Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO PRIMO CANTI 11-20

CANTO DECIMOPRIMO

 

1.

Di sopra odisti il corso e la roina

Del re Agricane, quella anima fiera.

Come un gran fiume fende la marina,

Sì come una bombarda apre una schiera,

Così quel re col brando non afina,

Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;

Taglia e nimici e spezza la sua gente,

Né l’un né l’altro non cura nïente.

 

2.

Né Tartaro o Circasso lui riguarda,

Né de amici o nemici fa pensiero;

A quel vôl mal, che il camino gli intarda.

Ora è pur gionto quel segnor altiero

Dove discerne la prova gagliarda

Che fa il re Sacripante in sul destriero:

Vede fuggire e soi con alte stride,

E il re circasso vede, che li occide.

 

3.

– Fuggitevi de qui, vituperati! –

Disse Agricane – popol da nïente;

Né miei vasalli più vi nominati,

Ch’io non voglio esser re de cotal gente.

Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;

Ché io molto meglio restarò vincente

Sol, come io sono, de questa battaglia,

Che in compagnia de voi, brutta canaglia. –

 

4.

Così dicendo, si fa largo fare,

E Sacripante alla battaglia invita.

Or non doveti, segnor, dubitare

Se ben l’accetta quella anima ardita;

E incontinente un messo ebbe a mandare

Dentro alla terra, alla dama fiorita;

Pregando lei che su la rocca saglia,

Per radoppiarli il core alla battaglia.

 

5.

Venne la damisella sopra al muro,

E mandò un brando al re di Circasia,

Ad ogni prova tagliente e sicuro.

Il re Agricane gran doglia ne avia,

Pur diceva ghignando: – Io non mi curo,

Ché quella spada al fin serà la mia,

E Sacripante insieme, e quel castello,

Con quella ria putana de bordello.

 

6.

Non se vergogna, brutta incantatrice,

Ad altro più che a me portare amore,

Ché se puotea chiamar tanto felice

E aver del mondo la parte maggiore.

Certo il ver de le femine si dice,

Che sempre mai se apprendeno al peggiore:

Il re de’ re puotea aver per marito,

E un vil circasso tol per appetito. –

 

7.

Così dicendo, turbato se volta,

Ed al nemico assai se è dilungato:

La grossa lancia su la coscia ha tolta.

E già da l’altra parte è rivoltato

Re Sacripante, e vien con furia molta;

E l’uno e l’altro insieme è riscontrato

Con tal romore e con tanta roina

Che par che il cel profondi e il mondo afina.

 

8.

L’un l’altro in fronte a l’elmo se è percosso,

Con quelle lancie grosse e smisurate,

Né alcun per questo se è de l’arcion mosso;

L’aste fino alla resta han fraccassate,

Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.

Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,

E furïosi tornansi a ferire.

Ché ciascun vôle o vincere o morire.

 

9.

Chi mai vide due tori alla verdura

Per una vacca accesi di furore,

Che a fronte a fronte fan battaglia dura

Con voce orrenda e piena di terrore;

Veggia qui duo guerrer senza paura,

Che non stiman la vita per amore,

Anci hanno e scudi per terra gettati,

E la lor guerra fan da disperati.

 

10.

Or Sacripante al tutto se abandona,

A due man mena un colpo dispietato.

Gionselo in testa, e taglia la corona:

Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.

Ma Agrican il colpisce alla persona,

E sopra a un fianco l’ha forte piagato.

Ciascun di vendicarse ben procaccia,

E rendonsi pan fresco per fogaccia.

 

11.

Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,

Né la neve sì folta da il cel cade,

Quanto in quella battaglia aspra e molesta

Se odino spesso e colpi delle spade.

E’ da l’arcion son sangue insin la testa:

Mai non se vide tanta crudeltade.

Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,

E cresce ognor lo assalto furïoso.

 

12.

Vero è che Sacripante sta pur peggio,

Perché versa più sangue il fianco fore;

Ma lui della sua vita fa dispreggio,

E riguardando Angelica, il bel fiore,

Fra sé diceva: O re del celo, io cheggio

Che quel ch’io faccio per soperch’io amore

Angelica lo veda, e siagli grato;

Poi son contento di morir nel prato.

 

13.

Io son contento al tutto de morire,

Pur ch’io compiaccia a quella creatura.

Oh se lei nel presente avesse a dire:

‘Certo io son ben spietata e troppo dura,

Facendo un cavallier de amor perire,

Che per piacermi sua vita non cura!’

Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,

E morto e vivo poi serìa beato.”

 

14.

E sopra a tal pensier tanto se infiama,

Che non fu cor giamai così perverso;

Ad ogni colpo Angelica pur chiama,

E mena il brando a dritto ed a roverso.

