Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

Libro secondo – Canti 11-20

CANTO DECIMOPRIMO

 

1.

Gente cortese, che quivi de intorno

Seti adunati sol per ascoltare,

Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno

Vostra ventura venga a megliorare;

Ed io cantando a ricontar ritorno

La bella istoria, e voglio seguitare

Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,

Che è posta in caccia dietro allo Africano:

 

2.

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,

Che già dal re Agramante fu mandato

Per involar de Angelica lo annello;

Ma lui più fie’ che non fu comandato,

Perché un destriero il falso ribaldello

De sotto a Sacripante avea levato,

Ed a Marfisa di man tolse il brando;

So che sapeti il tutto, e come, e quando.

 

3.

E lei, che a meraviglia era superba,

Sì come già più volte aveti inteso,

L’avea seguito in quel gran prato de erba

Già da sei giorni, ed anco non l’ha preso;

Onde di sdegno la donzella acerba

Se consumava ne l’animo acceso,

Poi che con tante beffe e tanto scorno

Li agira il capo quel giottone intorno.

 

4.

Perché, fuggendo e mostrando paura,

Gli stava avanti e non si dilungava;

Ed or, voltando per quella pianura,

Spesso alle spalle ancor se gli trovava;

E per mostrar di lei più poca cura,

La giuppa sopra al capo rivoltava,

E poi se alciava (intenditime bene)

Mostrando il nudo sotto dalle rene.

 

5.

Il conte Orlando, che stava da parte

E cognosciuta avea prima Marfisa,

Mirando l’atto, ed esso e Brandimarte

Di quel giottone insieme fier’ gran risa;

Ma la regina per forza o per arte

Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,

Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:

E lui fuggendo sembra una saetta.

 

6.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando,

E truffava di lengua e delle ciglia.

Nel passar di traverso vidde Orlando,

E di torli qualcosa se assotiglia.

L’occhio gli corse incontinenti al brando,

Che fu già fatto con tal meraviglia

Da Falerina de Orgagna al giardino:

Brando nel mondo mai fu tanto fino.

 

7.

Egli era bello e tutto lavorato

D’oro e de perle e de diamanti intorno:

Ben si serebbe il ladro disperato,

Se avuto non avesse il brando adorno.

Subitamente lo trasse da lato;

Mai non se vidde al mondo maggior scorno,

Ché ‘l ladro passa e crida al conte: – Ascolta,

Io torno per il corno a l’altra volta. –

 

8.

Del brando non se avidde alora il conte,

Ma alla minaccia sol del corno attese.

Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,

Che il trasse a uno elefante in suo paese,

Poi lo perse morendo in Aspramonte

(Sì come io credo che vi sia palese),

Allor che Brigliadoro e Durindana

Acquistò Orlando sopra alla fontana.

 

9.

Come la vita il conte l’avea caro,

Però lo prese prestamente in mano;

Ma non valse a tenerlo alcun riparo,

Tanto è malvaggio quel ladro Africano.

E ben che aponto io non sappia dir chiaro

Come passasse il fatto in su quel piano,

Pur vi concludo senza diceria

Che ‘l ladro tolse il corno e fuggì via.

 

10.

Benché Marfisa l’ha sempre seguito,

Lui ne va via col corno e con la spata.

Quivi rimase il conte sbigotito,

Né sa come la cosa sia passata.

Già de sua vista è quel ladro partito,

Con Marfisa alle spalle tutta fiata;

Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,

Né lo posson seguir, ché sono a piede.

 

11.

Onde, biasmando tal disaventura,

Via se ne vanno, e non san che se fare.

Ciascuno aveva indosso l’armatura,

Che a piede è mala cosa da portare.

Or, caminando per quella pianura,

Sopra de un fiume vennero arivare.

Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,

Stava una dama col destriero a mano.

 

12.

Da l’altra ripa, aponto ove si varca,

Era la dama del destrier discesa;

In mezo il fiume, sopra de una barca,

Un’altra dama avea seco contesa.

Quella di là quest’altra molto incarca

De biasmi, e de ogni inganno l’ha ripresa,

– Perfida, – a lei dicendo – a che cagione

M’hai qua passata a ponermi in pregione? –

 

13.

Altre parole usarno ancor tra loro,

Sì come l’una dama a l’altra dice.

Mentre che contendeano a tal lavoro,

Orlando gionse in su quella pendice,

Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,

Che già gli tolse quella traditrice;

Non so se aveti alla istoria il pensiero,

Quando Origilla a lui tolse il destriero.

 

14.

Quella Origilla che già sopra al pino

Si stava impesa per le chiome al vento,

E poi, campata dal bon paladino,

Gli tolse Brigliadoro a tradimento;

Né molto dopo in Orgagna al giardino,

Ove fu l’opra dello incantamento,

Di novo ancor la perfida villana

Li tolse il bon destriero e Durindana.

 

15.

Orlando quivi la trovò contendere

Con l’altra, come io ho detto pur mo.

Or, bei segnor, voi doveti comprendere

Che la fiumana di cui parlato ho,

è quella ove Ranaldo volse scendere

Con tre compagni, e mai non ritornò,

Ma fu ad inganno ne la nave preso

Da Balisardo, come aveti inteso.

 

16.

Sì come il conte vidde la donzella

Che col destriero a l’altra ripa stava,

Amor di novo ancora lo martella,

Né il doppio inganno più si ramentava,

Che gli avea fatto quella anima fella;

Lui fuor di modo più che inanzi amava.

Chiese di grazia a quella passaggiera

Che per mercè lo varca la riviera.

 

17.

Ed Origilla, che cognobbe il conte,

Ben se credette alora de morire;

Pallida viene ed abassa la fronte,

E per vergogna non sa che se dire.

Intorno ha il fiume senza varco o ponte,

E gionta è in loco che non può fuggire;

Ma non bisogna a lei questa paura,

Ché Orlando l’ama fuor d’ogni misura.

 

18.

E ben ne fece presto dimostranza,

Come a lei gionse, con dolci parole.

Essa piangendo, o facendo sembianza,

Sì come far ciascuna donna suole,

Al conte dimandava perdonanza,

E tanto invilupò frasche e vïole,

Come colei che a frascheggiare era usa,

Che al suo fallire aritrovò la scusa.

 

19.

Mentre che fu tra loro il ragionare

Alla riviera sopra al verde piano,

Odirno ad alto un corno risuonare

Del castelletto sopra al poggio altano;

E poi vidderno al ponte giù callare

E scendere alla costa il castellano.

Senz’arme quel vecchione in arcion era,

Ma seco avea d’armati una gran schiera.

 

20.

Come fu gionto, al conte fie’ riguardo,

E salutollo assai cortesemente;

Poi, sì come era usato, quel vecchiardo

Narrò la loro usanza e conveniente

Del ponte ove dimora Balisardo,

Qual consumata avea cotanta gente;

Come era incantator, falso e ribaldo,

E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

 

21.

Senza longare in più parole il fatto,

Giù per quel fiume Orlando fu portato,

E seco in nave Brandimarte adatto,

Ed Origilla gli sedea da lato;

E volse il conte sopra ad ogni patto

Che Brigliador ben fusse governato.

Il castellano il tolse, a giuramento

Ciò promettendo; e ‘l conte fu contento.

 

22.

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare

E sotto il ponte roïnoso corre,

Già sotto a l’arco Balisardo appare,

Che quasi pareggiava quella torre.

A questo ponto vi serà che fare,

Perché tutto l’inferno all’un soccorre,

E l’altro è sì gagliardo di natura,

Che omo del mondo contra a lui non dura.

 

23.

Voi doveti, segnori, avere a mente

Come era fabricata la muraglia

Ove se varca quella acqua corrente:

Quivi discese Orlando alla battaglia.

Sopra alla entrata non era altra gente,

Né porta chiusa avanti, né serraglia.

Poi che fu tutto quel castel passato,

Trovarno al ponte Balisardo armato.

 

24.

Benché pregasse Brandimarte assai

Di poter gire alla battaglia avante,

Non volse Orlando aconsentir giamai,

Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.

Sua Durindana, come io vi contai,

Ha racquistata il bon conte d’Anglante,

E comencion battaglia aspra e feroce

A mezo il ponte sopra quella foce.

 

25.

Or chi sentesse la destruzione

De l’arme rotte, e l’elmi risuonare,

E vedesse il gigante col bastone,

Con Durindana il conte martellare,

E piastre e maglia a gran confusïone

Tirare a terra e per l’aria volare,

Il mondo non ha cor cotanto ardito,

Che a tal furor non fusse sbigotito.

 

26.

Ambi gli scudi a quello assalto fiero

Per la più parte a terra erano andati,

Né l’un né l’altro avea in capo cimiero,

Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;

Né contar ve potrebbi de legiero

Tutti per ponto e colpi smisurati,

Ma sempre al conte cresce ardire e possa,

A l’altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

 

27.

Ed è ferito ancora in molte parte,

Ma più disconciamente nel costato,

Onde malvaggio torna alle sue arte

Per tramutarse, come era adusato;

L’arme, che intorno avea tagliate e sparte,

Gettarno foco e fiamma in ogni lato,

Facendo sopra loro un fumo scuro;

Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

 

28.

Lui si fece demonio a poco a poco:

Come un biscione avea la pelle atorno,

Da nove parte fuor gettava il foco,

E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;

Tutte le membre avea nel primo loco,

Ma sfigurato dalla notte al giorno,

Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,

Che puotea porre a ciascadun paura.

 

29.

E l’ale grande avea di pipastrello,

E le mane agriffate come uncino,

Li piedi d’oca e le gambe de ocello,

La coda lunga come un babuïno.

Un gran forcato prese in mano il fello,

Con esso vien adosso al paladino,

Soffiando il foco e degrignando e denti,

Con cridi ed urli pien d’alti spaventi.

 

30.

Fecesi il conte il segno della croce,

Poi sorridendo disse: – Io me credetti

Già più brutto il demonio e più feroce.

Via nell’inferno va, tra’ maledetti,

Là dove è il fuoco eterno che vi coce;

E certo io provarò, se tu me aspetti

Alla battaglia, come sei gagliardo,

O vogli esser demonio, o Balisardo. –

 

31.

Così ricominciò nuova tenzone,

Né l’un da l’altro poco s’allontana.

Orlando gionse un colpo nel forcone,

E tutto lo tagliò con Durindana.

Or ben se avidde il perfido giottone

Che non gli può giovar quella arte vana,

Onde si volta e fugge verso il mare;

Battendo l’ale par che aggia a volare.

 

32.

Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,

Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;

E Balisardo se afrettava anco esso:

Trista sua vita se ponto scapuzza!

La coda alciava per la strata spesso,

Lasciando vento e foco con gran puzza;

Soffia per tutto, tal spavento il tocca,

La lingua più d’un palmo ha fuor di bocca.

 

33.

Brandimarte ancor lui dietro si andava,

Sol per veder di questa cosa il fine.

L’un dopo l’altro correndo arivava

Sopra al bel porto; e tra l’onde marine

Presso la ripa la nave si stava,

Che l’altre gente avea fatte tapine.

Sopra di quella Balisardo passa,

E il conte apresso, che giammai nol lassa.

 

34.

Il negromante, che è di mala mena,

D’un salto sopra il laccio fu passato,

Ma il conte trabuccò ne la catena,

E tutto intorno fu presto legato;

Né fu disteso in su la prora apena,

Che e marinari uscirno ad ogni lato.

Tutti cridano insieme col parone:

– Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. –

 

35.

Lui se scotteva e già non stava in posa,

Perché esser preso da tal gente agogna,

Morta di fame, nuda e pedocchiosa;

Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna.

Vermiglia avea la faccia come rosa

Il conte Orlando per cotal vergogna;

Due gal’iofardi grandi l’ebber preso

Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.

 

36.

Ma Brandimarte gionse in su la riva,

Che, come io dissi, avea questi seguiti;

Quando la voce del suo conte odiva,

Non fôr bisogno a quel soccorso inviti;

Sopra alla nave de un salto saliva,

E quei ribaldi, tutti sbigotiti,

Lasciano Orlando e non san che si fare:

Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

 

37.

E certo di ragione avean paura,

Ché come al libro de Turpino io lezo,

Duo pezzi fece de uno alla centura,

E partì uno altro nel petto per mezo,

Sì come avesse a ponto la misura.

Lor, ciò mirando e temendo di pezo,

Fuggian ciascun tremando e sbigotito;

Or fuor di novo è Balisardo uscito.

 

38.

Fuor della poppa uscì l’alto gigante,

Che in la sua propria forma era tornato;

Le gente della zurma, che eran tante,

Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.

L’arme avean ruginente tutte quante,

Quale è discalcio, e quale era strazato,

Ben che sian gente al navicar maestre;

E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

 

39.

Per Balisardo avean ripreso core,

Cridando tutti insieme la canaglia,

Che non se odì giamai tanto romore.

Nel mezo della nave è la battaglia;

Tra lor dà Brandimarte a gran furore,

Ché tutti non li stima una vil paglia;

Man roverso e man dritto il brando mena:

Tutta la nave è già di sangue piena.

 

40.

Così menava Brandimarte ardito,

Fendendo a chi la testa a chi la panza.

Ora ecco Balisardo ebbe cernito,

Che de una torre armata avea sembianza.

Già non bisogna che si mostri a dito,

Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;

E Brandimarte verso lui s’accosta,

E dietro a meza coscia il colpo aposta.

 

41.

Più basso alquanto il brando fu disceso,

Ché e colpi non si ponno indovinare;

Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso

La nave se piegò per affondare.

Il busto sopra il legno andò disteso,

Ed ambe due le gambe andarno in mare;

Qua non vale arte de negromanzia,

Ché Brandimarte il tocca tuttavia.

 

42.

Lui chiamava il demonio con tempesta,

Alïel, Libicocco e Calcabrina;

Ma Brandimarte gli tagliò la testa,

E via nel mar la trasse con roina.

Or se incomincia de’ morti la festa

Tra la zurmaglia misera e tapina:

Chi salta in mare, e chi nella carena,

Chi per le corde scappa in su l’antena.

 

43.

Tutta la gente misera e diserta

Fu dissipata, come io vi ho contato,

E non rimase sopra la coperta

Se non il conte, che era incatenato,

E Balisardo, concio come il merta,

E Brandimarte, che era già montato

Sopra la poppa, e là trovò il parone,

Che avante a lui se pose ingenocchione,

 

44.

Misericordia sempre dimandando,

Ed acquistò perdono umanamente;

E tornò Brandimarte al conte Orlando

E tutto il dislegò subitamente.

Poi col parone entrambi ragionando,

E fatta ritornar quella altra gente,

De ciò che è fatto, non se dànno affanno:

Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

 

45.

E poi che insieme fôr pacificati,

Come io ho detto, incominciò il parone:

– Segnori, io so che ve meravigliati,

Ché da meravigliare è ben ragione,

De questo loco ove seti arivati,

Quando per forza de incantazïone

Se facea Balisardo trasformare,

Ch’è quivi occiso, e gettarenlo in mare.

 

46.

Perché intendiati il fatto meglio avante,

Il tutto vi farò palese e piano.

Un vecchio re, nomato Manodante,

A Damogir se sta, ne l’occeàno,

Ove adunate ha già ricchezze tante,

Che stimar nol potria lo ingegno umano;

Ma la Fortuna in tutto a compimento

Né lui né altrui giamai fece contento.

 

47.

Però che per duo figli il re meschino

è stato e stanne ancora in gran dolore;

Il primo fu involato piccolino

Da un suo schiavo malvaggio e traditore.

Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,

Picchiato in faccia e rosso di colore,

Coi denti radi e col naso schiazato:

Portò il fanciullo, e mai non è tornato.

 

48.

A l’altro giovanetto ène incontrata,

Come odireti, una sventura strana,

Perché pregione è fatto de una fata.

Non so se odesti mai nomar Morgana;

Quella del giovanetto è inamorata,

Quale ha beltate angelica e soprana,

Per ciò l’ha chiuso in un loco profondo:

Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

 

49.

Ma lei fatto have al re promissïone

Lasciare il giovanetto salvo e sano,

Se un cavallier gli può donar pregione,

Che Orlando è nominato, il Cristïano;

Però che un’opra de incantazione,

Fabricata in un corno troppo istrano,

Che serebbe a contar molta lunghezza,

Disfece il cavallier per sua prodezza.

 

50.

Onde lo vôl pregione a ogni partito

La fata, e ben lo avrà, s’io non me inganno;

Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,

Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;

Per ciò quel Balisardo che è perito

(Così se n’abbi in sua malora il danno),

Presente il nostro re se dette il vanto

De dargli Orlando preso per incanto.

 

51.

Ma sino ad or non gli è venuto fatto,

Benché ha pigliate già gente cotante,

Che io non potrei contarle a verun patto.

Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,

Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,

E fu preso un Ranaldo poco avante,

E seco un altro giovane garzone;

Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

 

52.

L’altra gente ch’è presa, è molta troppa,

Né mi basta a contarli lo argumento;

Tutti son scritti là sotto la poppa,

E legger vi si pôn, chi n’ha talento.

Ma tante foglie non lascia una pioppa

Là nel novembre, quando soffia il vento,

Quanti ènno e cavallier che quel gigante

Fatto ha condur pregioni a Manodante. –

 

53.

Mentre che quel paron così parlava,

Orlando dentro se turbò nel core,

Perché color che costui nominava

Della Cristianitate erano il fiore,

Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,

Ed avea di sua presa gran dolore;

E destinò tra sé quel franco sire

De trargli di prigione, o de morire.

 

54.

E poi che quel paron si stette queto,

Che alcun di lor più non stava ascoltare,

Parlò con Brandimarte di secreto,

A lui dicendo ciò che voglia fare;

Poi mostrandosi il conte in volto lieto

Prega il paron che lo voglia portare

Avanti al re, però che al suo comando

Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

 

55.

E così, navicando con bon vento,

Fôrno condutti a l’Isole Lontane;

E quei duo cavallier pien de ardimento

Al re s’appresentarno una dimane

Sopra una sala, che d’oro e d’argento

Era coperta de figure strane;

Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,

Là dentro era intagliato e posto a smalto.

 

56.

Lor fierno la proposta a Manodante,

Contando che per sua deffensïone

Balisardo avean morto, il fier gigante,

Promettendoli Orlando dar pregione.

Per questo gli fu fatto bon sembiante

Ed alloggiati fôrno a una maggione

Ricca, adobbata, lì presso al palagio,

Ove si sterno con diletto ad agio.

 

57.

Era con seco la falsa donzella,

Ché ‘l conte non la volse mai lasciare,

Qual è tanto fallace e tanto bella,

Quanto di sopra odesti racontare.

Or questa intese tutta la novella

Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,

Perché qual’unche a cui se porta amore

Tra’ gli secreti insin de mezo il core.

 

58.

Or questa dama assai Grifone amava

(So che il sapeti, ché già lo contai),

E di vederlo tutta sfavillava,

Né d’altro pensa giorno e notte mai;

E ben sa che in pregione ora si stava.

Ma questo canto è stato lungo assai:

Posati alquanto e non fati contese,

Che a dir nell’altro io vi serò cortese.

 

 

CANTO DECIMOSECONDO

 

1.

Stella de amor, che ‘l terzo cel governi,

E tu, quinto splendor sì rubicondo,

Che, girando in duo anni e cerchi eterni,

De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,

Venga da’ corpi vostri alti e superni

Grazia e virtute al mio cantar iocondo,

Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia,

Poi ch’io canto de amor e di battaglia.

 

2.

L’uno e l’altro esercizio è giovenile,

Nemico di riposo, atto allo affanno;

L’un e l’altro è mestier de omo gentile,

Qual non rifuti la fatica, o il danno;

E questo e quel fa l’animo virile,

A benché al dì de ancòi, se io non m’inganno,

Per verità de l’arme dir vi posso

Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

 

3.

Poi che quella arte degna ed onorata

Al nostro tempo è gionta tra villani;

Né l’opra più de amore anco è lodata,

Poscia che in tanti affanni e pensier vani,

Senza aver de diletto una giornata,

Si pasce di bel viso e guardi umani;

Come sa dir chi n’ha fatto la prova,

Poca fermezza in donna se ritrova.

 

4.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno

Che altrui fa ragionar come gli piace;

Non son tutte le dame poste a un segno,

Però che una è leal, l’altra fallace;

Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,

Cheggio mercede a tutte l’altre e pace;

E ciò che sopra ne’ miei versi dico,

Per quelle intendo sol dal tempo antico:

 

5.

Come Origilla, quella traditrice,

Qual per aver Grifone in sua balìa

(Ché il cor gli ardea d’amor ne la radice)

A Manodante andò, la dama ria;

E ciò che Orlando a lei secreto dice

Per trar fuor quei baron de pregionia,

E le cose ordinate tutte quante,

Lei le rivela e dice a Manodante.

 

6.

Quando il re intese che quivi era Orlando,

Nella sua vita mai fu più contento.

Se stesso per letizia dimenando,

Già parli avere il figlio a suo talento;

Ma poi nella sua mente anco pensando

Del cavallier la forza e lo ardimento,

Comprende bene e già veder gli pare

Che nel pigliarlo assai serà che fare.

 

7.

Alla donzella fece dar Grifone,

Sì come a lei promesso avea davante,

Ma lui non volse uscir mai de prigione,

Se seco non lasciava anco Aquilante;

E fu lasciato a tal condizïone,

Che loro ed Origilla in quello istante

Si dipartin dal regno alora alora,

Senza più fare in quel loco dimora.

 

8.

Così lor se partirno a notte oscura:

Ancor vi contarò del suo vïaggio.

Or torno a Manodante, che ha gran cura

D’aver quel cavallier senza dannaggio,

Perché di sua prodezza avea paura;

Onde fece ordinare un beveraggio,

Che dato a l’omo subito adormenta

Sì come morto, e par che nulla senta.

 

9.

A quei baron, che non avean sospetto,

Fu meschiato nel vino a bere a cena,

E poi la notte fôr presi nel letto

E via condotti, né il sentirno a pena;

Però che ‘l beveraggio che io vi ho detto,

Sì gli avea tolto del sentir la lena,

Che fôr portati per piedi e per mane,

Né mai svegliarno insino alla dimane.

 

10.

Quando se avidder poi quella matina

In un fondo di torre esser legati,

Ben se avisarno che quella fantina

Li avea traditi, essendosi fidati.

– O re del celo, o Vergine regina, –

Diceva il conte – non me abandonati! –

Chiamando tutti e Santi ch’egli adora,

Quanti n’ha il celo e poi degli altri ancora.

 

11.

E come se amentava de pittura

A Roma, in Francia, o per altra provenzia,

A quella facea voto, per paura,

De digiunare, o de altra penitenzia.

Esso avea a mente tutta la Scrittura,

De orazïon e salmi ogni scïenzia;

Ciò che sapea, diceva a quella volta,

E Brandimarte sempre mai l’ascolta.

 

12.

Era quel Brandimarte saracino,

Ma de ogni legge male instrutto e grosso,

Però che fu adusato piccolino

A cavalcare e portar l’arme in dosso;

Onde, ascoltando adesso il paladino

Che a Dio se aricomanda a più non posso,

Chiamando ciascun Santo benedetto,

Li adimandava quel che avesse detto.

 

13.

E benché il conte fosse in tal tormento,

Pur, per salvar quella anima perduta,

Prima narrògli il vecchio Testamento,

E poi perché Dio vôl che quel se muta;

Gli narrò tutto il novo a compimento,

E tanto a quel parlare Idio l’aiuta,

Che tornò Brandimarte alla sua Fede,

E come Orlando drittamente crede.

 

14.

Benché lì non se possa battizare,

Pur la credenza avea perfetta e bona,

E poi che alquanto fu stato a pensare,

Verso del conte in tal modo ragiona:

– Tu m’hai voluto l’anima salvare,

Ed io vorei salvar la tua persona,

S’io ne dovessi ancor quivi morire;

Or se ‘l te piace, il modo pôi odire.

 

15.

Tu dèi comprender così ben come io,

Che per te solo è fatta questa presa,

Perché tra Saracini èi tanto rio,

E de Cristianità sola diffesa.

Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,

Non avendo altri questa cosa intesa,

Né essendo alcun di noi qua cognosciuto,

Forse serai lasciato, io ritenuto.

 

16.

Io dirò sempre mai ch’io sono Orlando,

Tu de esser Brandimarte abbi la mente;

Guârti che non errasti ragionando,

Ché guastaresti il fatto incontinente.

Ma, se esci fuore, a te mi racomando:

Cerca di trarme del loco presente;

E se io morissi al fondo dove io sono,

Prega per l’alma mia tu che sei bono. –

 

17.

Quasi piangendo quel baron soprano

In cotal modo il suo parlar finia.

Allora il conte, che era tanto umano:

– Non piaccia a Dio, – dicea – che questo sia!

Speranza ha ciascadun ch’è Cristïano,

Nel re del celo e nella Matre pia;

Lui ce trarà per sua mercè de guai,

Ma senza te non uscirò giamai.

 

18.

Ma se tu uscissi, io restaria contento,

Pur che tu me prometta tutta fiata,

Per preghi, né minacce, né spavento

De non lasciar la fede che hai pigliata.

La nostra vita è una polvere al vento,

Né se debbe stimar né aver sì grata,

Che per salvarla, on allungarla un poco,

Si danni l’alma nello eterno foco. –

 

19.

Diceva Brandimarte: – Alto barone,

Già molte volte odito ho racontare

Che del servigio perde il guiderdone

Colui che for de modo fa pregare;

Io ti cheggio, per Dio di passïone,

Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;

E quando far nol vogli, io te prometto

Ch’io tornarò di novo a Macometto. –

 

20.

Orlando non rispose a quei sermoni,

Né acconsentitte e non volse desdire.

Eccoti gente armate de ronconi

Che alla pregion la porta fanno aprire.

Diceva il caporale: – O campïoni,

Quale è Orlando di voi, debba venire;

Quel che è desso, lo dica e venga avante,

Ché appresentar conviense a Manodante. –

 

21.

Brandimarte rispose incontinente,

Che apena non avea colui parlato;

Il conte Orlando diceva nïente,

Ma sospirando si stava da lato.

Or tolse Brandimarte quella gente,

E così proprio come era legato

(Che far non può diffesa né battaglia)

Al re lo presentò quella sbiraglia.

 

22.

Manodante era di natura umano,

Però piacevolmente a parlar prese,

Dicendo: – Ria fortuna e caso istrano

A mio dispetto mi fa discortese;

E ben ch’io sappia che sei cristïano,

Nemico a nostra legge di palese,

Sapendo tua virtute e il tuo valore,

Assai me incresce a non te fare onore.

 

23.

Ma la natura mi strenge sì forte

E la compassïon de un mio figliolo,

Che, a dirti presto con parole corte,

A te per lui convien portar il dôlo.

Crudel destino e la malvaggia sorte

De duo mi avea lasciato questo solo;

Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:

Morgana entro ad un lago l’ha pregione.

 

24.

Questa Morgana è fata del Tesoro;

E perché par che già tu dispregiasti

Non so che cervo che ha le corne d’oro,

E sue aventure e soi incanti li hai guasti,

(Ti debbi ramentar questo lavoro,

Onde ogni breve dir credo che basti),

Per questo te persegue in ogni banda,

E sol de averti a ciascadun dimanda.

 

25.

Onde per fare il cambio di mio figlio

In questa notte ti feci pigliare,

E per trare esso di cotal periglio

A quella fata ti voglio mandare;

A benché di vergogna io sia vermiglio,

Pensando ch’io te fo mal capitare,

Sapendo che tu merti onore e pregio;

Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. –

 

26.

Tenendo il re chinato a terra il viso

Fece fine al suo dir, quasi piangendo.

Rispose Brandimarte: – Ogni tuo aviso

Sempre servire ed obedire intendo,

Se mille miglia ancor fossi diviso

Da questo regno; or tuo pregione essendo,

Disponi a tuo volere ed a tuo modo,

Ch’io vo’ di te lodarme ed or mi lodo.

 

27.

Ma ben ti prego per summa mercede

Che, potendo campare il tuo figliolo

Per altra forma, come il mio cor crede,

Che tu non me conduchi in tanto dôlo.

Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:

Termine da te voglio un mese solo,

E che tu lasci l’altro compagnone,

Ed io starò tra tanto alla pregione,

 

28.

Pur che il compagno che meco fo preso,

Subitamente sia da te lasciato.

Sopra alle forche voglio essere impeso,

Se in questo tempo ch’io ho da te pigliato

Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso,

Perché in quel loco il cavalliero è stato.

Sopra alla Fede mia questo ti giuro,

Ed andarane e tornarà securo. –

 

29.

Queste parole Brandimarte usava

Ed altre molte più che qui non scrivo,

Come colui che molto ben parlava

Ed era in ogni cosa troppo attivo.

Al fin quel vecchio re pur se piegava;

A benché fosse di quel figlio privo,

E lo aspettare a rivederlo un mese

Paresse uno anno, e’ pur l’accordio prese.

 

30.

Brandimarte si pose ingenocchione,

Il re di questo assai ringrazïando,

E poi fu rimenato alla prigione,

E tratto fuor di quella il conte Orlando.

Or chi direbbe le dolci ragione

Che ferno e due compagni lacrimando,

Allor che il conte convenne partire?

Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

 

31.

Sapean già il patto com’era fermato,

Che al termine de un mese die’ tornare;

Onde, avendo da lui preso combiato,

Con una nave si pose per mare.

In pochi giorni a terra fu portato,

Poi per la ripa prese a caminare,

Dietro a l’arena, per la strata piana,

Tanto che gionse al loco di Morgana.

 

32.

Quel che là fece, contarò da poi,

Se la istoria ascoltati tutta quanta:

Ora ritorno a Manodante e’ soi.

Chi mena zoia, chi suona e chi canta;

Chi promette a Macon pecore e boi.

Chi darli incenso e chi argento si vanta,

Se gli concede di veder quel giorno

Che Zilïante a lor faccia ritorno.

 

33.

Nome avea il giovanetto Zilïante,

Come di sopra in molti lochi ho detto.

A quelle feste che io dico cotante,

Ne la cità per zoia e per diletto

Accese eran le torre tutte quante

De luminari; e su per ciascun tetto

Suonavan trombe e corni e tamburini,

Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

 

34.

Era là preso Astolfo del re Otone

Con altri assai, sì come aveti odito,

E benché fosse al fondo de un torione,

Pur quello alto rumore avea sentito,

E de ciò dimandando la cagione

A quel che per guardarli è stabilito,

Colui rispose: – Io vi so dir palese

Che indi uscirete in termine de un mese.

 

35.

E voglio dirvi il fatto tutto intiero,

Perché più non andati dimandando.

Al nostro re non fa più de mistiero

La presa de’ baroni andar cercando,

Però che in corte è preso un cavalliero,

Qual per il mondo è nominato Orlando;

Or potrà aver per contracambio il figlio,

Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.

 

36.

Ma bene è ver che un cavallier pagano,

Qual mostra esser di lui perfetto amico,

Lasciato fu dal nostro re soprano,

E tornar debbe al termine ch’io dico,

E menar Zilïante a mano a mano,

Benché io non stimo tal promessa un fico;

Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,

Se in contraccambio là vi pone Orlando. –

 

37.

Astolfo se mutò tutto di faccia

E più di core, odendo racontare

Che il conte era pur gionto a quella traccia,

E il guardïano alor prese a pregare,

– German, – dicendo – per Macon ti piaccia

Una ambasciata a l’alto re portare,

Che sua corona in ciò mi sia cortese,

Ch’io veda Orlando, che è di mio paese. –

 

38.

Sempre era Astolfo da ciascuno amato,

Or non bisogna ch’io dica per che;

Onde il messaggio subito fu andato,

E l’ambasciata fece ben al re.

Già Brandimarte prima era lasciato,

Entro una zambra sopra a la sua fè,

Ma disarmato; e sempre mai de intorno

Stava gran guarda tutta notte e ‘l giorno.

 

39.

Il re ne viene a lui piacevolmente,

E dimandò chi fosse Astolfo e donde;

Turbosse Brandimarte ne la mente,

E, pur pensando, al re nulla risponde,

Perché cognosce ben palesemente

Che, come è giorno, indarno se nasconde,

Onde sua vita tien strutta e diserta,

Poi che la cosa al tutto è discoperta.

 

40.

Al fin, per più non far di sé sospetto,

Disse: – Io pensava e penso tuttavia

S’io cognosco l’Astolfo de che hai detto,

Né me ritorna a mente, in fede mia,

Se non ch’io vidi già in Francia un valletto,

Qual pur mi par che cotal nome avia;

Stavasi in corte per paccio palese,

E nomato era il gioculare Anglese.

 

41.

Grande era e biondo e di gentile aspetto,

Con bianca faccia e guardatura bruna;

Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,

Perché d’ognior che scemava la luna,

Divenia rabbïoso e maledetto,

E più non cognoscea persona alcuna,

Né alor sapea festar, né menar gioco:

Ciascun fuggia da lui come dal foco. –

 

42.

РLui proprio ̬ questo, Рdisse Manodante

– De sue piacevolezze io voglio odire. –

Così dicendo via mandava un fante,

Che lo facesse alor quindi venire.

Questo, giognendo ad Astolfo davante,

Incontinenti gli cominciò a dire

Sì come il re l’avrebbe molto caro,

Poi che egli era buffone e giocularo,

 

43.

E come il cavallier del suo paese,

Quale era Orlando, al re l’have contato.

Astolfo de ira subito s’accese,

E così come egli era infurïato,

Col fante ver la corte il camin prese.

Benché da molti dreto era guardato,

Lui non restava de venir cridando

Per tutto sempre: РOve ̬ il poltron de Orlando?

 

44.

Ov’è, – diceva – ove è questo poltrone,

Che de mi zanza, quella bestia vana?

Mille onze d’oro avria caro un bastone

Per castigar quel figlio de putana. –

Il re con Brandimarte ad un balcone

Odîr la voce ancora assai lontana,

Tanto cridava il duca Astolfo forte

Di dare a Orlando col baston la morte.

 

45.

E Brandimarte alor molto contento

Dicea al re: – Per Dio, lasciànlo stare,

Perché ponerà tutti a rio tormento:

Poco de un paccio si può guadagnare.

Adesso in tutto è fuor di sentimento:

Questo è la luna, che debbe scemare;

Io so com’egli è fatto, io l’ho provato:

Tristo colui che se gli trova a lato! –

 

46.

– Adunque sia legato molto bene, –

Diceva il re – dapoi qua venga in corte;

Di sua pacìa non voglio portar pene. –

Eccoti Astolfo è già gionto alle porte,

E per la scala su ratto ne viene.

Ma nella sala ogniom cridava forte,

Sergenti e cavallieri in ogni banda:

– Legate il paccio! Il re così comanda. –

 

47.

Ma quando Astolfo se vidde legare,

Ed esser reputato per l’unatico,

Cominciò l’ira alquanto a rafrenare,

Come colui che pure avea del pratico.

Quando fu gionto, il re prese a parlare

A lui, dicendo: – Molto sei selvatico

Con questo cavallier de tuo paese,

Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. –

 

48.

Astolfo alor, guardando ogni cantone,

РMa dove ̬ lui Рdiceva Рquel fel guerzo,

Il qual ardisce a dir ch’io son buffone,

Ed egual del mio stato non ha il terzo?

Né lo torria per fante al mio ronzone,

Abench’io creda ch’el dica da scherzo,

Sapendo esso di certo e senza fallo

Che di lui faccio come di vassallo.

 

49.

Ove sei tu, bastardo stral’unato,

Ch’io te vo’ castigar, non so se il credi? –

Il re diceva a lui: – Che sventurato!

Tu l’hai avante, e par che tu nol vedi. –

Alora Astolfo, guardando da lato

E dietro e innanci ogniom da capo a piedi,

Dicea da poi: – Se alcun non l’ha coperto

Di sotto al manto, e’ non è qua di certo.

 

50.

E tra coteste gente, che son tante,

Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. –

Meravigliando dicea Manodante:

– Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!

Or non è questo Orlando, che hai davante?

Io credo che sei paccio divenuto. –

E Brandimarte alquanto sbigotito

Pur fa bon volto con parlare ardito,

 

51.

Al re dicendo: – Or non sai che al scemare

Che fa la luna, il perde lo intelletto?

Io credea che ‘l dovesti ramentare,

Perché poco davante io l’avea detto. –

Alora Astolfo cominciò a cridare:

– Ahi renegato cane e maledetto!

Un calcio ti darò di tal possanza,

Che restarà la scarpa ne la panza. –

 

52.

Diceva il re: – Tenitelo ben stretto,

Però che ‘l mal li cresce tutta via. –

Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,

E fu salito in tanta bizaria,

Che minacciava a roïnar il tetto,

E tutta disertar la Pagania,

E cinquecento miglia intorno intorno

Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

 

53.

Comandò il re che via fosse condutto;

Ma quando lui se vidde indi menare

Ed esser reputato paccio al tutto,

Cominciò pianamente a ragionare.

Dapoi che non aveva altro redutto,

Con voce bassa il re prese a pregare

Che ancor non fusse de quindi menato,

E mostrarebbe a lui che era ingannato;

 

54.

Però che, se mandava alla pregione,