Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO PRIMO CANTI 1-10

LIBRO PRIMO

 

EL LIBRO PRIMO DE ORLANDO INAMORATO, [EN] EL QUALE SE CONTIENE LE DIVERSE AVENTURE E LE CAGIONE DI ESSO INAMORAMENTO, TRADUTTO DA LA VERACE CRONICA DE TURPINO, ARCIVESCOVO REMENSE, PER IL MAGNIFICO CONTE MATEO MARIA BOIARDO, CONTE DE SCANDIANO, A LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR ERCULE DUCA DE FERRARA.

 

 

CANTO PRIMO

 

1.

Signori e cavallier che ve adunati

Per odir cose dilettose e nove,

Stati attenti e quïeti, ed ascoltati

La bella istoria che ‘l mio canto muove;

E vedereti i gesti smisurati,

L’alta fatica e le mirabil prove

Che fece il franco Orlando per amore

Nel tempo del re Carlo imperatore.

 

2.

Non vi par già, signor, meraviglioso

Odir cantar de Orlando inamorato,

Ché qual’unche nel mondo è più orgoglioso,

È da Amor vinto, al tutto subiugato;

Né forte braccio, né ardire animoso,

Né scudo o maglia, né brando affilato,

Né altra possanza può mai far diffesa,

Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

 

3.

Questa novella è nota a poca gente,

Perché Turpino istesso la nascose,

Credendo forse a quel conte valente

Esser le sue scritture dispettose,

Poi che contra ad Amor pur fu perdente

Colui che vinse tutte l’altre cose:

Dico di Orlando, il cavalliero adatto.

Non più parole ormai, veniamo al fatto.

 

4.

La vera istoria di Turpin ragiona

Che regnava in la terra de orïente,

Di là da l’India, un gran re di corona,

Di stato e de ricchezze sì potente

E sì gagliardo de la sua persona,

Che tutto il mondo stimava nïente:

Gradasso nome avea quello amirante,

Che ha cor di drago e membra di gigante.

 

5.

E sì come egli avviene a’ gran signori,

Che pur quel voglion che non ponno avere,

E quanto son difficultà maggiori

La desïata cosa ad ottenere,

Pongono il regno spesso in grandi errori,

Né posson quel che voglion possedere;

Così bramava quel pagan gagliardo

Sol Durindana e ‘l bon destrier Baiardo.

 

6.

Unde per tutto il suo gran tenitoro

Fece la gente ne l’arme asembrare,

Ché ben sapeva lui che per tesoro

Né il brando, né il corsier puote acquistare;

Duo mercadanti erano coloro

Che vendean le sue merce troppo care:

Però destina di passare in Franza

Ed acquistarle con sua gran possanza.

 

7.

Cento cinquanta millia cavallieri

Elesse di sua gente tutta quanta;

Né questi adoperar facea pensieri,

Perché lui solo a combatter se avanta

Contra al re Carlo ed a tutti guerreri

Che son credenti in nostra fede santa;

E lui soletto vincere e disfare

Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

 

8.

Lassiam costor che a vella se ne vano,

Che sentirete poi ben la sua gionta;

E ritornamo in Francia a Carlo Mano,

Che e soi magni baron provede e conta;

Imperò che ogni principe cristiano,

Ogni duca e signore a lui se afronta

Per una giostra che aveva ordinata

Allor di maggio, alla pasqua rosata.

 

9.

Erano in corte tutti i paladini

Per onorar quella festa gradita,

E da ogni parte, da tutti i confini

Era in Parigi una gente infinita.

Eranvi ancora molti Saracini,

Perché corte reale era bandita,

Ed era ciascaduno assigurato,

Che non sia traditore o rinegato.

 

10.

Per questo era di Spagna molta gente

Venuta quivi con soi baron magni:

Il re Grandonio, faccia di serpente,

E Feraguto da gli occhi griffagni;

Re Balugante, di Carlo parente,

Isolier, Serpentin, che fôr compagni.

Altri vi fôrno assai di grande afare,

Come alla giostra poi ve avrò a contare.

 

11.

Parigi risuonava de instromenti,

Di trombe, di tamburi e di campane;

Vedeansi i gran destrier con paramenti,

Con foggie disusate, altiere e strane;

E d’oro e zoie tanti adornamenti

Che nol potrian contar le voci umane;

Però che per gradir lo imperatore

Ciascuno oltra al poter si fece onore.

 

12.

Già se apressava quel giorno nel quale

Si dovea la gran giostra incominciare,

Quando il re Carlo in abito reale

Alla sua mensa fece convitare

Ciascun signore e baron naturale,

Che venner la sua festa ad onorare;

E fôrno in quel convito li assettati

Vintiduo millia e trenta annumerati.

 

13.