Altro non ha nel cor che quella dama:

Piaga non cura, o sangue che abbia perso;

Ma pur il spirto a poco a poco manca,

Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

 

15.

Li altri re intorno stavano a guardare

La gran battaglia piena di spavento.

A ciascaduno un gran dalmaggio pare

Veder morir quel re pien de ardimento.

Ma sopra a tutti nol può comportare

Torindo il Turco, ed ha molto tormento

Di veder Sacripante in tal travaglia,

Né sa come sturbar quella battaglia.

 

16.

E tra li cavallier comincia a dire

Come egli è certamente un gran peccato

Veder quel franco re così morire.

E seguia poi: – Ahi populaccio ingrato!

Potrai tu forse con gli occhi soffrire

Di veder morto quel che t’ha campato?

Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:

Esso ce ha reso e l’onore e la vita.

 

17.

Deh non abbiate di color spavento,

Benché sia innumerabil quantitate.

Diamo pur dentro a lor con ardimento,

Che poco lì faren noi con le spate.

Né vi crediati di far tradimento,

Perché questa battaglia disturbate,

Ché tradimento non si può appellare

Quel che si fa per suo segnor campare.

 

18.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,

E vostre sian le lode tutte quante. –

Così dicendo più non se ritiene,

Ma con ruina sprona il suo aferrante.

La grossa lancia alla resta sostiene;

Primo e secundo che li viene avante,

E il terzo e il quarto abatte con furore:

Or se comincia altissimo romore.

 

19.

Ché ciascun turco e ciascadun circasso,

Ciascun di Tribisonda e di Soria,

E gli altri tutti che al presente lasso,

Perché dietro a Torindo ognun seguia,

Ne’ Tartari ferirno con fraccasso,

Contra a quei de Mongalia e di Rossia.

Ecco di sopra si lieva il polvino,

Ché da quel canto gionge Trufaldino,

 

20.

Quel di Baldache, ch’è tanto potente.

Or comincia la zuffa smisurata,

Ché cento millia è tutta la sua gente,

Che in una schiera vien stretta e serrata.

Agricane a tal cose pone mente,

E vede la sua gente sbarattata;

E, vòlto a Sacripante, disse: – Sire,

Le vostre gente han fatto un gran fallire.

 

21.

A te ben ne darò bon guidardone:

Tu prova contra a’ mei quel che pôi fare. –

L’un va di qua, di là l’altro barone,

E comincia le schiere a sbarattare,

Menando i brandi con distruzïone.

Mai tanta gente se ebbe a consumare,

Ché trenta falcie più non fan nel prato,

Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

 

22.

Agricane inscontrò con Trufaldino.

Vede quel falso che non può campare;

Fassegli inanzi sopra del camino,

Dicendo: РBen di me ti p̫i vantare,

Se tu me abatti sopra de un roncino,

E il tuo destriero al mondo non ha pare!

Lascia il vantaggio, come il dover chiede,

Che alla battaglia te desfido a piede. –

 

23.

Era Agricane assai di fama caldo:

Subito smonta alla verde campagna;

A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,

Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.

Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:

Volta la briglia, e mena le calcagna;

E prima che Agrican sia rimontato,

Lui tra sua gente è già remescolato.

 

24.

Or si riversa tutta la battaglia

Verso la terra, e fuggono e Circassi.

Quei di Baldache, la brutta canaglia,

Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,

Gettan per terra lancie e scudi e maglia,

E gettan le saette con turcassi.

Non vi è chi contra a’ Tartari risponde:

Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

 

25.

E già son gionti ove il fosso confina

Sotto alla terra, che è cotanto forte.

Là gioso ogni om se getta con roina,

Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.

Che debbe fare Angelica meschina,

Che vede le sue gente tutte morte?

Apre la porta e il ponte fa callare,

Ché già soletta lei non vôl campare.

 

26.

Come la porta in quel ponte se apria,

Sia maledetto chi a drieto rimane.

La gente tartaresca che seguia,

è mescolata con loro alle mane.

Or la porta gataia giù cadia,

E restò dentro il forte re Agricane;

Trecento cavallier de sue masnate

Fôr con lui chiusi dentro alla citate.

 

27.

Egli era in su Baiardo copertato:

Mai non fu visto un baron tanto fiero.

Bordaco il Damaschino era tornato

Dentro alla terra, e vede il cavalliero,

E con molta arroganza li ha parlato:

– Or tua possanza ti farà mestiero:

Non te varrà Baiardo a questo ponto.

Ve’ che una volta pur vi fosti gionto!

 

28.

In ogni modo te convien morire,

Né pôi mostrar valor né far deffesa. –

Il re Agrican ridendo prese a dire:

– Non facciam di parole più contesa,

Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:

Della mia morte pigliane l’impresa,

Ché tu serai il primo a caminare

Là giù, dove molti altri aggio a mandare. –

 

29.

