto per arte.

Più oltra il cavallier mai non intese,

Né se ricorda come qui sia gionto:

Tutto divenne un altro in su quel ponto.

 

6.

Dolce bevanda e felice liquore,

Che puote alcun della sua mente trare!

Or sciolto è Brandimarte dello amore

Che in tanta doglia lo facea penare.

Non ha speranza più, non ha timore

Di perder lodo, o vergogna acquistare;

Sol Dragontina ha nel pensier presente,

E de altra cosa non cura nà¯ente.

 

7.

Orlando è ritornato nel giardino,

Avanti a Dragontina è ingenocchiato,

E fa sua scusa con parlar tapino,

Se quell’altro baron non ha pigliato.

Tanto li sta sumesso il paladino,

Che ad un piccol fantin ser’a bastato.

Ora tornamo de Astolfo a contare,

Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

 

8.

Unde camina continuamente,

E notte e giorno, il cavallier soprano.

Il primo giorno non trovò nà¯ente

Per quel diserto inospite e silvano,

Ma nel secondo vede una gran gente,

Che era attendata sopra di quel piano:

Ad uno araldo Astolfo dimandava

Che gente è questa che quivi accampava.

 

9.

Lo araldo gli mostrava una bandera,

Che quasi il mezo de il campo ten’a,

E dice: – Quivi al’oggia con sua schera

Il re de’ re, segnor de Tartaria. –

(Era quella bandera tutta nera,

Un caval bianco dentro a quella avia,

D’intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:

Non avea il mondo più ricco lavoro.)

 

10.

– Quell’altra c’ha il sol d’oro in campo bianco,

è del re de Mongalia, Saritrone,

Che non ha il mondo un baron tanto franco.

Vedi la verde da il bianco leone?

Quella è del smisurato Radamanto,

Che vinti piedi è lungo il campà¯one,

E signoreggia sotto tramontana

Mosca la grande e la terra Comana.

 

11.

Quella vermiglia, che ha le l’une d’oro

è del gran Polifermo, re de Orgagna,

Che di stato è possente e di tesoro,

Ed è gagliardo sopra a la campagna.

Io te vo’ racontar tutti costoro,

Né vo’ che alcun stendardo vi remagna,

Che nol cognoschi e nol possi contare,

Se in altre parte forse hai arrivare.

 

12.

Vedi là  il forte re della Got’a,

Che Pandragon per nome era chiamato.

Vedi lo imperator de la Rossia,

Che ha nome Argante, ed è s’ smisurato.

Vedi Lurcone ed il fier Santaria;

Il primo è di Norvega incoronato,

Il secondo de Sueza; e prossimana

Ha la bandera del re de Normana.

 

13.

Quel re per nome è chiamato Brontino,

Che porta nel stendardo verde un core.

Il re di Danna li al’oggia vicino,

Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.

Costoro a l’India prendono il camino,

Perché Agricane è de tutti il segnore,

E tutti sottoposti a sé li mena,

Per dare a Galifrone amara pena.

 

14.

Quel Galifrone in India signoreggia

Una gran terra, che ha nome il Cataio,

Ed ha una figlia, a cui non se pareggia

Rosa più fresca de il mese de maio.

Ora Agricane per costei vaneggia,

Né tiene altro pensiero intro il coraio

Che de acquistar quella bella fanciulla;

Di regno o stato non si cura nulla.

 

15.

Vero è ch’iersera il vecchio Galifrone

Mandò nel campo una sua ambasciaria,

Facendo molto d’escusazà¯one,

Se non li dava la figlia in bal’a;

Però che quella, contro ogni ragione,

La rocca de Albracà  tolto li avia,

E che, radotta in quella terra forte,

Dicea volervi star fino alla morte.

 

16.

Or potrebbe esser che tutta la gente

Andasse a Albraca per porvi l’assedio;

Ché il patre non ha colpa de nà¯ente,

Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.

Ma io m’estimo bene e certamente

Che la fanciulla non vi avrà  remedio

A far con questo già  lunga contesa:

Meglio è per lei che subito sia resa. –

 

17.

Dapoi che Astolfo la cagione intende

Perché era quivi la gente adunata,

Subitamente il suo và¯aggio prende;

Forte cavalca ciascuna giornata,

Fin che alla rocca di Albraca discende,

Dove stava la dama delicata;

La qual, s’ come Astolfo vide in faccia,

Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

 

18.