Re Carlo Magno con faccia ioconda

Sopra una sedia d’ôr tra’ paladini

Se fu posato alla mensa ritonda:

Alla sua fronte fôrno e Saracini,

Che non volsero usar banco né sponda,

Anzi sterno a giacer come mastini

Sopra a tapeti, come è lor usanza,

Sprezando seco il costume di Franza.

 

14.

A destra ed a sinistra poi ordinate

Fôrno le mense, come il libro pone:

Alla prima le teste coronate,

Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,

Molto nomati in la Cristianitate,

Otone e Desiderio e Salamone;

E li altri presso a lor di mano in mano,

Secondo il pregio d’ogni re cristiano.

 

15.

Alla seconda fôr duci e marchesi,

E ne la terza conti e cavallieri.

Molto fôrno onorati e Magancesi,

E sopra a tutti Gaino di Pontieri.

Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,

Perché quei traditori, in atto altieri,

L’avean tra lor ridendo assai beffato,

Perché non era come essi adobato.

 

16.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,

Mostrando nella vista allegra fazza;

Ma fra se stesso diceva: Ribaldi,

S’io vi ritrovo doman su la piazza,

Vedrò come stareti in sella saldi,

Gente asinina, maledetta razza,

Che tutti quanti, se ‘l mio cor non erra,

Spero gettarvi alla giostra per terra.”

 

17.

Re Balugante, che in viso il guardava,

E divinava quasi il suo pensieri,

Per un suo trucimano il domandava,

Se nella corte di questo imperieri

Per robba, o per virtute se onorava:

Acciò che lui, che quivi è forestieri,

E de’ costumi de’ Cristian digiuno,

Sapia l’onor suo render a ciascuno.

 

18.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto

Al messagier diceva: – Raportate

A Balugante, poi che egli ha diletto

De aver le gente cristiane onorate,

Ch’e giotti a mensa e le puttane in letto

Sono tra noi più volte acarezate;

Ma dove poi conviene usar valore,

Dasse a ciascun il suo debito onore. –

 

19.

Mentre che stanno in tal parlar costoro,

Sonarno li instrumenti da ogni banda;

Ed ecco piatti grandissimi d’oro,

Coperti de finissima vivanda;

Coppe di smalto, con sotil lavoro,

Lo imperatore a ciascun baron manda.

Chi de una cosa e chi d’altra onorava,

Mostrando che di lor si racordava.

 

20.

Quivi si stava con molta allegrezza,

Con parlar basso e bei ragionamenti:

Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,

Tanti re, duci e cavallier valenti,

Tutta la gente pagana disprezza,

Come arena del mar denanti a i venti;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,

Fe’ lui con gli altri insieme sbigotire.

 

21.

Però che in capo della sala bella

Quattro giganti grandissimi e fieri

Intrarno, e lor nel mezo una donzella,

Che era seguìta da un sol cavallieri.

Essa sembrava matutina stella

E giglio d’orto e rosa de verzieri:

In somma, a dir di lei la veritate,

Non fu veduta mai tanta beltate.

 

22.

Era qui nella sala Galerana,

Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,

Clarice ed Ermelina tanto umana,

Ed altre assai, che nel mio dir non spando,

Bella ciascuna e di virtù fontana.

Dico, bella parea ciascuna, quando

Non era giunto in sala ancor quel fiore,

Che a l’altre di beltà tolse l’onore.

 

23.

Ogni barone e principe cristiano

In quella parte ha rivoltato il viso,

Né rimase a giacere alcun pagano;

Ma ciascun d’essi, de stupor conquiso,

Si fece a la donzella prossimano;

La qual, con vista allegra e con un riso

Da far inamorare un cor di sasso,

Incominciò così, parlando basso:

 

24.

– Magnanimo segnor, le tue virtute

E le prodezze de’ toi paladini,

Che sono in terra tanto cognosciute,

Quanto distende il mare e soi confini,

Mi dan speranza che non sian perdute

Le gran fatiche de duo peregrini,

Che son venuti dalla fin del mondo

Per onorare il tuo stato giocondo.

 

25.

Ed acciò ch’io ti faccia manifesta,

Con breve ragionar, quella cagione

Che ce ha condotti alla tua real festa,

Dico che questo è Uberto dal Leone,

Di gentil stirpe nato e d’alta gesta,

Cacciato del suo regno oltra ragione:

Io, che con lui insieme fui cacciata,

Son sua sorella, Angelica nomata.

 

26.

Sopra alla Tana ducento giornate,

Dove reggemo il nostro tenitoro,

Ce fôr di te le novelle aportate,

E della giostra e del gran concistoro

Di queste nobil gente qui adunate;

E come né città, gemme o tesoro

Son premio de virtute, ma si dona

Al vincitor di rose una corona.

 

27.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,

Per sua virtute quivi dimostrare,

Dove il fior de’ baroni è radunato,

Ad uno ad un per giostra contrastare:

O voglia esser pagano o battizato,

Fuor de la terra lo venga a trovare,

Nel verde prato alla Fonte del Pino,

Dove se dice al Petron di Merlino.