Portava il re Bordaco una catena,

Che avea da capo una palla impiombata;

Con quella ad Agricane a due man mena,

Ma lui riscontra al colpo con la spata,

Né parve pur che lo toccasse apena,

Ché quella cadde alla terra tagliata.

Dicea il Tartaro a lui: – Sapra’ mi dire

Qual sappia de noi duo meglio ferire. –

 

30.

Così dicendo, quel baron possente

A due man mena sopra al bacinetto,

E quel fraccassa, e mette il brando al dente

E parte il mento e il collo insino al petto.

Veggendo quel gran colpo, l’altra gente

Tutti fuggian, turbati nello aspetto,

E tutti in fuga se pongono in caccia;

Il re Agrican li segue e li minaccia.

 

31.

Egli è di core ardente e tanto fiero,

Che sempre voluntate lo trasporta;

Però che, se egli aveva nel pensiero

Tornare adrieto, ed aprir quella porta,

Prender la terra assai gli era leggiero,

Ed Angelica avere, o presa o morta.

Ma la ira, che ciascun di senno priva,

Dietro il pose alla gente che fuggiva.

 

32.

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,

Molto crudele, orribile e diversa;

Qui l’una e l’altra gente è radunata:

Chi more, e chi del ponte se sumersa.

Tanto è quivi de’ morti la tagliata,

Che il sangue che de’ corpi fuor riversa,

Sparge per tutto e corre tanto grosso,

Che insino a l’orlo ha già cresciuto il fosso.

 

33.

Ma dentro dalla terra altro terrore

E più crudel partito se apresenta.

Quel re sopra Baiardo con furore,

Terribile a vedere, ogniun spaventa.

Non fu battaglia al mondo mai maggiore,

Né dove tanta gente fosse spenta;

Tanti ne occise quel pagan gagliardo,

Che a pena e corpi passa con Baiardo.

 

34.

Prima che fosse in Albraca serrato,

Come intendesti, il re de Tartaria,

Già se era prima dentro recovrato

Re Sacripante, pien di gagliardia.

Medicar se faceva disarmato,

E tanto sangue già perduto avia,

Che di star dritto non avea potere,

Ma sopra al letto stavasi a giacere.

 

35.

Ora torniamo al potente Agricane,

Che assembra una fortuna di marina.

Il brando sanguinoso ha con due mane:

Mai non fo vista cotanta roina.

Oditi e gran lamenti e voce strane,

Ché tutta è occisa la gente tapina,

Re Sacripante, e in letto, con dolore,

Dimanda la cagion di quel romore.

 

36.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:

РIntrato ̬ re Agricane, il maledetto,

Che la citade pone a gran martìre. –

Ciò odendo Sacripante esce del letto.

Ciascun de’ suoi ben lo volea tenire,

Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;

Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,

Vestito di camisa, e il resto nudo.

 

37.

E riscontra le schiere spaventate:

Nïun per tema sa quel che se faccia.

Lui li cridava: – Ah gente svergognate!

Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,

Come nel fango non vi sotterrate?

Come osati ad alcun mostrar la faccia?

Gettati l’arme, e andati alla poltrogna,

Poi non sapeti quel che sia vergogna.

 

38.

Vedeti come io vado disarmato

E quasi nudo, per avere onore. –

Il popol che fuggiva se è firmato,

Di meraviglia pieno e di stupore:

Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,

Perché la fama del suo gran valore

Era tanto alta, e i fatti a non mentire,

Che a questi spaventati dava ardire.

 

39.

Ecco Agricane in mezo della strata,

Che mena in rotta quella gente persa,

Ed ha quest’altra schiera riscontrata

Con Sacripante, che il passo attraversa.

Nova battaglia qui se è cominciata,

Più de l’altra feroce, e più diversa,

Benché e Tartari sono poca gente;

Ma dà a lor core il suo segnor valente.

 

40.

Da l’altra parte tanto eran spronati

Quei della terra da quel re circasso,

Che se stimano al tutto svergognati,

Se son cacciati adesso di quel passo.

Quivi de frezze e de dardi lanciati,

Di mazze e spade ve era tal fraccasso,

Qual più giamai stimar se puote in guerra;

Altri che morti non se vede in terra.

 

41.

Sopra a tutti l’ardito Sacripante

Di sua persona fa prova sicura.

Senz’arme indosso agli altri sta davante,

Che meraviglia è pur che ancora dura.

Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,

Che alcuna cosa non gli fa paura;

Né con il scudo copre sol se stesso,

Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

 

42.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo

Ora combatte con la lancia in mano,

Or coperto del scudo, con riguardo,

Col brando sta a’ nemici prossimano;

E tanto fa, che Agricane il gagliardo

Ogni sua forza adoperava in vano:

Né vi vale il vigor, né lo ardimento;

Già morti sono e soi più de trecento.

