Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO PRIMO CANTI 11-20

CANTO DECIMOPRIMO

 

1.

Di sopra odisti il corso e la roina

Del re Agricane, quella anima fiera.

Come un gran fiume fende la marina,

S’ come una bombarda apre una schiera,

Cos’ quel re col brando non afina,

Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;

Taglia e nimici e spezza la sua gente,

Né l’un né l’altro non cura nà¯ente.

 

2.

Né Tartaro o Circasso lui riguarda,

Né de amici o nemici fa pensiero;

A quel và´l mal, che il camino gli intarda.

Ora è pur gionto quel segnor altiero

Dove discerne la prova gagliarda

Che fa il re Sacripante in sul destriero:

Vede fuggire e soi con alte stride,

E il re circasso vede, che li occide.

 

3.

– Fuggitevi de qui, vituperati! –

Disse Agricane – popol da nà¯ente;

Né miei vasalli più vi nominati,

Ch’io non voglio esser re de cotal gente.

Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;

Ché io molto meglio restarò vincente

Sol, come io sono, de questa battaglia,

Che in compagnia de voi, brutta canaglia. –

 

4.

Cos’ dicendo, si fa largo fare,

E Sacripante alla battaglia invita.

Or non doveti, segnor, dubitare

Se ben l’accetta quella anima ardita;

E incontinente un messo ebbe a mandare

Dentro alla terra, alla dama fiorita;

Pregando lei che su la rocca saglia,

Per radoppiarli il core alla battaglia.

 

5.

Venne la damisella sopra al muro,

E mandò un brando al re di Circasia,

Ad ogni prova tagliente e sicuro.

Il re Agricane gran doglia ne avia,

Pur diceva ghignando: – Io non mi curo,

Ché quella spada al fin serà  la mia,

E Sacripante insieme, e quel castello,

Con quella ria putana de bordello.

 

6.

Non se vergogna, brutta incantatrice,

Ad altro più che a me portare amore,

Ché se puotea chiamar tanto felice

E aver del mondo la parte maggiore.

Certo il ver de le femine si dice,

Che sempre mai se apprendeno al peggiore:

Il re de’ re puotea aver per marito,

E un vil circasso tol per appetito. –

 

7.

Cos’ dicendo, turbato se volta,

Ed al nemico assai se è dilungato:

La grossa lancia su la coscia ha tolta.

E già  da l’altra parte è rivoltato

Re Sacripante, e vien con furia molta;

E l’uno e l’altro insieme è riscontrato

Con tal romore e con tanta roina

Che par che il cel profondi e il mondo afina.

 

8.

L’un l’altro in fronte a l’elmo se è percosso,

Con quelle lancie grosse e smisurate,

Né alcun per questo se è de l’arcion mosso;

L’aste fino alla resta han fraccassate,

Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.

Già  fan rivolta, ed hanno in man le spate,

E furà¯osi tornansi a ferire.

Ché ciascun và´le o vincere o morire.

 

9.

Chi mai vide due tori alla verdura

Per una vacca accesi di furore,

Che a fronte a fronte fan battaglia dura

Con voce orrenda e piena di terrore;

Veggia qui duo guerrer senza paura,

Che non stiman la vita per amore,

Anci hanno e scudi per terra gettati,

E la lor guerra fan da disperati.

 

10.

Or Sacripante al tutto se abandona,

A due man mena un colpo dispietato.

Gionselo in testa, e taglia la corona:

Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.

Ma Agrican il colpisce alla persona,

E sopra a un fianco l’ha forte piagato.

Ciascun di vendicarse ben procaccia,

E rendonsi pan fresco per fogaccia.

 

11.

Né s’ spesso la pioggia, o la tempesta,

Né la neve s’ folta da il cel cade,

Quanto in quella battaglia aspra e molesta

Se odino spesso e colpi delle spade.

E’ da l’arcion son sangue insin la testa:

Mai non se vide tanta crudeltade.

Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,

E cresce ognor lo assalto furà¯oso.

 

12.

Vero è che Sacripante sta pur peggio,

Perché versa più sangue il fianco fore;

Ma lui della sua vita fa dispreggio,

E riguardando Angelica, il bel fiore,

Fra sé diceva: O re del celo, io cheggio

Che quel ch’io faccio per soperch’io amore

Angelica lo veda, e siagli grato;

Poi son contento di morir nel prato.

 

13.

Io son contento al tutto de morire,

Pur ch’io compiaccia a quella creatura.

Oh se lei nel presente avesse a dire:

‘Certo io son ben spietata e troppo dura,

Facendo un cavallier de amor perire,

Che per piacermi sua vita non cura!’

Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,

E morto e vivo poi ser’a beato.”

 

14.

E sopra a tal pensier tanto se infiama,

Che non fu cor giamai cos’ perverso;

Ad ogni colpo Angelica pur chiama,

E mena il brando a dritto ed a roverso.

Altro non ha nel cor che quella dama:

Piaga non cura, o sangue che abbia perso;

Ma pur il spirto a poco a poco manca,

Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

 

15.

Li altri re intorno stavano a guardare

La gran battaglia piena di spavento.

A ciascaduno un gran dalmaggio pare

Veder morir quel re pien de ardimento.

Ma sopra a tutti nol può comportare

Torindo il Turco, ed ha molto tormento

Di veder Sacripante in tal travaglia,

Né sa come sturbar quella battaglia.

 

16.

E tra li cavallier comincia a dire

Come egli è certamente un gran peccato

Veder quel franco re cos’ morire.

E seguia poi: – Ahi populaccio ingrato!

Potrai tu forse con gli occhi soffrire

Di veder morto quel che t’ha campato?

Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:

Esso ce ha reso e l’onore e la vita.

 

17.

Deh non abbiate di color spavento,

Benché sia innumerabil quantitate.

Diamo pur dentro a lor con ardimento,

Che poco l’ faren noi con le spate.

Né vi crediati di far tradimento,

Perché questa battaglia disturbate,

Ché tradimento non si può appellare

Quel che si fa per suo segnor campare.

 

18.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,

E vostre sian le lode tutte quante. –

Cos’ dicendo più non se ritiene,

Ma con ruina sprona il suo aferrante.

La grossa lancia alla resta sostiene;

Primo e secundo che li viene avante,

E il terzo e il quarto abatte con furore:

Or se comincia altissimo romore.

 

19.

Ché ciascun turco e ciascadun circasso,

Ciascun di Tribisonda e di Soria,

E gli altri tutti che al presente lasso,

Perché dietro a Torindo ognun seguia,

Ne’ Tartari ferirno con fraccasso,

Contra a quei de Mongalia e di Rossia.

Ecco di sopra si lieva il polvino,

Ché da quel canto gionge Trufaldino,

 

20.

Quel di Baldache, ch’è tanto potente.

Or comincia la zuffa smisurata,

Ché cento millia è tutta la sua gente,

Che in una schiera vien stretta e serrata.

Agricane a tal cose pone mente,

E vede la sua gente sbarattata;

E, vòlto a Sacripante, disse: – Sire,

Le vostre gente han fatto un gran fallire.

 

21.

A te ben ne darò bon guidardone:

Tu prova contra a’ mei quel che pà´i fare. –

L’un va di qua, di là  l’altro barone,

E comincia le schiere a sbarattare,

Menando i brandi con distruzà¯one.

Mai tanta gente se ebbe a consumare,

Ché trenta falcie più non fan nel prato,

Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

 

22.

Agricane inscontrò con Trufaldino.

Vede quel falso che non può campare;

Fassegli inanzi sopra del camino,

Dicendo: – Ben di me ti pà´i vantare,

Se tu me abatti sopra de un roncino,

E il tuo destriero al mondo non ha pare!

Lascia il vantaggio, come il dover chiede,

Che alla battaglia te desfido a piede. –

 

23.

Era Agricane assai di fama caldo:

Subito smonta alla verde campagna;

A un conte dà  il destrier del bon Ranaldo,

Ché già  non và´l che altrui quel se guadagna.

Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:

Volta la briglia, e mena le calcagna;

E prima che Agrican sia rimontato,

Lui tra sua gente è già  remescolato.

 

24.

Or si riversa tutta la battaglia

Verso la terra, e fuggono e Circassi.

Quei di Baldache, la brutta canaglia,

Fuggono e Sorà¯an dolenti e lassi,

Gettan per terra lancie e scudi e maglia,

E gettan le saette con turcassi.

Non vi è chi contra a’ Tartari risponde:

Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

 

25.

E già  son gionti ove il fosso confina

Sotto alla terra, che è cotanto forte.

Là  gioso ogni om se getta con roina,

Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.

Che debbe fare Angelica meschina,

Che vede le sue gente tutte morte?

Apre la porta e il ponte fa callare,

Ché già  soletta lei non và´l campare.

 

26.

Come la porta in quel ponte se apria,

Sia maledetto chi a drieto rimane.

La gente tartaresca che seguia,

è mescolata con loro alle mane.

Or la porta gataia giù cadia,

E restò dentro il forte re Agricane;

Trecento cavallier de sue masnate

Fà´r con lui chiusi dentro alla citate.

 

27.

Egli era in su Baiardo copertato:

Mai non fu visto un baron tanto fiero.

Bordaco il Damaschino era tornato

Dentro alla terra, e vede il cavalliero,

E con molta arroganza li ha parlato:

– Or tua possanza ti farà  mestiero:

Non te varrà  Baiardo a questo ponto.

Ve’ che una volta pur vi fosti gionto!

 

28.

In ogni modo te convien morire,

Né pà´i mostrar valor né far deffesa. –

Il re Agrican ridendo prese a dire:

– Non facciam di parole più contesa,

Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:

Della mia morte pigliane l’impresa,

Ché tu serai il primo a caminare

Là  giù, dove molti altri aggio a mandare. –

 

29.

Portava il re Bordaco una catena,

Che avea da capo una palla impiombata;

Con quella ad Agricane a due man mena,

Ma lui riscontra al colpo con la spata,

Né parve pur che lo toccasse apena,

Ché quella cadde alla terra tagliata.

Dicea il Tartaro a lui: – Sapra’ mi dire

Qual sappia de noi duo meglio ferire. –

 

30.

Cos’ dicendo, quel baron possente

A due man mena sopra al bacinetto,

E quel fraccassa, e mette il brando al dente

E parte il mento e il collo insino al petto.

Veggendo quel gran colpo, l’altra gente

Tutti fuggian, turbati nello aspetto,

E tutti in fuga se pongono in caccia;

Il re Agrican li segue e li minaccia.

 

31.

Egli è di core ardente e tanto fiero,

Che sempre voluntate lo trasporta;

Però che, se egli aveva nel pensiero

Tornare adrieto, ed aprir quella porta,

Prender la terra assai gli era leggiero,

Ed Angelica avere, o presa o morta.

Ma la ira, che ciascun di senno priva,

Dietro il pose alla gente che fuggiva.

 

32.

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,

Molto crudele, orribile e diversa;

Qui l’una e l’altra gente è radunata:

Chi more, e chi del ponte se sumersa.

Tanto è quivi de’ morti la tagliata,

Che il sangue che de’ corpi fuor riversa,

Sparge per tutto e corre tanto grosso,

Che insino a l’orlo ha già  cresciuto il fosso.

 

33.

Ma dentro dalla terra altro terrore

E più crudel partito se apresenta.

Quel re sopra Baiardo con furore,

Terribile a vedere, ogniun spaventa.

Non fu battaglia al mondo mai maggiore,

Né dove tanta gente fosse spenta;

Tanti ne occise quel pagan gagliardo,

Che a pena e corpi passa con Baiardo.

 

34.

Prima che fosse in Albraca serrato,

Come intendesti, il re de Tartaria,

Già  se era prima dentro recovrato

Re Sacripante, pien di gagliardia.

Medicar se faceva disarmato,

E tanto sangue già  perduto avia,

Che di star dritto non avea potere,

Ma sopra al letto stavasi a giacere.

 

35.

Ora torniamo al potente Agricane,

Che assembra una fortuna di marina.

Il brando sanguinoso ha con due mane:

Mai non fo vista cotanta roina.

Oditi e gran lamenti e voce strane,

Ché tutta è occisa la gente tapina,

Re Sacripante, e in letto, con dolore,

Dimanda la cagion di quel romore.

 

36.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:

– Intrato è re Agricane, il maledetto,

Che la citade pone a gran mart’re. –

Ciò odendo Sacripante esce del letto.

Ciascun de’ suoi ben lo volea tenire,

Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;

Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,

Vestito di camisa, e il resto nudo.

 

37.

E riscontra le schiere spaventate:

Nà¯un per tema sa quel che se faccia.

Lui li cridava: – Ah gente svergognate!

Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,

Come nel fango non vi sotterrate?

Come osati ad alcun mostrar la faccia?

Gettati l’arme, e andati alla poltrogna,

Poi non sapeti quel che sia vergogna.

 

38.

Vedeti come io vado disarmato

E quasi nudo, per avere onore. –

Il popol che fuggiva se è firmato,

Di meraviglia pieno e di stupore:

Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,

Perché la fama del suo gran valore

Era tanto alta, e i fatti a non mentire,

Che a questi spaventati dava ardire.

 

39.

Ecco Agricane in mezo della strata,

Che mena in rotta quella gente persa,

Ed ha quest’altra schiera riscontrata

Con Sacripante, che il passo attraversa.

Nova battaglia qui se è cominciata,

Più de l’altra feroce, e più diversa,

Benché e Tartari sono poca gente;

Ma dà  a lor core il suo segnor valente.

 

40.

Da l’altra parte tanto eran spronati

Quei della terra da quel re circasso,

Che se stimano al tutto svergognati,

Se son cacciati adesso di quel passo.

Quivi de frezze e de dardi lanciati,

Di mazze e spade ve era tal fraccasso,

Qual più giamai stimar se puote in guerra;

Altri che morti non se vede in terra.

 

41.

Sopra a tutti l’ardito Sacripante

Di sua persona fa prova sicura.

Senz’arme indosso agli altri sta davante,

Che meraviglia è pur che ancora dura.

Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,

Che alcuna cosa non gli fa paura;

Né con il scudo copre sol se stesso,

Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

 

42.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo

Ora combatte con la lancia in mano,

Or coperto del scudo, con riguardo,

Col brando sta a’ nemici prossimano;

E tanto fa, che Agricane il gagliardo

Ogni sua forza adoperava in vano:

Né vi vale il vigor, né lo ardimento;

Già  morti sono e soi più de trecento.

 

43.

Né lui se può da tanti riparare,

Dardi e saette adosso li piovia;

Re Sacripante sol gli dà  che fare,

E li altri lo tempestan tutta via.

Rotto è il cimer, ché penne non appare,

E il scudo fraccassato in braccio avia;

L’elmo di sasso al capo li risuona,

De arme lanciate ha piena la persona.

 

44.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,

Turbato esce il leon della foresta,

Che se vergogna di mostrar timore,

E va di passo torcendo la testa;

Batte la coda, mugia con terrore,

Ad ogni crido se volge ed arresta:

Tale è Agricane, che convien fuggire,

Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

 

45.

Ad ogni trenta passi indietro volta,

Sempre minaccia con voce orgogliosa;

Ma la gente che il segue è troppo molta,

Ché già  per la cità  se sa la cosa,

E da ogni parte è qui la gente colta.

Ecco una schiera che se era nascosa,

Esce improviso, come cosa nova,

Ed alle spalle a quel re se ritrova.

 

46.

Ma ciò non puote quel re spaventare,

Che con furia e roina se è addricciato.

Pedoni e cavallier fa a terra andare;

Prende il brando a due mane il disperato.

Or quivi alquanto lo voglio lasciare,

Ed a Ranaldo voglio esser tornato,

Che da Rocca Crudele è già  partito,

E sopra al mar camina a piè sul lito.

 

47.

Ciò me sentisti ben di sopra dire,

E come riscontrato ha quella dama,

Che par che di dolor voglia morire.

Cortesemente quel baron la chiama,

E prega lei per ogni suo desire,

Per quella cosa che più nel mondo ama,

E per lo Iddio del celo, e per Macone,

Che del suo dà´l li dica la cagione.

 

48.

Piangendo respondia la sconsolata:

– Io farò tutto il tuo voler compiuto.

Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,

Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!

Tutta la terra cerco, ed ho cercata,

Né ancor cercando spero alcuno aiuto;

Però che ritrovarme è di mestieri

Un che combatta a nove cavallieri. –

 

49.

Dicea Ranaldo: – Io non mi vo’ dar vanto,

Già  de duo cavallier, non che di nove;

Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto

Tanta pietate nel petto mi move,

Che, se io non son bastante a un fatto tanto,

L’ardir mi basta a voler far le prove;

Siché del caso tuo prendi conforto,

Ché certo o vinceraggio, o serò morto. –

 

50.

Disse la dama: – A Dio ti racomando!

Della proferta ti ringrazio assai;

Ma tu non sei colui ch’io vo cercando,

Ch’io credo ben che nol trovarò mai.

Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.

Forse per fama cognosciuto l’hai;

E gli altri ancor son gente de valore:

Di questa impresa non avresti onore. –

 

51.

Quando Ranaldo ascolta la donzella,

Ed ode il conte Orlando nominare,

Piacevolmente ancora a sé l’appella,

Prega che Orlando li voglia insegnare.

Cos’ da lei intese la novella

De il fiume che non lascia ricordare;

E il tutto li contò de ponto in ponto,

Come Orlando con gli altri l’ fo gionto.

 

52.

Intende che la dama che parlava,

è quella che partì da Brandimarte.

Ranaldo strettamente la pregava

Che lo voglia condure in quella parte;

E prometteva in sua fede, e giurava

Che faria tanto, o per forza o per arte,

O combattendo o simulando amore,

Che traria quei baron tutti di errore.

 

53.

Vedea la dama quel barone adatto,

E di persona s’ bene intagliato,

Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,

Ed era ancora non vilmente armato.

Ma questo canto più breve vi tratto,

Però che l’altro vi fia prolongato

Nel racontar d’una lunga novella

Che a narrar prese questa damigella.

 

 

CANTO DUODECIMO

 

1.

Io ve ho contato la battaglia oscura,

Che ancor mi trona in capo quel romore

De Sacripante, che è senza paura,

E de Agricane, il franco e alto segnore;

Più quella cruda voce non me dura,

E dolcemente contarò de amore:

Teneti voi, segnor, nel pensier saldo

Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

 

2.

La damisella subito dismonta,

E il palafreno a lui donar vol’a.

Dicea Ranaldo a lei: – Tu mi fai onta

Ad invitarme a tanta vilania. –

Lei rispondeva con parole pronta,

Che seco a piedi mai nol menaria:

Al fin, per far questa novella corta,

Lui montò in sella e quella in groppa porta.

 

3.

La dama andava alquanto spaventata,

Per la temenza che avea del suo onore;

Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,

Né mai Ranaldo ragionò de amore,

Alquanto nel parlar rasicurata,

Disse a lui: – Cavallier pien di valore,

Or entrar nella selva si conviene,

Che cento leghe di traverso tiene.

 

4.

Acciò che men te incresca il caminare

Per questa selva orribile e deserta,

Una novella te voglio contare,

Che intravenne, ed è ben cosa certa.

In Babilonia potrai arivare,

Dove la istoria manifesta è aperta;

Però (quel ch’io ti narro è veritade)

Fu fatto dentro de quella citade.

 

5.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,

Ebbe una dama nomata Tisbina;

Ed era lui da questa tanto amato,

Quanto Tristan da Isotta la regina.

Esso era ancor di lei inamorato,

Che sempre, dalla sera alla mattina,

E dal nascente giorno a notte oscura,

Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

 

6.

Vicino ad essi un barone abitava,

Di Babilonia stimato il maggiore;

E certamente ciò ben meritava,

Ché è di cortesia pieno e di valore.

Molta ricchezza, de che egli abondava,

Dispendea tutta quanta in farsi onore;

Piacevol nelle feste, in l’arme fiero,

Leggiadro amante e franco cavalliero.

 

7.

Prasildo nominato era il barone.

Quello invitato è un giorno ad un giardino,

Dove Tisbina con altre persone

Faceva un gioco, in atto peregrino.

Era quel gioco di cotal ragione,

Che alcun li tenea in grembo il capo chino;

Quella alle spalle una palma voltava:

Chi quella batte a caso indivinava.

 

8.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:

Tisbina alle percosse l’ha invitato;

Ed in conclusà¯on prese quel loco,

Perché fo prestamente indivinato.

Standoli in grembo, sente s’ gran foco

Nel cor, che non l’avrebbe mai pensato;

Per non indivinar mette ogni cura,

Ché di levarse quindi avea paura.

 

9.

Dapoi che il gioco è partito e la festa,

Non parte già  la fiamma dal suo core,

Ma tutto ‘l giorno integro lo molesta,

La notte lo assalisce in più furore.

Or quella cagion trova, ed ora questa

Che al volto li è fuggito ogni colore,

Che la quà¯ete del dormir gli è tolta,

Né trova loco, e ben spesso si volta;

 

10.

Ora li par la piuma assai più dura

Che non suole apparere un sasso vivo.

Cresce nel petto la vivace cura,

Che d’ogni altro pensiero il cor l’ha privo.

Sospira giorno e notte a dismisura,

Con quella affezà¯on ch’io non descrivo,

Perché descriver non se può lo amore

A chi nol sente e a cui non l’ha nel core.

 

11.

E correnti cavalli, e cani arditi,

De che molto piacer prender suolia,

Li sono al tutto del pensier fuggiti.

Or se diletta in dolce compagnia,

Spesso festeggia e fa molti conviti,

Versi compone e canta in melodia,

Giostra sovente, ed entra in torniamenti

Con gran destrieri e ricchi paramenti.

 

12.

E benché pria cortese fosse assai,

Ora è cento per un multiplicato,

Ché la virtude cresce sempre mai,

Che se ritrova in l’omo inamorato:

E nella vita mia già  non trovai

Un ben che per amor sia rio tornato;

Ma Prasildo, che è tanto d’amor preso,

Sopra a quel che se stima, fo corteso.

 

13.

Egli ha trovato una sua messagiera,

Che avea molta amicizia con Tisbina,

Che la combatte e il mattino e la sera,

Né per una repulsa se rafina.

Ma poco viene a dir, ché quella altiera

A preghi né a pietade mai se inchina;

Perché sempre interviene in veritate

Che la alterezza è gionta con beltate.

 

14.

Quante volte li disse: “O bella dama,

Cognosci l’ora della tua ventura,

Dapoi che un tal baron più che sé te ama,

Ché non ha il cel più vaga creatura.

Forse anco avrai di questo tempo brama,

Ché il felice destin sempre non dura;

Prendi diletto, mentre sei su il verde,

Ché lo avuto piacer mai non se perde.

 

15.

Questa età  giovenil che è s’ zoiosa,

Tutta in diletto consumar si deve,

Perché quasi in un ponto ce è nascosa.

Come dissolve il sol la bianca neve,

Come in un giorno la vermiglia rosa

Perde il vago colore in tempo breve,

Cos’ fugge la età  come un baleno,

E non se può tenir, ché non ha freno.”

 

16.

Spesso con queste e con altre parole

Era Tisbina combattuta in vano.

Ma, quale in prato le fresche và¯ole

Nel tempo freddo pallide se fano,

Come il splendido giaccio al vivo sole,

Cotal se disfacea il baron soprano,

E condotto era a s’ malvagia sorte,

Che altro ristor non spera che la morte.

 

17.

Più non festeggia, s’ come era usato:

In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.

Palido molto e macro è diventato,

Né quel che esser suolea, pareva adesso.

Altro diporto non ha ritrovato,

Se non che della terra usciva spesso,

E suolea solo in un boschetto andare

Del suo crudele amore a lamentare.

 

18.

Tra l’altre volte avenne una matina

Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,

Ed avea seco la bella Tisbina;

E cos’ andando, ciascuno ascoltava

Pianto dirotto con voce meschina.

Prasildo s’ soave lamentava,

E s’ dolce parole al dir gli cade,

Che avria spezzato un sasso di pietade.

 

19.

“Odeti, fiori, e voi, selve, – dicia –

Poi che quella crudel più non me ascolta,

Dati odà¯enza alla sventura mia.

Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,

Voi, chiare stelle, e l’una che vai via,

Oditi il mio dolor solo una volta:

Ché in queste voce estreme aggio a finire

Con cruda morte il lungo mio mart’re.

 

20.

Cos’ farò contenta quella altiera,

A cui la vita mia tanto dispiace,

Poi che ha voluto il celo un’alma fiera

Coprire in viso de pietose face.

Essa ha diletto che un suo servo pèra,

Ed io me occiderò, poi che li piace;

Né de altre cose aggio io maggior diletto,

Che di poter piacer nel suo cospetto.

 

21.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa

Tra queste selve, e non se sappia mai

Che la mia sorte è tanto dolorosa,

(Né mai palese non me lamentai),

Ché quella dama in vista grazà¯osa

Potria de crudeltà  colparsi assai;

Ed io cos’ crudel l’amo a gran torto,

Ed amarolla ancor poi che io sia morto.”

 

22.

Con più parole assai se lamentava

Quel baron franco, con voce tapina,

E dal fianco la spada denudava,

Palido assai per la morte vicina;

E il suo caro diletto ognior chiamava.

Morir volea nel nome di Tisbina;

Ché, nomandola spesso, gli era aviso

Andar con quel bel nome in paradiso.

 

23.

Ma essa col suo amante ha bene inteso

Di quel barone il suo pianto focoso.

Iroldo di pietate è tanto acceso,

Che ne avea il viso tutto lacrimoso;

E con la dama ha già  partito preso

Di riparare al caso doloroso.

Essendo Iroldo nascoso rimaso,

Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

 

24.

Né mostra avere inteso quei richiami,

Né che tanto crudel l’abbia nomata;

Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,

Quasi smarita alquanto se è firmata.

Poi disse a lui: “Prasildo, se tu me ami,

Come già  dimostrasti averme amata,

A tal bisogni non me abandonare,

Perché altramente io non posso campare.

 

25.

E se io non fossi a l’ultimo partito

Insieme della vita e dello onore,

Io non farebbi a te cotale invito,

Ché non è al mondo vergogna maggiore

Che a richieder colui che hai deservito.

Tu m’hai portato già  cotanto amore,

Ed io fui sempre a te tanto spietata;

Ma ancor col tempo te serò ben grata.

 

26.

Ciò ti prometto su la fede mia,

E già  de l’amor mio te fo sicuro,

Pur quel ch’io cheggio da te fatto sia.

Or odi, e non ti para il fatto duro:

Oltra alla selva della Barbaria

È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;

In esso intrar si può per quattro porte,

L’una la Vita tien, l’altra la Morte,

 

27.

Un’altra Povertà , l’altra Ricchezza:

Convien chi ve entra, alla opposita uscire.