 

28.

Ma fia questo con tal condizïone

(Colui l’ascolti che si vôl provare):

Ciascun che sia abattuto de lo arcione,

Non possa in altra forma repugnare,

E senza più contesa sia pregione;

Ma chi potesse Uberto scavalcare,

Colui guadagni la persona mia:

Esso andarà con suoi giganti via. –

 

29.

Al fin delle parole ingenocchiata

Davanti a Carlo attendia risposta.

Ogni om per meraviglia l’ha mirata,

Ma sopra tutti Orlando a lei s’accosta

Col cor tremante e con vista cangiata,

Benché la voluntà tenìa nascosta;

E talor gli occhi alla terra bassava,

Ché di se stesso assai si vergognava.

 

30.

Ahi paccio Orlando!” nel suo cor dicia

Come te lasci a voglia trasportare!

Non vedi tu lo error che te desvia,

E tanto contra a Dio te fa fallare?

Dove mi mena la fortuna mia?

Vedome preso e non mi posso aitare;

Io, che stimavo tutto il mondo nulla,

Senza arme vinto son da una fanciulla.

 

31.

Io non mi posso dal cor dipartire

La dolce vista del viso sereno,

Perch’io mi sento senza lei morire,

E il spirto a poco a poco venir meno.

Or non mi val la forza, né lo ardire

Contra d’Amor, che m’ha già posto il freno;

Né mi giova saper, né altrui consiglio,

Ch’io vedo il meglio ed al peggior m’appiglio.”

 

32.

Così tacitamente il baron franco

Si lamentava del novello amore.

Ma il duca Naimo, ch’è canuto e bianco,

Non avea già de lui men pena al core,

Anci tremava sbigotito e stanco,

Avendo perso in volto ogni colore.

Ma a che dir più parole? Ogni barone

Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

 

33.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,

Mirando quella con sommo diletto;

Ma Feraguto, il giovenetto ardito,

Sembrava vampa viva nello aspetto,

E ben tre volte prese per partito

Di torla a quei giganti al suo dispetto,

E tre volte afrenò quel mal pensieri

Per non far tal vergogna allo imperieri.

 

34.

Or su l’un piede, or su l’altro se muta,

Grattasi ‘l capo e non ritrova loco;

Rainaldo, che ancor lui l’ebbe veduta,

Divenne in faccia rosso come un foco;

E Malagise, che l’ha cognosciuta,

Dicea pian piano: Io ti farò tal gioco,

Ribalda incantatrice, che giamai

De esser qui stata non te vantarai.”

 

35.

Re Carlo Magno con lungo parlare

Fe’ la risposta a quella damigella,

Per poter seco molto dimorare.

Mira parlando e mirando favella,

Né cosa alcuna le puote negare,

Ma ciascuna domanda li suggella

Giurando de servarle in su le carte:

Lei coi giganti e col fratel si parte.

 

36.

Non era ancor della citade uscita,

Che Malagise prese il suo quaderno:

Per saper questa cosa ben compita

Quattro demonii trasse dello inferno.

Oh quanto fu sua mente sbigotita!

Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!

Poi che cognobbe quasi alla scoperta

Re Carlo morto e sua corte deserta.

 

37.

Però che quella che ha tanta beltade,

Era figliola del re Galifrone,

Piena de inganni e de ogni falsitade,

E sapea tutte le incantazïone.

Era venuta alle nostre contrade,

Ché mandata l’avea quel mal vecchione

Col figliol suo, ch’avea nome Argalia,

E non Uberto, come ella dicia.

 

38.

Al giovenetto avea dato un destrieri

Negro quanto un carbon quando egli è spento,

Tanto nel corso veloce e leggieri,

Che già più volte avea passato il vento;

Scudo, corazza ed elmo col cimieri,

E spada fatta per incantamento;

Ma sopra a tutto una lancia dorata,

D’alta ricchezza e pregio fabricata.

 

39.

Or con queste arme il suo patre il mandò,

Stimando che per quelle il sia invincibile,

Ed oltra a questo uno anel li donò

Di una virtù grandissima, incredibile,

Avengaché costui non lo adoprò;

Ma sua virtù facea l’omo invisibile,

Se al manco lato in bocca se portava:

Portato in dito, ogni incanto guastava.

 

40.

Ma sopra a tutto Angelica polita

Volse che seco in compagnia ne andasse,

Perché quel viso, che ad amare invita,

Tutti i baroni alla giostra tirasse,

E poi che per incanto alla finita

Ogni preso barone a lui portasse:

Tutti legati li vôl nelle mane

Re Galifrone, il maledetto cane.

 

41.

Così a Malagise il dimon dicia,

E tutto il fatto gli avea rivelato.

Lasciamo lui: torniamo a l’Argalia,

Che al Petron di Merlino era arivato.