 

43.

Né lui se può da tanti riparare,

Dardi e saette adosso li piovia;

Re Sacripante sol gli dà che fare,

E li altri lo tempestan tutta via.

Rotto è il cimer, ché penne non appare,

E il scudo fraccassato in braccio avia;

L’elmo di sasso al capo li risuona,

De arme lanciate ha piena la persona.

 

44.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,

Turbato esce il leon della foresta,

Che se vergogna di mostrar timore,

E va di passo torcendo la testa;

Batte la coda, mugia con terrore,

Ad ogni crido se volge ed arresta:

Tale è Agricane, che convien fuggire,

Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

 

45.

Ad ogni trenta passi indietro volta,

Sempre minaccia con voce orgogliosa;

Ma la gente che il segue è troppo molta,

Ché già per la cità se sa la cosa,

E da ogni parte è qui la gente colta.

Ecco una schiera che se era nascosa,

Esce improviso, come cosa nova,

Ed alle spalle a quel re se ritrova.

 

46.

Ma ciò non puote quel re spaventare,

Che con furia e roina se è addricciato.

Pedoni e cavallier fa a terra andare;

Prende il brando a due mane il disperato.

Or quivi alquanto lo voglio lasciare,

Ed a Ranaldo voglio esser tornato,

Che da Rocca Crudele è già partito,

E sopra al mar camina a piè sul lito.

 

47.

Ciò me sentisti ben di sopra dire,

E come riscontrato ha quella dama,

Che par che di dolor voglia morire.

Cortesemente quel baron la chiama,

E prega lei per ogni suo desire,

Per quella cosa che più nel mondo ama,

E per lo Iddio del celo, e per Macone,

Che del suo dôl li dica la cagione.

 

48.

Piangendo respondia la sconsolata:

– Io farò tutto il tuo voler compiuto.

Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,

Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!

Tutta la terra cerco, ed ho cercata,

Né ancor cercando spero alcuno aiuto;

Però che ritrovarme è di mestieri

Un che combatta a nove cavallieri. –

 

49.

Dicea Ranaldo: – Io non mi vo’ dar vanto,

Già de duo cavallier, non che di nove;

Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto

Tanta pietate nel petto mi move,

Che, se io non son bastante a un fatto tanto,

L’ardir mi basta a voler far le prove;

Siché del caso tuo prendi conforto,

Ché certo o vinceraggio, o serò morto. –

 

50.

Disse la dama: – A Dio ti racomando!

Della proferta ti ringrazio assai;

Ma tu non sei colui ch’io vo cercando,

Ch’io credo ben che nol trovarò mai.

Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.

Forse per fama cognosciuto l’hai;

E gli altri ancor son gente de valore:

Di questa impresa non avresti onore. –

 

51.

Quando Ranaldo ascolta la donzella,

Ed ode il conte Orlando nominare,

Piacevolmente ancora a sé l’appella,

Prega che Orlando li voglia insegnare.

Così da lei intese la novella

De il fiume che non lascia ricordare;

E il tutto li contò de ponto in ponto,

Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

 

52.

Intende che la dama che parlava,

è quella che partì da Brandimarte.

Ranaldo strettamente la pregava

Che lo voglia condure in quella parte;

E prometteva in sua fede, e giurava

Che faria tanto, o per forza o per arte,

O combattendo o simulando amore,

Che traria quei baron tutti di errore.

 

53.

Vedea la dama quel barone adatto,

E di persona sì bene intagliato,

Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,

Ed era ancora non vilmente armato.

Ma questo canto più breve vi tratto,

Però che l’altro vi fia prolongato

Nel racontar d’una lunga novella

Che a narrar prese questa damigella.

 

 

CANTO DUODECIMO

 

1.

Io ve ho contato la battaglia oscura,

Che ancor mi trona in capo quel romore

De Sacripante, che è senza paura,

E de Agricane, il franco e alto segnore;

Più quella cruda voce non me dura,

E dolcemente contarò de amore:

Teneti voi, segnor, nel pensier saldo

Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

 

2.

La damisella subito dismonta,

E il palafreno a lui donar volìa.

Dicea Ranaldo a lei: – Tu mi fai onta

Ad invitarme a tanta vilania. –

Lei rispondeva con parole pronta,

Che seco a piedi mai nol menaria:

Al fin, per far questa novella corta,

Lui montò in sella e quella in groppa porta.

 

3.

La dama andava alquanto spaventata,

Per la temenza che avea del suo onore;

Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,

Né mai Ranaldo ragionò de amore,

Alquanto nel parlar rasicurata,

Disse a lui: – Cavallier pien di valore,

Or entrar nella selva si conviene,

Che cento leghe di traverso tiene.

