ORLANDO INNAMORATO

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MATTEO MARIA BOIARDO

LIBRO SECONDO CANTI 1-10

LIBRO SECONDO

 

LIBRO SECONDO DE ORLANDO INAMORATO, NEL QUAL SEGUENDO LA COMENCIATA ISTORIA, SE TRATA DE LA IMPRESA AFRICANA CONTRO CARLO MANO E LA INVENZIONE DE RUGIERO, TERZO PALADINO PRIMOGENITO DE LA INCLITA CASA DA ESTE.

 

 

CANTO PRIMO

 

1.

Nel grazïoso tempo onde natura

Fa più lucente la stella d’amore,

Quando la terra copre di verdura,

E li arboscelli adorna di bel fiore,

Giovani e dame ed ogni creatura

Fanno allegrezza con zoioso core;

Ma poi che ‘l verno viene e il tempo passa,

Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

 

2.

Così nel tempo che virtù fioria

Ne li antiqui segnori e cavallieri,

Con noi stava allegrezza e cortesia,

E poi fuggirno per strani sentieri,

Sì che un gran tempo smarirno la via,

Né del più ritornar ferno pensieri;

Ora è il mal vento e quel verno compito,

E torna il mondo di virtù fiorito.

 

3.

Ed io cantando torno alla memoria

Delle prodezze de’ tempi passati,

E contarovi la più bella istoria

(Se con quïete attenti me ascoltati)

Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,

Dove odireti e degni atti e pregiati

De’ cavallier antiqui, e le contese

Che fece Orlando alor che amore il prese.

 

4.

Voi odireti la inclita prodezza

E le virtuti de un cor pellegrino,

L’infinita possanza e la bellezza

Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;

E benché la sua fama e grande altezza

Fu divulgata per ogni confino,

Pur gli fece fortuna estremo torto,

Ché fu ad inganno il giovanetto morto.

 

5.

Nel libro de Turpino io trovo scritto

Come Alessandro, il re di gran possanza,

Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto

E visto il mare e il cel per sua arroganza,

Fu d’amor preso nel regno de Egitto

De una donzella, ed ebbela per manza;

E per amor che egli ebbe a sua beltade,

Sopra il mar fece una ricca citade.

 

6.

E dal suo nome la fece chiamare,

Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;

Dapoi lui volse in Babilonia andare,

Dove fu fatta la dolente prova,

Che un suo fidato l’ebbe a velenare,

Onde convien che ‘l mondo si commova,

E questo un pezzo e quello un altro piglia;

Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

 

7.

Stava in Egitto alora la fantina,

Che fu nomata Elidonia la bella,

Gravida de sei mesi la meschina.

Quando sentitte la trista novella,

Veggendo il mondo che è tutto in ruina,

Intrò soletta in una navicella,

Che non avea governo di persona,

Ed a fortuna le vele abandona.

 

8.

Lo vento in poppa via per mar la caccia,

In Africa quel vento la portava.

Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia,

La barca a poco a poco in terra andava.

Quella donzella, levando la faccia,

Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:

A questo aiuto piangendo dimanda,

E per mercede se gli racomanda.

 

9.

Quel la ricolse con umanitate,

E poi che ‘l terzo mese fu compito,

Ne la capanna di sua povertate

La dama tre figlioli ha parturito.

Quivi fu fatta poi quella citate

Che Tripoli è nomata, in su quel lito,

Per gli tre figli che ebbe quella dama;

Tripoli ancora la cità se chiama.

 

10.

E come il cel dispone gioso in terra,

Fôrno quei figli di tanto valore,

Che il re Gorgone vinsero per guerra,

Qual de l’Africa prima era segnore.

L’un d’essi fu nomato Sonniberra,

Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;

Il secondo Attamandro, e il terzo figlio

Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

 

11.

E tre germani preser segnoria

De Africa tutta, come io ho contato,

E la rivera della Barberia

E la terra de’ Negri in ogni lato.

Non per prodezza né per vigoria,

Non per gran senno acquistâr tutto il stato,

Ma la natura sua, ch’è tanto bona,

Tirava ad obedirli ogni persona.

 

12.

Perché l’un più che l’altro fu cortese,

E sempre l’acquistato hanno a donare;

Onde ogni terra e ciascadun paese

Di grazia gli veniva a dimandare.

E così subiugâr senza contese

Dallo Egitto al Morocco tutto il mare,

Ed infra terra quanto andar si puote

Verso il deserto, alle gente remote.

 

13.

Morirno senza eredi e duo maggiori,

E solo Argante il regno tutto prese,

Che ebbe nel mondo trïonfali onori;

E di lui l’alta gesta poi discese,

Della casa Africana e gran segnori,

Che ferno a’ Cristïan cotante offese,

E preser Spagna con grande arroganza,

Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

 

14.

Nacque di questo il possente Barbante,

Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;

E fu di questa gente re Agolante,

Di cui nacque il feroce re Troiano,

Qual in Bergogna col conte d’Anglante

Combattè e con duo altri sopra il piano,

Ciò fu don Chiaro e ‘l bon Rugier vassallo:

Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

 

15.

Del re Troiano rimase un citello,

Sette anni avea quando fu il patre occiso:

Di persona fu grande e molto bello,

Ma di terribil guardo e crudel viso.

Costui fu de’ Cristian proprio un flagello,

Sì come in questo libro io ve diviso.

State, segnori, ad ascoltarme un poco,

E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

 

16.

Vinti duo anni il giovanetto altiero

Ha già passati, ed ha nome Agramante,

Né in Africa si trova cavalliero

Che ardisca di guardarlo nel sembiante,

Fuor che un altro garzone, ancor più fiero,

Che vinti piedi è dal capo alle piante,

Di summo ardire e di possanza pieno;

Questo fu figlio del forte Ulïeno.

 

17.

Ulïeno di Sarza, il fier gigante,

Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,

Qual fu tanto feroce ed arrogante,

Che pose tutta Francia in abandono;

E dove il sol si pone e da levante

De l’alto suo valor odise il suono.

Or vo’ contarvi, gente pellegrine,

Tutta la cosa dal principio al fine.

 

18.

Fece Agramante a consiglio chiamare

Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia;

In quattro mesi gli fie’ radunare,

E fuor tutti davanti a sua presenzia.

Chi vi gionse per terra e chi per mare.

Non fu veduta mai tanta potenzia;

Trentadue teste, tutte coronate,

Biserta entrarno, in quella gran citate.

 

19.

Era in quel tempo gran terra Biserta,

Che oggi è disfatta al litto alla marina,

Però che in questa guerra fu deserta:

Orlando la spianò con gran roina.

Or, come io dissi, alla campagna aperta

Fuor se accampò la gente saracina;

Dentro a la terra entrarno con gran festa

Trentaduo re con le corone in testa.

 

20.

Eravi un gran castello imperïale,

Dove Agramante avea sua residenzia:

Il sol mai non ne vide uno altro tale,

Di più ricchezza e più magnificenzia.

A duo a duo montarno i re le scale,

Coperti a drappi d’ôr per eccellenzia;

Intrarno in sala, e ben fu loro aviso

Veder il celo aperto e il paradiso.

 

21.

Lunga è la sala cinquecento passi,

E larga cento aponto per misura:

Il cel tutto avea d’oro a gran compassi,

Con smalti rossi e bianchi e di verdura.

Giù per le sponde zaffiri e ballassi

Adornavan nel muro ogni figura,

Però che ivi intagliata, con gran gloria,

Del re Alessandro vi è tutta la istoria.

 

22.

Lì si vedea lo astrologo prudente,

Qual del suo regno se ne era fuggito,

Che una regina in forma de serpente

Avea gabbata, e preso il suo appetito.

Poi se vedeva apresso incontinente

Nato Alessandro, quel fanciullo ardito,

E come dentro ad una gran foresta

Prese un destrier che avea le corna in testa.

 

23.

Buzifal avea nome quel ronzone:

Così scritto era in quella depintura;

Sopra vi era Alessandro in su l’arcione,

E già passato ha il mar senza paura.

Qui son battaglie e gran destruzïone:

Quel re di tutto il mondo non ha cura;

Dario gli venne incontra in quella guerra,

Con tanta gente che coprì ogni terra.

 

24.

Alessandro il superbo l’asta abassa,

Pone a sconfitta tutta quella gente,

E più Dario non stima ed oltra passa;

Ma quel ritorna ancora più possente,

E di novo Alessandro lo fraccassa.

Poi se vedeva Basso il fraudolente,

Che a tradimento occide il suo segnore,

Ma ben lo paga il re di tanto errore.

 

25.

E poi si vede in India travargato,

Natando il Gange, che è sì gran fiumana;

Dentro a una terra soletto è serrato,

Ed ha d’intorno la gente villana.

Ma lui ruina il muro in ogni lato

Sopra a’ nemici e quella terra spiana;

Passa più oltra e qui non se ritiene;

Ecco il re d’India, che adosso gli viene.

 

26.

Porone ha nome, ed è sì gran gigante:

Non ritrova nel mondo alcun destriero,

Ma sempre lui cavalca uno elefante.

Or sua prodezza non gli fa mestiero,

Né le sue gente, che n’avea cotante,

Perché Alessandro, quel segnore altiero,

Vivo lo prende; e, com’om di valore,

Poi che l’ha preso, il lascia a grande onore.

 

27.

Eravi ancora come il basilisco

Stava nel passo sopra una montagna,

E spaventa ciascun sol col suo fisco,

E con la vista la gente magagna;

Come Alessandro lui se pose a risco

Per quella gente ch’era alla campagna,

E, per consiglio di quel sapïente,

Col specchio al scudo occise quel serpente.

 

28.

In somma ogni sua guerra ivi è depinta

Con gran ricchezza e bella a riguardare.

Possa che fu la terra da lui vinta,

A duo grifon nel cel si fa portare

Col scudo in braccio e con la spada cinta;

Poi dentro a un vetro se calla nel mare,

E vede le balene e ogni gran pesce,

E campa, e ancor quivi di fuora n’esce.

 

29.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,

Vedesi lui che è vinto da l’amore;

Perché Elidonia, quella grazïosa,

Con soi begli occhi gli ha passato il core.

Evi da poi sua morte dolorosa,

Come Antipatro, il falso traditore,

L’ha avelenato con la coppa d’oro;

Poi tutto ‘l mondo è in guerra e gran martoro.

 

30.

Fugge la dama misera tapina,

Ed è ricolta dal vecchio cortese,

E parturisce in ripa alla marina

Tre fanciulletti alle rete distese;

Ed evi ancor la guerra e la roina

Che fanno e tre germani in quel paese,

Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:

L’opre di lor sono ivi tutte quante.

 

31.

Intrarno e re la gran sala mirando,

Ciascun per meraviglia venìa meno;

Genti legiadre e donzelle danzando

Aveano il catafalco tutto pieno.

Trombe, tamburi e piffari sonando,

Di romor dolce empian l’aer sereno.

Sopra costoro ad alto tribunale

Stava Agramante in abito reale.

 

32.

Ad esso fier’ quei re gran riverenzia,

Tutti chinando alla terra la faccia;

Lui gli racolse con lieta presenzia,

E ciascadun di lor baciando abraccia.

Poi fece a l’altra gente dar licenzia.

Incontinente la sala se spaccia:

Restarno i re con tutti e consiglieri,

Duci e marchesi e conti e cavallieri.

 

33.

Di qua di là da l’alto tribunale

Trentadue sedie d’ôr sono ordinate;

Poi l’altre son più basse e diseguale,

Pur vi sta gente di gran dignitate.

Là più si parla, chi bene e chi male,

Secondo che ciascuno ha qualitate;

Ma, come odirno il suo segnor audace,

Subitamente per tutto si tace.

 

34.

Lui cominciò: – Segnor, che ivi adunati

Seti venuti al mio comandamento,

Quanto cognosco più che voi me amati,

Come io comprendo per esperimento,

Più debbo amarvi ed avervi onorati;

E certamente tutto il mio talento

è sempre mai d’amarvi, e il mio disio

Che ‘l vostro onor se esalti insieme e il mio.

 

35.

Ma non già per cacciare, o stare a danza,

Né per festeggiar dame nei giardini,

Starà nel mondo nostra nominanza,

Ma cognosciuta fia da tamburini.

Dopo la morte sol fama ne avanza,

E veramente son color tapini

Che d’agrandirla sempre non han cura,

Perché sua vita poco tempo dura.

 

36.

Né vi crediate che Alessandro il grande,

Qual fu principio della nostra gesta,

Per far conviti de ottime vivande

Vincesse il mondo, né per stare in festa.

Ora per tutto il suo nome si spande,

E la sua istoria, che è qui manifesta,

Mostra che al guadagnar d’onor si suda,

E sol s’acquista con la spada nuda.

 

37.

Onde io vi prego, gente di valore,

Se di voi stessi aveti rimembranza,

E se cura vi tien del vostro onore,

S’io debbo aver di voi giamai speranza,

Se amati ponto me, vostro segnore,

Meco vi piaccia di passare in Franza,

E far la guerra contra al re Carlone

Per agrandir la legge di Macone. –

 

38.

Più oltra non parlava il re nïente,

E la risposta tacito attendia.

Fu diverso parlar giù tra la gente,

Secondo che ‘l parer ciascuno avia.

Tenuto era fra tutti il più prudente

Branzardo, quel vecchion, re di Bugia,

E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,

Levasi al parlamento e più non tarda.

 

39.

– Magnanimo segnor, – disse il vecchione,

– Tutte le cose de che se ha scïenzia,

O ver che son provate per ragione,

O per esempio, o per esperïenzia;

E così, rispondendo al tuo sermone,

Dapoi ch’io debbo dir la mia sentenzia,

Dirò che contra del re Carlo Mano

Il tuo passaggio fia dannoso e vano.

 

40.

Ed evi a questo ragion manifesta.

Carlo potente al suo regno si serra,

Ed ha la gente antiqua di sua gesta,

Che sempre sono usati insieme a guerra;

Né, quando la battaglia è in più tempesta,

Lasciaria l’un compagno l’altro in terra;

Ma a te bisogna far tua gente nova,

Qual con l’usata perderà la prova.

 

41.

Esempio ben di questo ci può dare

Il re Alessandro, tuo predecessore,

Che con gente canuta passò il mare,

Ma insieme usata con tanto valore.

Dario di Persia il venne a ritrovare,

E messe molta gente a gran romore:

Perché l’un l’altro non recognoscia,

Morta e sconfitta fu quella zinia.

 

42.

La esperïenzia voria volentieri

Poterla dimostrare in altra gente

Che nella nostra, perché Caroggieri,

Qual del bisavol tuo fu discendente,

Passò in Italia con molti guerreri.

Tutti fôr morti con pena dolente:

Fu morto Almonte e Agolante il soprano,

E dopo tutti il tuo patre Troiano.

 

43.

Sì che lascia per Dio! la mala impresa,

E frena l’ardir tuo con tempo e spaccio.

Dolce segnor, s’io te faccio contesa,

Sicuramente più de gli altri il faccio,

E d’ogni danno tuo troppo mi pesa,

Ché piccoletto t’ho portato in braccio;

E tanto più me stringe il tuo periglio,

Ch’io te ho come segnore e come figlio. –

 

44.

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,

Poi nel suo loco ritorna a sedere.

In piedi un altro vecchio fu levato,

Ch’è ‘l re d’Algoco, ed ha molto sapere:

Nostro paese avea tutto cercato,

Però che fu mandato a provedere

Dal re Agolante ogni nostro confino,

Ed è costui nomato il re Sobrino.

 

45.

– Segnor, – disse costui – la barba bianca,

Qual porto al viso, dà forse credenza

Che per vecchiezza l’animo mi manca;

Ma per Macon ti giuro e sua potenza,

Che, a bench’io senta la persona stanca,

De l’animo non sento differenza

Da quel ch’egli era nel tempo primiero,

Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

 

46.

Sì che non creder che per codardia

Il tuo passaggio voglio sconfortare,

Né per la tema della vita mia,

Che in ogni modo poco può durare.

Benché di piccol tempo e breve sia,

Spender la voglio sì come ti pare;

Ma, come quel che son tuo servo antico,

Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

 

47.

Sol per duo modi in Franza pôi passare:

Quei lochi ho tutti quanti già cercati.

L’uno è verso Acquamorta il dritto mare:

Partito serìa quel da disperati,

Ché, come in terra vogli dismontare,

Staranno al litto e Cristïani armati,

Tutti ordinati nel suo guarnimento:

Dece di lor varran de’ nostri cento.

 

48.

Par l’altro modo più convenïente,

Passando giù nel stretto al Zibeltaro:

Marsilio re di Spagna, il tuo parente,

Avrà questa tua impresa molto a caro,

E teco ne verrà con la sua gente,

Né avrà Cristianitate alcun riparo.

Così se dice, ma il mio core estima

Che più serà che fare al fin, che prima.

 

49.

Nella Guascogna scenderemo al piano,

E quella gente poneremo al basso;

Ma qui ritrovaremo a Montealbano

Ranaldo il crudo, che diffende il passo.

Dio guardi ciascadun dalla sua mano!

Non si può contrastare a quel fraccasso;

Poi che l’avrai sconfitto e discacciato,

Ancor te assalirà da un altro lato.

 

50.

Carlo verrà con tutta la sua corte:

Non è nel mondo gente più soprana.

Né stimar che sian dentro da le porte,

Ma sotto alle bandiere, in terra piana.

Verrà quel maladetto che è sì forte,

Che ha il bel corno d’Almonte e Durindana:

Non è riparo alcuno a sua battaglia,

Ché ciò che trova, con la spada taglia.

 

51.

Cognosco Gano e cognosco il Danese,

Che fu pagano, e par proprio un gigante,

Re Salamone e Oliviero il marchese,

Ad uno ad un lor gente tutte quante.

Nui se trovamo seco alle contese,

Quando passò tuo avo, il re Agolante;

Io gli ho provati: possote acertare

Che ‘l bon partito è de lasciargli stare. –

 

52.

Parlò in tal forma quel vecchio canuto,

Quale io ve ho racontata, più né meno.

Il re de Sarza fu un giovane arguto:

Questo era il figlio del forte Ulïeno,

Maggiore assai del patre e più membruto.

Nullo altro fu d’ardir più colmo e pieno,

Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,

Che disprezava il mondo tutto quanto.

 

53.

Levossi in piede e disse: – In ciascun loco

Ove fiamma s’accende, un tempo dura

Piccola prima, e poi si fa gran foco;

Ma come viene al fin, sempre se oscura,

Mancando del suo lume a poco a poco.

E così fa l’umana creatura,

Che, poi che ha di sua età passato il verde,

La vista, il senno e l’animo si perde.

 

54.

Questo ben chiar si vede nel presente

Per questi duo che adesso hanno parlato,

Perché ciascun di lor già for prudente,

Ora è di senno tutto abandonato,

Tanto che niega al nostro re potente

Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato;

Così dà sempre ogni capo canuto

Più volentier consiglio che lo aiuto.

 

55.

Non vi domanda consiglio il segnore,

Se ben la sua proposta aveti intesa,

Ma per sua riverenza e vostro onore

Seco il passaggio alla reale impresa.

Qual’unque il niega, al tutto è traditore,

Sì che ciascun da me faccia diffesa,

Qual contradice al mandato reale,

Ch’io lo disfido a guerra capitale. –

 

56.

Così parlava il giovanetto acerbo,

Che è re di Sarza, come io vi contai.

Rodamonte si chiama quel superbo,

Più fier garzon di lui non fu giamai;

Persona ha de gigante e forte nerbo:

Di sue prodezze ancor diremo assai.

Or guarda intorno con la vista scura,

Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

 

57.

Era in consiglio il re di Garamanta,

Quale era sacerdote de Apollino,

Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,

Incantatore, astrologo e indovino.

Nella sua terra mai non nacque pianta,

Però ben vede il celo a ogni confino:

Aperto è il suo paese a gran pianura;

Lui numera le stelle e il cel misura.

 

58.

Non fu smarito il barbuto vecchione,

A benché Rodamonte ancor minaccia,

Ma disse: – Bei segnor, questo garzone

Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.

Pur che esso non ascolti il mio sermone,

Il mal che mi può far, tutto mi faccia;

Ascoltati de Dio voi le parole,

Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.

 

59.

Gente devota, odeti ed ascoltati

Ciò che vi dice il dio grande Apollino:

Tutti color che in Francia fian portati,

Dopo la pena del lungo camino

Morti seranno e per pezzi tagliati,

Non ne camparà grande o picciolino:

E Rodamonte con sua gran possanza

Diverrà pasto de’ corbi de Franza. –

 

60.

Poi che ebbe detto, se pose a sedere

Quel re, che ha molta tela al capo involta.

Ridendo Rodamonte a più potere

La profezia di quel vecchione ascolta.

Ma quando quieto lo vide e tacere,

Con parlare alto e con voce disciolta

– Mentre che siam qua, – disse – io son contento

Che quivi profetezi a tuo talento;

 

61.

Ma quando tutti avrem passato il mare,

E Franza struggeremo a ferro e a foco,

Non me venistù intorno a indovinare,

Perch’io serò il profeta di quel loco.

Male a quest’altri pôi ben minacciare,

A me non già, che ti credo assai poco,

Perché scemo cervello e molto vino

Parlar te fa da parte de Apollino. –

 

62.

Alla risposta di quello arrogante

Riseno molti e odirla volentieri.

Giovani assai della gente africante

A quell’impresa avean gli animi fieri;

Ma e vecchi, che passâr con Agolante

E che provarno e nostri cavallieri,

Mostravan che questo era per ragione

De Africa tutta la destruzïone.

 

63.

Grande era giù tra quelli il ragionare,

Ma il re Agramante, stendendo la mano,

Pose silenzio a questo contrastare;

Poi con parlar non basso e non altano

Disse: – Segnor, io pur voglio passare

In ogni modo contra a Carlo Mano,

E voglio che ciascun debbia venire,

Ch’io soglio comandar, non obedire.

 

64.

Né vi crediate, poi che la corona

Serà di Carlo rotta e dissipata,

Aver riposo sotto a mia persona.

Vinta che sia la gente battizata,

Adosso a li altri il mio cor se abandona,

Fin che la terra ho tutta subiugata;

Poi che battuta avrò tutta la terra,

Ancor nel paradiso io vo’ far guerra. –

 

65.

Or chi vedesse Rodamonte il grande

Levarsi allegro con la faccia balda,

– Segnor, – dicendo – il tuo nome si spande

In ogni loco dove il giorno scalda;

Ed io te giuro per tutte le bande

Tenir con teco la mia mente salda;

In celo e ne l’inferno il re Agramante

Seguirò sempre, o passarogli avante. –

 

66.

Questo affirmava il re di Tremisona,

Sempre seguirlo per monte e per piano:

Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.

Questo affirmava il forte re de Orano,

Che pur quello anno avea preso corona;

E ‘l re de Arzila, levando la mano,

Promette a Macometto e giura forte

Seguire il suo segnor sino alla morte.

 

67.

Che bisogna più dir? ché ciascun giura:

Beato chi mostrar si può più fiero!

Non vi si vede faccia di paura,

Ciascun minaccia con sembiante altiero.

Benché a quei vecchi par la cosa dura,

Pur ciascadun promette di legiero;

Ma il re di Garamanta, quel vecchione,

Comincia un’altra volta il suo sermone

 

68.

– Segnor, – dicendo – io voglio anch’io morire

Poi che al tutto è disfatta nostra gente;

Teco in Europa ne voglio venire.

Saturno, che è segnor dello ascendente,

Ad ogni modo ci farà perire;

Sia quel che vôle, io non ne do nïente,

Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone,

Che campar non puotria lunga stagione.

 

69.

Ma ben ti prego per lo Dio divino,

Che al manco in questo me vogli ascoltare.

Ciò te dico da parte de Apollino,

Da poi che hai destinato di passare.

Nel regno tuo dimora un paladino,

Che di prodezza in terra non ha pare;

Come ho veduto per astrologia,

Il megliore omo è lui che al mondo sia.

 

70.

Or te dice Apollino, alto segnore,

Che se con teco avrai questo barone,

In Francia acquistarai pregio ed onore,

E cacciarai più volte il re Carlone.

Se vuoi sapere il nome e il gran valore

Del cavalliero e la sua nazïone,

Sua matre del tuo patre fu sorella,

E fu nomata la Galacïella.

 

71.

Questo barone è tuo fratel cugino,

Che ben provisto t’ha Macon soprano

De far che quel guerrier sia saracino,

Ché, quando fusse stato cristïano,

La nostra gente per ogni confino

Tutta a fraccasso avria mandato al piano.

Il patre di costui fu il bon Rugiero,

Fiore e corona de ogni cavalliero.

 

72.

E la sua matre misera, dolente,

Da poi che fu tradito quel segnore,

E la città de Rissa in foco ardente

Fu ruïnata con molto furore,

Tornò la tapinella a nostra gente,

E parturì duo figli a gran dolore;

E l’un fu questo di cui t’ho parlato:

Rugier, sì come il patre, è nominato.

 

73.

Nacque con esso ancora una citella,

Ch’io non l’ho vista, ma ha simiglianza

Al suo germano, e fior d’ogni altra bella,

Perché esso di beltate il sole avanza.

Morì nel parto alor Galacïella,

E’ duo fanciulli vennero in possanza

D’un barbasore, il quale è nigromante,

Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.

 

74.

Questo si sta nel monte di Carena,

E per incanto vi ha fatto un giardino,

Dove io non credo che mai se entri apena.

Colui, che è grande astrologo e indovino,

Cognobbe l’alta forza e la gran lena

Che dovea aver nel mondo quel fantino,

Però nutrito l’ha, con gran ragione,

Sol di medolle e nerbi di leone;

 

75.

Ed hallo usato ad ogni maestria

Che aver se puote in arte d’armeggiare;

Sì che provedi d’averlo in balìa,

A bench’io creda che vi avrai che fare.

Ma questo è solo il modo e sola via

A voler Carlo Mano disertare;

Ed altramente, io te ragiono scorto,

Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. –

 

76.

Così parlava quel vecchio barbuto:

Ben crede a sue parole il re Agramante,

Perché tra lor profeta era tenuto

E grande incantatore e nigromante,

E sempre nel passato avea veduto

Il corso delle stelle tutte quante,

E sempre avanti il tempo predicia

Divizia, guerra, pace, caristia.

 

77.

Incontinente fu preso il partito

Quel monte tutto quanto ricercare,

Sin che si trovi quel giovane ardito,

Che deggia seco il gran passaggio fare.

Questo canto al presente è qui finito;

Segnor, che seti stati ad ascoltare,

Tornati a l’altro canto, ch’io prometto

Contarvi cosa ancor d’alto diletto.

 

 

CANTO SECONDO

 

1.

Se quella gente, quale io v’ho contata

Ne l’altro canto, che è dentro a Biserta,

Fusse senza indugiar di qua passata,

Era Cristianità tutta deserta,

Però che era in quel tempo abandonata

Senza diffesa: questa è cosa certa,

Ché Orlando alora e il sir de Montealbano

Sono in levante al paese lontano.

 

2.

De Orlando io vi contai pur poco avante,

Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,

Quando la dama con falso sembiante

L’avea fatto salire a quel petrone.

Ora lasciamo quel conte d’Anglante,

Ch’io vo’ contar de l’altro campïone,

Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,

Qual con Marfisa a quel girone è intorno.

 

3.

E mentre che Agramante e sua brigata

Va cercando Rugier, qual non se trova,

Ranaldo, che ha la mente anco adirata,

Poi che visto non ha l’ultima prova

Della battaglia ch’io ve ho racontata,

Sempre il sdegno crudel più si rinova:

Dico della battaglia ch’io contai,

Ch’ebbe col conte con tormento assai.

 

4.

Né sa pensar per qual cagion partito

Sia il conte Orlando da quella frontera,

Perché né l’un né l’altro era ferito,

Poco o nïente d’avantaggio vi era.

Ben stima lui che non serìa fuggito

Mai con vergogna per nulla maniera:

Ma, sia quel che si voglia, è destinato

Sempre seguirlo insin che l’ha trovato.

 

5.

Poi che venuta fu la notte bruna,

Armase tutto e prende il suo Baiardo,

E via camina al lume della l’una.

Astolfo a seguitarlo non fu tardo,

Ché vôl con lui patire ogni fortuna.

Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;

E già non seppe la forte regina

De lor partita insino alla mattina.

 

6.

E mostrò poi d’averne poca cura,

O sì o no che ne fusse contenta.

Cavalcano e baroni alla pianura

D’un chiuso trotto, che giamai non lenta.

Ora passata è via la notte scura,

E l’aria de vermiglio era dipenta,

Perché l’alba serena, al sol davante,

Facea il ciel colorito e lustrigiante.

 

7.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone,

Astolfo dico, sopra a Rabicano,

Dicendo sue devote orazïone,

Come era usato il cavallier soprano.

Ecco davanti sede in su un petrone

Una donzella e batte mano a mano;

Battese ‘l petto e battese la faccia

Forte piangendo, e le sue treccie straccia.

 

8.

– Misera me! – diceva la donzella

– Misera me! tapina! isventurata!

O parte del mio cor, dolce sorella,

Così non fosti mai nel mondo nata,

Poi che quel traditor sì te flagella!

Meschina me! meschina! abandonata!

Poi che fortuna mi è tanto villana,

Ch’io non ritrovo aiuto a mia germana. –

 

9.