Un pavaglion sul prato distendia,

Troppo mirabilmente lavorato;

E sotto a quello se pose a dormire,

Ché di posarse avea molto desire.

 

42.

Angelica, non troppo a lui lontana,

La bionda testa in su l’erba posava,

Sotto il gran pino, a lato alla fontana:

Quattro giganti sempre la guardava.

Dormendo, non parea già cosa umana,

Ma ad angelo del cel rasomigliava.

Lo annel del suo germano aveva in dito,

Della virtù che sopra aveti odito.

 

43.

Or Malagise, dal demon portato,

Tacitamente per l’aria veniva;

Ed ecco la fanciulla ebbe mirato

Giacer distesa alla fiorita riva;

E quei quattro giganti, ogniuno armato,

Guardano intorno e già nïun dormiva.

Malagise dicea: Brutta canaglia,

Tutti vi pigliarò senza battaglia.

 

44.

Non vi valeran mazze, né catene,

Né vostri dardi, né le spade torte;

Tutti dormendo sentirete pene,

Come castron balordi avreti morte.”

Così dicendo, più non si ritiene:

Piglia il libretto e getta le sue sorte,

Né ancor aveva il primo foglio vòlto,

Che già ciascun nel sonno era sepolto.

 

45.

Esso dapoi se accosta alla donzella

E pianamente tira for la spada,

E veggendola in viso tanto bella

Di ferirla nel collo indugia e bada.

L’animo volta in questa parte e in quella,

E poi disse: Così convien che vada:

Io la farò per incanto dormire,

E pigliarò con seco il mio desire.”

 

46.

Pose tra l’erba giù la spada nuda,

Ed ha pigliato il suo libretto in mano;

Tutto lo legge, prima che lo chiuda.

Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,

Per la potenzia dello annel sì cruda.

Malagise ben crede per certano

Che non si possa senza lui svegliare,

E cominciolla stretta ad abbracciare.

 

47.

La damisella un gran crido mettia:

– Tapina me, ch’io sono abandonata! –

Ben Malagise alquanto sbigotia,

Veggendo che non era adormentata.

Essa, chiamando il fratello Argalia,

Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;

Argalia sonacchioso se sveglione,

E disarmato uscì del pavaglione.

 

48.

Subitamente che egli ebbe veduto

Con la sorella quel cristian gradito,

Per novità gli fu il cor sì caduto,

Che non fu de appressarse a loro ardito.

Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,

Con un troncon di pin l’ebbe assalito,

Gridando: – Tu sei morto, traditore,

Che a mia sorella fai tal disonore. –

 

49.

Essa gridava: – Legalo, germano,

Prima ch’io il lasci, che egli è nigromante;

Ché, se non fosse l’annel che aggio in mano,

Non son tue forze a pigliarlo bastante. –

Per questo il giovenetto a mano a mano

Corse dove dormiva un gran gigante,

Per volerlo svegliar; ma non potea,

Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

 

50.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;

Ma poi che vede che indarno procaccia,

Dal suo bastone ispicca una catena,

E de tornare indrieto presto spaccia;

E con molta fatica e con gran pena

A Malagise lega ambe le braccia,

E poi le gambe e poi le spalle e il collo:

Da capo a piede tutto incatenollo.

 

51.

Come lo vide ben esser legato,

Quella fanciulla li cercava in seno;

Presto ritrova il libro consecrato,

Di cerchi e de demonii tutto pieno.

Incontinenti l’ebbe diserrato;

E nello aprir, né in più tempo, né in meno,

Fu pien de spirti e celo e terra e mare,

Tutti gridando: – Che vôi comandare? –

 

52.

Ella rispose: – Io voglio che portate

Tra l’India e Tartaria questo prigione,

Dentro al Cataio, in quella gran citate,

Ove regna il mio padre Galafrone;

Dalla mia parte ce lo presentate,

Ché di sua presa io son stata cagione,

Dicendo a lui che, poi che questo è preso,

Tutti gli altri baron non curo un ceso. –

 

53.

Al fin delle parole, o in quello instante,

Fu Malagise per l’aere portato,

E, presentato a Galafrone avante,

Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.

Angelica col libro a ogni gigante

Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.

Ogn’om strenge la bocca ed alcia il ciglio,

Forte ammirando il passato periglio.

 

54.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,

Dentro a Parigi fu molta tenzone,

Però che Orlando al tutto se dispose

Essere in giostra il primo campïone;

Ma Carlo imperatore a lui rispose

Che non voleva e non era ragione;

E gli altri ancora, perché ogni om se estima,

A quella giostra volean gire in prima.

 

55.

Orlando grandemente avea temuto

Che altrui non abbia la donna acquistata,

Perché, come il fratello era abattuto,

Doveva al vincitore esser donata.

Lui de vittoria sta sicuro e tuto,

E già li pare averla guadagnata;

Ma troppo gli rencresce lo aspettare,

Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

 

56.