 

4.

Acciò che men te incresca il caminare

Per questa selva orribile e deserta,

Una novella te voglio contare,

Che intravenne, ed è ben cosa certa.

In Babilonia potrai arivare,

Dove la istoria manifesta è aperta;

Però (quel ch’io ti narro è veritade)

Fu fatto dentro de quella citade.

 

5.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,

Ebbe una dama nomata Tisbina;

Ed era lui da questa tanto amato,

Quanto Tristan da Isotta la regina.

Esso era ancor di lei inamorato,

Che sempre, dalla sera alla mattina,

E dal nascente giorno a notte oscura,

Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

 

6.

Vicino ad essi un barone abitava,

Di Babilonia stimato il maggiore;

E certamente ciò ben meritava,

Ché è di cortesia pieno e di valore.

Molta ricchezza, de che egli abondava,

Dispendea tutta quanta in farsi onore;

Piacevol nelle feste, in l’arme fiero,

Leggiadro amante e franco cavalliero.

 

7.

Prasildo nominato era il barone.

Quello invitato è un giorno ad un giardino,

Dove Tisbina con altre persone

Faceva un gioco, in atto peregrino.

Era quel gioco di cotal ragione,

Che alcun li tenea in grembo il capo chino;

Quella alle spalle una palma voltava:

Chi quella batte a caso indivinava.

 

8.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:

Tisbina alle percosse l’ha invitato;

Ed in conclusïon prese quel loco,

Perché fo prestamente indivinato.

Standoli in grembo, sente sì gran foco

Nel cor, che non l’avrebbe mai pensato;

Per non indivinar mette ogni cura,

Ché di levarse quindi avea paura.

 

9.

Dapoi che il gioco è partito e la festa,

Non parte già la fiamma dal suo core,

Ma tutto ‘l giorno integro lo molesta,

La notte lo assalisce in più furore.

Or quella cagion trova, ed ora questa

Che al volto li è fuggito ogni colore,

Che la quïete del dormir gli è tolta,

Né trova loco, e ben spesso si volta;

 

10.

Ora li par la piuma assai più dura

Che non suole apparere un sasso vivo.

Cresce nel petto la vivace cura,

Che d’ogni altro pensiero il cor l’ha privo.

Sospira giorno e notte a dismisura,

Con quella affezïon ch’io non descrivo,

Perché descriver non se può lo amore

A chi nol sente e a cui non l’ha nel core.

 

11.

E correnti cavalli, e cani arditi,

De che molto piacer prender suolia,

Li sono al tutto del pensier fuggiti.

Or se diletta in dolce compagnia,

Spesso festeggia e fa molti conviti,

Versi compone e canta in melodia,

Giostra sovente, ed entra in torniamenti

Con gran destrieri e ricchi paramenti.

 

12.

E benché pria cortese fosse assai,

Ora è cento per un multiplicato,

Ché la virtude cresce sempre mai,

Che se ritrova in l’omo inamorato:

E nella vita mia già non trovai

Un ben che per amor sia rio tornato;

Ma Prasildo, che è tanto d’amor preso,

Sopra a quel che se stima, fo corteso.

 

13.

Egli ha trovato una sua messagiera,

Che avea molta amicizia con Tisbina,

Che la combatte e il mattino e la sera,

Né per una repulsa se rafina.

Ma poco viene a dir, ché quella altiera

A preghi né a pietade mai se inchina;

Perché sempre interviene in veritate

Che la alterezza è gionta con beltate.

 

14.

Quante volte li disse: “O bella dama,

Cognosci l’ora della tua ventura,

Dapoi che un tal baron più che sé te ama,

Ché non ha il cel più vaga creatura.

Forse anco avrai di questo tempo brama,

Ché il felice destin sempre non dura;

Prendi diletto, mentre sei su il verde,

Ché lo avuto piacer mai non se perde.

 

15.

Questa età giovenil che è sì zoiosa,

Tutta in diletto consumar si deve,

Perché quasi in un ponto ce è nascosa.

Come dissolve il sol la bianca neve,

Come in un giorno la vermiglia rosa

Perde il vago colore in tempo breve,

Così fugge la età come un baleno,

E non se può tenir, ché non ha freno.”

 

16.

Spesso con queste e con altre parole

Era Tisbina combattuta in vano.

Ma, quale in prato le fresche vïole

Nel tempo freddo pallide se fano,

Come il splendido giaccio al vivo sole,

Cotal se disfacea il baron soprano,

E condotto era a sì malvagia sorte,

Che altro ristor non spera che la morte.

 

17.

Più non festeggia, sì come era usato:

In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.

Palido molto e macro è diventato,

Né quel che esser suolea, pareva adesso.