In mezo è un tronco a smisurata altezza,

Quanto può una saetta in su salire;

Mirabilmente quello arbor se apprezza,

Ché sempre perle getta nel fiorire,

Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,

Che ha pomi de smeraldi e rami d’oro.

 

28.

Di questo un ramo mi conviene avere,

Altramente son stretta a casi gravi;

Ora palese ben potrò vedere

Se tanto me ami quanto demostravi.

Ma se impetro da te questo apiacere,

Più te amarò che tu me non amavi;

E mia persona ti darò per merto

Di tal servigio: tientine ben certo.”

 

29.

Quando Prasildo intende la speranza

Esserli data di cotanto amore,

De ardire e di desio se stesso avanza,

Promette il tutto senza alcun timore.

Cos’ promesso avria, senza mancanza,

Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;

E l’aria tutta, con la terra e il mare,

Avria promesso senza dubitare.

 

30.

Senza altro indugio si pone a camino,

Lasciando ivi colei che cotanto ama;

In abito va lui de peregrino.

Or sappiati che Iroldo e la sua dama

Mandavano Prasildo a quel giardino,

Che l’Orto di Medusa ancor se chiama,

Acciò che il molto tempo, al longo andare,

Li aggia Tisbina de l’animo a trare.

 

31.

Oltra di ciò, quando pur gionto sia,

Era quella Medusa una donzella

Che al Tronco del Tesor stava a l’ombria.

Chi prima vede la sua faccia bella,

Scordasi la cagion de la sua via;

Ma chiunche la saluta, o li favella,

E chi la tocca, e chi li sede a lato,

Al tutto scorda del tempo passato.

 

32.

Quello animoso amante via cavalca

Soletto, o ver da Amore acompagnato.

Il braccio de il mar Rosso in nave varca,

E già  tutto lo Egitto avea passato,

Ed era gionto nei monti di Barca,

Dove un palmier canuto ebbe trovato;

E ragionando assai con quel vecchione,

Della sua andata dice la cagione.

 

33.

Diceva il vecchio a lui: “Molta ventura

Or t’ha condotto meco a ragionare;

Ma la tua mente pavida assicura,

Ch’io te vo’ far il ramo guadagnare.

Tu sol de entrare a l’orto poni cura;

Ma quivi dentro assai è più che fare:

Di Vita e Morte la porta non se usa,

E sol per Povertà  viense a Medusa.

 

34.

Di questa dama tu non sai la istoria,

Ché ragionato non me n’hai nà¯ente;

Ma questa è la donzella che se gloria

Di avere in guardia quel Tronco lucente.

Chiunche la vede, perde la memoria,

E resta sbigotito nella mente;

Ma se lei stessa vede la sua faccia,

Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

 

35.

A te bisogna un specchio aver per scudo,

Dove la dama veda sua beltade.

Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,

Perché convien entrar per Povertade.

Di quella porta è lo aspetto più crudo

Che altra cosa del mondo in veritade;

Ché tutto il mal se trova da quel lato,

E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

 

36.

Ma a l’opposita porta, ove hai a uscire,

Ritrovarai sedersi la Ricchezza,

Odiata assai, ma non se gli osa a dire;

Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.

Parte del ramo qui convienci offrire,

Né si passa altramente quella altezza,

Perché Avarizia apresso lei l’ siede;

Benché abbia molto, sempre più richiede.”

 

37.

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto

Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.

Indi se parte e, passato il deserto,

In trenta giorni gionse al bel verziero;

Ed essendo del fatto bene esperto,

Intra per Povertate de leggiero.

Mai ad alcun se chiude quella porta,

Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

 

38.

Sembrava quel giardino un paradiso

Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.

De un specchio avea il baron coperto il viso,

Per non veder Medusa e sua figura;

E prese nello andar s’ fatto aviso,

Che all’arbor d’oro agionse per ventura.

La dama, che apoggiata al tronco stava,

Alciando il capo nel specchio mirava.

 

39.

Come se vide, fu gran meraviglia,

Ché esser credette quel che già  non era;

E la sua faccia candida e vermiglia

Parve di serpe terribile e fera.

Lei paurosa a fuggir se consiglia,

E via per l’aria se ne va leggiera;

Il baron franco, che partir la sente,

Gli occhi disciolse a sé subitamente.

 

40.

Quinci andò al tronco, poi che era fuggita

Quella Medusa, falsa incantatrice,

Che, de la sua figura sbigotita,

Avea lasciata la ricca radice.

Prasildo un’alta rama ebbe rapita,

E smontò in fretta, e ben si tien felice;

Venne alla porta che guarda Ricchezza,

Che non cura virtute o gentilezza.

 

41.

Tutta de calamita era la entrata,

Né senza gran romor se puote aprire.

Il più del tempo si vede serrata:

Fraude e Fatica a quella fa venire.

Pur se ritrova aperta alcuna fiata,

Ma con molta ventura convien gire.

Prasildo la trovò quel giorno aperta,

Perché de mezo il ramo fece offerta.

 

42.

De qui partito torna a caminare;

Or pensa, cavallier, se egli è contento,

Che mai non vede l’ora de arrivare

In Babilonia, e parli un giorno cento.

Passa per Nubia, per tempo avanzare,

E varcò il mar de Arabia con bon vento;

S’ giorno e notte con fretta camina,

Che a Babilonia gionse una matina.

 

43.

A quella dama fece poi assapere

Come a sua volontade ha bon fin messa;

E, quando voglia il bel ramo vedere,

Elegia il loco e il tempo per se stessa.

Ben gli ricorda ancor come è dovere

Che li sia attesa l’alta sua promessa;

E quando quella volesse disdire,

Sappiasi certo di farlo morire.

 

44.

Molto cordoglio e pena smisurata

Prese di questo la bella Tisbina;

Gettasi al letto quella sconsolata,

E giorno e notte di pianger non fina.

“Ahi lassa me! – dicea – perché fui nata?

Ché non moritti in cuna, piccolina?

A ciascadun dolor rimedio è morte,

Se non al mio, che è fuor d’ogni altra sorte.

 

45.

Ché se io me uccido e manca la mia fede,

Non se copre per questo il mio fallire.

Deh quanta è paccia quella alma che crede

Che Amor non possa ogni cosa compire!

E celo e terra tien sotto il suo piede,

Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.

Prasildo da Medusa è rivenuto:

Or chi l’avrebbe mai prima creduto?

 

46.

Iroldo sventurato, or che farai,

Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?

Benché tu la cagion data te ne hai:

Tu nel mar di sventura m’hai sumersa.

Ahi me dolente! perché mai parlai?

Perché non fu mia lingua alor riversa

Tutta in se stessa e perse le parole,

Quando impromessi quel che ora mi dole?”

 

47.

Aveva Iroldo il lamento ascoltato

Che facea la fanciulla sopra al letto,

Però che egli improviso era arivato,

Ed avea inteso ciò ch’ella avea detto.

Senza parlare a lei si fo accostato,

Tiensela in braccio e strenge petto a petto;

Né solo una parola potean dire,

Ma cos’ stretti se credean morire.

 

48.

E sembravan duo giacci posti al sole,

Tanto pianto ne li occhi gli abondava;

La voce ven’a meno a le parole,

Ma pur Iroldo alfin cos’ parlava:

“Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole

Che del mio dispiacer tanto ti grava,

Perché aver non potrebi alcun dispetto

Che a me gravasse, essendo a te diletto.

 

49.

Ma tu cognosci bene, anima mia,

Che hai tanto senno e tal discrezà¯one,

Che, come amor se gionge a zelosia,

Non è nel mondo maggior passà¯one.

Or cos’ parve alla sventura ria

Ch’io stesso del mio mal fossi cagione;

Io sol te indussi la promessa a fare,

Lascia me solo adunque lamentare.

 

50.

Soletto portar debbo questa pena,

Ché ti feci fallire al tuo mal grato;

Ma pregoti, per tua faccia serena

E per lo amor che un tempo m’hai portato,

Che la promessa attendi integra e piena,

E sia Prasildo ben remeritato

Della fatica e del periglio grande

A che se pose per le tue dimande.

 

51.

Ma piacciati indugiar sin ch’io sia morto,

Che serà  solamente questo giorno.

Facciami quanto và´l Fortuna torto,

Ch’io non avrò mai, vivo, questo scorno,

E nello inferno andrò con tal conforto

De aver goduto solo il viso adorno;

Ma quando ancor saprò che me sei tolta,

Morrò, se morir pà´ssi, un’altra volta.”

 

52.

Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,

Ma la voce mancò per gran dolore;

Stava smarito e senza sentimento,

Come de il petto avesse tratto il core.

Né avea di lui Tisbina men tormento,

Ed avea perso in volto ogni colore;

Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,

Cos’ rispose con voce affannata:

 

53.

“Adunque credi, ingrato a tante prove,

Ch’io mai potessi senza te campare?

Dove è l’amor che me portavi, e dove

È quel che spesso solevi iurare,

Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,

Non vi potresti senza me abitare?

Ora te pensi de andar nello inferno

E me lasciare in terra in pianto eterno?

 

54.

Io fui e son tua ancor, mentre son viva,

E sempre serò tua, poi che sia morta,

Se quel morir de amor l’alma non priva,

Se non è in tutto di memoria tolta.

Non vo’ che mai se dica, o mai se scriva:

‘Tisbina senza Iroldo se conforta.’

Vero è che de tua morte non mi doglio,

Perché ancora io più in vita star non voglio.

 

55.

Tanto quella convengo differire

Ch’io solva di Prasildo la promessa,

Quella promessa che mi fa morire;

Poi me darò la morte per me stessa.

Con te ne l’altro mondo io vo’ venire,

E teco in un sepolcro serò messa.

Cos’ ti prego ancora, e strengo forte,

Che morir meco vogli de una morte.

 

56.

E questo fia de un piacevol veneno,

Il qual sia con tale arte temperato,

Che il spirto nostro a un ponto venga meno,

E sia cinque ore il tempo terminato;

Ché in altro tanto fia compiuto e pieno

Quel che a Prasildo fo per me giurato.

Poi con morte quà¯eta estinto sia

Il mal che fatto n’ha nostra pac’a.”

 

57.

Cos’ della sua morte ordine dà nno

Quei duo leali amanti e sventurati,

E col viso apoggiato insieme stanno,

Or più che prima nel pianto afocati,

Né l’un da l’altro dipartir se sanno,

Ma cos’ stretti insieme ed abbracciati.

Per il venen mandò prima Tisbina

Ad un vecchio dottor di medicina.

 

58.

Il qual diede la coppa temperata,

Senz’altro dimandare alla richiesta.

Iroldo, poi che assai l’ebbe mirata,

Disse: “Or su, ché altra via non c’è che questa

A dar ristoro a l’alma adolorata.

Non mi serà  Fortuna più molesta,

Ché morte sua possanza al tutto serba:

Cos’ se doma sol quella superba.”

 

59.

E poi che per mitade ebbe sorbito

Sicuramente il succo venenoso,

A Tisbina lo porse sbigotito.

Lui non è di sua morte pauroso

Ma non ardisce a lei far quello invito;

Però, volgendo il viso lacrimoso,

Mirando a terra, la coppa gli porse,

E de morire alora stette in forse,

 

60.

Non del tossico già , ma per dolore,

Che il venen terminato esser dovia.

Ora Tisbina con frigido core,

Con man tremante la coppa prendia,

E biastemando la Fortuna e Amore,

Che a fin tanto crudel li conducia,

Bevette il succo che ivi era rimaso,

Insino al fondo del lucente vaso.

 

61.

Iroldo se coperse il capo e il volto,

E già  con gli occhi non vol’a vedere

Che il suo caro desio li fosse tolto.

Or se comincia Tisbina a dolere,

Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;

Nulla la morte li facea al parere

Il convenirgli da Prasildo gire:

Questa gran doglia avanza ogni mart’re.

 

62.

Nulla di manco, per servar sua fede,

A casa del barone essa ne è andata,

E di parlare a lui secreto chiede:

Era di giorno, e lei accompagnata.

Apena che Prasildo questo crede,

E fattosegli incontro in su la entrata,

Quanto più puote, la prese a onorare,

Né di vergogna sa quel che si fare.

 

63.

Ma poi che solo in un loco secreto

Se fo con lei ridotto ultimamente,

Con un dolce parlare e modo queto,

E quanto più sapea piacevolmente,

Se forza de tornarli il viso lieto,

Che lacrimoso a sé vede presente.

Lui per vergogna ciò crede avenire,

Né il breve tempo sa del suo morire.

 

64.

Essa da lui al fin fu scongiurata,

Per quella cosa che più al mondo amava,

Che li dicesse perché era turbata

E di tal noglia piena si mostrava,

Ad essa proferendo tutta fiata

Voler morir per lei, se il bisognava;

Ed a risposta tanto la stringia,

Che odete quel che odir già  non volia.

 

65.

Perché Tisbina li disse: “Lo amore

Che con tanta fatica hai guadagnato,

è in tua possanza, e serà  ancor quattr’ore.

Per mantenirte quel che te ho giurato,

Perdo la vita, ed ho perso l’onore;

Ma, quel ch’è più, colui che tanto ho amato

Perdo con seco, e lascio questo mondo;

E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.

 

66.

S’io fossi stata in alcun tempo mia,

Avendomi tu amata, s’ come hai,

Avrei commessa gran discortesia

A non averte amato pur assai;

Ma io non puotevo, e non se convenia:

Duo non se ponno amare, e tu lo sai;

Amor non ti portai giammai, barone,

Ma sempre ebbi di te compassà¯one.

 

67.

E quello aver pietà  della tua sorte

M’ha di questa miseria centa intorno;

Ché il tuo lamento mi strense s’ forte,

Allora che te odiva al bosco adorno,

Che provar mi convien che cosa è morte,

Prima che a sera gionga questo giorno.”

Con più parole poi raconta a pieno

S’ come Iroldo e lei preso ha il veleno.

 

68.

Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,

Odendo questo che la dama dice,

Che sta senza parlargli sbigotito;

E dove se credeva esser felice,

Vedese gionto a l’ultimo partito.

Quella che del suo core è la radice,

Colei che la sua vita in viso porta,

Vedesi avanti agli occhi quasi morta.

 

69.

“Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina,

Della mia cortesia farne la prova, –

Dice il barone – accioché una roina

De amor crudele il nostro tempo trova.

Gionger duo amanti di morte tapina

Non era al mondo prima cosa nova;

Ora tre insieme, s’ come io discerno,

Seran sta sera gionti nello inferno.

 

70.

Di poca fede, or perché dubitasti

Di richiedermi in don la tua promessa?

Tu dici che nel bosco me ascoltasti

Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,

Ché già  nol credo; e questa prova basti,

Che, per farme morir, morta hai te stessa.

Or che me sol almanco avessi spento,

Ch’io non sentissi ancor di te tormento!

 

71.

Tanto ti spiacque ch’io te volsi amare,

Crudel, che per fuggirme hai morte presa?

Sasselo Idio ch’io non puote’ lasciare,

Benché io provassi, di amarte l’impresa.

Me nel bosco dovevi abandonare,

Se de amarme cotanto al cor ti pesa;

Chi te sforzava de quel proferire

Che poi con meco al fin te fa morire?

 

72.

Io non volevo alcun tuo dispiacere,

Né lo volsi giamai, né il voglio adesso;

Che tu me amassi cercai di ottenere,

Né altro da te mai chiesi per espresso.

E se altrimenti ti desti a vedere,

Di scoprirne la prova sei apresso,

Perch’io te asolvo da ogni giuramento,

E stare e andar ne puoi a tuo talento.”

 

73.

Tisbina, che il baron cortese od’a,

Di lui fatta pietosa, prese a dire:

“Da te son vinta in tanta cortesia,

Che per te solo io non voria morire.

Volse Fortuna che altrimenti sia,

Né posso farti un lungo proferire,

Però che il viver mio debbe esser poco;

Ma in questo tempo andria per te nel foco.”

 

74.

Prasildo di gran doglia s’ se accese,

Avendo già  sua morte destinata,

Che le dolci parole non intese,

E con mente stordita e adolorata

Un bacio solamente da lei prese,

Poi l’ebbe a suo piacer licenzà¯ata.

E lui se levò ancor dal suo cospetto:

Piangendo forte se pose su il letto.

 

75.

Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,

Ritrovandol col capo ancora involto,

La cortesia di quel baron li conta,

E come solo ha un bacio da lei tolto.

Iroldo dal suo letto a terra smonta,

E con man gionte al celo adriccia il volto;

Ingenocchiato, con molta umiltate

Prega Dio per mercede e per pietate,

 

76.

Che Lui renda a Prasildo guiderdone

Di quella cortesia dismisurata.

Ma, mentre che lui fa la orazà¯one,

Cade Tisbina, e pare adormentata;

E fece il succo la operazà¯one

Più presto ne la dama delicata;

Ché un debil cor più presto sente morte

Ed ogni passà¯on, che un duro e forte.

 

77.

Iroldo nel suo viso viene un gelo,

Come vede la dama a terra andare,

Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:

Dormir soave, e non già  morte appare.

Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,

Che tanto l’hanno preso ad oltraggiare;

Chiama dura Fortuna, e duro Amore,

Che non lo occida, ed ha tanto dolore.

 

78.

Lascià n dolersi questo disperato:

Stimar puoi, cavallier, come egli stava.

Prasildo nella ciambra se è serrato,

E cos’ lacrimando ragionava:

“Fu mai in terra un altro inamorato

Percosso da fortuna tanto prava?

Ché, se io voglio la dama mia seguire,

In piccol tempo mi convien morire.

 

79.

Cos’ quel dispietato avria solaccio,

Che è tant’amaro e noi chiamiamo Amore.

Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,

Vien, sà ziati, crudel, del mio dolore!

Ma al tuo mal grato io ne uscirò d’impaccio

Ché aver non posso un partito peggiore,

E minor pene assai son nello inferno

Che nel tuo falso regno e mal governo.”

 

80.

Mentre che se lamenta quel barone,

Eccoti quivi un medico arivare.

Dimanda di Prasildo quel vecchione,

Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.

Diceva il vecchio: “Io, stretto da cagione,

Ad ogni modo li voglio parlare;

Ed altramente, io vi ragiono scorto,

Il segnor vostro questa sera è morto.”

 

81.

Il camarier, che intese il caso grave,

Di entrar dentro alla zambra prese ardire,

(Questo teneva sempre un’altra chiave,

Ed a sua posta puotea entrare e uscire);

E da Prasildo con parlar soave

Impetra che quel vecchio voglia odire.

Benché ne fece molta resistenza,

Pur lo condusse nella sua presenza.

 

82.

Disse il medico a lui: “Caro segnore,

Sempremai te aggio amato e reverito;

Ora ho molto sospetto, anzi timore

Che tu non sia crudelmente tradito;

Però che zelosia, sdegno ed amore,

E de una dama il mobile appetito,

Ché è raro a tutte il senno naturale,

Possono indurre ad ogni estremo male.

 

83.

E ciò te dico, perché stamatina

Me fo veneno occulto dimandato

Per una cameriera de Tisbina.

Or poco avanti me fu racontato

Che qua ne venne a te la mala spina.

Io tutto il fatto ho bene indivinato;

Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:

Lasciale tutte, che il mal fuoco l’arda.

 

84.

Ma non sospicar già  per questa volta,

Ché in veritade io non gli diè veneno:

E se quella bevanda forse hai tolta,

Dormirai da cinque ore, o poco meno.

Cos’ quella malvaggia sia sepolta,

Con tutte l’altre de che il mondo è pieno!

Dico le triste, ché in questa citate

Una vi è bona, e cento scelerate.”

 

85.

Quando Prasildo intende le parole,

Par che se avivi il tramortito cuore.

Come dopo la pioggia le và¯ole

Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;

Poi, quando al cel sereno appare il sole,

Apron le foglie, e torna il bel colore:

Cos’ Prasildo alla lieta novella

Dentro se allegra e nel viso se abella.

 

86.

Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,

A casa de Tisbina se ne andava;

E, ritrovando Iroldo disperato,

S’ come stava il fatto li contava.

Ora pensati se costui fu grato!

Colei che più che la sua vita amava,

Vuol che nel tutto de Prasildo sia,

Per render merto a sua gran cortesia.

 

87.

Prasildo ne fie’ molta resistenza,

Ma mal se può disdir quel che se và´le;

E benché ciascun stesse in continenza,

Come tra duo cortesi usar se suole,

Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza

Sino alla fine, ed in poche parole

Lascia a Prasildo la dama piacente;

Lui de quindi se parte incontinente.

 

88.

Di Babilonia se volse partire,

Per non tornarvi mai nella sua vita.

Da poi Tisbina se ebbe a resentire,

La cosa seppe, s’ come era gita;

E benché ne sentisse gran mart’re,

E fosse alcuna volta tramortita,

Pur cognoscendo che quello era gito

Né vi è remedio, prese altro partito.

 

89.

Ciascuna dama è molle e tenerina

Cos’ del corpo come della mente,

E simigliante della fresca brina,

Che non aspetta il caldo al sol lucente.

Tutte sià n fatte come fu Tisbina,

Che non volse battaglia per nà¯ente,

Ma al primo assalto subito se rese,

E per marito il bel Prasildo prese. –

 

90.

Parlava la donzella tutta fiata,

Quando davanti a lor nel bosco folto

Odirno una alta voce e smisurata.

La damigella sbigotita è in volto,

Benché Ranaldo l’abbia confortata.

Or questo canto è stato lungo molto;

Ma a cui dispiace la sua quantitate,

Lasci una parte, e legga la mitate.

 

 

CANTO DECIMOTERZO

 

1.

Io vi dissi di sopra come odito

Fu quel gran crido di spavento pieno.

Di nulla se è Ranaldo sbigotito;

Smonta alla terra, e lascia il palafreno

A quella dama dal viso fiorito,

Che per gran tema tutta ven’a meno;

Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.

La cagion di quella era un gran gigante,

 

2.

Che stava fermo sopra ad un sentiero,

Dietro a una tomba cavernosa e oscura,

Orribil di persona e viso fiero,

Per spaventare ogni anima sicura.

Ma non smarrite già  quel cavalliero,

Che mai non ebbe in sua vita paura,

Anci contra gli va col brando in mano;

Nulla si move quel gigante altano.

 

3.

Di ferro aveva in pugno un gran bastone,

De fina maglia è tutto quanto armato;

Da ciascun lato li stava un grifone,

Alla bocca del sasso incatenato.

Or, se volete saper la cagione

Che tenea quivi quel dismisurato,

Dico che quel gigante in guardia avia

Quel bon destrier che fu de l’Argalia.

 

4.

Fu il caval fatto per incantamento,

Perché di foco e di favilla pura

Fu finta una cavalla a compimento,

Benché sia cosa fuora de natura.

Questa dapoi se fie’ pregna di vento:

Nacque il destrier veloce a dismisura,

Che erba di prato né biada rodea,

Ma solamente de aria se pascea.

 

5.

Dentro a quella spelonca era tornato,

S’ come lo disciolse Ferraguto:

Però che in quella prima fu creato,

E chiuso in essa sempre era cresciuto.

Dapoi, per forza de libro incantato,

L’Argalia un tempo l’avea posseduto

Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno

Fece il cavallo al suo loco ritorno.

 

6.

E quel gigante in sua guardia si stava,

Con fronte altiera, crudo e pertinace;

E seco due grifoni incatenava,

Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.

Quella catena a modo se ordinava,

Che solver li può ben quando a lui piace;

Ogni grifon di quelli è tanto fiero,

Che via per l’aria porta un cavalliero.

 

7.

Ranaldo alla battaglia se appresenta

Con grande aviso e con molto riguardo;

Né crediati però che il se spaventa,

Perché vada sospeso, a passo tardo.

L’alto gigante nel core argumenta

Che questo sia un baron molto gagliardo;

Lui scorg’a ben ciascun, se è vile o forte,

Ché a più de mille avea data la morte;

 

8.

E tutto il campo intorno biancheggiava

De ossi de morti dal gigante occisi.

Or la battaglia dura incominciava:

Preso è il vantaggio e li apensati avisi.

Ma colpi roà¯nosi se menava:

Non avea alcun di lor festa né risi;

Anci cognoscon ben, senza fallire,

Che l’uno o l’altro qui convien morire.

 

9.

Il primo feritor fo il bon Ranaldo,

E gionse a quel gigante in su la testa.

Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,

Che nulla quel gran colpo lo molesta.

Ora esso di superbia e de ira caldo

Mena il bastone in furia con tempesta;

Ranaldo al colpo riparò col scuto:

Tutto il fraccassa quel gigante arguto.

 

10.

Ma non li fece per questo altro male;

Ranaldo colp’ lui con gran valore

De una ferita ben cruda e mortale,

Che fo nel fianco, assai vicina al core.

Subitamente par che metti l’ale,

Rimena l’altra con più gran furore,

Rompe di ponta quella forte maglia,

Sino alle rene passa la anguinaglia.

 

11.

Per questo fo il gigante sbigotito,

E vede ben che li convien morire;

De le due piaghe ha un dolore infinito,

Né quasi in piedi se può sostenire;

Onde turbato prese il mal partito

Di far con seco Ranaldo perire:

Corre alla tana, e con molto fraccasso

Dislega i duo grifon dal forte sasso.

 

12.

Il primo tolse quel gigante in piede,

E via per l’aria con esso ne andava;

Tanto è salito, che più non se vede.

L’altro verso Ranaldo se aventava,

Ché di portarsi il baron forse crede;

Con le penne aruffate zuffellava,

L’ale ha distese ed ogni branca aperta;

Ranaldo mena un colpo di Fusberta.

 

13.

E già  non prese in quel ferire errore:

Ambe le branche ad un tratto tagliava.

Sent’ quello uccellaccio un gran dolore;

Via va cridando, e mai più non tornava.

Ecco di verso il celo un gran romore:

L’altro grifone il gigante lasciava.

Non so se camparà  di quel gran salto:

Più de tre mila braccia era ito ad alto.

 

14.

Roà¯nando ven’a con gran tempesta:

Ranaldo il vede giù del cel cadere;

Pargli che al dritto venghi di sua testa,

E quasi in capo già  sel crede avere.

Lui vede la sua morte manifesta,

Né sa come a quel caso provedere;

Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,

Sembra il gigante in quella parte andare.

 

15.

E già  vicino a terra è gionto al basso:

Poco è Ranaldo da lui dilungato,

Che li cade vicino a men d’un passo.

Percosse al capo quel dismisurato,

E mena nel cader s’ gran fraccasso,

Che tremar fece intorno tutto il prato.

Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno;

Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.

 

16.

Però che quel grifone in giù ven’a

Ad ale chiuse, con tanto romore,

Che il celo e tutta l’aria ne fremia,

Ed oscurava il sole il suo splendore,

Cos’ grande ombra quel campo copria:

Mai non fo vista una bestia maggiore.

Turpin lo scrive lui per cosa certa,

Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.

 

17.

Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,

Ma poco tempo bisogna aspettare,

Perché, quale è di foco una saetta,

Cotal vide il grifon sopra arivare.

Lui si stava ben scorto alla vedetta;

Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:

Sotto la gorga, a ponto al canaletto

Gionse un traverso, e fese assai nel petto.

 

18.

Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,

Però che al suo voler non l’ebbe còlto;

Quel torna al cel battendo le grande ale,

E furà¯oso ancor giù se è rivolto.

Gionse ne l’elmo quel fiero animale,

E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,

Né ‘l rompe, né lo intacca, tanto è fino!

Lo elmo è fatato, e già  fo di Mambrino.

 

19.

Su vola spesso, e giù torna a ferire;

Ranaldo non la puote indovinare,

Che una sol volta lo possa colpire.

Stava la donna la pugna a guardare,

E di paura se credea morire,

Non già  di sé, che non gli avia a pensare,

Né de esser quivi lei se ricordava:

Del baron teme, e sol per lui pregava.

 

20.

Per la notte vicina il giorno oscura,

E la battaglia ancora pur durava.

Di questo sol Ranaldo avea paura,

De non veder la bestia che volava;

Onde per trarne fin pone ogni cura,

Ogni partito in l’animo pensava;

Al fin non trova quel che debba fare,

Poi che per l’aria lui non puote andare.

 

21.

Alfin su il prato tutto se distende

Giù riversato, come fusse morto;

Quello uccellaccio subito discende,

Ché non si fu di tale inganno accorto,

Ed a traverso con le branche il prende.

Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;

Non fu s’ presto da l’uccel gremito,

Che menò il brando il cavalliero ardito.

 

22.

Proprio sopra alla spalla il colpo serra,

E nervi e l’osso Fusberta fraccassa;

Di netto una ala li mandò per terra,

Ma per questo la fiera già  nol lassa.

Con ambedue le grife il petto afferra,

E sbergo e maglia e piastra tutte passa

E l’uno e l’altro ungion strenge s’ forte,

Che pare a quel baron sentir la morte.

 

23.

Ma non per tanto lascia de ferire;

Or nella pancia il passa or nel gallone,

Di tante ponte, che il fece morire;

Poi si levava in piede quel barone.

Gran periglio ha portato, a non mentire;

Lui Dio ringrazia con devozà¯one;

E già  la dama al palafren lo invita,

Parendo a lei la cosa esser finita.

 

24.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto,

Dove stava il destrier meraviglioso;

Se non avesse il fatto a pien saputo,

Ser’a stato in sua vita doloroso.

Era quel sasso orribile ed arguto:

Dentro vi passa il principe animoso;

Da cento passi vicino alla intrata

Era di marmo una porta intagliata.

 

25.

Di smalto era adornata quella porta,

Di perle e di smiraldi, in tal lavoro

Che non fu mai da uno occhio d’omo scorta

Cosa de un pregio di tanto tesoro.

Stava nel mezo una donzella morta,

Ed avea scritto sopra in lettre d’oro:

‘Chi passa quivi, arà  di morte stretta,

Se non giura di far la mia vendetta;

 

26.

Ma se giura lo oltraggio vendicare,

Che mi fu fatto con gran tradimento,

Avrà  quel bon destriero a cavalcare,

Che di veloce corso passa il vento.’

Or non stette Ranaldo più a pensare,

Ma a Dio promette, e fanne giuramento,

Che quanta vita e forza l’avrà  scorto,

Vendicherà  la dama occisa a torto.

 

27.

Poi passa dentro, e vede quel destriero,

Che de catena d’oro era legato,

Guarnito aponto a ciò che fa mestiero,

Di bianca seta tutto copertato.

Egli come un carbone è tutto nero,

Sopra la coda ha pel bianco meschiato;

Cos’ la fronte ha partita de bianco,

La ungia di dietro ancora al pede manco.

 

28.

Destrier del mondo con questo si vanta

Correre al paro, e non ne tro Baiardo,

Del qual per tutto il mondo oggi si canta.

Quello è più forte, destro e più gagliardo;

Ma questo aveva leggierezza tanta,

Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo,

Uno uccel che volasse, una saetta,

O se altra cosa va con maggior fretta.

 

29.

Ranaldo fuor di modo se allegrava

Di aver trovato tanto alta ventura;

Ma la catena a un libro se chiavava,

Che avea di sangue tutta la scrittura.

Quel libro, a chi lo legge, dichiarava

Tutta la istoria e la novella oscura

Di quella dama occisa su la porta,

Ed in che forma, e chi l’avesse morta.

 

30.

Narrava il libro come Trufaldino,

Re di Baldaco, falso e maledetto,

Aveva un conte al suo regno vicino,

Ardito e franco, e de virtù perfetto;

Ed era tanto de ogni lodo fino,

Che il re malvaggio n’avea gran dispetto.

Fo quel baron nominato Orrisello;

Montefalcone ha nome il suo castello.

 

31.

Avea il conte Orrisello una sorella,

Che de tutt’altre dame era l’onore,

Perché è di viso e di persona bella;

Di leggiadria, di grazia e di valore

Se alcuna fo compita, lei fu quella.

Essa portava a un cavalliero amore,

Nobil di schiatta e famoso de ardire,

Leggiadro e bello a più non poter dire.

 

32.

Il sol, che tutto ‘l mondo volta intorno,

Non vedea un altro par de amanti in terra

S’ de beltade e de ogni lode adorno.

Una voglia, uno amor questi duo serra,

E cresce ogniora più di giorno in giorno.

Or Trufaldino a possanza di guerra

Mai non puotria pigliar Montefalcone,

Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.

 

33.

Sopra de un sasso terribile e duro,

Un miglio ad alto, per stretto sentiero,

Se perveniva al smisurato muro;

Né a questo s’apressava di leggiero,

Perché un profondo fosso e largo e scuro

Volge il castello intorno tutto intiero;

Ciascuna porta ove dentro si vane,

Ha di tre torre fuora un barbacane.

 

34.

Con incredibil cura si guardava

Questa fortezza de il franco Orrisello;

Lui temea Trufaldin che lo odà¯ava,

E fatto ha già  più assalti a quel castello,

E con vergogna sempre ritornava.

Or sapeva quel re de ogni altro fello

Che la sorella del conte, Albarosa,

Polindo amava sopra ogni altra cosa.

 

35.

Polindo il cavallier è nominato,

Albarosa la dama delicata,

Quella de che aggio sopra ragionato

Che amava tanto, ed era tanto amata.

Ora quel cavalliero inamorato

Andava alla ventura alcuna fiata,

Cercando e regni per ogni confino:

In corte si trovò di Trufaldino.

 

36.

Era quel re malvaggio e traditore,

Ciascuna cosa sapea simulare:

A Polindo faceva molto onore,

Con gran proferte e cortese parlare;

E prometteli aiuto e gran favore,

Quando Albarosa voglia conquistare.

Diversa cosa è lo amor veramente!

Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.

 

37.

Chi altri mai che Polindo avria creduto

A quel malvaggio mancator di fede,

Che cos’ da ciascuno era tenuto?

Il cavallier nol stima e ciò non crede;

Anci di avere il proferito aiuto

Sempre procaccia, e mai l’ora non vede

Che Albarosa la bella tenga in braccio;

E de altra cosa non se dona impaccio.

 

38.

Poi che la dama fu tentata in vano

Che dentro dalla rocca toglia gente,

A Polindo promette e giura in mano

Una notte partirse quietamente,

Al piè del sasso scender gioso al piano,

Ed esserli in sua vita obedà¯ente,

Andar con lui, e far tutte sue voglie:

Esso promette a lei tuorla per moglie.

 

39.

L’ordine dato se pone ad effetto.

Avea già  Trufaldin prima donata

A Polindo una rocca da diletto,

Longe a Montefalcone una giornata.

Qui dentro intrarno senza altro rispetto

Quel cavalliero e la giovene amata.

Cenando insieme con gran festa e riso,

Eccoti Trufaldin quivi improviso.

 

40.

Vaga fortuna, mobile ed incerta,

Che alcun diletto non lascia durare!

Sotto la terra è una strata coperta,

Per quella nella rocca se può andare.

Avea il malvaggio questa cosa esperta,

Perciò li volse la rocca donare.

Cos’ cenando, e doi de amore accesi

Fuor de improvviso crudelmente presi.

 

41.

Polindo di parlar già  non ardiva,

Per non far seco la dama perire;

Ma di grande ira e rabbia se moriva,

Ché non può a Trufaldin sua voglia dire.

Quel re comanda alla dama che scriva

Al suo german che a lei debba venire,

Fingendo che Polindo l’ha menata

Dentro a una selva grande e smisurata;

 

42.

E quivi a forza rinchiusa la tene,

Sotto la guarda di tre suoi famigli;

Ma se lui quivi secreto ne viene,

Và´l che Polindo e quelli insieme pigli;

Che le cagion diragli intiere e piene

Di sua partita, e non se meravigli;

Che poi lo chiarirà  che il suo camino

Campato ha lui di man di Trufaldino.

 

43.

La dama dice de voler morire

Più presto che tradire il suo germano;

Né per minaccie o per piacevol dire

Può far che prenda pur la penna in mano.

Il re fa incontinente qui venire

Un tormento aspro, crudo ed inumano,

Che con ferro affocato e membri straccia:

Quella fanciulla prende nella faccia.

 

44.

Nella faccia pigliò col ferro ardente:

Non se lamenta lei, né getta voce;

Alla richiesta risponde nà¯ente.

Quel focoso tormento assai più coce

Polindo, che vi stava di presente;

E benché fosse de animo feroce,

E de uno alto ardir pieno in veritate,

Pur cade in terra per molta pietate.

 

45.

Narrava il libro tutte queste cose,

Ma più destinto, e con altre parole;

Ché vi erano atti con voci pietose,

E quel dolce parlar che usar se suole

Tra l’anime congionte ed amorose.

Eravi che Polindo assai se dole

Più de Albarosa che del proprio male;

E lei fa del suo amante un altro tale.

 

46.

Legge Ranaldo quella istoria dura,

E molto pianto da gli occhi li cade;

Nel viso se conturba sua figura

Per quell’estremo caso de pietade.

Una altra fiata sopra al libro giura

Di vendicar quella aspra crudeltade;

E torna fuora il cavallier soprano

Con quel destrier che ha nome Rabicano.

 

47.

Sopra di quello è il cavallier salito,

E via cavalca con la damisella,

Ma poco andà¢r, e il giorno fo sparito:

Ciascun di lor dismonta dalla sella.

Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito,

Dorme vicino a lui la dama bella;

Lo incanto della Fonte de Merlino

Ha tolto suo costume al paladino.

 

48.

Ora li dorme la dama vicina:

Non ne piglia il barone alcuna cura.

Già  fo tempo che un fiume e una marina

Non avrian posto al suo desio misura;

A un muro, a un monte avria data roina

Per star congionto a quella creatura;

Or li dorme vicina e non gli cale:

A lei, credo io, ne parve molto male.

 

49.

Già  l’aria se schiariva tutta intorno

Abenché il sole ancor non se mostrava;

Di alcune stelle è il cel sereno adorno,

Ogni uccelletto agli arbori cantava;

Notte non era, e non era ancor giorno.

La damisella Ranaldo guardava,

Però che essa al mattino era svegliata;

Dormia il barone a l’erba tutta fiata.

 

50.

Egli era bello ed allor giovenetto,

Nerboso e asciutto, e de una vista viva,

Stretto ne’ fianchi e membruto nel petto:

Pur mo la barba nel viso scopriva.

La damisella il guarda con diletto,

Quasi, guardando, di piacer moriva;

E di mirarlo tal dolcezza prende,

Che altro non vede ed altro non attende.

 

51.

Sta quella dama di sua mente tratta,

Guardandosi davanti il cavalliero.

Or dentro quella selva aspra e disfatta

Stava un centauro terribile e fiero;

Forma non fo giamai più contrafatta,

Però che aveva forma di destriero

Sino alle spalle, e dove il collo uscia

E corpo e braccie e membra d’omo avia.

 

52.

De altro non vive che di cacciasone,

Per quel deserto che è s’ grande e strano;

Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,

Sempre cacciando andava per quel piano;

Alora alora avea preso un leone,

E cos’ vivo sel portava in mano.

Rugge il leone e fa gran dimenare;

Per questo se ebbe la dama a voltare,

 

53.

Ed altramenti sopra li giong’a

Tutto improviso il diverso animale.

E forse che Ranaldo occiso avria:

Molto comodo avia di farli male.

La damisella un gran crido mettia:

– Donaci aiuto, o Re celestà¯ale! –

A quel crido se desta il baron pronto,

E già  il centauro è sopra di lor gionto.

 

54.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,

Benché il gigante l’avea fraccassato;

E quel centauro di spietata faccia

Getta il leon, che già  l’ha strangolato.

Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:

Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato,

E con molta roina lancia un dardo;

Stava Ranaldo con molto riguardo,

 

55.

S’ che nol puote a quel colpo ferire.

Or lancia l’altro con molta tempesta;

L’elmo scampò Ranaldo dal morire,

Ché proprio il gionse a mezo della testa;

L’altro ancor getta, e nol puote colpire.

Ma già  per questo la pugna non resta,

Perché il centauro ha preso il suo bastone,

E va saltando intorno al campà¯one.

 

56.

Tanto era destro, veloce e leggiero,

Che Ranaldo se vede a mal partito;

Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.

Quello animal il tien tanto assalito,

Che apressar non se puote al suo destriero;

Girato ha tanto, che quasi è stordito.

A un grosso pin se accosta, che non tarda:

Questo col tronco a lui le spalle guarda.

 

57.

Quello omo contrafatto e tanto strano

Saltando va de intorno tuttavia;

Ma il principe, che avia Fusberta in mano,

Discosto a sua persona lo ten’a.

Vede il centauro afaticarsi in vano,

Per la diffesa che il baron fac’a;

Guarda alla dama dal viso sereno,

Che di paura tutta ven’a meno.

 

58.

Subitamente Ranaldo abandona,

E leva dello arcion quella donzella;

Fredda nel viso e in tutta la persona

Alor divenne quella meschinella.

Ma questo canto più non ne ragiona;

Ne l’altro contarò la istoria bella

Di questa dama, e quel ch’io dissi avante,

Tornando ad Agricane e Sacripante.

 

 

CANTO DECIMOQUARTO

 

1.

Aveti inteso la battaglia dura

Che fa Ranaldo, la persona accorta,

E come la diversa creatura

Prese la dama, e in groppa se la porta.

Non domandati se ella avea paura:

Tutta tremava, e in viso parea morta;

Ma pur, quanto la voce li bastava,

Al cavalliero aiuto dimandava.

 

2.

Via va correndo lo animal legiero

Con quella dama in groppa scapigliata;

A lei sempre ha rivolto il viso fiero,

Ed a sé stretta la tiene abracciata.

Or Ranaldo se accosta al suo destriero;

Ben se à¢gura Baiardo in quella fiata,

Ché quel centauro è tanto longe assai,

Che averlo gionto non se crede mai.

 

3.

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia

Di quel destrier che al corso non ha pare,

De esser portato da il vento asimiglia:

A lui par proprio di dover volare.

Mai non fu vista una tal meraviglia;

Tanto con l’occhio non se può guardare

Per la pianura, per monte e per valle,

Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

 

4.

E non rompeva l’erba tenerina,

Tanto ne andava la bestia legiera;

E sopra alla rugiada matutina

Veder non puossi se passato vi era.

Cos’, correndo con quella roina,

Gionse Ranaldo sopra una rivera,

Ed allo entrar de l’acqua, a ponto a ponto,

Vede il centauro sopra al fiume gionto.

 

5.

Quel maledetto già  non l’aspettava,

Ma, via fuggendo, nequitosamente

La bella dama nel fiume gettava:

Giù ne la porta il fiumicel corrente.

Che di lei fosse, e dove ella arivava,

Poi lo odirete nel canto presente;

Ora il centauro a quel baron se volta,

Poi che di groppa se ha la dama tolta;

 

6.

E cominciorno a l’acqua la battaglia,

Con fiero assalto, dispietato e crudo;

Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,

E quel centauro è tutto quanto nudo:

Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,

Che coperto se tien tutto col scudo;

E il destrier del segnor de Montealbano

Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

 

7.

Grosso era il fiume al mezo dello arcione,

De sassi pieno, oscuro e roà¯noso.

Mena il centauro spesso del bastone,

Ma poco nà´ce al baron valoroso,

Che gioca di Fusberta a tal ragione

Che tutto quello ha fatto sanguinoso;

Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,

E già  da trenta parte l’ha ferito.

 

8.

Esce del fiume quello insanguinato,

Ranaldo insieme con Fusberta in mano,

Né se fu da lui molto dilungato,

Che gionto l’ebbe quel destrier soprano;

Quivi lo occise sopra al verde prato.

Or sta pensoso il sir de Montealbano,

Non sa che far, né in qual parte se vada:

Persa ha la dama, guida de sua strada.

 

9.

A sé d’intorno la selva guardava,

E sua grandezza non puotea stimare;

La speranza de uscirne gli mancava,

E quasi adrieto volea ritornare,

Ma tanto ne la mente desà¯ava

Da quello incanto il conte Orlando trare,

Che sua ventura destina finire,

O, questa impresa seguendo, morire.

 

10.

Ver Tramontana prende la sua via,

Dove il guidava prima la donzella;

Ed ecco ad una fonte li apparia

Un cavalliero armato in su la sella.

Or Turpin lascia questa diceria,

E torna a raccontar l’alta novella

Del re Agricane, quel tartaro forte,

Che è chiuso in Albracà  dentro alle porte.

 

11.

Dentro a quella citade era rinchiuso,

E fa soletto quella ardita guerra:

Il popol tutto quanto ha lui confuso.

Sappiati che Albracà , la forte terra,

Da uno alto sasso calla al fiume giuso,

E da ogni lato un mur la cinge e serra,

Che se dispicca da il castello altano,

Volgendo il sasso insino al monte piano.

 

12.

Sopra del fiume ariva la murata,

Con grosse torre e belle a riguardare.

Quella fiumana Drada è nominata,

Né estate o verno mai se può vargare.

Una parte del muro è qui cascata:

Quei della terra non hanno a curare,

Ché il fiume è tanto grosso e s’ corrente,

Che di battaglia non temon nà¯ente.

 

13.

Ora io vi dissi s’ come Agricane

Fa la battaglia dentro alla citate;

Re Sacripante è con seco alle mane,

Con gente della terra in quantitate.

Prove se fier’ dignissime e soprane

Per l’uno e l’altro, e sopra l’ho narrate;

E lasciai proprio che una schiera nova

Dietro alle spalle de Agrican se trova.

 

14.

Nulla ne cura quel re valoroso,

Ma con molta roina è rivoltato;

Mena a due mane il brando sanguinoso.

Questo novo trapel che ora è arivato,

Era un forte barone ed animoso,

Torindo il Turco, che era ritornato

Con molta di sua gente in compagnia;

Per altre parte gionse a questa via.

 

15.

Quel tartaro ne’ Turchi urta Baiardo,

Getta per terra tutta quella gente;

Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,

Che l’ha seguito continà¼amente.

Tanto non è legier cervo ni pardo,

Quanto è quel re circasso veramente;

Non vale ad Agrican sua forza viva,

Tanta è la gente che adosso gli ariva.

 

16.

Già  son le bocche delle strate prese,

Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;

Le schiere dalle mure son discese,

E corre ciascaduno alla battaglia:

Non vi rimase alcuno alle diffese.

Or quei del campo, quella gran canaglia,

Chi per le mure intrò, chi per le porte,

Tutti cridando: – Alla morte! alla morte! –

 

17.

Onde fu forza a l’aspro Sacripante

Ed a Torindo alla rocca venire;

Angelica già  dentro era davante,

E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.

Morte son le sue gente tutte quante;

La grande occisà¯on non se può dire:

Morto è Varano, e prima Savarone,

Re della Media, franco campione.

 

18.

Morirno questi fora delle porte,

Dove la gran battaglia fo nel piano.

Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:

Radamanto lo occise de sua mano.

Quel Radamanto ancor diede la morte

Dentro alle mura al valoroso Ungiano;

Tutta la gente di sua compagnia

Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

 

19.

E tutta la citate hanno già  presa:

Mai non fu vista tal compassà¯one.

La bella terra da ogni parte è incesa,

E sono occise tutte le persone;

Sol la rocca di sopra se è diffesa

Ne l’alto sasso, dentro dal zirone:

Tutte le case in ciascuno altro loco

Vanno a roina, e son piene di foco.

 

20.

La damisella non sa che si fare,

Poi che è condotta a cos’ fatto scorno;

In quella rocca non è che mangiare,

Apena evi vivande per un giorno.

Chi l’avesse veduta lamentare

E battersi con man lo viso adorno,

Uno aspro cor di fiera o di dragone

Seco avria pianto di compassà¯one.

 

21.

Dentro alla rocca son tre re salvati

Con la donzella, e trenta altre persone,

Per la più parte a morte vulnerati.

La rocca è forte fora di ragione,

Onde tra lor se son deliberati

Che ciascuno occidesse il suo ronzone,

E far contra de’ Tartari contesa,

Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

 

22.

Angelica dapoi prese partito

Di ricercare in questo tempo aiuto;

Lo annel meraviglioso aveva in dito,

Che chi l’ha in bocca, mai non è veduto.

Il sol sotto la terra ne era gito,

E il bel lume del giorno era perduto:

Torindo e Trufaldino e Sacripante

La damisella a sé chiama davante.

 

23.

A lor promette sopra alla sua fede

In vinti giorni dentro ritornare,

E tutti insieme e ciascadun richiede

Che sua fortezza vogliano guardare;

Che forse avrà  Macon di lor mercede,

Perché essa andava aiuto a ricercare

Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,

Ed ottenerlo avia molta speranza.

 

24.

E cos’ detto, per la notte bruna

La damisella monta al palafreno,

Via camminando al lume della luna,

Tutta soletta, sotto al cel sereno.

Mai non fo vista da persona alcuna,

Benché di gente fosse intorno pieno;

Ma a questi la fatica e la vittoria

Li avea col sonno tolto ogni memoria.

 

25.

Né bisogno ebbe di adoprar lo annello,

Ché, quando il sol lucente fo levato,

Ben cinque leghe è longe dal castello,

Che era da’ suoi nemici intornà¯ato.

Lei sospirando riguardava quello,

Che con tanto periglio avea lasciato;

E cos’ caminando tutta via,

Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

 

26.

Gionse alla ripa di quella rivera,

Dove il franco Ranaldo occiso avia

Lo aspro centauro, maledetta fiera.

Come la dama nel prato giongia,

Un vecchio assai dolente nella ciera

Piangendo forte contro a lei ven’a,

E con man gionte ingenocchion la chiede

Che del suo gran dolore abbia mercede.

 

27.

Diceva quel vecchione: – Un giovenetto,

Conforto solo a mia vita tapina,

Mio unico figliolo e mio diletto,

Ad una casa che è quindi vicina,

Con febre ardente se iace nel letto,

Né per camparlo trovo medicina;

E se da te non prende adesso aiuto,

Ogni speranza e mia vita rifiuto. –

 

28.

La damigella, che è tanto pietosa,

Comincia il vecchio molto a confortare:

Che lei cognosce l’erbe ed ogni cosa

Qual se apertenga a febre medicare.

Ahi sventurata, trista e dolorosa!

Gran meraviglia la farà  campare.

La semplicetta volge il palafreno

Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

 

29.

Ora sappiati che il vecchio canuto,

Che in quella selva stava alla campagna,

Per prender qualche dama era venuto,

Come se prende lo uccelletto a ragna;

Per ciò che ogni anno dava di tributo

Cento donzelle al forte re de Orgagna.

Tutte le prende con inganno e scherno,

E prese poi le manda a Poliferno.

 

30.

Però che ivi lontano a cinque miglia

Sopra de un ponte una torre è fondata:

Mai non fo vista tanta meraviglia,

Ché ogni persona che è quivi arivata,

Dentro a quella pregion se stesso piglia.

Quivi n’avea il vecchio gran brigata,

Che tutte l’avea prese con tale arte,

Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

 

31.

Però che quella, come io vi contai,

Fo dal centauro gettata nel fiume.

Essa nel fondo non andò giamai,

Però che de natare avea costume.

Quella onda, che è corrente pur assai,

Giù ne la mena, come avesse piume;

Al ponte la portò, che mai non tarda,

Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

 

32.

Lui dal fiume la trasse meza morta,

E fecela curar con gran ragione

Da quella gente che avea seco in scorta,

Ché medici l’ aveva, e più persone;

Poi la condusse dentro a quella porta,

Dove con l’altre stava alla pregione.

De Angelica diciamo, che ven’a

Con quel falso vecchione in compagnia.

 

33.

Come alla torre fo dentro passata,

Quel vecchio fora nel ponte restava.

Incontinente la porta ferrata,

Senza che altri la tocchi, se serrava.

Alor se avide quella sventurata

Del falso inganno, e forte lamentava;

Forte piangia, battendo il viso adorno:

L’altre donzelle a lei son tutte intorno.

 

34.

Cercano tutte con dolce parole

La dolorosa dama confortare;

E, come in cotal caso far si sà´le,

Ciascuna ha sua fortuna a racontare;

Ma sopra a l’altre piangendo si dole,

Né quasi può per gran doglia parlare,

De Brandimarte la saggia donzella,

Che Fiordelisa per nome se appella.

 

35.

Lei sospirando conta la sciagura

Di Brandimarte da lei tanto amato:

Come, andando con essa alla ventura,

Fo con Astolfo al giardino arrivato,

Dove tra fiori, a la fresca verdura,

L’ha Dragontina ad arte smemorato;

E, in compagnia de Orlando paladino,

Sta con molti altri presi nel giardino.

 

36.

E come essa dapoi, cercando aiuto,

Se gionse con Ranaldo in compagnia;

E tutto quel che gli era intravenuto,

Senza mentire, a ponto lo dicia;

E del gigante, e del grifone ungiuto,

E de Albarosa la gran villania,

E del centauro al fin, bestia diversa,

Che l’avia dentro a quel fiume sumersa.

 

37.

Piangeva Fiordelisa a cotal dire,

Membrando l’alto amor de che era priva.

Eccoti odirno quella porta aprire,

Che un’altra dama sopra al ponte ariva.

Angelica destina di fuggire;

Già  non la può veder persona viva:

Lo incanto dello annel s’ la coperse,

Che fuora usc’, come il ponte se aperse.

 

38.

Non fo vista da alcuno in quella fiata,

Tanta è la forza dello incantamento;

E fra se stessa, andando, èssi apensata

E fatto ha nel suo cor proponimento

Di voler gire a quella acqua fatata

Che tira l’omo fuor de sentimento,

Là  dove Orlando ed ogni altro barone

Tien Dragontina alla dolce prigione.

 

39.

E caminando senza alcun riposo,

Al bel verzier fo gionta una matina.

In bocca avia lo annel meraviglioso:

Per questo non la vede Dragontina.

Di fora aveva il palafreno ascoso,

Ed essa a piede fra l’erbe camina,

E caminando, a lato ad una fonte,

Vede iacerse armato il franco conte.

 

40.

Perché la guarda faceva quel giorno,

Stavasi armato a lato alla fontana.

Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;

E Brigliadoro, la bestia soprana,

Pascendo l’erbe gli girava intorno.

Sotto una palma, a l’ombra prossimana,

Un altro cavallier stava in arcione:

Questo era il franco Oberto dal Leone.

 

41.

Non so, segnor, se odisti più contare

L’alta prodezza de quel forte Oberto;

Ma fu nel vero un baron de alto affare,

Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.

Tutta la terra intorno ebbe a cercare,

Come se vede nel suo libro aperto.

Costui facea la guarda alora quando

Gionse la dama a lato al conte Orlando.

 

42.

Il re Adrà¯ano e lo ardito Grifone

Stan ne la l’oggia a ragionar de amore;

Aquilante cantava e Chiarà¯one,

L’un dice sopra, e l’altro di tenore;

Brandimarte fa contra alla canzone.

Ma il re Ballano, ch’è pien di valore,

Stassi con Antifor de Albarosia:

De arme e di guerra dicon tutta via.

 

43.

La damisella prende il conte a mano,

Ed a lui pose quello annello in dito,

Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.

Or se è in se stesso il conte risentito,

E scorgendosi presso il viso umano

Che gli ha de amor s’ forte il cor ferito,

Non sa come esser possa, e apena crede

Angelica esser quivi, e pur la vede.

 

44.

La damisella tutto il fatto intese:

S’ come nel giardino era venuto,

E come Dragontina a inganno il prese,

Alor che ogni ricordo avia perduto.

Poi con altre parole se distese,

Con umil prieghi richiedendo aiuto

Contra Agricane, il qual con cruda guerra

Avea spianata ed arsa la sua terra.

 

45.

Ma Dragontina, che al palagio stava,

Angelica ebbe vista giù nel prato.

Tutti e suoi cavallier presto chiamava,

Ma ciascun se ritrova disarmato.

Il conte Orlando su l’arcion montava,

Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,

Avengaché da lui quel non se guarda;

Lo annel li pose in dito, che non tarda.

 

46.

E già  son accordati i duo guerrieri

Trar tutti gli altri de incantazà¯one.

Or quivi racontar non è mestieri

Come fosse nel prato la tenzone.

Prima fà´r presi i figli de Olivieri,

L’uno Aquilante, e l’altro fo Grifone;

Il conte avante non li cognoscia:

Non dimandati se allegrezza avia.

 

47.

Grande allegrezza ferno i duo germani,

Poi che se fo l’un l’altro cognosciuto.

Or Dragontina fa lamenti insani,

Ché vede il suo giardino esser perduto.

Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:

Sparve il palagio, e mai non fo veduto;

Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:

Tutti e baron restarno alla foresta.

 

48.

Ciascun pien di stupor la mente avia,

E l’uno e l’altro in viso si guardava;

Chi s’, chi non, di lor se cognoscia.

Primo di tutti il gran conte di Brava

Fece parlare a quella compagnia,

E ciascadun, pregando, confortava

A dare aiuto a quella dama pura,

Che li avea tratti di tanta sciagura.

 

49.

Raconta de Agricane il grande attedio,

Che avea disfatta sua bella citade,

Ed intorno alla rocca avia lo assedio.

Già  son quei cavallier mossi a pietade,

E giurà¢r tutti di porvi rimedio,

In sin che in man potran tenir le spade,

E di fare Agricane indi partire,

O tutti insieme in Albraca morire.

 

50.

Già  tutti insieme son posti a camino,

Via cavalcando per le strate scorte.

Ora torniamo al falso Trufaldino,

Che dimorava a quella rocca forte.

Lui fu malvagio ancor da piccolino,

E sempre peggiorò sino alla morte;

Non avendo i compagni alcun suspetto,

Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

 

51.

Non valse al bon Torindo esser ardito,

Né sua franchezza a l’alto Sacripante,

Ché ciascadun de loro era ferito

Per la battaglia de il giorno davante,

E per sangue perduto indebilito;

E fur presi improvisi in quello istante.

Legolli Trufaldino e piedi e braccia,

E de una torre al fondo ambi li caccia.

 

52.

Poi manda un messagiero ad Agricane,

Dicendo che a sua posta ed a suo nome

Avia la rocca e il forte barbacane,

E che due re ten’a legati; e come

Volea donarli presi in le sue mane.

Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome;

Con gli occhi accesi e con superba faccia,

Cos’ parlando, a quel messo minaccia:

 

53.

– Non piaccia a Trivigante, mio segnore,

Né per lo mondo mai se possa dire

Che allo esser mio sia mezo un traditore:

Vincer voglio per forza e per ardire,

Ed a fronte scoperta farmi onore.

Ma te con il segnor farò pentire,

Come ribaldi, che aviti ardimento

Pur far parole a me di tradimento.

 

54.

Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,

Che non se può tenir lunga stagione;

A quella rocca impender poi farollo,

Per un de’ piedi, fuora de un balcone,

E te col laccio ataccarò al suo collo;

E ciascadun li è stato compagnone

A far quel tradimento tanto scuro,

Serà  de intorno impeso sopra al muro. –

 

55.

Il messagier, che lo vedea nel volto

Or bianco tutto, or rosso come un foco,

Ben se serebbe volentier via tolto,

Ché gionto si vedeva a strano gioco;

Ma, sendosi Agricane in là  rivolto

Partisse de nascoso di quel loco.

Par che il nabisso via fuggendo il mene;

De altro che rose avea le brache piene.

 

56.

Dentro alla rocca ritorna tremando,

E fece a Trufaldin quella ambasciata.

Ora torniamo al valoroso Orlando,

Che se ne vien con l’ardita brigata,

E giorno e notte forte cavalcando,

Sopra de un monte ariva una giornata:

Dal monte se vedea, senza altro inciampo,

La terra tutta e de’ nimici il campo.

 

57.

Tanta era quivi la gente infinita,

E tanti pavaglion, tante bandiere,

Che Angelica rimase sbigotita,

Poi che passar convien cotante schiere

Prima che nel castel faccia salita.

Ma quei baron driccià¢r le mente altiere,

E destinarno che la dama vada

Dentro alla rocca per forza di spada.

 

58.

E nulla sapean lor del tradimento,

Che il falso Trufaldin fatto li avia;

Ma sopra al monte, con molto ardimento,

Dà nno ordine in qual modo ed in qual via

La dama se conduca a salvamento

A mal dispetto di quella zinia.

Guarniti de tutte arme e suo’ destrieri,

Fan lo consiglio li arditi guerreri.

 

59.

Ed ordinà¢r la forma e la maniera

Di passar tutta quella gran canaglia.

Il conte Orlando è il primo alla frontera

Con Brandimarte a intrare alla battaglia:

Poi son quattro baroni in una schiera,

Che de intorno alla dama fan serraglia:

Oberto ed Aquilante e Chiarà¯one,

E il re Adrà¯ano è il quarto compagnone.

 

60.

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria

Tenir la dama coperta e diffesa.

Poi son tre, gionti insieme in compagnia,

Che della drietoguarda hanno la impresa:

Grifone ed Antifor de Albarosia,

E il re Ballano, quella anima accesa.

Or questa schiera è s’ de ardire in cima,

Che tutto il resto del mondo non stima.

 

61.

Calla de il monte la gente sicura,

Con Angelica in mezo di sua scorta,

La qual tutta tremava de paura,

E la sua bella faccia par’a morta;

E già  son giunti sopra alla pianura,

Né si è di loro ancor la gente accorta.

Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,

Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

 

62.

A tutti quanti li altri era davante,

E suonava il gran corno con tempesta:

Quello era un dente integro di elefante.

Lo ardito conte de suonar non resta;

Disfida quelle gente tutte quante,

Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:

E tutti insieme quei re di corona

Isfida a la battaglia, e forte suona.

 

63.

Quando fu il corno nel campo sentito,

Che in ciel feriva con tanto rumore,

Non vi fu re, né cavalliero ardito

Che non avesse di quel suon terrore;

Solo Agricane non fu sbigotito,

Che fu corona e pregio di valore;

Ma con gran fretta l’arme sue dimanda,

E fa sue schiere armar per ogni banda.

 

64.

Fu in gran fretta il re Agricane armato:

Di grosse piastre il sbergo se vestia,

Tranchera la sua spada cense al lato,

E uno elmo fatto per nigromanzia

Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.

Cosa più forte al mondo non avia:

Salomone il fie’ far col suo quaderno,

E fu collato al foco dello inferno.

 

65.

E veramente crede il campà¯one

Che una gran gente mo li viene adosso,

Però ch’inteso avia che Galafrone

Esercito adunava a più non posso,

Perché era quel castel di sua ragione,

E destinava di averlo riscosso.

Costui stimava scontrare Agricane,

Non con Orlando venire alle mane.

 

66.

Già  son spiegate tutte le bandiere,

E suonan li instromenti da battaglia;

Il re Agricane ha Baiardo il destriere

Da le ungie al crine coperto di maglia,

E vien davanti a tutte le sue schiere.

Ne l’altro canto dirò la travaglia,

E de nove baroni un tale ardire,

Che mai nel mondo più se odette dire.

 

 

CANTO DECIMOQUINTO

 

1.

Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,

La gran battaglia ch’io vi vo’ contare.

Ne l’altro canto di sopra ve ho detto

De nove cavallier, che hanno a scontrare

Due millà¯on de popol maledetto;

E come e corni se odivan suonare,

Trombe, tamburi e voce senza fine,

Che par che il mondo se apra e ‘l cel roine.

 

2.

Quando nel mar tempesta con romore

Da tramontana il vento furà¯oso,

Grandine e pioggia mena e gran terrore,

L’onda se oscura dal cel nubiloso.

Con tal roina e con tanto furore

Levasi il crido nel cel polveroso;

Prima de tutti Orlando l’asta aresta,

Verso Agrican viene a testa per testa.

 

3.

E se incontrarno insieme e due baroni,

Che avean possanza e forza smisurata,

E nulla se piegarno de li arcioni,

Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.

Poi se voltarno a guisa de leoni;

Ciascun con furia trasse for la spata,

E comincià¢r tra lor la acerba zuffa.

Or l’altra gente gionge alla baruffa;

 

4.

S’ che fu forza a quei duo cavallieri

Lasciar tra lor lo assalto cominciato,

Benché se dipartà®r mal volontieri,

Ché ciascun se tenea più avantaggiato.

Il conte se retira ai suoi guerreri,

Brandimarte li è sempre a lato a lato;

Oberto, Chiarà¯one ed Aquilante

Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

 

5.

Ed è con loro il franco re Adrà¯ano,

Segue Antifor e lo ardito Grifone,

Ed in mezo di questi il re Ballano.

Or la gran gente fora di ragione

Per monte e valle, per coste e per piano,

Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,

A gran roina ne vien loro adosso,

E con tal crido, che contar nol posso.

 

6.

Dicean quei cavallier: – Brutta canaglia,

E vostri cridi non varran nà¯ente;

Vostro furor serà  foco di paglia,

Tutti sereti occisi incontinente. –

Or se incomincia la crudel battaglia

Tra quei nove campioni e quella gente;

Ben se puotea veder il conte Orlando

Spezzar le schiere e disturbar col brando.

 

7.

Il re Agricane a lui solo attendia,

E certamente assai li dà  che fare;

Ma Brandimarte e l’altra compagnia

Fan con le spade diverso tagliare,

E tanto uccidon di quella zinia,

Che altro che morti al campo non appare.

Verso la rocca vanno tutta fiata,

E già  presso li sono ad una arcata.

 

8.

Nel campo de Agricane era un gigante,

Re di Comano, valoroso e franco,

Ed era lungo dal capo alle piante

Ben vinti piedi, e non è un dito manco:

Di lui ve ho racontato ancor davante

Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.

Costui se mosse con la lancia in mano,

E riscontrò su il campo il re Ballano.

 

9.

Fer’ quel re di drieto nelle spalle

Il malvaggio gigante e traditore,

Che del destrier il fie’ cadere a valle,

Né valse al re Ballan suo gran valore.

Allo ardito Grifon forte ne calle,

E volta a Radamanto con furore;

E comencià¢r battaglia aspra e crudele,

Con animo adirato e con mal fiele.

 

10.

Levato è il re Ballan con molto ardire,

E francamente al campo si mantiene;

Ma già  non puote al suo destrier salire,

Tanto è la gente che adosso li viene.

Esso non resta intorno de ferire,

La spada sanguinosa a due man tiene;

Lui nulla teme e i compagni conforta:

Fatto se ha un cerchio della gente morta.

 

11.

Il re de Sueza, forte campà¯one,

Che per nome è chiamato Santaria,

Con una lancia d’un grosso troncone

Scontrò con Antifor di Albarossia;

Già  non lo mosse ponto dello arcione,

Ché il cavalliero ha molta vigoria,

E se diffende con molta possanza;

A prima giunta li tagliò la lanza.

 

12.

Argante di Rossia stava da parte,

Guardando la battaglia tenebrosa;

Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,

Che facea prova s’ meravigliosa,

Che contar non lo può libro né carte.

Tutta la sua persona è sanguinosa;

Mena a due mane quel brando tagliente,

Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

 

13.

A lui se driccia il smisurato Argante

Sopra a un destrier terribile e grandissimo,

E fer’ il scudo a Brandimarte avante.

Ma lui tanto era ardito e potentissimo,

Che nulla cura de l’alto gigante,

Benché sia nominato per fortissimo,

Ma con la spada in mano a lui s’affronta;

Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

 

14.

Ma io lascio de dirli nel presente:

Pensati che ciascun forte se adopra.

Ora tornamo a dir de l’altra gente;

Benché la terra de morti se copra,

Quelle gran schiere non sceman nà¯ente.

Par che lo inferno li mandi di sopra,

Da poi che sono occisi, un’altra volta,

Tanto nel campo vien la gente folta.

 

15.

Fermi non stanno e nove cavallieri,

Ma ver la rocca vanno a più non posso;

La strata fanno aprir coi brandi fieri,

Ducento millia n’ha ciascuno adosso.

Lasciar Ballano a forza li è mestieri,

Ché fo impossibil de averlo riscosso;

Li altri otto ancora son tornati insieme,

Tutta la gente adosso di lor preme.

 

16.

E detti re son con loro alle mane,

Ciascun di pregio e gran condizà¯one.

Lurcone e Radamanto ed Agricane

E Santaria e Brontino e Pandragone,

Argante, che fo lungo trenta spane,

Uldano e Poliferno e Saritrone;

Tutti eno insieme, e con gran vigoria

Atterrà¢r Antifor de Albarossia.

 

17.

La schiera de quei quattro, che io contai

Che copriva la dama, in sua diffesa

Facea prodezze e meraviglie assai,

Ma troppo è disegual la lor contesa.

Agrican di ferir non resta mai,

Ché và´l la dama ad ogni modo presa,

E gente ha seco di cotanto affare

Che a lor convien la dama abandonare.

 

18.

Ed essa, che se vede a tal partito,

Di gran paura non sa che si fare,

Scordase dello annel che aveva in dito,

Col qual potea nascondersi e campare.

Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,

Che de altra cosa non può racordare;

Ma solo Orlando per nome dimanda,

A lui piangendo sol se racomanda.

 

19.

Il conte, che alla dama è longi poco,

Ode la voce che cotanto amava;

Nel core e nella faccia viene un foco,

Fuor de l’elmo la vampa sfavillava;

Batteva e denti e non trovava loco,

E le genocchie s’ forte serrava,

Che Brigliadoro, quel forte corsiero,

Della gran stretta cade nel sentiero;

 

20.

A benché incontinente fo levato.

Ora ascoltati fuora di misura

Colpi diversi de Orlando adirato,

Che pure a racontarli è una paura.

Il scudo con roina avia gettato,

Ché tutto il mondo una paglia non cura;

Scrolla la testa quella anima insana,

Ad ambe man tiene alta Durindana;

 

21.

Spezza la gente per tutte le bande.

Or fuor delli altri ha scorto Radamanto

(Prima lo vide, perché era il più grande):

Tutto il tagliò da l’uno a l’altro fianco,

In duo cavezzi per terra lo spande;

Né di quel colpo non parve già  stanco,

Ché sopra a l’elmo gionse a Saritrone,

E tutto il fese insino in su l’arcione.

 

22.

Non prende alcun riposo il paladino,

Ma fulminando mena Durindana,

E non risguarda grande o piccolino,

Li altri re taglia e la gente mezzana.

Mala ventura l’ mostrò Brontino,

Che dominava la terra Normana:

Dalla spalla del scudo e piastre e maglia

Sino alla coscia destra tutto il taglia.

 

23.

Ora ecco il re de’ Goti, Pandragone,

Che viene a Orlando crucà¯oso avante;

Questo se fida nel suo compagnone,

Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.

Orlando verso lor va di rondone,

Che già  bene adocchiato avia il gigante;

Ma perché a Pandragone agionse in prima,

Per il traverso delle spalle il cima.

 

24.

A traverso del scudo il gionse a ponto,

E l’una e l’altra spalla ebbe troncata.

Argante era con lui tanto congionto,

Che non puotè schiffarsi in questa fiata,

Ma proprio di quel colpo, come io conto,

Li fo a traverso la panza tagliata;

Però ch’Argante fu di tanta altura,

Che Pandragon li dava alla cintura.

 

25.

Quel gran gigante volta il suo ronzone

E per le schiere se pone a fuggire,

Portando le budelle su lo arcione.

Mai non se arestò il conte di ferire;

Non ha, come suolea, compassà¯one,

Tutta la gente intorno fa morire;

Pietà  non vale, o dimandar mercede:

Tanto è turbato, che lume non vede.

 

26.

Non ebbe il mondo mai cosa più scura

Che fo a mirare il disperato conte;

Contra sua spada non vale armatura;

Di gente occisa ha già  fatto un gran monte,

Ed ha posto a ciascun tanta paura,

Che non ardiscon di mirarlo in fronte.

Par che ne l’elmo e in faccia un foco gli arda:

Ciascun fugge cridando: – Guarda! guarda! –

 

27.

Agrican combattea con Aquilante

Alor che Orlando mena tal roina;

Angelica ben presso gli è davante,

Che trema come foglia la meschina.

Eccoti gionto quel conte de Anglante;

Con Durindana mai non se raffina:

Or taglia omini armati, ora destrieri,

Urta pedoni, atterra cavallieri.

 

28.

Ed ebbe visto il Tartaro da canto,

Che facea de Aquilante un mal governo,

Ed ode della dama il tristo pianto:

Quanta ira allora accolse, io nol discerno.

Su le staffe se riccia, e dassi vanto

Mandar quel re de un colpo nello inferno;

Mena a traverso il brando con tempesta,

E proprio il gionse a mezo della testa.

 

29.

Fu quel colpo feroce e smisurato,

Quanto alcuno altro dispietato e fiero;

E se non fosse per lo elmo incantato,

Tutto quanto il tagliava de legiero.

Sbalordisce Agricane, e smemorato

Per la campagna il porta il suo destriero;

Lui or da un canto, or dall’altro si piega,

Fuor di se stesso andò ben meza lega.

 

30.

Orlando per lo campo lo seguia

Con Brigliadoro a redina bandita;

In questo il re Lurcone e Santaria

Con gran furor la dama hanno assalita.

Ciascun de’ quattro ben la diffendia,

Ma non vi fu rimedio alla finita:

Tanto la gente adosso li abondaro,

Che al mal suo grado Angelica lasciaro.

 

31.

Re Santaria davante in su l’arcione

Dal manco braccio la dama portava,

E stava a lui davanti il re Lurcone;

Poliferno ed Uldano il seguitava.

Era a vedere una compassà¯one

La damigella come lacrimava;

Iscapigliata crida lamentando,

Ad ogni crido chiama il conte Orlando.

 

32.

Oberto, Clarà¯one ed Aquilante

Erano entrati nella schiera grossa,

E di persona fan prodezze tante,

Quante puon farsi ad aver la riscossa;

Ma le lor forze non eran bastante,

Tutta è la gente contra de lor mossa.

Ora Agricane in questo se risente:

Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.

 

33.

Verso de Orlando nequitoso torna

Per vendicare il colpo ricevuto;

Ma il conte vede quella dama adorna,

Che ad alta voce li domanda aiuto.

Là  se rivolta, che già  non soggiorna,

Ché tutto il mondo non l’avria tenuto;

Più de una arcata se puotea sentire

L’un dente contra a l’altro screcienire.

 

34.

Il primo che trovò, fo il re Lurcone,

Che avanti a tutti ven’a per lo piano.

Il conte il gionse in capo di piatone,

Però che ‘l brando se rivolse in mano;

Ma pur lo gettò morto dello arcione,

Tanto fo il colpo dispietato e strano.

L’elmo andò fraccassato in sul terreno,

Tutto di sangue e di cervello pieno.

 

35.

Or ascoltati cosa istrana e nova,

Che il capo a quel re manca tutto quanto,

Né dentro a l’elmo o altrove se ritrova,

Cos’ l’aveva Durindana infranto.

Ma Santaria, che vede quella prova,

Di gran paura trema tutto quanto,

Né riparar se sa da il colpo crudo,

Se non se fa de quella dama scudo.

 

36.

Però che Orlando già  gli è gionto adosso,

Né diffender se può, né può fuggire;

Temeva il conte di averlo percosso,

Per non far seco Angelica perire.

Essa cridava forte a più non posso:

– Se tu me ami, baron, famel sentire!

Occidi me, io te prego, con tue mane;

Non mi lasciar portare a questo cane. –

 

37.

Era in quel ponto Orlando s’ confuso,

Che non sapeva apena che se fare.

Ripone il brando il conte di guerra uso,

E sopra a Santaria se lascia andare,

Né con altra arma che col pugno chiuso

Se destina la dama conquistare;

Re Santaria, che senza brando il vede,

Di averlo morto o preso ben se crede.

 

38.

La dama sostenia da il manco lato,

E nella destra mano avea la spada.

Con essa un aspro colpo ebbe menato;

Ma benché il brando sia tagliente e rada,

Già  non se attacca a quel conte affatato.

Esso non stette più nà¯ente a bada:

Sopra a quel re ne l’elmo un pugno serra,

E morto il gettò sopra della terra.

 

39.

Per bocca e naso uscia fuora il cervello,

Ed ha la faccia di sangue vermiglia.

Or se comincia un altro gran zambello,

Però che Orlando quella dama piglia,

E via ne va con Brigliadoro isnello,

Tanto veloce, che è gran meraviglia.

Angelica è sicura di tal scorta,

E del castello è già  gionta alla porta.

 

40.

Ma Trufaldino alla torre se affaccia,

Né già  dimostra di volere aprire;

A tutti e cavallier crida e minaccia

Di farli a doglia ed onta ripartire;

Con dardi e sassi a giù forte li caccia.

La dama di dolor volea morire;

Tutta tremava smorta e sbigotita,

Poi che se vede, misera! tradita.

 

41.

La grossa schiera de’ nemici ariva:

Agricane è davante e il fiero Uldano;

Quella gran gente la terra copriva

Per la costa del monte e tutto il piano.

Chi fia colui che Orlando ben descriva,

Che tien la dama e Durindana in mano?

Soffia per ira e per paura geme;

Nulla di sé, ma de la dama teme.

 

42.

Egli avea della dama gran paura,

Ma di se stesso temeva nà¯ente.

Trufaldin li cacciava dalle mura,

Ed alla rocca il stringe l’altra gente.

Cresce d’ogni ora la battaglia dura,

Perché da il campo continà¼amente

Tanta copia di frezze e dardi abonda,

Che par che il sole e il giorno se nasconda.

 

43.

Adrà¯ano, Aquilante e Chiarà¯one

Fanno contra Agrican molta diffesa;

E Brandimarte, che ha cor di leone,

Par tra’ nemici una facella accesa.

Il franco Oberto e l’ardito Grifone

Molte prodezze ferno in quella impresa.

Sotto la rocca stava il paladino,

Ed umilmente prega Trufaldino,

 

44.

Che aggia pietade di quella donzella

Condotta a caso di tanta fortuna;

Ma Trufaldino per dolce favella

Non piega l’alma di pietà  digiuna,

Ché un’altra non fu mai cotanto fella

Né traditrice sotto della luna.

Il conte priega indarno: a poco a poco

L’ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

 

45.

Sotto la rocca più se fu appressato,

E tien la dama coperta col scudo;

E verso Trufaldin fu rivoltato

Con volto acceso e con sembiante crudo.

Ben che non fusse a minacciare usato,

Ma più presto a ferire, il baron drudo

Or lo scridava con tanta bravura,

Che, non ch’a lui, ma al cel mettea paura.

 

46.

Stringeva e denti e dicea: – Traditore!

Ad ogni modo non puotrai campare,

Ché questo sasso in meno de quattro ore

Voglio col brando de intorno tagliare,

E pigliarò la rocca a gran furore,

E giù nel piano la vo’ trabuccare;

E struggerò quel campo tutto quanto,

E tu serai con loro insieme afranto. –

 

47.

Cridava il conte in voce s’ orgogliosa,

Che non sembrava de parlare umano.

Trufaldino avia l’alma timorosa,

Come ogni traditore ha per certano;

E vista avia la forza valorosa,

Che mostrata avea il conte sopra al piano;

Ché sette re mandati avia dispersi,

Rotti e spezzati con colpi diversi.

 

48.

E già  pareva a quel falso ribaldo

Veder la rocca de intorno tagliata,

E roinar il sasso a giù di saldo

Adosso ad Agricane e sua brigata,

Perché vedeva il conte de ira caldo,

Con gli occhi ardenti e con vista avampata.

Onde a un merlo se affaccia e dice: – Sire,

Piacciati un poco mia ragione odire.

 

49.

Io non lo niego, e negar non sapria,

Ch’io non abbia ad Angelica fallito;

Ma testimonio il celo e Dio me sia

Che mi fu forza a prender tal partito

Per li duo miei compagni e sua fol’a,

Benché ciascun da me si tien tradito;

Ché vennerno con meco a questà¯one,

Ed io li presi, e posti li ho in pregione.

 

50.

E benché meco essi abbiano gran torto,

Da loro io non avria perdon giamai;

E come fosser fuora, io ser’a morto,

Perché di me son più potenti assai;

Onde per questo io te ragiono scorto,

Che mai qua dentro tu non intrarai,

Se tua persona non promette e giura

Far con sua forza mia vita sicura.

 

51.

E simil dico de ogni altro barone,

Che voglia teco nella rocca entrare:

Giurarà  prima de esser campà¯one

Per mia persona, e la battaglia fare

Contra a ciascuno, e per ogni cagione

Che alcun dimanda o possa dimandare;

Poi tutti insieme giurareti a tondo

Far mia diffesa contra tutto il mondo. –

 

52.

Orlando tal promessa ben li niega,

Anci il minaccia con viso turbato;

Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,

E stretto al collo lo tiene abracciato;

Onde quel cor feroce al fin se piega.

Come volse la dama, ebbe giurato;

E similmente ogni altro cavalliero

Giura quel patto a pieno e tutto intiero.

 

53.

S’ come dimandar si seppe a bocca,

Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.

Lui poi apre la porta e il ponte scocca,

Ed intrò ciascun dentro al forte muro.

Or più vivande non è nella rocca,

Fuor che mezo destrier salato e duro.

Orlando, che di fame ven’a meno,

Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.

 

54.

Li altri mangiorno il resto tutto quanto,

S’ che bisogna de altro procacciare.

Brandimarte e Adrà¯an se tran da canto;

Chiarà¯one ed Oberto de alto affare

Col conte Orlando insieme se dan vanto

Gran vittualia alla rocca portare:

Ad Aquilante e il suo fratel Grifone

Restò la guarda de il forte girone.

 

55.

Perché alcun cavallier non se fidava

Di Trufaldin, malvaggia creatura,

Però la guardia nova se ordinava

E la diffesa intorno a l’alte mura.

E già  l’alba serena se levava,

Poi che passata fo la notte oscura,

Né ancora era chiarito in tutto il giorno,

Che Orlando è armato, e forte sona il corno.

 

56.

Ode il gran suono la gente nel piano,

Che a tutti quanti morte li minaccia.

Ben se spaventa quel popol villano;

Non rimase ad alcun colore in faccia.

Ciascun piangendo batte mano a mano;

Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,

Però che il giorno avanti avian provato

Il furor crudo de Orlando adirato.

 

57.

Per questo il campo, la parte maggiore,

Per macchie e fossi ascosi se apiatava;

Ma il re Agricane e ciascun gran segnore

Minacciando sua gente radunava.

Non fu sentito mai tanto rumore

Per la gran gente che a furor se armava;

Non ha bastone il re Agrican quel crudo,

Ma le sue schiere fa col brando nudo;

 

58.

E come vede alcun che non è armato,

O che se alonghi alquanto della schiera,

Subitamente il manda morto al prato.

Guarda de intorno la persona altiera,

E vede il grande esercito adunato,

Che tien da il monte insino alla riviera.

Quattro leghe è quel piano in ogni verso:

Tutto lo copre quel popol diverso.

 

59.

Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero

Che quella gente, grande oltra misura,

Sia spaventata da un sol cavalliero;

Perché ciascun tremava di paura,

Ed esso per se solo in sul destriero

Di contrastare a tutti si assecura;

Quei cavallieri e Orlando paladino

Manco li stima che un sol fanciullino.

 

60.

E sol se avanta il campo mantenire

A quanti ne uscirà  di quella rocca;

Tutti li sfida e mostra molto ardire,

Forte suonando col corno alla bocca.

Ne l’altro canto potereti odire

Come l’un l’altro col brando se tocca,

Che mai più non sentisti un tal ferire:

Poi di Ranaldo tornarovi a dire.

 

 

CANTO DECIMOSESTO

 

1.

Tutte le cose sotto della luna,

L’alta ricchezza, e’ regni della terra,

Son sottoposti a voglia di Fortuna:

Lei la porta apre de improviso e serra,

E quando più par bianca, divien bruna;

Ma più se mostra a caso della guerra

Instabile, voltante e roà¯nosa,

E più fallace che alcuna altra cosa;

 

2.

Come se puote in Agrican vedere,

Quale era imperator de Tartaria,

Che avia nel mondo cotanto potere,

E tanti regni al suo stato obedia.

Per una dama al suo talento avere,

Sconfitta e morta fu sua compagnia;

E sette re che aveva al suo comando

Perse in un giorno sol per man di Orlando.

 

3.

Onde esso al campo, come disperato

Suonando il corno, pugna dimandava,

Ed avea il conte Orlando disfidato,

Con ogni cavallier che il seguitava;

E lui soletto, s’ come era, al prato

Tutti quanti aspettarli se vantava.

Ma della rocca già  se calla il ponte,

Ed esce fuora armato il franco conte.

 

4.

Alle sue spalle è Oberto da il Leone,

E Brandimarte, che è fior di prodezza,

Il re Adrà¯ano e il franco Chiarà¯one:

Ciascun quella gran gente più disprezza.

Angelica se pose ad un balcone,

Perché Orlando vedesse sua bellezza;

E cinque cavallier con l’asta in mano

Già  son dal monte giù callati al piano.

 

5.

Quel re feroce a traverso li guarda:

Quasi contra a s’ pochi andar se sdegna;

Par che tutta la faccia a foco li arda,

Tanto ha l’anima altiera de ira pregna.

Voltasi alquanto a sua gente codarda,

In cui bontade né virtù non regna,

Né a lor se digna de piegar la faccia,

Ma con gran voce comanda e minaccia:

 

6.

– Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,

Che si movesse già  per darmi aiuto!

Se ben venisser mille volte mille

Quanti n’ha ‘l mondo, e quanti n’ha già  auto,

Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,

Ciascun fia da me preso ed abattuto;

E come occisi ho quei cinque gagliardi,

Ogni om di voi da me poi ben si guardi.

 

7.

Ché tutti quanti, gente maledetta,

Prima che il sole a sera gionto sia,

Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta,

E spargerove per la prataria;

Perché in eterno mai non se rasetta

A nascer de voi stirpe in Tartaria

Che faccia tal vergogna al suo paese,

Come voi fate nel campo palese. –

 

8.

Quel populaccio tremando se crola

Come una legier foglia al fresco vento,

Né se avrebbe sentito una parola,

Tanto ciascuno avea de il re spavento.

Trasse Agricane sua persona sola

Fuor della schiera, e con molto ardimento

Pone alla bocca il corno e suona forte:

Ribomba il suono e carne e sangue e morte.

 

9.

Orlando, che ben scorge in ogni banda

Del re Agricane il smisurato ardire,

A Iesù Cristo per grazia dimanda

Che lo possa a sua fede convertire.

Fassi la croce e a Dio si racomanda,

E poi che vede il Tartaro venire,

Ver lui se mosse con molto ardimento:

Il corso de il destrier par foco e vento.

 

10.

Se forse insieme mai scontrà¢r due troni,

Da levante a ponente, al cel diverso,

Cos’ proprio se urtarno quei baroni;

L’uno e l’altro a le croppe andò riverso.

Poi che ebber fraccassato e lor tronconi

Con tal ruina ed impeto perverso,

Che qualunque era d’intorno a vedere,

Pensò che il cel dovesse giù cadere.

 

11.

Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,

Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.

Fu per cadere a terra Brigliadoro:

A gran fatica il conte il tiene in piede.

Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,

Che la polver de lui sola se vede;

Nel fin del corso se voltò de un salto,

Verso de Orlando, sette piedi ad alto.

 

12.

Era ancor già  rivolto il franco conte

Contra al nemico, con la mente altiera;

La spada ha in mano che fu del re Almonte.

Cos’ tratto Agricane avea Tranchera;

E se trovarno due guerreri a fronte,

E di cotali al mondo pochi ne era;

E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,

Che raro in terra un par de lor se trova.

 

13.

Non è chi de essi pieghi o mai se torza,

Ma colpi adoppia sempre, che non resta;

E come lo arboscel se sfronde e scorza

Per la grandine spessa che il tempesta,

Cos’ quei duo baron con viva forza

L’arme han tagliate, fuor che della testa;

Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,

Né l’un né l’altro ha in capo più cimieri.

 

14.

Pensò finir la guerra a un colpo Orlando,

Perché ormai gli incresceva il lungo gioco,

Ed a due man su l’elmo menò il brando;

Quel tornò verso il cel gettando foco.

Il re Agrican fra’ denti ragionando,

A lui diceva: Se me aspetti un poco,

Io ti farò la prova manifesta

Chi de noi porta megliore elmo in testa.”

 

15.

Cos’ dicendo un gran colpo disserra

Ad ambe mano, ed ebbe opinà¯one

Mandare Orlando in due parte per terra,

Ché fender se ‘l credea fin su lo arcione.

Ma il brando a quel duro elmo non s’afferra,

Ché anco egli era opra de incantazà¯one.

Fiello Albrizac, il falso negromante,

E diello in dono al figlio de Agolante;

 

16.

Questo lo perse, quando a quella fonte

Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.

Or non più zanze: ritornamo al conte,

Che ricevuto ha quel colpo villano.

Da le piante sudava insin la fronte,

E di far sua vendetta è ben certano;

A poco a poco l’ira più se ingrossa,

A due man mena con tutta sua possa.

 

17.

Da lato a l’elmo gionse il brando crudo,

E giù discese della spalla stanca;

Più de un gran terzo li tagliò del scudo,

E l’arme e’ panni, insin la carne bianca,

S’ che mostrar li fece ‘l fianco nudo;

Calla giù il colpo, e discese ne l’anca,

E carne e pelle aponto li risparma,

Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

 

18.

Quando quel colpo sente il re Agricane,

Dice a se stesso: E’ mi convien spaciare.

S’io non me affretto di menar le mane,

A questa sera non credo arivare;

Ma sue prodezze tutte seran vane,

Ch’io il voglio adesso allo inferno mandare;

E non è maglia e piastra tanto grossa,

Che a questo colpo contrastar mi possa.”

 

19.

Con tal parole a la sinestra spalla

Mena Tranchera, il suo brando affilato;

La gran percossa al forte scudo calla,

E più de mezo lo gettò su il prato.

Gionse nel fianco il brando che non falla,

E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;

Manda per terra a un tratto piastre e maglia,

Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

 

20.

Stanno a veder quei quattro cavallieri

Che venner con Orlando in compagnia,

E mirando la zuffa e i colpi fieri,

E tutti insieme e ciascadun dicia

Che il mondo non avia duo tal guerreri

Di cotal forza e tanta vigoria.

Gli altri pagan, che guardan la tenzone,

Dicean: – Non ce è vantaggio, per Macone! –

 

21.

Ciascun le botte de’ baron misura,

Ché ben iudica e colpi a cui non dole;

Ma quei duo cavallier senza paura

Facean de’ fatti, e non dicean parole.

E già  durata è la battaglia dura

A l’ora sesta da il levar del sole,

Né alcun di loro ancor si mostra stanco,

Ma ciascun di loro è più che pria franco.

 

22.

S’ come alla fucina in Mongibello

Fabrica troni il demonio Vulcano,

Folgore e foco batte col martello,

L’un colpo segue a l’altro a mano a mano;

Cotal se odiva l’infernal flagello

Di quei duo brandi con romore altano,

Che sempre han seco fiamme con tempesta;

L’un ferir suona a l’altro, e ancor non resta.

 

23.

Orlando gli menò d’un gran riverso

Ad ambe man, di sotto alla corona,

E fu il colpo tanto aspro e s’ diverso,

Che tutto il capo ne l’elmo gli intona.

Avea Agricane ogni suo senso perso;

Sopra il col di Baiardo se abandona,

E sbigotito se attaccò allo arcione:

L’elmo il campò, che fece Salamone.

 

24.

Via ne lo porta il destrier valoroso;

Ma in poco de ora quel re se risente,

E torna verso Orlando, furà¯oso

Per vendicarse a guisa di serpente.

Mena a traverso il brando roà¯noso,

E gionse il colpo ne l’elmo lucente:

Quanto puote ferire ad ambe braccia,

Proprio il percosse a mezo della faccia.

 

25.

Il conte riversato adietro inchina,

Ché dileguate son tutte sue posse;

Tanto fo il colpo pien di gran roina,

Che su la groppa la testa percosse;

Non sa se egli è da sera, o da matina,

E benché alora il sole e il giorno fosse,

Pur a lui parve di veder le stelle,

E il mondo lucigar tutto a fiammelle.

 

26.

Or ben li monta lo estremo furore:

Gli occhi riversa e strenge Durindana.

Ma nel campo se leva un gran romore,

E suona nella rocca la campana.

Il crido è grande, e mai non fo maggiore:

Gente infinita ariva in su la piana

Con bandiere alte e con pennoni adorni,

Suonando trombe e gran tamburi e corni.

 

27.

Questa è la gente de il re Galafrone,

Che son tre schiere, ciascuna più grossa.

Per quella rocca, che è di sua ragione,

Vien con gran furia ad averla riscossa;

Ed ha mandato in ogni regà¯one,

E meza la India ha ne l’arme commossa;

E chi vien per tesor, chi per paura,

Perché è potente e ricco oltra a misura.

 

28.

Dal mar de l’oro, ove l’India confina,

Vengon le gente armate tutte quante.

La prima schiera con molta roina

Mena Archiloro il Negro, che è gigante;

La seconda conduce una regina,

Che non ha cavallier tutto il levante

Che la contrasti sopra della sella,

Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.

 

29.

Marfisa la donzella è nominata,

Questa ch’io dico; e fo cotanto fiera,

Che ben cinque anni sempre stette armata

Da il sol nascente al tramontar di sera,

Perché al suo dio Macon se era avotata

Con sacramento, la persona altiera,

Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,

Sin che tre re non prenda per battaglia.

 

30.

Ed eran questi il re de Sericana,

Dico Gradasso, che ha tanta possanza,

Ed Agricane, il sir de Tramontana,

E Carlo Mano, imperator di Franza.

La istoria nostra poco adietro spiana

Di lei la forza estrema e la arroganza,

S’ che al presente più non ne ragiono,

E torno a quei che gionti al campo sono.

 

31.

Con romor s’ diverso e tante crida

Passato han Drada, la grossa riviera,

Che par che il cel profondi e se divida.

Dietro alle due ven’a l’ultima schiera;

Re Galifrone la governa e guida

Sotto alle insegne di real bandiera,

Che tutta è nera, e dentro ha un drago d’oro.

Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

 

32.

Che fo gigante di molta grandezza,

Né alcuna cosa mai volse adorare,

Ma biastema Macone e Dio disprezza,

E a l’uno e l’altro ha sempre a minacciare.

Questo Archiloro con molta fierezza

Primeramente il campo ebbe assaltare;

Come un demonio uscito dello inferno

Fa de’ nemici strazio e mal governo.

 

33.

Portava il Negro un gran martello in mano,

(Ancude non fu mai di tanto peso),

Spesso lo mena, e non percote in vano:

Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.

Contra di lui è mosso il franco Uldano

E Poliferno, di furore acceso,

Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;

Ciascuna è cento millia, o poco meno.

 

34.

E quei duo re, non già  per un camino,

Ché l’un de l’altro alora non se accorse,

Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,

E quel si stette di cadere in forse,

E fu per traboccar disteso e chino;

Ma quel ferir contrario lo soccorse,

Ché Poliferno già  l’avea piegato,

Quando il percosse Uldano a l’altro lato.

 

35.

Sopra alle lancie il Negro se suspese,

Ma già  per questo di colpir non resta;

Però che il gran martello a due man prese,

E fer’ il Poliferno nella testa,

E tramortito per terra il distese.

Poi volta l’altro colpo con tempesta,

E nel guanciale agionse il forte Uldano,

S’ che de arcione il fie’ cadere al piano.

 

36.

Quei re distesi rimasero al campo.

Passa Archiloro e mostra gran prodezza;

Come un drago infiammato adduce vampo,

Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,

Né a lui si trova alcun riparo o scampo:

Tutta la gente occide con fierezza;

Fugge ciascuno e non lo può soffrire.

Vede Agricane sua gente fuggire,

 

37.

E volto a Orlando con dolce favella

Disse: – Deh! cavalliero, in cortesia,

Se mai nel mondo amasti damisella,

O se alcuna forse ami tuttavia,

Io te scongiuro per sua faccia bella,

(Cos’ la ponga amore in tua bal’a!):

Nostra battaglia lascia nel presente,

Perch’io doni soccorso alla mia gente.

 

38.

E benché te più oltra non cognosca

Se non per cavallier alto e soprano,

Da or ti dono il gran regno di Mosca,

Sino al mar di Rossia, che è l’Oceano.

Il suo re è nello inferno a l’aria fosca:

Tu ve il mandasti iersira con tua mano;

Radamanto fo quel, di tanta altura,

Che col brando partisti alla cintura.

 

39.

Liberamente il suo regno ti dono,

Né credo meglio poterlo alogare,

Ché non ha il mondo cavallier s’ bono,

Qual di bontate ti possa avanzare:

Ed io prometto e giuro in abandono

Che un’altra volta me voglio provare

Teco nel campo, per far certo e chiaro

Qual cavalliero al mondo non ha paro.

 

40.

Più che omo me stimava alora quando

Provata non avea la tua possanza;

Né mi credetti aver diffesa al brando,

Né altro contrasto al colpo de mia lanza;

Ed odendo talor parlar de Orlando,

Che sta in Ponente nel regno di Franza,

Ogni sue forze curavo io nà¯ente,

Me sopra ogni altro stimando potente.

 

41.

Questa battaglia e lo assalto s’ fiero

Che è tra noi stato, e l’aspere percosse

Me hanno cangiato alquanto nel pensiero,

E vedo ch’io sono om di carne e d’osse.

Ma domatina sopra de il sentiero

Farem la ultima prova a nostre posse;

E tu in quel ponto o ver la mia persona

Serà  del mondo il fiore e la corona.

 

42.

Ma or ti prego che per questa fiata

Andar me lascia, cavallier, sicuro;

Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,

Per quella sol te prego e te scongiuro.

Vedi mia gente tutta sbaratata

Da quel gigante smisurato e scuro,

E s’io li dono, per tuo merto, aiuto,

Serò in eterno a te sempre tenuto. –

 

43.

A benché il conte assai fosse adirato

Pel colpo recevuto a gran mart’re,

E volentier se avesse vendicato,

Alla dimanda non seppe disdire,

Perché uno omo gentil e inamorato

Non puote a cortesia giamai fallire.

Cos’ lo lasciò Orlando alla bona ora,

Ed aiutarlo se proferse ancora.

 

44.

Esso, che aiuto non cura nà¯ente,

Come colui che avea molta arroganza,

Volta Baiardo ch’è tanto potente,

Ed a un suo cavallier tolse una lanza.

Quando tornare il vide la sua gente,

Ciascun riprese core e gran baldanza;

Levasi il crido e risuona la riva:

Tutta la gente torna, che fuggiva.

 

45.

Il re Agricane alla corona d’oro

Ogni sua schiera di novo rasetta;

Lui davanti se pone a tutti loro

Sopra a Baiardo, che sembra saetta,

E forà¯oso vòlto ad Archiloro;

Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta

Col scudo in braccio e col martello in mano,

Carco a cervelle e rosso a sangue umano.

 

46.

Il scudo di quel negro un palmo è grosso,

Tutto di nerbo è di elefante ordito.

Sopra di quello Agrican l’ha percosso,

Ed oltra il passa col ferro polito;

Per questo non è lui de loco mosso.

Per quel gran colpo non se piega un dito,

E mena del martello a l’asta bassa:

Giongela a mezo e tutta la fraccassa.

 

47.

Quel re gagliardo poco o nulla il stima,

Benché veggia sua forza smisurata,

Né fo sua lancia fraccassata in prima,

Che egli ebbe in mano la spada affilata,

E col destrier che di bontade è cima,

Intorno lo combatte tutta fiata;

Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,

Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.

 

48.

Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,

Come una torre a cima de castello;

Mai non ha mosso ove pose le piante,

E solo adopra il braccio da il martello.

Or gli è lo re di drieto, ora davante,

Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;

Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,

Tanto è legiero e destro quel cavallo.

 

49.

Stava a vedere e l’una e l’altra gente,

Dico quei de India e quei di Tartaria,

S’ come a lor non toccasse nà¯ente,

Ma sol fosse da duo la pugna ria.

Cos’ sta ciascadun queto e pon mente,

Lodando ogniuno il suo di vigoria:

Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,

Mena Archiloro un colpo di possanza.

 

50.

Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,

Ma non gionse Agrican, ché l’avria morto;

Tutto il martello ascose ne l’arena.

Ora il gigante è ben gionto a mal porto:

Callate non avea le braccie apena,

Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,

Con tal roina il brando su vi mise,

Che ambe le mane a quel colpo divise.

 

51.

Restà¢r le mane al gran martello agionte,

S’ come prima a quello eran gremite;

Fu po’ lui morto di taglio e di ponte,

Ché ben date li fà´r mille ferite;

E parve a ciascun vendicar sue onte,

Perché egli uccise il d’ gente infinite.

Agricane il lasciò, quel segnor forte,

Non se dignando lui darli la morte.

 

52.

S’ che fo occiso da gente villane,

Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.

Poi che l’ebbe lasciato, il re Agricane

Urta Baiardo tra quel popol grosso,

E pone in rotta le gente indà¯ane,

Con tal ruina che contar nol posso.

Quel re li taglia e sprezali con scherno,

E già  son gionti Uldano e Poliferno.

 

53.

Questi duo re gran pezzo sterno al prato

S’ come morti e fuor di sentimento,

Ché ciascuno il martello avea provato,

Come io ve dissi, con grave tormento.

Or era l’uno e l’altro ritornato,

E sopra all’Indà¯an, con ardimento,

De il colpo ricevuto fan vendetta,

E chi più può, col brando e Nigri affetta.

 

54.

Non fanno essi riparo, ad altra guisa

Che se diffenda da il fuoco la paglia;

Agrican lor guardava con gran risa,

Ché non degna seguir quella canaglia.

Or sappiati che la dama Marfisa

Ben da due leghe è longi alla battaglia;

Alla ripa del fiume sopra a l’erba

Dormia ne l’ombra la dama superba.

 

55.

Tanto il core arrogante ha quell’altiera,

Che non volse adoprar la sua persona

Contra ad alcuno, per nulla mainera,

Se quel non porta in capo la corona;

E per questo ne è gita alla rivera,

E sotto un pin dormendo se abandona;

Ma prima, nel smontar che fie’ di sella,

Queste parole disse a una donzella,

 

56.

(Era questa di lei sua cameriera):

Disse Marfisa: – Intendi il mio sermone:

Quando vedrai fuggir la nostra schiera,

E morto o preso lo re Galafrone,

E che atterrata fia la sua bandiera,

Alor me desta e mename il ronzone;

Nanzi a quel ponto non mi far parola,

Ché a vincer basta mia persona sola. –

 

57.

Dopo questo parlare il viso bello

Colcasi al prato, e indosso ha l’armatura;

E come fosse dentro ad un castello,

Cos’ dormiva alla ripa sicura.

Ora torniamo a dire il gran zambello

De li Indà¯ani, che di alta paura

Vanno a roina, senza alcun riguardo,

Sino alla schiera de il real stendardo.

 

58.

Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,

Poi che sua gente s’ vede fuggire;

Ben come disperato il caval tocca,

E và´l quel giorno vincere, o perire.

La figlia sua, che stava nella rocca,

Lo vide a quel gran rischio di morire,

E temendo de ciò, come è dovuto,

Al conte Orlando manda per aiuto.

 

59.

Manda a pregarlo che senza tardanza

Gli piaccia aiuto al suo patre donare;

E se mai de lui debbe aver speranza,

Voglia quel giorno sua virtù mostrare;

E che debbia tenire in ricordanza

Che dalla rocca lo puotria guardare;

S’ che se adopri, se de amore ha brama,

Poiché al iudicio sta della sua dama.

 

60.

Lo inamorato conte non si posa,

E trasse Durindana con furore,

E fie’ battaglia dura e tenebrosa,

Come io vi conterò tutto il tenore.

Ma al presente io lascio qui la cosa,

Per tornare a Ranaldo di valore,

Qual, come io dissi, dentro un bel verziero

Vide giacersi al fonte un cavalliero.

 

61.

Piangea quel cavallier s’ duramente,

Che avria fatto un dragon di sé pietoso;

Né di Ranaldo si accorgea nà¯ente,

Perché avea basso il viso lacrimoso.

Stava il principe quieto, e ponea mente

Ciò che facesse il baron doloroso;

E ben che intenda che colui se dole,

Scorger non puote sue basse parole.

 

62.

Unde esso dismontava dello arcione,

E con parlar cortese il salutava;

E poi li adimandava la cagione

Perché cos’ piangendo lamentava.

Alciò la faccia il misero barone:

Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,

Poi disse: – Cavallier, mia trista sorte

Me induce a prender voluntaria morte.

 

63.

Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro,

Che non è ciò quel che mi fa dolere;

Anzi alla morte ne vado sicuro,

Come io gissi a pigliare un gran piacere;

Ma solo ene al mio cor doglioso e duro

Quel che morendo mi convien vedere;

Però che un cavallier prodo e cortese

Morirà  meco, e non vi avrà  diffese. –

 

64.

Dicea Ranaldo: – Io te prego, per Dio,

Che me raconti il fatto come è andato,

Poi de saperlo m’hai posto in disio,

Veggendo il tuo languir s’ sterminato. –

Alciò la fronte con sembiante pio

Quel cavallier che giacea sopra il prato,

E poi rispose con doglioso pianto,

Come io vi conterò ne l’altro canto.

 

 

CANTO DECIMOSETTIMO

 

1.

Io vi promisi contar la risposta,

Ne l’altro canto, di quel cavalliero

Che avea l’alma a sospirar disposta,

Quando Ranaldo lo trovò al verziero,

Presso alla fonte di fronde nascosta;

Ora ascoltati il fatto bene intiero.

Quel cavallier in voce lacrimose

Con tal parole a Ranaldo rispose:

 

2.

– Vinte giornate de quindi vicina

Sta una gran terra de alta nobiltade,

Che già  de l’Orà¯ente fo regina;

Babilonia se appella la citade.

Avia una dama nomata Tisbina,

Che in lo universo, in tutte le contrade,

Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,

Cosa più bella non se può mirare.

 

3.

Nel dolce tempo di mia età  fiorita

Fu’io di quella dama possessore,

E fu la voglia mia s’ seco unita,

Che nel suo petto ascoso era il mio core.

Ad altri la concessi alla finita:

Pensa se a questo fare ebbi dolore!

Lasciar tal cosa è dà´l maggiore assai

Che desà¯arla e non averla mai.

 

4.

Come una parte de l’anima mia

Da il cor mi fosse per forza divisa,

Fuor di me stesso vivendo moria,

Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!

Due volte tornò il sole alla sua via

Per vinte e quattro l’une, alla recisa,

Ed io, sempre piangendo, andai mischino

Cercando il mondo come peregrino.

 

5.

Il lungo tempo e le fatiche assai

Ch’io sosteneva al diverso paese,

Pur me alentarno gli amorosi guai

De che ebbi l’osse e le medolle accese;

E poi Prasildo, a cui quella lasciai,

Fo un cavallier s’ prodo e s’ cortese,

Che ancor me giova avermi per lui privo,

E sempre giovarà , se sempre vivo.

 

6.

Or, seguendo la istoria, io me ne andava

Cercando il mondo, come disperato,

E, come volse la fortuna prava,

Nel paese de Orgagna io fu’ arivato.

Una dama quel regno governava,

Ché il suo re Poliferno era asembrato

Con Agricane insieme, a far tenzone

Per una figlia de il re Galafrone.

 

7.

La dama che quel regno aveva in mano,

Sapea de inganni e frode ogni mistiero;

Con falsa vista e con parlare umano

Dava recetto ad ogni forastiero.

Poi che era gionto, se adoprava in vano

Indi partirse, e non vi era pensiero

Che mai bastasse di poter fuggire,

Ma crudelmente convenia morire.

 

8.

Però che la malvaggia Falerina

(Ché cotal nome ha quella incantatrice

Che ora de Orgagna se appella regina)

Avea un giardino nobile e felice;

Fossa nol cinge, né sepe di spina,

Ma un sasso vivo intorno fa pendice,

E s’ lo chiude de una centa sola,

Che entro passar non puote chi non vola.

 

9.

Aperto è il sasso verso il sol nascente,

Dove è una porta troppo alta e soprana;

Sopra alla soglia sta sempre un serpente,

Che di sangue se pasce e carne umana.

A questo date son tutte le gente

Che sono prese in quella terra strana:

Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,

E là  li manda; e il drago li divora.

 

10.

Or, come io dissi, in quella regà¯one

Fui preso a inganno, e posto a la catena;

Ben quattro mesi stetti in la pregione,

Che era de cavallieri e dame piena.

Io non ti dico la compassà¯one

Che era a vederci tutti in tanta pena;

Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,

Come la sorte se voltava intorno.

 

11.

Il nome de ciascuno era signato

Insieme de una dama e cavalliero;

E cos’ ne era a divorar mandato

Quel par che alla pregione era primiero.

Or, stando in questa forma impregionato,

Né avendo de campare alcun pensiero,

La ria fortuna che me avia battuto,

Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.

 

12.

Perché Prasildo, quel baron cortese

Per cui dolente abandonai Tisbina

E Babilonia, il mio dolce paese,

Ebbe a sentir de mia sorte meschina.

Io non sapria già  dir come lo intese;

Ma giorno e notte lui sempre camina,

E, con molto tesoro, iscognosciuto

Fu ne’ confini de Orgagna venuto.

 

13.

Ivi se pose quel baron soprano

Per il mio scampo molto a praticare,

E proferse grande oro al guardà¯ano,

Se di nascosto me lasciava andare;

Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,

Né a prieghi o prezo lo pote piegare,

Ottenne per danari o per bel dire

Che, per camparmi, lui possa morire.

 

14.

Cos’ fui tratto della pregion forte,

E lui fo incatenato al loco mio.

Per darmi vita, lui và´l prender morte:

Vedi quanto è il baron cortese e pio!

Ed oggi è il giorno della trista sorte,

Che lui serà  condotto al loco rio

Dove il serpente e miseri divora;

Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.

 

15.

E bench’io sappia e cognosca per certo

Che bastante non sono a darli aiuto,

Voglio mostrare a tutto il mondo aperto

Quanto a quel cor gentile io sia tenuto

A render guidardon di cotal merto;

Però che, come quivi fia venuto,

Con quei che il menan prenderò battaglia,

Benché sian mille e più quella canaglia.

 

16.

E quando io sia da quella gente occiso,

Serami quel morir tanto iocondo

Ch’io ne andarò di volo in paradiso,

Per starmi con Prasildo a l’altro mondo.

Ma quando io penso che serà  diviso

Lui da quel drago, tutto mi confondo,

Poi ch’io non posso, ancor col mio morire,

Tuorli la pena di tanto mart’re. –

 

17.

Cos’ dicendo, il viso lacrimoso

Quel cavalliero alla terra abassava.

Ranaldo, odendo il fatto s’ pietoso,

Con lui teneramente lacrimava,

E con parlar cortese ed animoso,

Proferendo se stesso, il confortava,

Dicendo a lui: – Baron, non dubitare,

Che il tuo compagno ancor puotrà  campare.

 

18.

Se dua cotanta fosse la sbiraglia

Che qua lo conduranno, io non ne curo;

Manco gli stimo che un fascio di paglia,

E per la fè di cavallier te giuro

Ch’io te li scoterò con tal travaglia,

Che alcun di lor non si terrà  securo

De aver fuggita da mia man la morte,

Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. –

 

19.

Guardando il cavalliero e sospirando,

Disse: – Deh vanne a la tua via, barone!

Ché qua non se ritrova il conte Orlando,

Né il suo cognato, che è figlio de Amone.

Noi altri facciamo assai alora quando

Tenemo campo ad un sol campà¯one;

Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:

Lascia pur dir, ché tutte son parole.

 

20.

Pà rtite in cortesia, ché già  non voglio

Che tu per mia cagion sia quivi gionto;

Parte non hai di quel grave cordoglio

Che me induce a morir, come io t’ho conto;

Ed io non posso mo, s’ come io soglio,

Renderti grazia, a questo estremo ponto,

Del tuo bon core e de la tua proferta:

Dio te la renda, ed a chiunque il merta. –

 

21.

Disse Ranaldo: – Orlando non son io,

Ma pure io farò quel che aggio proferto;

Né per gloria lo faccio o per desio

D’aver da te né guidardon né merto;

Ma sol perché io cognosco, al parer mio,

Che un par de amici al mondo tanto certo

Né ora se trova, né mai se è trovato:

S’io fossi il terzo, io me terria beato.

 

22.

Tu concedesti a lui la donna amata,

E sei del tuo diletto al tutto privo;

Egli ha per te sua vita impregionata,

Or tu sei senza lui di viver schivo.

Vostra amistate non fia mai lasciata,

Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;

E se pur oggi aveti ambo a morire,

Voglio esser morto per vosco venire. –

 

23.

Mentre che ragionarno in tal maniera,

Una gran gente viddero apparire,

Che portano davanti una bandiera,

E due persone menano a morire.

Chi senza usbergo, chi senza gambiera,

Chi senza maglia si vedea venire,

Tutti ribaldi e gente da taverna;

E peggio in ponto è quel che li governa.

 

24.

Era colui chiamato Rubicone,

Che avia ogni gamba più d’un trave grossa;

Seicento libre pesa quel poltrone,

Superbo, bestà¯ale e di gran possa;

Nera la barba avea come un carbone

Ed a traverso al naso una percossa;

Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:

Mai sol nascente nol trovò digiuno.

 

25.

Costui menava una donzella avante,

Incatenata sopra un palafreno,

E un cavallier cortese nel sembiante,

Legato come lei, né più né meno.

Guarda Ranaldo al palafreno amblante,

E ben cognobbe quel baron sereno

Che la meschina è quella damisella

Che gli contò de Iroldo la novella;

 

26.

Poi li fo tolta ne la selva ombrosa

Da quel centauro contrafatto e strano.

Lui più non guarda, e senza alcuna posa

De un salto si gettò su Rabicano.

Diciamo della gente dolorosa,

Che erano più de mille in su quel piano:

Come Ranaldo viddero apparire,

Per la più parte se derno al fuggire.

 

27.

Già  l’altro cavalliero era in arcione,

Ed avia tratta la spada forbita;

Ma il principe se driccia a Rubicone,

Ché tutta l’altra gente era smarita

E lui faceva sol deffensà¯one.

Questa battaglia fo presto finita,

Perché Ranaldo de un colpo diverso

Tutto il tagliò per mezo del traverso.

 

28.

E dà  tra li altri con molta tempesta,

Benché de occider la gente non cura,

E spesso spesso de ferir se arresta,

Ed ha diletto de la lor paura;

Ma pur a quattro gettò via la testa,

Duo ne partite insino alla cintura;

Lui ridendo e da scherzo combattia,

Tagliando gambe e braccie tuttavia.

 

29.

Cos’ restarno al campo e due pregioni,

Ciascun legato sopra il suo destriero,

Poi che fuggiti fà´rno quei bricconi,

Che de condurli a morte avian pensiero.

Su il prato, tra bandiere e gonfaloni

E targhe e lancie, è Rubicone altiero,

Feso per mezo e tagliato le braccia:

Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.

 

30.

Ma Iroldo, il cavallier ch’io vi contai

Che stava alla fontana a lamentare,

Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,

Corse quei duo pregioni a dislegare.

Più non fu lieto alla sua vita mai;

Prasildo abraccia, e non puotea parlare,

Ma, come in gran letizia far si suole,

Lacrime dava in cambio di parole.

 

31.

Il principe era longe da due miglia,

Sempre cacciando il popol spaventato,

Quando quei duo baron con meraviglia

Guardano a Rubicon, che era tagliato

Per il traverso, alla terra vermiglia.

Essi mirando il colpo smisurato,

Dicean che non era omo, anzi era Dio,

Che s’ gran busto col brando partio.

 

32.

Callava già  Ranaldo giù del monte,

Avendo fatta gran destruzà¯one;

Ciascun de’ due baron con le man gionte

Come idio l’adorarno ingenocchione,

E a lui devotamente, in voce pronte,

Diceano: – O re del celo, o Dio Macone,

Che per pietate in terra sei venuto

In tanta nostra pena a darci aiuto!

 

33.

Per cagion nostra giù del cel lucente

Or sei disceso a mostrarci la faccia;

Tu sei lo aiuto de l’umana gente

Né mai salvarli il tuo volto si saccia;

Fa ciascadun di noi recognoscente,

Dapoi che ce hai donata cotal graccia,

S’ che per merto al fin se troviam degni

Di star con teco nelli eterni regni. –

 

34.

Ranaldo se turbò nel primo aspetto,

Veggendosi adorare in veritate;

Ma, ascoltandoli poi, prese diletto

Del paccio aviso e gran simplicitate

De questi, che il chiamavan Macometto,

E a lor rispose con umilitate:

– Questa falsa credenza via togliete,

Ch’io son di terra, s’ come voi sete.

 

35.

Tutto è di fango il corpo e questa scorza:

L’anima non, che fo da Cristo espressa;

Né ve maravigliati di mia forza,

Ché esso per sua pietà  me l’ha concessa.

Lui la virtute accende, e lui la smorza,

E quella fede, che il mio cor confessa,

Quando si crede drittamente e pura,

De ogni spavento l’animo assicura. –

 

36.

Con più parole poi li racontava

S’ come egli era il sir de Montealbano;

E tutta nostra fede predicava,

E perché Cristo prese corpo umano;

Ed in conclusà¯on tanto operava,

Che l’uno e l’altro se fie’ cristà¯ano,

Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,

Macon lasciando ed ogni falso errore.

 

37.

Poi tutti tre parlarno alla donzella,

A lei mostrando diverse ragione

Che pigliar debba la fede novella,

La falsità  mostrando di Macone.

Essa era saggia s’ come era bella,

Però, contrita e con devozà¯one,

Coi cavallieri insieme, a la fontana

Fo per Ranaldo fatta cristà¯ana.

 

38.

Esso da poi con bel parlare espose

Che egli intendeva de andare al giardino,

Qual fatto ha tante gente dolorose,

E con lor se consiglia del camino.

Ma la donzella subito rispose:

– Da tal pensier te guarda Dio divino!

Non potresti acquistare altro che morte,

Tanto è lo incanto a meraviglia forte.

 

39.

Io aggio un libro, dove sta depinto

Tutto il giardino a ponto, con misura;

Ma nel presente solo avrò distinto

Della sua entrata la strana ventura;

Però che quello è de ogni parte cinto

De un’alta pietra, tanto forte e dura,

Che mille mastri a botta de picone

Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

 

40.

Dove il sol nasce, a mezo un torrà¯one

Evi una porta de marmo polito;

Sopra alla soglia sta sempre il dragone,

Qual, da che nacque, mai non ha dormito,

Ma fa la guarda per ogni stagione;

E quando fosse alcun d’entrare ardito,

Convien con esso prima battagliare:

Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;

 

41.

Ché incontinente la porta se serra,

Né mai per quella si può far ritorno,

E cominciar conviensi un’altra guerra,

Perché una porta se apre a mezo giorno;

Ad essa in guardia n’esce della terra

Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,

L’altro di foco: e ciascun tanto acuto,

Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.

 

42.

Quando pur fosse questa fiera morta,

Che ser’a gran ventura veramente,

Come la prima, è chiusa quella porta,

E l’altra se apre verso lo occidente,

Ed ha diffesa niente a la sua scorta:

Uno asinel, che ha la coda tagliente

Come una spada, e poi l’orecchie piega

Come li piace, e ciascuno omo lega.

 

43.

E la sua pelle è di piastre coperta,

E sembra d’oro, e non si può tagliare;

Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:

Come egli è morto, mai più non appare.

Ma poi la quarta, come il libro acerta,

Subito s’apre, e là  conviensi andare;

Questa risponde proprio a tramontana,

Dove non giova ardire o forza umana.

 

44.

Ché sopra a quella sta un gigante fiero,

Qual la difende con la spada in mano;

E se egli è occiso de alcun cavalliero,

Della sua morte duo ne nasce al piano.

Duo ne nasce alla morte del primiero,

Ma quattro del secondo a mano a mano,

Otto del terzo, e sedici del quarto

Nascono armati del lor sangue sparto.

 

45.

E cos’ crescerebbe in infinito

Il numero di lor, senza menzogna;

S’ che lascia, per Dio! questo partito,

Che è pien d’oltraggio, danno e di vergogna.

Il fatto proprio sta come hai sentito,

S’ che farli pensier non ti bisogna.

Molti altri cavallier l’ sono andati:

Tutti son morti, e mai non son tornati.

 

46.

Se pur hai voglia di mostrare ardire,

E di provare un’altra novitate,

Assai fia meglio con meco venire

A fare una opra di molta pietate,

Come altra fiata io t’ebbi ancora a dire;

E tu mi promettesti in veritate

Venir con meco, ed esser mio campione,

Per trare Orlando e li altri di pregione. –

 

47.

Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,

E nulla alla donzella respondia,

Perché entrare al giardin meraviglioso

Sopra ogni cosa del mondo desia,

E non è fatto il baron paà¼roso

Del gran periglio che sentito avia;

Ma la difficultà  quanto è maggiore,

Più li par grata e più degna d’onore.

 

48.

Da l’altra parte, la promessa fede

Alla donzella, che la ricordava,

Forte lo strenge; e quella ora non vede

Ch’el trovi Orlando, che cotanto amava.

Oltra di questo, ben certo si crede

Un’altra volta, come desà¯ava,

A quel giardino soletto venire,

Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

 

49.

S’ che nel fin pur se pose a camino

Con la donzella e con quei cavallieri.

Sempre ne vanno, da sira al matino,

Per piano e monte e per strani sentieri;

E della selva già  sono al confino,

Dove suolea vedersi il bel verzieri

Di Dragontina, sopra alla fiumana,

Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.

 

50.

Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,

E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,

Quando fo Orlando con quelli altri tratto;

Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,

E però non sapea di questo fatto,

E trovar Brandimarte ella se spera,

E con lo aiuto del figliuol de Amone

Trarlo con li altri fuor della pregione.

 

51.

E cavalcando per la selva scura,

Essendo mezo il giorno già  passato,

Viddon venir correndo alla pianura

Sopra un cavallo uno omo tutt’armato,

Che mostrava alla vista gran paura;

Ed era il suo caval molto affannato,

Forte battendo l’uno e l’altro fianco;

Ma l’omo trema, ed è nel viso bianco.

 

52.

Ciascadun di novelle il dimandava,

Ma lui non respondeva alcuna cosa,

E pure adietro spesso risguardava.

Dopo, alla fine, in voce paà¼rosa,

Perché la lingua col cor li tremava,

Disse: – Male aggia la voglia amorosa

Del re Agricane, ché per quello amore

Cotanta gente è morta a gran dolore!

 

53.

Io fui, segnor, con molti altri attendato

Intorno ad Albracà  con Agricane;

Fo Sacripante de il campo cacciato,

Ed avemmo la terra nelle mane;

Solo il girone ad alto fo servato.

Ed ecco ritornare una dimane

La dama, che la rocca diffendia,

Con nove cavallieri in compagnia:

 

54.

Tra i quali io vi conobbi il re Ballano

E Brandimarte e Oberto da il Leone;

Ma non cognosco un cavallier soprano,

Che non ha di prodezza parangone.

Tutti soletto ce cacciò del piano;

Occise Radamanto e Saritrone

Con altri cinque re, che in quella guerra

Tutti in duo pezi fece andar per terra.

 

55.

Io vidi (e ancor mi par ch’io l’aggia in faccia)

Giongere a Pandragone in sul traverso;

Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.

Da poi ch’io vidi quel colpo diverso,

Dugento miglia son fuggito in caccia,

E volentier me avria nel mar sumerso,

Perché averlo alle spalle ognior mi pare.

A Dio sà¯à ti; io non voglio aspettare,

 

56.

Ch’io non mi credo mai esser sicuro,

Sin ch’io non sono a Roccabruna ascoso;

Levarò il ponte, e starò sopra al muro. –

Queste parole disse il paà¼roso,

E fuggendo nel bosco folto e scuro

Usc’ de vista nel camino umbroso.

La damisella e ciascun cavalliero

Rimase del suo dire in gran pensiero.

 

57.

E l’un con l’altro insieme ragionando

Compreser che e baroni eran campati,

E che quel cavalliero è il conte Orlando,

Che facea colpi s’ disterminati;

Ma non sanno stimare o come o quando,

E con qual modo e’ siano liberati;

Ma tutti insieme sono de un volere:

Indi partirsi ed andarli a vedere.

 

58.

Fuor del deserto, per la dritta strada,

Sopra il mar del Bacù van tuttavia.

Essendo gionti al gran fiume di Drada,

Videro un cavallier, che in dosso avia

Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:

Una donzella il suo destrier ten’a;

Però che alor montava in arcà¯one,

Quella teniva il freno al suo ronzone.

 

59.

Ai compagni se volse Fiordelisa

Dicendo: – S’io non fallo al mio pensiero,

E se io ramento ben questa divisa,

Quel che vedeti, non è un cavalliero,

Anci una dama, nomata Marfisa,

Che in ogni parte, per ogni sentiero,

Quanto la terra può cercarsi a tondo,

Cosa più fera non si trova al mondo.

 

60.

Unde a voi tutti so ben racordare

Che non entrati di giostra al periglio:

Spaccià nci pur de adrieto ritornare.

Credeti a me, che bene io vi consiglio:

Se non ci ha visto, potremo campare,

Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,

Morir conviensi con dolore amaro,

Ché non si trova a sua possa riparo. –

 

61.

Ride Ranaldo di quelle parole,

E del consiglio la dama ringraccia,

Ma veder quella prova al tutto và´le;

Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.

Era salito a mezo il celo il sole,

Quando quei duo fà´r gionti a faccia a faccia,

Ciascun tanto animoso e s’ potente

Che non stimava l’un l’altro nà¯ente.

 

62.

Marfisa riguardava il fio de Amone,

Che li sembrava ardito cavalliero;

Già  tien per guadagnato il suo ronzone,

Ma sudar prima li farà  mestiero.

Fermosse l’uno e l’altro in su lo arcione

Per trovarse assettato al scontro fiero;

E già  ciascuno il suo destrier voltava,

Quando un messaggio in su il fiume arivava.

 

63.

Era quel messagiero vecchio antico,

E seco avea da vinti omini armati.

Gionto a Marfisa, disse: – Il tuo nemico

Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.

Morto è Archiloro, e non vi valse un fico

Il suo martello e i colpi smisurati;

E fo Agricane che occise il gigante:

Tutta la gente a lui fugge davante.

 

64.

Re Galafrone a te se racomanda,

Ed in te sola ha posta sua speranza,

L’ultimo aiuto a te sola dimanda.

Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza

In questo giorno per nome si spanda;

E il re Agricane, che ha tanta arroganza

Che crede contrastare a tutto il mondo,

Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. –

 

65.

Disse Marfisa: – Un poco ivi rimane,

Ch’io vengo al campo senza far dimora;

Ora che questi tre mi sono in mane,

Darotegli prigioni in poco de ora;

Poi prenderaggio presto il re Agricane,

Che bene aggia Macone e chi lo adora!

Vivo lo prenderò, non dubitare,

Ed alla rocca lo farò filare. –

 

66.

E più non disse la persona altiera,

Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;

E poi con voce minacciante e fiera

Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.

Fo la battaglia sopra alla rivera

Terribile e crudele a riguardare,

Ché ciascun oltra modo era possente,

Come odirete nel canto seguente.

 

 

CANTO DECIMOTTAVO

 

1.

Nel canto qua di sopra aveti odito

Quando Marfisa, quella dama acerba,

Tre cavallier in su il prato fiorito

Avea sfidati con voce superba.

Prasildo era omo presto e molto ardito,

Subitamente se mise per l’erba:

Benché Ranaldo fosse il più onorato,

Lui prima mosse, senza altro combiato.

 

2.

Quello scontrar che fie’ con la donzella

Roppe sua lancia, e lei già  non ha mossa;

Ma lui de netto usc’ fuor della sella,

E cadde al prato con grave percossa.

Alor parlava quella dama bella:

– Su, presto, a li altri! che partir me possa.

Vedete qua il messaggio che me affretta,

Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. –

 

3.

Iroldo, come vide il compagnone

Al crudo scontro in su la terra andare,

E tra li armati menarlo pregione,

Corse alla giostra senza dimorare;

E cos’ cadde anco esso dello arcione.

Ora nel terzo più serà  che fare;

Se vi piace, segnor, state ad odire

La fiera mossa e l’aspero colpire.

 

4.

Una grossa asta portava Marfisa

De osso e de nerbo, troppo smisurata;

Nel scudo azuro aveva per divisa

Una corona in tre parte spezzata;

La cotta d’arme pure a quella guisa,

E la coperta tutta lavorata;

E per cimer ne l’elmo, al sommo loco,

Un drago verde, che gettava foco.

 

5.

Era il foco ordinato in tal maniera

Che ardeva con romore e con gran vento;

Quando essa entrava alla battaglia fiera,

Più gran furor menava e più spavento;

Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera

Tutti eran fatti per incantamento;

Da capo a piedi per questa armatura

Era diffesa la dama e sicura.

 

6.

Fu il suo ronzone il più dismisurato

Che giamai producesse la natura:

Era tutto rosigno e saginato,

Con testa e coda ed ogni gamba scura;

Benché non fosse per arte affatato,

Fu di gran possa e fiero oltra a misura.

Sopra di questo la forte regina

Con impeto se mosse e gran roina.

 

7.

Da l’altra parte il franco fio de Amone

Con una lancia a meraviglia grossa

Vien furà¯oso, quel cor di leone,

E proprio nella vista l’ha percossa;

Ma, come avesse gionto a un torrà¯one,

Non ha piegata Marfisa, né mossa.

A tronchi ne andò l’asta con romore,

Né restò pezzo de un palmo maggiore.

 

8.

Gionse Ranaldo la dama diversa

In fronte a l’elmo, con molta tempesta;

Sopra alle groppe adietro lo riversa,

Tutta ne l’elmo gli intona la testa.

Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,

Perché se fraccassò sino alla resta;

In cento e sei battaglie era lei stata

Con quella lancia, e sempre era durata.

 

9.

Ora se roppe al scontro furà¯oso:

Ben se ne meraviglia la donzella,

Ma più la ponge il crucio disdegnoso,

Perché Ranaldo ancora è in su la sella.

Chiama iniquo Macone e doloroso,

Cornuto e becco Trivigante appella:

– Ribaldi, – a lor dicea – per qual cagione

Tenete il cavalliero in su lo arcione?

 

10.

Venga un di voi, e lasciasi vedere,

E pigli a suo piacer questa diffesa,

Ch’io farò sua persona rimanere

Qua giù riversa e nel prato distesa.

Voi non voliti mia forza temere,

Perché là  su non posso esser ascesa;

Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,

Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. –

 

11.

Mentre che la orgogliosa s’ minaccia,

E vuol disfare il celo e il suo Macone,

Ranaldo ad essa rivolta la faccia,

Che era stato buon pezzo in stordigione,

E de gire a trovarla se procaccia;

Ma lei, che non stimava quel barone,

Quando contra di sé tornare il vide,

Altieramente disdignando ride.

 

12.

– Ora ché non fuggivi, sciagurato,

Mentre che ad altro il mio pensiero attese?

Forse hai diletto indi esser pigliato,

Perché altrimente non trovi le spese?

Ma, per mia fede! sei male incapato,

Ed al presente te dico palese,

Come io te avrò tutt’arme dispogliate,

Via cacciarotte a suon di bastonate. –

 

13.

Cotal parole usava quella altera;

Il pro’ Ranaldo risponde nà¯ente.

Esso zanzar non và´l con quella fera,

Ma fa risposta col brando tagliente;

E, come fu con seco alla frontera,

Non pose indugia al suo ferir nà¯ente,

Ma sopra a l’elmo de Fusberta mena:

Marfisa non sent’ quel colpo apena.

 

14.

Lei per quel colpo nà¯ente se muta,

Ma un tal ne dette al cavalliero ardito,

Che batter li fie’ il mento alla barbuta:

Calla nel scudo, e tutto l’ha partito.

Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta,

Ma crudelmente al fianco lo ha ferito.

Quando Ranaldo sente il sangue ch’esce,

L’ira, l’orgoglio e l’animo gli cresce.

 

15.

Mai non fo gionto a cos’ fatto caso,

Come or se trova, il sir de Montealbano.

Getta via il scudo che li era rimaso,

E furà¯oso mena ad ambe mano:

Benché il partito vide aspro e malvaso,

Non ha paura quel baron soprano;

Ma con tal furia un colpo a due man serra,

Che tutto il scudo li gettò per terra,

 

16.

E sopra al braccio manco la percosse,

S’ che li fece abandonar la briglia.

Molto de ciò la dama se commosse,

E prese del gran colpo meraviglia;

Sopra alle staffe presto redricciosse

Tutta nel viso per furor vermiglia,

Ed un gran colpo a quel tempo menava,

Quando Ranaldo l’altro radoppiava.

 

17.

Perché ancora esso già  non stava a bada,

Anci li rispondeva di bon gioco;

Ora se incontra l’una a l’altra spada,

E quelle, gionte, se avamparno a foco.

Tagliente è ben ciascuna, e par che rada,

Ma fie’ l’ultima prova questo loco;

Fusberta come un legno l’altra afferra,

Più de un gran palmo ne gettò per terra.

 

18.

Quando Marfisa vide che troncata

Era la ponta di sua spada fina,

Che prima fu da lei tanto stimata,

Rimena colpi de molta ruina

Sopra Ranaldo, come disperata;

Ma lui, che del scrimire ha la dottrina,

Con l’occhio aperto al suo ferire attende,

E ben se guarda e da lei se diffende.

 

19.

Menò Marfisa un colpo con tempesta,

Credendo averlo còlto alla scoperta;

Se lo giongeva la botta rubesta,

Era sua vita nel tutto deserta.

Lui, che ha la vista a meraviglia presta,

Da basso se ricolse con Fusberta,

E gionse il colpo nella destra mano,

S’ che cader li fece il brando al piano.

 

20.

Quando essa vide la sua spada in terra,

Non fu ruina al mondo mai cotale;

Il suo destrier con ambi sproni afferra,

Urta Ranaldo a furia di cingiale,

E col viso avampato un pugno serra:

Dal lato manco il gionse nel guanziale,

E lo percosse con tanta possanza,

Che assai minor fu il scontro de la lanza.

 

21.

Io di tal botta assai me maraviglio,

Ma come io dico, lo scrive Turpino;

Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio,

Per naso e bocca a quel baron tapino.

Campar lo fece dal mortal periglio

Lo elmo afatato che fo de Mambrino;

Ché se un altro elmo in testa se trovava,

Longe dal busto il capo li gettava.

 

22.

Perse ogni sentimento il cavalliero,

Benché restasse fermo in su la sella.

Or lo portò correndo il suo destriero,

Né mai gionger lo puote la donzella,

Ché quel ne andava via tanto legiero,

Che per li fiori e per l’erba novella

Nulla ne rompe il delicato pede;

Non che si senta, ma apena si vede.

 

23.

Marfisa de stupore alciò le ciglia,

Quando vide il destrier s’ presto gire;

Ritorna adrieto e il suo brando repiglia,

E poi di novo se il pose a seguire;

Ma già  longe è Ranaldo a meraviglia,

E come prima venne a resentire,

Verso Marfisa volta con gran fretta,

Vol’untaroso a far la sua vendetta.

 

24.

E’ se sentia di sangue pien la faccia,

Ed a se stesso se lo improperava,

Dicendo: Ove vorrai che mai se saccia

La tua codarda prova, anima prava?

Ecco una feminella che te caccia!

Or che direbbe il gran conte di Brava,

Se me vedesse qua nel campo stare

Contro una dama e non poter durare?”

 

25.

Cos’ dicendo il principe animoso

Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,

E vien contra a Marfisa forà¯oso.

Ora voglio tornar al conte Orlando,

Qual, come io dissi, s’ come amoroso

De Angelica, se mosse al suo comando

Per dare al prodo Galafrone aiuto,

Che alla battaglia avea il campo perduto.

 

26.

Chi lo vedesse entrare alla baruffa,

Ben lo iudicarebbe quel che egli era;

Lui questo abatte e quell’altro ribuffa,

Atterra ogni pennone, ogni bandiera.

Or se incomincia la terribil zuffa;

Fuggia degl’Indà¯an rotta la schiera,

E va per la campagna in abandono:

Sempre alle spalle i Tartari li sono.

 

27.

Rotta e sconfitta la brutta canaglia

A tutta briglia fuggendo ne andava;

E Galafrone per quella prataglia

Via più che li altri e sproni adoperava.

Ora cangiosse tutta la battaglia,

E fugge ciascadun che mo cacciava,

Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia

Il re Adrà¯ano, fior de vigoria,

 

28.

E Brandimarte e il forte Chiarà¯one,

Ciascun di guerra più voluntaroso,

E seco in frotta Oberto da il Leone.

Ferno assalto crudel e furà¯oso,

E de’ nemici tanta occisà¯one,

Che tornò il verde prato sanguinoso:

Già  prima Poliferno e poscia Uldano

Da Brandimarte fur gettati al piano.

 

29.

Orlando ed Agricane un’altra fiata

Ripreso insiem avean crudel battaglia;

La più terribil mai non fo mirata:

L’arme l’un l’altro a pezo a pezo taglia.

Vede Agrican sua gente sbaratata,

Né li pà´ dare aiuto che li vaglia,

Però che Orlando tanto stretto il tene,

Che star con seco a fronte li conviene.

 

30.

Nel suo secreto fie’ questo pensiero:

Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,

E poi che occiso l’abbia in su il sentiero

Tornar alla battaglia senza tardo;

Però che a lui par facile e legiero

Cacciar soletto quel popol codardo;

Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone,

Non li stimava quanto un vil bottone.

 

31.

Con tal proposto se pone a fuggire,

Forte correndo sopra alla pianura;

Il conte nulla pensa a quel fallire,

Anci crede che il faccia per paura;

Senza altro dubbio se il pone a seguire.

E già  son gionti ad una selva oscura;

Aponto in mezo a quella selva piana

Era un bel prato intorno a una fontana.

 

32.

Fermosse ivi Agricane a quella fonte,

E smontò dello arcion per riposare,

Ma non se tolse l’elmo della fronte,

Né piastra o scudo se volse levare;

E poco dimorò che gionse il conte,

E come il vide alla fonte aspettare,

Dissegli: – Cavallier, tu sei fuggito,

E s’ forte mostravi e tanto ardito!

 

33.

Come tanta vergogna pà´i soffrire

A dar le spalle ad un sol cavalliero?

Forse credesti la morte fuggire:

Or vedi che fallito hai il pensiero.

Chi morir può onorato, die’ morire;

Ché spesse volte aviene e de legiero

Che, per durare in questa vita trista,

Morte e vergogna ad un tratto s’acquista. –

 

34.

Agrican prima rimontò in arcione,

Poi con voce suave rispondia:

– Tu sei per certo il più franco barone

Ch’io mai trovassi nella vita mia;

E però del tuo scampo fia cagione

La tua prodezza e quella cortesia

Che oggi s’ grande al campo usato m’hai,

Quando soccorso a mia gente donai.

 

35.

Però te voglio la vita lasciare,

Ma non tornasti più per darmi inciampo!

Questo la fuga mi fe’ simulare,

Né vi ebbi altro partito a darti scampo.

Se pur te piace meco battagliare,

Morto ne rimarrai su questo campo;

Ma siami testimonio il celo e il sole

Che darti morte me dispiace e duole. –

 

36.

Il conte li rispose molto umano,

Perché avea preso già  de lui pietate:

– Quanto sei – disse – più franco e soprano,

Più di te me rincresce in veritate,

Che serai morto, e non sei cristà¯ano,

Ed andarai tra l’anime dannate;

Ma se và´i il corpo e l’anima salvare,

Piglia battesmo, e lasciarotte andare. –

 

37.

Disse Agricane, e riguardollo in viso:

– Se tu sei cristà¯ano, Orlando sei.

Chi me facesse re del paradiso,

Con tal ventura non lo cangiarei;

Ma sino or te ricordo e dòtti aviso

Che non me parli de’ fatti de’ Dei,

Perché potresti predicare in vano:

Diffenda il suo ciascun col brando in mano. –

 

38.

Né più parole: ma trasse Tranchera,

E verso Orlando con ardir se affronta.

Or se comincia la battaglia fiera,

Con aspri colpi di taglio e di ponta;

Ciascuno è di prodezza una lumera,

E sterno insieme, come il libro conta,

Da mezo giorno insino a notte scura,

Sempre più franchi alla battaglia dura.

 

39.

Ma poi che il sole avea passato il monte,

E cominciosse a fare il cel stellato,

Prima verso il re parlava il conte:

– Che farem, – disse – che il giorno ne è andato? –

Disse Agricane con parole pronte:

– Ambo se poseremo in questo prato;

E domatina, come il giorno pare,

Ritornaremo insieme a battagliare. –

 

40.

Cos’ de acordo il partito se prese.

Lega il destrier ciascun come li piace,

Poi sopra a l’erba verde se distese;

Come fosse tra loro antica pace,

L’uno a l’altro vicino era e palese.

Orlando presso al fonte isteso giace,

Ed Agricane al bosco più vicino

Stassi colcato, a l’ombra de un gran pino.

 

41.

E ragionando insieme tuttavia

Di cose degne e condecente a loro,

Guardava il conte il celo e poi dicia:

– Questo che or vediamo, è un bel lavoro,

Che fece la divina monarchia;

E la luna de argento, e stelle d’oro,

E la luce del giorno, e il sol lucente,

Dio tutto ha fatto per la umana gente. –

 

42.

Disse Agricane: – Io comprendo per certo

Che tu và´i de la fede ragionare;

Io de nulla scà¯enzia sono esperto,

Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,

E roppi il capo al mastro mio per merto;

Poi non si puotè un altro ritrovare

Che mi mostrasse libro né scrittura,

Tanto ciascun avea di me paura.

 

43.

E cos’ spesi la mia fanciulezza

In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;

Né mi par che convenga a gentilezza

Star tutto il giorno ne’ libri a pensare;

Ma la forza del corpo e la destrezza

Conviense al cavalliero esercitare.

Dottrina al prete ed al dottore sta bene:

Io tanto saccio quanto mi conviene. –

 

44.

Rispose Orlando: – Io tiro teco a un segno,

Che l’arme son de l’omo il primo onore;

Ma non già  che il saper faccia men degno,

Anci lo adorna come un prato il fiore;

Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,

Chi non pensa allo eterno Creatore;

Né ben se può pensar senza dottrina

La summa maiestate alta e divina. –

 

45.

Disse Agricane: – Egli è gran scortesia

A voler contrastar con avantaggio.

Io te ho scoperto la natura mia,

E te cognosco che sei dotto e saggio.

Se più parlassi, io non risponderia;

Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio,

E se meco parlare hai pur diletto,

De arme, o de amore a ragionar t’aspetto.

 

46.

Ora te prego che a quel ch’io dimando

Rispondi il vero, a fè de omo pregiato:

Se tu sei veramente quello Orlando

Che vien tanto nel mondo nominato;

E perché qua sei gionto, e come, e quando,

E se mai fosti ancora inamorato;

Perché ogni cavallier che è senza amore,

Se in vista è vivo, vivo è senza core. –

 

47.

Rispose il conte: – Quello Orlando sono

Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;

Amor m’ha posto tutto in abandono,

E venir fammi in questo loco strano.

E perché teco più largo ragiono,

Voglio che sappi che ‘l mio core è in mano

De la figliola del re Galafrone

Che ad Albraca dimora nel girone.

 

48.

Tu fai col patre guerra a gran furore

Per prender suo paese e sua castella,

Ed io qua son condotto per amore

E per piacere a quella damisella.

Molte fiate son stato per onore

E per la fede mia sopra alla sella;

Or sol per acquistar la bella dama

Faccio battaglia, ed altro non ho brama. –

 

49.

Quando Agricane ha nel parlare accolto

Che questo è Orlando, ed Angelica amava,

Fuor di misura se turbò nel volto,

Ma per la notte non lo dimostrava;

Piangeva sospirando come un stolto,

L’anima, il petto e il spirto li avampava;

E tanta zelosia gli batte il core,

Che non è vivo, e di doglia non muore.

 

50.

Poi disse a Orlando: – Tu debbi pensare

Che, come il giorno serà  dimostrato,

Debbiamo insieme la battaglia fare,

E l’uno o l’altro rimarrà  sul prato.

Or de una cosa te voglio pregare,

Che, prima che veniamo a cotal piato,

Quella donzella che il tuo cor disia,

Tu la abandoni, e lascila per mia.

 

51.

Io non puotria patire, essendo vivo,

Che altri con meco amasse il viso adorno;

O l’uno o l’altro al tutto serà  privo

Del spirto e della dama al novo giorno.

Altri mai non saprà , che questo rivo

E questo bosco che è quivi d’intorno,

Che l’abbi riffiutata in cotal loco

E in cotal tempo, che serà  s’ poco. –

 

52.

Diceva Orlando al re: – Le mie promesse

Tutte ho servate, quante mai ne fei;

Ma se quel che or me chiedi io promettesse,

E se io il giurassi, io non lo attenderei;

Cos’ potria spiccar mie membra istesse,

E levarmi di fronte gli occhi miei,

E viver senza spirto e senza core,

Come lasciar de Angelica lo amore. –

 

53.

Il re Agrican, che ardea oltra misura,

Non puote tal risposta comportare;

Benché sia al mezo della notte scura,

Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;

Ed orgoglioso, con vista sicura,

Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,

Dicendo: – Cavallier, la dama gaglia

Lasciar convienti, o far meco battaglia. –

 

54.

Era già  il conte in su l’arcion salito,

Perché, come se mosse il re possente,

Temendo dal pagano esser tradito,

Saltò sopra al destrier subitamente;

Unde rispose con l’animo ardito:

– Lasciar colei non posso per nà¯ente,

E, se io potessi ancora, io non vorria;

Avertila convien per altra via. –

 

55.

S’ come il mar tempesta a gran fortuna,

Cominciarno lo assalto i cavallieri;

Nel verde prato, per la notte bruna,

Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;

E se scorgiano a lume della luna

Dandosi colpi dispietati e fieri,

Ch’era ciascun di lor forte ed ardito.

Ma più non dico: il canto è qui finito.

 

 

CANTO DECIMONONO

 

1.

Segnori e cavallieri inamorati,

Cortese damiselle e grazà¯ose,

Venitene davanti ed ascoltati

L’alte venture e le guerre amorose

Che fer’ li antiqui cavallier pregiati,

E fà´rno al mondo degne e glorà¯ose;

Ma sopra tutti Orlando ed Agricane

Fier’ opre, per amore, alte e soprane.

 

2.

S’ come io dissi nel canto di sopra,

Con fiero assalto dispietato e duro

Per una dama ciascadun se adopra;

E benché sia la notte e il celo oscuro,

Già  non vi fa mestier che alcun si scopra,

Ma conviensi guardare e star sicuro,

E ben diffeso di sopra e de intorno,

Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

 

3.

Agrican combattea con più furore,

Il conte con più senno si servava;

Già  contrastato avean più de cinque ore,

E l’alba in orà¯ente se schiarava:

Or se incomincia la zuffa maggiore.

Il superbo Agrican se disperava

Che tanto contra esso Orlando dura,

E mena un colpo fiero oltra a misura.

 

4.

Giunse a traverso il colpo disperato,

E il scudo come un latte al mezzo taglia;

Piagar non puote Orlando, che è affatato,

Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.

Non puotea il franco conte avere il fiato,

Benché Tranchera sua carne non taglia;

Fu con tanta ruina la percossa,

Che avea fiaccati i nervi e peste l’ossa.

 

5.

Ma non fo già  per questo sbigotito,

Anci colpisce con maggior fierezza.

Gionse nel scudo, e tutto l’ha partito,

Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,

E nel sinistro fianco l’ha ferito;

E fo quel colpo di cotanta asprezza,

Che il scudo mezo al prato andò di netto,

E ben tre coste li tagliò nel petto.

 

6.

Come rugge il leon per la foresta,

Allor che l’ha ferito il cacciatore,

Cos’ il fiero Agrican con più tempesta

Rimena un colpo di troppo furore.

Gionse ne l’elmo, al mezo della testa;

Non ebbe il conte mai botta maggiore,

E tanto uscito è fuor di cognoscenza

Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.

 

7.

Non vedea lume per gli occhi nà¯ente,

E l’una e l’altra orecchia tintinava;

S’ spaventato è il suo destrier corrente,

Che intorno al prato fuggendo il portava;

E serebbe caduto veramente,

Se in quella stordigion ponto durava;

Ma, sendo nel cader, per tal cagione

Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

 

8.

E venne di se stesso vergognoso,

Poi che cotanto se vede avanzato.

Come andarai – diceva doloroso

– Ad Angelica mai vituperato?

Non te ricordi quel viso amoroso,

Che a far questa battaglia t’ha mandato?

Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,

Servendo poi, fa il guidardon perire.

 

9.

Presso a duo giorni ho già  fatto dimora

Per il conquisto de un sol cavalliero,

E seco a fronte me ritrovo ancora,

Né gli ho vantaggio più che il d’ primiero.

Ma se più indugio la battaglia un’ora,

L’arme abandono ed entro al monastero:

Frate mi faccio, e chiamomi dannato,

Se mai più brando mi fia visto al lato.”

 

10.

Il fin del suo parlar già  non è inteso,

Ché batte e denti e le parole incocca;

Foco rasembra di furore acceso

Il fiato che esce fuor di naso e bocca.

Verso Agricane se ne va disteso,

Con Durindana ad ambe mano il tocca

Sopra alla spalla destra de riverso;

Tutto la taglia quel colpo diverso.

 

11.

Il crudel brando nel petto dichina,

E rompe il sbergo e taglia il pancirone;

Benché sia grosso e de una maglia fina,

Tutto lo fende in fin sotto il gallone:

Non fo veduta mai tanta roina.

Scende la spada e gionse nello arcione:

De osso era questo ed intorno ferrato,

Ma Durindana lo mandò su il prato.

 

12.

Da il destro lato a l’anguinaglia stanca

Era tagliato il re cotanto forte;

Perse la vista ed ha la faccia bianca,

Come colui ch’è già  gionto alla morte;

E benché il spirto e l’anima li manca,

Chiamava Orlando, e con parole scorte

Sospirando diceva in bassa voce:

– Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

 

13.

Batteggiame, barone, alla fontana

Prima ch’io perda in tutto la favella;

E se mia vita è stata iniqua e strana,

Non sia la morte almen de Dio ribella.

Lui, che venne a salvar la gente umana,

L’anima mia ricoglia tapinella!

Ben me confesso che molto peccai,

Ma sua misericordia è grande assai. –

 

14.

Piangea quel re, che fo cotanto fiero,

E ten’a il viso al cel sempre voltato;

Poi ad Orlando disse: – Cavalliero,

In questo giorno de oggi hai guadagnato,

Al mio parere, il più franco destriero

Che mai fosse nel mondo cavalcato;

Questo fo tolto ad un forte barone,

Che del mio campo dimora pregione.

 

15.

Io non me posso ormai più sostenire:

Levame tu de arcion, baron accorto.

Deh non lasciar questa anima perire!

Batteggiami oramai, ché già  son morto.

Se tu me lasci a tal guisa morire,

Ancor n’avrai gran pena e disconforto. –

Questo diceva e molte altre parole:

Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

 

16.

Egli avea pien de lacrime la faccia,

E fo smontato in su la terra piana;

Ricolse il re ferito nelle braccia,

E sopra al marmo il pose alla fontana;

E de pianger con seco non si saccia,

Chiedendoli perdon con voce umana.

Poi battizollo a l’acqua della fonte,

Pregando Dio per lui con le man gionte.

 

17.

Poco poi stette che l’ebbe trovato

Freddo nel viso e tutta la persona,

Onde se avide che egli era passato.

Sopra al marmo alla fonte lo abandona,

Cos’ come era tutto quanto armato,

Col brando in mano e con la sua corona;

E poi verso il destrier fece riguardo,

E pargli di veder che sia Baiardo.

 

18.

Ma creder non può mai per cosa certa

Che qua sia capitato quel ronzone;

Ed anco nascondeva la coperta,

Che tutto lo guarnia sino al talone.

Io vo’ saper la cosa in tutto aperta, –

Disse a se stesso il figliol di Milone

– Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia;

Ma se egli è desso, io n’ho gran meraviglia.”

 

19.

Per saper tutto il fatto il conte è caldo,

E verso del caval se pone a gire;

Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,

Gli viene incontra e comincia a nitrire.

– Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo?

Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! –

Cos’ diceva Orlando, ma il ronzone

Non puotea dar risposta al suo sermone.

 

20.

Non avea quel destrier parlare umano,

Benché fosse per arte fabricato.

Sopra vi monta il senator romano,

Che già  l’avea più fiate cavalcato.

Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,

Subitamente usc’ fuora del prato,

Ed entrò dentro de la selva folta;

Ma cos’ andando un gran romore ascolta.

 

21.

Senza dimora atacca Brigliadoro

A un tronco de una quercia ivi vicina.

Ma voglio che sappiate che coloro

Che entro a quel bosco fan tanta roina,

Son tre giganti; ed han molto tesoro,

E sopra de un gambelo una fantina

Tolta per forza a l’Isole Lontane:

Un cavallier con loro era alle mane.

 

22.

Quel cavalliero è di soperchia lena,

E per scoder la dama se travaglia.

Un de’ giganti la donzella mena,

E li altri duo con esso fan battaglia.

Poi vi dirò la cosa integra e piena,

Ma di saperla adesso non ve incaglia;

Presto ritornarò dove io ve lasso:

Or vo’ contar del campo il gran fraccasso.

 

23.

Del campo, dico, che, come io contai,

Andava a schiere in mille pezzi sparte;

Più scura cosa non se vidde mai:

Occisa è la gran gente in ogni parte,

Con più roina ch’io non conto assai.

Il re Adrà¯an li segue e Brandimarte;

Risuona il celo e del fiume la foce

Di cridi, de lamenti e de alte voce.

 

24.

La gente de Agrican, senza governo,

Poi che perduto è il suo forte segnore,

Che mai nol vederanno in sempiterno,

Fugge dal campo rotta con romore.

Tutti son morti e callano allo inferno;

Il vecchio Galafron, pien de furore,

Di quella gente già  non ha pietade,

Anci li pone al taglio delle spade.

 

25.

Non và´l che campi alcun di quella gente;

Tutti li occide il superbo vecchione.

E già  son gionti ove primeramente

Stava il re Agricane; il paviglione

Gettato fo per terra incontinente,

Dove trovarno Astolfo, che è prigione,

E il re Ballano, pien de vigoria;

Con seco è Antifor de Albarossia.

 

26.

Tutti tre insieme, come eran legati,

Fà´rno condutti ad Angelica avanti;

Ma la donzella li ha molto onorati,

Ché ben li cognosceva tutti quanti.

E poi che fà´r disciolti e scatenati,

Con bel parlare e con dolci sembianti,

Mostrandoli carezze e bella faccia,

Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.

 

27.

Diceva Astolfo: – Star quivi non posso,

Ch’io me vo’ vendicar con ardimento

De quella gente, che mi venne addosso

E mi gettarno in terra a tradimento.

Io non ser’a per tutto il mondo mosso,

E più de un millà¯on n’avrebbi spento,

Ma fui tradito da il falso Agricane:

Oggi l’occiderò con le mie mane.

 

28.

Fa che aggia l’arme e prestami un destriero,

Ché incontinente giù voglio callare;

E ben ti giuro che al colpo primiero

Quindeci pezzi de uno uomo vo’ fare.

Prenderò vivo l’altro cavalliero,

Intorno al capo me il voglio aggirare,

Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,

Che penarà  tre giorni a giù venire. –

 

29.

Ballano ed Antifor, che eran presenti

Quando in tal modo Astolfo braveggiava,

Nol cognoscendo per fama altrimenti

Ciascun fuor de intelletto il iudicava.

Ambi eran poderosi, ambi valenti,

E perciò ciascun l’arme adimandava.

Nel castello era molta guarnigione;

Presto se armorno e montarno in arcione.

 

30.

Astolfo prima gionse alla pianura,

Sempre suonando con tempesta il corno;

Ben mostra cavallier senza paura,

S’ zoioso veniva e tanto adorno.

Ora ascoltati che bella ventura

Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,

Ché proprio nella strata se incontrava

In un che l’arme e sua lancia portava.

 

31.

Quelle arme che valeano un gran tesoro

Un Tartaro le tiene in sua bal’a,

E il suo bel scudo, e quella lancia d’oro

Che primamente fu dello Argalia.

Il duca Astolfo, senza altro dimoro,

Per terra a gran furor quello abattia,

Fuor delle spalle sei palmi passato;

Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

 

32.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa,

E fatta prova grande oltra misura,

Benché e nemici non faccian diffesa,

Ché de aspettarlo alcun non se assicura.

Tutti ne vanno in rotta alla distesa

Quella gente del campo con paura;

Ma presso al fiume è guerra de altra guisa

Tra il pro’ Ranaldo e la forte Marfisa.

 

33.

Già  combattuto avian tutto quel giorno,

Né l’un, né l’altro n’ha ponto avanzato.

Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,

Che non sia rotto e in più parte fiaccato.

Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,

E sé del tutto tien vituperato,

Poi che una dama lo conduce a danza,

E più li perde assai che non avanza.

 

34.

Da l’altra parte è Marfisa turbata

Assai più de Ranaldo nella vista,

E non vorrebbe al mondo esser mai nata,

Poi che in tant’ore il baron non acquista.

Spezzato ha il scudo e la spata troncata,

Tutta ha dolente la persona e pista,

Benché le membre non abbia tagliate;

Non gettan sangue per l’arme affatate.

 

35.

Mentre che l’uno e l’altro combattia,

Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,

La dolorosa gente che fuggia,

Gionge sopra di loro in quel rivaggio.

Re Galafron, che sempre li seguia

Con animo adirato e cor malvaggio,

Fermosse riguardando il crudo fatto:

Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

 

36.

Ma non cognosce il sir de Montealbano,

Che seco combattea con arroganza;

Iudica ben che egli è un omo soprano,

Di summo ardire e di molta possanza.

Guardando iscorse il destrier Rabicano,

Che fu del suo figliolo occiso in Franza;

Feraguto lo occise con gran pena,

Come sapeti, alla selva de Ardena.

 

37.

Il vecchio patre assai si lamentava,

Come ebbe Rabicano il destrier scorto.

Per nome l’Argalia forte chiamava:

– O stella de virtute, o ziglio de orto,

Che più che la mia vita assai te amava:

è questo il traditor che ti m’ha morto?

Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,

Che ti tolse la vita a tradimento.

 

38.

Ma sia squartata e sia pasto di cane

La mia persona, e sia polver di saldo,

Se de tua morte per le terre istrane

Vantando se andarà  questo ribaldo! –

Cos’ dicendo col brando a due mane

Va furà¯oso adosso di Ranaldo,

E lo ferisce con tanta ruina,

Che sopra al collo a quel destrier l’inchina.

 

39.

Quando Marfisa vede quel vecchione

Che sua battaglia viene a disturbare,

Forte se adira, e pargli che a ragione

Se debba de tal onta vendicare;

Vanne turbata verso a Galafrone.

Or Brandimarte quivi ebbe arivare,

E con esso Antifor de Albarossia;

Nà¯un di lor la dama cognoscia.

 

40.

Stimà¢r che quella fosse un cavalliero

Del campo de Agrican, senza contesa,

E veggendo lo assalto tanto fiero,

Del vecchio re se posero in diffesa,

Ché già  l’avea battuto de il destriero

Quella superba di furore accesa;

E se sua spada se trovava ponta,

Morto era Galafrone a prima gionta.

 

41.

Morto era Galafron, come io vi naro,

Che già  fuor de lo arcione era caduto;

Ma Brandimarte vi pose riparo

Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,

Benché costasse a l’uno e a l’altro caro.

Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;

Marfisa d’un tal colpo l’ha ferito,

Che il fece andare a terra tramortito.

 

42.

Assai fu più che far con Brandimarte,

Ché non era tra lor gran differenza;

Ben meglio ha il cavallier di guerra l’arte,

Ma questa dama ha grande soa potenza.

Ranaldo alora se trava da parte,

Pensando che la eterna Providenza

Voglia che l’uno e l’altro insieme mora,

Ché son pagani e di sua legge fuora.

 

43.

E la battaglia fiera riguardava,

E chi meglio de il brando se martella;

E l’uno e l’altro prodo iudicava,

Ma più forte stimava la donzella.

Ecco Antifor de terra se levava

E saliva ben presto in su la sella,

E seco è Galafron col brando in mano:

Verso Marfisa ratti se ne vano.

 

44.

Ecco venire Oberto da il Leone

E il forte re Ballan, che alora è gionto,

E il re Adrà¯ano e il franco Chiarà¯one,

Che tutti quanti arivano ad un ponto:

Ciascadun segue lo re Galafrone.

Tre re, tre cavallier, come io vi conto,

Ne vanno adosso alla dama pregiata,

Che già  con Brandimarte era attaccata.

 

45.

Essa, come un cingial tra can mastini,

Che intorno se ragira furà¯oso,

E nel fronte superbo adriccia e crini,

E fa la schiuma al dente sanguinoso;

Sembrano un foco gli occhi piccolini,

Alcia le sete e senza alcun riposo

La fiera testa fulminando mena;

Chi più se gli avicina, ha magior pena:

 

46.

Non altramente quella dama altiera

De dritti e de riversi oltra misura

Facea battaglia s’ crudele e fiera,

Che a più de un par de lor pose paura.

Già  più de trenta sono in una schiera,

Lei contra a tutti combattendo dura;

Crescono ogniora e già  son più de cento:

Contra a questi altri va con ardimento.

 

47.

Al pro’ Ranaldo, che stava a guardare,

Par che la dama riceva gran torto,

Ed a lei disse: – Io te voglio aiutare,

Se ben dovessi teco esserne morto. –

Quando Marfisa lo sente arivare,

Ne prese alta baldanza e gran conforto,

Ed a lui disse: – Cavallier iocondo,

Poi che sei meco, più non stimo il mondo. –

 

48.

Cos’ dicendo la crudel donzella

Dà  tra coloro e tocca il franco Oberto,

E tutto l’elmo in capo li flagella;

Gionse nel scudo, e in tal modo l’ha aperto,

Che da due bande il fe’ cader di sella.

Non valse al re Ballano essere esperto:

Marfisa con la man l’elmo gli afferra,

Leval di arcione e tral contra alla terra.

 

49.

Fie’ maggior prova ancora il fio de Amone,

Ma non se ponno in tal modo contare,

Ché con lui se afrontarno altre persone,

Che Turpin non le seppe nominare.

Cinque ne fese insin sopra al gallone,

Ed a sette la testa ebbe a tagliare;

Dodeci colpi fe’ fuor di misura,

Onde ciascun di lui prese paura.

 

50.

Ma cresc’a ognora più la gente nova,

E sopra de lor duo sempre abondava,

Ché quei di drieto non sapean la prova

Qual sopra a’ primi Ranaldo mostrava.

– Voi non potreti far che indi mi mova! –

Ad alta voce Marfisa cridava

– Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,

Se me forzati a ritornare un passo. –

 

51.

Or vien distesa sopra alla riviera

Una gran gente con molta roina,

Che han la corona rotta alla bandiera,

Com’è la insegna di quella regina;

Ed era di Marfisa questa schiera,

Che vien correndo e mai non se raffina,

E voglion sua madama aver diffesa,

Temendo di trovarla o morta o presa.

 

52.

Qui cominciosse la fiera battaglia,

Né stata vi era più crudel quel giorno.

Intrò Marfisa tra questa canaglia,

E furà¯osa se voltava intorno;

Spezza la gente in ogni banda e taglia;

Né men Ranaldo, il cavalliero adorno,

Braccie con teste e gambe a terra manda;

Ciascun che ‘l vede, a Dio se racomanda.

 

53.

Iroldo con Prasildo e Fiordelisa

Stavan discosti, con quella donzella

Qual era cameriera de Marfisa,

Longe due miglie alla battaglia fella.

La cameriera alli altri tre divisa

Quanto sua dama è forte in su la sella;

E quanti cavallieri ha messo al fondo

Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

 

54.

Per questo Fiordelisa fu smarita,

Temendo che non tocca a Brandimarte

Provar la forza de Marfisa ardita.

Subitamente da gli altri se parte;

Dove è la gran battaglia se ne è gita;

Vede le schiere dissipate e sparte,

Che ver la rocca in sconfitta ne vano;

Dentro li caccia il sir de Montealbano.

 

55.

Ma lei sol Brandimarte va cercando,

Ché già  de tutti gli altri non ha cura;

E mentre che va intorno remirando,

Vedel soletto sopra alla pianura.

Tratto se era da parte alora quando

Fu cominciata la battaglia dura;

Ché a lui parria vergogna e cosa fella

Cotanta gente offender la donzella.

 

56.

Però stava da largo a riguardare,

E di vergogna avea rossa la faccia.

De’ compagni se aveva a vergognare,

Non già  di sé, che di nulla se impaccia;

Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,

Corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;

Già  molto tempo non l’avea veduta:

Credia nel tutto di averla perduta.

 

57.

Egli ha s’ grande e subita allegrezza,

Che ogni altra cosa alor dimenticava;

Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza.

Né di lor guerra più si racordava.

Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,

E mille volte la dama baciava;

Stretta l’abbraccia in su quella campagna:

De ciò la dama se lamenta e lagna.

 

58.

Molto era Fiordelisa vergognosa,

Ed esser vista in tal modo gli duole.

Impetra adunque questa grazà¯osa

Da Brandimarte, con dolce parole,

De gir con esso ad una selva ombrosa,

Dove eran l’erbe fresche e le và¯ole:

Staran con zoia insieme e con diletto,

Senza aver tema, o di guerra sospetto.

 

59.

Prese ben presto il cavallier lo invito,

E, forte caminando, fà´rno agionti

Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,

Che d’ogni lato è chiuso da duo monti,

De fior diversi pinto e colorito,

Fresco de ombre vicine e de bei fonti.

Lo ardito cavalliero e la donzella

Presto smontarno in su l’erba novella.

 

60.

E la donzella con dolce sembiante

Comincia il cavalliero a disarmare.

Lui mille volte la baciò, davante

Che se potesse un pezzo d’arme trare;

Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,

Che quella abraccia, e non puote aspettare;

Ma ancor di maglia e de le gambe armato

Con essa in braccio si colcò su il prato.

 

61.

Stavan s’ stretti quei duo amanti insieme,

Che l’aria non potrebbe tra lor gire;

E l’uno e l’altro s’ forte se preme,

Che non vi ser’a forza a dipartire.

Come ciascun sospira e ciascun geme

De alta dolcezza, non s’aprebbi io dire;

Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,

Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

 

62.

Parve nà¯ente a lor il primo gioco,

Tanto per la gran fretta era passato;

E, nel secondo assalto, intrarno al loco

Che al primo ascontro apena fu toccato.

Sospirando de amore, a poco a poco

Se fu ciascun di loro abandonato,

Con la faccia suave insieme stretta,

Tanto il fiato de l’un l’altro diletta.

 

63.

Sei volte ritornarno a quel danzare,

Prima che il lor desir ben fosse spento;

Poi cominciarno dolce ragionare

De’ loro affanni e passato tormento;

Il fresco loco gli invita a posare,

Perché in quel prato sospirava un vento,

Che sibillava tra le verde fronde

Del bel boschetto che li amanti asconde,

 

64.

E un ruscelletto di fontana viva

Mormorando passava per quel prato.

Brandimarte, che stava in quella riva,

Per molto affanno in quel giorno durato,

Nel bel pensar de amor qui se adormiva;

E Fiordelisa che gli era da lato,

Che di guardarlo uno attimo non perde,

Se dormentò con lui su l’erba verde.

 

65.

Sopra de l’un de’ monti ch’io contai

Che al verde praticello eran d’intorno,

Stava un palmier, che Dio gli doni guai!

Che dette a Brandimarte un grave scorno.

Ma questo canto è stato lungo assai,

Ed io vi contarò questo altro giorno,

Se tornati ad odir, la bella istoria:

Tutti vi guardi il re de l’alta gloria.

 

 

CANTO VENTESIMO

 

1.

Credo, segnor, che ben vi racordati

Che a l’altro canto io dissi del diletto

Ch’ebbero insieme quegli inamorati,

E come al prato, senza altro sospetto,

Presso alla fonte giacquero abracciati.

Stava a lor sopra un vecchio maledetto,

Ad una tana nel monte nascoso,

Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

 

2.

Era quel vecchio di mala semenza,

Incantatore e di malizia pieno;

Per Macometto facea penitenza,

Credendo gir con lui nel ciel sereno.

Sapea de tutte l’erbe la potenza,

Qual pietra ha più virtute e qual n’ha meno;

Per arte move un monte de legiero

E ferma un fiume quel falso palmiero.

 

3.

Standosi questo ad adorar Macone

Vide li amanti solacciar nel piano,

E prese a quel mirar tentazà¯one,

Tal che li cadde il libracciol di mano;

E seco pensa il modo e la ragione

Di tuor la dama al cavallier soprano.

Poi che fatto ha il pensier, questo infelice

Smonta la costa e porta una radice:

 

4.

Una radice de natura cruda,

Che fa l’omo per forza adormentare;

Ma conviensi toccar la carne nuda,

Quella che al sol scoperta non appare,

Chi và´l che la persona gli occhi chiuda:

Né si puote altramente adoperare,

Perché toccando il collo, o testa, o mano,

Adoprarebbe sua virtute in vano.

 

5.

Poi che fu al prato quel vecchio canuto,

E vide Brandimarte nella faccia,

Ch’era un cavallier grande e ben membruto,

Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,

E già  se pente de esser giù venuto,

Né per gran tema sa quel che si faccia;

Pur prese ardire, e vanne alla donzella,

E pianamente gli alcia la gonella.

 

6.

Né si attentava de spirare il fiato,

Perché non aggia il cavallier sentito.

Parea la dama avorio lavorato

In ogni membro, o bel marmo polito,

Quando scoperta d’intorno e da lato

Fu da quel vecchio, come aveti odito.

Lui se chinava piano a terra, e poscia

Con la radice li tocca una coscia.

 

7.

Cos’ legata al sonno per una ora

Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;

E, per non fare al suo desio dimora,

Subitamente se la prese in braccio.

Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora

Se il cavallier se leva a darli impaccio;

Con la radice non l’avea tocco esso,

Né pur li basta il cor de girli apresso.

 

8.

Ora il vecchio la dama ne portava,

Ed era entrato in un bosco maggiore.

Tanto andò, che la dama se svegliava,

E per gran novità  tremava il core.

Poi vi dirò la cosa come andava,

E come tratta fu de tanto errore,

Ch’io vo’ tornare a Brandimarte ardito,

Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

 

9.

A quel romore è il cavallier svegliato,

E pauroso se ebbe a risentire;

Come la dama non se vide a lato,

Della gran doglia credette morire.

Piglia il destriero e fu subito armato,

E verso quel romor ne prese a gire,

Ché proprio odir la voce gli assembrava

De una donzella che se lamentava.

 

10.

Come fo gionto, vide tre giganti

Che avean molti gambeli in su la strata:

Duo venian drietro, ed un giva davanti,

Menando una donzella scapigliata;

E parve a Brandimarte ne’ sembianti

Che Fiordelisa sia la sciagurata,

Che sopra a quel gambel cridava forte

Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

 

11.

Più Brandimarte sua vita non cura,

Poi che crede la dama aver perduta;

Di scoterla o morire a Macon giura,

Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.

Ciascun gigante è grande oltra misura

Ed ha la faccia orribile e barbuta;

Duo di lor se voltarno al cavalliero

Con aspra voce e con parlare altiero.

 

12.

– Dove ne vai, – dicean – dove, briccone?

Getta la spada, ché sei morto o preso. –

Nulla risponde quel franco barone,

Ma vagli adosso di furore acceso.

Un de’ giganti alciava un gran bastone,

Che era ferrato e de incredibil peso;

Mena a due mani adosso a Brandimarte,

Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l’arte.

 

13.

Da canto se gettò come uno uccello,

S’ che gionger nol puote per quel tratto;

L’altro gigante, con maggior flagello,

Crede al suo colpo de averlo disfatto.

Ma il cavallier, che tien l’occhio al pennello,

Fanne al secondo come al primo ha fatto,

Salta da questo e da quell’altro canto:

Se l’ale avesse, non farebbe tanto.

 

14.

Ma lui fer’ di spada quel gigante,

Che li avea data la prima percossa,

Che li spezzò le piastre tutte quante,

E feceli gran piaga entro una cossa.

Questo superbo avea nome Oridante,

Terribile e crudel e di gran possa;

L’altro compagno avea nome Ranchiera:

Del primo avea più forza e peggior ciera.

 

15.

Questo Ranchiera col bastone in mano

Menò un traverso a Brandimarte al basso

Con gran ruina, e gionse al campo piano,

Ché il cavallier saltò davante un passo.

Oridante il crudel non menò in vano,

Anci gionse il destriero, e con fraccasso

Dietro alla sella su le groppe il prese,

S’ che sfilato in terra lo distese.

 

16.

Subito è in piede lo ardito guerrero,

Né de esser vinto per questo se crede.

A terra morto rimase il destriero,

Lui con la spada se diffende a piede,

Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero,

Se Dio de darli aiuto non provede,

Perché i giganti l’hanno in mezo tolto:

è morto al primo colpo che egli è còlto.

 

17.

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,

Come io contai (non so se il ricordati),

Quando tornava dal bosco frondoso,

Dove Agricane e lui se eran sfidati.

Or quivi gionse quel conte animoso,

E vide e duo giganti inanimati

Intorno a Brandimarte a darli morte,

E del suo affanno gli rencrebbe forte;

 

18.

Ché incontinente l’ebbe cognosciuto

A l’arme ed alla insegna che avea indosso,

Onde destina de donarli aiuto:

Sopra a Baiardo subito fu mosso.

Ranchiera vide Orlando che è venuto,

Venneli incontra quel gigante grosso;

Con Brandimarte Oridante se aresta:

Or cresce la battaglia, e più tempesta.

 

19.

La battaglia comincia più orgogliosa

Che non fu prima, e de un’altra maniera.

Oridante ha la coscia sanguinosa,

E di far la vendetta al tutto spera;

Orlando de altra parte non se posa,

Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;

Par che l’aria se accende e il celo introna,

De s’ gran colpi quel bosco risuona.

 

20.

L’altro gigante se fermò da parte,

Ed alla dama attende ed al tesoro,

Che tolto avean per forza e con grand’arte

De le Isole Lontane a un barbasoro.

Ora ascoltati come Brandimarte

Con Oridante fa crudel lavoro:

Più non li appreza un dinarel minuto,

Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

 

21.

Menò un gran colpo quel cavallier franco

E gionse ad Oridante in su il gallone,

E tagliò tutto il sbergo al lato manco

E le piastre de acciaro e il pancirone,

E gran ferita gli fece nel fianco.

Il gigante gridando alciò il bastone,

E mena ad ambe mani a Brandimarte;

Ma lui di salto se gettò da parte.

 

22.

Cos’ li va de intorno tutta via,

E sempre la battaglia prolungava;

Ad Oridante, che il sangue perdia,

A poco a poco la lena mancava.

Lui furà¯oso non se ne avedia,

E sempre maggior colpi radoppiava;

Il cavallier, di lui molto più esperto,

Li andava intorno e ten’a l’occhio aperto.

 

23.

Da l’altra parte è la pugna maggiore

Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.

Quel mena del bastone a gran furore,

E questo li risponde ben col brando.

Già  combattuto avean più de quattro ore,

L’un sempre e l’altro gran colpi menando,

Quando Ranchera gettò il scudo in terra

E ad ambe mano il gran bastone afferra.

 

24.

E menò un colpo s’ dismisurato

Che, se dritto giongeva quel gigante,

Non si ser’a giamai raffigurato

Per omo vivo quel segnor de Anglante;

Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,

E tutto lo spezzò sino alle piante,

Le rame e il tronco, dalla cima al basso;

Odito non fu mai tanto fraccasso.

 

25.

Vide la forza quel conte gagliardo

Che avea il gigante fuor d’ogni misura;

Subitamente smontò di Baiardo,

Ché sol di quel destriero avea paura.

Quando Ranchera li fece riguardo,

Veggendolo pedone alla verdura:

– Ben aggia Trivigante! – prese a dire

– Ché oramai questo non puotrà  fuggire.

 

26.

Prima che rimontar possi in arcione,

Te augurerai sei leghe esser lontano.

Or chi t’ha consigliato, vil stirpone,

Smontar a piede e combatter al piano?

E non mi giongi col capo al gallone,

Stroppiato bozzarello e tristo nano!

Che se io te giongo un calcio ne la faccia,

De là  del mondo andrai ducento braccia. –

 

27.

Cos’ parlava quel superbo al conte:

Lui non rispose a quella bestia vana;

Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,

Mandò tagliate in su la terra piana.

Or se strengono insieme a fronte a fronte:

Questo mena il baston, quel Durindana;

Sta l’uno e l’altro insieme tanto stretto,

Che colpir non se puon più con effetto.

 

28.

Tanto è il gigante de Orlando maggiore,

Che non li gionge al petto con la faccia;

Ma il conte avea più ardire e più gran core,

Ché gagliardezza non se vende a braccia.

Piglià¢rsi insieme con molto furore,

Ciascun de atterrar l’altro se procaccia;

Stretto ne l’anche Orlando l’ebbe preso,

Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

 

29.

Sopra del petto il tien sempre levato,

E s’ forte il stringea dove lo prese,

Che il sbergo in molte parte fu crepato.

Sembravan gli occhi al conte bragie accese;

E poi che intorno assai fu regirato,

Quel gran gigante alla terra distese,

Con più ruina assai ch’io non descrivo;

Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.

 

30.

Avea il gigante in capo un gran capello,

Ma nol diffese dal colpir del conte,

Che col pomo del brando a gran flagello

Roppe il capello e l’osso de la fronte;

Per naso e bocca uscir fece il cervello.

Due anime a l’inferno andà¢r congionte,

Perché Oridante allor, né più né meno,

Pel sangue perso cadde nel terreno.

 

31.

E Brandimarte li tagliò la testa,

Lasciando in terra il smisurato busto;

Poi corse al conte e fecegli gran festa

E grande onor, come è dovuto e iusto.

L’altro gigante è mosso con tempesta,

Più fier de’ primi, ed ha nome Marfusto:

Brandimarte dal conte ottenne graccia

Far con costui battaglia a faccia a faccia.

 

32.

Crida Marfusto: – Se proprio Macone

Te con quello altro volesse campare,

Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;

Quel de mia mano voglio scorticare,

E te squartarò a guisa de castrone.

Rendi la spada senza dimorare,

Perché se te diffendi, io te avrò preso,

E vivo arrostirotti al foco acceso. –

 

33.

Brandimarte non fece altra risposta

Alle parole del gigante arguto,

Ma con molto ardimento a lui se accosta

Col brando in mano, e coperto del scuto.

Marfusto un colpo solamente aposta,

E gionsel proprio dove avria voluto;

Col bastone a due man il colse in testa,

E spezzò il scudo e l’elmo con tempesta.

 

34.

Esso tremando alla terra cascava,

Usciva il sangue fuor de l’elmo aperto.

Piangeva il conte forte, ché pensava

Che Brandimarte sia morto di certo.

A quel gigante crudo minacciava:

– Ladron, – diceva – io ti darò, per merto

De l’onta che m’hai fatto in questo loco,

Morte nel mondo e nello inferno il foco. –

 

35.

Cos’ cridando salta alla pianura,

Tra’ Durindana e il forte scudo imbraccia.

Quando il gigante vide sua figura,

Che parea vampa viva ne la faccia,

Prese a mirarlo con tanta paura,

Che le spalle voltò fuggendo in caccia;

Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:

Ambe le coscie li tagliò col brando.

 

36.

Poi morite il gigante in poco d’ora,

Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato.

Lasciamo lui, che in sul prato adolora:

Diciam del conte, che avia ritrovato

Che il franco Brandimarte è vivo ancora.

Molto fu lieto ed ebbel rilevato;

Dando acqua fresca al viso sbigotito,

Torna il colore e il spirto che è fuggito.

 

37.

Poi vi dirò come quella donzella

Medicò Brandimarte, e con qual guisa;

Come lui di dolor la morte appella,

Credendo aver perduta Fiordelisa:

Ma nel presente io torno alla novella

Che davanti lasciai, quando Marfisa

Col pro’ Ranaldo insieme e con sua schiera

Mena fraccasso per quella rivera.

 

38.

Correva grossa e tutta sanguinosa

La rivera de Drada per quel giorno,

E piena è della gente dolorosa,

Cavalli e cavallier, con tanto scorno,

Che fuggian da Marfisa furà¯osa.

Lei con la spada fulminava intorno;

Come il foco la stoppia secca spazza,

Cos’ col brando se fa far lei piazza.

 

39.

Da l’altra parte il franco fio de Amone

Avea smariti s’ quei sciagurati,

Che, come storni a vista de falcone,

Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.

Davanti a tutti fuggia Galafrone

E il re Adrà¯ano; e tra li spaventati

Antifor ed Oberto se ne vano;

A spron battuti fugge il re Ballano.

 

40.

Io non vi sapria dir per qual sciagura

Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;

Ché Astolfo, che non suole aver paura,

Fu a questo tratto de’ primi a fuggire.

Chiarà¯on scapinava oltra misura,

E molti altri baron che non so dire;

Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,

Sin che son gionti al ponte della rocca.

 

41.

Intrò ciascun barone e gran signore,

Levando il ponte con molto sconforto;

Ma chi non ebbe destrier corridore,

Fu sopra al fosso da Marfisa morto;

La quale era montata in gran furore,

Perché essa aveva chiaramente scorto

Che il falso Galafrone era campato

Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

 

42.

Onde essa andava intorno, minacciando

Con calci quella rocca dissipare,

Ché avea vergogna di adoprarvi il brando.

L’altro bravare io non puotria contare,

Che eran assai maggior di questo; e quando

Più gente viva intorno non appare,

Ché ogni om per tema fugge dalle mura,

Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

 

43.

E giù tornando, a Ranaldo parlava

Dicendo: – Cavalliero, in quel girone

Stavvi una meretrice iniqua e prava,

Piena di frode e de incantazà¯one;

Ma quel che è peggio ed ancor più m’agrava,

Un re vi sta, che non ha paragone

De tradimenti, inganni e di mal fele:

Trufaldino è nomato quel crudele.

 

44.

E quella dama Angelica se appella,

Che ha ben contrario il nome a sua natura,

Perché è di fede e di pietà  ribella.

Onde io destino mettere ogni cura

Che non campi né ‘l re né la donzella,

Che pur son chiusi dentro a quelle mura;

Poi che disfatto avrò la rocca a tondo,

Vo’ pigliar guerra contra a tutto il mondo.

 

45.

Primo Gradasso voglio disertare,

Che è re del gran paese Siricano;

Poi Agricane vado a ritrovare,

Che tutta Tartaria porta per mano.

Sin in Ponente mi conviene andare,

E disfarò la Franza e Carlo Mano;

Nanti a quel tempo levarmi di dosso

Maglia né usbergo né piastra non posso.

 

46.

Ché fatto ho sacramento a Trivigante

Non dispogliarme mai di questo arnese

Insin che le provincie tutte quante,

E castelle e citade non ho prese;

S’ che, barone, tuoteme davante,

O prometti esser meco a queste offese,

Ché chiaramente e palese te dico:

Chi non è meco, quello è mio nemico. –

 

47.

Per tal parole intese il fio de Amone

Che Angelica è la dentro e Trufaldino;

E in vero al mondo non ha due persone

Ché più presto volesse a suo dom’no.

Al re ben portava odio per ragione,

Alla dama non già , per Dio divino!

Perché essa amava lui più che ‘l suo core;

Ma incanto era cagion di tanto errore.

 

48.

Voi la maniera sapeti e la guisa,

Però qua non la voglio replicare.

Ora rispose il principe a Marfisa:

– Con teco son contento dimorare

E star sotto tua insegna e tua divisa,

Sin che abbi Trufaldino a conquistare;

Ma già  più oltra il partito non piglio,

Ché il loco e il tempo mi darà  consiglio. –

 

49.

Cos’ acordati, se accamparno intorno

L’alta Marfisa e tutta la sua gente.

Senza far guerra via passò quel giorno,

Ma come a l’altro uscitte il sol lucente,

Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,

Chiamando Trufaldino il fraudolente;

Crida nel suono, e con molto rumore

Renegato lo appella e traditore.

 

50.

Quando il malvaggio da la rocca intese

Che giù nel campo a battaglia è appellato,

De l’alte mura subito discese

Pallido in viso e tutto tramutato,

Chiamando e’ cavallieri in sue diffese,

Racordando a ciascun quel che ha giurato,

Di combatter per lui sino alla morte,

Alor che prima intrarno a quelle porte.

 

51.

Angelica la dama in questo istante

Era in consiglio col re Galafrone,

Tratando di trar fuora Sacripante

E Torindo il gran Turco di pregione;

Fur le ragione audite tutte quante,

E ciascun disse la sua opinà¯one;

De trarli di pregione a tutti piace,

Purché al re Trufaldin faccian la pace.

 

52.

E cos’ fu concluso e statuito:

La dama fu mezana al praticare.

Sacripante de amore era ferito,

Quel che piace ad Angelica và´l fare.

Ma il re Torindo non volse il partito,

Pur parve a tutti di lasciarlo andare,

Con questo: che egli uscisse fuor del muro,

Perché ciascun là  dentro sia securo;

 

53.

E che tra lor non nasca più rumore,

E solo a quei di for guerra si faccia.

Usc’ Torindo adunque a gran furore,

Ed aspramente a Trufaldin minaccia,

Chiamandolo per nome traditore.

Presto del poggio scender se procaccia;

Ed a Macon giura, mordendo il dito,

Che punirà  colui che l’ha tradito.

 

54.

Venne nel campo, e disse la cagione

Che l’avea fatto de là  su partire;

E giura a Trivigante ed a Macone

Che ne farebbe Angelica pentire;

Perché a sua posta fu messo in pregione,

Ed era stato al rischio de morire;

Ora tal guidardon glie n’avia reso,

Che ten’a il traditor là  sù diffeso.

 

55.

Queste parole a Marfisa dicia,

Perché al suo pavaglion fu apresentato.

Ranaldo suona il corno tuttavia,

Chiamando Trufaldin can renegato.

Or se apresenta la battaglia ria,

Tal che Ranaldo, il sire aprezà¯ato,

Non ebbe in altra mai più affanno tanto;

Ma questo narrarò ne l’altro canto.