Fu questa cosa nella real corte

Tra il general consiglio essaminata;

Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,

Fu statuita al fine e terminata,

Che la vicenda se ponesse a sorte;

Ed a cui la ventura sia mandata

D’essere il primo ad acquistar l’onore,

Quel possa uscire alla giostra di fore.

 

57.

Onde fu il nome de ogni paladino

Subitamente scritto e separato;

Ciascun segnor, cristiano e saracino,

Ne l’orna d’oro il suo nome ha gettato;

E poi ferno venire un fanciullino

Che i breve ad uno ad uno abbia levato.

Senza pensare il fanciullo uno afferra;

La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

 

58.

Dopo costui fu tratto Feraguto,

Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;

E poi Grandonio, quel gigante arguto,

L’un presso all’altro, e Belengiere e Otone;

Re Carlo dopo questi è for venuto;

Ma per non tenir più lunga tenzone,

Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:

Non vi vo’ dir se lui se ne tormenta.

 

59.

Il giorno se calava in ver la sera,

Quando di trar le sorte fu compito.

Il duca Astolfo con la mente altiera

Dimanda l’arme, e non fu sbigottito,

Benché la notte viene e il cel se anera.

Esso parlava, sì come omo ardito,

Che in poco d’ora finirà la guerra,

Gettando Oberto al primo colpo in terra.

 

60.

Segnor, sappiate ch’Astolfo lo Inglese

Non ebbe di bellezze il simigliante;

Molto fu ricco, ma più fu cortese,

Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.

La forza sua non vedo assai palese,

Ché molte fiate cadde del ferrante.

Lui suolea dir che gli era per sciagura,

E tornava a cader senza paura.

 

61.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,

Ben valeano quelle arme un gran tesoro;

Di grosse perle il scudo è circondato,

La maglia che se vede è tutta d’oro;

Ma l’elmo è di valore ismesurato

Per una zoia posta in quel lavoro,

Che, se non mente il libro de Turpino,

Era quanto una noce, e fu un rubino.

 

62.

Il suo destriero è copertato a pardi,

Che sopraposti son tutti d’ôr fino.

Soletto ne uscì fuor senza riguardi,

Nulla temendo se pose in camino.

Era già poco giorno e molto tardi,

Quando egli gionse al Petron di Merlino;

E ne la gionta pose a bocca il corno,

Forte suonando, il cavalliero adorno.

 

63.

Odendo il corno, l’Argalia levosse,

Ché giacea al fonte la persona franca,

E de tutte arme subito adobosse

Da capo a piedi, che nulla gli manca;

E contra Astolfo con ardir se mosse,

Coperto egli e il destrier in vesta bianca,

Col scudo in braccio e quella lancia in mano

Che ha molti cavallier già messi al piano.

 

64.

Ciascun se salutò cortesemente,

E fôr tra loro e patti rinovati,

E la donzella lì venne presente.

E poi si fôrno entrambi dilungati,

L’un contra l’altro torna parimente,

Coperti sotto a i scudi e ben serrati;

Ma come Astolfo fu tocco primero,

Voltò le gambe al loco del cimero.

 

65.

Disteso era quel duca in sul sabbione,

E crucioso dicea: – Fortuna fella,

Tu me e’ nemica contra a ogni ragione:

Questo fu pur diffetto della sella.

Negar nol pôi; ché s’io stavo in arcione,

Io guadagnavo questa dama bella.

Tu m’hai fatto cadere, egli è certano,

Per far onore a un cavallier pagano. –

 

66.

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,

E lo menarno dentro al pavaglione;

Ma quando fu de l’arme dispogliato,

La damisella nel viso il guardone,

Nel quale era sì vago e delicato,

Che quasi ne pigliò compassïone;

Unde per questo lo fece onorare,

Per quanto onore a pregion si può fare.

 

67.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,

Ed intorno alla fonte solacciava;

Angelica nel lume della luna,

Quanto potea nascoso, lo amirava;

Ma poi che fu la notte oscura e bruna,

Nel letto incortinato lo posava.

Essa col suo fratello e coi giganti

Facea la guardia al pavaglion davanti.

 

68.

Poco lume mostrava ancor il giorno,

Che Feraguto armato fu apparito,

E con tanta tempesta suona il corno,

Che par che tutto il mondo sia finito;

Ogni animal che quivi era d’intorno

Fuggia da quel rumore isbigotito:

Solo Argalia de ciò non ha paura,

Ma salta in piede e veste l’armatura.

 

69.

L’elmo affatato il giovanetto franco

Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;

La spada ha cinto dal sinistro fianco,

E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.

Rabicano, il destrier, non mostra stanco,

Anzi va tanto sospeso e leggieri,

Che ne l’arena, dove pone il piede,

Signo di pianta ponto non si vede.

 

70.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,

Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;

E però, come prima l’ha veduto,

Non fece già con lui lungo parlare;

Mosso con furia e senza altro saluto,

Con l’asta a resta lo venne a scontrare;

Crede lui certo, e faria sacramento,

Aver la bella dama a suo talento.

 

71.

Ma come prima la lancia il toccò,

Nel core e nella faccia isbigotì;

Ogni sua forza in quel punto mancò,

E lo animoso ardir da lui partì;

Tal che con pena a terra trabuccò,

Né sa in quel punto se gli è notte o dì.

Ma come prima a l’erba fu disteso,

Tornò il vigore a quello animo acceso.

 

72.

Amore, o giovenezza, o la natura

Fan spesso altrui ne l’ira esser leggiero.

Ma Feraguto amava oltra misura;

Giovanetto era e de animo sì fiero,

Che a praticarlo egli era una paura;

Piccola cosa gli facea mestiero

A volerlo condur con l’arme in mano,

Tanto è crucioso e di cor subitano.

 

73.

Ira e vergogna lo levâr di terra,

Come caduto fu, subitamente.

Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,

Né si ricorda del patto nïente;

Trasse la spada, ed a piè se disserra

Ver lo Argalia, battendo dente a dente.

Ma lui diceva: – Tu sei mio pregione,

E me contrasti contro alla ragione. –

 

74.

Feraguto il parlar non ha ascoltato,

Anci ver lui ne andava in abandono.

Ora i giganti, che stavano al prato,

Tutti levati con l’arme se sono,

E sì terribil grido han fuor mandato,

Che non se odì giamai sì forte trono

(Turpino il dice: a me par meraviglia),

E tremò il prato intorno a lor due miglia.

 

75.

A questi se voltava Feraguto,

E non credeti che sia spaventato.

Colui che vien davanti è il più membruto,

E fu chiamato Argesto smisurato;

L’altro nomosse Lampordo il veluto,

Perché piloso è tutto in ogni lato;

Urgano il terzo per nome si spande,

Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

 

76.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,

Che se non fosse, come era, fatato,

Al primo colpo il cavallier gagliardo

Morto cadea, da quel dardo passato.

Mai non fu visto can levrer, né pardo,

Né alcun groppo di vento in mar turbato,

Così veloci, né dal cel saetta,

Qual Feraguto a far la sua vendetta.

 

77.

Giunse al gigante in lo destro gallone,

Che tutto lo tagliò, come una pasta,

E rene e ventre, insino al petignone;

Né de aver fatto il gran colpo li basta,

Ma mena intorno il brando per ragione,

Perché ciascun de’ tre forte il contrasta.

L’Argalia solo a lui non dà travaglia,

Ma sta da parte e guarda la battaglia.

 

78.

Fie’ Feraguto un salto smisurato:

Ben vinti piedi è verso il cel salito;

Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,

Che ‘l capo insino a i denti gli ha partito.

Ma mentre che era con questo impacciato,

Argesto nella coppa l’ha ferito

D’una mazza ferrata, e tanto il tocca,

Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

 

79.

Esso per questo più divenne fiero,

Come colui che fu senza paura,

E messe a terra quel gigante altiero,

Partito dalle spalle alla cintura.

Alor fu gran periglio al cavalliero,

Perché Turlon, che ha forza oltra misura,

Stretto di drieto il prende entro alle braccia,

E di portarlo presto se procaccia.

 

80.

Ma fosse caso, o forza del barone,

Io no ‘l so dir, da lui fu dispiccato.

Il gran gigante ha di ferro un bastone,

E Feraguto il suo brando afilato.

Di novo si comincia la tenzone:

Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,

Con maggior forza assai ch’io non vi dico;

Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

 

81.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,

Ché quel gigante con forza rubesta

Giunselo in capo e l’elmo gli fraccassa,

E tutta quanta disarmò la testa;

Ma Feraguto con la spada bassa

Mena un traverso con molta tempesta

Sopra alle gambe coperte di maglia,

Ed ambedue a quel colpo le taglia.

 

82.

L’un mezo morto, e l’altro tramortito

Quasi ad un tratto cascarno sul prato.

Smonta l’Argalia e con animo ardito

Ha quel barone alla fonte portato,

E con fresca acqua l’animo stordito

A poco a poco gli ebbe ritornato;

E poi volea menarlo al pavaglione,

Ma Feraguto niega esser pregione.

 

83.

– Che aggio a fare io, se Carlo imperatore

Con Angelica il patto ebbe a firmare?

Son forsi il suo vasallo o servitore,

Che in suo decreto me possa obligare?

Teco venni a combatter per amore,

E per la tua sorella conquistare:

Aver la voglio, o ver morire al tutto. –

Queste parole dicea Feragutto.

 

84.

A quel rumore Astolfo se è levato,

Che sino alora ancor forte dormia,

Né il crido de’ giganti l’ha svegliato

Che tutta fe’ tremar la prataria.

Veggendo i duo baroni a cotal piato,

Tra lor con parlar dolce se mettia,

Cercando de volerli concordare:

Ma Feraguto non vôle ascoltare.

 

85.

Dicea l’Argalia: – Ora non vedi,

Franco baron, che tu sei disarmato?

Forse che de aver l’elmo in capo credi?

Quello è rimaso in sul campo spezzato.

Or fra te stesso iudica, e provedi

Se vôi morire, o vôi esser pigliato:

Che stu combatti avendo nulla in testa,

Tu in pochi colpi finira’ la festa. –

 

86.

Rispose Feraguto: – E’ mi dà il core,

Senza elmo, senza maglia e senza scudo,

Aver con teco di guerra l’onore;

Così mi vanto di combatter nudo

Per acquistare il desiato amore. –

Cotal parole usava il baron drudo,

Però ch’Amor l’avea posto in tal loco,

Che per colei s’arìa gettato in foco.

 

87.

L’Argalia forte in mente si turbava,

Vedendo che costui sì poco il stima

Che nudo alla battaglia lo sfidava,

Né alla seconda guerra né alla prima,

Preso due volte, lo orgoglio abassava,

Ma de superbia più montava in cima;

E disse: – Cavallier, tu cerchi rogna:

Io te la grattarò, ché ‘l ti bisogna.

 

88.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,

Ché, come digno sei, te avrò trattato;

Né aver speranza ch’io te usi pietade,

Perch’io ti vegga il capo disarmato.

Tu cerchi lo mal giorno in veritade,

Facciote certo che l’avrai trovato;

Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,

Ché incontinente ti convien morire. –

 

89.

Ridea Feraguto a quel parlare,

Come di cosa che il stimi nïente.

Salta a cavallo e senza dimorare

Diceva: – Ascolta, cavallier valente:

Se la sorella tua mi vôi donare,

Io non te offenderò veracemente;

Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,

Presto serai di quei de l’altro mondo. –

 

90.

Tanto fu vinto de ira l’Argalia,

Odendo quel parlar che è sì arrogante,

Che furïoso in sul destrier salia,

E con voce superba e minacciante

Ciò che dicesse nulla se intendia.

Trasse la spada e sprona lo aferante,

Né se ricorda de l’asta pregiata,

Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

 

91.

Così cruciati con le spade in mano

Ambi co ‘l petto de’ corsieri urtaro.

Non è nel mondo baron sì soprano,

Che non possan costor star seco al paro.

Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,

Non vi serìa vantaggio né divaro;

Però un bel fatto potreti sentire,

Se l’altro canto tornareti a odire.

 

 

CANTO SECONDO

 

1.

Io vi cantai, segnor, come a battaglia

Eran condotti con molta arroganza

Argalia, il forte cavallier di vaglia,

E Feraguto, cima di possanza.

L’uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,

L’altro è fatato, fuor che nella panza;

Ma quella parte d’acciarro è coperta

Con vinte piastre, quest’è cosa certa.

 

2.

Chi vedesse nel bosco duo leoni

Turbati, ed a battaglia insieme appresi,

O chi odisse ne l’aria duo gran troni

Di tempeste, rumore e fiamma accesi,

Nulla sarebbe a mirar quei baroni,

Che tanto crudelmente se hanno offesi;

Par che il celo arda e il mondo a terra vada,

Quando se incontra l’una e l’altra spada.

 

3.

E’ si feriano insieme a gran furore,

Guardandosi l’un l’altro in vista cruda;

E credendo ciascuno esser megliore

Trema per ira, e per affanno suda.

Or lo Argalia con tutto suo valore

Ferì il nemico in su la testa nuda,

E ben si crede senza dubitanza

Aver finita a quel colpo la danza.

 

4.

Ma poi che vidde il suo brando polito

Senza alcun sangue ritornar al celo,

Per meraviglia fu tanto smarito

Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.

In questo Feraguto l’ha assalito;

Ben crede fender l’arme come un gelo,

E crida: – Ora a Macon ti raccomando,

Ché a questo colpo a star con lui ti mando. –

 

5.

Così dicendo, quel barone aitante

Ferisce ad ambe man con forza molta;

Se stato fosse un monte de diamante,

Tutto l’avria tagliato in quella volta.

L’elmo affatato a quel brando troncante

Ogni possanza di tagliare ha tolta.

Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;

Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

 

6.

Ma poi che ciascadun fu dimorato

Tacito alquanto, senza colpezare

(Ché l’un de l’altro è sì meravigliato,

Che non ardiva a pena di parlare),

L’Argalia prima a Ferragù dricciato

Disse: – Barone, io ti vo’ palesare,

Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,

Sono incantate, quante tu ne vedi.

 

7.

Però con meco lascia la battaglia,

Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. –

Feragù disse: – Se Macon mi vaglia,

Quante arme vedi a me sopra ed intorno,

E questo scudo e piastre, e questa maglia,

Tutte le porto per essere adorno,

Non per bisogno; ch’io son affatato

In ogni parte, fuor che in un sol lato.

 

8.

Sì che, a donarti un ottimo consiglio,

Benché nol chiedi, io ti so confortare

Che non te metti de morte a periglio;

Senza contesa vogli a me lasciare

La tua sorella, quel fiorito giglio,

Ed altramente tu non puoi campare.

Ma se mi fai con pace questo dono,

Eternamente a te tenuto sono. –

 

9.

Rispose lo Argalia: – Barone audace,

Ben aggio inteso quanto hai ragionato,

E son contento aver con teco pace,

E tu sia mio fratello e mio cognato:

Ma vo’ saper se ad Angelica piace,

Ché senza lei non si faria il mercato. –

E Feragù gli dice esser contento,

Che con essa ben parli a suo talento.

 

10.

A benché Feragù sia giovanetto,

Bruno era molto e de orgogliosa voce,

Terribile a guardarlo nello aspetto;

Gli occhi avea rossi, con batter veloce.

Mai di lavarse non ebbe diletto,

Ma polveroso ha la faccia feroce:

Il capo acuto aveva quel barone,

Tutto ricciuto e ner come un carbone.

 

11.

E per questo ad Angelica non piacque,

Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;

E disse allo Argalia, come lui tacque:

– Caro fratello, io non mi ti nascondo:

Prima me affogarei dentro a quest’acque,

E mendicando cercarebbi ‘l mondo,

Che mai togliessi costui per mio sposo.

Meglio è morir che star con furïoso.

 

12.

Però ti prego per lo dio Macone,

Che te contenti de la voglia mia.

Ritorna a la battaglia col barone,

Ed io fra tanto per necromanzia

Farò portarme in nostra regïone.

Volta le spalle, e vieni anco tu via

(Destrier non è che ‘l tuo segua di lena:

Io fermarommi alla selva de Ardena)

 

13.

Acciò ch’insieme facciamo ritorno

Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.

Ma se quivi non giongi il terzo giorno,

Soletta al vento me farò passare,

Poi che aggio il libro di quel can musorno,

Che me credette al prato vergognare.

Tu poi adaggio per terra venrai;

La strata hai caminata, e ben la sai. –

 

14.

Così tornarno e baroni al ferire,

Dapoi che questo a quello ha referito

Che la sorella non vôle assentire;

Ma Feragù perciò non è partito,

Anci destina o vincere o morire.

Ecco la dama dal viso florito

Subito sparve a i cavallier davante:

Presto sen corse il suspettoso amante.

 

15.

Però che spesso la guardava in volto,

Parendogli la forza radoppiare;

Ma poi che gli è davanti così tolto,

Non sa più che si dir, né che si fare.

In questo tempo lo Argalia rivolto,

Con quel destrier che al mondo non ha pare

Fugge del prato e quanto può sperona,

E Feraguto e la guerra abandona.

 

16.

Lo inamorato giovanetto guarda,

Come gabato si trova quel giorno.

Esce del prato correndo e non tarda,

E cerca il bosco, che è folto, d’intorno.

Ben par che nella faccia avampa ed arda,

Tra sé pensando il recevuto scorno,

E non se arresta correre e cercare;

Ma quel che cerca non può lui trovare.

 

17.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,

Come sapete, rimase alla Fonte.

Mirata avea la pugna con diletto,

E de ciascun guerrer le forze pronte;

Or resta in libertà senza suspetto,

Ringrazïando Iddio con le man gionte;

E per non dare indugia a sua ventura

Monta a destrier con tutta l’armatura.

 

18.

E non aveva lancia il paladino,

Ché la sua nel cadere era spezzata.

Guardasi intorno, ed al troncon del pino

Quella de lo Argalia vidde appoggiata.

Bella era molto, e con lame d’ôr fino,

Tutta di smalto intorno lavorata;

Prendela Astolfo quasi per disaggio,

Senza pensare in essa alcun vantaggio.

 

19.

Così tornando a dietro allegro e baldo,

Come colui che è sciolto di pregione,

Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,

E tutto il fatto appunto gli contone.

Era il figlio de Amon d’amor sì caldo,

Che posar non puotea di passïone:

Però fuor della terra era venuto,

Per saper che aggia fatto Feraguto.

 

20.

E come odì che fuggian verso Ardena,

Nulla rispose a quel duca dal pardo.

Volta il destriero e le calcagne mena,

E di pigricia accusa il suo Baiardo.

De l’amor del patron quel porta pena;

E chiamato è rozone, asino tardo,

Quel bon destrier che va con tanta fretta,

Ch’a pena l’avria gionto una saetta.

 

21.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.

Astolfo ritornò nella citade;

Orlando incontinente l’ha trovato,

E dalla lunga, con sagacitade,

Dimanda come il fatto sia passato

Della battaglia, e de sua qualitade.

Ma nulla gli ragiona del suo amore,