Altro diporto non ha ritrovato,

Se non che della terra usciva spesso,

E suolea solo in un boschetto andare

Del suo crudele amore a lamentare.

 

18.

Tra l’altre volte avenne una matina

Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,

Ed avea seco la bella Tisbina;

E così andando, ciascuno ascoltava

Pianto dirotto con voce meschina.

Prasildo sì soave lamentava,

E sì dolce parole al dir gli cade,

Che avria spezzato un sasso di pietade.

 

19.

“Odeti, fiori, e voi, selve, – dicia –

Poi che quella crudel più non me ascolta,

Dati odïenza alla sventura mia.

Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,

Voi, chiare stelle, e l’una che vai via,

Oditi il mio dolor solo una volta:

Ché in queste voce estreme aggio a finire

Con cruda morte il lungo mio martìre.

 

20.

Così farò contenta quella altiera,

A cui la vita mia tanto dispiace,

Poi che ha voluto il celo un’alma fiera

Coprire in viso de pietose face.

Essa ha diletto che un suo servo pèra,

Ed io me occiderò, poi che li piace;

Né de altre cose aggio io maggior diletto,

Che di poter piacer nel suo cospetto.

 

21.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa

Tra queste selve, e non se sappia mai

Che la mia sorte è tanto dolorosa,

(Né mai palese non me lamentai),

Ché quella dama in vista grazïosa

Potria de crudeltà colparsi assai;

Ed io così crudel l’amo a gran torto,

Ed amarolla ancor poi che io sia morto.”

 

22.

Con più parole assai se lamentava

Quel baron franco, con voce tapina,

E dal fianco la spada denudava,

Palido assai per la morte vicina;

E il suo caro diletto ognior chiamava.

Morir volea nel nome di Tisbina;

Ché, nomandola spesso, gli era aviso

Andar con quel bel nome in paradiso.

 

23.

Ma essa col suo amante ha bene inteso

Di quel barone il suo pianto focoso.

Iroldo di pietate è tanto acceso,

Che ne avea il viso tutto lacrimoso;

E con la dama ha già partito preso

Di riparare al caso doloroso.

Essendo Iroldo nascoso rimaso,

Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

 

24.

Né mostra avere inteso quei richiami,

Né che tanto crudel l’abbia nomata;

Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,

Quasi smarita alquanto se è firmata.

Poi disse a lui: “Prasildo, se tu me ami,

Come già dimostrasti averme amata,

A tal bisogni non me abandonare,

Perché altramente io non posso campare.

 

25.

E se io non fossi a l’ultimo partito

Insieme della vita e dello onore,

Io non farebbi a te cotale invito,

Ché non è al mondo vergogna maggiore

Che a richieder colui che hai deservito.

Tu m’hai portato già cotanto amore,

Ed io fui sempre a te tanto spietata;

Ma ancor col tempo te serò ben grata.

 

26.

Ciò ti prometto su la fede mia,

E già de l’amor mio te fo sicuro,

Pur quel ch’io cheggio da te fatto sia.

Or odi, e non ti para il fatto duro:

Oltra alla selva della Barbaria

È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;

In esso intrar si può per quattro porte,

L’una la Vita tien, l’altra la Morte,

 

27.

Un’altra Povertà, l’altra Ricchezza:

Convien chi ve entra, alla opposita uscire.

In mezo è un tronco a smisurata altezza,

Quanto può una saetta in su salire;

Mirabilmente quello arbor se apprezza,

Ché sempre perle getta nel fiorire,

Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,

Che ha pomi de smeraldi e rami d’oro.

 

28.

Di questo un ramo mi conviene avere,

Altramente son stretta a casi gravi;

Ora palese ben potrò vedere

Se tanto me ami quanto demostravi.

Ma se impetro da te questo apiacere,

Più te amarò che tu me non amavi;

E mia persona ti darò per merto

Di tal servigio: tientine ben certo.”

 

29.

Quando Prasildo intende la speranza

Esserli data di cotanto amore,

De ardire e di desio se stesso avanza,

Promette il tutto senza alcun timore.

Così promesso avria, senza mancanza,

Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;

E l’aria tutta, con la terra e il mare,

Avria promesso senza dubitare.

 

30.

Senza altro indugio si pone a camino,

Lasciando ivi colei che cotanto ama;

In abito va lui de peregrino.

Or sappiati che Iroldo e la sua dama

Mandavano Prasildo a quel giardino,

Che l’Orto di Medusa ancor se chiama,

Acciò che il molto tempo, al longo andare,

Li aggia Tisbina de l’animo a trare.

 

31.

Oltra di ciò, quando pur gionto sia,

Era quella Medusa una donzella

Che al Tronco del Tesor stava a l’ombria.