– Qual cagione hai, – Astolfo gli diciva

– Che ti fa lamentar sì duramente? –

In questo ragionar Ranaldo ariva,

Gionge Prasildo e Iroldo di presente.

La dama tutta via forte piangiva,

Sempre dicendo: – Misera! dolente!

Con le mie mane io mi darò la morte,

S’io non ritrovo alcun che mi conforte. –

 

10.

Poi, vòlta a quei baron, dicea: – Guerrieri,

Se aveti a’ vostri cor qualche pietate,

Soccorso a me per Dio! che n’ho mestieri

Più che altra che abbia al mondo aversitate.

Se drittamente seti cavallieri,

Mostratimi per Dio! vostra bontate

Contra a un ribaldo, falso, traditore,

Pien di oltraggio villano e di furore.

 

11.

Ad una torre non quindi lontana

Dimora quel malvaso furibondo,

Di là da un ponte, sopra a una fiumana

Che poi fa un lago orribile e profondo.

Io là passava ed una mia germana,

La più cortese dama che aggia il mondo;

E quel ribaldo del ponte discese,

La mia germana per le chiome prese,

 

12.

Villanamente quella strascinando,

Sin che di là dal ponte fu venuto.

Io sol cridavo e piangia lamentando,

Né gli puotea donare alcuno aiuto.

Lui per le braccia la venne legando

Al tronco de un cipresso alto e fronduto,

E poi spogliata l’ebbe tutta nuda,

Quella battendo con sembianza cruda. –

 

13.

Abondava alla dama sì gran pianto,

Che non puotea più oltra ragionare.

A tutti quei baron ne incresce tanto

Quanto mai si potrebbe imaginare;

E ciascadun di lor si dona vanto,

Sapendo il loco, de ella liberare,

Ed in conclusïone il duca anglese

A Rabicano in croppa quella prese.

 

14.

E forse da due miglia han cavalcato,

Quando son gionti al ponte di quel fello.

Quel ponte per traverso era chiavato

De una ferrata, a guisa di castello,

Che arivava nel fiume a ciascun lato;

Nel mezo a ponto a ponto era un portello.

A piedi ivi si passa de legieri,

Ma per strettezza non vi va destrieri.

 

15.

Di là dal ponte è la torre fondata

In mezo a un prato de cipresso pieno;

Il fiume oltra quel campo se dilata

Nel lago largo un miglio, o poco meno.

Quivi era presa quella sventurata,

Ch’empiva di lamenti il cel sereno;

Tutta era sangue quella meschinella,

E quel crudele ognior più la flagella.

 

16.

A piede stassi armato il furïoso:

Dalla sinistra ha di ferro un bastone,

Il flagello alla destra sanguinoso;

Batte la dama fuor de ogni ragione.

Iroldo di natura era pietoso:

Ebbe di quella tal compassïone,

Che licenzia a Ranaldo non richiede,

Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

 

17.

Perché a destrier non se puote passare,

Come io ve ho detto, per quella ferrata.

Quando il crudele al ponte il vide entrare,

Lascia la dama al cipresso legata.

Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,

E qui fo la battaglia incominciata;

Ma durò poco, perché quel fellone

Percosse Iroldo in testa del bastone;

 

18.

E come morto in terra se distese,

Sì grande fu la botta maledetta.

Quello aspro saracino in braccio il prese,

E via correndo va come saetta,

Ed in presenzia a gli altri lì palese

Come era armato dentro il lago il getta.

Col capo gioso andò il barone adorno:

Pensati che già su non fie’ ritorno.

 

19.

Ranaldo de l’arcione era smontato

Per gire alla battaglia del gigante,

Ma Prasildo cotanto l’ha pregato,

Che fu bisogno che gli andasse avante.

Quel maledetto l’aspetta nel prato,

E tien alciato il suo baston pesante;

Questa battaglia fu come la prima:

Gionse il bastone a l’elmo nella cima.

 

20.

Quel cade in terra tutto sbalordito;

Via ne ‘l porta il Pagano furibondo,

E, proprio come l’altro a quel partito,

Gettalo armato nel lago profondo.

Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,

Poiché quel par d’amici sì iocondo

Tanto miseramente ha già perduto,

E presto sì, che a pena l’ha veduto.

 

21.

Turbato oltra misura, il ponte passa

Con la vista alta e sotto l’arme chiuso;

Va su l’aviso e tien la spada bassa,

Come colui che è di battaglia aduso.

Quell’altro del bastone un colpo lassa,

Credendol come e primi aver confuso;

Ma lui, che del scrimire ha tutta l’arte,

Leva un gran salto e gettasi da parte.

 

22.

Lui d’un gran colpo tocca quel fellone,

Ferendo a quel con animo adirato;

Ma l’arme di colui son tanto bone,

Che non han tema di brando arrodato.

Durò gran pezzo quella questïone:

Ranaldo mai da lui non fu toccato,

Cognoscendo colui che è tanto forte,

Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

 

23.

Esso ferisce di ponta e di taglio,

Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso,

E tal ferire a quel non nôce uno aglio.

Mosse alto crido quello omo diverso,

E via tra’ il suo bastone a gran sbaraglio

Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso,

E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:

Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

 

24.

A benché in terra fo caduto apena,

Che salta in piedi e già non se sconforta;

Ma quel feroce, che ha cotanta lena,

Prendelo in braccio e verso il lago il porta.

Ranaldo quanto può ben se dimena,

Ma nel presente sua virtute è morta:

Tanto di forza quel crudel l’avanza,

Che de spiccarsi mai non ha possanza.

 

25.

Correndo quel superbo al lago viene,

E come gli altri il vol gioso buttare;

A lui Ranaldo ben stretto si tiene,

Né quel si può da sé ponto spiccare.

Cridò il crudel: – Così far si conviene! –

Con esso in braccio giù se lascia andare;

Con Ranaldo abracciato il furïoso

Cadde nel lago al fondo tenebroso.

 

26.

Né vi crediati che faccian ritorno,

Ché quivi non vale arte di notare,

Perché ciascuno avea tante arme intorno,

Che avrian fatto mille altri profondare.

Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno,

Che è come morto e non sa che si fare.

Perso Ranaldo ed affocato il vede,

Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

 

27.

Presto dismonta e passa la ferrata,

In ripa al lago corse incontinente.

Una ora ben compita era passata,

Dentro a quell’acqua non vede nïente.

Or s’egli aveva l’alma adolorata

Dovetelo stimar certanamente;

Poi che perduto ha il suo caro cugino,

Più che si far non sa quel paladino.

 

28.

Passava il ponte ancor quella donzella

Ed a l’alto cipresso se ne è gita;

Dal troncon desligò la sua sorella,

E de’ soi panni l’ebbe rivestita.

Astolfo non attende a tal novella,

Preso di doglia cruda ed infinita:

Crida piangendo e battese la faccia,

Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

 

29.

E tanto l’avea vento il gran dolore,

Che se volea nel lago trabuccare,

Se non che le due dame con amore

L’andarno dolcemente a confortare.

– Che? – dician lor – Baron d’alto valore,

Adunque ve voleti disperare?

Non se cognosce la virtute intera

Se non al tempo che fortuna è fiera. –

 

30.

Molti saggi conforti gli san dare,

Or l’una or l’altra con suave dire,

E tanto seppen bene adoperare,

Che da quel lago lo ferno partire.

Ma come venne Baiardo a montare,

Credette un’altra volta di morire,

Dicendo: – O bon ronzone! egli è perduto

Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? –

 

31.

Molte altre cose a quel destrier dicia

Piangendo sempre il duca amaramente;

In mezo de due dame ne va via,

Baiardo ha sotto il cavallier valente.

Sopra de Rabican l’una venìa,

L’altra de Iroldo avea il destrier corrente;

Quel de Prasildo, tutto desligato

E senza briglia, rimase nel prato.

 

32.

E caminando insino a mezo il giorno,

Ad un bel fiume vennero arivare,

Dove odirno suonare uno alto corno.

Ora de Astolfo vi voglio lasciare,

Perché agli altri baron faccio ritorno,

Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,

E sempre fan battaglia a gran diffesa

Contra a Marfisa di furore accesa.

 

33.

Torindo era di fuor con la regina,

Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,

Alla terra di Bursa, che confina

A Smirne, a Scandeloro in ogni lato:

Per tutta la Turchia con gran roina

Ciascun che può venir ne venga armato.

Questi conduce il forte Caramano,

Che de Torindo è suo carnal germano.

 

34.

Egli ha giurato mai non si partire

D’intorno a quella rocca al suo vivente,

Sin che non vede Angelica perire

Di fame o foco, e tutta la sua gente;

Però sì gran brigata fie’ venire,

Per esser fuor nel campo sì potente,

Che non possan gir quei de dentro intorno,

Che or mille volte n’escon fuora il giorno.

 

35.

Perché il fiero Antifor e il re Ballano

Stan sempre armati sopra dello arcione;

Oberto dal Leone e re Adrïano,

Re Sacripante e il forte Chiarïone

Sopra la gente di Marfisa al piano

Callano spesso a gran destruzïone;

La dama esser non puote in ogni loco,

Ché ben fuggian da lei come dal foco.

 

36.

Acciò che ‘l fatto ben vi sia palese,

Aquilante non vi era, né Grifone,

Né Brandimarte, il cavallier cortese.

Questo fo il primo che lasciò il girone,

Perché l’amor de Orlando tanto il prese,

Nel tempo che con lui fu compagnone,

Che, come sua partenza oditte dire,

Subitamente se ‘l pose a seguire.

 

37.

E figli de Olivieri il simigliante

Ferno ancor lor la seguente matina,

Dico Grifone e ‘l fratello Aquilante:

E tanto ogni om de’ duo forte camina,

Che al conte Orlando trapassarno avante.

Essendo gionti sopra a una marina,

In mezo ad un giardin tutto fiorito

Trovarno un bel palagio su quel lito.

 

38.

Una logia ha il palagio verso il mare,

Davanti vi passarno e duo guerreri;

Quivi donzelle stavano a danzare,

Ché vi avean suon diversi e ministeri.

Grifon passando prese a dimandare

A duo, che tenian cani e sparavieri,

Di cui fosse il palagio; e l’un rispose:

– Questo si chiama il Ponte dalle Rose.

 

39.

Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti.

Dove è il palagio adesso e ‘l bel giardino,

Era un gran bosco, ben folto de abeti,

Dove un gigante, che era malandrino,

Stava nel ponte che là giù vedeti;

Né mai passava per questo confino

Una donzella o cavalliero errante,

Che lor non fusse occisi dal gigante.

 

40.

Ma Poliferno fu bon cavalliero,

E da poi fatto re per suo valore,

Occise quel gigante tanto fiero;

Tagliò poi tutto il bosco a gran furore,

Dove fece piantar questo verziero,

Per fare a ciascadun che passi, onore.

Ciò vedreti esser ver, come io vi dico;

Al ponte anco ha mutato il nome antico.

 

41.

Ché ‘l Ponte Periglioso era chiamato,

Or dalle Rose al presente si chiama:

Ed è così provisto ed ordinato,

Che ciascun cavalliero ed ogni dama,

Quivi passando, sia molto onorato,

Acciò che se oda nel mondo la fama

Di quel bon cavallier, che è sì cortese

Che merta lodo in ciascadun paese.

 

42.

Là non potreti adunque voi passare,

Se non giurati, a la vostra leanza,

Per una notte quivi riposare;

Sì ch’io ve invito a prender qui la stanza,

Prima che indrieto abbiati a ritornare. –

Disse Grifon: – Questa cortese usanza

Da me, per la mia fè, non serà guasta,

Se ‘l mio germano a questo non contrasta. –

 

43.

Disse Aquilante: – Sia quel che ti piace. –

E così dismontarno alla marina.

Verso il palagio va Grifone audace,

Ed Aquilante apresso li camina.

Gionti a la logia, non se pôn dar pace,

Tanta era quella adorna e peregrina.

Dame con gioco e festa, ministreri

Vennero incontra a quei duo cavallieri.

 

44.

Incontinenti fôrno disarmati,

E con frutti e confetti e coppe d’oro

Se rinfrescarno e cavallier pregiati,

Poi nella danza entrarno anche con loro.

Ecco a traverso de’ fioriti prati

Venne una dama sopra Brigliadoro;

Istupefatto divenne Grifone,

Come alla dama vide quel ronzone.

 

45.

Similmente Aquilante fu smarito,

E l’uno e l’altro la danza abandona,

E verso quella dama se ne è gito,

E ciascadun di lor seco ragiona,

Dimandando a qual modo e a qual partito

Abbia il destriero, e che è della persona

Che suolea cavalcar quel bon ronzone.

Lei d’ogni cosa li rende ragione,

 

46.

Come colei che è falsa oltra misura,

E del favolegiare avea il mestiero.

Dicea che sopra un ponte alla pianura

Avea trovato morto un cavalliero,

Con una sopravesta di verdura

E uno arboscello inserto per cimiero;

E che un gigante apresso morto gli era,

Feso d’un colpo insino alla gorgiera;

 

47.

Che già non era il cavallier ferito,

Ma pista d’un gran colpo avea la testa.

Quando Aquilante questo ebbe sentito,

Ben gli fuggì la voglia di far festa,

Dicendo: – Ahimè! baron, chi t’ha tradito?

Ch’io so ben che a battaglia manifesta

Non è gigante al mondo tanto forte,

Qual condutto se avesse a darti morte. –

 

48.

Grifon piangendo ancor se lamentava,

E di gran doglia tutto se confonde;

E quanto più la dama dimandava,

Più de Orlando la morte gli risponde.

La notte oscura già s’avicinava,

Il sol di drieto a un monte se nasconde;

E duo baron, ch’avean molto dolore,

Nel palagio alogiarno a grande onore.

 

49.

La notte poi nel letto fuor’ pigliati,

E via condutti ad una selva oscura,

Dove fôrno a un castello impregionati,

Al fondo d’un torrion con gran paura,

Dove più tempo sterno incatenati,

Menando vita dispietata e dura.

Un giorno il guardïan fuora li mena,

Legati ambe le braccia di catena.

 

50.

Seco legata mena la donzella

Che sopra Brigliadoro era venuta;

Un capitano con più gente in sella

In questa forma quei baron saluta:

– Oggi aveti a soffrir la morte fella,

Se Dio per sua pietate non ve aiuta. –

La dama se cambiò nel viso forte,

Come sentì che condutta era a morte.

 

51.

Ma già non se cambiarno e duo germani,

Ciascuno è bene a Dio racomandato.

Avanti a sé scontrarno in su quei piani

Un cavalliero a piedi e tutto armato.

Eran da lui ancor tanto lontani,

Che non l’avrebbon mai rafigurato;

Ma poi dirovi a ponto questo fatto,

Che nel presente più di lor non tratto;

 

52.

E tornovi a contar di quel castello

Qual era assedïato da Marfisa.

Chiarïone ogni giorno era al zambello

Con gli altri che la istoria vi divisa;

La regina cacciava or questo or quello,

Ma non la aspetta alcun per nulla guisa;

Già tutti quanti, eccetto Sacripante,

L’avian provata nel tempo davante.

 

53.

Esso non era della rocca uscito,

Però che nella prima questïone

De una saetta fu alquanto ferito,

Sì che non può vestir sua guarnisone.

Già tutto un mese integro era compito

Poi che qua gionto fu il re Galafrone,

Quando tutti e baroni una matina

Saltâr nel campo di quella regina.

 

54.

Cridan le gente: – Ad arme! – tutte quante;

Ciascun di quei baron sembra leone.

Il re Ballano a tutti vien davante,

Poi Antifor e Oberto e Chiarïone,

Il re Adrïano è drieto e Sacripante:

Di quella gente fan destruzïone.

Ben ha cagion ciascun de aver paura,

Tutta è coperta a morti la pianura.

 

55.

L’un doppo l’altro de quei baron fieri

Venian di qua di là, gente tagliando;

I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri,

E ciascuno a due man mena del brando.

Vanno a terra pedoni e cavallieri,

Ogniom davanti a lor fugge tremando;

Rotti e spezzati vanno a gran furore:

Ecco Marfisa gionta a quel rumore.

 

56.

Giunse alla zuffa la dama adirata:

Già non bisogna tempo a lei guarnire,

Però che sempre se trovava armata.

Quando Ballano la vide venire,

Che ben sapea sua forza smisurata,

In altra parte mostra di ferire,

E più li piace ciascuno altro loco

Che la presenza di quel cor di foco.

 

57.

Già tutti insieme avean prima ordinato

Che l’un con l’altro se debba aiutare,

Perché la dama ha l’animo adirato

E contra a tutti vôlse vendicare.

Come Ballano adunque fu voltato,

Lei prende dietro a quello a speronare,

Cridando: – Volta! volta! can fellone,

Ché oggi non giongi tu dentro al girone. –

 

58.

Così cridando il segue per il piano;

Ma il forte Antifor de Albarossia

Di drieto la ferisce ad ambe mano;

Lei non mostra curare e tira via.

Disposta è di pigliare il re Ballano,

Che a spron battuti innanzi le fuggia;

Vien di traverso Oberto a gran tempesta,

E lei ferisce al mezo della testa.

 

59.

Non se ne cura la dama nïente,

Ché dietro al re Ballano in tutto è volta.

Or Chiarïone a guisa di serpente

Mena a due mani e ne l’elmo l’ha còlta,

Ma lei non cura il colpo e non lo sente;

Tutta a seguir Ballano è lei disciolta.

Lui, che a le spalle sente la regina,

Voltasi e mena un colpo a gran ruina.

 

60.

Mena a due mano e le redine lassa,

Gionse nel scudo alla dama rubesta;

Come una pasta per traverso il passa,

E mezo il tira a terra a gran tempesta.

Lei gionse lui ne l’elmo e lo fraccassa,

E ferillo aspramente nella testa;

Sì come morto l’abatte disteso,

Dalle sue gente incontinente è preso.

 

61.

Ma non vi pone indugio la donzella,

Per la campagna caccia Chiarïone;

Ciascun de gli altri adosso a lei martella;

Non gli stima lei tutti un vil bottone.

Già tolto Chiarïone ha fuor di sella,

E via lo manda preso al paviglione;

Questo veggendo quel de Albarossia,

A più poter davanti li fuggia.

 

62.

Ma lei lo gionse e ne l’elmo l’afferra;

Al suo dispetto lo trasse de arcione,

E poi tra le sue gente il getta a terra

Come fusse una palla di cottone.

Or comincia a finirse la gran guerra,

Però che ‘l re Adrïano è già pregione;

Re Sacripante qui non se ritrova,

Altrove abatte e fa mirabil prova.

 

63.

Oberto dal Leon, quel sire arguto,

Mette a sconfitta sol tutta una schiera.

Marfisa da lontan l’ebbe veduto,

Spronagli adosso la donzella fiera;

Da cima al fondo gli divise il scuto,

E fende sotto il sbergo ogni lamiera,

E maglia e zuppa tutta disarmando

Sino alla carne fie’ toccare il brando.

 

64.

Quel cavallier, turbato oltra misura,

Lascia a due mano un gran colpo di spata.

Di cotal cosa la dama non cura,

Né parve aponto che fosse toccata:

Ché l’elmo che avea in capo e l’armatura

Tutta era per incanto fabricata;

Ma lei contra de Oberto s’abandona,

Sopra de l’elmo un gran colpo gli dona.

 

65.

Con tal roina quel colpo discende,

Che l’elmo non l’arresta de nïente;

La fronte a mezo il naso tutta fende,

Il brando calla giù tra dente e dente,

E l’arme e busto taglia, e ciò che prende.

Mena a fraccasso la spada tagliente,

Né mai si ferma insino in su l’arcione:

Cadde in due parte Oberto dal Leone.

 

66.

Re Sacripante col brando a due mano

Fende e nemici e taglia per traverso;

Tuttavia combattendo, di lontano

Ebbe veduto quel colpo diverso,

Quando Oberto in due parte cadde al piano.

Non ha l’animo lui per questo perso,

Ma, speronando con molta roina,

Col brando in mano afronta la regina;

 

67.

E nella gionta un gran colpo li mena:

Non ebbe mai la dama uno altro tale,

Che quasi se stordì con grave pena.

Par che il re Sacripante metta l’ale,

Né l’estrema possanza e l’alta lena

Della regina a questo ponto vale;

Tanto è veloce quel baron soprano,

Che ciascun colpo della dama è vano.

 

68.

Egli era tanto presto quel guerrero,

Che a lei girava intorno come occello,

E schiffava e soi colpi de legiero,

Ferendo spesso a lei con gran flagello.

Frontalate avea nome quel destriero,

Qual fu cotanto destro e tanto isnello,

Che quando Sacripante a quello è in cima,

Gli omini tutti e il mondo non istima.

 

69.

Quel bon destrier, che fu senza magagna,

E sì compito che nulla gli manca,

Baglio era tutto a scorza di castagna,

Ma sino al naso avea la fronte bianca.

Nacque a Granata, nel regno di Spagna:

La testa ha schietta e grossa ciascuna anca;

La coda e côme bionde a terra vano,

E da tre piedi è quel destrier balzano.

 

70.

Quando gli è sopra Sacripante armato,

De aspettar tutto il mondo si dà vanto;

Ben ha di lui bisogno in questo lato,

Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto,

Dapoi che con Marfisa èssi afrontato.

La zuffa vi dirò ne l’altro canto,

Che per l’uno e per l’altro, a non mentire,

Assai fu più che far ch’io non so dire.

 

 

CANTO TERZO

 

1.

Marfisa vi lasciai, ch’era affrontata

Ne l’altro canto al re de Circasia.

Benché sia forte la dama pregiata,

Quel re circasso un tal destriero avia,

Che non vi era vantaggio quella fiata.

De ira Marfisa tutta se rodia,

E mena colpi fieri ad ambe mano;

Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

 

2.

Ecco il re che ne vien come un falcone,

Gionge a traverso quella nel guanzale;

Essa risponde a lui d’un riversone

Quanto puote più presto, ma non vale,

Ché via passa de un salto quel ronzone

Da l’altro lato, come avesse l’ale.

Mena a quel canto ancor la dama adorna:

De un altro salto lui di qua ritorna.

 

3.

Il re percosse lei sopra una spalla,

Ma non se attacca a quella piastra il brando,

E giù nel scudo con fraccasso calla,

Quanto ne prende a terra roïnando.

Or se Marfisa un sol colpo non falla,

Per sempre il pone della vita in bando;

Se una sol volta a suo modo l’afferra,

Feso in due pezzi lo distende a terra.

 

4.

Come un castello in cima d’un gran sasso

Intorno è d’ogni parte combattuto,

Giù manda pietre e travi a gran fraccasso,

Chiunche è di sotto sta ben proveduto;

Mentre che la roina calla al basso,

Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:

Questa battaglia avea cotal sembiante,

Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

 

5.

Lei sembrava dal celo una saetta,

Quando menava sua spada tagliente,

E mettia nel ferir cotanta fretta,

Che l’aria sibillava veramente.

Ma giamai Sacripante non l’aspetta,

Mai non è in terra quel destrier corrente;

Di qua, di là, da fronte e da le spalle,

Quasi in un tempo col brando l’assalle.

 

6.

Tutto il cimier gli avea tagliato in testa

E rotto il scudo a quella zuffa dura;

Stracciata tutta avea la sopravesta,

Ma non puotea falsar quella armatura.

Intorno da ogni canto li tempesta:

Lei di suo tempestar nulla si cura;

Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera

Finire a un colpo quella guerra fiera.

 

7.

Tra loro il primo assalto era finito,

Ed era l’uno e l’altro retirato;

Un messagier nel viso sbigotito

Nel campo ariva ed è molto affannato.

Dove era Sacripante esso ne è gito,

E stando a lui davanti ingenocchiato,

Piangendo disse con grave sconforto:

– Male novelle del tuo regno porto.

 

8.

Re Mandricardo, che fu de Agricane

Primo figliol e del suo regno erede,

Ha radunato le gente lontane

E nella Circassia già posto ha il piede,

E morto ha il tuo fratel con le sue mane.

Te solamente el tuo regno richiede;

Come ti veda nel campo scoperto

Re Mandricardo, fuggirà di certo.

 

9.

Perché venne novella in quel paese

Della tua morte, e gran malenconia.

Quel re malvaso, come questo intese,

Passò nel regno con molta zenia;

Al fiume di Lovasi il ponte prese,

Ed arse la cità di Samachia;

Quivi Olibandro, il tuo franco germano,

Come io t’ho detto, occise di sua mano.

 

10.

Poi tutto il regno come una facella

Mena a roina e mette a foco ardente;

E tu combatti per una donzella,

Né te muove pietà della tua gente,

Che sol te aspetta e sol di te favella,

E de altro aiuto non spera nïente.

La tua patria gentil per tutto fuma,

Il fer la strazia e il foco la consuma. –

 

11.

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,

E lacrimava di dolore e de ira,

E rivoltava in più parte il pensiero;

Sdegno ed amore il petto gli martira.

L’uno a vendetta il muove de legiero,

L’altro a diffesa di sua dama il tira;

Al fin, voltando il core ad ogni guisa,

Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

 

12.

A lei raconta la cosa dolente

Che questo messagier gli ha riportata,

E la destruzïon della sua gente,

Contra a ragione a tal modo menata;

Onde la prega ben piatosamente,

Quanto giamai potesse esser pregata,

Con dolce parolette e bel sermone,

Che indi se parta e lasci quel girone.

 

13.

Marfisa li comincia a proferire

Tutta sua gente e la propria persona;

Ma de volerse quindi dipartire

Non vôl ch’altri, né lui mai ne ragiona:

Sin che non veda Angelica perire,

Quella impresa giamai non abandona.

Adunque mal d’acordo più che prima,

Ciascun de l’ira più salisce in cima.

 

14.

E cominciarno assalto orrendo e fiero

Più che mai fosse stato ancor quel giorno.

Re Sacripante ha quel presto destriero,

A modo usato le volava intorno,

E ben comprende lui che di legiero

Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno;

Ché, se molta ventura non l’aita,

Ad un sol colpo è sua guerra finita.

 

15.

Ma de straccarla al tutto se destina

O ver morir per sua mala ventura,

E ferisce la dama a gran roina;

Ma non se attacca il brando a l’armatura,

E non se move la forte regina,

Come colei che tal cosa non cura.

E’ mena colpi orrendi ad ambe mano,

Ma sempre falla e se affatica in vano.

 

16.

Tanto lunga tra lor fu la battaglia,

Che altro tempo bisogna al ricontare.

Adesso di saperla non ve incaglia,

Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;

Ma nel presente io torno alla travaglia

Del re Agramante, che ha fatto cercare

Il monte di Carena a ogni sentiero,

E non si trova il paladin Rugiero.

 

17.

Mulabuferso, che è re di Fizano,

Fier di persona e d’ogni cosa esperto,

Cercato ha tutto quel gran monte invano,

Qua verso il mare e là verso il deserto,

Sì che nel fuoco poneria la mano,

Che in cotal loco non è lui di certo;

Onde a Biserta torna ad Agramante,

E con tal dire a lui si pone avante:

 

18.

– Segnor, per fare il tuo comandamento

Cercato ho di Carena il monte altiero;

Dopo lunga fatica e grave stento

Visto ho l’ultimo dì quel che il primiero.

Onde io te acerto e affermo in iuramento,

Che là non se ritrova alcun Rugiero;

Quel già fu morto a Rissa con gran guai,

Né altro credo io che sia più nato mai.

 

19.

Sì che, piacendo al re di Garamanta,

Dove il dimori puote indovinare,

Poi che quella arte di saper si vanta;

Ma noi ben siam più pacci ad aspettare

Questo vecchiardo, che le serpe incanta,

Ché già dovremmo aver passato il mare.

Lui va cercando quel che non se trova,

Perché tua gente a guerra non se mova. –

 

20.

Re Rodamonte, come l’ebbe odito,

A gran fatica lo lasciò finire.

Forte ridendo, con sembiante ardito

Disse: – Ciò prima ben sapevo io dire,

Che quello aveva il nostro re schernito,

Volendo questa guerra differire.

Mal aggia l’omo che dà tanta fede

Al ditto di altri e a quel che non si vede!

 

21.

Nova maniera al mondo è di mentire,

E tanto è già di ciò poca vergogna,

Che a misurare il celo han preso ardire

Per far più colorita sua menzogna,

Annunzïando quel che die’ venire.

E’ conta a ciascadun quel che si sogna,

Dicendo che Mercurio e Iove e Marte

Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

 

22.

Se egli è alcun dio nel cel, ch’io nol so certo,

Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:

Omo non è che l’abbia visto esperto,

Ma la vil gente crede per paura.

Io de mia fede vi ragiono aperto

Che solo il mio bon brando e l’armatura

E la maza ch’io porto, e ‘l destrier mio

E l’animo ch’io ho, sono il mio dio.

 

23.

Ma il re di Garamanta, nella cenere

Segnando cerchi con verga d’olivo,

Dice che quando il sol fia gionto a Venere,

Sarà d’ogni malizia il mondo privo;

E quando a primavera l’erbe tenere

Seran fiorite nel tempo giolivo,

Alor non debba il re passare in Franza,

Ma stiasi queto e grattasi la panza.

 

24.

Del mio ardito segnor mi meraviglio,

Che queste zanze possa supportare;

Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,

Che qua ce tiene e non ce lascia andare,

In Franza il ponerò senza naviglio.

Per l’aria lo trarò di là dal mare;

Non so che me ritenga, e manca poco

Ch’io non vi mostri adesso questo ioco. –

 

25.

Sorrise alquanto quel vecchio canuto,

Poi disse: – Le parole e il viso fiero

Che mi dimostra quel giovane arguto,

Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.

Come vedeti, egli ha il viso perduto,

Benché mai tutto non l’avesse intiero,

Né se cura di Dio, né Dio de lui;

Lasciànlo stare e ragionam d’altrui.

 

26.

Io ve dissi, segnore, e dico ancora,

Che sopra la montagna di Carena

Quel giovane fatato fa dimora,

Che al mondo non ha par di forza e lena;

Né so se ve ricorda, io dissi alora

Che se avrebbe a trovarlo molta pena,

Però che ‘l suo maestro è negromante,

E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

 

27.

Questo ha un giardino al monte edificato,

Quale ha di vetro tutto intorno il muro,

Sopra un sasso tanto alto e rilevato

Che senza tema vi può star sicuro.

Tutto d’incerco è quel sasso tagliato;

Benché sia grande a maraviglia e duro,

Da gli spirti de inferno tutto quanto

Fu in un sol giorno fatto per incanto.

 

28.

Né vi si può salir, se nol concede

Quel vecchio che là sopra è guardïano.

Omo questo giardin giamai non vede,

O stiali apresso o passi di lontano.

Io so che Rodamonte ciò non crede:

Mirati come ride quell’insano!

Ma se uno annel ch’io sazo, pôi avere,

Questo giardino ancor potrai vedere.

 

29.

L’annello è fabricato a tal ragione

(Come più volte è già fatto la prova)

Che ogni opra finta de incantazïone

Convien che a sua presenzia se rimova.

Questo ha la figlia del re Galafrone,

Qual nel presente in India se ritrova,

Presso al Cataio, intra un girone adorno,

Ed ha l’assedio di Marfisa intorno.

 

30.

Se questo annello in possanza non hai,

Indarno quel giardin se può cercare,

Ma sii ben certo non trovarlo mai.

Dunque senza Rugier convien passare,

E tutti sosterriti estremi guai,

Né alcun ritornarà di qua dal mare;

Ed io ben vedo come vôl fortuna

Che Africa tutta sia coperta a bruna. –

 

31.

Poi che ebbe il vecchio re così parlato

Chinò la faccia lacrimando forte.

– Più son – dicea – de gli altri sventurato,

Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte;

Per vera prova di quel che ho contato,

Dico che gionta adesso è la mia morte:

Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,

Al fine è il tempo di mia vita gionto.

 

32.

Prima fia ciò che una ora sia passata;

Se comandar volete altro a Macone,

A lui riportarò vostra ambasciata.

Tenete bene a mente il mio sermone,

Ch’io l’aggio detto e dico un’altra fiata:

Se andati in Franza senza quel barone

Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta,

Tutta la gente fia sconfitta e morta. –

 

33.

Non fu più lungo il termine o più corto,

Come avea detto quel vecchio scaltrito:

Nel tempo che avea detto cadde morto.

Il re Agramante ne fu sbigotito,

E preseno ciascun molto sconforto;

E qual’unche di prima era più ardito,

Veggendo morto il re nanti al suo piede,

Ciò che quel disse, veramente crede.

 

34.

Ma sol de tutti Rodamonte il fiero

Non se ebbe di tal cosa a spaventare,

Dicendo: – Anco io, segnor, ben che legiero,

Avria saputo questo indovinare;

Ché quel vecchio malvaggio e trecolero

Più lungamente non puotea campare.

Lui, che era de anni e de magagne pieno,

Sentia la vita sua che venìa meno.

 

35.

Or par che egli abbi fatto una gran prova,

Poi che egli ha detto che ‘l debbe morire.

è forse cosa istrana o tanto nova

Vedere un vecchio la vita finire?

Stative adunque, e non sia chi si mova;

Di là dal mare io vo’ soletto gire,

E provarò se ‘l celo ha tal possanza,

Che me diveti incoronare in Franza. –

 

36.

E più parole non disse nïente,

Ma quindi se partì senza combiato.

In Sarza ne va il re che ha il core ardente,

E poco tempo vi fu dimorato,

Che alla città de Algier è con sua gente,

Per travargare il mar da l’altro lato.

Dipoi vi contarò del suo passaggio,

E la guerra che ‘l fece e il gran dannaggio.

 

37.

Li altri a Biserta sono al parlamento:

Diverse cose se hanno a ragionare.

Il re Agramante ha ripreso ardimento,

E vole ad ogni modo trapassare.

Ciascuno andar con esso è ben contento,

Purché Rugier si possi ritrovare;

Non si trovando, ogniom vi va dolente:

Il re Agramante anco esso a questo assente.

 

38.

E nel consiglio fa promissïone,

Se alcun si trova che sia tanto ardito

Che a quella figlia del re Galafrone

Vada a levar l’annel che porta in dito,

Re lo farà di molte regïone,

E ricco di tesor troppo infinito.

Tutti han la cosa molto bene intesa,

Ma non se vanta alcun di tale impresa.

 

39.

Il re de Fiessa, che è tutto canuto,

Disse: – Segnor, io voglio un poco uscire,

E spero che Macon mi doni aiuto:

Un mio servente ti vuo’ fare odire. –

Già lungo tempo non fu ritenuto,

E fece un ribaldello entro venire,

Che altri sì presto non fu mai di mano;

Brunello ha nome quel ladro soprano.

 

40.

Egli è ben piccioletto di persona,

Ma di malicia a meraviglia pieno,

E sempre in calmo e per zergo ragiona:

Lungo è da cinque palmi, o poco meno,

E la sua voce par corno che suona;

Nel dire e nel robbare è senza freno.

Va sol di notte, e il dì non è veduto,

Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.

 

41.

Come fu dentro, vidde zoie tante

E tante lame d’ôr, come io contai;

Ben se augura in suo core esser gigante

Per poter via di quel portare assai.

Poi che fu gionto al tribunale avante,

Disse: – Segnore, io non posserò mai,

Sin che con l’arte, inganni, o con ingegno

Io non acquisti il promettuto regno.

 

42.

Lo annello io l’averò ben senza errore,

E presto il portaraggio in tua masone;

Ma ben ti prego che in cosa maggiore

Ti piaccia poi di me far parangone.

Tuor la l’una dal cel giù mi dà il core,

E robbare al demonio il suo forcone,

E per sprezar la gente cristïana

Robberò il Papa e ‘l suon de la campana. –

 

43.

Il re se meraviglia ne la mente

Veggendo un piccolin tanto sicuro;

Lui ne va per dormire incontinente,

Che poi gli piace de vegiare al scuro.

Non se ne avide alcun di quella gente

Che molte zoie dispiccò del muro.

Ben se lamenta di sua poca lena;

Tante ne ha adosso, che le porta apena.

 

44.

Tutto il consiglio fu da poi lasciato,

E fu finito il lungo parlamento;

Ciascun nella sua terra è ritornato

Per adoprarsi a l’alto guarnimento.

Quel re cortese avea tanto donato,

Che ciascadun de lui ne va contento;

E zoie e vasi d’oro, arme e destrieri

Donava, e a tutti cani e sparavieri.

 

45.

Ogni om zoioso se parte cantando,

Coperti a veste de arïento e d’oro.

Lasciogli gire e torno al conte Orlando,

Lo qual lasciai con pena e con martoro

Per la campagna ai piedi caminando,

Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro.

Lamentase di sé quel sire ardito,

Poi che si trova a tal modo schernito,

 

46.

Dicendo: Quella dama io dispiccai

Di tanta pena e della morte ria,

E lei poi m’ha condutto in questi guai

Ed hamme usato tanta scortesia.

Sia maledetto chi se fida mai

Per tutto il mondo in femina che sia!

Tutte son false a sostenir la prova:

Una è leale, e mai non se ritrova.”

 

47.

La bocca se percosse con la mano,

Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,

A sé dicendo: Cavallier villano,

Chi te fa ragionare a tal partito?

Eti scordato adunque il viso umano

Di quella che d’amor te ha il cor ferito?

Ché per lei sola e per la sua bontate

L’altre son degne d’esser tutte amate.”

 

48.

Così dicendo vede di lontano

Bandiere e lancie dritte con pennoni;

Ver lui van quella gente per il piano,

Parte sono a destrier, parte pedoni.

Davanti a gli altri mena il capitano

Duo cavallieri a guisa de prigioni,

Di ferro catenati ambe le braccia.

Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

 

49.

Perché l’uno è Grifon, l’altro Aquilante,

Che son condotti a morte da costoro.

Una donzella, poco a quei davante,

Era legata sopra a Brigliadoro.

Pallida in viso e trista nel sembiante,

Condutta è con questi altri al rio martoro:

Orrigille è la dama, quella trista.

Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

 

50.

Ma nol dimostra, e va tra quella gente,

E chiede di tal cosa la cagione.

Un che avea la barbuta ruginente

E cinto bene al dosso un pancirone,

Disse: – Condutti son questi al serpente

Il qual divora tutte le persone

Che arrivan forastiere in quel paese,

Dove fôr questi ed altre gente prese.

 

51.

Questo è il regno de Orgagna, se nol sai,

E sei presso al giardin de Fallerina.

Cosa più strana al mondo non fu mai:

Fatto l’ha per incanto la regina;

E tu securo in queste parte vai?

Ma serai preso con molta roina

E dato al drago, come gli altri sono,

Se presto non te fuggi in abandono. –

 

52.

Molto fu alegro alora il paladino,

Poi che cognobbe in questo ragionare

Che egli era pervenuto a quel giardino,

Qual convenia per forza conquistare.

Ma quel bravel, che ha viso di mastino,

Disse: – Ancor, paccio, stai ad aspettare?

Come qui t’abbia il capitano scorto,

Incontinente serai preso e morto. –

 

53.

Finito non avea questo sermone,

Che ‘l capitano, che l’ebbe veduto,

Gridò: – Pigliàti presto quel bricone,

Che in soa mala ventura è qui venuto.

Adrieto il menarete alla pregione,

Poi che ‘l drago per oggi fia pasciuto

De questi tre che or ne vanno alla morte:

Domane ad esso toccarà la sorte. –

 

54.

Ciascun presto pigliarlo se procura:

Tutta se mosse la gente villana.

Il conte, che de lor poco se cura,

Imbracciò il scudo e trasse Durindana.

Adosso li venian senza paura,

Ché non sapean sua forza sì soprana;

Ciascun s’affretta ben d’esservi in prima,

Perché aver l’arme del guerrier se stima.

 

55.

Ma presto fe’ cognoscer quel ch’egli era,

Come fo gionto con seco alla prova,

Tagliando questo e quello in tal maniera,

Che dove è un pezzo, l’altro non si trova.

Un grande, che portava la bandiera:

– Saldo! – diceva – e non sia che si mova.

Saldo, brigata! – a gran voce cridava;

Ma lui di dietro e ben largo si stava.

 

56.

Per questo suo cridare alcun non resta,

A furia tutti quanti se ne vano;

Orlando è sempre in mezo a gran tempesta,

E gambe, e teste, e braccie manda al piano.

Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa

Un grave colpo col brando a due mano.

Tutto lo fende insino alla cintura:

Non domandar se gli altri avean paura.

 

57.

Il capitano fo il primo a fuggire,

Perché degli altri avea meglior ronzone,

E fuggendo al compagno prese a dire:

– Questo è colui che occise Rubicone,

E tutti quanti ce farà morire,

Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone.

Tristo colui che in quel brando s’abatte!

Gli omini e l’arme taglia come un latte. –

 

58.

Fu Rubicone da Ranaldo occiso;

Non so, segnor, se più vi ricordati,

Che fu a traverso de un colpo diviso,

Quando Iroldo e Prasildo fôr campati.

Or questo capitano ha preso aviso,

Mirando quei gran colpi smisurati,

Che quello una altra volta sia tornato;

Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

 

59.

Ma il conte Orlando non lo seguitava,

Poi che sconfitta quella gente vede.

– Via! Via, canaglia! – dietro li cridava;

E poi tornava, sì come era, a piede

Verso e pregioni. Ciascun lacrimava,

Né apena esser campato alcun se crede.

Ma la donzella, che cognobbe il conte,

Morta divenne ed abassò la fronte.

 

60.

Bella era, come io dissi, oltre misura,

Ed a beltate ogni cosa risponde,

Sì che ancor la vergogna e la paura

La grazia del suo viso non asconde.

Veggendo il conte sua bella figura,

Dentro nel spirto tutto se confonde;

Né iniuria se ramenta né l’inganno,

Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

 

61.

Or che bisogna dir? Tanto gli piace,

Che prima che i nepoti la disciolse;

Ma lei, ch’è tutta perfida e fallace,

Come sapea ben fare, il tempo colse;

Piangendo ingenocchion chiedea la pace.

Il conte sostenir questo non volse

Che ella più stesse in quel dolente caso,

Ma rilevolla e fie’ pace de un baso.

 

62.

In questa forma repacificati,

Il conte rimontò nel suo ronzone,

Da poi quei duo guerreri ha desligati.

La dama sol tenìa gli occhi a Grifone,

Ché già se erano insieme inamorati

Nel tempo che fôr messi alla prigione;

Né mancato era a l’uno o l’altro il foco,

Ben che sian stati in separato loco.

 

63.

E non doveti avere a meraviglia

Se, più che ‘l conte lei Grifone amava;

Però che Orlando avea folte le ciglia,

E d’un de gli occhi alquanto stral’unava.

Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,

Né pel di barba, o poco ne mostrava;

Maggiore è bene Orlando e più robusto,

Ma a quella dama non andava al gusto.

 

64.

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,

E lui guardava lei con molto affetto,

Con sembianze piatose e d’amor piene;

Con sospir caldi da lei fende il petto;

E sì scoperta questa cosa viene,

Che Orlando incontinente ebbe sospetto;

E, per non vi tenire in più sermoni,

Il conte diè licenzia a quei baroni,

 

65.

Dicendo che quel giorno convenia

Condurre a fine un fatto smisurato,

Dove non ha bisogno compagnia,

Perché fornirlo solo avea giurato.

Che bisogna più dir? Lor ne van via;

E già non si partîr senza combiato,

E da tre volte in sù, senza fallire,

Il conte li ricorda il dipartire.

 

66.

Orlando giù dismonta della sella,

Poi che è Grifon partito ed Aquilante,

E con la dama sol d’amor favella,

Benché fosse mal scorto e sozzo amante.

Eccoti alora ariva una donzella

Sopra d’un palafren bianco ed amblante.

Poi che ebbe l’uno e l’altro salutato,

Verso del conte disse: – Ahi sventurato!

 

67.

Disventurato! – disse – qual destino

Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte?

Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino,

Né sei due miglia longe dalle porte?

Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,

Ché tu sei tanto presso dalla morte,

Quanto sei presso a l’incantato muro;

E tu qua zanzi e stai come sicuro! –

 

68.

Il conte a lei rispose sorridendo:

– Voglioti sempre assai ringrazïare,

Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo

Che a te dispiace il mio pericolare;

Ma sappi che fuggirme io non intendo,

Ché dentro a quel giardino io voglio intrare.

Amor, che ivi mi manda, me assicura

Di trare al fine tanta alta aventura.

 

69.

Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,

Come aggia in cotal cosa fare, o dire,

Estremamente ti serò tenuto.

Quel che abbia a fare, io non posso sentire,

Ché omo non trovo che l’abbia veduto,

Né che me dica dove io debba gire;

Sì che per cortesia ti vo’ pregare

Che me consigli quel ch’io debba fare. –

 

70.

La damigella, ch’era grazïosa,

Smontò nel prato il bianco palafreno,

Ed a lui ricontò tutta la cosa,

Ciò che dovea trovar, né più, né meno.

Questa aventura fu maravigliosa,

Come io vi contarò ben tutto apieno

Nel canto che vien dietro, se a Dio piace;

Bella brigata, rimanete in pace.

 

 

CANTO QUARTO

 

1.

Luce de gli occhi miei, spirto del core,

Per cui cantar suolea sì dolcemente

Rime legiadre e bei versi d’amore,

Spirami aiuto alla istoria presente.

Tu sola al canto mio facesti onore,

Quando di te parlai primeramente,

Perché a qual’unche che di te ragiona,

Amor la voce e l’intelletto dona.

 

2.

Amor primo trovò le rime e’ versi,

I suoni, i canti ed ogni melodia;

E genti istrane e populi dispersi

Congionse Amore in dolce compagnia.

Il diletto e il piacer serian sumersi,

Dove Amor non avesse signoria;

Odio crudele e dispietata guerra,

Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

 

3.

Lui pone l’avarizia e l’ira in bando,

E il core accresce alle animose imprese,

Né tante prove più mai fece Orlando,

Quante nel tempo che de amor se accese.

Di lui vi ragionava alora quando

Con quella dama nel prato discese;

Or questa cosa vi voglio seguire,

Per dar diletto a cui piace de odire.

 

4.

La dama, che col conte era smontata,

Gli dicea: – Cavalliero, in fede mia,

Se non che messagiera io son mandata,

Dentro a questo giardin teco verria;

Ma non posso indugiare una giornata

Del mio camino, ed è lunga la via.

Or quel ch’io te vo’ dire, intendi bene:

Esser gagliardo e saggio ti conviene.

 

5.

Se non vôi esser di quel drago pasto,

Che d’altra gente ha consumata assai,

Convienti di tre giorni esser ben casto,

Né camparesti in altro modo mai.

Questo dragone fia il primo contrasto

Che alla primiera entrata trovarai:

Un libro ti darò, dove è depinto

Tutto ‘l giardino e ciò ch’è dentro al cinto. –

 

6.

Il dragone che gli omini divora,

E l’altre cose tutte quante dice,

E descrive il palagio ove dimora

Quella regina, brutta incantatrice.

Ier entrò dentro e dimoravi ancora,

Perché con succo de erbe e de radice

E con incanti fabrica una spata

Che tagliar possa ogni cosa affatata.

 

7.

In questo non lavora se non quando

Volta la l’una e che tutto se oscura.

– Or te vo’ dir perché ha fatto quel brando

E pone al temperarlo tanta cura.

In Ponente è un baron, che ha nome Orlando,

Che per sua forza al mondo fa paura:

La incantatrice trova per destino

Che costui desertar debbe il giardino.

 

8.

Come se dice, egli è tutto fatato

In ogni canto, e non si può ferire,

E con molti guerreri è già provato,

E tutti quanti gli ha fatto morire;

Perciò la dama il brando ha fabricato,

Perché il baron che io ho detto, abbia a perire,

Benché lei dica che pur sa di certo

Che il suo giardin da lui serà deserto.

 

9.

Ma quel che più bisogna avea scordato,

E speso ho il tempo con tante parole.

Non se può entrare in quel loco incantato

Se non aponto quando leva il sole.

Poi ch’io son quivi, è bon tempo passato:

Più teco star non posso, e me ne dole.

Or piglia il libro e ponevi ben cura:

Iddio te aiuti e doneti ventura. –

 

10.

Così dicendo gli dà il libro in mano,

E da lui tol combiato la fantina;

Ben la ringrazia il cavallier soprano:

Lei monta il palafreno e via camina.

Va passeggiando il conte per il piano,

Poi che indugiar conviene alla mattina;

Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto

Ch’esser conviene a quella impresa casto:

 

11.

Perché Origille, quella damigella

Che avea campata, seco dimorava.

Amore e gran desio dentro il martella,

Ma pur indugïar deliberava.

La l’una era nel celo ed ogni stella,

Il conte sopra a l’erba si posava,

Col scudo sotto il capo e tutto armato;

La damigella a lui stava da lato.

 

12.

Dormiva Orlando, e sornacchiava forte

Senz’altra cura il franco cavalliero;

Ma quella dama, che è di mala sorte

Ed a seguir Grifone avea il pensiero,

Fra sé deliberò dargli la morte;

E, rivolgendo ciò l’animo fiero,

Vien pianamente a lui se approssimando,

E via dal fianco gli distacca il brando.

 

13.

Tutto è coperto il conte d’armatura:

Non sa la dama il partito pigliare,

Né de ferirlo ponto se assicura,

Onde destina di lasciarlo stare.

Lei prende Brigliadoro alla pastura,

E prestamente su vi ebbe a montare,

E via camina e quindi s’alontana,

E porta seco il brando Durindana.

 

14.

Orlando fu svegliato al matutino,

E del brando s’accorse e del ronzone.

Pensati se de questo fu tapino,

Che ‘l credette morir di passïone;

Ma in ogni modo entrar vôle al giardino:

E bench’egli abbia perduto il ronzone

E il brando di valor tanto infinito,

Non se spaventa il cavalliero ardito.

 

15.

Via caminando come disperato,

Verso il giardino andava quel barone;

Un ramo d’uno alto olmo avea sfrondato,

E seco nel portava per bastone.

Il sole aponto alora era levato,

Quando lui gionse al passo del dragone;

Fermossi alquanto il cavallier sicuro,

Guardando intorno del giardino al muro.

 

16.

Quello era un sasso de una pietra viva,

Che tutta integra atorno l’agirava;

Da mille braccie verso il ciel saliva,

E trenta miglia quel cerchio voltava.

Ecco una porta a levante s’apriva:

Il drago smisurato zuffellava,

Battendo l’ale e menando la coda;

Altro che lui non par che al mondo s’oda.

 

17.

Fuor della porta non esce nïente,

Ma stavi sopra come guardïano;

Il conte se avicina arditamente

Col scudo in braccio e col bastone in mano.

La bocca tutta aperse il gran serpente,

Per ingiottire quel baron soprano;

Lui, che di tal battaglia era ben uso,

Mena il bastone e colse a mezo ‘l muso.

 

18.

Per questo fu il serpente più commosso,

E verso Orlando furïoso viene;

Lui con quel ramo de olmo verde e grosso

Menando gran percosse gli dà pene.

Al fin con molto ardir gli salta adosso,

E cavalcando tra le coscie il tiene;

Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta

Colpi radoppia a colpi in su la testa.

 

19.

Rotto avea l’osso, e il suo cervello appare,

Quella bestia diversa, e cadde morta.

Il sasso, che era aperto a questo intrare,

S’accolse insieme, e chiuse questa porta.

Or non sa il conte ciò che debba fare,

E nella mente alquanto se sconforta;

Guardasi intorno e non sa dove gire,

Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

 

20.

Era alla sua man destra una fontana,

Spargendo intorno a sé molta acqua viva;

Una figura di pietra soprana,

A cui del petto fuor quella acqua usciva,

Scritto avea in fronte: ‘Per questa fiumana

Al bel palagio del giardin se ariva.’

Per infrescarse se ne andava il conte

Le man e ‘l viso a quella chiara fonte.

 

21.

Avea da ciascun lato uno arboscello

Quel fonte che era in mezo alla verdura,

E facea da se stesso un fiumicello

De una acqua troppo cristallina e pura;

Tra’ fiori andava il fiume, e proprio è quello

Di cui contava aponto la scrittura,

Che la imagine al capo avea d’intorno;

Tutta la lesse il cavalliero adorno.

 

22.

Onde si mosse a gire a quel palaggio,

Per pigliare in quel loco altro partito;

E caminando sopra del rivaggio

Mirava il bel paese sbigotito.

Egli era aponto del mese di maggio,

Sì che per tutto intorno era fiorito,

E rendeva quel loco un tanto odore,

Che sol di questo se allegrava il core.

 

23.

Dolce pianure e lieti monticelli

Con bei boschetti de pini e d’abeti,

E sopr’a verdi rami erano occelli,

Cantando in voce viva e versi queti.

Conigli e caprioli e cervi isnelli,

Piacevoli a guardare e mansueti,

Lepore e daini correndo d’intorno,

Pieno avean tutto quel giardino adorno.

 

24.

Orlando pur va drieto alla rivera,

Ed avendo gran pezzo caminato,

A piè d’un monticello alla costera

Vide un palagio a marmori intagliato;

Ma non puotea veder ben quel che gli era,

Perché de arbori intorno è circondato.

Ma poi, quando li fu gionto dapresso,

Per meraviglia uscì for di se stesso.

 

25.

Perché non era marmoro il lavoro

Ch’egli avea visto tra quella verdura,

Ma smalti coloriti in lame d’oro

Che coprian del palagio l’alte mura.

Quivi è una porta di tanto tesoro,

Quanto non vede al mondo creatura,

Alta da diece e larga cinque passi,

Coperta de smiraldi e de balassi.

 

26.

Non se trovava in quel ponto serrata,

Però vi passò dentro il conte Orlando.

Come fu gionto nella prima entrata,

Vide una dama che avea in mano un brando,

Vestita a bianco e d’oro incoronata,

In quella spada se stessa mirando.

Come lei vide il cavallier venire,

Tutta turbosse e posesi a fuggire.

 

27.

Fuor della porta fuggì per il piano;

Sempre la segue Orlando tutto armato,

Né fu ducento passi ito lontano,

Che l’ebbe gionta in mezo di quel prato.

Presto quel brando gli tolse di mano,

Che fu per dargli morte fabricato,

Perché era fatto con tanta ragione,

Che taglia incanto ed ogni fatagione.

 

28,

Poi per le chiome la dama pigliava,

Che le avea sparse per le spalle al vento,

E di dargli la morte minacciava

E grave pena con molto tormento,

Se del giardino uscir non gl’insegnava.

Lei, ben che tremi tutta di spavento,

Per quella tema già non se confonde,

Anci sta queta e nulla vi risponde;

 

29.

Né per minaccie che gli avesse a fare

Il conte Orlando, né per la paura

Mai gli rispose, né volse parlare,

Né pur di lui mostrava tenir cura.

Lui le lusenghe ancor volse provare,

Essa ostinata fo sempre e più dura;

Né per piacevol dir né per minaccia

Puote impetrar che lei sempre non taccia.

 

30.

Turbossi il cavallier nel suo coraggio,

Dicendo: – Ora me è forza esser fellone;

Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio,

Benché di farlo io ho molta ragione. –

Così dicendo la mena ad un faggio,

E ben stretta la lega a quel troncone

Con rame lunghe, tenere e ritorte,

Dicendo a lei: – Or dove son le porte? –

 

31.

Lei non risponde al suo parlar nïente,

E mostra del suo crucio aver diletto.

– Ahi, – disse il conte – falsa e fraudolente!

Ch’io lo posso sapere al tuo dispetto.

Or mo di novo mi è tornato a mente

Che in un libretto l’aggio scritto al petto,

Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. –

Così dicendo sel trasse di seno.

 

32.

Guardando nel libretto ove è depento

Tutto il giardino e di fuore e d’intorno,

Vede nel sasso, ch’è d’incerco acento,

Una porta che n’esce a mezogiorno;

Ma bisogna a l’uscir aver convento

Un toro avanti, che ha di foco un corno,

L’altro di ferro, ed è tanto pongente,

Che piastra o maglia non vi val nïente.

 

33.

Ma prima che vi ariva, un lago trova,

Dove è molta fatica a trapassare,

Per una cosa troppo strana e nova,

Sì come apresso vi vorò contare;

Ma il libro insegna vincer quella prova.

Non avea il conte a ponto a indugïare,

Ma via camina per l’erba novella,

Lasciando al faggio presa la donzella.

 

34.

Via ne va lui per quelle erbe odorose,

E poi che alquanto via fu caminato,

L’elmo a l’orecchie empì dentro di rose,

Delle qual tutto adorno era quel prato.

Chiuse l’orecchie, ad ascoltar si pose

Gli occei, ch’erano intorno ad ogni lato:

Mover li vede il collo e ‘l becco aprire,

Voce non ode e non potrebbe odire,

 

35.

Perché chiuso se aveva in tal maniera

L’orecchie entrambe a quelle rose folte,

Che non odiva, al loco dove egli era,

Cosa del mondo, ben che attento ascolte;

E caminando gionse alla rivera,

Che ha molte gente al suo fondo sepolte.

Questo era un lago piccolo e iocondo

D’acque tranquille e chiare insino al fondo.

 

36.

Non gionse il conte in su la ripa apena,

Che cominciò quell’acqua a gorgoliare;

Cantando venne a sommo la Sirena.

Una donzella è quel che sopra appare,

Ma quel che sotto l’acqua se dimena

Tutto è di pesce e non si può mirare,

Ché sta nel lago da la furca in gioso;

E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

 

37.

Lei comincia a cantar sì dolcemente,

Che uccelli e fiere vennero ad odire:

Ma, come erano gionti, incontinente

Per la dolcezza convenian dormire.

Il conte non odìa de ciò nïente,

Ma, stando attento, mostra di sentire.

Come era dal libretto amaestrato,

Sopra la riva se colcò nel prato.

 

38.

E’ mostrava dormir ronfando forte:

La mala bestia il tratto non intese,

E venne a terra per donarli morte;

Ma il conte per le chiome ne la prese.

Lei, quanto più puotea, cantava forte,

Ché non sapeva fare altre diffese,

Ma la sua voce al conte non attiene,

Che ambe l’orecchie avea di rose piene.

 

39.

Per le chiome la prese il conte Orlando,

Fuor di quel lago la trasse nel prato,

E via la testa gli tagliò col brando,

Come gli aveva il libro dimostrato,

Sé tutto di quel sangue rossegiando,

E l’arme e sopraveste in ogni lato.

L’elmo se trasse e dislegò le rose;

Tinto di sangue poi tutto se ‘l pose.

 

40.

Di quel sangue avea tocco in ogni loco,

Perché altramente tutta l’armatura

Avrebbe consumata a poco a poco

Quel toro orrendo e fora di natura,

Che avea un corno di ferro ed un di foco.

Al suo contrasto nulla cosa dura,

Arde e consuma ciò che tocca apena:

Sol se diffende il sangue di sirena.

 

41.

Di questo toro sopra vi ho contato,

Che verso mezogiorno è guardïano.

Il conte a quella porta fu arivato,

Poi che ebbe errato molto per il piano.

Il sasso che ‘l giardino ha circondato,

S’aperse alla sua gionta a mano a mano,

E una porta di bronzo si disserra:

Fuora uscì il toro a mezo della terra.

 

42.

Muggiando uscitte il toro alla battaglia,

E ferro e foco nella fronte squassa,

Né contrastar vi può piastra né maglia,

Ogni armatura con le corne passa.

Il conte con quel brando che ben taglia,

A lui ferisce ne la testa bassa,

E proprio il gionse nel corno ferrato:

Tutto di netto lo mandò nel prato.

 

43.

Per questo la battaglia non s’arresta;

Con l’altro corno, ch’è di foco, mena

Con tanta furia e con tanta tempesta,

Che il conte in piede si mantiene apena.

Arso l’avria da le piante alla testa,

Se non che il sangue di quella sirena

Da questa fiamma lo tenìa diffeso,

Che avrebbe l’arme e il busto insieme acceso.

 

44.

Combatte arditamente il conte Orlando,

Come colui che fu senza paura;

Mena a due mano irato e fulminando

Dritti e roversi fuor d’ogni misura.

Egli ha gran forza ed incantato ha il brando,

Onde a’ suoi colpi nulla cosa dura;

Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco,

Fece che ‘l toro al fin pur venne manco.

 

45.

Le gambe tagliò a quello e il collo ancora,

Con gran fatica se finì la guerra.

Il toro occiso senza altra dimora

Tutto se ascose sotto della terra;

La porta, che era aperta alora alora,

A l’asconder di quel presto si serra;

La pietra tutta insieme è ritornata,

Porta non vi è, né segno ove sia stata.

 

46.

Il conte più non sa quel che si fare.

Ché de l’uscita non vede nïente;

Prende il libretto e comincia a guardare,

D’intorno al cerchio va ponendo mente;

Vede il vïaggio che debbe pigliare

Dietro ad un rivo che corre a ponente,

Ove di zoie aperta è una gran porta;

Uno asinello armato è la sua scorta.

 

47.

Ma presto narrarò com’era fatto

Questo asinello, e fu gran meraviglia.

Dio guardi il conte Orlando a questo tratto,

Che alla riva del fiume il camin piglia.

Via ne va sempre caminando ratto,

E seco nella mente se assotiglia,

Perché ‘l libro altro ancor gli avea mostrato,

Prima che gionga a l’asinello armato.

 

48.

Così pensando, a mezo del camino

Uno arbore atrovò fuor di misura:

Tanto alto non fo mai faggio né pino,

Tutto fronzuto di bella verdura.

Come da longe il vide il paladino,

Ben si ricorda di quella scrittura

Che gli mostrava il suo libretto aponto,

Però provede prima che sia gionto.

 

49.

Fermosse sopra il fiume il cavalliero,

E ‘l scudo prestamente desimbraccia,

Da l’elmo tolse via tutto il cimiero,

Alla fronte di quello il scudo allaccia,

Sì che ‘l copria davanti tutto intiero,

Verso la vista e sopra della faccia.

Dinanti ai piedi aponto in terra guarda:

Altro non vede e il suo camin non tarda.

 

50.

E come il loco avea prima avisato,

Al tronco drittamente via camina.

Un grande occello ai rami fu levato,

Che avea la testa e faccia di regina,

Coi capei biondi e il capo incoronato;

La piuma al collo ha d’oro e purpurina,

Ma il petto, il busto e le penne maggiore

Vaghe e dipente son d’ogni colore.

 

51.

La coda ha verde e d’oro e di vermiglio,

Ed ambe l’ale ad occhi di pavone;

Grande ha le branche e smisurato artiglio,

Proprio assembra di ferro il forte ungione.

Tristo quello omo a chi dona di piglio,

Ché lo divora con destruzïone.

Smaltisce questo occello una acqua molle,

Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

 

52.

Levosse dalle rame con fraccasso

Quel grande occello, e verso il conte andava,

Il qual veniva al tronco passo passo

Col scudo in capo, e gli occhi non alciava,

Ma sempre a terra aveva il viso basso;

E l’occellaccio d’intorno agirava,

E tal rumor faceva e tal cridare,

Che quasi Orlando fie’ pericolare.

 

53.

Ché fu più volte per guardare in suso;

Ma pur se ricordava del libretto,

E sotto il scudo se ne stava chiuso.

Alciò la coda il mostro maledetto,

E l’acqua avelenata smaltì giuso.

Quella cade nel scudo, e per il petto

Calla stridendo, come uno oglio ardente;

Ma nella vista non toccò nïente.

 

54.

Orlando se lasciò cadere in terra,

Tra l’erbe, come ceco, brancolando.

Calla l’occello e nel sbergo l’afferra,

E verso il tronco il tira strasinando.

Il conte a man riversa un colpo serra;

Proprio a traverso lo gionse del brando,

E da l’un lato a l’altro lo divise,

Sì che, a dir breve, quel colpo l’occise.

 

55.

Poi che mirato ha il conte quello occello,

Sotto il suo tronco a l’ombra morto il lassa,

E raconcia il cimiero alto a pennello,

E ‘l scudo al braccio nel suo loco abassa.

Verso la porta dove è l’asinello,

Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,

E poco caminò che ivi fu gionto,

E vide aprir la porta in su quel ponto.

 

56.

Mai non fo visto sì ricco lavoro

Come è la porta nella prima faccia.

Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro;

Non la diffende né spata né maccia

Ma uno asino coperto a scaglie d’oro,

Ed ha l’orecchie lunghe da due braccia:

Come coda di serpe quelle piega,

E piglia e strenge a suo piacere e lega.

 

57.

Tutto è coperto di scaglia dorata,

Come io vi ho detto, e non si può passare;

Ma la sua coda taglia come spata,

Né vi può piastra né maglia durare;

Grande ha la voce e troppo smisurata,

Sì che la terra intorno fa tremare.

Ora alla porta il conte s’avicina:

La bestia venne a lui con gran roina.

 

58.

Orlando lo ferì de un colpo crudo,

Né lo diffende l’incantata scaglia;

Tutto il scoperse insino al fianco nudo,

Perché ogni fatason quel brando taglia.

L’asino prese con l’orecchie il scudo,

E tanto dimenando lo travaglia,

Di qua di là battendo in poco spaccio,

Che al suo dispetto lo levò dal braccio.

 

59.

Turbosse oltra misura il conte Orlando,

E mena un colpo furïosamente;

Ambe l’orecchie gli tagliò col brando,

Ché quella scaglia vi giovò nïente.

Esso le croppe rivoltò cridando,

E mena la sua coda, che è tagliente,

E spezza al franco conte ogni armatura:

Lui è fatato, e poco se ne cura;

 

60.

E de un gran colpo a quel colse ne l’anca

Dal lato destro, e tutta l’ha tagliata,

E dentro agionse nella coscia stanca.

Non è riparo alcuno a quella spata;

Quasi la tagliò tutta, e poco manca.

Cadde alla terra la bestia incantata,

Cridando in voce di spavento piena,

Ma il conte ciò non cura e il brando mena.

 

61.

Mena a due mano il conte e non s’arresta,

Benché cridi la bestia a gran terrore.

Via de un sol colpo gli gettò la testa

Con tutto il collo, o la parte maggiore.

Alor tutta tremò quella foresta,

E la terra s’aperse con rumore,

Dentro vi cadde quella mala fiera;

Poi se ragionse, e ritornò com’era.

 

62.

Or fora il conte se ne vuole andare,

Ed alla ricca porta èsse invïato,

Ma dove quella fosse non appare:

Il sasso tutto integro è riserrato.

Lui prende il libro e comincia a mirare;

Poi che ogni volta rimane ingannato

E dura indarno cotanta fatica,

Non sa più che se facci o che se dica.

 

63.

Ciascuna uscita sempre è stata vana

E con arisco grande di morire;

Pur la scrittura del libretto spiana

Che ad ogni modo non se puote uscire

Per una porta volta a tramontana,

Ma là non vi val forza, e non ardire,

Né ‘l proprio senno né l’altrui consiglio,

Ché troppo è quello estremo e gran periglio.

 

64.

Perché un gigante smisurato e forte

Guarda la uscita con la spata in mano,

E se egli avvien che dato li sia morte,

Duo nascon del suo sangue sopra il piano,

E questi sono ancor de simil sorte:

Ciascun quattro produce a mano a mano,

Così multiplicando in infinito

Il numero di lor forte ed ardito.

 

65.

Ma prima ancor che se possa arivare

A quella porta, che è tutta d’argento,

Per quella serrata, vi è molto che fare,

E bisognavi astuzia e sentimento.

Ma il conte a questo non stette a pensare,

Come colui che avea molto ardimento,

Seco dicendo a sua mente animosa:

Chi può durare, al fin vince ogni cosa.”

 

66.

Così fra sé parlando il camin prese

Giù per la costa verso tramontana,

E vide, come al campo giù discese,

Una valle fiorita e tutta piana,

Ove tavole bianche eran distese,

Tutte apparate intorno alla fontana;

Con ricche coppe d’oro in ogni banda

Eran coperti de ottima vivanda.

 

67.

Né quanto intorno se puote mirare,

Disotto al piano e di sopra nel monte,

Non vi è persona che possi guardare

Quella ricchezza che è intorno alla fonte;

E le vivande se vedean fumare.

Gran voglia di mangiare aveva il conte;

Ma prima il libracciol trasse del petto,

E, quel leggendo, prese alto sospetto.

 

68.

Guardando quel libretto, il paladino

Vide la cosa sì pericolosa.

Di là dal fonte è un boschetto di spino,

Tutto fiorito di vermiglia rosa,

Verde e fronzuto; e dentro al suo confino

Una Fauna crudel vi sta nascosa:

Viso di dama e petto e braccia avia,

Ma tutto il resto d’una serpe ria.

 

69.

Questa teneva una catena al braccio,

Che nascosa venìa tra l’erba e’ fiori,

E facea intorno a quella fonte un laccio,

Acciò, se alcun, tirato da li odori,

Intrasse alla fontana dentro al spaccio,

Fosse pigliato con gravi dolori;

Essa, tirando poi quella catena,

A suo mal grado nel boschetto il mena.

 

70.

Orlando dalla fonte si guardava,

E verso il verde bosco prese a gire.

Come la Fauna di questo si addava,

Uscì cridando e posesi a fuggire;

Per l’erba, come biscia, sdrucellava,

Ma presto il conte la fece morire

De un colpo solo e senza altra contesa,

Ché quella bestia non facea diffesa.

 

71.

Poi che la Fauna fu nel prato morta,

Ver tramontana via camina il conte,

E poco longi vide la gran porta,

Che avea davanti sopra un fiume un ponte.

Su vi sta quel che ha tanta gente morta,

Col scudo in braccio e con l’elmo alla fronte;

Par che minacci con sembianza cruda,

Armato è tutto ed ha la spada nuda.

 

72.

Orlando se avicina a quel gigante,

Né de cotal battaglia dubitava,

Perché in sua vita ne avea fatto tante,

Che poca cura di questa si dava.

Quello omo smisurato venne avante,

Ed un gran colpo de spata menava.

Schifollo il conte e trassese da lato,

E quel ferisce col brando affatato.

 

73.

Gionse al gigante sopra del gallone,

Non lo diffese né piastra né maglia,

Ma, fraccassando sbergo e pancirone,

Insino a l’altra coscia tutto il taglia.

Ora se allegra il figlio di Melone,

Credendo aver finita ogni battaglia,

E prese de l’uscir molto conforto,

Poi che vide il gigante a terra morto.

 

74.

Quello era morto, e ‘l sangue fuora usciva,

Tanto che ne era pien tutto quel loco;

Ma, come fuor del ponte in terra ariva,

Intorno ad esso s’accendeva un foco.

Crescendo ad alto quella fiamma viva

Formava un gran gigante a poco a poco;

Questo era armato e in vista furibondo,

E dopo il primo ancor nascìa il secondo.

 

75.

Figli parean di ‘l foco veramente,

Tanto era ciascun presto e furïoso,

Con vista accesa e con la faccia ardente.

Ora ben stette il conte dubbïoso;

Non sa quel che far debba nella mente:

Perder non vôle, e ‘l vincere è dannoso,

Però, ben che li faccia a terra andare,

Rinasceranno, e più vi avrà che fare.

 

76.

Ma de vincere al fin pur se conforta,

Se ne nascesser ben mille migliara,

Ed animoso se driccia alla porta.

Quei duo giganti avean presa la sbara;

Ciascuno aveva una gran spada torta,

Perché eran nati con la simitara.

Ma il conte a suo mal grado dentro passa,

Prende la sbarra e tutta la fraccassa.

 

77.

Unde ciascun di lor più fulminando

Percote adosso del barone ardito;

Ma poca stima ne faceva Orlando,

Ché non puotea da loro esser ferito.

Lui riposto teneva al fianco il brando,

Perché avea preso in mente altro partito;

Adosso ad un di lor ratto se caccia,

E sotto l’anche ben stretto l’abbraccia.

 

78.

Aveano entrambi smisurata lena,

Ma pur l’aveva il conte assai maggiore.

Leval il conte ad alto e intorno il mena,

Né vi valse sua forza, o suo vigore,

Ché lo pose riverso in su l’arena.

L’altro gigante con molto furore

Di tempestare Orlando mai non resta

Da ciascun lato e basso e nella testa.

 

79.

Lui lascia il primo, com’era disteso,

E contra a questo tutto se disserra;

Sì come l’altro a ponto l’ebbe preso,

E con fraccasso lo messe alla terra.

L’altro è levato de grande ira acceso:

Orlando lascia questo e quello afferra;

E mentre che con esso fa battaglia,

Levasi il primo e intorno lo travaglia.

 

80.

Andò gran tempo a quel modo la cosa,

Né se potea sperare il fin giamai;

Non può prendere il conte indugia o posa,

Ché sempre or l’uno or l’altro gli dà guai.

Durata è già la zuffa dolorosa

Più che quattro ore, con tormento assai

Per l’uno e l’altro; a benché ‘l conte Orlando

A duo combatte e non adopra il brando.

 

81.

Per non multiplicarli, il cavalliero

Batteli a terra e non gli fa morire,

Ma per questo non esce del verziero,

Ch’e duo giganti il vetano a partire.

Lui prese combattendo altro pensiero

Subitamente, e mostra di fuggire;

Per la campagna va correndo il conte,

Ma quei due grandi ritornarno al ponte.

 

82.

Ciascun sopra del ponte ritornava,

Come de Orlando non avesse cura;

E lui, che spesso in dietro si voltava,

Credette che restasser per paura;

Ma quella fatason che li creava

Quivi li tenea fermi per natura.

Sol per diffesa stan di quella porta,

E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.

 

83.

Il conte questo non aveva inteso,

Ma via da lor correndo se alontana;

Alla valletta se ne va disteso,

Che ha ‘l bel boschetto a lato alla fontana,

Dove la Fauna avea quel laccio teso

Per pascerse de sangue e carne umana.

Tavole quivi son da tutte bande;

Il laccio è teso intorno alle vivande.

 

84.

Era quel laccio tutto di catena

Come di sopra ancora io v’ho contato.

Orlando lo distacca e dietro il mena,

Strasinando alle spalle, per il prato:

Tanto era grosso, che lo tira appena.

Con esso al ponte ne fu ritornato,

E pose un de’ giganti a forza a terra,

E braccie e gambe a quel laccio gl’inferra.

 

85.

Benché a ciò fare vi stesse buon spaccio,

Perché l’altro gigante lo anoiava;

Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio,

Ed ancora esso per forza atterrava;

Come l’altro il legò proprio a quel laccio.

Ora la porta più non se serrava,

E puote Orlando a suo diletto uscire;

Quel che poi fece, tornati ad odire.

 

86.

Perché se dice che ogni bel cantare

Sempre rincresce quando troppo dura,

Ed io diletto a tutti vi vo’ dare

Tanto che basta, e non fuor di misura;

Ma se verreti ancora ad ascoltare,

Racontarovi di questa ventura

Che aveti odita, tutto quanto il fine,

Ed altre istorie belle e pellegrine.

 

 

CANTO QUINTO

 

1.

Vita zoiosa, e non finisca mai,

A voi che con diletto me ascoltati.

Segnori, io contarò dove io lasciai,

Poi che ad odire sete ritornati,

Sì come Orlando con fatica assai

Quei duo giganti al ponte avea legati.

Vinto ha ogni cosa il franco paladino,

Ed a sua posta uscir può del giardino.

 

2.

Ma lui tra sé pensava nel suo core

Che se a quel modo fuora se n’andava,

Non era ben compito de l’onore,

Né satisfatto a quella che ‘l mandava;

Ed era ancora al mondo un grande errore,

Se quel giardino in tal forma durava,

Ché dame e cavallier d’ogni contrate

Vi erano occisi con gran crudeltate.

 

3.

Però si pose il barone a pensare

Se in alcun modo, o per qualche maniera

QuesQo verzier potesse disertare;

Così la lode e la vittoria intiera

Ben drittamente acquistata gli pare,

Poi che l’usanza dispietata e fiera

Che struggea tante gente pellegrine,

Per sua virtute sia condutta a fine.

 

4.

Legge il libretto, e vede che una pianta

Ha quel giardino in mezzo al tenimento,

A cui se un ramo de cima se schianta,

Sparisce quel verziero in un momento;

Ma di salirvi alcun mai non si vanta,

Che non guadagni morte o rio tormento.

Orlando, che non sa che sia paura,

Destina de compir questa ventura.

 

5.

Ritorna adietro per una vallata,

Che proprio ariva sopra al bel palaggio

Ove la dama prima avea trovata,

Che mirandosi al brando stava ad aggio;

E lui lì presso la lasciò legata,

Come sentesti, a quel tronco di faggiog

Così la ritrovò legata ancora:

Ivi la lascia e non vi fa dimora.

 

6.

De gionger alla pianta avea gran fretta;

Ed ecco in mezo di quella pianura

Ebbe veduta quella rama eletta,

Bella da riguardare oltra misura.

D’arco de Turco non esce saetta

Che potesse salire a quella altura;

Salendo e rami ad alto e’ fa gran spaccio,

Né volta il tronco alla radice un braccio.

 

7.

Non è più grosso, ed ha li rami intorno

Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde;

Quelle getta e rinova in ciascun giorno,

E dentro spine acute vi nasconde.

Di vaghe pome d’oro è tutto adorno;

Queste son grave e lucide e rotonde,

E son sospese a un ramo piccolino:

Grande è il periglio ad esser lì vicino.

 

8.

Grosse son quanto uno omo abbia la testa,

E come alcuno al tronco s’avicina,

Pur sol battendo i piedi alla foresta,

Trema la pianta lunga e tenerina;

E cadendo le pome a gran tempesta,

Qual’unche è gionto da quella roina

Morto alla terra se ne va disteso,

Perché non è riparo a tanto peso.

 

9.

Alti li rami son quasi un’arcata;

Il tronco da lì in gioso è sì polito,

Che non vi salirebbe anima nata,

E se alcun fosse di salire ardito,

Non serìa sostenuto alcuna fiata,

Perché alla cima non è grosso un dito.

Ogni cosa sapeva Orlando a ponto:

Letto nel libro aveva ciò che io conto.

 

10.

E lui prende nel cor tanto più sticcia

Quanto le cose son più faticose,

E per trar questo al fin la mente adriccia.

Taglia de un faggio le rame frondose

Subitamente, e fece una gradiccia;

Crosta di prato e terra su vi pose,

Poi sopra alle sue spalle e alla testa

Stretta la lega, e va che non s’arresta.

 

11.

Aveva il conte una forza tamanta,

Che già portava, come Turpin dice,

Una colonna integra tutta quanta

D’Anglante a Brava per le sue pendice.

Or, come gionto fu sotto la pianta,

Tutta tremò per sino alla radice.

Le sue gran pome, ciascuna più greve,

Vennero a terra e spesse come neve.

 

12.

Il conte va correndo tutta fiata,

E de gionger al tronco ben s’appresta,

Ché già tutta la terra è dissipata,

Né manca di cader l’aspra tempesta.

Ora era carca tanto quella grata,

Che sol di quel gran peso lo molesta,

E se ben presto al tronco non ariva,

Quella roina della vita il priva.

 

13.

Come fu gionto a quella pianta gaglia,

Non vi crediati che voglia montare;

Tutta a traverso de un colpo la taglia:

La cima per quel modo ebbe a schiantare.

Come fu in terra, tutta la prataglia

D’intorno intorno cominciò a tremare;

Il sol tutto se asconde e il celo oscura,

Coperse un fumo il monte e la pianura.

 

14.

Ove sia il conte non vede nïente,

Trema la terra con molto romore.

Eravi per quel fumo un fuoco ardente,

Grande quanto una torre, ancor maggiore;

Questo è un spirto d’abisso veramente,

Che strugge quel giardino a gran furore,

E, come al tutto fu venuto meno,

Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.

 

15.

La pietra che ‘l verzier suolea voltare,

Tutta è sparita e più non se vedia;

Ora per tutto si può caminare.

Largo è il paese, aperto a prateria,

Né fonte né palagio non appare;

De ciò che vi era, sol la dama ria,

Io dico Falerina, ivi è restata,

Sì come prima a quel tronco legata.

 

16.

La qual piangendo forte lamentava,

Poi che disfatto vidde il suo giardino.

Né come prima tacita si stava

Negando dar risposta al paladino;

Ma con voce pietosa lo pregava

Che aggia merc’è del suo caso tapino,

Dicendogli: – Baron, fior de ogni forte,

Ben ti confesso ch’io merto la morte.

 

17.

Ma se al presente me farai morire,

Sì come io ne son degna in veritade,

E dame e cavallier farai perire,

Che son pregioni, e fia gran crudeltade.

Acciò che intendi quel che ti vo’ dire,

Sappi che io feci con gran falsitade

Questo verziero e ciò che gli era intorno,

In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.

 

18.

Per vendicarme sol de un cavallero

E de una dama sua, falsa, putana,

Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero,

Ha consumata molta gente umana;

Né ancora mi bastò questo verzero:

Io feci un ponte sopra a una fiumana,

Dove son prese e dame e cavallieri,

Quanti ne arivan per tutti e sentieri.

 

19.

Quel cavalliero è nomato Arïante,

Origilla è la falsa che io contai.

Or de costoro io non dico più avante,

A benché vi serìa da dire assai.

Per mia sventura tra gente cotante

Alcun de questi duo non gionse mai,

E già più gente è morta a tal dannaggio

Che non ha rami o fronde questo faggio.

 

20.

Perché al giardin, che fu meraviglioso,

Tutti eran morti quanti ne arivava;

Ma il numero più grande e copïoso,

Il ponte ch’io t’ho detto mi mandava,

Perché avea in guardia un vecchio doloroso,

Che molta gente sopra vi guidava.

Il ponte non bisogna che io descriva,

Ma per se stesso chiude chi ve ariva.

 

21.

Né è molto tempo che una incantatrice,

Quale è figliola del re Galafrone,

Che ora col patre, sì come se dice,

Assedïata è dentro ad un girone,

Passando alor di qua, quell’infelice,

Al ponte fo condutta dal vecchione,

E poi, con modo che io non sazo dire,

Partisse, e tutti gli altri fie’ fuggire.

 

22.

Ma molti vi ne sono ora al presente,

Perché ne prende sempre il vecchio assai,

E come io serò occisa, incontinente

Il ponte e lor non si vedran più mai,

E meco perirà cotanta gente:

E tu cagion di tutto il mal serai.

Ma se mi campi, io ti prometto e giuro

Che lasciarò ciascun franco e sicuro.

 

23.

E se non dài al mio parlar credenza,

Menami teco, come io son, legata,

(Presa o disciolta, io non fo differenza,

Ché ad ogni modo io son vituperata),

E disfarò la torre in tua presenza,

E tutta salvarò quella brigata.

Piglia il partito, adunque, che ti pare,

O fa l’altri morire, o mi campare. –

 

24.

Presto questo partito prese il conte,

Ché morta non l’avrebbe ad ogni guisa;

Ni per grave dispetto ni per onte

Avrebbe Orlando una donzella occisa.

D’acordo adunque se ne vanno al ponte,

Ma più di lor la istoria non divisa,

E torna ove lasciò, poco davante,

Marfisa alla battaglia e Sacripante.

 

25.

La zuffa per quel modo era durata,

Che io vi contai ne l’assalto primiero;

Marfisa di tal arme era adobbata,

Che di ferirla non facea mistiero

Ponta di lancia ni taglio di spata;

E Sacripante aveva il suo destriero

Che è sì veloce che si vede apena,

Onde la dama indarno e colpi mena.

 

26.

Ma mentre che tra lor sopra quel piano

è la battaglia de più colpi spessa,

A benché ciascadun al tutto è vano,

Ché essa non nôce a lui né lui ad essa,

Brunello il ladro, il quale era Africano,

E fo servente del gran re de Fiessa,

Avea passate molte regïone,

E de improviso è già gionto al girone.

 

27.

Agramante mandò questo Brunello,

Perché davanti a lui se era avantato

Venire ad Albracà dentro al castello,

Ove è la dama dal viso rosato,

E tuore a lei di dito quello annello,

Quale era per tale arte fabricato,

Che ciascaduno incanto a sua presenza

Perdea la possa con la appariscenza.

 

28.

Fatto era questo per trovar Rugiero,

Che era nascoso al monte di Carena,

E però questo ladro tanto fiero

Vien con tal fretta e tal tempesta mena.

Sopra a quel sasso n’andava legiero,

Che non vi avria salito un ragno a pena,

Però che quel castello in ogni lato

A piombo, come muro, era tagliato.

 

29.

E sol da un canto vi era la salita,

Tutta tagliata a botta di piccone,

E sol da questa è la intrata e la uscita,

Dove alla guarda stan molte persone;

Ma verso il fiume è la pietra polita,

Né di guardarvi fasse menzïone,

Però che con ingegno né con scale,

Né se vi può salir, se non con l’ale.

 

30.

Brunello è d’araparsi sì maestro,

Che su ne andava come per un laccio;

Tutta quella alta ripa destro destro

Montava, e gionse al muro in poco spaccio.

A quello ancor se attacca il mal cavestro,

Menando ambi dui piedi e ciascun braccio

Come egli andasse per una acqua a nôto,

Né fu bisogno al suo periglio un voto;

 

31.

Perché montava cotanto sicuro,

Come egli andasse per un prato erboso.

Poi che passato fu sopra del muro,

A guisa de una volpe andava ascoso;

E non credati che ciò fosse al scuro,

Anci era il giorno chiaro e luminoso;

Ma lui di qua e di là tanto si cella,

Che gionto fu dove era la donzella.

 

32.

Sopra la porta quella dama gaglia

Si stava ascesa riguardando il piano,

E remirava attenta la battaglia

Che avea Marfisa con quel re soprano.

Gran gente intorno a lei facea serraglia:

Chi parla, e chi fa cenno con la mano,

Dicendo: – Ecco Marfisa il brando mena,

Re Sacripante la camparà apena. –

 

33.

Altri diceva: – E’ farà gran diffese

Contra quella crudele il buon guerrero,

Pur che non venga con seco alle prese,

E guardi che non pèra il suo destriero. –

A questo dire il ladro era palese,

Che alla notte aspettar non fa pensiero;

Tra quella gente se ne va Brunello

Tutto improviso, e prese quello annello.

 

34.

E non l’arebbe la dama sentito,

Se non che sbigotì della sua faccia.

Lui con l’anel che gli ha tolto de dito,

Di fuggir prestamente si procaccia,

Correndo al sasso dove era salito.

Dietro tutta la gente è posta in caccia;

Ché Angelica piangendo se scapiglia

Cridando: – Ahimè tapina! piglia! piglia!

 

35.

Piglia! piglia! – cridava – ahimè tapina!

Ché consumata son, s’el non è preso. –

Ciascun per agradire alla regina

A suo poter avrebbe il ladro offeso.

Lui passa il muro e salta la roina,

Per quella pietra se ne va sospeso,

E per la ripa va mutando il passo

Come per gradi, e gionge al fiume basso.

 

36.

Né vi crediati che fusse confuso,

Benché quella acqua sia grossa e corrente:

Come un pesce a natare egli era aduso;

Entra nel fiume, e di lui par nïente.

Fuor de l’acqua teniva aponto il muso,

E pareva una rana veramente;

Quei del castel, guardando in ogni lato

E nol veggendo, il credeno affocato.

 

37.

Angelica per questo se dispera,

E ben se batte il viso la meschina.

Brunello uscì dapoi della rivera,

Per la campagna via forte camina;

Gionse dove era la battaglia fiera

Tra il re circasso e la forte regina.

Ivi firmosse alquanto per mirare,

Ma l’uno e l’altro alor se vôl posare;

 

38.

Perché il secondo assalto era bastato,

E ciascadun di lor vôl prender posa.

Dicea Brunello: Io non serò firmato,

Che io non guadagni vosco alcuna cosa.

Se non vi spoglio, aveti bon mercato;

Ma poi che seti gente valorosa,

Io voglio usarvi alquanta cortesia:

Ciò che io vi lascio, è della robba mia.”

 

39.

Così dicea Brunello in la sua mente,

E vede a Sacripante quel destriero,

Il qual da parte si stava dolente

Avendo del suo regno gran pensiero,

Che gli parea vedere in foco ardente,

Come contato avea quel messaggiero;

E tal doglia di questo ha Sacripante,

Che non se avede quel che abbi davante.

 

40.

Diceva lo Africano: Or che omo è questo

Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone?

Per altra volta io lo farò più desto.”

E prese in questo dire un gran troncone,

E la cingia disciolse presto presto,

E pose il legno sotto dello arcione;

Né prima Sacripante se ne avede,

Che quel se parte, e lui rimane a piede.

 

41.

A questa cosa mirava Marfisa,

Ed avea preso tanta meraviglia,

Che, come fosse dal spirto divisa,

Stringea la bocca ed alciava le ciglia.

Il ladro la trovò tutta improvisa

In tal pensiero, e la spata li piglia;

Quella attamente li trasse di mano,

E via spronando fugge per il piano.

 

42.

Marfisa il segue e cridando il minaccia,

– Giotton, – dicendo – e’ ti costarà cara! –

Ma lui si volta e fagli un fico in faccia;

E fuggendo dicea: – Così se impara! –

Il campo è tutto in arme e costui caccia,

Cridando: – Piglia! piglia! para! para! –

Ma lui, che si trovava un tal destriero,

De lo esser preso avea poco pensiero.

 

43.

Or Sacripante rimase stordito

Per meraviglia, e non avria saputo

Dire a qual modo sia quel fatto gito,

Se non che esso il destriero avea perduto.

Dove è colui, – dicea – che m’ha schernito?

Or come fece, ch’io non l’ho veduto?

Esser non puote che uno inganno tanto

Non sia da spirti fatto per incanto.

 

44.

E se gli è ciò, mia dama con l’annello

Ancor farami avere il bon destriero.

Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello

Che possa riparare a tal mestiero?”

Così dicendo tornasi al castello

Pensoso, anzi turbato nel pensiero;

Ma, come gionto fu dentro alla porta,

Angelica trovò che è quasi morta:

 

45.

Quasi morta di doglia la donzella,

Pensando che riceve un tal dannaggio.

Re Sacripante per nome l’appella,

Dicendo: – Anima mia, chi te fa oltraggio? –

Lei sospirando, piangendo favella,

Dicendo: – Ormai diffesa più non aggio.

Presto nelle sue man me avrà Marfisa,

E serò in pena e con tormento occisa.

 

46.

Aggio perduta tutta la diffesa

Che aver suoleva a l’ultima speranza,

E so che prestamente serò presa,

E poco tempo de viver me avanza.

E tanto questo danno più mi pesa,

Quanto io l’ho recevuto come a cianza,

E più non sazo, trista, dolorosa,

Chi m’abbia tolta così cara cosa. –

 

47.

Non sapea il re di quel fatto nïente,

Ché era nel campo, come aveti odito;

Ma detto gli fu poi da quella gente

Come il ladro l’annel tolse de dito

E fuggitte alla ripa prestamente,

E fu impossibil de averlo seguito,

Perché se era gettato giù del sasso,

Sì che egli era affocato al fiume basso.

 

48.

Il re diceva: – Se Macon mi vaglia,

Che costui non deve esser affocato

(Così foss’egli!), perché alla battaglia

Il mio destrier di sotto m’ha robbato,

E fuggito ne è via per la prataglia.

Benché Marfisa l’abbia seguitato,

Non serà preso, e ben lo so di certo,

Ché del destrier ch’egli ha ne sono esperto. –

 

49.

Mentre che tra costor se ragionava,

E ‘l dir de l’una cosa l’altra spiana,

Colui che in guarda a l’alta rocca stava,

– A l’arme! – crida, e suona la campana;

E dà risposta a chi lo dimandava,

Che una gran gente ariva in su la piana,

Con tante insegne grande e piccoline,

Che ne stupisce e non ne vede il fine.

 

50.

Or questa gente che là giù venìa,

Perché sappiati il fatto ben certano,

Venuta è tutta quanta de Turchia

(Qua la conduce il forte Caramano):

Ducento millia e più quella zinia,

Che con gran cridi se accampa nel piano.

Torindo questa gente fa venire,

Ché vôl vedere Angelica perire.

 

51.

Sono accampati sopra alla pianura,

E ciascadun giurando se destina

Mai non partirse, che di quella altura

Verà la rocca al basso con roina.

Angelica tremava di paura

Veggendosi diserta la meschina,

Ché il campo de’ nemici è sì cresciuto;

Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.

 

52.

Or si va di quel tempo racordando

Che la soccorse il franco paladino

Con tanti bon guerreri, io dico Orlando,

Che avea mandato a quel falso giardino;

La fortuna e se stessa biastemando,

E l’amor de Ranaldo e il rio destino,

Qual l’ha tanto infiammata e tanto accesa,

Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.

 

53.

Sol seco è Sacripante, il bon guerriero,

Ma questo alla battaglia non uscia,

Poi che perduto aveva quel destriero

Che contra di Marfisa il mantenia,

E stava del suo regno in gran pensiero,

Che avea perduto, e in gran malenconia;

Ma più pena sentiva e più dolore

Veggendo quella dama in tanto errore.

 

54.

Del destriero e del regno che è perduto

Non avrebbe quel re doglia né cura,

Pur che potesse dare alcuno aiuto

A quella dama che è in tanta paura.

Il castel per tre mesi è proveduto

Di vittualia dentro a l’alte mura;

Prima adunque che ‘l tempo sia finito,

Bisogno è di pigliare altro partito.

 

55.

Venne in consiglio lo re Galafrone

Col re circasso e sua figlia soprana.

Disse quel vecchio: – Oditi una ragione,

Ché ogni altra di soccorso mi par vana.

Un mio parente tiene la regione

Di là da l’India, detta Sericana,

E lui Gradasso si fa nominare,

Qual di prodezza al mondo non ha pare.

 

56.

Settanta dui reami in sua possanza

Ha conquistato con la sua persona,

E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza;

Per lo universo il suo nome risuona.

Ora di novo per molta arroganza

Ha tolto dal suo capo la corona,

Ed ha giurato mai non la portare

Se non compisce quel ch’egli ha da fare.

 

57.

Perché al tempo passato, alora quando

Vinse la Franza e prese Carlo Mano,

Quel gli promise de mandare un brando

Che al mondo non è un altro più soprano,

Qual era de un baron che ha nome Orlando.

Ora ha aspettato molto tempo in vano,

Onde destina tornare in Ponente,

E prender Carlo e tutta la sua gente.

 

58.

E dentro alla città di Druantuna,

Che è la sua sedia antiqua e stabilita,

Per far passaggio gran gente raduna;

E, secondo che intendo per odita,

Tanta non ne fui mai sotto la l’una

Un’altra fiata ad arme insieme unita;

Benché reputo quella gente a cianza,

Dico a rispetto de la sua possanza.

 

59.

Sì che a camparci de man di Marfisa,

Questo serebbe lo ottimo rimedio;

Ma non ritrovo il modo né la guisa

A far sapere a lui di questo assedio;

Ch’io so che lui verrebbe alla recisa,

Né mai mi lasciarebbe in tanto attedio:

Ma non so trovar modo né vedere

Che questa cosa gli faccia asapere. –

 

60.

Seguiva Galafron con questo dire

A Sacripante voltando le ciglia:

– Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire,

E tanto amor mi porti ed a mia figlia,

Che tu sei posto più volte a morire,

Né Mandricardo, che ‘l tuo regno piglia,

Né il tuo caro Olibandro, che hai perduto,

Mai ti puote distor dal nostro aiuto.

 

61.

Dio faccia che una volta meritare

Possiamo te con degno guidardone,

Ben ch’io non credo mai poterlo fare;

Ma ciò che abbiamo e le proprie persone

Seran disposte nel tuo comandare.

Ciò te giuro a la fede di Macone,

Che la mia figlia e tutto il regno mio

Seran disposti sempre al tuo desio.

 

62.

Ma questo proferirti fia perduto,

Ché serà il regno e noi seco diserti,

Se non trovamo a qualche modo aiuto;

Ed io che tutti quanti li aggio esperti

E lungamente ho il fatto proveduto

E i soccorsi palesi e li coperti,

Dico che siamo a l’ultimo perire,

Se ‘l re Gradasso non se fa venire.

 

63.

Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro

Per nostro amore e tua virtù soprana,

Che non ti para questo fatto duro

Di ritrovar Gradasso in Sericana;

E questa sera, come il cel sia scuro,

Potrai callar nell’oste in su la piana,

Ché quella gente ne stima sì poco,

Che non fa guarda al campo in verun loco. –

 

64.

Sacripante non fie’ molte parole,

Come colui che ha voglia de servire,

E de altro nella mente non si dole,

Se non che presto non si può partire;

Ma come a ponto fu nascoso il sole,

E cominciosse il celo ad oscurire,

Iscognosciuto, come peregrino,

Per mezo l’oste prese il suo camino.

 

65.

Né mai sopra di lui fu riguardato;

Va di gran passo e porta il suo bordone,

Ma sotto la schiavina è bene armato

Di bona piastra, ed ha il brando al gallone.

Rimase Galafrone assedïato

Con la sua figlia nel forte girone;

E Sacripante, che de andare ha cura,

Trovò nel suo vïaggio alta ventura.

 

66.

Questa odirete, come l’altre cose

Che insieme tutte quante sono agionte.

E seran ben delle meravigliose,

Perché fu in India al Sasso della Fonte;

Ma primamente, gente dilettose,

Io ve vorò contar di Rodamonte:

Di Rodamonte vo’ contarvi in prima,

Che una vil foglia il suo Macon non stima,

 

67.

E meno ancor s’accosta ad altra fede:

Tien per suo Dio l’ardire e la possanza,

E non vôle adorar quel che non vede.

Questo superbo, che ha tanta arroganza,

Pigliar soletto tutto il mondo crede,

Ed al presente vôl passar in Franza,

E prenderla in tre giorni si dà vanto,

Come odirete dir ne l’altro canto.

 

 

CANTO SESTO

 

1.

Convienmi alciare al mio canto la voce,

E versi più superbi ritrovare;

Convien ch’io meni l’arco più veloce

Sopra alla lira, perch’io vo’ contare

De un giovane tanto aspro e sì feroce,

Che quasi prese il mondo a disertare:

Rodamonte fu questo, lo arrogante,

Di cui parlato ve ho più volte avante.

 

2.

Alla cità d’Algeri io lo lasciai,

Che di passare in Franza se destina,

E seco del suo regno ha gente assai:

Tutta è all’oggiata a canto alla marina.

A lui non par quella ora veder mai

Che pona il mondo a foco ed a roina,

E biastema chi fece il mare e il vento,

Poi che passar non puote al suo talento.

 

3.

Più de un mese di tempo avea già perso

De quindi in Sarza, che è terra lontana,

E poi che è gionto, egli ha vento diverso,

Sempre Greco o Maestro o Tramontana;

Ma lui destina o ver di esser sumerso,

O ver passare in terra cristïana,

Dicendo a’ marinari ed al patrone

Che vôl passare, o voglia il vento, o none.

 

4.

– Soffia, vento, – dicea – se sai soffiare,

Ché questa notte pure ne vo’ gire;

Io non son tuo vassallo e non del mare,

Che me possiati a forza retenire;

Solo Agramante mi può comandare,

Ed io contento son de l’obidire:

Sol de obedire a lui sempre mi piace,

Perché è guerrero, e mai non amò pace. –

 

5.

Così dicendo chiamò un suo parone

Che è di Moroco ed è tutto canuto;

Scombrano chiamato era quel vecchione,

Esperto di quella arte e proveduto.

Rodamonte dicea: – Per qual cagione

M’hai tu qua tanto tempo ritenuto?

Già son sei giorni, a te forse par poco,

Ma sei Provenze avria già posto in foco.

 

6.

Sì che provedi alla sera presente

Che queste nave sian poste a passaggio,

Né volere esser più di me prudente,

Ché, s’io me anego, mio serà il dannaggio;

E se perisce tutta l’altra gente,

Questo è il minor pensier che nel core aggio,

Perché, quando io serò del mare in fondo,

Voria tirarmi adosso tutto il mondo. –

 

7.

Rispose a lui Scombrano: – Alto segnore,

Alla partita abbiam contrario vento;

Il mare è grosso e vien sempre maggiore.

Ma io prendo de altri segni più spavento,

Ché il sol callando perse il suo vigore,

E dentro a i novaloni ha il lume spento;

Or si fa rossa or pallida la l’una,

Che senza dubbio è segno di fortuna.

 

8.

La fulicetta, che nel mar non resta,

Ma sopra al sciutto gioca ne l’arena,

E le gavine che ho sopra alla testa,

E quello alto aeron che io vedo apena,

Mi dànno annunzio certo di tempesta;

Ma più il delfin, che tanto se dimena,

Di qua di là saltando in ogni lato,

Dice che il mare al fondo è conturbato.

 

9.

E noi se partiremo al celo oscuro,

Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto

Che siamo morti, e de ciò te assicuro;

E tanto di questa arte io sono esperto,

Che alla mia fede te prometto e giuro,

Quando proprio Macon mi fésse certo

Ch’io non restassi in cotal modo morto,

“Va tu, – direbbi – ch’io mi resto in porto.”-

 

10.

Diceva Rodamonte: – O morto o vivo,

Ad ogni modo io voglio oltra passare,

E se con questo spirto in Franza arivo,

Tutta in tre giorni la voglio pigliare;

E se io vi giongo ancor di vita privo,

Io credo per tal modo spaventare,

Morto come io serò, tutta la gente,

Che fuggiranno, ed io serò vincente. –

 

11.

Così de Algeri uscì del porto fuore

Il gran naviglio con le vele a l’orza;

Maestro alor del mare era segnore,

Ma Greco a poco a poco se rinforza;

In ciascaduna nave è gran romore,

Ché in un momento convien che si torza:

Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto

Urtarno il mare insieme a rio baratto.

 

12.

Allor se cominciarno e cridi a odire,

E l’orribil stridor delle ritorte;

Il mar cominciò negro ad apparire,

E lui e il celo avean color di morte;

Grandine e pioggia comincia a venire,

Or questo vento or quel si fa più forte;

Qua par che l’unda al cel vada di sopra,

Là che la terra al fondo se discopra.

 

13.

Eran quei legni di gran gente pieni,

De vittuaglia, de arme e de destrieri,

Sì che al tranquillo e ne’ tempi sereni

Di bon governo avean molto mestieri;

Or non vi è luce fuor che di baleni,

Né se ode altro che troni e venti fieri,

E la nave è percossa in ogni banda:

Nullo è obedito, e ciascadun comanda.

 

14.

Sol Rodamonte non è sbigotito,

Ma sempre de aiutarse si procaccia;

Ad ogni estremo caso egli è più ardito,

Ora tira le corde, or le dislaccia;

A gran voce comanda ed è obedito,

Perché getta nel mare e non minaccia;

Il cel profonda in acqua a gran tempesta,

Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

 

15.

Le chiome intorno se gli odìan suonare,

Che erano apprese de l’acqua gelata;

Lui non mostrava de ciò più curare,

Come fusse alla ciambra ben serrata.

Il suo naviglio è sparso per il mare,

Che insieme era venuto di brigata,

Ma non puote durare a quella prova:

Dov’è una nave, l’altra non si trova.

 

16.

Lasciamo Rodamonte in questo mare,

Che dentro vi è condutto a tal partito:

Ben presto il tutto vi vorò contare;

Ma perché abbiati il fatto ben compito,

Di Carlo Mano mi convien narrare,

Che avea questo passaggio presentito,

E benché poco ne tema o nïente,

Avea chiamata in corte la sua gente.

 

17.

E disse a lor: – Segnori, io aggio nova

Che guerra ci vuol fare il re Agramante.

Né lo spaventa la dolente prova,

Ove fur morte de sue gente tante;

Né par che dalla impresa lo rimova

L’esempio de suo patre e de Agolante,

Che morti fur da noi con vigoria:

Or ne viene esso a fargli compagnia.

 

18.

Ma pure in ogni forma ce bisogna

Guarnir per tutto il regno a bona scorta,

Perché, oltra al vituperio e alla vergogna,

La trista guarda spesso danno porta.

Costor verranno o per terra in Guascogna,

O per mare in Provenza, o ad Acquamorta,

E però voglio che con gente armata

Ogni frontiera sia chiusa e guardata. –

 

19.

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone,

Ed a lui disse: – Poi che se ne è andato

Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone,

Farai che Montealban sia ben guardato.

Manda tua gente fore a ogni cantone,

E fa che incontinente io sia avisato

Ciò che se faccia in terra ed in marina

Per tutta Spagna, dove te confina.

 

20.

Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero,

Sì che non te bisogna una gran gente;

Se pure aiuto te farà mestiero,

Io commetto ad Ivone, il tuo parente,

E qui presente impono ad Angelero

Che ciascadun te sia tanto obediente

Come proprio serìano a mia persona,

Sotto a l’oltraggio di questa corona.

 

21.

Così Guielmo, il sir de Rosiglione,

Ed Ariccardo, quel di Perpignano,

Con tutte le sue gente e sue persone

Vengano ad al’oggiare a Montealbano. –

Di questo non si fece più sermone;

Lo imperator, rivolto a l’altra mano,

Disse: – Segnori, or con più providenza

Convien guardarsi il mar verso Provenza.

 

22.

Però voglio che il duca de Bavera

Di quella regïone abbia la impresa:

In mare, in terra tutta la rivera

Contra questi Africani abbia diffesa.

Benché sia cosa facile e leggiera

Vetare a’ Saracin la prima scesa,

La gran fatica fia de indovinare

Il loco a ponto ove abbino a smontare.

 

23.

Per questo voglio che con seco mena

Tutti quattro i suoi figli a quel riparo,

Ed oltra a questi il conte de Lorena,

Dico Ansuardo, il mio paladin caro,

E Bradiamante, la dama serena,

Ché di Ranaldo vi è poco divaro

Di ardire e forza a questa sua germana;

Così Dio sempre me la guardi sana!

 

24.

Ed Amerigo, duca di Savoglia,

E Guido il Borgognon vada in persona,

E la sua gesta seco si raccoglia

Roberto de Asti e Bovo de Dozona.

Chi non obedirà, sia chi si voglia,

Serà posto ribello alla corona.

Ora, Naimo mio caro, intendi bene:

Tenire aperti gli occhi ti conviene.

 

25.

In molte parte te convien guardare

Per non essere accolto allo improviso,

Ché, stu li lasci a terra dismontare,

Non andarà la cosa più da riso.

Tien la vedetta per terra e per mare,

E fa che de ogni cosa io n’abbia aviso,

Ch’io starò sempre in campo proveduto

A dare, ove bisogni, presto aiuto. –

 

26.

Fu in cotal forma il consiglio fermato,

Sì come avea disposto Carlo Mano,

E ciascadun da lui tolse combiato,

Ed andò il duca Amone a Montealbano,

Da molti bon guerreri accompagnato;

E il duca Naimo per monte e per piano,

Con pedoni e cavalli in quantitade,

Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

 

27.

Trenta migliara avea de cavallieri,

Ed ha vinti migliara de pedoni;

E tra lor cominciarno a far pensieri

Qual terra ciascadun de quei baroni

Tenesse al suo governo volentieri;

Né già vi fôr tra lor contenzïoni,

Ma ciascun, come a Naimo fu in talento,

Prese la guarda e rimase contento.

 

28.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare

Ha gran travaglia contra alla fortuna;

La notte è scura e lume non appare

De alcuna stella, e manco della l’una.

Altro non se ode che legni spezzare

L’un contra a l’altro per quella onda bruna,

Con gran spaventi e con alto romore:

Grandine e pioggia cade con furore.

 

29.

Il mar se rompe insieme a gran ruina,

E ‘l vento più terribile e diverso

Cresce d’ognor e mai non se raffina,

Come volesse il mondo aver somerso.

Non sa che farsi la gente tapina,

Ogni parone e marinaro è perso;

Ciascuno è morto e non sa che si faccia:

Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.

 

30.

Gli altri fan voti con molte preghiere,

Ma lui minaccia al mondo e la natura,

E dice contra Dio parole altiere

Da spaventare ogni anima sicura.

Tre giorni con le notte tutte intiere

Sterno abattuti in tal disaventura,

Che non videro al cielo aria serena,

Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

 

31.

Al quarto giorno fu maggior periglio,

Ché stato tal fortuna ancor non era,

Perché una parte di quel gran naviglio

Condotta è sotto Monaco in rivera.

Quivi non vale aiuto né consiglio;

Il vento e la tempesta ognior più fiera

Ne l’aspra rocca e nel cavato sasso

Batte a traverso e legni a gran fracasso.

 

32.

Oltra di questo tutti e paesani,

Che cognobber l’armata saracina,

Cridando: – Adosso! adosso a questi cani! –

Callarno tutti quanti alla marina,

E ne’ navigli non molto lontani

Foco e gran pietre gettan con roina,

Dardi e sagette con pegola accesa;

Ma Rodamonte fa molta diffesa.

 

33.

Nella sua nave alla prora davante

Sta quel superbo, e indosso ha l’armatura,

E sopra a lui piovean saette tante

E dardi e pietre grosse oltra a misura,

Che sol dal peso avrian morto un gigante;

Ma quel feroce, che è senza paura,

Vôl che ‘l naviglio vada, o male o bene,

A dare in terra con le vele piene.

 

34.

Aveano e suoi di lui tanto spavento,

Che ciascaduno a gran furia se mosse,

Ed ogni nave al suo comandamento

Sopra alla spiagia alla prora percosse.

Traeva Mezodì terribil vento

Con spessa pioggia e con grandine grosse;

Altro non se ode che nave strusire

Ed alti cridi e pianti da morire.

 

35.

Di qua di là per l’acqua quei pagani

Con l’arme indosso son per anegare,

E gettan frezze e dardi in colpi vani;

Mai non li lascia quella unda fermare.

In terra stanno armati e paesani,

Né li concedon ponto a vicinare,

E di Monico uscì, che più non tarda,

Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

 

36.

Questo Arcimbaldo è conte di Cremona,

E del re Desiderio egli era figlio;

Gagliardo a meraviglia di persona,

Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio.

Costui la rocca a Monico abandona

Sopra un destrier coperto di vermiglio,

E con gran gente calla alla riviera,

Ove apizzata è la battaglia fiera.

 

37.

A Monico il suo patre l’ha mandato,

Ch’è sopra alle confine di Provenza,

Perché intenda le cose in ogni lato,

E dàlli avviso in ciascuna occorrenza.

Il re dentro a Savona era fermato,

Dov’ha condutta tutta sua potenza

Con bella gente per terra e per mare,

Ché ad Agramante il passo vôl vetare.

 

38.

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri,

Come io vi dico, sopra al mar discese,

E fie’ tre schiere de’ suoi cavallieri,

E sopra al litto aperto le distese.

Esso con soi pedoni e ballestrieri

Andò in soccorso a questi del paese,

Dove è battaglia orribile e diversa,

Benché l’armata sia rotta e somersa.

 

39.

Ché Rodamonte, orrenda creatura,

Fa più lui sol che tutta l’altra gente;

Egli è ne l’acqua fino alla centura,

Adosso ha dardi e sassi e foco ardente.

Ciascaduno ha di lui tanta paura,

Che non se gli avicina per nïente,

Ma da largo cridando con gran voce

Con lancie e frizze quanto può li nôce.

 

40.

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio,

E con gran passo alla terra ne viene,

E per molta superbia e per orgoglio

Dove è più dirupato il camin tiene.

Or, bei Segnori, io già non vi distoglio

Ch’e Cristïan non se adoprassen bene;

Ma non vi fo remedio a quella guerra:

Al lor dispetto lui discese in terra.

 

41.

Dietro vi viene di sua gente molta,

Che da le nave e da i legni spezzati

Mezo somersa insieme era ricolta,

A benché molti ne erano affondati,

Ché non ne campò il terzo a questa volta;

E questi che alla terra eno arivati,

Son sbalorditi sì dalla fortuna,

Che non san s’egli è giorno o notte bruna.

 

42.

Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno,

Che tutta la sua gente tien diffesa,

Come fu gionto asciutto nel terreno,

E comincia dapresso la contesa;

Tra’ Cristïan facea né più né meno

Che faccia il foco nella paglia accesa,

Con colpi sì terribili e diversi

Che in poco d’ora quei pedon dispersi.

 

43.

In quel tempo Arcimbaldo era tornato,

Per condur sopra al litto e cavallieri,

E giù callava in ordine avisato,

Come colui che sa questi mestieri.

Ogni penone al vento è dispiegato,

Di qua di là se alciarno e cridi fieri;

Il conte di Cremona avanti passa,

Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

 

44.

Fermo in due piedi aspetta lo Africante;

Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo,

E non lo mosse ove tenìa le piante,

Benché fu il colpo smisurato e crudo;

Ma il Saracin, che ha forza de gigante,

E teneva a due mane il brando nudo,

Ferisce lui d’un colpo sì diverso,

Che tagliò tutto il scudo per traverso.

 

45.

Né ancor per questo il brando se arrestava,

Benché abbia quel gran scudo dissipato,

Ma piastra e maglia alla terra menava,

E fecegli gran piaga nel costato.

Certo Arcimbaldo alla terra n’andava,

Se non che da sua gente fu aiutato,

E fu portato a Monico alla rocca,

Come se dice con la morte in bocca.

 

46.

Tutti quei paesani e ogni pedone

Fôr da’ barbari occisi in su l’arena,

Che eran sei miglia e seicento persone:

Non ne campâr quarantacinque apena.

Li cavallier fuggîr tutti al girone:

Non dimandar s’ogniom le gambe mena;

Ma se quei saracini avean destrieri,

Perian con gli altri insieme e cavallieri.

 

47.

Sino al castel fu a lor data la caccia,

Poi giù callarno quei pagani al mare,

Il quale era tornato ora a bonaccia:

Qua Rodamonte li fece al’oggiare.

Ciascun de aver la robba se procaccia

Che somersa da l’onde al litto appare;

Tavole e casse ed ogni guarnimento

Sopra a quella acqua va gettando il vento.

 

48.

Fôr le sue nave intra grosse e minute

Che se partîr de Algier cento novanta;

Meglio guarnite mai non fôr vedute

Di bella gente e vittuaglia tanta;

Ma più che le due parte eran perdute,

Né se atrovarno a Monico sessanta;

E queste più non son da pace o guerra,

Ché ‘l più de loro avean percosso in terra.

 

49.

Morti eran tutti quanti e lor destrieri,

E perduta ogni robba e vittuaglia;

Rodamonte al tornar non fa pensieri,

Né stima tutto il danno una vil paglia.

Va confortando intorno e suoi guerreri

Dicendo: – Compagnoni, or non vi incaglia

Di quel che tolto ce ha fortuna o mare,

Ché per un perso, mille io vi vuo’ dare.

 

50.

E quivi non farem lungo dimoro,

Ché povra gente son questi villani.

Io vo’ condurvi dove è il gran tesoro,

Giù nella ricca Francia a i grassi piani.

Tutti portano al collo un cerchio d’oro,

Come vedreti, questi fraudi cani,

Sì che del perso non vi dati lagno,

Ché noi siam gionti al loco del guadagno. –

 

51.

Così la gente sua va confortando

Re Rodamonte con parlare ardito;

Questo e quello altro per nome chiamando,

Gli invita a riposar sopra a quel lito.

Or de Arcimbaldo vi verrò contando,

Che nel castel di Monico è fuggito,

Rotto e sconfitto ed a morte piagato,

Come di sopra a ponto io ve ho contato.

 

52.

Come alla rocca fu dentro alle mura,

Al patre un messaggiero ebbe mandato,

Che gli contasse di questa sciagura

El fatto tutto, come era passato.

De avvisar Naimo ancora ha preso cura,

Qual già dentro a Marsilia era arivato,

E mandò ad esso un altro messaggiero,

Che gli raconta il fatto tutto intero.

 

53.

Re Desiderio fu molto dolente,

Quando egli intese la novella fiera;

Uscitte de Savona incontinente,

Spiegando al vento sua real bandiera;

A Monico ne vien con la sua gente.

Da l’altra parte il duca di Bavera

Si mosse di Marsilia con gran fretta,

Per far de’ Saracini aspra vendetta.

 

54.

Ciascuna schiera a gran furia camina,

Dico Francesi e gente italïana,

E l’una vidde l’altra una matina

Da due vallette non molto lontana.

In mezo è Rodamonte alla marina,

Dove accampata ha sua gente africana.

Quel forte saracin dal crudo guardo

Vidde nel monte gionto il re lombardo,

 

55.

Con tante lancie e con tante bandiere

Che una selva de abeti se mostrava;

Tutta coperta di piastre e lamiere

La bella gente il poggio alluminava.

Cridando Rodamonte in voce altiere

Chiama sua gente e l’armi dimandava,

E in un momento fu tutto guarnito

Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

 

56.

Fuor salta a piedi, e non avea destriero,

Ché per fortuna l’ha perso nel mare.

Or se leva a sue spalle il crido fiero

Per l’altra gente che nel poggio appare,

Io dico Naimo, Ottone e Belengiero,

Che d’altra parte vengono arivare,

Roberto de Asti e ‘l conte di Lorena

Con Bradamante, che la schiera mena.

 

57.

Avanti a gli altri vien quella donzella,

E bene al suo german tutta assomiglia;

Proprio assembra Ranaldo in su la sella,

E di bellezza è piena a meraviglia.

Costei mena la schiera a gran flagella;

Ma Rodamonte, levando le ciglia,

Gionta la gente vede in ogni lato,

Che quasi intorno l’ha chiuso e serrato.

 

58.

A’ suoi rivolto con la faccia oscura,

Disse: – Prendeti qual schiera vi piace,

O questa o quella, ch’io non ne do cura;

L’altra soletto, per lo Dio verace,

Voglio mandare in pezzi alla pianura. –

Così parlava quel giovane audace,

Ma la sua gente, che ha per lui gran core,

Verso e Lombardi è mossa con furore.

 

59.

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri

Oditi fôrno intorno ad ogni lato;

Re Desiderio e’ soi bon cavallieri

Mena a roina il popol rinegato;

A benché e Saracin eran sì fieri

Per la prodezza del suo re appregiato,

Che, ancor che fusser de’ Lombardi meno,

Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

 

60.

Ma in questo loco è la battaglia zanza,

Dico a rispetto de l’altra vicina,

Dove contra ai baron che eran di Franza

Combatte Rodamonte a gran roina.

Costui ben certo di prodezza avanza

Quanta fôr mai di gente saracina;

In guerra non fu mai tanto fraccasso,

Però contar lo voglio a passo a passo.

 

61.

Il duca Naimo, che è saggio e prudente,

Come vede e nemici alla pianura,

Fermò sopra del monte la sua gente,

E divisela in terzo per misura.

La schiera che venìa primeramente,

Fu Bradiamante, ch’è senza paura;

La figliola de Amon, quella rubesta,

Venìa spronando con la lancia a resta.

 

62.

E seco al paro il conte de Lorena,

Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto,

Che giù callando gran tempesta mena,

E ‘l conte de Asti, quel franco Roberto.

Questa è la prima schiera, che è ben piena:

Sedeci millia e più son per il certo.

Poi mosse la seconda con gran crido,

Sotto il duca Americo e il duca Guido.

 

63.

L’un di Savoia e l’altro è di Bergogna,

Ciascadun d’essi ha più franca persona.

Contarvi e capitani mi bisogna:

Con loro è gionto Bovo di Dozona;

Per fare a’ Saracini onta e vergogna,

Questa schiera seconda s’abandona;

La terza guida Naimo il bon vecchione,

E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

 

64.

Il padre e’ quatro figli a questa schiera

Son posti di quel campo al retroguardo,

Con tutta la sua gente di Baviera.

Ora tornamo al saracin gagliardo,

Che non avea stendardo né bandiera,

Ma tutto solo a mover non fu tardo

Contra alla gente che il monte discende;

Solo ed a piede la battaglia prende.

 

65.

Piacciavi, bei segnor, di ritornare

Ad ascoltar la zuffa che io vo’ dire,

Ché se mai prove odesti racontare

E colpi orrendi e diverso ferire,

E gente rotte a terra trabuccare,

Tutto è nïente a quel ch’io vo’ seguire.

Nel fin del canto tornerò ad Orlando:

Adio, segnori; a voi mi racomando.

 

 

CANTO SETTIMO

 

1.

Non fu, signor, contato più giamai

Battaglia sì diversa e tanto orribile,

Perché, come di sopra io vi contai,

Rodamonte di Sarza, quel terribile,

Contra de Naimo, che avea gente assai,

Solo è afrontato, che è cosa incredibile;

Ma Turpin, che dal ver non se diparte,

Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

 

2.

Né so se ‘l fu piacer del celo eterno

Donar tanta prodezza ad un Pagano,

O se ‘l demonio, uscito dell’inferno,

Combattesse per lui quel giorno al piano;

E’ pose nostra gente in tal squaderno,

Che non fu data, al ricordare umano,

Cotal sconfitta a nostra gente santa,

Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

 

3.

Tutte le schiere, come io ve ho contato,

Giù della costa son callate al basso;

Da l’altra parte Rodamonte armato

Ha fesa la battaglia a gran fraccasso.

La nostra gente come erba di prato

Taglia a traverso e manda morta al basso;

Pedoni e cavallier, debili e forti

L’un sopra a l’altro van spezzati e morti.

 

4.

Sempre ferendo va quello africante

Dritti e roversi, e cridando minaccia;

Egli ha i nemici di dietro e davante,

Ma lui col brando se fa ben far piaccia.

Ecco gionta alla zuffa Bradamante,

Quella donzella ch’è di bona raccia;

Come fùlgor del cielo, o ver saetta,

Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

 

5.

Dal lato manco il gionse nel traverso

E passò il scudo questa dama ardita,

E quasi a terra lo mandò riverso,

Benché non fece a quel colpo ferita;

Ché ‘l saracin, che fu tanto diverso,

Ed avea forza incredibile e infinita,

Portava sempre alla battaglia indosso

Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

 

6.

Ma non di manco pur fo per cadere,

Come io ve dissi, per quella incontrata,

Quando la dama che ha tanto potere

Lo ferì al fianco con lancia arrestata;

Tutta la gente che l’ebbe a vedere,

Levò gran crido e voce smisurata;

Né già per questo al pagan se avicina,

Ma sol cridando aiuta la fantina.

 

7.

Lei già rivolto ha il suo destrier coperto,

E torna adosso a quel saracin crudo.

Or fuor de schiera uscì il conte Roberto

E ferì Rodamonte sopra il scudo,

Ed Ansuardo de battaglia esperto,

Egli sprona anco adosso a brando nudo;

Onde la gente, che ha ripreso core,

Tutta se mosse insieme a gran furore,

 

8.

– Adosso! adosso! – ciascadun cridando,

Con sassi e lancie e dardi oltra misura.

Rideva il saracin questo mirando,

Come colui che fu senza paura;

Mena a traverso il furïoso brando,

E gionse proprio a loco di cintura

Quello Ansuardo, conte di Lorena,

E morto a terra il pose con gran pena.

 

9.

Mezo alla terra e mezo nell’arcione

Rimase il busto di quel paladino:

Non fu mai vista tal destruzïone.

A Brandimante mena il saracino;

Lei non accolse, ma gionse il ronzone,

Che era coperto de usbergo acciarino;

Non giova usbergo né piastra né maglia,

Ché col e spalle a quel colpo li taglia.

 

10.

Onde rimase a terra la donzella,

Ché ‘l suo destriero è in duo pezi partito.

Adosso a gli altri il saracin martella;

Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito:

De un colpo il fende insino in su la sella.

Alor fu ciascaduno sbigotito,

Mirando il colpo di tanta tempesta:

Chi può fuggire, in quel campo non resta.

 

11.

Rimase, com’io dico, Brandimante

Col destrier morto adosso in su l’arena

Tra quelle genti occise, che eran tante,

Che più morta che viva era con pena.

E Rodamonte, busto de gigante,

Col brando tutto il resto a morte mena;

Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano,

E manda pezzi da ogni banda al piano.

 

12.

Pezzi de omini armati e de destrieri

Da ciascun canto in su la terra manda:

Contarvi e colpi non vi fa mestieri,

Né quanto sangue per terra si spanda.

Vanno a fraccasso e nostri cavallieri,

Ciascun fuggendo a Dio si racomanda;

Ed a dir presto e ben la cosa intera,

Tutta a roina è già la prima schiera.

 

13.

E gionto è quel pagano alla seconda,

E rinovata è qui l’aspra battaglia,

Ché gente sopra a gente più ve abonda,

E fatto ha intorno al saracin serraglia;

Ma lui col brando tutti li profonda,

E men gli stima che un covon de paglia.

Il duca Naimo, che ogni cosa vede,

Per la gran doglia di morir se crede.

 

14.

– Segnor del cel, – dicea – se alcun peccato

Contra de noi la tua iustizia inchina,

Non dar l’onore a questo rinegato,

Che così strazia tua gente meschina! –

Questo dicendo, un messo ebbe mandato,

Che racontasse a Carlo la roina

Che era incontrata, e dimandasse aiuto,

Benché se tenga ormai morto e perduto,

 

15.

Poi che ‘l pagano ha sì franca persona,

Che non trova riparo a sua possanza.

Ecco scontrato ha Bovo de Dozona,

E tutto feso l’ha fin nella panza.

Sua gente morto in terra lo abandona,

E ciascadun che avea prima baldanza,

Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere,

Volta le spalle e fugge a più potere.

 

16.

Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero:

Tutti li occide senza alcun riguardo.

Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero,

Ma nanti al saracin ciascuno è tardo,

Ché Rodamonte è sì presto e legiero,

Che al corso avea più volte gionto un pardo.

Non vi giova fuggire e non diffesa:

Tutti li manda morti alla distesa.

 

17.

Come al decembre il vento che s’invoglia,

Quando comincia prima la freddura:

L’arbor se sfronda e non vi riman foglia;

Così van spessi e morti a la pianura.

Ecco Americo, il duca di Savoglia,

Ch’è rivoltato in sua mala ventura,

E gionse a mezo il petto lo Africano,

Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;

 

18.

Ché a lui ferì il pagan sopra la testa,

E tutto il parte insin sotto al gallone.

Or fugge ciascaduno e non se arresta;

Mai non se vidde tal confusïone.

Il duca Naimo una grossa asta arresta,

E move la sua schiera il bon vecchione,

E seco ha quattro figli, ogniom più fiero,

Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

 

19.

Cresce la zuffa e il crido se rinova,

E levasi il rumore e ‘l gran polvino.

Primeramente Avorio il pagan trova,

E ben rompe sua lancia il paladino;

Ma Rodamonte sta fermo alla prova,

E non se piega il forte saracino;

E similmente nel colpir de Ottone

Stette in duo piedi saldo al parangone.

 

20.

L’un dopo l’altro Avino e Belengero

A lui feriano adosso arditamente,

E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero;

Ma, come gli altri, pur fece nïente.

Al quinto colpo quel saracin fiero

Alciò la faccia a guisa de serpente;

Crollando il capo disse: – Via, canaglia!

Ché tutti non valeti un fil di paglia. –

 

21.

Né più parole; ma del brando mena,

E gionse nella testa al franco Ottone.

Come a Dio piacque e sua Matre serena,

Voltosse il brando e colse de piattone,

E fo quel colpo di cotanta pena,

Che tramortito lo trasse d’arzone;

Né sopra a questo il saracin se arresta,

Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.

 

22.

E misse a terra duo de quei gagliardi,

Avorio e Belengier, feriti a morte;

E gli altri tutti, e nobili e codardi,

Seriano occisi da quel pagan forte,

Se Desiderio e’ suoi franchi Lombardi

Non avesser turbata quella sorte,

Perché a quel tempo con sua gente scorta

La ria canaglia avea sconfitta e morta;

 

23.

E gionto era alle spalle al saracino,

Che roïnando gli altri avanti caccia

E già per terra avea disteso Avino,

Ferito crudelmente nella faccia.

Come un gran vento nel litto marino

Leva l’arena e il campo avanti spaccia,

Così quel crudo con la spada in mano

Tutta la gente manda morta al piano.

 

24.

Per l’aria van balzando maglie e scudi,

Ed elmi pien di teste, e braccie armate,

Ma benché taglia come corpi nudi

Sbergi e lameri e le piastre ferrate,

Pur rivoltava spesso gli occhi crudi

Alle sue gente rotte e dissipate,

E tutta via mirando alla sua schiera,

Facea battaglia avanti orrenda e fiera.

 

25.

Quale il forte leone alla foresta,

Che sente alle sue spalle il cacciatore,

Squassando e crini e torzendo la testa

Mostra le zanne e rugge con terrore;

Tal Rodamonte, odendo la tempesta

Che faceano e Lombardi, e ‘l gran furore

Della sua gente rotta e posta in caccia,

Rivolta a dietro la superba faccia.

 

26.

Sua gente fugge, e chi più può sperona:

Beato se tenìa chi era il primiero.

Re Desiderio mai non li abandona,

Anci li caccia per stretto sentiero.

A lui davanti è il conte di Cremona,

Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero,

Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano

Vien Rigonzone, il forte parmesano.

 

27.

Era costui feroce oltra a misura,

Ma legier di cervel come una paglia;

O ver guarnito, o senza l’armatura,

Battendo gli occhi intrava alla battaglia;

Né della vita né de onor si cura,

Ché sua ballestra non avea serraglia,

Dico, perché scoccava al primo tratto:

A dire in summa, el fu gagliardo e matto.

 

28.

Or questi duo la gente saracina,

Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone,

Cacciano in rotta con molta roina.

Del re di Sarza in terra è ‘l confalone,

Ch’era vermiglio, e dentro una regina,

Quale avea posto il freno ad un leone:

Questa era Doralice de Granata,

Da Rodamonte più che il core amata.

 

29.

Però ritratta nella sua bandiera

La portava quel re cotanto atroce,

Sì naturale e proprio come ella era,

Che altro non li manca che la voce.

E lei mirando, alla battaglia fiera

Più ritornava ardito e più feroce,

Ché per tal guardo sua virtù fioriva,

Come l’avesse avante a gli occhi viva.

 

30.

Quando la vidde alla terra caduta,

Mai fu nella sua vita più dolente;

La fiera faccia di color si muta,

Or bianca ne vien tutta, or foco ardente.

Se Dio per sua pietate non ce aiuta,

Perduto è Desiderio e la sua gente,

Perché il pagano ha furia sì diversa,

Che nostra gente fia sconfitta e persa.

 

31.

Questa battaglia tanto sterminata

Tutta per ponto vi verrò contando,

Ma più non ne vo’ dire in questa fiata,

Perché tornar conviene al conte Orlando,

Quale era gionto al fiume della fata,

Sì come io vi lasciai alora quando

Con Falerina se pose a camino,

Poi che disfatto fu quel bel giardino:

 

32.

Quel bel giardino ove era guardïano

Il drago, il toro e l’asinello armato,

E quel gigante, che era ucciso in vano

Come di sopra vi fu racontato.

Tutto il disfece il senator romano,

Benché per arte fosse fabricato,

Ed alla dama poi dette perdono,

Per trar dal ponte quei che presi sono:

 

33.

Quei cavallier, che presi erano al ponte

Dal vecchio ingannator, come io contai.

Quivi n’andava drittamente il conte,

Per trar cotanta gente di tal guai,

Via caminando per piani e per monte;

Con seco è Falerina sempre mai,

A piede, come lui, né più né meno,

Ché non avean destrier né palafreno.

 

34.

Perduto aveva il conte Brigliadoro,

Come sapiti, e insieme Durindana;

Or, così andando a piè ciascun de loro,

Gionsero un giorno sopra alla fiumana,

Ove la falsa Fata del Tesoro

Avea ordinata quella cosa strana,

Più strana e più crudel che avesse il mondo,

Perché il fior de’ baroni andasse al fondo.

 

35.

Fu profondato quivi il fio de Amone,

Come di sopra odesti raccontare,

E seco Iroldo e l’altro compagnone,

Che ancor mi fa pietate a ricordare;

Né dopo molto vi gionse Dudone,

Il qual venìa questi altri a ricercare,

Ché comandato li avea Carlo Mano

Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.

 

36.

Caminando il baron senza paura,

Cercato ha quasi il mondo tutto quanto;

E, come volse la mala ventura,

Gionse a quel lago fatto per incanto,

Ove Aridano, orrenda creatura,

Cotanta gente avea condutta in pianto,

Perché ogni cavalliero e damigella

Getta nel lago la persona fella.

 

37.

Così fu preso e nel lago gettato

Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa,

Perché Aridano in tal modo è fatato,

Che ciascadun che avea seco contesa,

Sei volte era di forza superchiato,

Onde veniva ogni persona presa;

Perché, se alcun baron ha ben possanza,

E lui sei tanta di poter lo avanza.

 

38.

Tanta fortezza avea quel disperato

Che, come spesso se potea vedere,

Natava per quel lago tutto armato,

E tornava dal fondo a suo piacere;

E quando alcuno avesse profondato,

Giù se callava senz’altro temere,

E poi, notando per quella acqua scura,

Di lor portava a soma l’armatura.

 

39.

E tanto era superbo ed arrogante,

Che delle gente occise e da lui prese

L’arme che avea spogliate tutte quante

A sé d’intorno le tenea suspese;

Ma a tutte l’altre se vedea davante,

Sopra a un cipresso bene alto e palese,

La sopravesta e l’arme de Ranaldo,

Che avea spogliato il saracin ribaldo.

 

40.

Or, come io dissi, in su questa riviera

Ne gionge il conte caminando a piede,

E Falerina sempre a canto gli era;

Ma quando quella dama il ponte vede,

Tutta se turba e cangia ne la ciera,

Biastemando Macone e chi li crede;

Poi dice: – Cavallier, con duol amaro

Tutti siam morti, e più non c’è riparo.

 

41.

Questo voluto ha il perfido Apollino

(Così poss’el cader dal celo al basso!)

Che ce ha guidato per questo camino,

Per roïnarce a quel dolente passo.

Or, perché intendi, quivi è un malandrino

Che già robbava ogniomo a gran fraccasso,

Crudele, omicidiale ed inumano,

E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano.

 

42.

Ma non avea possanza e non ardire,

Ché è de rio sangue e de gesta villana;

Or tanto è forte, e il perché ti vo’ dire,

Ché cosa non fu mai cotanto strana.

Dentro a quel lago che vedi apparire,

Stavi una fata, che ha nome Morgana,

Qual per mala arte fabricò già un corno,

Che avria disfatto il mondo tutto intorno.

 

43.

Perché qual’unche il bel corno suonava,

Era condutto alla morte palese.

Sì lunga istoria dirti ora mi grava,

Come le gente fusser morte, o prese.

In poco tempo un barone arivava

(Il nome suo non so, né il suo paese):

Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra

Di quella gente uscita della terra.

 

44.

Quel cavallier, persona valorosa,

Così disfece il tenebroso incanto,

Onde la fata vien sì desdignosa

Che mai potesse alcun darsi tal vanto;

E fie’ questa opra sì meravigliosa,

Che, ricercando il mondo tutto quanto,

Non serà cavallier di tanto ardire,

Qual non convenga a quel ponte perire.

 

45.

Ella si pensa che quel campïone

Che suonò il corno, quindi abbia a passare,

O ver che per ardir, come è ragione,

Venga questa aventura a ritrovare;

Così l’averà morto, o ver pregione,

Ché omo del mondo non potria durare.

Per far perir quel cavallier Morgana

Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

 

46.

E ricercando tutte le contrate

De uno om crudel, malvaggio e traditore,

Trovò Arridano senza pïetate

Che già la terra non avea peggiore,

E ben guarnito l’ha de arme affatate

E d’una maraviglia ancor maggiore,

Che qual’unche baron seco s’affronta,

Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

 

47.

Onde io mi stimo il vero, anci son certa

Che a tale impresa non potria durare;

Ed io con teco, misera, diserta

Dentro a quella acqua me vedo affogare,

Ché noi siam gionti troppo a la scoperta,

E non c’è tempo o modo di campare.

Non è rimedio ormai: noi siam perduti,

Come Aridano il fier ce abbia veduti. –

 

48.

Il conte, sorridendo a tal parole,

Disse alla dama ragionando basso:

– Tutta la gente dove scalda il sole,

Non mi faria tornare adietro un passo.

Sasselo Idio di te quanto mi dole,

Poi che soletta in tal loco te lasso;

Ma sta pur salda e non aver temanza:

Il ferro è il mezo a l’om che ha gran possanza. –

 

49.

La dama ancor piangendo pur dicia:

– Fuggi per Dio, baron, campa la morte!

Ché il conte Orlando qua non valeria,

Né Carlo Mano e tutta la sua corte.

Lasciar m’incresce assai la vita mia,

Ma de la morte tua mi dôl più forte,

Ché io son da poco e son femmina vile,

Tu prodo, ardito e cavallier gentile. –

 

50.

Il franco conte a quel dolce parlare

A poco a poco si venìa piegando,

E destinava dietro ritornare.

Oltra quel ponte d’intorno guardando

L’arme cognobbe che suolea portare

Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando:

– Chi mi ha fatto – dicea – cotanto torto?

O fior d’ogni baron, chi te me ha morto?

 

51.

A tradimento qua sei stato occiso

Dal falso malandrin sopra quel ponte,

Ché tutto il mondo non te avria conquiso,

Se teco avesse combattuto a fronte.

Ascoltami, baron; dal paradiso,

Ove or tu dimori, odi il tuo conte,

Qual tanto amavi già, benché uno errore

Commesse a torto per soperchio amore.

 

52.

Io te chiedo merc’è, damme perdono,

Se io te offesi mai, dolce germano,

Ch’io fui pur sempre tuo, come ora sono,

Benché falso suspetto ed amor vano

A battaglia ce trasse in abandono,

E l’arme zelosia ce pose in mano.

Ma sempre io te amai ed ancor amo;

Torto ebbi io teco, ed or tutto me ‘l chiamo.

 

53.

Che fu quel traditor, lupo rapace,

Qual ce ha vetato insieme a ritornare

Alla dolce concordia e dolce pace,

A i dolci baci, al dolce lacrimare?

Questo è l’aspro dolor che mi disface,

Ch’io non posso con teco ragionare

E chiederti perdon prima ch’io mora;

Questo è l’affanno e doglia che me accora. –

 

54.

Così dicendo Orlando con gran pianto

Tra’ for la spada, e il forte scudo imbraccia:

La spada a cui non vale arme né incanto,

Ma sempre dove gionge il camin spaccia.

Il fatto già vi contai tutto quanto,

Sì che non credo che mistier vi faccia

Tornarvi a mente con quale arte e quando

Da Falerina fusse fatto il brando.

 

55.

Il conte, de ira e de doglia avampato,

Salta nel ponte con quel brando in mano;

Spezza il serraglio e via passa nel prato,

Ove iaceva il perfido Aridano.

Sotto al cipresso stava il renegato,

Quelle arme del segnor de Montealbano,

Che erano al tronco de intorno, mirando,

Quando li gionse sopra ‘l conte Orlando.

 

56.

Smarrisse alquanto il malandrino in viso,

Quando a sé vide sopra quel barone,

Però che adosso gli gionse improviso;

Pur saltò in piede e prese il suo bastone,

E poi dicea: – Se tutto il paradiso

Te volesse aiutare e idio Macone,

E’ non avrian possanza e non ardire,

Ché in ogni modo ti convien morire. –

 

57.

Al fin delle parole un colpo lassa

Con quel baston di ferro il can fellone;

Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa,

E cadde Orlando in terra ingenocchione.

A braccia aperte il saracin se abassa,

Credendolo portar sotto al gallone,

Come portar quelli altri era sempre uso

E poi nel lago profondarli giuso.

 

58.

Ma il conte così presto non si rese,

Benché cadesse, e non fu spaventato;

Per il traverso un gran colpo distese,

E gionse a mezo del scudo afatato.

A terra ne menò quanto ne prese,

E cadde il brando nel gallone armato,

Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto,

Ché a quella spada non vi vale incanto.

 

59.

E se non era il saracin chinato,

Ché ben non gionse quella spata a pieno,

Tutto l’avrebbe per mezo tagliato,

Come un pezzo di latte, più né meno;

Pur fu Aridano alquanto vulnerato,

Onde li crebbe al cor alto veleno,

E mena del bastone in molta fretta;

Ma il conte l’ha assaggiato, e non l’aspetta.

 

60.

Gettosse Orlando in salto de traverso

E menò il brando per le gambe al basso,

Ed a quel tempo il saracin perverso

Callava il suo bastone a gran fraccasso.

Tirando l’uno e l’altro di roverso

Ben se gionsero insieme al contrapasso,

Ma il brando, che non cura fatasone,

Duo palmi e più tagliò di quel bastone.

 

61.

Mosse Aridano un crido bestïale,

E salta adosso al conte, d’ira acceso.

Nulla diffesa al franco Orlando vale,

Con tanta furia l’ha quel pagan preso,

E vien correndo, come avesse l’ale.

Alla riviera nel portò di peso,

E così seco, come era abracciato,

Giù nel gran lago se profonda armato.

 

62.

Da l’alta ripa con molta roina

Caderno insieme per quella acqua scura.

Quivi più non aspetta Falerina,

Ma via fuggendo su per la pianura

Giva tremando come una tapina,

Guardando spesso adietro con paura,

E ciò che sente e vede di lontano,

Sempre alle spalle aver crede Aridano.

 

63.

Ma lui bon tempo stette a ritornare,

Ché gionse con Orlando insino al fondo.

Più nel presente non voglio cantare,

Ché al tanto dir parole me confondo:

Piacciavi a l’altro canto ritornare,

Che la più strana cosa che abbia il mondo

E la più dilettosa e più verace

Vi contarò, se Dio ce dona pace.

 

 

CANTO OTTAVO

 

1.

Quando la terra più verde è fiorita,

E più sereno il cielo e grazïoso,

Alor cantando il rosignol se aita

La notte e il giorno a l’arboscello ombroso;

Così lieta stagione ora me invita

A seguitare il canto dilettoso,

E racontare il pregio e ‘l grand’onore

Che donan l’arme gionte con amore.

 

2.

Dame legiadre e cavallier pregiati,

Che onorati la corte e gentilezza,

Tiratevi davanti ed ascoltati

Delli antiqui baron l’alta prodezza,

Che seran sempre in terra nominati:

Tristano e Isotta dalla bionda trezza,

Genevra e Lancilotto del re Bando;

Ma sopra tutti il franco conte Orlando,

 

3.

Qual per amor de Angelica la bella

Fece prodezze e meraviglie tante,

Che ‘l mondo sol di lui canta e favella.

E pur mo vi narrai poco davante

Come abracciato alla battaglia fella

Con Aridano, il perfido gigante,

Cadde in quel lago nel profondo seno;

Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.

 

4.

Cadendo della ripa a gran fraccasso

Callarno entrambi per quella acqua scura,

Dico Aridano e lui tutti in un fasso.

Già giuso erano un miglio per misura,

E, roïnando tutta fiata a basso,

Cominciò l’acqua a farsi chiara e pura,

E cominciarno di vedersi intorno:

Un altro sol trovarno e un altro giorno.

 

5.

Come nasciuto fosse un novo mondo,

Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,

E sopra sé vedean del lago il fondo,

Il qual, dal sol di suso aluminato,

Facea parere il luogo più iocondo;

Ed era poi d’intorno circondato

Quel loco d’una grotta marmorina

Tutta di pietra relucente e fina.

 

6.

Era la bella grotta a piede al monte:

Tre miglia circondava questo spaccio.

Ora torniamo a ragionar del conte,

Ch’è qui caduto col gigante in braccio,

Seco sempre ristretto a fronte a fronte,

E ben se aiuta per uscir de impaccio,

Ma pur se sbatte e se dimena invano:

Sei tanto è più de lui forte Aridano.

 

7.

Né l’un da l’altro si potean spiccare,

Sin che fur gionti in sul campo fiorito.

Quivi Aridano il volse disarmare,

Credendo averlo tanto sbigotito,

Che più diffesa non dovesse fare;

A benché tal pensier li andò fallito,

Però che non l’avea lasciato a pena,

Che ‘l conte imbraccia il scudo e il brando mena.

 

8.

Alor se incominciò l’aspra tencione

E l’assalto crudele e dispietato.

Il saracino adopra quel bastone

Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.

Da l’altra parte il fio di Melone

Avea quel brando ad arte fabricato,

Che cosa non fu mai cotanto fina,

E ciò che trova taglia con roina.

 

9.

Orlando a lui ferì primeramente,

Come li uscitte a ponto delle braccia,

E roppe avanti l’elmo relucente,

Benché non gionse il colpo nella faccia.

Diceva il saracin tra dente e dente:

– A questo modo la mosca se caccia,

A questo modo al naso si fa vento;

Ma ben ti pagarò, s’io non mi pento. –

 

10.

Tra le parole un gran colpo disserra,

Ma già non gionse il conte a suo talento,

Ché ben lo avria disteso morto a terra,

E tutto rotto con grave tormento.

Or se rinforza la stupenda guerra:

Quello ha possa maggior, questo ardimento,

E ciascadun de vincer se procura:

Battaglia non fu mai più orrenda e scura.

 

11.

Benché gran colpi menasse Aridano,

Non avea ponto Orlando danneggiato,

E giva sempre il suo bastone invano.

Ma il conte, che è di guerra amaestrato,

Menava bene il gioco d’altra mano,

E già l’aveva in tre parte impiagato,

Nel ventre, nella testa, nel gallone:

Fuora uscia il sangue a grande effusïone.

 

12.

E, per non vi tenire a notte scura,

L’ultimo colpo che Orlando li dona,

Tutto lo parte, insino alla centura,

Onde la vita e il spirto lo abandona,

E cadde morto sopra a la pianura.

Quivi d’intorno non era persona;

Altro che il monte e il sasso non appare,

Pur guarda il conte e non sa che si fare.

 

13.

La bianca ripa che girava intorno,

Non lasciava salire al monticello,

Quale era verde e de arboscelli adorno,

Tutto fiorito a meraviglia e bello.

E dalla parte ove apparisce il giorno,

Era tagliata a punta di scarpello

Una porta patente, alta e reale:

Più mai ne vidde il mondo un’altra tale.

 

14.

Guardando, come ho detto, intorno Orlando

Scorse nel sasso la porta tagliata,

E verso quella a piede caminando

Vien prestamente e gionse su l’intrata;

E de ogni lato quella remirando,

Vide una istoria in quella lavorata

Tutta di pietre precïose e d’oro,

Con perle e smalti di sotil lavoro.

 

15.

Vedeasi un loco cento volte cinto

De una muraglia smisurata e forte;

Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,

Che avea cento serraglie e cento porte;

Così scritto era in quel smalto e depinto.

E tutto parea pieno a gente morte,

Ché ogni persona che è d’intrare ardita,

Vi more errando e non trova la uscita.

 

16.

Mai non tornava alcuno ove era entrato,

E, come è detto, errando si moria;

O ver, dalla fortuna al fin guidato,

Dopo l’affanno della mala via,

Era nel fondo occiso e divorato

Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,

Che avea sembianza d’un bove cornuto:

Più crudel mostro mai non fu veduto.

 

17.

Ritratta era in disparte una donzella,

Che era ferita nel petto de amore

De un giovanetto, e l’arte gli rivella

Come potesse uscir di tanto errore.

Tutta depinta vi è questa novella,

Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,

Alle sue spalle quella porta lassa,

E per la tomba caminando passa.

 

18.

Via per la grotta va senza paura,

Ed era gito avante da tre miglia

Senza alcun lume per la strata oscura,

Alor che gl’incontrò gran meraviglia;

Perché una pietra relucente e pura,

Che drittamente a foco se assimiglia,

Gli fece luce mostrandoli intorno,

Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.

 

19.

Questa davanti gli scoperse un fiume

Largo da vinte braccia, o poco meno;

Di là da lui rendea la pietra il lume,

In mezo a un campo sì de zoie pieno,

Che solo a dir di lor serìa un volume;

E non ha tante stelle il cel sereno,

Né primavera tanti fiori e rose,

Quante ivi ha perle e pietre precïose.

 

20.

Avea quel fiume ch’è sopra contato,

Di sopra un ponte di poca largura,

Che non è mezo palmo misurato.

Da ciascun lato stava una figura

Tutta di ferro, a guisa d’omo armato.

Di là dal fiume aponto è la pianura,

Ove posto il tesoro è di Morgana;

Ora ascoltati questa cosa strana.

 

21.

Non avea posto il piede su la intrata

Del ponticello il figlio di Melone,

Che la figura ad arte fabricata

Levò da l’alto capo un gran bastone.

Bene avea il conte sua spata fatata

Per incontrare il colpo di ragione;

Ma non bisogna che a questo risponda,

Che dà nel ponte e tutto lo profonda.

 

22.

A questa cosa riguardava il conte

Meravigliando assai nel suo pensiero,

Ed ecco a poco a poco uno altro ponte

Nasce nel loco dove era il primiero.

Su vi entra Orlando con ardita fronte,

Ma de quindi varcar non è mistiero,

Ché la figura mai passar non lassa

Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.

 

23.

Il conte avea de ciò gran meraviglia,

Fra sé dicendo: Or che voglio aspettare?

Se il fiume fusse largo diece miglia,

In ogni modo voglio oltra passare.”

Al fin delle parole un salto piglia:

Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare

A prender corso; e, come avesse piume,

D’un salto armato andò di là dal fiume.

 

24.

Come fu gionto alla ripa nel prato

Ove Morgana ha posto il gran tesoro,

A sé davante vidde edificato

Un re con molta gente a concistoro.

Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;

Tutte le membre avean formato d’oro,

Ma sopra eran coperti tutti quanti

Di perle, de robini e de diamanti.

 

25.

Parea quel re da tutti riverito;

Avanti avea la mensa apparecchiata

Con più vivande, a mostra di convito,

Ma ciascadun di smalto è fabricata.

Sopra al suo capo avea un brando forbito,

Che morte li minaccia tutta fiata;

Ed al sinistro fianco, a men d’un varco,

Un che avea posto la saetta a l’arco.

 

26.

Avea da lato un altro suo germano,

Che lo rasomigliava di figura,

E tenea un breve scritto nella mano.

Così diceva a ponto la scrittura:

‘ Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano

Qual se possede con tanta paura;

Né la possanza giova, né il diletto,

Quando se tiene o prende con sospetto.’

 

27.

Però stava quel re con trista ciera,

Guardando intorno per suspizïone.

A lui davanti, ne la mensa altiera,

Sopra de un ziglio d’oro era il carbone,

Che dava luce a guisa de lumiera,

Facendo lume per ogni cantone;

Ed era il quadro di quella gran piaccia

Per ciascun lato cinquecento braccia.

 

28.

Tutta coperta de una pietra viva

Era la piazza e d’intorno serrata;

Per quattro porte di quella se usciva,

Ciascuna riccamente lavorata.

Non vi ha fenestra e d’ogni luce è priva,

Se non che è dal carbone aluminata,

Qual rendeva là giù tanto splendore,

Che a pena il sole al giorno l’ha maggiore.

 

29.

Il conte, che di questo non ha cura,

Verso una porta prese il suo camino,

Ma quella nella entrata è tanto scura,

Che non sa dove andare il paladino.

Ritorna adietro e d’intorno procura

De l’altre uscite per ogni confino;

Tutte le cerca senza alcuna posa:

Ciascuna è più dolente e tenebrosa.

 

30.

Mentre che pensa e sta tutto suspeso,

Andogli il core a quella pietra eletta,

Che nella mente parea foco acceso,

Onde a pigliarla corse con gran fretta;

Ma la figura che avea l’arco teso,

Subitamente scocca la saetta,

E gionse drittamente nel carbone,

Spargendo il lume a gran confusïone.

 

31.

Cominciò incontinente un terremoto,

Scotendo intorno con molto rumore.

Mugiava in ogni lato il sasso voto:

Odita non fu mai voce maggiore.

Fermosse il conte stabile ed immoto,

Come colui che fu senza terrore:

Ecco il carbone al ziglio torna in cima,

E rende il lume adorno come in prima.

 

32.

Orlando per pigliarlo torna ancora,

Ma, come a ponto con la mano il tocca,

Lo arcier che è a lato al re, senza dimora

Una saetta d’oro a l’arco scocca;

E durò il terremoto più d’un’ora,

Squassando con rumor tutta la rocca;

Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio

Tornò come era avanti in cima al ziglio.

 

33.

Or fa pensiero il bon conte de Anglante

Avere al tutto quella pietra fina.

Trasse a sé il scudo e quel pose davante

Ove l’arciero il suo colpo destina;

Poi prese il bel carbone, e ‘n quello istante

Gionse la frizza al scudo con roina,

Ma non puote passarlo il colpo vano:

Via ne va Orlando col carbone in mano.

 

34.

E come lo guidava la fortuna,

Non prese a destra mano il suo vïaggio,

Che serìa uscito de la grotta bruna

Salendo sempre suso, il baron saggio.

Là gioso ove non splende sol né l’una,

Né se può ritornar senza dannaggio,

Callava il conte, verso la pregione

Ove Ranaldo stava con Dudone.

 

35.

Fôr questi presi sopra la rivera,

Sì come già davanti io vi contai,

E Brandimarte ancora con questi era,

Ed altri cavallieri e dame assai,

Ch’eran più de settanta in una schiera,

Che non avean speranza uscir giamai

Di quello incanto orribile e diverso,

Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

 

36.

E sappiati che il franco Brandimarte

Non fu per forza, come gli altri, preso;

Ma Morgana la fata con mala arte

L’avea d’amor con falsa vista acceso;

E seguendola lui per molte parte,

Non fu da alcun giamai con arme offeso,

Ma con carezze e con viso iocondo

Fu trabuccato a quel dolente fondo.

 

37.

Or, come io dissi, il bon conte di Brava

Giù nella tomba alla sinistra mano

Per una scala di marmo callava

Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano;

E col carbone avanti alluminava,

Perché altramente serìa gito invano,

Ché quel camino è sì malvaggio e torto,

Che mille fiate errando serìa morto.

 

38.

Poi che fu gionto in su la terra piana

Il conte, che a quel lume si governa,

Parbe vedere a lui molto lontana

Una fissura in capo alla caverna;

E, caminando per la strata strana,

A poco a poco pur par che discerna,

Che quella era una porta al fin del sasso,

Qual dava uscita al tenebroso passo.

 

39.

L’aspra cornice di quel sasso altiero

Con tal parole a lettre era tagliata:

‘ Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,

Sappi che quivi facile è la entrata,

Ma il risalir da poi non è legiero

A cui non prende quella bona fata,

Qual sempre fugge intorno e mai non resta,

E dietro ha il calvo alla crinuta testa.’

 

40.

Il conte le parole non intese,

Ma passa dentro quella anima ardita,

E, come a ponto nel prato discese,

Voltando gli occhi per l’erba fiorita

Alto diletto riguardando prese;

Perché mai non se intese per odita,

Né pNr veduta in tutto quanto il mondo

Più vago loco, nobile e iocondo.

 

41.

Splendeva quivi il ciel tanto sereno,

Che nul zaffiro a quel termino ariva,

Ed era d’arboscelli il prato pieno,

Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.

Longe alla porta un miglio, o poco meno,

Uno alto muro il campo dipartiva,

De pietre trasparente e tanto chiare,

Che oltra di quello il bel giardino appare.

 

42.

Orlando dalla porta se alontana,

E mentre che per l’erba via camina,

Vidde da lato adorna una fontana

D’oro e di perle e de ogni pietra fina.

Quivi distesa stavasi Morgana

Col viso al cielo e dormiva supina,

Tanto suave e con sì bella vista

Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.

 

43.

Le sue fattezze riguardava il conte

Per non svegliarla, e sta tacitamente.

Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,

E faccia lieta, mobile e ridente;

Atte a fuggire avea le membre pronte,

Poca trezza di dietro, anzi nïente;

Il vestimento candido e vermiglio,

Che sempre scappa a cui li dà de piglio.

 

44.

– Se tu non prendi chi te giace avante,

Prima che la se sveglia, o paladino,

Frustarai a’ tuoi piedi ambe le piante

Seguendola da poi per mal camino;

E portarai fatiche e pene tante,

Prima che tu la tenghi per il crino,

Che serai reputato un santo in terra

Se in pace soffrirai cotanta guerra. –

 

45.

Queste parole fur dette ad Orlando,

Mentre che attento alla fata mirava,

Onde se volse adietro, ed ascoltando

Verso la voce tacito ne andava;

E forse trenta passi caminando

A piè de l’alto mur presto arivava,

Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,

Che oltra si vede senza alcun divaro.

 

46.

Così cognobbe lo ardito barone

Come colui che avanti avea parlato,

Di là da quel cristallo era pregione,

E prestamente l’ha rafigurato,

Perché quello era il suo franco Dudone;

Ed ora l’un da l’altro è separato

Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:

Pensati che ciascun facea gran pianto.

 

47.

Ben distendevan l’una e l’altra mano

Per abracciarse insieme ad ogni parte.

Dice a Dudone: – Io me affatico invano,

Ché in nulla forma mai potria toccarte. –

In quello giunse il sir de Montealbano,

Che a braccio ne venìa con Brandimarte,

E non sapevan del conte nïente;

Ciascun di lor piangendo fu dolente.

 

48.

Disse Ranaldo: – Egli ha pur l’armi in dosso,

E tiene al fianco ancor la spata cinta:

Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,

Ché sua prodezza non serà mai vinta;

Abenché rallegrar pur non mi posso,

Perché io non so se l’ira ancora è estinta,

Quando per colpa mia quasi fui morto,

Alor che seco combatteva a torto.

 

49.

Ch’io non doveva per nulla cagione

Prender con seco alcuna differenza;

Egli è di me maggiore, e di ragione

Lo debbo sempre avere in riverenza. –

Diceva Brandimarte al fio d’Amone:

– Di questo ditto non aver temenza;

Così quindi te tragga Dio verace,

Come tra voi farò presto la pace. –

 

50.

E così l’un con l’altro ragionando,

Come vi dico, assai pietosamente,

Per caso allor se volse il conte Orlando,

Ed ambi li cognobbe incontinente;

E piangendo di doglia e sospirando,

Con parlar basso e con voce dolente

Li adimandava con qual modo e quanto

Fusser già stati presi a quello incanto.

 

51.

E poi che intese la fortuna loro,

Che ciascadun piangendo la dicia,

Prese dentro dal core alto martoro,

Perché forza né ingegno non valìa

A romper quel castello e il gran lavoro,

Qual chiudea intorno quella pregionia;

E tanto più se turba il conte arguto,

Che gli ha davanti e non può darli aiuto.

 

52.

Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo

E gli altri tutti che cotanto amava,

Onde di doglia e di grande ira caldo

Per dar nel mur col brando il braccio alzava;

Ma cridarno e prigion tutti: – Sta saldo!

Sta, per Dio! queto, – ciascadun cridava,

– Ché, come ponto si spezzasse il muro,

Giù nella grotta caderemo al scuro. –

 

53.

Seguiva poi parlando una donzella,

La qual di doglia in viso parea morta,

E così scolorita era ancor bella;

Costei parlava al conte in voce scorta:

– Se trar ce vuoi di questa pregion fella,

Conviente gir, baron, a quella porta

Che de smiraldi e de diamanti pare;

Per altro loco non potresti entrare.

 

54.

Ma non per senno, forza, o per ardire,

Non per minaccie, o per parlar soave

Potresti quella pietra fare aprire,

Se non te dona Morgana la chiave;

Ma prima se farà tanto seguire,

Che ti parrebbe ogni pena men grave

Che seguir quella fata nel deserto

Con speranza fallace e dolor certo.

 

55.

Ogni cosa virtute vince al fine:

Chi segue vince, pur che abbia virtute;

Vedi qua tante gente peregrine,

Che speran per te solo aver salute.

Tutte noi altre misere, tapine,

Prese per forza al fondo siàn cadute:

Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato,

In questo loco sei venuto armato.

 

56.

Sì che bona speranza ce conforta

Che avrai di questa impresa ancor l’onore,

Ed aprirai quella dolente porta,

Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.

Or più non indugiar, ché forse accorta

Non se è di te la fata, bel segnore;

Volgite presto e torna alla fontana,

Ché forse ancor vi trovarai Morgana. –

 

57.

Il conte, che d’entrare avea gran voglia,

Subitamente al fonte ritornava;

Quivi trovò Morgana, che con zoglia

Danzava intorno e danzando cantava.

Né più legier se move al vento foglia,

Come ella senza sosta si voltava,

Mirando ora alla terra ed ora al sole,

Ed al suo canto usava tal parole:

 

58.

– Qual’unche cerca al mondo aver tesoro,

O ver diletto, o segue onore e stato,

Ponga la mano a questa chioma d’oro

Ch’io porto in fronte, e quel farò beato;

Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,

Non prenda indugia, ché il tempo passato

Più non ritorna e non se ariva mai,

Ed io mi volto, e lui lascio con guai. –

 

59.

Così cantava de intorno girando

La bella fata a quella fresca fonte,

Ma come gionto vidde il conte Orlando,

Subitamente rivoltò la fronte.

Il prato e la fontana abandonando,

Prese il vïaggio suo verso de un monte,

Qual chiudea la valletta piccolina;

Quivi fuggendo Morgana camina.

 

60.

Oltra quel monte Orlando la seguia,

Ché al tutto di pigliarla è destinato,

Ed essendoli dietro tutta via,

Se avidde in un deserto essere entrato,

Che strata non fu mai cotanto ria,

Però che era sassosa in ogni lato;

Ora alta, or bassa è nelle sue confine,

Piena de bronchi e de malvaggie spine.

 

61.

Del rio vïaggio Orlando non se cura,

Ché la fatica è pasto a l’animoso.

Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,

E levasi un gran vento furïoso;

Pioggia mischiata di grandine dura

Batte per tutto il campo doloroso;

Perito è il sole e non si vede il giorno,

Se il ciel non s’apre fulgorando intorno.

 

62.

Tuoni e saette e fùlgori e baleni

E nebbia e pioggia e vento con tempesta

Aveano il cielo e i piani e i monti pieni:

Sempre cresce il furore e mai non resta.

Quivi la serpe e tutti i suoi veleni

Son dal mal tempo occisi alla foresta,

Volpe e colombi ed ogni altro animale:

Contra a fortuna alcun schermo non vale.

 

63.

Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,

Né ve impacciati de sua mala sorte,

Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:

Fuggir se vôle il mal sino alla morte;

Abenché lui tornasse in bon vïaggio,

Perché ogni cosa vince l’omo forte;

Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.

Bella brigata, io ve acomando a Dio.

 

 

CANTO NONO

 

1.

Odeti ed ascoltati il mio consiglio,

Voi che di corte seguite la traccia:

Se alla Ventura non dati de piglio,

Ella si turba e voltavi la faccia;

Alor convien tenire alciato il ciglio,

Né se smarir per fronte che minaccia,

E chiudersi le orecchie al dir de altrui,

Servendo sempre, e non guardare a cui.

 

2.

A che da voi Fortuna è biastemata,

Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro?

Il tempo viene a noi solo una fiata,

Come al presente nel mio dir vi mostro;

Perché, essendo Morgana adormentata

Presso alla fonte nel fiorito chiostro,

Non seppe Orlando al zuffo dar di mano,

Ed or la segue nel diserto in vano,

 

3.

Con tanta pena e con fatiche tante,

Che ad ogni passo convien che si torza.

La fata sempre fugge a lui davante;

Alle sue spalle il vento se rinforza

E la tempesta, che sfronda le piante

Giù diramando fin sotto la scorza.

Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia,

E par che il celo in pioggia si disfaccia.

 

4.

Ne l’aspro monte e ne’ valloni ombrosi

Condutto è il conte a perigliosi passi.

Callano rivi grossi e roïnosi,

Tirando giù le ripe, arbori e sassi,

E per quei boschi oscuri e tenebrosi

S’odon alti rumori e gran fraccassi,

Però che ‘l vento, il trono e la tempesta

Dalle radici schianta la foresta.

 

5.

Pur segue Orlando e fortuna non cura,

E prender vôl Morgana a la finita,

Ma sempre cresce sua disaventura,

Perché una dama de una grotta uscita,

Pallida in faccia e magra di figura,

Che di color di terra era vestita,

Prese un flagello in mano aspero e grosso,

Battendo a sé le spalle e tutto il dosso.

 

6.

Piangendo se battea quella tapina,

Sì come fosse astretta per sentenzia

A flagellarsi da sera e matina.

Turbosse il conte a tal appariscenzia,

E dimandò chi fosse la meschina.

Ella rispose: – Io son la Penitenzia,

De ogni diletto e de allegrezza cassa,

E sempre seguo chi ventura lassa.

 

7.

E però vengo a farte compagnia,

Poi che lasciasti Morgana nel prato,

E quanto durarà la mala via,

Da me serai battuto e flagellato,

Né ti varrà lo ardire o vigoria,

Se non serai di pacïenza armato. –

Presto rispose il figlio di Melone:

– La pacïenza è pasto da poltrone.

 

8.

Né te venga talento a farmi oltraggio,

Ché pacïente non serò di certo.

Se a me fai onta, a te farò dannaggio,

E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:

Dico de accompagnarme nel vïaggio

Dove io camino per questo diserto. –

Così parlava Orlando, e pur Morgana

Tuttavia fugge ed a lui se alontana.

 

9.

Onde, lasciando mezo il ragionare,

Dietro alla fata se pose a seguire,

E nel suo cor se afferma a non mancare

Sin che vinca la prova, o de morire.

Ma l’altra, di cui mo vi ebbi a contare,

Qual per compagna se ebbe a proferire,

Se accosta a lui con atti sì villani,

Che de cucina avria cacciati i cani.

 

10.

Perché, giongendo col flagello in mano,

Disconciamente dietro lo battia.

Forte turbosse il senator romano,

E con mal viso verso lei dicia:

– Già non farai ch’io sia tanto villano,

Ch’io traga contra a te la spata mia;

Ma se a la trezza ti dono di piglio,

Io te trarò di sopra al celo un miglio. –

 

11.

La dama, come fuor di sentimento,

Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;

Il conte, a lei voltato in mal talento,

Gli mena un pugno alla sinestra golta.

Ma, come gionto avesse a mezo il vento,

O ver nel fumo, o nella nebbia folta,

Via passò il pugno per mezo la testa

De un lato ad altro, e cosa non l’arresta.

 

12.

Ed a lei nôce quel colpo nïente,

E sempre intorno il suo flagello mena.

Ben se stupisce il conte nella mente,

E ciò veggendo non lo crede apena.

Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,

Radoppia pugni e calci con più lena;

Qua sua possanza e forza nulla vale,

Come pistasse l’acqua nel mortale.

 

13.

Poi che bon pezzo ha combattuto in vano

Con quella dama che una ombra sembrava,

Lasciolla al fine il cavallier soprano,

Ché tuttavia Morgana se ne andava,

Onde prese a seguirla a mano a mano.

Ora quest’altra già non dimorava,

Ma col flagello intorno lo ribuffa,

E lui se volta, e pur a lei s’azuffa.

 

14.

Ma, come l’altra volta, il franco conte

Toccar non puote quella cosa vana,

Onde lasciolla ancora, e per il monte

Se puose al tutto a seguitar Morgana;

Ma sempre dietro con oltraggio ed onte

Forte lo batte la dama villana.

Il conte, che ha provato il fatto a pieno,

Più non se volta e va rodendo il freno.

 

15.

Se a Dio piace, – diceva – on al demonio

Ch’io abbi pacïenza, ed io me l’abbia:

Ma siame il mondo tutto testimonio

Ch’io la tragualcio con sapor di rabbia.

Qual frenesia di mente o quale insonio

Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?

Dove entrai io qua dentro, o come e quando?

Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?”

 

16.

Così diceva, e con molta roina

Sempre seguia Morgana il cavalliero.

Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,

Lasciando dietro a sé largo il sentiero;

Ed alla fata molto se avicina,

E già de averla presa è il suo pensiero;

Ma quel pensiero è ben fallace e vano,

Però che presa ancor scappa di mano.

 

17.

Oh quante volte gli dette di piglio

Ora ne’ panni ed or nella persona!

Ma il vestimento, ch’è bianco e vermiglio,

Ne la speranza presto l’abandona.

Pure una fiata rivoltando il ciglio,

Come Dio volse e la ventura buona,

Volgendo il viso quella fata al conte,

Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.

 

18.

Alor cangiosse il tempo, e l’aria scura

Divenne chiara e il cel tutto sereno;

E l’aspro monte si fece pianura,

E dove prima fo di spine pieno,

Se coperse de fiore e de verdura;

E ‘l flagellar de l’altra venne meno,

La qual, con meglior viso che non suole,

Verso del conte usava tal parole:

 

19.

– Attienti, cavalliero, a quella chioma,

Che nella mano hai volta, de Ventura,

E guarda de iustar sì ben la soma,

Che la non caggia per mala misura.

Quando costei par più quïeta e doma,

Alor del suo fuggire abbi paura,

Ché ben resta gabbato chi li crede,

Perché fermezza in lei non è, né fede. –

 

20.

Così parlò la dama scolorita,

E dipartisse al fin del ragionare;

A ritrovar sua grotta se n’è gita,

Ove se batte e stasse a lamentare.

Ma il conte Orlando l’altra avea gremita,

Come io vi dissi, e, senza dimorare,

Or con minaccie or con parlar suave

De la pregion domanda a lei la chiave.

 

21.

Ella con riso e con falso sembiante

Diceva: – Cavalliero, al tuo piacere

Son quelle gente prese tutte quante,

E me con seco ancor potrai avere;

Ma sol de un figlio del re Manodante

Te prego che me vogli compiacere;

O mename con seco, o quel mi lassa,

Ché senza lui serìa de vita cassa.

 

22.

Quel giovanetto m’ha ferito il core,

Ed è tutto il mio bene e ‘l mio disio,

Sì che io te prego per lo tuo valore

Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,

Se a dama alcuna mai portasti amore,

Non trar di quel giardin l’amante mio.

Mena con teco gli altri, quanti sono,

Ché a te tutti li lascio in abandono. –

 

23.

Rispose il conte ad essa: – Io te prometto,

Se mi doni la chiave in mia balìa,

Qua teco restarà quel giovanetto,

Poi che averlo il tuo cor tanto desia;

Ma non te vo’ lasciar, ché aggio sospetto

De ritornare a quella mala via

Ove io son stato; e però, se ‘l te piace,

Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. –

 

24.

Avea Morgana aperto il vestimento

Dal destro lato e dal sinistro ancora,

Onde la chiave, che è tutta d’argento,

Trasse di sotto a quel senza dimora,

E disse: – Cavallier de alto ardimento,

Vanne alla porta e sì aconcio lavora,

Che non se rompa quella serratura,

Ché caderesti nella tomba oscura,

 

25.

E teco insieme tutti e cavallieri,

Sì che seresti in eterno perduto,

Ché trarti quindi non serìa mestieri,

Né l’arte mia varrebbe, on altro aiuto. –

Per questo intrato è il conte in gran pensieri,

Da poi che per ragione avea veduto,

Che mal se trova alcun sotto la l’una

Che adopri ben la chiave di Fortuna.

 

26.

Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,

Verso al giardino al fin se fu invïato,

E traversando la campagna piana

A quella porta fu presto arivato.

Con poco impaccio la serraglia strana

Aperse, come piacque a Dio beato,

Perché qual’unche ha seco la Ventura,

Volta la chiave a ponto per misura.

 

27.

Già Brandimarte e il sir de Montealbano

E tutti gli altri che fôr presi al ponte,

Avean veduto Orlando di lontano,

Che tenea presa quella fata in fronte;

Onde ogni saracino e cristïano

Ringraziava il suo dio con le man gionte.

Or ciascadun de uscir ben si conforta,

Sentendo già la chiave nella porta.

 

28.

Da poi che aperto fu il ricco portello,

Tutta la gente uscitte al verde prato.

Il conte adimandò del damigello

Quale era tanto da Morgana amato,

E vide il giovanetto bianco e bello,

Nel viso colorito e delicato,

Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,

E fo il suo nome Zilïante il biondo.

 

29.

Costui rimase dentro lagrimando,

Veggendo tutti gli altri indi partire,

E ben che ne dolesse al conte Orlando,

Pur sua promessa volse mantenire;

Ma ancor tempo sarà che sospirando

Se converrà di tal cosa pentire,

E forza li serà tornare ancora,

Per trar del loco il giovanetto fuora.

 

30.

Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti

Uscirno del giardino alla ventura;

Facea quel bel garzone estremi pianti,

E biastemava sua disaventura.

Ora alla porta che io dissi davanti,

Che ritornava nella tomba scura,

Intrarno tutti, e ‘l conte andava prima;

Montâr la scala e presto fôrno in cima.

 

31.

E dentro a l’altra porta eran passati,

Ove sta ne la piazza il gran tesoro:

Quel re che siede e gli altri fabricati

De robini e diamanti e perle ed oro.

Tutti color che furno impregionati

Miravan con stupore il gran lavoro;

Ma non ardisce alcun porve la mano

Temendo incanto o qualche caso istrano.

 

32.

Ranaldo, che non sa che sia dotanza,

Prese una sedia, che è tutta d’ôr fino,

Dicendo: – Questa io vo’ portare in Franza,

Ché io non feci giamai più bel bottino.

A’ miei soldati io donarò prestanza,

Poi non affido amico, né vicino,

O prete, o mercatante, o messaggero;

Qual’unche io trova, io manderò legiero. –

 

33.

Il conte li dicea che era viltate

A girne carco a guisa de somiero.

Disse Ranaldo: – E’ mi ricordo un frate

Che predicava, ed era suo mestiero

Contar della astinenza la bontate,

Mostrandola a parole de legiero;

Ma egli era sì panzuto e tanto grasso,

Che a gran fatica potea trare il passo.

 

34.

E tu fai nel presente più né meno,

E drittamente sei quel fratacchione,

Che lodava il degiuno a corpo pieno,

E sol ne l’oche avea devozïone.

Carlo ti donò sempre senza freno,

E datti il Papa gran provisïone,

Ed hai tante castelle e ville tante,

E sei conte di Brava e sir de Anglante.

 

35.

Io tengo, poverello! un monte apena,

Ché altro al mondo non ho che Montealbano,

Onde ben spesso non trovo che cena,

S’io non descendo a guadagnarlo al piano;

Quando ventura o qual cosa mi mena,

Ed io me aiuto con ciascuna mano,

Perch’io mi stimo che ‘l non sia vergogna

Pigliar la robba, quando la bisogna. –

 

36.

Così parlando gionsero al portone,

Che era la uscita fuor di quella piaccia;

Quivi un gran vento dette al fio de Amone

Dritto nel petto e per mezo la faccia,

E dietro il pinse a gran confusïone,

Longi alla porta più de vinte braccia.

Quel vento agli altri non tocca nïente,

E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.

 

37.

Lui salta in piede e pur torna a la porta,

Ma come gionto fu sopra alla soglia,

Di novo il vento adietro lo riporta,

Soffiandolo da sé come una foglia.

Ciascun de gli altri assai si disconforta,

E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,

Però che de Ranaldo temea forte

Che ivi non resti, o riceva la morte.

 

38.

Il fio de Amone senza altro spavento

Pone giù l’oro e ritorna alla uscita;

Passa per mezo, e più non soffia il vento,

E via poteva andare alla polita.

Ma lui portar quello oro avea talento,

Per dar le paghe a sua brigata ardita;

Benché più volte sia provato in vano,

Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.

 

39.

Ma poi che indarno assai fu riprovato,

Né carco puote uscir di quella tomba,

Trasse la sedia contra di quel fiato

Che dalla porta a gran furia rimbomba.

La sedia d’ôr, di cui sopra ho parlato,

Sembrava un sasso uscito de una fromba,

Benché è seicento libbre, o poco manco:

Cotanta forza avea quel baron franco.

 

40.

Trasse la sedia, come io ve ragiono,

Credendola gettar del porton fore,

Ma il vento furïoso in abandono

La spense adietro con molto rumore.

Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,

E ciascadun lo prega per suo amore

Ch’egli esca for con essi di pregione,

Lasciando l’oro e quella fatasone.

 

41.

Sì che alla fine abandonò la impresa,

E con questi altri de la porta usciva.

Era la strata un gran miglio distesa,

Sin che alla scala del petron se ariva,

Ed è trea miglia la malvaggia ascesa.

Sempre montando per la pietra viva,

E con gran pena, uscirno al cel sereno,

In mezo a un prato de cipressi pieno.

 

42.

Ciascun cognobbe incontinente il prato

E gli cipressi e ‘l ponte e la riviera

Ove stava Aridano il disperato;

Ma quivi nel presente più non era,

Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato

Da cima al capo insino alla ventrera,

E più non tornarà suso in eterno:

Là giuso è il corpo, e l’anima allo inferno.

 

43.

Quivi eran l’armi de ciascun barone

Ne’ verdi rami d’intorno distese.

Roverse le avea poste quel fellone,

Per far la lor vergogna più palese;

Ranaldo incontinente e poi Dudone

E insieme ogniom de gli altri le sue prese,

E tutti quanti se furno guarniti

De’ loro arnesi e cavallieri arditi.

 

44.

Tutti quei gran baroni e re pagani,

Che fôrno presi all’incantato ponte,

Ne andarno chi vicini e chi lontani,

Ma prima molto ringraziarno il conte;

E sol restarno quivi e Cristïani,

Ove Dudone con parole pronte

Espose che Agramante e sua possanza

Eran guarniti per passare in Franza.

 

45.

E come lui, mandato da Carlone,

Avea cercate diverse contrate

Per ritrovar lor duo franche persone,

Che eran il fior de corte e la bontate,

E per condurle, come era ragione,

Alla diffesa de Cristianitate.

Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando,

Ed a lor proprio lo venìa contando.

 

46.

Ranaldo incontinente se dispose

Senza altra indugia in Francia ritornare.

Il conte a quel parlar nulla rispose,

Stando sospeso e tacito a pensare,

Ché il core ardente e le voglie amorose

Nol lasciavan se stesso governare;

L’amor, l’onore, il debito e ‘l diletto

Facean battaglia dentro dal suo petto.

 

47.

Ben lo stringeva il debito e l’onore

De ritrovarse alla reale impresa;

E tanto più ch’egli era senatore

E campïon della Romana Chiesa.

Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore,

Gli avea di tal furor l’anima accesa,

Che stimava ogni cosa una vil fronda,

Fuor che vedere Angelica la bionda.

 

48.

Né dir sapria che scusa ritrovasse,

Ma da’ compagni si fu dispartito;

E non stimar che Brandimarte il lasse,

Tanto l’amava quel barone ardito.

Or di lor duo convien che oltra mi passe,

Perch’io vo’ ricontare a qual partito

Ranaldo ritornasse a Montealbano:

Lunga è la istoria, ed il camin lontano.

 

49.

E prima cercarà molte contrate,

Strane aventure e diversi paesi;

Ma il tutto contaremo in brevitate

E con tal modo che seremo intesi;

E mostraremo il pregio e la bontate

De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi,

La possa de Dudone, il baron saldo,

Che tutti son compagni di Ranaldo.

 

50.

Erano a piedi quei quattro baroni,

De piastre e maglia tutti quanti armati,

(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni,

Quando nel lago fôrno trabuccati),

Onde ridendo e con dolci sermoni

Tra lor scherzando se fôrno invïati,

E la fatica de la lunga via

Minor li pare essendo in compagnia.

 

51.

Ed era già passato il quinto giorno

Poi che lasciarno quel loco incantato,

Quando da l’unge odîr suonare un corno

Sopra ad un castello alto e ben murato.

Nel monte era il castello, e poi d’intorno

Avea gran piano, e tutto era de un prato;

Intorno al prato un bel fiume circonda:

Mai non se vidde cosa più ioconda.

 

52.

L’acqua era chiara a meraviglia e bella,

Ma non si può vargar, tanto è corrente.

A l’altra ripa stava una donzella

Vestita a bianco e con faccia ridente;

Sopra a la poppa d’una navicella

Diceva: – O cavallieri, o bella gente,

Se vi piace passare, entrati in barca,

Però che altrove il fiume non si varca. –

 

53.

E cavallier, che avean molto desire

Di passare oltra e prender suo vïaggio,

La ringraziarno di tal proferire,

E travargarno il fiume a quel passaggio.

Disse la dama nel lor dipartire:

– Da l’altro lato si paga il pedaggio,

Né mai de quindi uscir se può, se prima

A quella rocca non saliti in cima.

 

54.

Perché questa acqua che qua giù discende

Vien da due fonte da quel poggio altano,

E da l’un lato a l’altro se distende,

Tanto che cinge intorno questo piano;

Sì che uscir non si può chi non ascende

A far prima ragion col castellano,

Ove bisogna avere ardita fronte:

Eccovi lui, che fuora esce del ponte. –

 

55.

Così dicendo li mostrava a dito

Una gran gente che del ponte usciva.

Alcun de’ nostri non fo sbigotito;

La gente armata sopra al piano ariva.

Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito,

E ben ciascun de gli altri lo seguiva;

Con le spade impugnate e’ scudi in braccio

Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.

 

56.

Era tra quella gente un bel vecchione,

Che a tutti gli altri ne venìa davante,

Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.

Costui con voce queta e bon sembiante

Disse: – Sappiati voi, gentil persone,

Che questa è terra del re Manodante,

Ove ora entrasti, e non potresti uscire

Se non volesti un giorno a lui servire.

 

57.

E quel servigio è di cotal manera

Quale io vi contarò, se me ascoltati.

Ove discende al mar questa rivera

Son duo castelli a un ponte edificati;

Ivi dimora una persona fiera,

Che molti cavallieri ha dissipati:

Balisardo se appella quel gigante,

Malvaggio, incantatore e negromante.

 

58.

Re Manodante lo voria pregione,

Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio,

Ed ha ordinato che ciascun barone

Che varca al passo di quel bel rivaggio,

Promette stare un giorno al parangone,

Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;

Onde anco a voi là giuso convien gire,

O in questo prato di fame morire. –

 

59.

Disse Ranaldo: – Là vogliamo andare,

Né andiamo cercando altro che battaglia;

Ed io questo gigante vo’ pigliare,

E manco il stimo che un fascio de paglia;

E incanti incanta pur, se sa incantare,

Ché non trovarà verso che li vaglia.

Or facce pur guidar via senza tardo,

Sì che io me azuffi a questo Balisardo. –

 

60.

Il castellano senza altra risposta

Chiamò la dama de bianco vestita,

Ed a lei disse: – Fa che senza sosta

Tu porti al ponte questa gente ardita. –

Ella ben presto alla ripa s’accosta,

E sorridendo quei baroni invita

Ad entrar ne la nave picciolina:

Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.

 

61.

Giù per quella acqua come una saetta

Fo giù la barca dal fiume portata,

Di qua di là girando la isoletta;

Pur se piegarno al mar l’ultima fiata,

Là dove del gran ponte ebber vedetta,

Che avea tra due castelle alta murata,

E sopra a l’arco di quella gran foce

Sta Balisardo, saracin feroce.

 

62.

Proprio un fuste de torre a mezo il ponte

Sembrava quel pagan di cui ragiono,

Barbuto in faccia e crudo nella fronte;

Il crido de sua voce parea un trono.

Convien che altrove il tutto ve raconte,

Ché al presente al fin del canto sono;

Ne l’altro contarò tal meraviglia,

Che altra nel mondo a quella non somiglia.

 

 

CANTO DECIMO

 

1.

Se onor di corte e di cavalleria

Può dar diletto a l’animo virile,

A voi dilettarà l’istoria mia,

Gente legiadra, nobile e gentile,

Che seguite ardimento e cortesia,

La qual mai non dimora in petto vile.

Venite ed ascoltati lo mio canto,

De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

 

2.

Tirative davanti ed ascoltate

Le eccelse prove de’ bon cavallieri,

Che avean cotanto ardire e tal bontate

Che ne’ perigli devenian più fieri.

Vince ogni cosa la animositate,

E la fortuna aiuta volentieri

Qual’unche cerca de aiutar se stesso,

Come veduto abbiam lo esempio spesso.

 

3.

E nel presente dico de Ranaldo,

Che, essendo apena de un periglio uscito,

A sotto entrare a l’altro era più caldo,

Né se fu per incanto sbigotito.

Benché Aridano, il saracin ribaldo,

Lo avesse già per tale arte schernito,

Con Balisardo or torna al parangone,

Spezzando incanto ed ogni fatasone.

 

4.

Come io ve dissi nel canto passato,

Là giù per l’acqua il paladin sicuro

Alla foce del fiume fu portato,

Ove tra due castella è lo gran muro;

E come vidde quel dismisurato,

Qual sopra ‘l ponte con sembiante scuro

Strideva in voce di tanta roina,

Che ne tremava il fiume e la marina.

 

5.

Ciascun de quei baron che lo han veduto,

De azuffarse con lui prese disio,

Benché fusse tanto alto e sì membruto,

E nel sembiante sì superbo e rio.

Sopra l’arco del ponte era venuto

Quel maledetto e sprezzator di Dio,

Sol per veder chi fusse questa gente

Che giù callava per l’acqua corrente.

 

6.

Quando la dama il vide da lontano,

Pallida in viso venne come terra,

E dal timone abandonò la mano,

Tanta paura l’animo li afferra;

Ma Dudon franco e il sir di Montealbano

E gli altri dui, che han voglia di far guerra,

Lasciâr la dama né morta né viva,

E for di barca uscirno in su la riva.

 

7.

Longi al primo castel forse una arcata

Smontarno a terra e franchi campïoni,

E caminando gionsero all’entrata,

Che avea a tre porte grossi torrïoni:

Ma dentro non appare anima nata,

Giù ne la strata, o sopra nei balconi;

Senza trovar persone andarno avante

Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.

 

8.

Entro le due castelle il fiume corre,

L’arco del ponte sopra a lui voltava,

Ed avea ad ogni lato una alta torre;

In mezzo Balisardo aponto stava,

Né se potrebbe a sua persona apporre,

Né a l’armatura che in dosso portava.

Gigante non fu mai di meglior taglia,

Coperto è a piastre ed a minuta maglia.

 

9.

Forbite eran le piastre e luminose,

E questa maglia relucente e d’oro,

Con tante perle e pietre prezïose,

Che ‘l mondo non avea più bel tesoro.

Ora torniamo alle gente animose,

Dico a’ nostri baron, che ogniom di loro,

Volontaroso e di animo più fiero,

Vôle azuffarse ed esser il primiero.

 

10.

Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco,

E fo percosso dal gigante e preso,

E Prasildo ancor lui pur durò poco,

E fu nel fine a Balisardo reso.

Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco,

D’ira nel core e di furore acceso;

Ma quel gigante ne menò prigioni

Di là dal ponte e duo franchi baroni.

 

11.

Poi tornò fuora squassando il bastone,

E minacciando pugna adimandava.

Allor se mosse il franco fio de Amone,

E con roina adosso a lui ne andava;

Ma avanti ingenocchiato avea Dudone,

Che per mercede e grazia dimandava

De gir primo de lui nel ponte avante

A far battaglia contra a quel gigante.

 

12.

Ranaldo consentì mal volentiera,

Ma pur non seppe a’ soi colpi disdire.

Questa baruffa fia d’altra maniera

Che le passate, e de un altro ferire,

Né passarà la cosa sì legiera

Come le due davante, vi so dire;

Però che ‘l giovanetto de cui parlo,

è di gran pregio nei baron di Carlo.

 

13.

Turpin loda Dudone in sua scrittura

Tra’ primi cavallier di quella corte;

E quasi era gigante di statura,

Destro e legiero, a meraviglia forte,

E con sua mazza ponderosa e dura

A molti saracin dette la morte:

Ma poi di tal bontà si dava il vanto,

Che era appellato in sopranome il Santo.

 

14.

Or sopra il ponte il campïon se caccia,

Di piastra e maglia armato e ben coperto;

E Balisardo il forte scudo imbraccia,

Come colui che è di battaglia esperto.

L’uno e l’altro di loro avea la maccia,

Sì che un bel gioco cominciâr di certo,

Menando botte de sì gran fraccasso

Che ‘l fiume risuonava al fondo basso.

 

15.

Feritte a lui Dudon sopra la testa,

E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,

E fu il gran colpo di tanta tempesta,

Che Balisardo cadde sbalordito.

Dudon mena a due mane, e non s’arresta

Sopra il pagano il giovanetto ardito;

Gionse nel scudo, che è d’argento fino,

Tutto lo aperse il franco paladino.

 

16.

Ma, come fusse dal sonno svegliato

Per l’altro colpo, il saracino altiero

Salta di terra, e subito è dricciato

Ed alla zuffa ritornò primiero.

Mena a Dudone, e gionselo al costato

Col suo baston, che già non è ligiero,

Anci è ben cento libre e più de peso:

Cadde alla terra il giovane disteso.

 

17.

Per quel gran colpo andò Dudone a terra,

E non poteva trare il fiato apena,

Ma non per questo abandonò la guerra,

Come colui che avea soperchia lena;

Presto se riccia e la sua mazza afferra,

Sopra de l’elmo a Balisardo mena,

E la farsata al capo ben gli accosta,

Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

 

18.

Sempre alla testa toccava Dudone,

Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;

E quel menava ancora il suo bastone,

Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.

Risuona il celo alla cruda tenzone,

E par che ‘l mondo a foco se disfaccia:

Quando l’un l’altro ben fermo se ariva,

Tra ferro e ferro accende fiama viva.

 

19.

Tira Dudone adosso a quel malvaso,

Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;

Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,

E ben tre denti li cacciò di bocca.

Senza sapone il mento gli ebbe raso,

Perché la barba al petto gli dirocca,

E menò il tratto sì dolce e ligiero,

Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

 

20.

Quando se vidde il falso Balisardo

De una percossa tanto danneggiare,

Poi che il franco Dudone è sì gagliardo

Che a sua prodezza non puotea durare,

Verso l’alto castel fece riguardo,

E prestamente se ebbe a rivoltare;

Getta il bastone e ‘l scudo in terra lassa,

E per il ponte via fuggendo passa.

 

21.

Segue Dudone e nel castel se caccia,

Ché non temeva il giovane altro scorno.

Come fu dentro, gionse entro una piaccia

Edificata di colonne intorno,

Con volte alte e dorate in ogni faccia.

Il sôl di sotto è di marmoro adorno,

Né persona si vede in verun lato

Fuor che ‘l gigante, che è già disarmato.

 

22.

Poste avea l’arme e’ pagni il fraudolente,

E tutto quanto ignudo se mostrava,

Ed avea il collo e il capo di serpente,

E ‘l resto a poco a poco tramutava.

Ambe le braccia fece ale patente,

E l’una gamba e l’altra se avingiava,

E fiersi coda; e poi d’ogni gallone

Uscirno branche armate e grande ongione.

 

23.

Mutato, come io dico, a poco a poco,

Tutto era drago il perfido gigante,

Gettando per l’orecchie e bocca foco,

Con tal romore e con fiaccole tante,

Che le muraglie intorno di quel loco

Pareano incese a fiamma tutte quante.

Ben puotea fare a ciascadun paura,

Perché era grande e sozzo oltra misura.

 

24.

Ma non smarritte la persona franca

Del giovanetto, degno d’ogni loda.

Viensene il drago e nel scudo lo branca,

E per le gambe volta la gran coda,

Sì che, prendendo intorno ciascuna anca,

Giù per le coscie insino ai piè l’annoda;

Non se spaventa per questo Dudone,

Getta la mazza e prende quel dragone.

 

25.

Nel collo il prese, a presso de la testa,

Ad ambe mani, e sì forte l’afferra,

Che a quella bestia, che è tanto robesta,

Il fiato quasi e l’anima gli serra.

Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta

Lo gira ad alto e trallo in su la terra,

Che era la strata a pietra marmorina;

Sopra vi batte il drago a gran roina.

 

26.

Là dove gionse, se aperse la piaccia,

Tutto si fese il marmo da quel lato;

Sotto la terra il serpente se caccia,

Benché di fora è subito tornato.

Ma già cangiata avea persona e faccia,

Ed era istranamente trasformato,

Ché il busto ha d’orso e ‘l capo de cingiale:

Mai non se vidde il più crudo animale.

 

27.

Fatto avea il capo de porco salvatico

Costui, che in ogni forma sapea vivere,

E non serìa poeta, né grammatico

Che lo sapesse a ponto ben descrivere.

Ora, ben che de ciò poco sia pratico,

Dal muso al piè convien che tutto il livere:

Poi che io cominciai sua forma a dire,

Come era fatto vi voglio seguire.

 

28.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente

E gli occhi accesi de una luce rossa,

Piloso il busto e d’orso veramente,

Con le zampe adongiate e di gran possa;

La coda ritenuta ha di serpente,

Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;

L’ale avea grande e la testa cornuta:

Più strana bestia mai non fu veduta.

 

29.

Venne mugiando adosso al giovanetto,

Né lui per tema le spalle rivolse,

Ma ben coperse sotto il scudo il petto,

E prestamente in man sua mazza tolse.

Or gionse il negromante maledetto,

E con le corne a mezo il scudo acolse;

Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,

E lui disteso abatte in su le lastre.

 

30.

Subitamente si fu rilevato,

Sì come cadde il giovanetto franco;

Ma quel malvagio che era tramutato,

Per lo traverso lo ferì nel fianco.

Con uno dente il gionse nel costato,

Sì che gli fece il fiato venir manco;

Il fiato venne manco e crebbe l’ira:

Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

 

31.

Sopra del capo a l’animal diverso

Tira sua mazza il paladino adorno;

Dal destro lato il gionse de roverso,

E con fraccasso manda a terra un corno.

Or ben si tiene Balisardo perso,

E per la l’oggia va fuggendo intorno;

Per le colonne d’intorno alla piazza

Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

 

32.

Battendo l’ale basso basso giva,

Né mai spiccava da terra le piante;

Così fuggendo, a la marina usciva

Fuor del castello; ed ecco in quello istante

Una alta nave dentro al porto ariva.

Sopra di quella il falso negromante

Fu prestamente de un salto passato;

E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.

 

33.

Sopra la nave, qual ch’io v’ho contato,

Proprio alla prora stava un laccio teso,

Ove Dudone intrando fu incappato,

Né so a qual modo subito fu preso;

E per ambe le braccia incatenato,

Sotto la poppa fu posto di peso

Da molti marinari e dal parone;

Or più di lui non dico, che è pregione.

 

34.

De Balisardo voglio racontare,

Che nella forma sua presto tornò,

E fece il giovanetto disarmare,

Poi di quelle arme tutto se adobbò.

Proprio Dudone alla sembianza pare;

Prese la mazza e il suo baston lasciò,

E se cambiò la voce e la fazione,

Che ogniom direbbe: “Egli è proprio Dudone.”

 

35.

Con tal fazione il perfido ribaldo

Passò il primo castello, e nel secondo

Vicino al ponte ritrovò Ranaldo,

Che lo aspettava irato e furibondo.

Ma, come il vidde, il dimandò di saldo

Se Balisardo avea tratto del mondo,

Perché lui crede senza altra mancanza

Ch’el sia Dudone a l’arme e alla sembianza.

 

36.

E quel rispose: – Il gigante è fuggito,

Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.

Prima l’aveva nel capo ferito,

E rotto il muso e ‘l mento con la faccia:

Fuor della rocca l’ho sempre seguito,

Sino ad un fiume largo cento braccia.

Dentro a quella acqua se gettò il malvaso,

Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

 

37.

Ma non te sapria dir per qual ragione

A l’altra ripa lo viddi passato,

Là dove stava Iroldo, che è pregione,

E Prasildo, che apresso era legato.

Ambo gli viddi sotto al pavaglione,

Là dove Balisardo era fermato,

Ma non mi dette il core a trapassare

L’acqua, che al corso una roina pare. –

 

38.

Ranaldo non lasciò più oltra dire,

Ma sopra il ponte subito è passato,

A lui dicendo: – Io voglio anzi morire,

Che vivo rimaner vituperato;

Né mai nel mondo se puotrà sentire

Ch’io abbi un mio compagno abandonato,

Sì come tu facesti, omo da poco,

Che temi l’acqua; or che faresti ‘l foco ? –

 

39.

Mostrò il gigante in forma de Dudone

Forte adirarse per queste parole,

Onde rispose: – Paccio da bastone!

Ché sempre alla tua vita fusti un fole,

E stimi esser tenuto un campïone

Con questo tuo zanzare; altro ci vôle

Che per se stesso tenersi valente

Stimando gli altri poco e da nïente.

 

40.

Or vanne tu, ch’io non voglio venire,

E varca il fiume, poi che sai natare. –

Ranaldo, non curando del suo dire,

Subitamente il ponte ebbe a passare.

Lasciollo Balisardo alquanto gire,

Mostrando a quella porta riposare;

Poi di nascoso il falso malandrino

Per darli morte prese il mal camino.

 

41.

Per l’altra strata lui gionse improviso,

E ferì del bastone ad ambe mano;

Né già se gli mostrò davanti al viso,

Anci alle spalle il perfido pagano,

E ben credette de averlo conquiso,

E roïnarlo a quel sol colpo al piano;

Ma lui, che avea possanza smisurata,

Non andò a terra per quella mazzata.

 

42.

Anci se volse, e con voce cortese

Dicea: – Fanciullo, ora che credi fare?

Se io non guardassi al tuo padre Danese,

Sotto la terra ti farebbi entrare.

Vanne in malora e cerca altro paese! –

Così dicendo s’ebbe a rivoltare,

Ma nel voltarsi il saracin fellone

Sopra la coppa il gionse del bastone.

 

43.

Ranaldo se avampò nel viso de ira,

E disse: – Testimonio il ciel mi sia,

Che contra al mio voler costui mi tira

A darli morte sol per sua folìa. –

Così parlando di pietà sospira,

Tanto lo stringe amore e cortesia;

Benché dritta ragione e sua diffesa

Lo riscaldasse alla mortal impresa.

 

44.

Trasse Fusberta e cominciò la zuffa,

Com’ quel che crede che lui sia Dudone.

Or s’io vi conto come se ribuffa

L’un colla spata e l’altro col bastone,

E tutti e colpi di quella baruffa,

Che ben durò cinque ore alla tenzone,

A ricontarvi tutto io staria tanto,

Che avria finito questo e un altro canto.

 

45.

Ma per conclusïon vi dico in breve:

Benché il gigante sia de ardire acceso,

E l’abbi quel baston cotanto greve,

Che un altro non fu mai de cotal peso,

Pure alla fine, come un om di neve,

Serebbe da Ranaldo morto o preso,

Se per incanto o per negromanzia

Non ritrovasse al suo scampo altra via.

 

46.

Perché in cento maniere Balisardo

Se tramutava per incantamento;

Fiesse pantera con terribil guardo,

Ed altre bestie assai di gran spavento.

Tramutosse in ïena, in camelpardo,

E in tigro, ch’è sì fiero e sì depento,

E fie’ battaglia in forma de griffone,

De cocodrillo e in mille altre fazone.

 

47.

E dimostrosse ancor tutto de foco,

Qual sfavillava come de fornace.

Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,

Saltò nel mezo, il paladino audace,

E la rovente fiamma estima poco,

Ma con Fusberta tutta la disface;

E già trenta ferite ha quel pagano,

Benché più volte è tramutato invano.

 

48.

Al fin tutto deserto e sanguinoso

Fuor della porta se pose a fuggire;

Or sendo occello, ora animal peloso,

E in tante forme ch’io non saprei dire.

Ranaldo sempre il segue furïoso,

Che destinato è di farlo morire.

Già sono alla marina; senza tardo

Sopra alla nave salta Balisardo.

 

49.

Dalla ripa alla nave è poco spaccio,

De un salto Balisardo fu passato;

E ‘l fio de Amon, che non teme altro impaccio,

Dietro gli salta tutto quanto armato;

E nella intrata se incappò nel laccio,

Ove Dudone prima fu pigliato.

Sue braccie e gambe avengia una catena;

Ben se dibatte invano e si dimena.

 

50.

Non valse il dimenar, ché preso fu

Da duo poltron coperti de pedocchi,

E sotto poppa lo menarno giù,

Là dove il sole gli abagliava gli occhi.

Tre onze avrà Ranaldo e non già più

De biscotella, che è senza fenocchi,

Vivendo a pasto come un Fiorentino,

Né brïaco serà per troppo vino.

 

51.

In cotal modo stette un mezo mese,

Incatenato per piedi e per mane,

Con altre gente che seco eran prese,

Dico e compagni e più persone istrane;

Sin che arivarno a l’ultimo paese

De Manodante, a l’Isole Lontane,

Ove furno all’oggiati a una pregione

Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

 

52.

Ben forte il guardïan dentro gli serra,

Ma ciascuno avea prima dislegato.

Molta altra gente quivi eran per terra

Giacendo e in piede, d’intorno e da lato;

Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,

Che pur da Balisardo fu pigliato;

El modo a dir serìa lunga novella,

Perché lo prese in forma de donzella.

 

53.

Quando partisse là dove Aridano

Cadette con Ranaldo a quel profondo,

Lui con Baiardo e il destrier Rabicano

E con due dame andò cercando il mondo,

Sempre piangendo e sospirando invano,

Poi che ha perduto il suo cugin iocondo;

E così caminando gionse un giorno

Ove al castello odì suonare il corno:

 

54.

A quel castello ove era la riviera

Che al verde piano intorno lo girava;

E quella dama, che era passaggiera,

Da Balisardo al ponte lo guidava.

Quivi fu preso per strana maniera,

Ché in forma de donzella lo gabbava:

Or non vi è tempo racontarvi il tutto

Come in la nave al laccio fu condutto.

 

55.

Però che mi conviene ora tornare

Al conte Orlando, qual, come io contai,

Volse questi compagni abandonare,

Sol per colei che gli dona tal guai,

Che giorni e notte nol lascia posare;

E quel pensier non l’abandona mai,

Ma sempre a rivederla lo retira:

Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

 

56.

Con Brandimarte il franco paladino

A rivedere Angelica tornava,

E per contar che strutto avea il giardino,

Ed esser presto se altro comandava.

Al terzo giorno di questo camino,

Che ‘l sole a ponto alora si levava,

Trovarno a lato un fiume una pianura

Tutta di prato e di bella verdura.

 

57.

Stative queti, se voleti odire

De’ duo che ritrovarno in questo loco,

Che l’un sapea cacciar, l’altro fuggire:

A riguardarli mai non fu tal gioco.

Or chi fosser costoro io vo’ dire,

Se ve amentati della istoria un poco,

Quando a Marfisa quel ladro africano

Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

 

58.

E lei seguìto l’ha sino a quel giorno,

E de impiccarlo sempre lo minaccia.

Lui la beffava ogniora con gran scorno,

E cento fiche gli avea fatto in faccia.

A suo diletto la menava intorno,

Già sei giornate gli ha dato la caccia;

Esso, per darle più battaglia e pena,

Sol per gabbarla dietro se la mena.

 

59.

Lui ben serìa scampato de legiero,

Che a gran fatica pur l’avria veduto,

Però che egli era sopra quel destriero

Che un altro non fu mai cotanto arguto;

Né credo che a contarvi sia mestiero,

Come l’avesse l’Africano avuto:

Alor che ad Albracà se fu condotto,

A Sacripante lo involò di sotto.

 

60.

Or, come io dico, sempre intorno giva,

Beffando con più scherni la regina;

E lei di mal talento lo seguiva,

Perché pigliarlo al tutto se destina.

Trista sua vita se adosso gli ariva!

Ché lo fraccasserà con tal ruina,

Che il capo, il collo, il petto e la corata

Tutte fian peste sol de una guanzata.

 

61.

A questa cosa sopragionse Orlando,

Come io vi dissi, insieme e Brandimarte,

E l’uno e l’altro alquanto remirando,

Senza fare altro, se tirarno in parte.

Or, bei segnori, a voi mi racomando,

Compìto ha questo canto le sue carte,

Ed io per veritate aggio compreso

Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.

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