– Per mille volte tu sia il benvenuto, –

Dicea la dama – franco paladino,

Che sei giunto al bisogno dello aiuto!

Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!

Questo castello avessi io poi perduto,

E tutto il regno (io non daria un lupino),

Pur che qua fosse quel baron iocondo,

Che più val sol che tutto l’altro mondo. –

 

19.

Diceva Astolfo: – Io non ti vo’ negare,

Che un franco cavallier non sia Ranaldo;

Ma questo ben ti voglio racordare,

Che a la battaglia son di lui più saldo.

Alcuna fiata avemmo insieme a fare,

Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,

Che io l’ho fatto sudare insino a l’osso,

E dire: Io te mi rendo, e più non posso.”

 

20.

E il simil ti vo’ dire ancor de Orlando,

Che della gagliardia se tien stendardo;

Ma se mancasse Durindana il brando,

Come a quell’altro è mancato Baiardo,

Non se andarebbe pel mondo vantando,

Né se terrebbe cotanto gagliardo;

Non con meco però, ché in ogni guerra

Che ebbi con seco, lo gettai per terra. –

 

21.

La dama non sta già  seco a contendere,

Perché sapea come era solaccevole;

Né di Ranaldo lo volse reprendere,

Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;

E ben ne sapea lei la ragion rendere,

Perché era di quel tempo racordevole

Quando vide a Parigi ogni barone,

E di lor tutti la condizà¯one.

 

22.

La dama fa ad Astolfo un grande onore,

E dentro dalla rocca lo al’oggiava.

Ed eccoti levare un gran romore,

Per un messagio che quivi arivava;

Di polvere era pieno e di sudore:

– A l’arme! a l’arme! – per tutto cridava.

Dentro alla terra se arma ogni persona,

Perché a martello ogni campana suona.

 

23.

Eran qui dentro cavallier tre millia,

Dentro alla rocca avea mille pedoni.

La dama con Astolfo se consiglia,

E con li principal de’ soi baroni;

Ed alla fine il partito se piglia

De diffender le mure e’ torrà¯oni.

La terra è di fortezza s’ mirabile,

Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

 

24.

Delibrà¢r che la terra se guardasse,

Che per ben quindeci anni era fornita.

Diceva a loro Astolfo: – Se io pensasse

Perdere un giorno qui della mia vita,

Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,

Voria che l’alma mia fosse finita;

Ed allo inferno me voglio donare,

Se questo giorno non li faccio armare. –

 

25.

E cos’ detto le sue arme prende,

Sopra Baiardo al campo se abandona;

Dice cose mirabile e stupende,

Da far meravigliare ogni persona.

– Forsi ch’io vi farò sficar le tende,

Soletto come io son! – cos’ ragiona.

– Nà¯un non camparà , questo è certano:

Tutti vi voglio occider di mia mano. –

 

26.

Vintidue centenara di migliara

De cavallier avia quel re nel campo;

Turpino è quel che questa cosa nara.

Astolfo non li estima, e getta vampo.

Dice il proverbio: Guastando se impara”:

Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,

Che alquanto se mutò de opinà¯one,

Governandosi poi con più ragione.

 

27.

Ma nel presente tutti li disfida,

Chiamando Radamanto e Saritrone;

Polifermo ed Argante forte iscrida,

E Brontino dispreza e Pandragone;

Ma più Agricane, che de li altri è guida,

E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;

Con quisti il re di Sueza, Santaria:

A tutti dice oltraggio e vilania.

 

28.

Or se arma tutto il campo a gran furore.

Non fo mai vista cosa tanto oscura

Quanto è quel populaccio, pien de errore,

Che de un sol cavallier se mette in cura.

Tanto alto è il crido e s’ grande il romore,

Che ne risuona il monte e la pianura,

E spiegan le bandiere tutte quante;

Dece re insieme a quelle vanno avante.

 

29.

E quando Astolfo viderno soletto,

Pur vergognando andà¢rli tutti adosso;

Argante imperator, senza rispetto,

Fuor della schiera subito se è mosso.

Largo sei palmi è tra le spalle il petto:

Mai non fo visto un capo tanto grosso;

Schizzato il naso e l’occhio piccolino,

E il mento acuto, quel brutto mastino.

 

30.

E sopra un gran destrier, che è di pel sà´ro,

Con la testa alta Astolfo riscontrava.

Il franco duca con la lancia d’oro

For della sella netto il trabuccava:

Ben fe’ meravigliar tutti coloro.

Il forte Uldano sua lancia abassava,

Che fu segnor gagliardo e ben cortese:

Cugin carnale è questo de il Danese.

 

31.

Astolfo con la lancia l’ha scontrato;

Disconzamente in terra il trabuccava.

Ciascun dei re ben se è meravigliato,

E più l’un l’altro già  non aspettava.

Movesi un crido grande e smisurato:

– Adosso! adosso! – ciascadun cridava;

E tutti insieme quella gran canaglia

Contra de Astolfo viene alla battaglia.

 

32.

Lui d’altra parte sta fermo e securo,

E tutta quella gente solo aspetta,

Come una rocca cinta de alto muro;

Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.

Per la polvere il celo è fatto scuro,

Che move quella gente maledetta;

Quattro vengono avanti: Saritrone,

Radamanto, Agricane e Pandragone.

 

33.

Or Saritrone fu il primo incontrato,

E verso il cel rivolse ambe le piante;

Ma Radamanto da il dritto costato

Percosse il duca; e quasi in quello instante

Agricane il fer’ da l’altro lato;

E nella fronte de l’elmo davante

Pur in quel tempo il gionse Pandragone:

Questi tre colpi lo levà¢r d’arcione.

 

34.

E tramortito in terra se distese,

Per tre gran colpi che avea ricevuti.

Radamanto è smontato, e lui lo prese,

Benché sian l’altri quivi ancor venuti.

Vero è che Astolfo non fece diffese,

Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.

Ebbe Agricane assai meglior riguardo,

Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

 

35.

Io non so dir, segnor, se quel destriero,

Per aver perso il suo primo patrone,

Non era tra’ Pagan più tanto fiero;

O che lo essere in strana regà¯one

Gli tolse del fuggire ogni pensiero;

Ma prender se lasciò come un castrone:

Senza contesa il potente Agricane

Ebbe il caval fatato in le sue mane.

 

36.

Or preso è Astolfo e perduto Baiardo

E il ricco arnese e la lancia dorata;

In Albraca non è baron gagliardo

Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.

Sopra le mura stan con gran riguardo,

Col ponte alciato e la porta serrata;

E mentre che cos’ stanno a guardare,

Vedeno un giorno gran gente arivare.

 

37.

Se volete saper che gente sia

Questa che gionge con tanto romore,

Questo è quel gran segnor di Circasia,

Re Sacripante, lo animoso core;

Ed ha seco infinita compagnia:

Sette re sono, ed uno imperatore,

Che vengon la donzella ad aiutare;

Il nome de ciascun vi vo’ contare.

 

38.

Il primo che è davanti, è cristà¯ano,

Benché macchiato è forte de eresia:

Re de Ermenia, ed ha nome Varano,

Che è de ardir pieno e d’alta vigoria.

Sotto sua insegna trenta millia vano,

Che tutti al saettare han maestria:

E l’altro, che ha la schiera sua seconda,

è l’alto imperator de Tribisonda,

 

39.

Ed è per nome Brunaldo chiamato:

Vintisei millia ha di fiorita gente.

Il terzo è di Roase incoronato,

Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:

Cinquanta millia è il suo popul armato.

Poi son duo re, ciascuno è più valente:

Ogniom di loro ha molta signoria,

L’un tien la Media, e l’altro la Turchia.

 

40.

Quel de la Media ha nome Savarone:

Torindo il Turco per nome si spande.

Questo ha quaranta millia di persone,

E il primo trentasei dalle sue bande.

Odito hai nominar la regà¯one

Di Babilonia, e Baldaca la grande:

Di quella gente è venuto il segnore,

Re Trufaldino, il falso traditore.

 

41.

E le sue gente mena tutte quante,

Che son ben cento millia, in una schiera.

Re di Damasco, schiatta di gigante,

Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.

Bordacco ha nome; e segue Sacripante,

Re de’ Cercassi, quella anima fiera,

Di corpo forte, de animo prudente;

Ottanta millia è tutta la sua gente.

 

42.

Giunsero ad Albracà  quella matina

Che la presa di Astolfo era segu’ta;

Ed assalirno il campo con roina,

Benché Agricane ha una gente infinita.

Era nella prima ora matutina,

E l’alba pur allora era apparita,

Quando se incominciò la gran battaglia,

Che a l’una e l’altra gente diè travaglia.

 

43.

Or chi potrà  la quinta parte dire

Della battaglia cruda e perigliosa?

E l’aspro scontro, e il diverso colpire,

E il crido della gente dolorosa,

Che d’una e da altra parte hanno a morire?

Chi mostrarà  la terra sanguinosa,

L’arme suonante e bandiere stracciate,

E il campo pien di lancie fraccassate?

 

44.

La prima zuffa fu del re Varano,

Che senza alcun romor sua schiera guida.

Comandamento fa di mano in mano

Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.

Fu lo assalto improviso e subitano,

Il campo tutto – A l’arme! a l’arme! – crida;

Chi si diffende, e chi prende armatura,

Chi se nasconde e fugge per paura.

 

45.

Ma non bisogna già  star troppo a bada,

Ché li inimici entro alle tende sono;

Vanno e Tartari al taglio de la spada,

Né trovan delli Ermeni alcun perdono;

Per boschi e per campagna, e fuor di strada

Fugge tutta la gente in abandono.

Ecco la furia adosso più li abonda:

Gionto è lo imperator de Trebisonda.

 

46.

Con la sua gente e Tartari sbaraglia.

Ora ecco Ungiano, il forte campà¯one,

Ch’è gionto con quest’altri alla battaglia;

E già  Torindo e il franco Savarone

La gente tartaresca abatte e taglia;

Alla riscossa sta sotto il penone

Re Sacripante, e Bordaco è rimaso

Con Trufaldino, il traditor malvaso.

 

47.

La battaglia era tutta inviluppata:

Chi qua, chi là  per lo campo fuggia.

La polvere tanto alto era levata,

Che l’un da l’altro non se cognoscia;

Ed è la cosa s’ disordinata,

Che non giova possanza o vigoria

Del re Agricane, che è cotanto forte;

Ma a lui davanti son sue gente morte.

 

48.

Quel re di gran dolor la morte brama;

Soletto fuor de schiera se tra’ avante,

Ciascun de’ soi baron per nome chiama:

Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,

E Pandragone, degno di gran fama,

Lurcone, e Radamanto, che è gigante,

Polifermo e Brontino e Santaria

Ad alta voce chiama tutta via.

 

49.

Montato era Agrican sopra Baiardo;

Davanti a tutti vien con l’asta in mano.

Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,

Con tanta furia vien sopra del piano;

Abatte ciascadun senza riguardo:

Ed ecco riscontrato ha il re Varano.

Avanti lo colpisce entro la testa,

Gettalo a terra con molta tempesta.

 

50.

Brunaldo fu cacciato dello arcione

Da Polifermo; ed ecco il forte Argante

Che con la lancia atterra Savarone;

E Radamanto, quel crudo gigante,

Abatte Ungiano sopra del sabbione.

Or vede bene il franco Sacripante

Tutta sua gente morta e sbigotita,

Se sua persona non li porge aita.

 

51.

Lascia sua schiera il re pien di valore

Sopra il destriero, ed abassa la lanza,

E Polifermo atterra con furore;

Brontino e Pandragon poco li avanza,

E questo Argante, che era imperatore,

Ché tutti in terra vanno ad una danza;

E poi ch’egli ha la spada in sua man tolta,

La gente tartaresca fugge in volta.

 

52.

In altra parte combatte Agricane,

E meraviglia fa di sua persona;

Vede sua gente per coste e per piane

Fuggire in rotta, e che il campo abandona.

Per la grande ira morde ambe le mane,

E in quella parte crucà¯oso sprona;

Urta ed occide chi li viene avante,

O sia de’ suoi, o sia de Sacripante.

 

53.

Come di verno, nel tempo guazoso,

Giù de un gran monte viene un fiume in volta,

Che va sopra a la ripa ruinoso,

Grosso di pioggia e di neve disciolta:

Cotal veniva quel re furà¯oso,

Con ira grande e con tempesta molta.

Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,

Vi vo’ ne l’altro canto racontare.