Chi prima vede la sua faccia bella,

Scordasi la cagion de la sua via;

Ma chiunche la saluta, o li favella,

E chi la tocca, e chi li sede a lato,

Al tutto scorda del tempo passato.

 

32.

Quello animoso amante via cavalca

Soletto, o ver da Amore acompagnato.

Il braccio de il mar Rosso in nave varca,

E già tutto lo Egitto avea passato,

Ed era gionto nei monti di Barca,

Dove un palmier canuto ebbe trovato;

E ragionando assai con quel vecchione,

Della sua andata dice la cagione.

 

33.

Diceva il vecchio a lui: “Molta ventura

Or t’ha condotto meco a ragionare;

Ma la tua mente pavida assicura,

Ch’io te vo’ far il ramo guadagnare.

Tu sol de entrare a l’orto poni cura;

Ma quivi dentro assai è più che fare:

Di Vita e Morte la porta non se usa,

E sol per Povertà viense a Medusa.

 

34.

Di questa dama tu non sai la istoria,

Ché ragionato non me n’hai nïente;

Ma questa è la donzella che se gloria

Di avere in guardia quel Tronco lucente.

Chiunche la vede, perde la memoria,

E resta sbigotito nella mente;

Ma se lei stessa vede la sua faccia,

Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

 

35.

A te bisogna un specchio aver per scudo,

Dove la dama veda sua beltade.

Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,

Perché convien entrar per Povertade.

Di quella porta è lo aspetto più crudo

Che altra cosa del mondo in veritade;

Ché tutto il mal se trova da quel lato,

E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

 

36.

Ma a l’opposita porta, ove hai a uscire,

Ritrovarai sedersi la Ricchezza,

Odiata assai, ma non se gli osa a dire;

Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.

Parte del ramo qui convienci offrire,

Né si passa altramente quella altezza,

Perché Avarizia apresso lei lì siede;

Benché abbia molto, sempre più richiede.”

 

37.

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto

Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.

Indi se parte e, passato il deserto,

In trenta giorni gionse al bel verziero;

Ed essendo del fatto bene esperto,

Intra per Povertate de leggiero.

Mai ad alcun se chiude quella porta,

Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

 

38.

Sembrava quel giardino un paradiso

Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.

De un specchio avea il baron coperto il viso,

Per non veder Medusa e sua figura;

E prese nello andar sì fatto aviso,

Che all’arbor d’oro agionse per ventura.

La dama, che apoggiata al tronco stava,

Alciando il capo nel specchio mirava.

 

39.

Come se vide, fu gran meraviglia,

Ché esser credette quel che già non era;

E la sua faccia candida e vermiglia

Parve di serpe terribile e fera.

Lei paurosa a fuggir se consiglia,

E via per l’aria se ne va leggiera;

Il baron franco, che partir la sente,

Gli occhi disciolse a sé subitamente.

 

40.

Quinci andò al tronco, poi che era fuggita

Quella Medusa, falsa incantatrice,

Che, de la sua figura sbigotita,

Avea lasciata la ricca radice.

Prasildo un’alta rama ebbe rapita,

E smontò in fretta, e ben si tien felice;

Venne alla porta che guarda Ricchezza,

Che non cura virtute o gentilezza.

 

41.

Tutta de calamita era la entrata,

Né senza gran romor se puote aprire.

Il più del tempo si vede serrata:

Fraude e Fatica a quella fa venire.

Pur se ritrova aperta alcuna fiata,

Ma con molta ventura convien gire.

Prasildo la trovò quel giorno aperta,

Perché de mezo il ramo fece offerta.

 

42.

De qui partito torna a caminare;

Or pensa, cavallier, se egli è contento,

Che mai non vede l’ora de arrivare

In Babilonia, e parli un giorno cento.

Passa per Nubia, per tempo avanzare,

E varcò il mar de Arabia con bon vento;

Sì giorno e notte con fretta camina,

Che a Babilonia gionse una matina.

 

43.

A quella dama fece poi assapere

Come a sua volontade ha bon fin messa;

E, quando voglia il bel ramo vedere,

Elegia il loco e il tempo per se stessa.

Ben gli ricorda ancor come è dovere

Che li sia attesa l’alta sua promessa;

E quando quella volesse disdire,

Sappiasi certo di farlo morire.

 

44.

Molto cordoglio e pena smisurata

Prese di questo la bella Tisbina;

Gettasi al letto quella sconsolata,

E giorno e notte di pianger non fina.

“Ahi lassa me! – dicea – perché fui nata?

Ché non moritti in cuna, piccolina?

A ciascadun dolor rimedio è morte,

Se non al mio, che è fuor d’ogni altra sorte.

 

45.

Ché se io me uccido e manca la mia fede,

Non se copre per questo il mio fallire.

