Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO SECONDO CANTI 1-10

LIBRO SECONDO

 

LIBRO SECONDO DE ORLANDO INAMORATO, NEL QUAL SEGUENDO LA COMENCIATA ISTORIA, SE TRATA DE LA IMPRESA AFRICANA CONTRO CARLO MANO E LA INVENZIONE DE RUGIERO, TERZO PALADINO PRIMOGENITO DE LA INCLITA CASA DA ESTE.

 

 

CANTO PRIMO

 

1.

Nel grazïoso tempo onde natura

Fa più lucente la stella d’amore,

Quando la terra copre di verdura,

E li arboscelli adorna di bel fiore,

Giovani e dame ed ogni creatura

Fanno allegrezza con zoioso core;

Ma poi che ‘l verno viene e il tempo passa,

Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

 

2.

Così nel tempo che virtù fioria

Ne li antiqui segnori e cavallieri,

Con noi stava allegrezza e cortesia,

E poi fuggirno per strani sentieri,

Sì che un gran tempo smarirno la via,

Né del più ritornar ferno pensieri;

Ora è il mal vento e quel verno compito,

E torna il mondo di virtù fiorito.

 

3.

Ed io cantando torno alla memoria

Delle prodezze de’ tempi passati,

E contarovi la più bella istoria

(Se con quïete attenti me ascoltati)

Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,

Dove odireti e degni atti e pregiati

De’ cavallier antiqui, e le contese

Che fece Orlando alor che amore il prese.

 

4.

Voi odireti la inclita prodezza

E le virtuti de un cor pellegrino,

L’infinita possanza e la bellezza

Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;

E benché la sua fama e grande altezza

Fu divulgata per ogni confino,

Pur gli fece fortuna estremo torto,

Ché fu ad inganno il giovanetto morto.

 

5.

Nel libro de Turpino io trovo scritto

Come Alessandro, il re di gran possanza,

Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto

E visto il mare e il cel per sua arroganza,

Fu d’amor preso nel regno de Egitto

De una donzella, ed ebbela per manza;

E per amor che egli ebbe a sua beltade,

Sopra il mar fece una ricca citade.

 

6.

E dal suo nome la fece chiamare,

Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;

Dapoi lui volse in Babilonia andare,

Dove fu fatta la dolente prova,

Che un suo fidato l’ebbe a velenare,

Onde convien che ‘l mondo si commova,

E questo un pezzo e quello un altro piglia;

Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

 

7.

Stava in Egitto alora la fantina,

Che fu nomata Elidonia la bella,

Gravida de sei mesi la meschina.

Quando sentitte la trista novella,

Veggendo il mondo che è tutto in ruina,

Intrò soletta in una navicella,

Che non avea governo di persona,

Ed a fortuna le vele abandona.

 

8.

Lo vento in poppa via per mar la caccia,

In Africa quel vento la portava.

Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia,

La barca a poco a poco in terra andava.

Quella donzella, levando la faccia,

Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:

A questo aiuto piangendo dimanda,

E per mercede se gli racomanda.

 

9.

Quel la ricolse con umanitate,

E poi che ‘l terzo mese fu compito,

Ne la capanna di sua povertate

La dama tre figlioli ha parturito.

Quivi fu fatta poi quella citate

Che Tripoli è nomata, in su quel lito,

Per gli tre figli che ebbe quella dama;

Tripoli ancora la cità se chiama.

 

10.

E come il cel dispone gioso in terra,

Fôrno quei figli di tanto valore,

Che il re Gorgone vinsero per guerra,

Qual de l’Africa prima era segnore.

L’un d’essi fu nomato Sonniberra,

Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;

Il secondo Attamandro, e il terzo figlio

Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

 

11.

E tre germani preser segnoria

De Africa tutta, come io ho contato,

E la rivera della Barberia

E la terra de’ Negri in ogni lato.

Non per prodezza né per vigoria,

Non per gran senno acquistâr tutto il stato,

Ma la natura sua, ch’è tanto bona,

Tirava ad obedirli ogni persona.

 

12.

Perché l’un più che l’altro fu cortese,

E sempre l’acquistato hanno a donare;

Onde ogni terra e ciascadun paese

Di grazia gli veniva a dimandare.

E così subiugâr senza contese

Dallo Egitto al Morocco tutto il mare,

Ed infra terra quanto andar si puote

Verso il deserto, alle gente remote.

 

13.

Morirno senza eredi e duo maggiori,

E solo Argante il regno tutto prese,

Che ebbe nel mondo trïonfali onori;

E di lui l’alta gesta poi discese,

Della casa Africana e gran segnori,

Che ferno a’ Cristïan cotante offese,

E preser Spagna con grande arroganza,

Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

 

14.

Nacque di questo il possente Barbante,

Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;

E fu di questa gente re Agolante,

Di cui nacque il feroce re Troiano,

Qual in Bergogna col conte d’Anglante

Combattè e con duo altri sopra il piano,

Ciò fu don Chiaro e ‘l bon Rugier vassallo:

Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

 

15.

Del re Troiano rimase un citello,

Sette anni avea quando fu il patre occiso:

Di persona fu grande e molto bello,

Ma di terribil guardo e crudel viso.

Costui fu de’ Cristian proprio un flagello,

Sì come in questo libro io ve diviso.

State, segnori, ad ascoltarme un poco,

E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

 

16.

Vinti duo anni il giovanetto altiero

Ha già passati, ed ha nome Agramante,

Né in Africa si trova cavalliero

Che ardisca di guardarlo nel sembiante,

Fuor che un altro garzone, ancor più fiero,

Che vinti piedi è dal capo alle piante,

Di summo ardire e di possanza pieno;

Questo fu figlio del forte Ulïeno.

 

17.

Ulïeno di Sarza, il fier gigante,

Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,

Qual fu tanto feroce ed arrogante,

Che pose tutta Francia in abandono;

E dove il sol si pone e da levante

De l’alto suo valor odise il suono.

Or vo’ contarvi, gente pellegrine,

Tutta la cosa dal principio al fine.

 

18.

Fece Agramante a consiglio chiamare

Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia;

In quattro mesi gli fie’ radunare,

E fuor tutti davanti a sua presenzia.

Chi vi gionse per terra e chi per mare.

Non fu veduta mai tanta potenzia;

Trentadue teste, tutte coronate,

Biserta entrarno, in quella gran citate.

 

19.

Era in quel tempo gran terra Biserta,

Che oggi è disfatta al litto alla marina,

Però che in questa guerra fu deserta:

Orlando la spianò con gran roina.

Or, come io dissi, alla campagna aperta

Fuor se accampò la gente saracina;

Dentro a la terra entrarno con gran festa

Trentaduo re con le corone in testa.

 

20.

Eravi un gran castello imperïale,

Dove Agramante avea sua residenzia:

Il sol mai non ne vide uno altro tale,

Di più ricchezza e più magnificenzia.

A duo a duo montarno i re le scale,

Coperti a drappi d’ôr per eccellenzia;

Intrarno in sala, e ben fu loro aviso

Veder il celo aperto e il paradiso.

 

21.

Lunga è la sala cinquecento passi,

E larga cento aponto per misura:

Il cel tutto avea d’oro a gran compassi,

Con smalti rossi e bianchi e di verdura.

Giù per le sponde zaffiri e ballassi

Adornavan nel muro ogni figura,

Però che ivi intagliata, con gran gloria,

Del re Alessandro vi è tutta la istoria.

 

22.

Lì si vedea lo astrologo prudente,

Qual del suo regno se ne era fuggito,

Che una regina in forma de serpente

Avea gabbata, e preso il suo appetito.

Poi se vedeva apresso incontinente

Nato Alessandro, quel fanciullo ardito,

E come dentro ad una gran foresta

Prese un destrier che avea le corna in testa.

 

23.

Buzifal avea nome quel ronzone:

Così scritto era in quella depintura;

Sopra vi era Alessandro in su l’arcione,

E già passato ha il mar senza paura.

Qui son battaglie e gran destruzïone:

Quel re di tutto il mondo non ha cura;

Dario gli venne incontra in quella guerra,

Con tanta gente che coprì ogni terra.

 

24.

Alessandro il superbo l’asta abassa,

Pone a sconfitta tutta quella gente,

E più Dario non stima ed oltra passa;

Ma quel ritorna ancora più possente,

E di novo Alessandro lo fraccassa.

Poi se vedeva Basso il fraudolente,

Che a tradimento occide il suo segnore,

Ma ben lo paga il re di tanto errore.

 

25.

E poi si vede in India travargato,

Natando il Gange, che è sì gran fiumana;

Dentro a una terra soletto è serrato,

Ed ha d’intorno la gente villana.

Ma lui ruina il muro in ogni lato

Sopra a’ nemici e quella terra spiana;

Passa più oltra e qui non se ritiene;

Ecco il re d’India, che adosso gli viene.

 

26.

Porone ha nome, ed è sì gran gigante:

Non ritrova nel mondo alcun destriero,

Ma sempre lui cavalca uno elefante.

Or sua prodezza non gli fa mestiero,

Né le sue gente, che n’avea cotante,

Perché Alessandro, quel segnore altiero,

Vivo lo prende; e, com’om di valore,

Poi che l’ha preso, il lascia a grande onore.

 

27.

Eravi ancora come il basilisco

Stava nel passo sopra una montagna,

E spaventa ciascun sol col suo fisco,

E con la vista la gente magagna;

Come Alessandro lui se pose a risco

Per quella gente ch’era alla campagna,

E, per consiglio di quel sapïente,

Col specchio al scudo occise quel serpente.

 

28.

In somma ogni sua guerra ivi è depinta

Con gran ricchezza e bella a riguardare.

Possa che fu la terra da lui vinta,

A duo grifon nel cel si fa portare

Col scudo in braccio e con la spada cinta;

Poi dentro a un vetro se calla nel mare,

E vede le balene e ogni gran pesce,

E campa, e ancor quivi di fuora n’esce.

 

29.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,

Vedesi lui che è vinto da l’amore;

Perché Elidonia, quella grazïosa,

Con soi begli occhi gli ha passato il core.

Evi da poi sua morte dolorosa,

Come Antipatro, il falso traditore,

L’ha avelenato con la coppa d’oro;

Poi tutto ‘l mondo è in guerra e gran martoro.

 

30.

Fugge la dama misera tapina,

Ed è ricolta dal vecchio cortese,

E parturisce in ripa alla marina

Tre fanciulletti alle rete distese;

Ed evi ancor la guerra e la roina

Che fanno e tre germani in quel paese,

Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:

L’opre di lor sono ivi tutte quante.

 

31.

Intrarno e re la gran sala mirando,

Ciascun per meraviglia venìa meno;

Genti legiadre e donzelle danzando

Aveano il catafalco tutto pieno.

Trombe, tamburi e piffari sonando,

Di romor dolce empian l’aer sereno.

Sopra costoro ad alto tribunale

Stava Agramante in abito reale.

 

32.

Ad esso fier’ quei re gran riverenzia,

Tutti chinando alla terra la faccia;

Lui gli racolse con lieta presenzia,

E ciascadun di lor baciando abraccia.

Poi fece a l’altra gente dar licenzia.

Incontinente la sala se spaccia:

Restarno i re con tutti e consiglieri,

Duci e marchesi e conti e cavallieri.

 

33.

Di qua di là da l’alto tribunale

Trentadue sedie d’ôr sono ordinate;

Poi l’altre son più basse e diseguale,

Pur vi sta gente di gran dignitate.

Là più si parla, chi bene e chi male,

Secondo che ciascuno ha qualitate;

Ma, come odirno il suo segnor audace,

Subitamente per tutto si tace.

 

34.

Lui cominciò: – Segnor, che ivi adunati

Seti venuti al mio comandamento,

Quanto cognosco più che voi me amati,

Come io comprendo per esperimento,

Più debbo amarvi ed avervi onorati;

E certamente tutto il mio talento

è sempre mai d’amarvi, e il mio disio

Che ‘l vostro onor se esalti insieme e il mio.

 

35.

Ma non già per cacciare, o stare a danza,

Né per festeggiar dame nei giardini,

Starà nel mondo nostra nominanza,

Ma cognosciuta fia da tamburini.

Dopo la morte sol fama ne avanza,

E veramente son color tapini

Che d’agrandirla sempre non han cura,

Perché sua vita poco tempo dura.

 

36.

Né vi crediate che Alessandro il grande,

Qual fu principio della nostra gesta,

Per far conviti de ottime vivande

Vincesse il mondo, né per stare in festa.

Ora per tutto il suo nome si spande,

E la sua istoria, che è qui manifesta,

Mostra che al guadagnar d’onor si suda,

E sol s’acquista con la spada nuda.

 

37.

Onde io vi prego, gente di valore,

Se di voi stessi aveti rimembranza,

E se cura vi tien del vostro onore,

S’io debbo aver di voi giamai speranza,

Se amati ponto me, vostro segnore,

Meco vi piaccia di passare in Franza,

E far la guerra contra al re Carlone

Per agrandir la legge di Macone. –

 

38.

Più oltra non parlava il re nïente,

E la risposta tacito attendia.

Fu diverso parlar giù tra la gente,

Secondo che ‘l parer ciascuno avia.

Tenuto era fra tutti il più prudente

Branzardo, quel vecchion, re di Bugia,

E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,

Levasi al parlamento e più non tarda.

 

39.

– Magnanimo segnor, – disse il vecchione,

– Tutte le cose de che se ha scïenzia,

O ver che son provate per ragione,

O per esempio, o per esperïenzia;

E così, rispondendo al tuo sermone,

Dapoi ch’io debbo dir la mia sentenzia,

Dirò che contra del re Carlo Mano

Il tuo passaggio fia dannoso e vano.

 

40.

Ed evi a questo ragion manifesta.

Carlo potente al suo regno si serra,

Ed ha la gente antiqua di sua gesta,

Che sempre sono usati insieme a guerra;

Né, quando la battaglia è in più tempesta,

Lasciaria l’un compagno l’altro in terra;

Ma a te bisogna far tua gente nova,

Qual con l’usata perderà la prova.

 

41.

Esempio ben di questo ci può dare

Il re Alessandro, tuo predecessore,

Che con gente canuta passò il mare,

Ma insieme usata con tanto valore.

Dario di Persia il venne a ritrovare,

E messe molta gente a gran romore:

Perché l’un l’altro non recognoscia,

Morta e sconfitta fu quella zinia.

 

42.

La esperïenzia voria volentieri

Poterla dimostrare in altra gente

Che nella nostra, perché Caroggieri,

Qual del bisavol tuo fu discendente,

Passò in Italia con molti guerreri.

Tutti fôr morti con pena dolente:

Fu morto Almonte e Agolante il soprano,

E dopo tutti il tuo patre Troiano.

 

43.

Sì che lascia per Dio! la mala impresa,

E frena l’ardir tuo con tempo e spaccio.

Dolce segnor, s’io te faccio contesa,

Sicuramente più de gli altri il faccio,

E d’ogni danno tuo troppo mi pesa,

Ché piccoletto t’ho portato in braccio;

E tanto più me stringe il tuo periglio,

Ch’io te ho come segnore e come figlio. –

 

44.

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,

Poi nel suo loco ritorna a sedere.

In piedi un altro vecchio fu levato,

Ch’è ‘l re d’Algoco, ed ha molto sapere:

Nostro paese avea tutto cercato,

Però che fu mandato a provedere

Dal re Agolante ogni nostro confino,

Ed è costui nomato il re Sobrino.

 

45.

– Segnor, – disse costui – la barba bianca,

Qual porto al viso, dà forse credenza

Che per vecchiezza l’animo mi manca;

Ma per Macon ti giuro e sua potenza,

Che, a bench’io senta la persona stanca,

De l’animo non sento differenza

Da quel ch’egli era nel tempo primiero,

Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

 

46.

Sì che non creder che per codardia

Il tuo passaggio voglio sconfortare,

Né per la tema della vita mia,

Che in ogni modo poco può durare.

Benché di piccol tempo e breve sia,

Spender la voglio sì come ti pare;

Ma, come quel che son tuo servo antico,

Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

 

47.

Sol per duo modi in Franza pôi passare:

Quei lochi ho tutti quanti già cercati.

L’uno è verso Acquamorta il dritto mare:

Partito serìa quel da disperati,

Ché, come in terra vogli dismontare,

Staranno al litto e Cristïani armati,

Tutti ordinati nel suo guarnimento:

Dece di lor varran de’ nostri cento.

 

48.

Par l’altro modo più convenïente,

Passando giù nel stretto al Zibeltaro:

Marsilio re di Spagna, il tuo parente,

Avrà questa tua impresa molto a caro,

E teco ne verrà con la sua gente,

Né avrà Cristianitate alcun riparo.

Così se dice, ma il mio core estima

Che più serà che fare al fin, che prima.

 

49.

Nella Guascogna scenderemo al piano,

E quella gente poneremo al basso;

Ma qui ritrovaremo a Montealbano

Ranaldo il crudo, che diffende il passo.

Dio guardi ciascadun dalla sua mano!

Non si può contrastare a quel fraccasso;

Poi che l’avrai sconfitto e discacciato,

Ancor te assalirà da un altro lato.

 

50.

Carlo verrà con tutta la sua corte:

Non è nel mondo gente più soprana.

Né stimar che sian dentro da le porte,

Ma sotto alle bandiere, in terra piana.

Verrà quel maladetto che è sì forte,

Che ha il bel corno d’Almonte e Durindana:

Non è riparo alcuno a sua battaglia,

Ché ciò che trova, con la spada taglia.

 

51.

Cognosco Gano e cognosco il Danese,

Che fu pagano, e par proprio un gigante,

Re Salamone e Oliviero il marchese,

Ad uno ad un lor gente tutte quante.

Nui se trovamo seco alle contese,

Quando passò tuo avo, il re Agolante;

Io gli ho provati: possote acertare

Che ‘l bon partito è de lasciargli stare. –

 

52.

Parlò in tal forma quel vecchio canuto,

Quale io ve ho racontata, più né meno.

Il re de Sarza fu un giovane arguto:

Questo era il figlio del forte Ulïeno,

Maggiore assai del patre e più membruto.

Nullo altro fu d’ardir più colmo e pieno,

Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,

Che disprezava il mondo tutto quanto.

 

53.

Levossi in piede e disse: – In ciascun loco

Ove fiamma s’accende, un tempo dura

Piccola prima, e poi si fa gran foco;

Ma come viene al fin, sempre se oscura,

Mancando del suo lume a poco a poco.

E così fa l’umana creatura,

Che, poi che ha di sua età passato il verde,

La vista, il senno e l’animo si perde.

 

54.

Questo ben chiar si vede nel presente

Per questi duo che adesso hanno parlato,

Perché ciascun di lor già for prudente,

Ora è di senno tutto abandonato,

Tanto che niega al nostro re potente

Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato;

Così dà sempre ogni capo canuto

Più volentier consiglio che lo aiuto.

 

55.

Non vi domanda consiglio il segnore,

Se ben la sua proposta aveti intesa,

Ma per sua riverenza e vostro onore

Seco il passaggio alla reale impresa.

Qualunque il niega, al tutto è traditore,

Sì che ciascun da me faccia diffesa,

Qual contradice al mandato reale,

Ch’io lo disfido a guerra capitale. –

 

56.

Così parlava il giovanetto acerbo,

Che è re di Sarza, come io vi contai.

Rodamonte si chiama quel superbo,

Più fier garzon di lui non fu giamai;

Persona ha de gigante e forte nerbo:

Di sue prodezze ancor diremo assai.

Or guarda intorno con la vista scura,

Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

 

57.

Era in consiglio il re di Garamanta,

Quale era sacerdote de Apollino,

Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,

Incantatore, astrologo e indovino.

Nella sua terra mai non nacque pianta,

Però ben vede il celo a ogni confino:

Aperto è il suo paese a gran pianura;

Lui numera le stelle e il cel misura.

 

58.

Non fu smarito il barbuto vecchione,

A benché Rodamonte ancor minaccia,

Ma disse: – Bei segnor, questo garzone

Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.

Pur che esso non ascolti il mio sermone,

Il mal che mi può far, tutto mi faccia;

Ascoltati de Dio voi le parole,

Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.

 

59.

Gente devota, odeti ed ascoltati

Ciò che vi dice il dio grande Apollino:

Tutti color che in Francia fian portati,

Dopo la pena del lungo camino

Morti seranno e per pezzi tagliati,

Non ne camparà grande o picciolino:

E Rodamonte con sua gran possanza

Diverrà pasto de’ corbi de Franza. –

 

60.

Poi che ebbe detto, se pose a sedere

Quel re, che ha molta tela al capo involta.

Ridendo Rodamonte a più potere

La profezia di quel vecchione ascolta.

Ma quando quieto lo vide e tacere,

Con parlare alto e con voce disciolta

– Mentre che siam qua, – disse – io son contento

Che quivi profetezi a tuo talento;

 

61.

Ma quando tutti avrem passato il mare,

E Franza struggeremo a ferro e a foco,

Non me venistù intorno a indovinare,

Perch’io serò il profeta di quel loco.

Male a quest’altri pôi ben minacciare,

A me non già, che ti credo assai poco,

Perché scemo cervello e molto vino

Parlar te fa da parte de Apollino. –

 

62.

Alla risposta di quello arrogante

Riseno molti e odirla volentieri.

Giovani assai della gente africante

A quell’impresa avean gli animi fieri;

Ma e vecchi, che passâr con Agolante

E che provarno e nostri cavallieri,

Mostravan che questo era per ragione

De Africa tutta la destruzïone.

 

63.

Grande era giù tra quelli il ragionare,

Ma il re Agramante, stendendo la mano,

Pose silenzio a questo contrastare;

Poi con parlar non basso e non altano

Disse: – Segnor, io pur voglio passare

In ogni modo contra a Carlo Mano,

E voglio che ciascun debbia venire,

Ch’io soglio comandar, non obedire.

 

64.

Né vi crediate, poi che la corona

Serà di Carlo rotta e dissipata,

Aver riposo sotto a mia persona.

Vinta che sia la gente battizata,

Adosso a li altri il mio cor se abandona,

Fin che la terra ho tutta subiugata;

Poi che battuta avrò tutta la terra,

Ancor nel paradiso io vo’ far guerra. –

 

65.

Or chi vedesse Rodamonte il grande

Levarsi allegro con la faccia balda,

– Segnor, – dicendo – il tuo nome si spande

In ogni loco dove il giorno scalda;

Ed io te giuro per tutte le bande

Tenir con teco la mia mente salda;

In celo e ne l’inferno il re Agramante

Seguirò sempre, o passarogli avante. –

 

66.

Questo affirmava il re di Tremisona,

Sempre seguirlo per monte e per piano:

Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.

Questo affirmava il forte re de Orano,

Che pur quello anno avea preso corona;

E ‘l re de Arzila, levando la mano,

Promette a Macometto e giura forte

Seguire il suo segnor sino alla morte.

 

67.

Che bisogna più dir? ché ciascun giura:

Beato chi mostrar si può più fiero!

Non vi si vede faccia di paura,

Ciascun minaccia con sembiante altiero.

Benché a quei vecchi par la cosa dura,

Pur ciascadun promette di legiero;

Ma il re di Garamanta, quel vecchione,

Comincia un’altra volta il suo sermone

 

68.

– Segnor, – dicendo – io voglio anch’io morire

Poi che al tutto è disfatta nostra gente;

Teco in Europa ne voglio venire.

Saturno, che è segnor dello ascendente,

Ad ogni modo ci farà perire;

Sia quel che vôle, io non ne do nïente,

Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone,

Che campar non puotria lunga stagione.

 

69.

Ma ben ti prego per lo Dio divino,

Che al manco in questo me vogli ascoltare.

Ciò te dico da parte de Apollino,

Da poi che hai destinato di passare.

Nel regno tuo dimora un paladino,

Che di prodezza in terra non ha pare;

Come ho veduto per astrologia,

Il megliore omo è lui che al mondo sia.

 

70.

Or te dice Apollino, alto segnore,

Che se con teco avrai questo barone,

In Francia acquistarai pregio ed onore,

E cacciarai più volte il re Carlone.

Se vuoi sapere il nome e il gran valore

Del cavalliero e la sua nazïone,

Sua matre del tuo patre fu sorella,

E fu nomata la Galacïella.

 

71.

Questo barone è tuo fratel cugino,

Che ben provisto t’ha Macon soprano

De far che quel guerrier sia saracino,

Ché, quando fusse stato cristïano,

La nostra gente per ogni confino

Tutta a fraccasso avria mandato al piano.

Il patre di costui fu il bon Rugiero,

Fiore e corona de ogni cavalliero.

 

72.

E la sua matre misera, dolente,

Da poi che fu tradito quel segnore,

E la città de Rissa in foco ardente

Fu ruïnata con molto furore,

Tornò la tapinella a nostra gente,

E parturì duo figli a gran dolore;

E l’un fu questo di cui t’ho parlato:

Rugier, sì come il patre, è nominato.

 

73.

Nacque con esso ancora una citella,

Ch’io non l’ho vista, ma ha simiglianza

Al suo germano, e fior d’ogni altra bella,

Perché esso di beltate il sole avanza.

Morì nel parto alor Galacïella,

E’ duo fanciulli vennero in possanza

D’un barbasore, il quale è nigromante,

Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.

 

74.

Questo si sta nel monte di Carena,

E per incanto vi ha fatto un giardino,

Dove io non credo che mai se entri apena.

Colui, che è grande astrologo e indovino,

Cognobbe l’alta forza e la gran lena

Che dovea aver nel mondo quel fantino,

Però nutrito l’ha, con gran ragione,

Sol di medolle e nerbi di leone;

 

75.

Ed hallo usato ad ogni maestria

Che aver se puote in arte d’armeggiare;

Sì che provedi d’averlo in balìa,

A bench’io creda che vi avrai che fare.

Ma questo è solo il modo e sola via

A voler Carlo Mano disertare;

Ed altramente, io te ragiono scorto,

Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. –

 

76.

Così parlava quel vecchio barbuto:

Ben crede a sue parole il re Agramante,

Perché tra lor profeta era tenuto

E grande incantatore e nigromante,

E sempre nel passato avea veduto

Il corso delle stelle tutte quante,

E sempre avanti il tempo predicia

Divizia, guerra, pace, caristia.

 

77.

Incontinente fu preso il partito

Quel monte tutto quanto ricercare,

Sin che si trovi quel giovane ardito,

Che deggia seco il gran passaggio fare.

Questo canto al presente è qui finito;

Segnor, che seti stati ad ascoltare,

Tornati a l’altro canto, ch’io prometto

Contarvi cosa ancor d’alto diletto.

 

 

CANTO SECONDO

 

1.

Se quella gente, quale io v’ho contata

Ne l’altro canto, che è dentro a Biserta,

Fusse senza indugiar di qua passata,

Era Cristianità tutta deserta,

Però che era in quel tempo abandonata

Senza diffesa: questa è cosa certa,

Ché Orlando alora e il sir de Montealbano

Sono in levante al paese lontano.

 

2.

De Orlando io vi contai pur poco avante,

Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,

Quando la dama con falso sembiante

L’avea fatto salire a quel petrone.

Ora lasciamo quel conte d’Anglante,

Ch’io vo’ contar de l’altro campïone,

Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,

Qual con Marfisa a quel girone è intorno.

 

3.

E mentre che Agramante e sua brigata

Va cercando Rugier, qual non se trova,

Ranaldo, che ha la mente anco adirata,

Poi che visto non ha l’ultima prova

Della battaglia ch’io ve ho racontata,

Sempre il sdegno crudel più si rinova:

Dico della battaglia ch’io contai,

Ch’ebbe col conte con tormento assai.

 

4.

Né sa pensar per qual cagion partito

Sia il conte Orlando da quella frontera,

Perché né l’un né l’altro era ferito,

Poco o nïente d’avantaggio vi era.

Ben stima lui che non serìa fuggito

Mai con vergogna per nulla maniera:

Ma, sia quel che si voglia, è destinato

Sempre seguirlo insin che l’ha trovato.

 

5.

Poi che venuta fu la notte bruna,

Armase tutto e prende il suo Baiardo,

E via camina al lume della luna.

Astolfo a seguitarlo non fu tardo,

Ché vôl con lui patire ogni fortuna.

Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;

E già non seppe la forte regina

De lor partita insino alla mattina.

 

6.

E mostrò poi d’averne poca cura,

O sì o no che ne fusse contenta.

Cavalcano e baroni alla pianura

D’un chiuso trotto, che giamai non lenta.

Ora passata è via la notte scura,

E l’aria de vermiglio era dipenta,

Perché l’alba serena, al sol davante,

Facea il ciel colorito e lustrigiante.

 

7.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone,

Astolfo dico, sopra a Rabicano,

Dicendo sue devote orazïone,

Come era usato il cavallier soprano.

Ecco davanti sede in su un petrone

Una donzella e batte mano a mano;

Battese ‘l petto e battese la faccia

Forte piangendo, e le sue treccie straccia.

 

8.

– Misera me! – diceva la donzella

– Misera me! tapina! isventurata!

O parte del mio cor, dolce sorella,

Così non fosti mai nel mondo nata,

Poi che quel traditor sì te flagella!

Meschina me! meschina! abandonata!

Poi che fortuna mi è tanto villana,

Ch’io non ritrovo aiuto a mia germana. –

 

9.

– Qual cagione hai, – Astolfo gli diciva

– Che ti fa lamentar sì duramente? –

In questo ragionar Ranaldo ariva,

Gionge Prasildo e Iroldo di presente.

La dama tutta via forte piangiva,

Sempre dicendo: – Misera! dolente!

Con le mie mane io mi darò la morte,

S’io non ritrovo alcun che mi conforte. –

 

10.

Poi, vòlta a quei baron, dicea: – Guerrieri,

Se aveti a’ vostri cor qualche pietate,

Soccorso a me per Dio! che n’ho mestieri

Più che altra che abbia al mondo aversitate.

Se drittamente seti cavallieri,

Mostratimi per Dio! vostra bontate

Contra a un ribaldo, falso, traditore,

Pien di oltraggio villano e di furore.

 

11.

Ad una torre non quindi lontana

Dimora quel malvaso furibondo,

Di là da un ponte, sopra a una fiumana

Che poi fa un lago orribile e profondo.

Io là passava ed una mia germana,

La più cortese dama che aggia il mondo;

E quel ribaldo del ponte discese,

La mia germana per le chiome prese,

 

12.

Villanamente quella strascinando,

Sin che di là dal ponte fu venuto.

Io sol cridavo e piangia lamentando,

Né gli puotea donare alcuno aiuto.

Lui per le braccia la venne legando

Al tronco de un cipresso alto e fronduto,

E poi spogliata l’ebbe tutta nuda,

Quella battendo con sembianza cruda. –

 

13.

Abondava alla dama sì gran pianto,

Che non puotea più oltra ragionare.

A tutti quei baron ne incresce tanto

Quanto mai si potrebbe imaginare;

E ciascadun di lor si dona vanto,

Sapendo il loco, de ella liberare,

Ed in conclusïone il duca anglese

A Rabicano in croppa quella prese.

 

14.

E forse da due miglia han cavalcato,

Quando son gionti al ponte di quel fello.

Quel ponte per traverso era chiavato

De una ferrata, a guisa di castello,

Che arivava nel fiume a ciascun lato;

Nel mezo a ponto a ponto era un portello.

A piedi ivi si passa de legieri,

Ma per strettezza non vi va destrieri.

 

15.

Di là dal ponte è la torre fondata

In mezo a un prato de cipresso pieno;

Il fiume oltra quel campo se dilata

Nel lago largo un miglio, o poco meno.

Quivi era presa quella sventurata,

Ch’empiva di lamenti il cel sereno;

Tutta era sangue quella meschinella,

E quel crudele ognior più la flagella.

 

16.

A piede stassi armato il furïoso:

Dalla sinistra ha di ferro un bastone,

Il flagello alla destra sanguinoso;

Batte la dama fuor de ogni ragione.

Iroldo di natura era pietoso:

Ebbe di quella tal compassïone,

Che licenzia a Ranaldo non richiede,

Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

 

17.

Perché a destrier non se puote passare,

Come io ve ho detto, per quella ferrata.

Quando il crudele al ponte il vide entrare,

Lascia la dama al cipresso legata.

Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,

E qui fo la battaglia incominciata;

Ma durò poco, perché quel fellone

Percosse Iroldo in testa del bastone;

 

18.

E come morto in terra se distese,

Sì grande fu la botta maledetta.

Quello aspro saracino in braccio il prese,

E via correndo va come saetta,

Ed in presenzia a gli altri lì palese

Come era armato dentro il lago il getta.

Col capo gioso andò il barone adorno:

Pensati che già su non fie’ ritorno.

 

19.

Ranaldo de l’arcione era smontato

Per gire alla battaglia del gigante,

Ma Prasildo cotanto l’ha pregato,

Che fu bisogno che gli andasse avante.

Quel maledetto l’aspetta nel prato,

E tien alciato il suo baston pesante;

Questa battaglia fu come la prima:

Gionse il bastone a l’elmo nella cima.

 

20.

Quel cade in terra tutto sbalordito;

Via ne ‘l porta il Pagano furibondo,

E, proprio come l’altro a quel partito,

Gettalo armato nel lago profondo.

Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,

Poiché quel par d’amici sì iocondo

Tanto miseramente ha già perduto,

E presto sì, che a pena l’ha veduto.

 

21.

Turbato oltra misura, il ponte passa

Con la vista alta e sotto l’arme chiuso;

Va su l’aviso e tien la spada bassa,

Come colui che è di battaglia ad’uso.

Quell’altro del bastone un colpo lassa,

Credendol come e primi aver confuso;

Ma lui, che del scrimire ha tutta l’arte,

Leva un gran salto e gettasi da parte.

 

22.

Lui d’un gran colpo tocca quel fellone,

Ferendo a quel con animo adirato;

Ma l’arme di colui son tanto bone,

Che non han tema di brando arrodato.

Durò gran pezzo quella questïone:

Ranaldo mai da lui non fu toccato,

Cognoscendo colui che è tanto forte,

Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

 

23.

Esso ferisce di ponta e di taglio,

Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso,

E tal ferire a quel non nôce uno aglio.

Mosse alto crido quello omo diverso,

E via tra’ il suo bastone a gran sbaraglio

Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso,

E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:

Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

 

24.

A benché in terra fo caduto apena,

Che salta in piedi e già non se sconforta;

Ma quel feroce, che ha cotanta lena,

Prendelo in braccio e verso il lago il porta.

Ranaldo quanto può ben se dimena,

Ma nel presente sua virtute è morta:

Tanto di forza quel crudel l’avanza,

Che de spiccarsi mai non ha possanza.

 

25.

Correndo quel superbo al lago viene,

E come gli altri il vol gioso buttare;

A lui Ranaldo ben stretto si tiene,

Né quel si può da sé ponto spiccare.

Cridò il crudel: – Così far si conviene! –

Con esso in braccio giù se lascia andare;

Con Ranaldo abracciato il furïoso

Cadde nel lago al fondo tenebroso.

 

26.

Né vi crediati che faccian ritorno,

Ché quivi non vale arte di notare,

Perché ciascuno avea tante arme intorno,

Che avrian fatto mille altri profondare.

Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno,

Che è come morto e non sa che si fare.

Perso Ranaldo ed affocato il vede,

Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

 

27.

Presto dismonta e passa la ferrata,

In ripa al lago corse incontinente.

Una ora ben compita era passata,

Dentro a quell’acqua non vede nïente.

Or s’egli aveva l’alma adolorata

Dovetelo stimar certanamente;

Poi che perduto ha il suo caro cugino,

Più che si far non sa quel paladino.

 

28.

Passava il ponte ancor quella donzella

Ed a l’alto cipresso se ne è gita;

Dal troncon desligò la sua sorella,

E de’ soi panni l’ebbe rivestita.

Astolfo non attende a tal novella,

Preso di doglia cruda ed infinita:

Crida piangendo e battese la faccia,

Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

 

29.

E tanto l’avea vento il gran dolore,

Che se volea nel lago trabuccare,

Se non che le due dame con amore

L’andarno dolcemente a confortare.

– Che? – dician lor – Baron d’alto valore,

Adunque ve voleti disperare?

Non se cognosce la virtute intera

Se non al tempo che fortuna è fiera. –

 

30.

Molti saggi conforti gli san dare,

Or l’una or l’altra con suave dire,

E tanto seppen bene adoperare,

Che da quel lago lo ferno partire.

Ma come venne Baiardo a montare,

Credette un’altra volta di morire,

Dicendo: РO bon ronzone! egli ̬ perduto

Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? –

 

31.

Molte altre cose a quel destrier dicia

Piangendo sempre il duca amaramente;

In mezo de due dame ne va via,

Baiardo ha sotto il cavallier valente.

Sopra de Rabican l’una venìa,

L’altra de Iroldo avea il destrier corrente;

Quel de Prasildo, tutto desligato

E senza briglia, rimase nel prato.

 

32.

E caminando insino a mezo il giorno,

Ad un bel fiume vennero arivare,

Dove odirno suonare uno alto corno.

Ora de Astolfo vi voglio lasciare,

Perché agli altri baron faccio ritorno,

Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,

E sempre fan battaglia a gran diffesa

Contra a Marfisa di furore accesa.

 

33.

Torindo era di fuor con la regina,

Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,

Alla terra di Bursa, che confina

A Smirne, a Scandeloro in ogni lato:

Per tutta la Turchia con gran roina

Ciascun che può venir ne venga armato.

Questi conduce il forte Caramano,

Che de Torindo è suo carnal germano.

 

34.

Egli ha giurato mai non si partire

D’intorno a quella rocca al suo vivente,

Sin che non vede Angelica perire

Di fame o foco, e tutta la sua gente;

Però sì gran brigata fie’ venire,

Per esser fuor nel campo sì potente,

Che non possan gir quei de dentro intorno,

Che or mille volte n’escon fuora il giorno.

 

35.

Perché il fiero Antifor e il re Ballano

Stan sempre armati sopra dello arcione;

Oberto dal Leone e re Adrïano,

Re Sacripante e il forte Chiarïone

Sopra la