Deh quanta è paccia quella alma che crede

Che Amor non possa ogni cosa compire!

E celo e terra tien sotto il suo piede,

Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.

Prasildo da Medusa è rivenuto:

Or chi l’avrebbe mai prima creduto?

 

46.

Iroldo sventurato, or che farai,

Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?

Benché tu la cagion data te ne hai:

Tu nel mar di sventura m’hai sumersa.

Ahi me dolente! perché mai parlai?

Perché non fu mia lingua alor riversa

Tutta in se stessa e perse le parole,

Quando impromessi quel che ora mi dole?”

 

47.

Aveva Iroldo il lamento ascoltato

Che facea la fanciulla sopra al letto,

Però che egli improviso era arivato,

Ed avea inteso ciò ch’ella avea detto.

Senza parlare a lei si fo accostato,

Tiensela in braccio e strenge petto a petto;

Né solo una parola potean dire,

Ma così stretti se credean morire.

 

48.

E sembravan duo giacci posti al sole,

Tanto pianto ne li occhi gli abondava;

La voce venìa meno a le parole,

Ma pur Iroldo alfin così parlava:

“Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole

Che del mio dispiacer tanto ti grava,

Perché aver non potrebi alcun dispetto

Che a me gravasse, essendo a te diletto.

 

49.

Ma tu cognosci bene, anima mia,

Che hai tanto senno e tal discrezïone,

Che, come amor se gionge a zelosia,

Non è nel mondo maggior passïone.

Or così parve alla sventura ria

Ch’io stesso del mio mal fossi cagione;

Io sol te indussi la promessa a fare,

Lascia me solo adunque lamentare.

 

50.

Soletto portar debbo questa pena,

Ché ti feci fallire al tuo mal grato;

Ma pregoti, per tua faccia serena

E per lo amor che un tempo m’hai portato,

Che la promessa attendi integra e piena,

E sia Prasildo ben remeritato

Della fatica e del periglio grande

A che se pose per le tue dimande.

 

51.

Ma piacciati indugiar sin ch’io sia morto,

Che serà solamente questo giorno.

Facciami quanto vôl Fortuna torto,

Ch’io non avrò mai, vivo, questo scorno,

E nello inferno andrò con tal conforto

De aver goduto solo il viso adorno;

Ma quando ancor saprò che me sei tolta,

Morrò, se morir pôssi, un’altra volta.”

 

52.

Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,

Ma la voce mancò per gran dolore;

Stava smarito e senza sentimento,

Come de il petto avesse tratto il core.

Né avea di lui Tisbina men tormento,

Ed avea perso in volto ogni colore;

Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,

Così rispose con voce affannata:

 

53.

“Adunque credi, ingrato a tante prove,

Ch’io mai potessi senza te campare?

Dove è l’amor che me portavi, e dove

È quel che spesso solevi iurare,

Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,

Non vi potresti senza me abitare?

Ora te pensi de andar nello inferno

E me lasciare in terra in pianto eterno?

 

54.

Io fui e son tua ancor, mentre son viva,

E sempre serò tua, poi che sia morta,

Se quel morir de amor l’alma non priva,

Se non è in tutto di memoria tolta.

Non vo’ che mai se dica, o mai se scriva:

‘Tisbina senza Iroldo se conforta.’

Vero è che de tua morte non mi doglio,

Perché ancora io più in vita star non voglio.

 

55.

Tanto quella convengo differire

Ch’io solva di Prasildo la promessa,

Quella promessa che mi fa morire;

Poi me darò la morte per me stessa.

Con te ne l’altro mondo io vo’ venire,

E teco in un sepolcro serò messa.

Così ti prego ancora, e strengo forte,

Che morir meco vogli de una morte.

 

56.

E questo fia de un piacevol veneno,

Il qual sia con tale arte temperato,

Che il spirto nostro a un ponto venga meno,

E sia cinque ore il tempo terminato;

Ché in altro tanto fia compiuto e pieno

Quel che a Prasildo fo per me giurato.

Poi con morte quïeta estinto sia

Il mal che fatto n’ha nostra pacìa.”

 

57.

Così della sua morte ordine dànno

Quei duo leali amanti e sventurati,

E col viso apoggiato insieme stanno,

Or più che prima nel pianto afocati,

Né l’un da l’altro dipartir se sanno,

Ma così stretti insieme ed abbracciati.

Per il venen mandò prima Tisbina

Ad un vecchio dottor di medicina.

 

58.

Il qual diede la coppa temperata,

Senz’altro dimandare alla richiesta.

Iroldo, poi che assai l’ebbe mirata,

Disse: “Or su, ché altra via non c’è che questa

A dar ristoro a l’alma adolorata.

Non mi serà Fortuna più molesta,

Ché morte sua possanza al tutto serba: