Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

Libro secondo – Canti 11-20

CANTO DECIMOPRIMO

 

1.

Gente cortese, che quivi de intorno

Seti adunati sol per ascoltare,

Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno

Vostra ventura venga a megliorare;

Ed io cantando a ricontar ritorno

La bella istoria, e voglio seguitare

Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,

Che è posta in caccia dietro allo Africano:

 

2.

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,

Che già dal re Agramante fu mandato

Per involar de Angelica lo annello;

Ma lui più fie’ che non fu comandato,

Perché un destriero il falso ribaldello

De sotto a Sacripante avea levato,

Ed a Marfisa di man tolse il brando;

So che sapeti il tutto, e come, e quando.

 

3.

E lei, che a meraviglia era superba,

S’ come già più volte aveti inteso,

L’avea seguito in quel gran prato de erba

Già da sei giorni, ed anco non l’ha preso;

Onde di sdegno la donzella acerba

Se consumava ne l’animo acceso,

Poi che con tante beffe e tanto scorno

Li agira il capo quel giottone intorno.

 

4.

Perché, fuggendo e mostrando paura,

Gli stava avanti e non si dilungava;

Ed or, voltando per quella pianura,

Spesso alle spalle ancor se gli trovava;

E per mostrar di lei più poca cura,

La giuppa sopra al capo rivoltava,

E poi se alciava (intenditime bene)

Mostrando il nudo sotto dalle rene.

 

5.

Il conte Orlando, che stava da parte

E cognosciuta avea prima Marfisa,

Mirando l’atto, ed esso e Brandimarte

Di quel giottone insieme fier’ gran risa;

Ma la regina per forza o per arte

Pigliar pur và´l Brunello ad ogni guisa,

Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:

E lui fuggendo sembra una saetta.

 

6.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando,

E truffava di lengua e delle ciglia.

Nel passar di traverso vidde Orlando,

E di torli qualcosa se assotiglia.

L’occhio gli corse incontinenti al brando,

Che fu già fatto con tal meraviglia

Da Falerina de Orgagna al giardino:

Brando nel mondo mai fu tanto fino.

 

7.

Egli era bello e tutto lavorato

D’oro e de perle e de diamanti intorno:

Ben si serebbe il ladro disperato,

Se avuto non avesse il brando adorno.

Subitamente lo trasse da lato;

Mai non se vidde al mondo maggior scorno,

Ché ‘l ladro passa e crida al conte: – Ascolta,

Io torno per il corno a l’altra volta. –

 

8.

Del brando non se avidde alora il conte,

Ma alla minaccia sol del corno attese.

Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,

Che il trasse a uno elefante in suo paese,

Poi lo perse morendo in Aspramonte

(S’ come io credo che vi sia palese),

Allor che Brigliadoro e Durindana

Acquistò Orlando sopra alla fontana.

 

9.

Come la vita il conte l’avea caro,

Però lo prese prestamente in mano;

Ma non valse a tenerlo alcun riparo,

Tanto è malvaggio quel ladro Africano.

E ben che aponto io non sappia dir chiaro

Come passasse il fatto in su quel piano,

Pur vi concludo senza diceria

Che ‘l ladro tolse il corno e fugg’ via.

 

10.

Benché Marfisa l’ha sempre seguito,

Lui ne va via col corno e con la spata.

Quivi rimase il conte sbigotito,

Né sa come la cosa sia passata.

Già de sua vista è quel ladro partito,

Con Marfisa alle spalle tutta fiata;

Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,

Né lo posson seguir, ché sono a piede.

 

11.

Onde, biasmando tal disaventura,

Via se ne vanno, e non san che se fare.

Ciascuno aveva indosso l’armatura,

Che a piede è mala cosa da portare.

Or, caminando per quella pianura,

Sopra de un fiume vennero arivare.

Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,

Stava una dama col destriero a mano.

 

12.

Da l’altra ripa, aponto ove si varca,

Era la dama del destrier discesa;

In mezo il fiume, sopra de una barca,

Un’altra dama avea seco contesa.

Quella di là quest’altra molto incarca

De biasmi, e de ogni inganno l’ha ripresa,

– Perfida, – a lei dicendo – a che cagione

M’hai qua passata a ponermi in pregione? –

 

13.

Altre parole usarno ancor tra loro,

S’ come l’una dama a l’altra dice.

Mentre che contendeano a tal lavoro,

Orlando gionse in su quella pendice,

Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,

Che già gli tolse quella traditrice;

Non so se aveti alla istoria il pensiero,

Quando Origilla a lui tolse il destriero.

 

14.

Quella Origilla che già sopra al pino

Si stava impesa per le chiome al vento,

E poi, campata dal bon paladino,

Gli tolse Brigliadoro a tradimento;

Né molto dopo in Orgagna al giardino,

Ove fu l’opra dello incantamento,

Di novo ancor la perfida villana

Li tolse il bon destriero e Durindana.

 

15.

Orlando quivi la trovò contendere

Con l’altra, come io ho detto pur mo.

Or, bei segnor, voi doveti comprendere

Che la fiumana di cui parlato ho,

è quella ove Ranaldo volse scendere

Con tre compagni, e mai non ritornò,

Ma fu ad inganno ne la nave preso

Da Balisardo, come aveti inteso.

 

16.

S’ come il conte vidde la donzella

Che col destriero a l’altra ripa stava,

Amor di novo ancora lo martella,

Né il doppio inganno più si ramentava,

Che gli avea fatto quella anima fella;

Lui fuor di modo più che inanzi amava.

Chiese di grazia a quella passaggiera

Che per mercè lo varca la riviera.

 

17.

Ed Origilla, che cognobbe il conte,

Ben se credette alora de morire;

Pallida viene ed abassa la fronte,

E per vergogna non sa che se dire.

Intorno ha il fiume senza varco o ponte,

E gionta è in loco che non può fuggire;

Ma non bisogna a lei questa paura,

Ché Orlando l’ama fuor d’ogni misura.

 

18.

E ben ne fece presto dimostranza,

Come a lei gionse, con dolci parole.

Essa piangendo, o facendo sembianza,

S’ come far ciascuna donna suole,

Al conte dimandava perdonanza,

E tanto invilupò frasche e và ¯ole,

Come colei che a frascheggiare era usa,

Che al suo fallire aritrovò la scusa.

 

19.

Mentre che fu tra loro il ragionare

Alla riviera sopra al verde piano,

Odirno ad alto un corno risuonare

Del castelletto sopra al poggio altano;

E poi vidderno al ponte giù callare

E scendere alla costa il castellano.

Senz’arme quel vecchione in arcion era,

Ma seco avea d’armati una gran schiera.

 

20.

Come fu gionto, al conte fie’ riguardo,

E salutollo assai cortesemente;

Poi, s’ come era usato, quel vecchiardo

Narrò la loro usanza e conveniente

Del ponte ove dimora Balisardo,

Qual consumata avea cotanta gente;

Come era incantator, falso e ribaldo,

E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

 

21.

Senza longare in più parole il fatto,

Giù per quel fiume Orlando fu portato,

E seco in nave Brandimarte adatto,

Ed Origilla gli sedea da lato;

E volse il conte sopra ad ogni patto

Che Brigliador ben fusse governato.

Il castellano il tolse, a giuramento

Ciò promettendo; e ‘l conte fu contento.

 

22.

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare

E sotto il ponte roà ¯noso corre,

Già sotto a l’arco Balisardo appare,

Che quasi pareggiava quella torre.

A questo ponto vi serà che fare,

Perché tutto l’inferno all’un soccorre,

E l’altro è s’ gagliardo di natura,

Che omo del mondo contra a lui non dura.

 

23.

Voi doveti, segnori, avere a mente

Come era fabricata la muraglia

Ove se varca quella acqua corrente:

Quivi discese Orlando alla battaglia.

Sopra alla entrata non era altra gente,

Né porta chiusa avanti, né serraglia.

Poi che fu tutto quel castel passato,

Trovarno al ponte Balisardo armato.

 

24.

Benché pregasse Brandimarte assai

Di poter gire alla battaglia avante,

Non volse Orlando aconsentir giamai,

Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.

Sua Durindana, come io vi contai,

Ha racquistata il bon conte d’Anglante,

E comencion battaglia aspra e feroce

A mezo il ponte sopra quella foce.

 

25.

Or chi sentesse la destruzione

De l’arme rotte, e l’elmi risuonare,

E vedesse il gigante col bastone,

Con Durindana il conte martellare,

E piastre e maglia a gran confusà ¯one

Tirare a terra e per l’aria volare,

Il mondo non ha cor cotanto ardito,

Che a tal furor non fusse sbigotito.

 

26.

Ambi gli scudi a quello assalto fiero

Per la più parte a terra erano andati,

Né l’un né l’altro avea in capo cimiero,

Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;

Né contar ve potrebbi de legiero

Tutti per ponto e colpi smisurati,

Ma sempre al conte cresce ardire e possa,

A l’altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

 

27.

Ed è ferito ancora in molte parte,

Ma più disconciamente nel costato,

Onde malvaggio torna alle sue arte

Per tramutarse, come era adusato;

L’arme, che intorno avea tagliate e sparte,

Gettarno foco e fiamma in ogni lato,

Facendo sopra loro un fumo scuro;

Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

 

28.

Lui si fece demonio a poco a poco:

Come un biscione avea la pelle atorno,

Da nove parte fuor gettava il foco,

E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;

Tutte le membre avea nel primo loco,

Ma sfigurato dalla notte al giorno,

Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,

Che puotea porre a ciascadun paura.

 

29.

E l’ale grande avea di pipastrello,

E le mane agriffate come uncino,

Li piedi d’oca e le gambe de ocello,

La coda lunga come un babuà ¯no.

Un gran forcato prese in mano il fello,

Con esso vien adosso al paladino,

Soffiando il foco e degrignando e denti,

Con cridi ed urli pien d’alti spaventi.

 

30.

Fecesi il conte il segno della croce,

Poi sorridendo disse: – Io me credetti

Già più brutto il demonio e più feroce.

Via nell’inferno va, tra’ maledetti,

Là dove è il fuoco eterno che vi coce;

E certo io provarò, se tu me aspetti

Alla battaglia, come sei gagliardo,

O vogli esser demonio, o Balisardo. –

 

31.

Cos’ ricominciò nuova tenzone,

Né l’un da l’altro poco s’allontana.

Orlando gionse un colpo nel forcone,

E tutto lo tagliò con Durindana.

Or ben se avidde il perfido giottone

Che non gli può giovar quella arte vana,

Onde si volta e fugge verso il mare;

Battendo l’ale par che aggia a volare.

 

32.

Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,

Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;

E Balisardo se afrettava anco esso:

Trista sua vita se ponto scapuzza!

La coda alciava per la strata spesso,

Lasciando vento e foco con gran puzza;

Soffia per tutto, tal spavento il tocca,

La lingua più d’un palmo ha fuor di bocca.

 

33.

Brandimarte ancor lui dietro si andava,

Sol per veder di questa cosa il fine.

L’un dopo l’altro correndo arivava

Sopra al bel porto; e tra l’onde marine

Presso la ripa la nave si stava,

Che l’altre gente avea fatte tapine.

Sopra di quella Balisardo passa,

E il conte apresso, che giammai nol lassa.

 

34.

Il negromante, che è di mala mena,

D’un salto sopra il laccio fu passato,

Ma il conte trabuccò ne la catena,

E tutto intorno fu presto legato;

Né fu disteso in su la prora apena,

Che e marinari uscirno ad ogni lato.

Tutti cridano insieme col parone:

– Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. –

 

35.

Lui se scotteva e già non stava in posa,

Perché esser preso da tal gente agogna,

Morta di fame, nuda e pedocchiosa;

Ma quel che và´l Fortuna, esser bisogna.

Vermiglia avea la faccia come rosa

Il conte Orlando per cotal vergogna;

Due gal’iofardi grandi l’ebber preso

Sopra alle spalle, e lo portà ¢r di peso.

 

36.

Ma Brandimarte gionse in su la riva,

Che, come io dissi, avea questi seguiti;

Quando la voce del suo conte odiva,

Non fà´r bisogno a quel soccorso inviti;

Sopra alla nave de un salto saliva,

E quei ribaldi, tutti sbigotiti,

Lasciano Orlando e non san che si fare:

Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

 

37.

E certo di ragione avean paura,

Ché come al libro de Turpino io lezo,

Duo pezzi fece de uno alla centura,

E partì uno altro nel petto per mezo,

S’ come avesse a ponto la misura.

Lor, ciò mirando e temendo di pezo,

Fuggian ciascun tremando e sbigotito;

Or fuor di novo è Balisardo uscito.

 

38.

Fuor della poppa usc’ l’alto gigante,

Che in la sua propria forma era tornato;

Le gente della zurma, che eran tante,

Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.

L’arme avean ruginente tutte quante,

Quale è discalcio, e quale era strazato,

Ben che sian gente al navicar maestre;

E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

 

39.

Per Balisardo avean ripreso core,

Cridando tutti insieme la canaglia,

Che non se od’ giamai tanto romore.

Nel mezo della nave è la battaglia;

Tra lor dà Brandimarte a gran furore,

Ché tutti non li stima una vil paglia;

Man roverso e man dritto il brando mena:

Tutta la nave è già di sangue piena.

 

40.

Cos’ menava Brandimarte ardito,

Fendendo a chi la testa a chi la panza.

Ora ecco Balisardo ebbe cernito,

Che de una torre armata avea sembianza.

Già non bisogna che si mostri a dito,

Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;

E Brandimarte verso lui s’accosta,

E dietro a meza coscia il colpo aposta.

 

41.

Più basso alquanto il brando fu disceso,

Ché e colpi non si ponno indovinare;

Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso

La nave se piegò per affondare.

Il busto sopra il legno andò disteso,

Ed ambe due le gambe andarno in mare;

Qua non vale arte de negromanzia,

Ché Brandimarte il tocca tuttavia.

 

42.

Lui chiamava il demonio con tempesta,

Alà ¯el, Libicocco e Calcabrina;

Ma Brandimarte gli tagliò la testa,

E via nel mar la trasse con roina.

Or se incomincia de’ morti la festa

Tra la zurmaglia misera e tapina:

Chi salta in mare, e chi nella carena,

Chi per le corde scappa in su l’antena.

 

43.

Tutta la gente misera e diserta

Fu dissipata, come io vi ho contato,

E non rimase sopra la coperta

Se non il conte, che era incatenato,

E Balisardo, concio come il merta,

E Brandimarte, che era già montato

Sopra la poppa, e là trovò il parone,

Che avante a lui se pose ingenocchione,

 

44.

Misericordia sempre dimandando,

Ed acquistò perdono umanamente;

E tornò Brandimarte al conte Orlando

E tutto il dislegò subitamente.

Poi col parone entrambi ragionando,

E fatta ritornar quella altra gente,

De ciò che è fatto, non se dànno affanno:

Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

 

45.

E poi che insieme fà´r pacificati,

Come io ho detto, incominciò il parone:

– Segnori, io so che ve meravigliati,

Ché da meravigliare è ben ragione,

De questo loco ove seti arivati,

Quando per forza de incantazà ¯one

Se facea Balisardo trasformare,

Ch’è quivi occiso, e gettarenlo in mare.

 

46.

Perché intendiati il fatto meglio avante,

Il tutto vi farò palese e piano.

Un vecchio re, nomato Manodante,

A Damogir se sta, ne l’occeàno,

Ove adunate ha già ricchezze tante,

Che stimar nol potria lo ingegno umano;

Ma la Fortuna in tutto a compimento

Né lui né altrui giamai fece contento.

 

47.

Però che per duo figli il re meschino

è stato e stanne ancora in gran dolore;

Il primo fu involato piccolino

Da un suo schiavo malvaggio e traditore.

Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,

Picchiato in faccia e rosso di colore,

Coi denti radi e col naso schiazato:

Portò il fanciullo, e mai non è tornato.

 

48.

A l’altro giovanetto ène incontrata,

Come odireti, una sventura strana,

Perché pregione è fatto de una fata.

Non so se odesti mai nomar Morgana;

Quella del giovanetto è inamorata,

Quale ha beltate angelica e soprana,

Per ciò l’ha chiuso in un loco profondo:

Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

 

49.

Ma lei fatto have al re promissà ¯one

Lasciare il giovanetto salvo e sano,

Se un cavallier gli può donar pregione,

Che Orlando è nominato, il Cristà ¯ano;

Però che un’opra de incantazione,

Fabricata in un corno troppo istrano,

Che serebbe a contar molta lunghezza,

Disfece il cavallier per sua prodezza.

 

50.

Onde lo và´l pregione a ogni partito

La fata, e ben lo avrà, s’io non me inganno;

Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,

Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;

Per ciò quel Balisardo che è perito

(Cos’ se n’abbi in sua malora il danno),

Presente il nostro re se dette il vanto

De dargli Orlando preso per incanto.

 

51.

Ma sino ad or non gli è venuto fatto,

Benché ha pigliate già gente cotante,

Che io non potrei contarle a verun patto.

Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,

Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,

E fu preso un Ranaldo poco avante,

E seco un altro giovane garzone;

Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

 

52.

L’altra gente ch’è presa, è molta troppa,

Né mi basta a contarli lo argumento;

Tutti son scritti là sotto la poppa,

E legger vi si pà´n, chi n’ha talento.

Ma tante foglie non lascia una pioppa

Là nel novembre, quando soffia il vento,

Quanti ènno e cavallier che quel gigante

Fatto ha condur pregioni a Manodante. –

 

53.

Mentre che quel paron cos’ parlava,

Orlando dentro se turbò nel core,

Perché color che costui nominava

Della Cristianitate erano il fiore,

Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,

Ed avea di sua presa gran dolore;

E destinò tra sé quel franco sire

De trargli di prigione, o de morire.

 

54.

E poi che quel paron si stette queto,

Che alcun di lor più non stava ascoltare,

Parlò con Brandimarte di secreto,

A lui dicendo ciò che voglia fare;

Poi mostrandosi il conte in volto lieto

Prega il paron che lo voglia portare

Avanti al re, però che al suo comando

Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

 

55.

E cos’, navicando con bon vento,

Fà´rno condutti a l’Isole Lontane;

E quei duo cavallier pien de ardimento

Al re s’appresentarno una dimane

Sopra una sala, che d’oro e d’argento

Era coperta de figure strane;

Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,

Là dentro era intagliato e posto a smalto.

 

56.

Lor fierno la proposta a Manodante,

Contando che per sua deffensà ¯one

Balisardo avean morto, il fier gigante,

Promettendoli Orlando dar pregione.

Per questo gli fu fatto bon sembiante

Ed alloggiati fà´rno a una maggione

Ricca, adobbata, l’ presso al palagio,

Ove si sterno con diletto ad agio.

 

57.

Era con seco la falsa donzella,

Ché ‘l conte non la volse mai lasciare,

Qual è tanto fallace e tanto bella,

Quanto di sopra odesti racontare.

Or questa intese tutta la novella

Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,

Perché qual’unche a cui se porta amore

Tra’ gli secreti insin de mezo il core.

 

58.

Or questa dama assai Grifone amava

(So che il sapeti, ché già lo contai),

E di vederlo tutta sfavillava,

Né d’altro pensa giorno e notte mai;

E ben sa che in pregione ora si stava.

Ma questo canto è stato lungo assai:

Posati alquanto e non fati contese,

Che a dir nell’altro io vi serò cortese.

 

 

CANTO DECIMOSECONDO

 

1.

Stella de amor, che ‘l terzo cel governi,

E tu, quinto splendor s’ rubicondo,

Che, girando in duo anni e cerchi eterni,

De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,

Venga da’ corpi vostri alti e superni

Grazia e virtute al mio cantar iocondo,

S’ che lo influsso vostro ora mi vaglia,

Poi ch’io canto de amor e di battaglia.

 

2.

L’uno e l’altro esercizio è giovenile,

Nemico di riposo, atto allo affanno;

L’un e l’altro è mestier de omo gentile,

Qual non rifuti la fatica, o il danno;

E questo e quel fa l’animo virile,

A benché al d’ de ancòi, se io non m’inganno,

Per verità de l’arme dir vi posso

Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

 

3.

Poi che quella arte degna ed onorata

Al nostro tempo è gionta tra villani;

Né l’opra più de amore anco è lodata,

Poscia che in tanti affanni e pensier vani,

Senza aver de diletto una giornata,

Si pasce di bel viso e guardi umani;

Come sa dir chi n’ha fatto la prova,

Poca fermezza in donna se ritrova.

 

4.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno

Che altrui fa ragionar come gli piace;

Non son tutte le dame poste a un segno,

Però che una è leal, l’altra fallace;

Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,

Cheggio mercede a tutte l’altre e pace;

E ciò che sopra ne’ miei versi dico,

Per quelle intendo sol dal tempo antico:

 

5.

Come Origilla, quella traditrice,

Qual per aver Grifone in sua bal’a

(Ché il cor gli ardea d’amor ne la radice)

A Manodante andò, la dama ria;

E ciò che Orlando a lei secreto dice

Per trar fuor quei baron de pregionia,

E le cose ordinate tutte quante,

Lei le rivela e dice a Manodante.

 

6.

Quando il re intese che quivi era Orlando,

Nella sua vita mai fu più contento.

Se stesso per letizia dimenando,

Già parli avere il figlio a suo talento;

Ma poi nella sua mente anco pensando

Del cavallier la forza e lo ardimento,

Comprende bene e già veder gli pare

Che nel pigliarlo assai serà che fare.

 

7.

Alla donzella fece dar Grifone,

S’ come a lei promesso avea davante,

Ma lui non volse uscir mai de prigione,

Se seco non lasciava anco Aquilante;

E fu lasciato a tal condizà ¯one,

Che loro ed Origilla in quello istante

Si dipartin dal regno alora alora,

Senza più fare in quel loco dimora.

 

8.

Cos’ lor se partirno a notte oscura:

Ancor vi contarò del suo và ¯aggio.

Or torno a Manodante, che ha gran cura

D’aver quel cavallier senza dannaggio,

Perché di sua prodezza avea paura;

Onde fece ordinare un beveraggio,

Che dato a l’omo subito adormenta

S’ come morto, e par che nulla senta.

 

9.

A quei baron, che non avean sospetto,

Fu meschiato nel vino a bere a cena,

E poi la notte fà´r presi nel letto

E via condotti, né il sentirno a pena;

Però che ‘l beveraggio che io vi ho detto,

S’ gli avea tolto del sentir la lena,

Che fà´r portati per piedi e per mane,

Né mai svegliarno insino alla dimane.

 

10.

Quando se avidder poi quella matina

In un fondo di torre esser legati,

Ben se avisarno che quella fantina

Li avea traditi, essendosi fidati.

– O re del celo, o Vergine regina, –

Diceva il conte – non me abandonati! –

Chiamando tutti e Santi ch’egli adora,

Quanti n’ha il celo e poi degli altri ancora.

 

11.

E come se amentava de pittura

A Roma, in Francia, o per altra provenzia,

A quella facea voto, per paura,

De digiunare, o de altra penitenzia.

Esso avea a mente tutta la Scrittura,

De orazà ¯on e salmi ogni scà ¯enzia;

Ciò che sapea, diceva a quella volta,

E Brandimarte sempre mai l’ascolta.

 

12.

Era quel Brandimarte saracino,

Ma de ogni legge male instrutto e grosso,

Però che fu adusato piccolino

A cavalcare e portar l’arme in dosso;

Onde, ascoltando adesso il paladino

Che a Dio se aricomanda a più non posso,

Chiamando ciascun Santo benedetto,

Li adimandava quel che avesse detto.

 

13.

E benché il conte fosse in tal tormento,

Pur, per salvar quella anima perduta,

Prima narrògli il vecchio Testamento,

E poi perché Dio và´l che quel se muta;

Gli narrò tutto il novo a compimento,

E tanto a quel parlare Idio l’aiuta,

Che tornò Brandimarte alla sua Fede,

E come Orlando drittamente crede.

 

14.

Benché l’ non se possa battizare,

Pur la credenza avea perfetta e bona,

E poi che alquanto fu stato a pensare,

Verso del conte in tal modo ragiona:

– Tu m’hai voluto l’anima salvare,

Ed io vorei salvar la tua persona,

S’io ne dovessi ancor quivi morire;

Or se ‘l te piace, il modo pà´i odire.

 

15.

Tu dèi comprender cos’ ben come io,

Che per te solo è fatta questa presa,

Perché tra Saracini èi tanto rio,

E de Cristianità sola diffesa.

Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,

Non avendo altri questa cosa intesa,

Né essendo alcun di noi qua cognosciuto,

Forse serai lasciato, io ritenuto.

 

16.

Io dirò sempre mai ch’io sono Orlando,

Tu de esser Brandimarte abbi la mente;

Guà ¢rti che non errasti ragionando,

Ché guastaresti il fatto incontinente.

Ma, se esci fuore, a te mi racomando:

Cerca di trarme del loco presente;

E se io morissi al fondo dove io sono,

Prega per l’alma mia tu che sei bono. –

 

17.

Quasi piangendo quel baron soprano

In cotal modo il suo parlar finia.

Allora il conte, che era tanto umano:

– Non piaccia a Dio, – dicea – che questo sia!

Speranza ha ciascadun ch’è Cristà ¯ano,

Nel re del celo e nella Matre pia;

Lui ce trarà per sua mercè de guai,

Ma senza te non uscirò giamai.

 

18.

Ma se tu uscissi, io restaria contento,

Pur che tu me prometta tutta fiata,

Per preghi, né minacce, né spavento

De non lasciar la fede che hai pigliata.

La nostra vita è una polvere al vento,

Né se debbe stimar né aver s’ grata,

Che per salvarla, on allungarla un poco,

Si danni l’alma nello eterno foco. –

 

19.

Diceva Brandimarte: – Alto barone,

Già molte volte odito ho racontare

Che del servigio perde il guiderdone

Colui che for de modo fa pregare;

Io ti cheggio, per Dio di passà ¯one,

Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;

E quando far nol vogli, io te prometto

Ch’io tornarò di novo a Macometto. –

 

20.

Orlando non rispose a quei sermoni,

Né acconsentitte e non volse desdire.

Eccoti gente armate de ronconi

Che alla pregion la porta fanno aprire.

Diceva il caporale: – O campà ¯oni,

Quale è Orlando di voi, debba venire;

Quel che è desso, lo dica e venga avante,

Ché appresentar conviense a Manodante. –

 

21.

Brandimarte rispose incontinente,

Che apena non avea colui parlato;

Il conte Orlando diceva nà ¯ente,

Ma sospirando si stava da lato.

Or tolse Brandimarte quella gente,

E cos’ proprio come era legato

(Che far non può diffesa né battaglia)

Al re lo presentò quella sbiraglia.

 

22.

Manodante era di natura umano,

Però piacevolmente a parlar prese,

Dicendo: – Ria fortuna e caso istrano

A mio dispetto mi fa discortese;

E ben ch’io sappia che sei cristà ¯ano,

Nemico a nostra legge di palese,

Sapendo tua virtute e il tuo valore,

Assai me incresce a non te fare onore.

 

23.

Ma la natura mi strenge s’ forte

E la compassà ¯on de un mio figliolo,

Che, a dirti presto con parole corte,

A te per lui convien portar il dà´lo.

Crudel destino e la malvaggia sorte

De duo mi avea lasciato questo solo;

Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:

Morgana entro ad un lago l’ha pregione.

 

24.

Questa Morgana è fata del Tesoro;

E perché par che già tu dispregiasti

Non so che cervo che ha le corne d’oro,

E sue aventure e soi incanti li hai guasti,

(Ti debbi ramentar questo lavoro,

Onde ogni breve dir credo che basti),

Per questo te persegue in ogni banda,

E sol de averti a ciascadun dimanda.

 

25.

Onde per fare il cambio di mio figlio

In questa notte ti feci pigliare,

E per trare esso di cotal periglio

A quella fata ti voglio mandare;

A benché di vergogna io sia vermiglio,

Pensando ch’io te fo mal capitare,

Sapendo che tu merti onore e pregio;

Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. –

 

26.

Tenendo il re chinato a terra il viso

Fece fine al suo dir, quasi piangendo.

Rispose Brandimarte: – Ogni tuo aviso

Sempre servire ed obedire intendo,

Se mille miglia ancor fossi diviso

Da questo regno; or tuo pregione essendo,

Disponi a tuo volere ed a tuo modo,

Ch’io vo’ di te lodarme ed or mi lodo.

 

27.

Ma ben ti prego per summa mercede

Che, potendo campare il tuo figliolo

Per altra forma, come il mio cor crede,

Che tu non me conduchi in tanto dà´lo.

Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:

Termine da te voglio un mese solo,

E che tu lasci l’altro compagnone,

Ed io starò tra tanto alla pregione,

 

28.

Pur che il compagno che meco fo preso,

Subitamente sia da te lasciato.

Sopra alle forche voglio essere impeso,

Se in questo tempo ch’io ho da te pigliato

Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso,

Perché in quel loco il cavalliero è stato.

Sopra alla Fede mia questo ti giuro,

Ed andarane e tornarà securo. –

 

29.

Queste parole Brandimarte usava

Ed altre molte più che qui non scrivo,

Come colui che molto ben parlava

Ed era in ogni cosa troppo attivo.

Al fin quel vecchio re pur se piegava;

A benché fosse di quel figlio privo,

E lo aspettare a rivederlo un mese

Paresse uno anno, e’ pur l’accordio prese.

 

30.

Brandimarte si pose ingenocchione,

Il re di questo assai ringrazà ¯ando,

E poi fu rimenato alla prigione,

E tratto fuor di quella il conte Orlando.

Or chi direbbe le dolci ragione

Che ferno e due compagni lacrimando,

Allor che il conte convenne partire?

Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

 

31.

Sapean già il patto com’era fermato,

Che al termine de un mese die’ tornare;

Onde, avendo da lui preso combiato,

Con una nave si pose per mare.

In pochi giorni a terra fu portato,

Poi per la ripa prese a caminare,

Dietro a l’arena, per la strata piana,

Tanto che gionse al loco di Morgana.

 

32.

Quel che là fece, contarò da poi,

Se la istoria ascoltati tutta quanta:

Ora ritorno a Manodante e’ soi.

Chi mena zoia, chi suona e chi canta;

Chi promette a Macon pecore e boi.

Chi darli incenso e chi argento si vanta,

Se gli concede di veder quel giorno

Che Zilà ¯ante a lor faccia ritorno.

 

33.

Nome avea il giovanetto Zilà ¯ante,

Come di sopra in molti lochi ho detto.

A quelle feste che io dico cotante,

Ne la cità per zoia e per diletto

Accese eran le torre tutte quante

De luminari; e su per ciascun tetto

Suonavan trombe e corni e tamburini,

Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

 

34.

Era là preso Astolfo del re Otone

Con altri assai, s’ come aveti odito,

E benché fosse al fondo de un torione,

Pur quello alto rumore avea sentito,

E de ciò dimandando la cagione

A quel che per guardarli è stabilito,

Colui rispose: – Io vi so dir palese

Che indi uscirete in termine de un mese.

 

35.

E voglio dirvi il fatto tutto intiero,

Perché più non andati dimandando.

Al nostro re non fa più de mistiero

La presa de’ baroni andar cercando,

Però che in corte è preso un cavalliero,

Qual per il mondo è nominato Orlando;

Or potrà aver per contracambio il figlio,

Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.

 

36.

Ma bene è ver che un cavallier pagano,

Qual mostra esser di lui perfetto amico,

Lasciato fu dal nostro re soprano,

E tornar debbe al termine ch’io dico,

E menar Zilà ¯ante a mano a mano,

Benché io non stimo tal promessa un fico;

Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,

Se in contraccambio là vi pone Orlando. –

 

37.

Astolfo se mutò tutto di faccia

E più di core, odendo racontare

Che il conte era pur gionto a quella traccia,

E il guardà ¯ano alor prese a pregare,

– German, – dicendo – per Macon ti piaccia

Una ambasciata a l’alto re portare,

Che sua corona in ciò mi sia cortese,

Ch’io veda Orlando, che è di mio paese. –

 

38.

Sempre era Astolfo da ciascuno amato,

Or non bisogna ch’io dica per che;

Onde il messaggio subito fu andato,

E l’ambasciata fece ben al re.

Già Brandimarte prima era lasciato,

Entro una zambra sopra a la sua fè,

Ma disarmato; e sempre mai de intorno

Stava gran guarda tutta notte e ‘l giorno.

 

39.

Il re ne viene a lui piacevolmente,

E dimandò chi fosse Astolfo e donde;

Turbosse Brandimarte ne la mente,

E, pur pensando, al re nulla risponde,

Perché cognosce ben palesemente

Che, come è giorno, indarno se nasconde,

Onde sua vita tien strutta e diserta,

Poi che la cosa al tutto è discoperta.

 

40.

Al fin, per più non far di sé sospetto,

Disse: – Io pensava e penso tuttavia

S’io cognosco l’Astolfo de che hai detto,

Né me ritorna a mente, in fede mia,

Se non ch’io vidi già in Francia un valletto,

Qual pur mi par che cotal nome avia;

Stavasi in corte per paccio palese,

E nomato era il gioculare Anglese.

 

41.

Grande era e biondo e di gentile aspetto,

Con bianca faccia e guardatura bruna;

Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,

Perché d’ognior che scemava la luna,

Divenia rabbà ¯oso e maledetto,

E più non cognoscea persona alcuna,

Né alor sapea festar, né menar gioco:

Ciascun fuggia da lui come dal foco. –

 

42.

– Lui proprio è questo, – disse Manodante

– De sue piacevolezze io voglio odire. –

Cos’ dicendo via mandava un fante,

Che lo facesse alor quindi venire.

Questo, giognendo ad Astolfo davante,

Incontinenti gli cominciò a dire

S’ come il re l’avrebbe molto caro,

Poi che egli era buffone e giocularo,

 

43.

E come il cavallier del suo paese,

Quale era Orlando, al re l’have contato.

Astolfo de ira subito s’accese,

E cos’ come egli era infurà ¯ato,

Col fante ver la corte il camin prese.

Benché da molti dreto era guardato,

Lui non restava de venir cridando

Per tutto sempre: – Ove è il poltron de Orlando?

 

44.

Ov’è, – diceva – ove è questo poltrone,

Che de mi zanza, quella bestia vana?

Mille onze d’oro avria caro un bastone

Per castigar quel figlio de putana. –

Il re con Brandimarte ad un balcone

Odà®r la voce ancora assai lontana,

Tanto cridava il duca Astolfo forte

Di dare a Orlando col baston la morte.

 

45.

E Brandimarte alor molto contento

Dicea al re: – Per Dio, lasciànlo stare,

Perché ponerà tutti a rio tormento:

Poco de un paccio si può guadagnare.

Adesso in tutto è fuor di sentimento:

Questo è la luna, che debbe scemare;

Io so com’egli è fatto, io l’ho provato:

Tristo colui che se gli trova a lato! –

 

46.

– Adunque sia legato molto bene, –

Diceva il re – dapoi qua venga in corte;

Di sua pac’a non voglio portar pene. –

Eccoti Astolfo è già gionto alle porte,

E per la scala su ratto ne viene.

Ma nella sala ogniom cridava forte,

Sergenti e cavallieri in ogni banda:

– Legate il paccio! Il re cos’ comanda. –

 

47.

Ma quando Astolfo se vidde legare,

Ed esser reputato per l’unatico,

Cominciò l’ira alquanto a rafrenare,

Come colui che pure avea del pratico.

Quando fu gionto, il re prese a parlare

A lui, dicendo: – Molto sei selvatico

Con questo cavallier de tuo paese,

Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. –

 

48.

Astolfo alor, guardando ogni cantone,

– Ma dove è lui – diceva – quel fel guerzo,

Il qual ardisce a dir ch’io son buffone,

Ed egual del mio stato non ha il terzo?

Né lo torria per fante al mio ronzone,

Abench’io creda ch’el dica da scherzo,

Sapendo esso di certo e senza fallo

Che di lui faccio come di vassallo.

 

49.

Ove sei tu, bastardo stral’unato,

Ch’io te vo’ castigar, non so se il credi? –

Il re diceva a lui: – Che sventurato!

Tu l’hai avante, e par che tu nol vedi. –

Alora Astolfo, guardando da lato

E dietro e innanci ogniom da capo a piedi,

Dicea da poi: – Se alcun non l’ha coperto

Di sotto al manto, e’ non è qua di certo.

 

50.

E tra coteste gente, che son tante,

Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. –

Meravigliando dicea Manodante:

– Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!

Or non è questo Orlando, che hai davante?

Io credo che sei paccio divenuto. –

E Brandimarte alquanto sbigotito

Pur fa bon volto con parlare ardito,

 

51.

Al re dicendo: – Or non sai che al scemare

Che fa la luna, il perde lo intelletto?

Io credea che ‘l dovesti ramentare,

Perché poco davante io l’avea detto. –

Alora Astolfo cominciò a cridare:

– Ahi renegato cane e maledetto!

Un calcio ti darò di tal possanza,

Che restarà la scarpa ne la panza. –

 

52.

Diceva il re: – Tenitelo ben stretto,

Però che ‘l mal li cresce tutta via. –

Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,

E fu salito in tanta bizaria,

Che minacciava a roà ¯nar il tetto,

E tutta disertar la Pagania,

E cinquecento miglia intorno intorno

Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

 

53.

Comandò il re che via fosse condutto;

Ma quando lui se vidde indi menare

Ed esser reputato paccio al tutto,

Cominciò pianamente a ragionare.

Dapoi che non aveva altro redutto,

Con voce bassa il re prese a pregare

Che ancor non fusse de quindi menato,

E mostrarebbe a lui che era ingannato;

 

54.

Però che, se mandava alla pregione,

E facesse Ranaldo qua venire,

O veramente il giovane Dudone,

Da lor la verità potrebbe odire;

E che lui volea stare al parangone,

E se mentisse, voleva morire,

Ed esser strascinato a suo comando,

Ché questo è Brandimarte e non Orlando.

 

55.

Il re, pur dubitando esser schernito,

Cominciò Brandimarte a riguardare,

Il quale, in viso tutto sbigotito,

Lo fece maggiormente dubitare.

Il cavallier, condutto a tal partito

Che non potea la cosa più negare,

Confessa per se stesso aver ciò fatto,

Acciò che Orlando sia da morte tratto.

 

56.

Il re di doglia si straziava il manto

E via pelava sua barba canuta,

Per il suo figlio ch’egli amava tanto;

De averlo è la speranza ormai perduta.

Ne la cità non se ode altro che pianto,

E la allegrezza in gran dolor se muta;

Crida ciascun, come di senno privo,

Che Brandimarte sia squartato vivo.

 

57.

Fu preso a furia e posto entro una torre,

Da piedi al capo tutto incatenato;

In quella non se suole alcun mai porre

Che sia per vivo al mondo reputato.

Se Dio per sua pietate non soccorre,

A morir Brandimarte è iudicato.

Astolfo, quando intese il conveniente

Come era stato, assai ne fu dolente.

 

58.

E volentier gli avria donato aiuto

De fatti e de parole a suo potere,

Ma quel soccorso tardo era venuto,

S’ come fa chi zanza oltra al dovere.

Quel gentil cavalliero ora è perduto

Per sue parole e suo poco sapere;

Or qui la istoria de costor vi lasso,

E torno al conte, ch’è gionto a quel passo:

 

59.

Al passo di Morgana, ove era il lago

E il ponte che vargava la rivera.

Il conte riguardando assai fu vago,

Ché più Aridano il perfido non vi era.

Cos’ mirando vidde morto un drago,

Ed una dama con piatosa ciera

Piangea quel drago morto in su la riva,

Come ella fusse del suo amante priva.

 

60.

Orlando se fermò per meraviglia,

Mirando il drago morto e la donzella,

Che era nel viso candida e vermiglia.

Ora ascoltati che strana novella:

La dama il drago morto in braccio piglia,

E con quello entra in una navicella,

Correndo giù per l’acqua alla seconda,

E in mezo il lago aponto se profonda.

 

61.

Non dimandati se il conte avea brama

Di saper tutta questa alta aventura.

Ora ecco di traverso una altra dama

Sopra de un palafreno alla pianura.

Come ella vidde il conte, a nome il chiama

Dicendo: – Orlando mio senza paura,

Iddio del paradiso ha ben voluto

Che qua vi trovi per donarmi aiuto. –

 

62.

Questa donzella che è quivi arrivata,

Come io vi dico, sopra il palafreno,

Era da un sol sergente accompagnata.

Di lei vi contarò la istoria apieno,

Se tornarete a questa altra giornata,

E di quella del drago più né meno,

Qual profondò nel fiume; or faccio ponto,

Però che al fin del mio cantar son gionto.

 

 

CANTO DECIMOTERZO

 

1.

Il voler de ciascun molto è diverso:

Chi piace esser soldato, e cui pastore,

Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso,

Chi ha diletto di caccia e chi d’amore,

Chi navica per mare e da traverso,

E quale è prete e quale è pescatore;

Questo in palazo vende ogni sua zanza,

Quello è zoioso, e canta e suona e danza.

 

2.

A voi piace de odir l’alta prodezza

De’ cavalieri antiqui ed onorati,

E ‘l piacer vostro vien da gentilezza,

Però che a quel valor ve assimigliati.

Chi virtute non ha, quella non prezza;

Ma voi, che qua de intorno me ascoltati,

Seti de onore e de virtù la gloria,

Però vi piace odir la bella istoria.

 

3.

Ed io seguir la voglio ove io lasciai,

Anci tornare a dietro, per chiarire

De le due dame, quale io vi contai;

L’una era al lago, l’altra ebbe a venire.

Or per voi stessi non s’apresti mai

Chi fosser queste, non lo odendo dire;

Ma io vi narrerò la cosa piana:

Quella dal drago morto era Morgana,

 

4.

E l’altra è Fiordelisa, quella bella

Che fu da Brandimarte tanto amata.

Di questa vi dirò poi la novella,

Ma torno prima a quella della fata;

La qual, perché era de natura fella,

Sopra del lago a quella acqua incantata,

Ove nel fondo fu Aridano occiso,

Aveva poi pigliato uno altro aviso.

 

5.

Perché con succi de erbe e de radice

Còlte ne’ monti a lume della luna,

E pietre svolte de strana pendice,

Cantando versi per la notte bruna,

Cangiato avea la falsa incantatrice

Quel giovanetto in sua mala fortuna,

Io dico Zilà ¯ante, e fatto drago,

Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.

 

6.

Ed avea tramutata sua figura,

Acciò che quella orribile apparenzia

Sopra del ponte altrui ponga paura;

Ma, fusse o per l’error de sua scienzia,

O per strenger lo incanto oltra misura,

Ebbe il garzone estrema penitenzia,

Perché, come tal forma a ponto prese,

Gettò un gran crido, e morto se distese.

 

7.

Onde la fata, che tanto lo amava,

Seco di doglia credette morire;

Però piatosamente lacrimava,

Come ne l’altro canto io vi ebbi a dire,

E con la barca al fondo lo portava,

Per farlo sotto il lago sepelire.

Or più di lei la istoria non divisa,

Ma torna a ricontar de Fiordelisa.

 

8.

La qual, s’ come Orlando ebbe veduto,

Gli disse: – Idio del cel per sua pietate

Qua te ha mandato per donarmi aiuto,

S’ come avea speranza in veritate.

Or bisognarà ben, baron compiuto,

Che a un tratto mostri tutta tua bontate;

Ma, perché sappi che far ti conviene,

Io narrarò la cosa: intendi bene.

 

9.

Dapoi ch’io mi parti’ da quello assedio,

Che ancora ad Albracà dimora intorno,

Con superchia fatica e maggior tedio

Cercato ho Brandimarte notte e giorno,

Né a ritrovarlo è mai stato rimedio;

Ed io faceva ad Albracà ritorno,

Per saper se più là sia ricovrato,

Ma nel và ¯aggio ho poi costui trovato.

 

10.

Costui che meco vedi per sargente,

Io l’ho trovato a mezo del camino,

Ed è venuto a dir per accidente

Che portò Brandimarte piccolino,

Qual fu figlio de un re magno e potente;

Ma, come piacque a suo forte destino,

Costui lo tolse a l’Isola Lontana,

E diello al conte de Rocca Silvana.

 

11.

Da poi che l’ebbe a quel conte venduto,

Lui pur rimase in casa per servire;

Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto,

Venne in gran forza e di soperch’io ardire,

E per tutto d’intorno era temuto.

Per questo il conte avanti al suo morire,

Non avendo né moglie né altro erede,

Figlio se il fece e quel castel gli diede.

 

12.

Brandimarte da poi per suo valore

Cercato ha il mondo per monte e per piano,

E nella terra per governatore

Lasciò costui che vedi e castellano.

Ora un altro baron pien di furore,

Qual sempre fu crudele ed inumano,

Scoperto a Brandimarte è per nimico:

Rupardo ha nome il cavallier ch’io dico.

 

13.

Costui con più sergenti e soi vassalli

Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana.

E de assalirla par che mai non calli,

Per ruà ¯narla tutta in terra piana.

E’ crida: “Brandimarte per soi falli

Adesso è preso al lago de Morgana.

Io son per questo a prendervi venuto;

Da lui non aspettati alcuno aiuto.”

 

14.

Onde costui, che temea de aver morte,

Quando non fosse a quel Rupardo reso

(E d’altra parte ancor gl’incresce forte

Che ‘l suo segnor da lui mai fusse offeso),

Con molti incanti fie’ gettar le sorte,

Ed ha con quelle ultimamente inteso

Che vero è ciò che dice quel fellone,

E Brandimarte è nel lago in pregione.

 

15.

Ora ti prego, conte, se mai grazia

Aver debbe da te nulla donzella,

Che ciò che si può far, per te si fazia,

Tanto che egli esca di questa acqua fella.

Cos’ ti renda ogni tua voglia sazia

Quanto desidri, Angelica la bella;

Cos’ d’amor s’adempia ogni tua brama,

Vivendo al mondo in glorà ¯osa fama. –

 

16.

Il conte narrò a lei con brevitate

Di Brandimarte ciò che ne sapea,

E tutte aponto le cose passate,

E come al lago ritornar volea

Per Zilà ¯ante trar de aversitate,

Qual l’altra fiata giù lasciato avea,

E poi, per cambio di quel bel garzone,

Trar Brandimarte fuor de la pregione.

 

17.

De ciò la dama assai se contentava,

E smontò il palafreno alla rivera;

Standosi ingenocchione il cel guardava,

Divotamente a Dio facea preghiera

Che la ventura che il conte pigliava

Se ritrà ¢sse in bon fine e tutta intiera;

E già alla porta Orlando era arivato:

Ben la sapea, ché prima anco vi è stato.

 

18.

Nascosa era la porta dentro a un sasso,

Di fuor tutta coperta a verde spine;

Discese Orlando giù, callando al basso,

Sin che fu gionto della scala al fine;

Poi caminò da un miglio passo passo

Sopra del suol de pietre marmorine,

E gionse nella piazza del tesoro,

Ove è il re fabricato a zoie ed oro.

 

19.

Quivi trovò la sedia che Ranaldo

Avea portata già sino alla uscita;

Ora a contarvi più non mi riscaldo

Di questa cosa, ché l’avete odita.

Il conte usc’ della piazza di saldo

E gionse nel giardino alla finita,

Ove abita Morgana e fa suo stallo,

Ed è partito al mezo de un cristallo.

 

20.

Apresso a quel cristallo è la fontana

(Quel loco un’altra fiata ho ricontato);

A questa fonte ancor stava Morgana,

E Zilà ¯ante avea resucitato,

E tratto fuor di quella forma strana.

Più non è drago, ed omo è ritornato;

Ma pur per tema ancora il giovanetto

Parea smarito alquanto nello aspetto.

 

21.

La fata pettinava il damigello,

E spesso lo baciava con dolcezza;

Non fu mai depintura di pennello

Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza.

Troppo era Zilà ¯ante accorto e bello,

Ed esso è in volto pien di gentilezza,

Ligiadro nel vestire e dilicato,

E nel parlar cortese e costumato.

 

22.

Però prendea la fata alto solaccio

Mirando come un specchio nel bel viso,

E cos’ avendo il giovanetto in braccio

Gli sembra dimorar nel paradiso.

Standosi lieta e non temendo impaccio,

Orlando gli arivò sopra improviso,

E come quello che l’avea provata,

Non perse il tempo, come a l’altra fiata;

 

23.

Ma nella gionta diè de mano al crino,

Che sventillava biondo nella fronte.

Alor la falsa con viso volpino,

Con dolci guardi e con parole pronte

Dimanda perdonanza al paladino

Se mai dispetto gli avea fatto on onte,

E per ogni fatica in suo ristoro

Promette alte ricchezze e gran tesoro.

 

24.

Pur che gli lascia il giovanetto amante,

Promette ogni altra cosa alla sua voglia;

Ma il conte sol dimanda Zilà ¯ante

E stima tutto il resto una vil foglia.

Or chi direbbe le parole tante,

Il lamentare e i pianti pien di doglia,

Che faceva Morgana in questa volta?

Ma nulla giova: il conte non l’ascolta.

 

25.

Ed ha già preso Zilà ¯ante a mano,

E fora del giardin con esso viene,

Né della fata teme incanto istrano,

Poi che nel zuffo ben presa la tiene.

Lei pur se dole e se lamenta invano,

E non trova soccorso alle sue pene;

Ora lusinga, or prega ed or minazza,

Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.

 

26.

Quella passarno, e cominciarno a gire

Su per la scala e tra que’ sassi duri,

E quando furno a ponto per uscire

Fuor della porta e de quei lochi oscuri,

Allora il conte a lei cominciò a dire:

– Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri

Per lo Demogorgone a compimento

Mai non mi fare oltraggio o impedimento. –

 

27.

Sopra ogni fata è quel Demogorgone

(Non so se mai lo odisti racontare),

E iudica tra loro e fa ragione,

E quello piace a lui, può di lor fare.

La notte se cavalca ad un montone,

Travarca le montagne e passa il mare,

E strigie e fate e fantasime vane

Batte con serpi vive ogni dimane.

 

28.

Se le ritrova la dimane al mondo,

Perché non ponno al giorno comparire,

Tanto le batte a colpo furibondo,

Che volentier vorian poter morire.

Or le incatena giù nel mar profondo,

Or sopra al vento scalcie le fa gire,

Or per il foco dietro a sé le mena,

A cui dà questa, a cui quella altra pena.

 

29.

E però il conte scongiurò la fata

Per quel Demogorgon che è suo segnore,

La qual rimase tutta spaventata,

E fece il giuramento in gran timore.

Fugg’ nel fondo, poi che fu lasciata;

Orlando e Zilà ¯ante uscirno fuore,

E trovà ¢r Fiordelisa ingenocchione,

Che ancor pregava con divozà ¯one.

 

30.

Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti,

Molto ringrazà ¯ava Iddio divino;

E caminando insieme, ne fà´r giti

Insino al mar che quindi era vicino.

Poscia che nella nave fà´r saliti,

Con vento fresco entrarno al lor camino,

Fendendo intra levante e tramontana

Sin che son gionti a l’Isola Lontana.

 

31.

Smontarno a Damogir, l’alta citate,

Quale avea tra due torre un nobil porto.

Quando le gente nel molo adunate

Ebbero in nave il giovanetto scorto,

Alciarno un crido allegro di pietate,

Perché prima ciascun lo tenea morto:

Crida ciascuno, e piccolino e grande;

Ognior di voce in voce più se spande.

 

32.

A Manodante gionse la novella,

Qual già per tutta la cità risuona.

Lui corse là vestito di gonnella,

E non aspetta manto ni corona.

Non vi rimase vecchia, ni donzella:

Ogni mestiero ed arte se abandona;

Giovani, antiqui ed ogni fanciullina,

Per veder Zilà ¯ante ogni om camina.

 

33.

Tanta adunata quivi era la gente,

Che avea coperto il porto marmorino;

E Zilà ¯ante usc’ primeramente,

Poi Fiordelisa e Orlando paladino;

Il quarto ne lo uscir fu quel sergente.

Come fu visto, ogni om crida: – Bardino!

Bardino! ecco Bardino! – ogni om favella

– De l’altro figlio il re saprà novella. –

 

34.

Quando la calca fu tratta da banda,

De gire avante Orlando se argumenta;

Umanamente al re se racomanda,

Il suo figliol avante gli appresenta.

Di Brandimarte poi presto dimanda;

Ma il re di dar risposta non se attenta,

Parendo a tal servigio essere ingrato,

Poi che il compagno avea s’ mal trattato.

 

35.

Pur gli rispose che era salvo e sano:

Ma per vergogna è nel viso vermiglio.

Cos’ tornando, con Orlando a mano,

Venne per caso a rivoltare il ciglio,

E veggendo Bardin disse: – Ahi villano!

Or che facesti, ladro, del mio figlio?

Pigliàti presto presto il traditore,

Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. –

 

36.

A quella voce fu il sargente preso,

E lui dimanda sol de essere odito,

Onde di novo avanti al re fu reso,

E contò a ponto come era fuggito

Per mare in barca; ed in terra disceso,

Il figlio entro una rocca avea nutrito,

Né si sapendo il nome in quella parte

De Bramadoro il fece Brandimarte.

 

37.

Nome avea Bramadoro, essendo infante,

Quel Brandimarte che or era pregione.

El fu figliolo a questo Manodante;

E quel Bardino per desperazione

Ché ‘l re il battette dal capo alle piante,

Fosse per ira, o per sua fallisone,

Ciò non so dir, ma via fugg’ Bardino

E Bramador portò, quel fanciullino.

 

38.

Da poi che l’ebbe a quel conte venduto,

Dico a Rocca Silvana, come ho detto,

E’ fu del male alquanto repentuto,

E là rimase sol per suo rispetto;

E, sin che ‘l giovanetto fu cresciuto,

Non se partitte mai de quel distretto,

E Brandimarte a lui sempre ebbe amore,

Onde il lasciò per suo governatore.

 

39.

E tutto ciò contò Bardino a ponto,

Narrando a lui la istoria del figliolo:

Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto,

Il re sentì nel cor superch’io dà´lo,

Perché posto l’avea, come vi conto,

Al fondo de un torrion, su tristo sà´lo.

Là giù posto l’avea discalzo e nudo:

Or se lamenta de esser stato crudo.

 

40.

E benché prima avesse ancor mandato,

Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore,

Ora a mandarvi è ben più riscaldato,

Sempre piangendo de piatoso amore;

Per allegrezza il crido è dupplicato,

Non se sentì giamai tanto rumore:

Per tetti, per li balchi e per le torre,

Ciascun con lumi accesi intorno corre.

 

41.

De cimbaletti e d’arpe e di leuti

E de ogni altra armonia fan mescolanza.

Il re, che duo figlioli avea perduti,

Or gli ha trovati, e non avea speranza;

E citadini insieme son venuti

Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza;

E le fanciulle e le dame amorose

Gettano ad alto gigli fiori e rose.

 

42.

Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza

Condotto è Brandimarte avante al padre,

Che fu nudo in pregione, ora è in altezza:

Era coperto di veste legiadre.

Piangeva ciascadun di tenerezza.

Il re lo dimandò chi fu sua madre.

– Albina, – disse a lui – ciò mi ramenta,

Ma del mio padre ho la memoria spenta. –

 

43.

Non puote il re più oltra sostenire,

Ma piangendo dicea: – Figliol mio caro,

Caro mio figlio, or che debbo mai dire,

Ch’io te ho tenuto in tanto dà´lo amaro?

Ciò che a Dio piace se convien seguire;

A quel che è fatto, più non è riparo. –

Cos’ dicendo ben stretto l’abbraccia,

Avendo pien de lacrime la faccia.

 

44.

Poi s’abbracciarno ed esso a Zilà ¯ante,

E ben che sian germani ogni om avisa,

Però che l’uno a l’altro è simigliante,

Benché la etate alquanto li divisa.

Or chi direbbe le carezze tante

Che Brandimarte fece a Fiordelisa?

E poi che tutti in festa e zoia sono,

Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.

 

45.

Gionti dapoi nel suo real palagio,

Che al mondo de ricchezza non ha pare,

A festeggiar se attese e stare ad agio;

E ‘l conte in summa fece battizare

Il re coi figli e tutto il baronagio,

A benché alquanto pur vi fu che fare;

Ma Brandimarte seppe s’ ben dire,

Che ‘l patre e gli altri fece seco unire.

 

46.

Fà´rno anche tratti della prigion fuore

Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti,

E fu lor fatto imperà ¯ale onore,

E tutti rivestiti a ricchi manti.

Una donzella con occhi d’amore,

Leggiadra e ben accorta nei sembianti,

Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa,

Che sol da lei splendea tutta la festa.

 

47.

Ciascun guardava il viso colorito,

Ma non la cognosceano assai né poco,

Eccetto Orlando e Brandimarte ardito:

Lor duo l’avean veduta in altro loco.

Questa gabbò già il suo vecchio marito

(Non so se ve amentati più quel gioco),

Quando fu presa con le palle d’oro;

E lei ne fece poi doppio ristoro,

 

48.

Facendo Ordauro sotterra venire,

Che istoria non fu mai cotanto bella.

Voi la sapeti e più non la vo’ dire,

Se non contarvi che questa donzella

Brandimarte la trasse di mart’re,

Né alor sapea che fusse sua sorella,

Quando da lui e dal conte de Anglante

Occisi fà´r Ranchera ed Oridante.

 

49.

E quivi la cognobbe per germana,

Abbracciandosi insieme con gran festa,

E ramentando a lei l’erba soprana

Che già l’avea guarito della testa,

Quando Marfusto a lato alla fontana

L’avea ferito con tanta tempesta;

Ed altre cose assai che io non diviso

Dicean tra lor con festa e zoia e riso.

 

50.

Dapoi che molti giorni fà´r passati,

Che tutti consumarno in suono e in danza,

Dudone una matina ebbe chiamati

Tutti quei cavallieri in una stanza,

Narrando a loro e populi adunati

Con Agramante per passare in Franza,

E come era già armato mezo il mondo

Per por re Carlo e i Cristà ¯ani al fondo.

 

51.

Ranaldo e Astolfo s’ebbe a proferire

Alla difesa de Cristianitate,

Per la sua fede e legge mantenire,

Insin che in man potran tenir le spate.

Seco non volse Orlando allora gire,

Né so dir la cagione in veritate,

Se non ch’io stimo che superch’io amore

Li desviasse da ragione il core.

 

52.

Il dipartir di lor non fu più tardo;

Passarno insieme il mare a mano a mano.

Ranaldo sal’ poi sopra a Baiardo,

E ‘l duca Astolfo sopra Rabicano.

Orlando a Brandimarte fie’ riguardo,

E molto il prega con parlare umano

Che ritornasser Zilà ¯ante ed esso

A star col patre, che ha la morte apresso.

 

53.

Ma non si trova modo né ragione

Che Brandimarte voglia ritornare;

Pur Zilà ¯ante se piegò; il garzone

Di novo a Damogir tornò per mare.

E Brandimarte è salito in arcione,

Ché Orlando mai non và´le abandonare;

Ambi passarno via quel tenitoro

Sino al castello ove era Brigliadoro.

 

54.

Al conte fu il destrier restituito,

E fatto molto onor dal castellano.

Il duca Astolfo prima era partito,

E Dudon seco e il sir de Montealbano.

Quel figlio del re Otone era guarnito

De l’arme d’oro, e la sua lancia ha in mano,

E cavalcando gionse una matina

Al castel falso de la fata Alcina.

 

55.

Alcina fu sorella di Morgana,

E dimorava al regno de gli Atàrberi,

Che stanno al mare verso tramontana,

Senza ragione immansueti e barberi.

Lei fabricato ha l’ con arte vana

Un bel giardin de fiori e de verdi arberi,

E un castelletto nobile e iocondo,

Tutto di marmo da la cima al fondo.

 

56.

E tre baroni, come aveti odito,

Passarno quindi acanto una matina,

E mirando il giardin vago e fiorito,

Che a riguardar parea cosa divina,

Voltarno gli occhi a caso in su quel lito

Ove la fata sopra alla marina

Facea venir con arte e con incanti

Sin fuor de l’acqua e pesci tutti quanti.

 

57.

Quivi eran tonni e quivi eran delfini,

Lombrine e pesci spade una gran schiera;

E tanti ve eran, grandi e piccolini,

Ch’io non so dire il nome o la manera.

Diverse forme de mostri marini,

Rotoni e cavodogli assai vi ne era;

E fisistreri e pistrice e balene

Le ripe aveano a lei d’intorno piene.

 

58.

Tra le balene vi era una maggiore,

Che apena ardisco a dir la sua grandeza,

Ma Turpin me assicura, che è lo autore,

Che la pone due miglia di lungheza.

Il dosso sol de l’acqua tenea fuore,

Che undici passi o più salia d’alteza,

E veramente a’ riguardanti pare

Un’isoletta posta a mezo il mare.

 

59.

Or, come io dico, la fata pescava,

E non avea né rete né altro ordegno:

Sol le parole che all’acqua gettava

Facea tutti quei pesci stare al segno;

Ma quando adietro il viso rivoltava,

Veggendo quei baron prese gran sdegno

Che l’avesser trovata in quel mestiero,

E de affocarli tutti ebbe in pensiero.

 

60.

Mandato avria ad effetto il pensier fello,

Ché una radice avea seco recata,

Ed una pietra chiusa entro uno annello,

Quale averia la terra profondata;

Solo il viso de Astolfo tanto bello

Dal rio voler ritrasse quella fata,

Perché mirando il suo vago colore

Pietà gli venne e fu presa d’amore.

 

61.

E cominciò con seco a ragionare

Dicendo: – Bei baroni, or che chiedete?

Se qua con meco vi piace pescare,

Bench’io non abbia né laccio né rete,

Gran meraviglia vi potrò mostrare

E pesci assai che visti non avete,

Di forme grande e piccole e mezane,

Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.

 

62.

Oltra a quella isoletta è una sirena:

Passi là sopra chi la và´l mirare.

Molto è bel pesce, né credo che apena

Dece sian visti in tutto quanto il mare. –

Cos’ Alcina la falsa alla balena

Il duca Astolfo fece trapassare,

Quale era tanto alla ripa vicina,

Che in su il destrier varcò quella marina.

 

63.

Non vi passò Ranaldo, né Dudone,

Ché ognom di loro avea de ciò sospetto,

E ben chiamarno il figlio del re Otone,

Ma lui pur passò oltra a lor dispetto.

Ben se ‘l tenne la fata aver pregione

E poterlo godere a suo diletto:

Come salito sopra al pesce il vide,

Dietro li salta e de allegrezza ride.

 

64.

E la balena se mosse de fatto,

S’ come Alcina per arte comanda.

Non sa che farsi Astolfo a questo tratto,

Quando scostar se vidde in quella banda;

Lui ben se pone al tutto per disfatto,

E sol con preghi a Dio si racomanda,

E non vede la fata né altra cosa,

Benché li presso a lui si era nascosa.

 

65.

Ranaldo, poi che il vidde via portare

In quella forma, fu bene adirato;

Pur se destina in tutto de aiutare,

Benché contra sua voglia ivi era andato:

Sopra Baiardo se caccia nel mare

Dietro al gran pesce, come disperato.

Quando Dudone il vidde in quella traccia,

Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.

 

66.

Quella balena andava lenta lenta,

Ché molto è grande e de natura grave;

De giongerla Ranaldo se argumenta,

Natando il suo destrier come una nave.

Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta,

Né ormai risponde al mio canto suave,

Onde convien far ponto in questo loco.

Poi cantarò, ch’io sia posato un poco.

 

 

CANTO DECIMOQUARTO

 

1.

Già molto tempo m’han tenuto a bada

Morgana, Alcina e le incantazà ¯oni,

Né ve ho mostrato un bel colpo di spada,

E pieno il cel de lancie e de tronconi;

Or conviene che il mondo a terra vada,

E ‘l sangue cresca insin sopra a l’arcioni,

Ché il fin di questo canto, s’io non erro,

Seran ferite e fiamme e foco e ferro.

 

2.

Ranaldo e Rodamonte alla frontiera

Se vederanno insieme appresentati,

E la battaglia andar schiera per schiera;

Ma stati un poco quieti, ed aspettati,

Ché io vo’ prima tornar là dove io era,

De’ duo baron che al mare erano intrati.

S’io non me inganno, doveti amentare

Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,

 

3.

Dietro ad Astolfo che su la balena

Avanti era portato per incanto.

Dudon le gambe per quelle onde mena,

E già per l’acque avea seguìto tanto,

Che ormai più non vedea Ranaldo apena,

E fu per ruà ¯nare in tristo pianto,

Però che il suo destrier per più non posso

Trabuccò al fondo e portòl seco adosso.

 

4.

E nel cader che fie’il giovane arguto

Fece a sé sopra il segno de la croce,

E cridò: – Matre pia, donami aiuto! –

Ranaldo se rivolse a quella voce,

E quasi il pose al tutto per perduto.

Ora diversa doglia al cor gli coce:

Astolfo avante a lui via ne è portato,

Alle sue spalle è questo altro affondato.

 

5.

Pure il periglio grande de Dudone

Il fece adietro rivoltar Baiardo;

Come pesce natava quel ronzone

Per la marina, tanto era gagliardo.

Quando fu gionto dove era il garzone,

Non bisognava che fusse più tardo,

Ché ormai più non puoteva trare il fiato;

Ben sapea dir se il mare era salato.

 

6.

Ranaldo fuor d’arcione il tolse in braccio,

E portòl sopra ‘l litto alla sicura,

E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,

Di seguitare Astolfo prese cura.

Ma la balena era ita un tanto spaccio,

Che a riguardar s’ longe era paura,

E l’aria cominciò di farsi bruna,

Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.

 

7.

Con tutto ciò Ranaldo và´le entrare,

Ma Prasildo facea molta contesa;

Dudone, Iroldo s’ seppon pregare,

Che al fin piangendo abandona la impresa.

Stasse nel litto e non sa che si fare,

Poi che non trova al suo cugin diffesa;

Il mar più leva l’onde, e giù dal cielo

Cade tempesta ed acqua con gran gelo.

 

8.

Ora sappiati che questa roina,

Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,

Era ad incanto fatta per Alcina,

Perché alcun altro non possa seguire.

Or vo’ lasciare Astolfo alla marina,

Di lui poi molte cose avremo a dire;

Torno a Ranaldo, che in su la riviera

Sol se lamenta e piange e se dispera.

 

9.

Da poi che molto in quel litto diserto

Fu stato a lamentar, come io ve ho detto,

Con quella pioggia adosso, al discoperto,

Ché ivi non era né l’oggia, né tetto,

E lui non era del paese esperto,

Però che mai non fu per quel distretto,

Pur, seguitando a lato alla marina,

Verso ponente più giorni camina.

 

10.

Li Atàrberi passò, gente inumana,

Di qua da loro il monte de Corubio,

E per la Tartaria venne alla Tana.

Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio,

Se non che gionse nella Transilvana,

E passò ad Orsua il fiume del Danubio,

Giongendo in Ongheria quella giornata,

Ove trovò gran gente insieme armata.

 

11.

Era adunata quella guarnisone

Di gente ardita e forte alla sembianza,

Perché Otachier, figliol de Filippone,

Era assembrato per passare in Franza,

Ché l’avea già richiesto il re Carlone,

Sentendo d’Agramante la possanza.

Quel re mandava il figlio, com’io dico,

Perch’era infermo ed anco molto antico.

 

12.

Nella terra di Buda entrò Ranaldo,

Ove il re lo ricolse a grande onore,

Però che cognosciuto fu di saldo,

Sapendosi per tutto il suo valore;

Ed Otachier assai divenne baldo,

Parendo alla sua andata un gran favore

Ed un gran nome trà ¯onfale e magno

Lo aver Ranaldo seco per compagno.

 

13.

Fu fatto capitano in quel consiglio

Il pro’ Ranaldo, e fu ciascun contento;

E già le liste a candido e vermiglio

Ne’ lor stendardi se spiegarno al vento.

Ben racomanda Filippone il figlio

Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento,

E dopo, dietro alle real bandiere,

Verso Ostreliche se driccià ¢r le schiere.

 

14.

Passà ¢r Bà ¯ena, e per la Carentana

Vargano le Alpi fredde in quel confino,

E giù scendendo nella Italia piana,

Andarno avanti e gionsero a Tesino.

Tre giorni manco de una settimana

Re Desiderio avea preso il camino;

E, come là per tutto se ragiona,

Con la sua gente è dentro de Savona.

 

15.

Onde Ranaldo insieme ed Otachieri

Seguir deliberarno il re lombardo.

Essi avean trenta miglia cavallieri,

L’un più che l’altro nobile e gagliardo,

Che a quella impresa venian volentieri,

Né avean de’ Saracini alcun riguardo.

Passarno e monti, e giù nel Genoese

Sopra del mar la gente se distese.

 

16.

Là dietro caminando molti giorni,

Già di Provenza sono alle confine,

E, vagheggiando quei colletti adorni,

Tra cedri, aranci e palme pellegrine,

Odirno risuonare e trombe e corni

Oltra a quel monte, e par che il cel roine:

Di tal strida e furore è l’aria pieno,

Che par che il mondo abissi e venga meno.

 

17.

Ranaldo presto se trasse davante

Ed Otachiero, e seco il bon Dudone,

E lor gente lasciarno tutte quante,

Tanto che gionti son sopra al vallone,

Là dove Rodamonte lo africante

Mena e Lombardi a gran destruzà ¯one.

Prima sconfitti alla battaglia fiera

Avea i Francesi e il duca di Baviera.

 

18.

E quattro figli soi feriti a morte

Eran distesi al campo sanguinoso;

Né avendo esso riparo a quella sorte,

Era fuggito tristo e doloroso.

E sempre il saracin torna più forte,

Dissipando ogni cosa il forà ¯oso.

Già il duca di Savoglia e di Lorena

Avea spezzati e morti con gran pena.

 

19.

A Bradamante, che è figlia de Amone,

Occiso avea il destriero e posto a terra,

E più gente tagliata in quel sabbione

Che giamai fosse morta in altra guerra.

Tutta la cosa a ponto e per ragione

Già vi contai, se il mio pensier non erra,

Insin che sua bandiera cadde al campo,

Onde lui prese il disdegnoso vampo.

 

20.

Quella bandiera, che è vermiglia e d’oro,

Nel mezo a sopraposte è ricamata;

Una dama e un leone ha quel lavoro:

La dama è Doralice di Granata.

Questo è di Rodamonte il suo tesoro;

Né cosa al mondo avea più cara o grata,

Perché colei che ha quella somiglianza,

Era suo amore e tutta sua speranza.

 

21.

Quando la vide a terra Rodamonte,

Della gran doglia non trovava loco,

Ed arrufà ¢rsi e crini alla sua fronte,

Mostrando gli occhi rossi come il foco.

Quale un cingial che a furia esce del monte,

Che cani e cacciatori estima poco,

Fiacca le broche e batte ambe le zane:

Tristo colui che a canto gli rimane!

 

22.

Cotal se mosse allora quel pagano,

Sopra a’ Lombardi tutto se abandona,

E ben si sbarattò presto quel piano,

Né vi rimase de intorno persona.

Gli omini e l’arme taglia ad ogni mano,

Della ruina il ciel tutto risuona,

Perché scudi ferrati e piastre e maglia

Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.

 

23.

De la sua gente ognior cresce la folta,

Che venne prima in fuga e sbigotita.

Ora torna cridando: – Volta! Volta! –

E sopra a’ Cristà ¯an se mostra ardita.

Intorno al franco re tutta è ricolta;

Ma nostra gente quasi era stordita,

Mirando il saracin cotanto audace;

De’ suoi gran colpi non si puon dar pace.

 

24.

Nel campo de’ Lombardi è un cavalliero

Nato di Parma, e nome ha Rigonzone,

Forte oltra modo e di natura fiero,

Ma non avea né senno né ragione.

Da morte a vita avea poco pensiero;

Ov’è il periglio e la destruzà ¯one,

E dove il scampo apena se ritrova,

Più volentier si pone a far sua prova.

 

25.

Costui, veggendo il forte saracino

Che sopra al campo mena tal tempesta,

Non lo stimando più che un fanciullino,

Gli sprona adosso con la lancia a resta.

Cridando: – A terra! a terra! – in sul camino

A ritrovar l’andò testa per testa;

Ruppe sua lancia, che è grosso troncone,

Ed urta via nel corso del ronzone.

 

26.

Col petto del ronzone urta il pagano

A briglia abandonata l’animoso,

E ben credette trabuccarlo al piano,

Ma troppo è Rodamonte ponderoso.

Nel freno al gran destrier dette di mano,

E quel ritenne al corso furà ¯oso;

Perciò non stette Rigonzone a bada:

Rotta la lancia, ha già tratta la spada.

 

27.

Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano

Feritte il saracin di tutta possa,

Ma ciascun colpo adosso a quello è vano;

Quella pelle del drago è tanto grossa,

Che da possanza o da valore umano

Non teme taglio, o ponta, né percossa.

Mentre ch’a lo Africano il colpo tira,

Lui prende il suo destriero e intorno il gira.

 

28.

E poi che l’ebbe alquanto regirato,

Con furia via lo trasse di traverso,

E quello andò per caso in un fossato,

E sopra Rigonzon cadde riverso.

Lasciamo lui, che vivo è sotterrato,

E ritorniamo al saracin diverso,

Che abatte sopra al campo ogni persona.

Ecco afrontato ha il conte di Cremona,

 

29.

Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,

Che vien col brando in mano alla distesa,

Giovane ardito e degno de uno imperio,

Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;

Né già gli attribuisco a vituperio

Se fu perdente di questa contesa,

Perché quel saracino ha tal possanza,

Che tutti gli altri di prodezza avanza.

 

30.

Egli abatte Arcimbaldo de l’arcione,

Ferito crudelmente nella testa.

Or se incomincia la destruzà ¯one

Di nostra gente e l’ultima tempesta;

E destrier morti insieme e le persone

Cadeno al campo, e quel pagan non resta

Menare il brando da la cima al basso:

Battaglia non fu mai di tal fracasso.

 

31.

Ranaldo che nel monte era venuto,

E Dudon seco e ‘l giovene Otachieri,

Quasi per maraviglia era perduto,

Mirando del pagano e colpi fieri,

E ben s’avede che bisogna aiuto;

Né porre indugia vi facea mestieri,

Ché de ogni parte è persa la speranza,

Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.

 

32.

Le lor bandiere al campo sanguinoso

Squarzate a pezzi se vedeano andare;

Nel mezo è Rodamonte il furà ¯oso,

Che sembra un vento di fortuna in mare,

Ed ha quel brando s’ meraviglioso,

Qual già Nembroto fece fabricare,

Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia

Sfidò già Dio con seco a la battaglia.

 

33.

Poi quel superbo per la sua arroganza

Fece in Babel la torre edificare,

Ché de giongere in celo avea speranza,

E quello a terra tutto ruà ¯nare.

Costui, fidando nella sua possanza,

Il brando de cui parlo, fece fare,

Di tal metallo e tal temperatura

Che arme del mondo contra a lui non dura.

 

34.

Re Rodamonte nacque di sua gesta,

E dopo lui portò quel brando al fianco,

Qual mai non fu portato in altra inchiesta,

Perché ogni altro portarlo ven’a stanco,

Né di brandirlo alcuno avia podesta;

E ‘l suo patre Ulà ¯eno, ardito e franco,

Benché di sua bontade avesse inteso,

L’avea lasciato per superch’io peso.

 

35.

Or, come io dico, Rodamonte il porta,

E sopra al campo mena tal ruina,

Che avea più gente dissipata e morta,

Che non han pesci e fiume e la marina;

E gli altri tutti, senza guida e scorta,

Per monti e per valloni ogniom camina;

Pur che si toglia a lui davanti un poco,

Non guarda ove se vada, o per qual loco.

 

36.

Ranaldo che era gionto alla montagna,

Mirando giuso la sconfitta al basso,

Ché già de morti è piena la campagna

E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso,

Forte piangendo quel baron se lagna,

– Ahimè, – dicendo sconsolato e lasso,

– Che io non spero più mai de aver conforto!

Tra quella gente il mio segnore è morto!

 

37.

Or che debbo più far, tristo, diserto,

Che certamente morto è il re Carlone?

Già pur in qualche guerra io sono esperto,

E mai non vidi tal destruzà ¯one.

Re Carlo è là giù morto, io so di certo,

E debbe avere apresso il duca Amone,

Che gli portava s’ fidele amore;

Io so che occiso è apresso al suo segnore.

 

38.

Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese,

Re di Bertagna, il duca di Baviera?

Ove la falsa gesta maganzese,

Che si mostrava s’ superba e altiera?

Alcun non vedo che faccia diffese,

Né sola al campo ritta una bandiera.

Tutti son morti, e non potria fallire;

Ed io con seco al campo vo’ morire.

 

39.

Né so stimar chi sia quello Africano,

Che occiso ha nostre gente tutte quante,

Se forse non è il figlio di Troiano,

Re di Biserta, che ha nome Agramante.

Sia chi esser và´le, io vado a mano a mano

Ad affrontarme con quello arrogante;

Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,

Prendèti a nostra gente alcun riparo;

 

40.

Ché io callo al campo come disperato,

E son senza intelletto e coscà ¯enza.

O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,

Donami grazia nella tua presenza;

Ché io te confesso che molto ho fallato,

Ed or ritorno a vera penitenza.

La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,

Ch’io son senza il tuo aiuto una vil paglia. –

 

41.

Cos’ parlava quel baron gagliardo,

Piangendo tutta volta amaramente;

Giù della costa sprona il suo Baiardo,

E batte per furor dente con dente.

Tornarno e due compagni senza tardo,

Per condur sopra al poggio l’altra gente;

Ma il pro’ Ranaldo menando tempesta

Gionse nel campo e pose l’asta a resta.

 

42.

Ver Rodamonte abassa la sua lanza,

E ben l’avea nel campo cognosciuto,

Ché tutto il petto sopra agli altri avanza,

Ne la sua faccia orribile ed arguto,

E gli occhi avea di drago alla sembianza.

Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto

Con quella lancia s’ nerbuta e grossa

Che avria gettato un muro alla percossa.

 

43.

Un muro avria gettato il fio de Amone,

Con tal furore è dal destrier portato,

E gionse Rodamonte nel gallone,

E roverso il mandò per terra al prato.

Come caduto fosse un torrà ¯one,

O il iugo de un gran monte roà ¯nato,

Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,

Quando giù cadde l’Africano al basso.

 

44.

Non si puotria contar l’alta roina,

Ché suonà ¢r l’arme che ha il pagano in dosso,

E tremò il campo insino alla marina

Di quel gran busto quando fu percosso.

Or se mosse la gente saracina,

Tutti a Ranaldo s’aventarno addosso;

Per aiutare il suo segnor ch’è a terra,

Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

 

45.

Lui già del fodro avea tratto Fusberta,

E dà tra lor, ché non gli stima un fico;

De prima urtata ha quella schiera aperta,

Né discerne il parente da lo amico,

Perché la gente misera e diserta

Taglia senza rispetto, come io dico;

A chi la testa, a chi rompe le braccia:

Non dimandar se intorno al campo spaccia.

 

46.

Ma Rodamonte, la anima di foco,

Di novo si era in piedi redricciato,

E per grande ira non trovava loco,

Chiamandosi abattuto e vergognato.

Già tutta la sua gente a poco a poco,

Rotta per forza, abandonava il prato,

Quando vi gionse il superbo Africante,

Ed a Ranaldo se oppose davante.

 

47.

A prima gionta de la spada mena

Giù per le gambe del destrier Baiardo,

E quel ronzon scappò de un salto a pena,

Né bisognava che fusse più tardo;

E Rodamonte il suo brando rimena

A gran roina, e non pone riguardo

De giongere a cavallo o cavalliero;

Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.

 

48.

– Ahi falso saracin, – disse Ranaldo

– Che mai non fusti di gesta reale!

Non ti vergogni, perfido, ribaldo,

Ferir del brando a s’ digno animale?

Forse nel tuo paese ardente e caldo,

Ove virtute e prodezza non vale,

De ferire il destriero è per usanza;

Ma non se adopra tal costume in Franza. –

 

49.

Parlò Ranaldo in lenguaggio africano,

Onde ben presto il saracin lo intese,

E disse: – Per ribaldo e per villano

Non ero io cognosciuto al mio paese;

Ed oggi dimostrai col brando in mano

A queste genti che ho intorno distese,

Che de vil sangue non nacqui giammai;

Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.

 

50.

Se io non te pongo con seco a giacere

Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,

Più mai al mondo non voglio apparere,

E tengome a ciascun vituperato;

Ma sino ad ora te faccio sapere

Che il tuo destrier da me non fia servato;

La usanza vostra non estimo un fico,

Il peggio che io so far, faccio al nimico. –

 

51.

Questo che io dico tuttavia parlava,

E cominciò a ferir con tanta fretta

Che, se Ranaldo ponto l’aspettava,

Era ad un colpo fatta la vendetta.

Ma lui verso del poggio rivoltava,

E corse forse un tratto di saetta;

E smontò quivi e lasciovvi Baiardo,

Tornando a piedi il principe gagliardo.

 

52.

Quando il pagano il vidde ritornare

Soletto, a piede, senza quel ronzone

Che via correndo lo puotea campare,

Ben se lo tenne aver morto o pregione.

Ma già le gente sopra al poggio appare,

Qual conduce Otachieri e il bon Dudone,

Li Ungari, dico, armati a belle schiere,

Con targhe ed archi e lancie e con bandiere

 

53.

Venian cridando quei guerreri arditi

Giù della costa, e menando tempesta.

Quando li vidde il re s’ ben guarniti

De arme lucente e con le penne in testa,

Come gli avesse già presi e gremiti

Saltava ad alto e faceva gran festa:

Menando il brando intorno ad ogni mano

Fer’a gran colpi sopra al vento in vano.

 

54.

Poi se mosse qual movese il leone

Che vede e cervi longi alla pastura,

E già venendo fa tra sé ragione

Cacciar da sé la fame alla sicura.

Cotal quel saracin, cor di dragone,

Che spreza tutto il mondo e non ha cura,

Lasciò Ranaldo che già presso gli era,

E rivoltosse incontra a quella schiera.

 

55.

Tutta sua gente dietro a lui se mosse,

Ed è per suo valor ciascuno ardito,

E l’una schiera a l’altra se percosse

A tutta briglia, nel campo fiorito.

Del fraccasso de’ scudi e lancie grosse

Non fu giamai cotal rumore odito.

A cui stava a mirare era gran festa

Petto per petto urtar, testa per testa.

 

56.

E corni e trombe e tamburi e gran voce

Facean la terra e il cel tutto stremire,

E li Africani e’ nostri da la Croce

Né l’un né l’altro avante puotea gire.

Sol Rodamonte, il saracin feroce,

Facea d’intorno a sé la folta aprire,

Tagliando braccie e busti ad ogni lato

Come una falce taglia erba di prato.

 

57.

Non se vide giamai cotal spavento

Che ‘l ferir del pagano in quella guerra.

Come ne l’Alpe la ruina e il vento

Abatte e faggi con furore a terra:

Cotale il saracin pien d’ardimento

Tra’ cavallieri a piedi se disferra,

Non li stimando più che l’orso e bracchi:

Già sono in rotta Ungari e Valacchi.

 

58.

Benché Otachier se adoperasse assai

Per farli rivoltare alla battaglia,

Non fu rimedio a voltarli giamai,

Ma van fuggendo avanti alla canaglia;

E Rodamonte, come io vi contai,

Di qua di là nel campo li sbaraglia,

Né vi è chi contra lui volti la fronte;

Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.

 

59.

Il giovanetto fio de Filippone

Per la vergogna se credea morire,

E già di vista avea perso Dudone,

Che in altra parte avea preso a ferire.

Ranaldo era smontato de l’arcione,

S’ come poco avante io vi ebbi a dire,

Ed a quel loco non era presente,

Ove egli è in volta tutta la sua gente.

 

60.

Però si volse come disperato

Verso il pagano e la sua lancia arresta,

E gionse il saracin sopra al costato,

E fiaccò tutta l’asta con tempesta.

Ma lui conviene andar disteso al prato,

Ferito sconciamente nella testa:

Nel capo Rodamonte l’ha ferito,

E fuor d’arcion lo trasse tramortito.

 

61.

Non era indi Dudone assai lontano,

E prestamente fu del fatto accorto.

Quando vidde Otachier andare al piano,

Senza alcun dubbio lo pose per morto;

E già lo amava lui come germano,

Onde ne prese molto disconforto,

E destinò nel cor senza fallire

Di vendicarlo, o con seco morire.

 

62.

E’ non portò mai lancia il giovanetto,

Per quanto da Turpino io abbia inteso,

Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto

E la mazza ferrata di gran peso.

Con quella viene adosso al maledetto,

E s’ come era di furore acceso

Tutto se abandonò sopra al pagano

Con ogni forza, e tocca de ambe mano.

 

63.

Ad ambe mano il tocca il damisello

Sopra de l’elmo che è cotanto fino,

E roppe la corona e ‘l suo cerchiello,

Né vi rimase perle né rubino.

Tutto il frontale aperse a quel flagello,

E cadde ingenocchione il saracino.

Ma la sua gente che intorno li stava,

Li dette aiuto; e ben gli bisognava.

 

64.

Tutti cridando avanti al suo segnore,

Coperto lo tenian co e scudi in braccio.

E Dudon la sua mazza a gran furore

Mena a due mano adosso al populaccio;

E non curando grande né minore,

Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;

Abatte e spezza, e de altro già non bada

Se non di farsi a Rodamonte strada.

 

65.

Ma lui già se era in piedi redricciato,

E mena il brando a cui non val diffesa;

Il scudo de Dudone ebbe spezzato,

E strazia piastra e maglia alla distesa,

E tutto il disarmò dal manco lato,

Benché non fosse a quel colpo altra offesa:

Ma non avea callato il brando apena,

Che l’altro colpo a gran fretta rimena.

 

66.

Dudon, che vede non poter parare,

Però che troppo gli è il pagano adosso,

Subitamente il corse ad abracciare.

Or era l’uno e l’altro grande e grosso,

S’ che un bon pezzo assai vi fo che fare,

Ma Dudon alla fin per più non posso

Fu posto a terra da quel saracino,

Preso e legato come un fanciullino.

 

67.

Come volse Fortuna o Dio Beato,

Ranaldo se trovò presente al fatto,

E veggendo Dudone incatenato,

Quasi per gran dolor divenne matto.

Strenge Fusberta come disperato,

Né prende alcun riguardo a questo tratto,

Né stima più la vita o la persona;

Ver Rodamonte tutto se abandona.

 

68.

Egli era a piedi, come aveti odito,

Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo;

L’uno e l’altro de questi è tanto ardito,

Che dir non vi s’aprei chi è più gagliardo.

Ora il canto al presente è qui finito,

Ed è gionto Ranaldo tanto tardo,

Che non può far battaglia questo giorno;

Doman la contarò: fati ritorno.

 

 

CANTO DECIMOQUINTO

 

1.

A cui piace de odire aspra battaglia,

Crudeli assalti e colpi smisurati,

Tirase avante ed oda in che travaglia

Son due guerreri arditi e disperati,

Che non stiman la vita un fil de paglia,

A vincere o morire inanimati.

Ranaldo è l’uno, e l’altro è Rodamonte,

Che a questa guerra son condutti a fronte.

 

2.

Avea ciascun di lor tanta ira accolta,

Che in faccia avean cangiata ogni figura,

E la luce de gli occhi in fiamma volta

Gli sfavillava in vista orrenda e scura.

La gente, che era in prima intorno folta,

Da lor se discostava per paura;

Cristiani e Saracin fuggian smariti,

Come fosser quei duo de inferno usciti.

 

3.

Siccome duo demonii dello inferno

Fossero usciti sopra della terra,

Fuggia la gente, volta in tal squaderno,

Che alcun non guarda se il destrier si sferra;

E poi da largo, s’ come io discerno,

Se rivoltarno a remirar la guerra

Che fanno e due baroni a brandi nudi,

Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

 

4.

Ciascun più furà ¯oso se procaccia

De trare al fine il dispietato gioco;

Al primo colpo se gionsero in faccia

Ambi ad un tempo istesso e ad un loco.

Or par che ‘l celo a fiamma se disfaccia,

E che quegli elmi sian tutti di foco;

Le barbute spezzà ¢r, come di vetro:

Ben diece passi andò ciascuno adietro.

 

5.

Ma l’uno e l’altro degli elmi è s’ fino,

Che non gli nà´ce taglio né percossa;

Quel de Ranaldo già fo de Mambrino,

Che avea due dita e più la piastra grossa;

E questo che portava il Saracino,

Fo fatto per incanto in quella fossa

Ove nascon le pietre del diamante;

Nembroto il fece fare, il fier gigante.

 

6.

Sopra a questi elmi spezzà ¢r le barbute

Al primo colpo, come io vi ho contato;

Mai non son ferme quelle spade argute,

Disarmando e baron; da ogni lato

Le grosse piastre e le maglie minute

Vanno a gran squarci con roina al prato;

Ogni armatura va de mal in pezo,

Del scudo suo non ha più alcun l’ mezo.

 

7.

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada,

Mena a duo mano al dritto della testa,

E Rodamonte, che il ferire agrada,

Mena anch’esso a quel tempo, e non s’arresta;

Ed incontrosse l’una a l’altra spada,

Né se odette giamai tanta tempesta;

E ben de intorno per quelle confine

Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.

 

8.

Re Rodamonte, che sempre era usato

Mandare al primo colpo ogniomo ad erba,

Essendo con Ranaldo ora affrontato,

Che rende agresto a lui per prugna acerba,

Crucciosse fuor di modo, e desdignato

Sprezava il cel quella anima superba,

– Dio non ti puotria dar – dicendo – iscampo,

Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. –

 

9.

Cos’ dicendo quel saracin crudo

Mena a due mani un colpo di traverso;

Ranaldo mena anch’esso il brando nudo,

E non crediati che abbia tempo perso,

Onde l’un gionse l’altro a mezo il scudo.

Fu ciascun colpo orribile e diverso,

Fiaccando tutti e scudi a gran ruina,

Né il lor ferir per questo se raffina.

 

10.

Ché l’un non và´l che l’altro se diparta

Con avantaggio sol de un vil lupino;

E come l’arme fossero de carta,

Mandano a squarci sopra del camino.

La maglia si vedea per l’aria sparta

Volar de intorno s’ come polvino,

E le piastre lucente alla foresta

Cadean sonando a guisa de tempesta.

 

11.

Stava gran gente intorno a remirare,

Come io vi dissi, la battaglia oscura,

Né alcun vantaggio vi san iudicare,

Pensando e colpi a ponto e per misura.

Ecco una schiera sopra al poggio appare,

Che scende con gran cridi alla pianura,

Con tanti corni e tamburini e trombe,

Che par che ‘l mare e il cel tutto rimbombe.

 

12.

Mai non se vidde la più bella gente

Di questa nova che discende al piano,

Di sopraveste ed arme relucente,

Con cimeri alti e con le lancie in mano.

Perché sappiati il fatto intieramente,

Vi fo palese che il re Carlo Mano

è quel che viene, il magno imperatore,

Ed ha con seco de’ Cristiani il fiore;

 

13.

Più de settanta millia cavallieri

(Ché còlto è, dico, il fior d’ogni paese),

S’ ben guarniti, e s’ gagliardi e fieri,

Che tutto il mondo non ve avria diffese:

Avanti a tutti il marchese Olivieri,

E seco a paro a paro il bon Danese,

E della corte tutto il concistoro,

Con le bandiere azurre a zigli d’oro.

 

14.

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza,

Ranaldo dimandò di quella gente,

E quando intese ch’egli è il re di Franza,

Divenne allegro in faccia e nella mente,

Come colui che avea tanta arroganza,

Che tutti gli stimava per nà ¯ente;

E senz’altro parlar né altro combiato,

Verso questi altri subito è dricciato.

 

15.

Di corso andava il saracin gagliardo,

E già Ranaldo non puotea seguire,

Ché facea salti assai maggior de un pardo.

Gionto è tra nostri, e comincia a ferire;

E se non era il giorno tanto tardo,

Facea de’ fatti suoi molto più dire;

Ma la luce, che sparve a notte scura,

Impose fine alla battaglia dura.

 

16.

Pur vi rimase ferito il Danese

Nel braccio manco e sopra del gallone;

Ed Olivieri assai ben se diffese,

Benché perdesse il scudo dal grifone

E fossegli spezzato ogni suo arnese.

Grande tra gli altri fu la occisà ¯one:

Coperti erano a morti tutti e piani

De nostra gente ed anco de pagani.

 

17.

La oscura notte, come io vi contai,

Partitte al fin la zuffa cominciata.

Or ben mi fa meravigliare assai;

Quel fier pagan, che tutta la giornata

Ha combattuto e non se posò mai,

E, poi che la battaglia è raquietata,

Va roà ¯nando tutto il monte e ‘l piano

Per ritrovar il sir de Montealbano.

 

18.

Avanti fa condurse ogni pregione,

Ché molti ne avea presi alla catena,

E lor dimanda del figliol de Amone,

E qual spaventa, e qual forte dimena;

Un per paura, o per altra cagione,

Disse che era ito nel bosco de Ardena,

E già non eran sue parole vere:

Né lo sapea, né lo potea sapere.

 

19.

Però che il bon Ranaldo era tornato

A rimontar Baiardo, il suo destriero.

Ma poi che al saracin fu ciò contato,

Lascia sua gente e più non gli ha pensiero.

Il caval de Dudone ebbe pigliato,

Quale era grande a maraviglia e fiero;

Sopra vi salta il forte saracino,

E verso Ardena prende il suo camino.

 

20.

Una grossa asta e troppo sterminata

Fuor de la nave sua fece arrecare,

E non aspetta luce né giornata,

Ma quella notte prese a caminare;

Onde sua gente, che era abandonata,

Senza il suo aiuto non sa che si fare;

Tutti smariti e pien de alto spavento

Entrarno in nave e dier le vele al vento.

 

21.

Ogni pregione e tutto il loro arnese

Portavan alle nave con gran fretta;

Dudon tra’ primi, il giovane cortese,

Menava via la gente maledetta.

Ma chi fu tardo a distaccar le prese,

Sopra di lor discese la vendetta,

Perché Ranaldo, a destrier risalito,

Con gran ruina gionse in su quel lito.

 

22.

De Rodamonte va il baron cercando

Per ogni loco a lume della luna;

A nome lo dimanda e va cridando

Ad alta voce per la notte bruna;

E sopra alla marina riguardando

Vede la gente che l’arnese aduna:

A più poter ciascun forte se tràffica

Per porlo in nave e via passare in Africa.

 

23.

Ranaldo dà tra lor senza pensare,

Ché ben cognobbe che eran Saracini;

Quivi de intorno fo il bel sbarattare,

Fuggendo tutti in rotta quei meschini.

Chi ne la nave, e chi saltava in mare,

L’un non aspetta che l’altro se chini

A prender cosa che gli sia caduta;

Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

 

24.

Gli altri che a terra avean volto il timone,

Via se ne andarno, abandonando il lito,

E seco ne menà ¢r preso Dudone,

Che, se Ranaldo l’avesse sentito,

Avria menata gran destruzà ¯one,

E forse entro a quel mar l’avria seguito;

Ma lui non si pensava di tale onte,

Sol dimandando ove era Rodamonte.

 

25.

Un saracin ben forte spaventato,

Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,

Di Rodamonte essendo dimandato,

La pura verità presto rispose:

Come al bosco de Ardena era invà ¯ato,

Tutto soletto per le piaggie ombrose,

Essendo detto a lui che a quel camino

Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

 

26.

Il Fonte de Merlino era in quel bosco,

S’ come un’altra volta vi contai,

Che era a gli amanti un velenoso tosco,

Ché, ivi bevendo, non amavan mai;

Benché l’ presso a quel loco fosco

Passava una acqua che è megliore assai:

Meglior de vista e de effetto peggiore;

Chiunche ne gusta, in tutto arde d’amore.

 

27.

Quando Ranaldo intese che a quel loco

Andava Rodamonte a ricercarlo,

Di questa gente si curava poco,

E più presto partì che io non vi parlo.

Il cuor gli fiammeggiava come un foco

Del gran desio che avea di ritrovarlo,

E via trottando a gran fretta camina

Verso ponente, a canto alla marina.

 

28.

E Rodamonte simigliantemente

De giongere ad Ardena ben se spaccia;

E parlava tra sé nella sua mente,

Dicendo: Questo dono il ciel mi faccia,

Pur che ritrovi quel baron valente,

O ch’io l’occida, o torni seco in graccia;

Ché, essendo morto, in terra non ho pare,

E se egli è meco, il cel voglio acquistare.

 

29.

Né creder potrò mai che ‘l conte Orlando

Abbia di questo la mera bontate.

Io l’ho provato, e di lancia e di brando

Non è il più forte al mondo in veritate.

O re Agramante, a Dio ti racomando,

Se tu discendi per queste contrate!

Essendote io, come serò, lontano,

Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

 

30.

Come diceva il vero il re Sobrino!

Sempre creder si debbe a chi ha provato.

Or, s’egli è tale Orlando paladino

Come costui che meco a fronte è stato,

Tristo Agramante ed ogni saracino

Che fia di qua dal mar con lui portato!

Io, che tutti pigliarli avea arroganza,

Assai ne ho de uno, e più che di bastanza.”

 

31.

Cos’ parlando andava il re pagano,

E non sapendo a ponto quel và ¯aggio,

Nel far del giorno gionse in un bel piano

Là dove un cavallier veniva adaggio;

E Rodamonte con parlare umano

Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio

Quanto indi fusse alla selva de Ardena,

Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

 

32.

Rispose prestamente il cavalliero:

– Nulla te so contar di quel camino,

Perché io, s’ come tu, son forastiero,

E vo piangendo, misero e tapino,

Non riguardando strata né sentiero,

Ma dove mi conduce il mio destino,

A strugimento, a morte, a ogni dolore,

Poi che se piace al deslà ¯ale amore. –

 

33.

Perché sappiati il fatto ben compiuto,

Quel cavallier che fa tal lamentanza

Dolendosi de amore, è Feraguto,

Che fu al suo tempo un raggio di possanza;

Ed ora travestito era venuto

Nascosamente nel regno di Franza,

Sol per saper, quella anima affocata,

Se giamai fusse Angelica tornata.

 

34.

Egli anco amava quella damigella,

Come potesti odir primeramente,

E non potendo aver di lei novella,

Benché ne dimandasse ad ogni gente,

Or per questa ventura ed or per quella

Se consumava dolorosamente,

E giorno e notte non avia mai bene,

Sempre languendo e sospirando in pene.

 

35.

Or, come aveti inteso, il giovanetto

Trovò quel re pagano alla campagna,

E sterno insieme alquanto a lor diletto,

E ciascadun de Amor si dole e lagna.

Pur, cos’ ragionando, venne detto

A Feraguto come era di Spagna,

E che pur mo tornava di Granata,

Ove una dama avea gran tempo amata;

 

36.

E come era chiamata Doralice

Quella, figliola del re Stordilano.

– Non più parole, – Rodamonte dice

– Ma prendi la battaglia a mano a mano.

Chi te ha condotto, misero, infelice,

A morire oggi sopra a questo piano?

Ché comportar non voglio e non potrei

Che altri che me nel mondo ami colei. –

 

37.

Rispose Feraguto: – Essendo grande,

Lo esser cucioso assai ti disconviene;

Ma poi che la battaglia me domande,

Tra noi la partiremo, o male o bene,

E l’alterezza tua che s’ se spande,

Potria tornarti in dolorose pene.

Amai colei; lo amore ebbe a passare:

Per tuo dispetto voglio ancora amare. –

 

38.

Con tal parole e con de l’altre assai

Se furno insieme e duo baron sfidati.

Ambi avean lancie, come io vi contai:

Con esse a resta se fà´r rivoltati.

Più crudel scontro non se ud’ giamai;

E due destrier, di petto insieme urtati,

Andarno a terra, e i cavallieri adosso,

Con tal fraccasso che contar non posso.

 

39.

E le lor lancie grosse oltra a misura

Se fragellarno insin presso alla resta;

Ciascun de svilupparsi se procura

Per rimenar col brando un’altra festa.

Or si comincia la battaglia dura

De’ colpi sterminati e la tempesta

De l’arme rotte e piastre con ruina,

Come battesse un fabro alla fucina.

 

40.

Non avea indugia o sosta il lor ferire,

Ma quando l’un promette, e l’altro dona;

E ben da longe se potrebbe odire,

Perché ogni colpo de intorno risuona.

E certamente io non s’aprei ben dire

Qual sia più ardita e più franca persona;

Tanto son de alto core e di gran lena,

Che un altro par non trovo al mondo apena.

 

41.

Ciascuno è de ira e di superbia caldo,

E però combattean con molto orgoglio,

L’un più che l’altro alla battaglia saldo.

Ma quella nel presente dir non voglio,

Perché convien contarvi di Ranaldo;

Dapoi ritornarò, s’ come io soglio,

A dirvi questa zuffa alla distesa,

S’ che vi fia diletto averla intesa.

 

42.

Giva Ranaldo, come aveti odito,

In verso Ardenna, alla ripa del mare,

Credendo Rodamonte aver seguito,

Ma lui giamai non puote ritrovare,

Perché il dritto và ¯aggio avea smarito,

E poi con Feraguto ebbe che fare;

Onde lui caminando avanti passa,

Ed a sé drieto Rodamonte lassa.

 

43.

Quando fu gionto alla selva fronzuta,

Dritto ne andava al Fonte di Merlino:

Al Fonte che de amore il petto muta,

Là dritto se n’andava il paladino.

Ma nova cosa che egli ebbe veduta,

Lo fece dimorare in quel camino:

Nel bosco un praticello è pien de fiori

Vermigli e bianchi e de mille colori.

 

44.

In mezo il prato un giovanetto ignudo

Cantando sollacciava con gran festa.

Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,

Danzavan, nude anch’esse e senza vesta.

Lui sembianza non ha da spada o scudo,

Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa;

Le piume della barba a ponto ha messe:

Chi s’, chi no direbbe che le avesse.

 

45.

Di rose e de và ¯ole e de ogni fiore

Costor che io dico, avean canestri in mano,

E standosi con zoia e con amore,

Gionse tra loro il sir de Montealbano.

Tutti cridarno: – Ora ecco il traditore, –

Come l’ebber veduto – ecco il villano!

Ecco il disprezator de ogni diletto,

Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! –

 

46.

Con quei canestri al fin de le parole

Tutti a Ranaldo se aventarno adosso:

Chi getta rose, chi getta và ¯ole,

Chi zigli e chi iacinti a più non posso.

Ogni percossa insino al cor li duole

E trova le medolle in ciascuno osso,

Accendendo uno ardore in ogni loco

Come le foglie e i fior fosser di foco.

 

47.

Quel giovanetto che nudo è venuto,

Poi che ebbe vòto tutto il canestrino,

Con un fusto di ziglio alto e fronzuto

Fer’ Ranaldo a l’elmo de Mambrino.

Non ebbe quel barone alcuno aiuto,

Ma cadde a terra come un fanciullino;

E non era caduto al prato a pena,

Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

 

48.

De le tre dame ogniuna avea ghirlanda

Chi de rosa vermiglia e chi de bianca;

Ciascuna se la trasse in quella banda,

Poi che altra cosa da ferir li manca;

E benché il cavallier mercè dimanda,

Tanto il batterno, che ciascuna è stanca,

Però che al prato lo girarno intorno,

Sempre battendo, insino a mezo giorno.

 

49.

Né il grosso usbergo né piastra ferrata

Poteano a tal ferire aver diffesa;

Ma la persona avea tutta piagata

Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa,

Che ne lo inferno ogni anima dannata

Ha ben doglia minor senza contesa,

Là dove quel baron de disconforto,

Di tema e di mart’r quasi era morto.

 

50.

Né sa se omini o dei fosser costoro:

Nulla diffesa o preghera vi vale;

E, standosi cos’, senza dimoro

Crescerno in su le spalle a tutti l’ale,

Quale erano vermiglie e bianche e d’oro,

E in ogni penna è un occhio naturale,

Non come di pavone, o de altro occello,

Ma di una dama grazà ¯osa, e bello.

 

51.

E, poco stando, se levarno a volo,

L’un dopo l’altro verso il cel saliva.

Ranaldo a l’erba si rimase solo;

Amaramente quel baron piangiva,

Perché sentia nel cor s’ grande il dà´lo,

Che a poco a poco l’anima gli usciva,

E tanta angoscia nella fine il prese,

Che come morto al prato se distese.

 

52.

Mentre che tra quei fior cos’ iacea,

E de morire al tutto quivi estima,

Gionse una dama in forma de una dea,

S’ bella che contar nol posso in rima,

E disse: – Io son nomata Pasitea,

De le tre l’una che te offese in prima:

Compagna dello Amore e sua servente,

Come vedesti e provi di presente.

 

53.

E fu quel giovanetto il dio d’Amore,

Qual te gettò de arcion come nemico;

Se contrastar ti credi, hai preso errore,

Ché nel tempo moderno o ne l’antico

Non si trova contrasto a quel segnore.

Ora attendi al consiglio che io te dico,

Se và´i fuggir la dolorosa morte;

Né sperar vita o pace in altra sorte.

 

54.

Amore ha questa legge e tal statuto,

Che ciascun che non ama, essendo amato,

Ama po’ lui, né gli è l’amor creduto,

Acciò che ‘l provi il mal ch’egli ha donato.

Né questo oltraggio che te è intravenuto,

Né tutto il mal che puote esser pensato,

Se può pesar con questo alla bilancia,

Ché quel cordoglio ogni mart’re avancia.

 

55.

Il non essere amato ed altri amare

Avanza ogni mart’r, come io te ho detto,

E questa legge converrai provare,

Se và´i fuggir de Amore ogni dispetto.

Or, perché intenda, a te conviene andare

Per questo bosco ombroso a tuo diletto,

Sin che ritrovarai sopra a una riva

Uno alto pino ed una verde oliva.

 

56.

La rivera zoiosa indi dechina

Per li fioretti e per l’erba novella;

Ne l’acqua trovarai la medicina

A quel dolor che al petto ti martella. –

Cos’ parlò la dama peregrina,

Poi ne l’aria volò come una occella;

Salendo sempre in su, del celo acquista,

Onde a Ranaldo usc’ presto di vista.

 

57.

Lui doloroso non sa che si fare,

Poi che incontrata ha s’ forte ventura,

Né tra se stesso puote imaginare

Come tal cosa sia fuor de natura,

Che veda gente per l’aria volare,

Né contra a lor val forza né armatura.

Da gente ignuda è vento il suo valore

Con zigli e rose e con foglie di fiore.

 

58.

A gran fatica il suo corpo tapino

Levò dove languendo l’avea messo,

E con più pena si puose in camino,

Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;

E trovò verso il fiume l’alto pino

E l’arbor de l’oliva a quello apresso.

Da le radice stilla una acqua chiara,

Dolce nel gusto e dentro al core amara;

 

59.

Perché de amore amaro il core accende

A chi la gusta l’acqua delicata;

E però già Merlin per fare amende

La fonte avea qua presso edificata,

Che fa lasciar ciò che a questa se prende,

Come io vi racontai quella giornata

Quando Ranaldo bevette alla fonte,

Ove Angelica poi n’ebbe tante onte.

 

60.

Or nel presente non se racordava

Più il cavallier di quel tempo passato,

Ma come aponto in su ‘l fiume arivava,

Essendo doloroso ed affannato,

Ché ogni percossa gran pena li dava,

Sopra alla ripa fu presto chinato,

E per gran sete il principe gagliardo

Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

 

61.

Bevuto avendo ed alciando la facia,

Da lui se parte ogni passata doglia,

Benché la sete perciò non se sacia,

Ma, più bevendo, più di bere ha voglia.

Lui di questa ventura Idio ringracia,

E standosi contento e con gran zoglia

Li torna nella mente a poco a poco

Che un’altra fiata è stato in questo loco;

 

62.

Quando, dormendo ne l’erba fiorita,

Con zigli e rose Angelica il svegliò,

E ricordosse che l’avea fuggita,

Dil che acramente se ripente mo.

De amor avendo l’anima ferita,

Vorebbe adesso quel che aver non pà´,

La bella dama, dico, in quel verziero,

Ché nel presente non ser’a s’ fiero.

 

63.

E biasmando la sua crudelitate

E le grande onte fatte a quella dama,

Tutte le amenta quante ne ha già usate,

E sé crudele e dispietato chiama.

Già la odà ¯ava poche ore passate,

Più che se stesso nel presente l’ama;

E tanta voglia ha dentro al core accolta,

Che và´l tornare in India un’altra volta.

 

64.

Sol per vedere Angelica la bella

Un’altra volta in India và´l tornare.

Venne a Baiardo per salire in sella,

Che poco longi il stava ad aspettare:

E cos’ andando vidde una donzella,

Ma non la potea ben rafigurare,

Perché era dentro al bosco ancor lontana,

Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

 

65.

Le chiome avea rivolte al lato manco,

E la cima increspata e sparta al vento;

Sopra de un palafren crinuto e bianco,

Che ha tutto ad à´r brunito il guarnimento,

Un cavallier gli stava armato al fianco,

Ne la sembianza pien de alto ardimento,

Che ha per cimero un Mongibello in testa,

Ritratto al scudo e nella sopravesta.

 

66.

Dico che quel barone ha per cimero

Una montagna che gettava foco;

E ‘l scudo e la coperta del destriero

Avean pur quella insegna nel suo loco.

Ora, cari segnori, egli è mestiero

Questa ragione abbandonare un poco,

Per accordar la istoria ch’è divisa:

Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

 

67.

Non lo abandona la donzella altiera,

Ma giorno e notte senza fine il caccia,

Né monte alpestro, né grossa riviera,

Né selva, né palude mai lo impaccia.

Ma Frontalate, la bestia legiera,

Li facea indarno seguitar tal traccia:

Quel bon destrier, che fu di Sacripante,

Come un uccello a lei fugge davante.

 

68.

Quindeci giorni già l’avea seguito,

Né d’altro che di fronde era pasciuta.

Il falso ladro, che è forte scaltrito,

Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;

Perché era tanto presto e tanto ardito,

Che ogni taverna che avesse veduta,

Dentro ve intrava e mangiava di botto,

Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

 

69.

E benché i teverneri e’ lor sergenti

Dietro li sian con orci e con pignate,

Lui se ne andava stropezando e denti,

E faceva a ciascun mille ghignate.

A le qual fare avea tanti argomenti,

Che donne spoletane o folignate,

Qual porton l’ovo da matina a cena,

Se avrian guardate da’ suoi tratti apena.

 

70.

E pur Marfisa sempre il seguitava,

Quando più longi, e quando più dapresso.

– Al ladro! al ladro! – sempre mai cridava,

E ciascun rispondeva: – Egli è ben desso. –

Ogniom di quel giotton se lamentava,

Perché e miglior boccon pigliava spesso,

E loro il menacciavan pur col dito.

Ora non più, ché il canto è qui finito.

 

 

CANTO DECIMOSESTO

 

1.

La bella istoria che cantando io conto,

Serà più dilettosa ad ascoltare,

Come sia il conte Orlando in Franza gionto

Ed Agramante, che è di là dal mare;

Ma non posso contarla in questo ponto,

Perché Brunello assai me dà che fare;

Brunello, il piccolin di mala raccia,

Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.

 

3.

Ed avea tolto il corno al conte Orlando,

S’ come io vi contai, quella matina,

E Balisarda, lo incantato brando

Che fabricato fu da Falerina;

E nel canto passato io dicea quando

Intrava quel giottone a ogni cucina,

Non aspettando a’ figatelli inviti,

Pigliando e grossi sempre e rivestiti.

 

4.

Come ha bevuto, sen porta la taccia,

E parli a ponto aver pagato l’oste

Con dir, quando sen va: – Bon pro vi faccia! –

Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste,

E de impiccarlo ogniora lo minaccia.

Quel mal strepon le fa ben mille poste:

Lasciandola appressar va lento lento,

Da poi la lascia e fugge come un vento.

 

5.

Quindeci giorni sempre era seguita,

Com’io vi dissi, la donzella acerba;

Ed era estremamente indebilita,

Perché de fronde si pasceva e de erba,

Ma pur volea pigliarlo alla finita.

Tanto ha sdegnoso il cor quella superba,

Che il segue in vano, e pur non se ne avede,

Essendo egli a destriero ed essa a piede,

 

5.

Perché al ronzon di lei mancò la lena,

E cadde morto alla sesta giornata.

Dapoi le gambe per tal modo mena

Cos’ come era del suo sbergo armata,

Che mai non usc’ veltra di catena,

Né mai saetta de arco fu mandata,

Né falcon mai dal cel discese a valle,

Che non restasse a lei dietro alle spalle.

 

6.

Ma per lunga fatica e debilezza

L’armatura che ha in dosso, assai gli pesa,

Onde se la spogliò con molta frezza,

Né teme che Brunel faccia diffesa.

Poi che ebbe posto giù quella gravezza,

S’ ratta se ne andava e s’ distesa,

Che più volte a Brunel fece spavento,

Benché ha il destrier che fugge come vento.

 

7.

Perché assai volte fo tanto vicina,

Che la credette in su la croppa avere;

Alor ne andava lui con gran roina,

Spronando il buon destriero a più potere.

Dietro lo segue la forte regina;

Ma nova cosa che ebbe ad apparere,

Sturbò Marfisa, che lo seguia forte,

E seguìto l’avria sino alla morte.

 

8.

Però che riscontrarno una donzella,

Che adagio ne ven’a sopra a quel piano,

Vestita a bianco e a meraviglia bella,

E seco un cavalliero a mano a mano.

Di lor vi contarò poi la novella,

Ché io vo’ seguire adesso l’Affricano,

Qual via fuggendo per monte e per valle

Sempre Marfisa aver crede alle spalle.

 

9.

Essa rimase ed ebbe gran travaglia,

Come a bell’agio vi vorò contare,

Benché tal briga fo senza battaglia.

Ma già Brunel non ebbe ad aspettare,

E sopra al bon destrier coperto a maglia

In pochi giorni fu gionto in su il mare;

E, trovato un naviglio a suo convegno,

In Africa passò senza ritegno.

 

10.

Dentro a Biserta gionse ad Agramante,

Quale adirato stava in gran pensiero,

Ché de le gente che ha adunate tante

Non và´l passare alcun senza Rugiero;

E lui guardato è da quel negromante,

Che mai de averlo non ser’a mestiero,

Né pur se può vedere il damigello,

Chi non ha pria de Angelica lo annello.

 

11.

Or gionse il ladro e menando gran festa

Avanti al re zoioso se appresenta;

E poi la bretta si trasse di testa,

E di contare il fatto se argumenta.

Ogni re grande e principe di gesta

Per ascoltare intorno se appresenta,

E lui dice ridendo a qual partito

Tolse a la dama quello annel di dito;

 

12.

Come di sotto al re de Circasia,

Non se accorgendo lui, tolse il destriero;

E di Marfisa, che fu tanto ria

Che il fece uscir più fiate del sentiero;

E de quel brando e del corno che avia

Tolto con tal prestezza a un cavalliero;

E l’altre cose ancor di ponto in ponto

Sin che davanti al re quivi era gionto.

 

13.

Avendo il suo parlar poscia compiuto,

Ad Agramante il bel corno donava,

Il qual fu incontinente cognosciuto,

Però che Almonte in Africa il portava;

Poi se sapea che Orlando l’avea avuto,

Onde forte ciascun meravigliava,

E l’un con l’altro assai di ciò contende.

Perciò Brunello a questo non attende,

 

14.

Ma pose al re quello annelletto in mano,

Qual fo con tal virtute fabricato,

Che a sua presenzia ogn’incanto era vano.

Il re Agramante in piede fo levato,

E in presenzia di tutti a mano a mano

Ebbe Brunello il ladro incoronato,

Donando a lui de Tingitana il regno,

Populi e terre ed ogni suo contegno.

 

15.

Questo reame allo estremo ponente

Da gente negra se vede abitare.

Or non se pose indugio di nà ¯ente,

Ma de Rugiero ogni om prese a cercare,

Il re Agramante e tutte le sue gente,

Né il re Brunello il volse abandonare;

E passando il deserto de l’arena

Gionsero un giorno al monte di Carena.

 

16.

Quella montagna è grande oltra misura

E quasi con la cima al celo ascende,

Al summo de essa ha una bella pianura,

Che cento miglia o quasi se distende,

De arbori ombrosa e di bella verdura;

Per mezo a quella un gran fiume discende,

Qual giù di monte in monte cade al piano,

E fa un bel porto al mar de l’oceano.

 

17.

A lato di quel fiume era un gran sasso,

Nel mezo di quel pian ch’io vi ho contato

Quasi alto un miglio dalla cima al basso,

De un mur di vetro intorno circondato;

Né da salirvi su si vedde il passo,

Perché tutto de intorno è dirupato,

Ma, per quel vetro riguardando un poco,

Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.

 

18.

Era il vago giardino in su la cima

De verdi cedri e di palme fronzuto.

Mulabuferso, ch’ivi è stato in prima

E non aveva il gran sasso veduto,

Incontinente prese per estima

Che per incanto ciò fosse avenuto,

E che lo incantator detto Atalante

L’avesse ascoso a gli occhi suoi davante.

 

19.

Ora per lo annelletto era scoperto,

Che a sua presenzia ogni incanto guastava,

Onde ciascun di lor tenne per certo

Che là Rugier di sopra dimorava.

Quando Atalante, quel vecchione esperto,

Vidde la gente che là su mirava,

Dolente for di modo entra in pensiero

De aver già perso il paladin Rugiero.

 

20.

E va de intorno e non sa che si fare

A ritenere il giovene soprano;

Sempre piangendo lo attende a pregare

Che non discenda in modo alcuno al piano.

Ma il re Agramante pur stava a mirare,

E tutti gli altri, quel gran sasso in vano;

Non sa che fare alcun, né che se dire:

L’ su senza ale non si può salire.

 

21.

Brunello, il novo re de Tingitana,

Poi che salire assai se fo provato,

E che sua forza e sua destrezza è vana,

Tanto era lisso quel vetro incantato,

Posesi alquanto in su la terra piana,

Ed avendo fra sé molto pensato,

Levossi in piedi e disse: – Iddio ne lodo,

Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.

 

22.

Ma bisogna che tutti me aiutati,

E che il mio dir sia fatto a compimento.

Cento di voi, s’ come seti armati,

Cominciareti insieme un torniamento,

E quanto più potete, vi provati

Mostrar alto valore ed ardimento,

Urtandovi l’un l’altro alla travaglia

Con trombe e corni, a guisa di battaglia. –

 

23.

Dicea ciascun: – Questa è cosa legiera! –

Ma non sapean comprender la cagione,

Onde, partiti a canto alla rivera,

Ciascun sotto sua insegna e suo penone,

Prima Agramante fece la sua schiera,

Che ciascuno era re, duca, o barone:

Cinquanta campà ¯oni usati a guerra

Sopra a destrier coperti insino a terra.

 

24.

Ma il re del Garbo e di Bellamarina,

E il franco re de Arzila e quel de Orano,

E il giovanetto re de Constantina,

Il re di Bolga con quel di Fizano,

Urtarno e lor destrieri a gran ruina

Contra Agramante con le spade in mano.

Cinquanta eran costor, né più né meno,

Ciascun de ardire e di prodezza pieno.

 

25.

E l’una e l’altra schiera a gran furore

Scontrarno insieme con molto fracasso,

Con cridi e trombe, e con tanto romore

Quanto caduto fosse il celo al basso.

La schiera de Agramante ebbe il peggiore,

Perché atterrati furno al primo passo

Da venti cavallier de la sua gente,

E de questi altri sette solamente.

 

26.

E quasi fu pigliata la bandiera,

Ch’era portata avanti al re di poco,

E s’ stretta era la sembraglia e fiera,

Che non mostrava, s’ come era, un gioco.

Sobrin di Garbo, la persona altiera,

Che ha per insegna e per cimero un foco,

Benché canuto sia forte il vecchione,

In quel tornero assembra un fier leone.

 

27.

Ma il re Agramante, che porta il quartero

Nel scudo e sopravesta azuro e d’oro,

Sopra di Sisifalto, il gran destriero,

Se muove furà ¯oso e dà tra loro.

Mulabuferso, quel forte guerrero,

Che regge de Fizano il tenitoro,

Fu da Agramante de uno urto percosso,

E cadde a terra col destrier adosso.

 

28.

Ed Agramante per questo non resta,

Ma per la schiera volta il gran ronzone,

E gionse Mirabaldo in su la testa,

E tramortito lo trasse de arcione.

Questo era re di Borga e di gran gesta:

La insegna di sua casa era un montone

Ritratto in campo bianco a bel lavoro;

Negro è il montone ed ha le corne d’oro.

 

29.

Lui cadde a terra, e il re non si rafina

Ferendo intorno e di furore acceso;

Il re Gualcioto di Bellamarina

De un colpo abatte alla terra disteso.

Questo nel scudo avea la colombina,

Con un ramo de oliva in bocca preso;

Bianca è la colombina e il scudo nero,

Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.

 

30.

Facea Agramante prove a meraviglia,

E benché sia da molti accompagnato,

Alcun già di prodezza nol simiglia.

Il re di Tremison gli era da lato,

Che al scudo d’oro ha la rosa vermiglia:

Alzirdo il campà ¯one è nominato;

E Folvo era con seco, il re di Fersa,

Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;

 

31.

Molti altri ancora che io non vo’ contare,

Che aspetto a dirli poi più per bell’agio:

E nomi e l’arme lor vo’ divisare,

Quando faranno in Francia il gran passagio.

Ma voglio nel presente seguitare

Del torniamento fatto al bel rivagio

Tra que’ re saracini a gran furore,

Ove mostra Agramante il suo valore.

 

32.

Alla sinistra e alla destra si volta,

E questo abatte e quello urta per terra,

Facendo col destriero aprir la folta,

E l’uno al braccio e l’altro a l’elmo afferra.

Tutta sua compagnia stava ricolta,

E lui soletto fa cotanta guerra:

Per dimostrar la sua fortezza ed arte

Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.

 

33.

E prese il re de Arzila nel cimiero,

Al suo dispetto lo trasse d’arcione;

E non ritrova re né cavalliero

Qual seco durar possa al parangone.

Stava nel sasso a riguardar Rugiero

Questa sembraglia, a lato a quel vecchione;

A lato a quel vecchion che l’ha nutrito,

Stava mirando il giovanetto ardito.

 

34.

Ma per l’altezza lontano era un poco

Ove quelle arme son meschiate al piano,

E per gran doglia non trovava loco,

Battendo e piedi e stringendo ogni mano;

Ed avea il viso rosso come un foco,

Pregando pure il negromante in vano

Che giù lo ponga, e ripregando spesso,

S’ che quel gioco più vegga di presso.

 

35.

– Deh, – diceva Atalante – filiol mio,

Egli è un mal gioco quel che và´i vedere!

Stati pur queto e non aver disio

Tra quella gente armata de apparere;

Però che il tuo ascendente è troppo rio,

E, se de astrologia l’arte son vere,

Tutto il cel te minaccia, ed io l’assento,

Che in guerra serai morto a tradimento. –

 

36.

Rispose il giovanetto: – Io credo bene

Che ‘l celo abbia gran forza alle persone;

Ma se per ogni modo esser conviene,

Ad aiutarlo non trovo ragione.

E se al presente qua forza mi tiene,

Per altro tempo o per altra stagione

Io converrò fornire il mio ascendente,

Se tue parole e l’arte tua non mente.

 

37.

Onde io ti prego che calar mi lassi,

S’ ch’io veda la zuffa più vicina,

O che io mi gettarò de questi sassi,

Trabuccandomi giù con gran roina;

Ché ognior ch’io vedo per que’ lochi bassi

S’ ben ferir la gente peregrina,

Serebbe la mia gioia e il mio conforto

Star seco un’ora, ed esser dapoi morto. –

 

38.

Veggendo il vecchio quella opinà ¯one,

Che gire ad ogni modo è destinato,

Andò di quel giardino ad un cantone,

Ove un picciol uscietto ha disserrato;

E menando per mano il bel garzone

Per una tomba discese nel prato,

A piè del sasso, a lato alla fiumana,

Ove si stava il re de Tingitana.

 

39.

Dico che il re Brunello alla riviera

Stava soletto ove il vecchio discese,

E come vidde il giovanetto in ciera,

Che sia Rugiero subito comprese.

Mirando il suo bel viso e la maniera,

La atta persona e l’abito cortese,

Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto,

Che era Rugiero il giovane di certo.

 

40.

E, preso Frontalate, il suo destriero,

Accorda il speronar bene alla briglia;

Onde quel, ch’era s’ destro e legiero,

Facea bei salti e grandi a meraviglia.

A ciò mirando il giovane Rugiero,

Tanto piacere e tanta voglia il piglia

De aver quel bel destrier incopertato,

Che del suo sangue avria fatto mercato.

 

41.

E pregava Atalante, il suo maestro,

Che gli facesse aver quel bon ronzone;

Or, per non vi tener troppo a sinestro,

E racontarvi la conclusà ¯one,

Benché Atalante avesse il core alpestro,

E dimostrasse con molta ragione

La sua misera sorte al giovanetto,

Perché e destrieri e l’arme abbia in dispetto,

 

42.

Lui tal parole più non ascoltava

Che ascolti il prato che ha sotto le piante,

Anci di doglia ognior si consumava,

Mostrando di morirse nel sembiante.

Onde a sua voglia il vecchio se piegava,

E come il re Brunel fu loro avante,

Dimandarno il destriero e guarnimento,

Per cambio di tesoro a suo talento.

 

43.

Il re, che fuor di modo era scaltrito,

Veggendo andare il fatto a suo disegno,

– Se l’à´r – dicea – del mondo fosse unito,

Non vi darebbi il mio destrier per pegno,

Però che un gran passaggio è stabilito,

Ove ogni cavallier d’animo degno,

Che desidri acquistar fama ed onore,

Potrà mostrare aperto il suo valore.

 

44.

Ora è venuta pur quella stagione

Che desidrava ciascun valoroso;

Or vederasse a ponto il parangone

Di chi và´l loda, e chi và´l stare ascoso.

Or si vedranno e cor de le persone,

Qual serà vile, e qual sia glorà ¯oso;

Chi restarà di qua, come schernito

Da’ fanciulletti fia mostrato a dito;

 

45.

Però che ‘l re Agramante và´l passare

Contra al re Carlo ed alla sua corona,

Tutto di velle è già coperto il mare,

La Africa tutta a furia se abandona.

Gionto è quel tempo che può dimostrare

Ciascun suo ardire e sua franca persona;

Ogni bon cavalliero a tondo a tondo

Farà di sé parlar per tutto il mondo. –

 

46.

Mentre che s’ parlava il re Brunello,

Rugier, che attentamente l’ascoltava,

Più volte avea cangiato il viso bello,

E tutto come un foco lampeggiava,

Battendo dentro al cor come un martello:

E ‘l re pur ragionando seguitava:

– Non se vidde giamai, né in mar né in terra,

Cotanta gente andare insieme a guerra.

 

47.

E già trentaduo re sono adunati:

Ciascun gran gente di sua terra mena;

Già sono e vecchi e’ fanciulletti armati,

Retien vergogna le femine apena.

Però, segnor, non vi meravigliati

Se il mio ronzon, che è di cotanta lena,

Non voglio darvi a cambio di tesoro,

Perché io nol venderebbi a peso d’oro.

 

48.

Ma se io stimassi che tu, giovanetto,

Restassi per destrier di non venire,

Insino adesso ti giuro e prometto

Che de queste armi ti voglio guarnire,

E donerotti il mio destriero eletto;

E so che certamente potrai dire,

Che ‘l principe Ranaldo o il conte Orlando

Non ha meglior ronzon né meglior brando. –

 

49.

Non stette il giovanetto ad aspettare

Che Atalante facesse la risposta,

Come colui che mille anni gli pare

Di esser sopra lo arcion senz’altra sosta,

E disse: – Se il destrier mi và´i donare,

Nel foco voglio intrare a ogni tua posta;

Ma sopra a tutto te adimando in graccia

Che quel che far si die’, presto si faccia;

 

50.

Ché là giù vedo quella gente armata,

Qual tanto ben si prova in su quel piano,

Che ogni atimo mi pare una giornata

Di trovarmi tra lor col brando in mano;

Onde io ti prego, se hai mia vita grata,

Damme l’armi e il destriero a mano a mano

Ché, se io vi giongo presto, e’ mi dà il core

O di morire, o de acquistare onore. –

 

51.

Il re rispose sorridendo un poco:

– Non si và´l far là giù destruzà ¯one,

Perché la gente che vedi in quel loco,

De Africa è tutta ed adora Macone.

Quello armeggiare è fatto per un gioco,

E sol si mena il brando di piattone;

Di taglio, né di ponta non si mena:

Ciò comandato è sotto grave pena. –

 

52.

– Damme pur il destriero e l’armatura, –

Dicea Rugiero – ed altro non curare,

Però che io ti prometto alla sicura

Che io saprò come loro il gioco fare.

Ma tu me indugiarai a notte oscura,

Prima che io possa a quel campo arivare.

Male intende colui che in tempo tiene,

Ché mezo è perso il don che tardi viene. –

 

53.

Odendo questo il vecchione Atalante,

Però che era presente a le parole,

Biastemava le stelle tutte quante,

Dicendo: – Il celo e la fortuna và´le

Che la fè di Macone e Trivigante

Perda costui, che è tra’ baroni un sole,

Che a tradimento fia occiso con pene;

Or sia cos’, dapoi che esser conviene. –

 

54.

Cos’ parlava forte lacrimando

Quel negromante, e con voce meschine

Dicea: – Fil’iolo, a Dio ti racomando! –

Poi se ascose l’ presso tra le spine.

Ma il giovanetto avea già cento il brando,

E guarnito era a maglie e piastre fine,

E preso al ciuffo il bon destriero ardito

Sopra lo arcion de un salto era salito.

 

55.

Il mondo non avea più bel destriero,

S’ come in altro loco io vi contai.

Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,

Più vaga cosa non se vidde mai.

E, mirando il cavallo e il cavalliero,

Se penarebbe a iudicare assai

Se fosser vivi, o tratti dal pennello,

Tanto ciascuno è grazà ¯oso e bello.

 

56.

Era il destrier ch’io dico, granatino:

Altra volta descrissi sua fazone.

Frontalate il nomava il saracino,

Qual lo perdette ad Albraca al girone;

Ma Rugier possa l’appellò Frontino,

Sin che seco fu morto il bon ronzone;

Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,

Avendo altro segnore ebbe altro nome.

 

57.

Quel che facesse il giovanetto fiero

Sopra questo ronzon di che vi conto,

E come sparpagliasse il gran torniero,

Quando nel prato subito fu gionto,

Più largo tempo vi farà mestiero,

Onde al canto presente faccio ponto;

E nel seguente conterovi a pieno

Come il fatto passò, né più né meno.

 

 

CANTO DECIMOSETTIMO

 

1.

Come colui che con la prima nave

Trovò del navicar l’arte e l’ingegno,

Prima alla ripa e ne l’onda suave

Andò spengendo senza vella il legno;

A poco a poco temenza non have

De intrare a l’alto, e poi, senza ritegno

Seguendo al corso il lume de le stelle,

Vidde gran cose e glorà ¯ose e belle;

 

2.

Cos’ ancora io fin qui nel mio cantare

Non ho la ripa troppo abandonata;

Or mi conviene al gran pelago intrare,

Volendo aprir la guerra sterminata.

Africa tutta vien di qua dal mare,

Sfavilla tutto il mondo a gente armata;

Per ogni loco, in ogni regà ¯one

è ferro e foco e gran destruzà ¯one.

 

3.

Assembrava in Levante il re Gradasso,

In Ponente Marsilio, il re di Spagna,

Che ad Agramante ha conceduto il passo,

Ed esso è in mezo giorno alla campagna.

Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,

La Francia, l’Inghilterra e la Allemagna;

Né Tramontana in pace se rimane:

Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

 

4.

Tutti vengono adosso a Carlo Mano

Da ogni parte del mondo, a gran furore;

Allor fia pien di sangue il monte e il piano,

E se odirà nel cel l’alto romore;

Ma nel presente io me affatico in vano,

Ché a questo fatto io non son gionto ancore,

E, volendol chiarire, egli è mestiero

Prima che io conti il tutto di Rugiero.

 

5.

Il qual lasciai in su il destriero armato,

Con Balisarda il bon brando al gallone,

Qua già fu con tale arte fabricato,

Che taglia incanto ed ogni fatasone;

Or, perché il fatto ben vi sia contato,

Che l’intendiati a ponto per ragione,

Quel torniamento de che vi contai,

Era nel prato più caldo che mai.

 

6.

Ché Pinadoro, il re de Constantina,

E il re di Nasamona, Pulà ¯ano,

Veggendo de Agramante la ruina,

Qual solo abatte la sua schiera al piano

(Ché il re di Bolga e di Bellamarina,

E quel d’Arzila con quel di Fizano,

Qual d’urto avea atterrato e qual di spada,

E ben tra gli altri se facea far strada;

 

7.

E la schiera di lui stava da lato,

Come tal fatto non toccasse a loro):

Onde e due franchi re ch’io v’ho contato,

Io dico Pulà ¯ano e Pinadoro,

Avendo il campo alquanto circondato,

Ferirno a tutta briglia tra costoro,

E ferno aprir per forza quella schiera,

Gettando a terra la real bandiera.

 

8.

Alla guardia di quella era Grifaldo

Re di Getula, e ‘l re de la Alganzera:

Bardulasto avea nome quel ribaldo,

Di cor malvaggio e di persona fiera.

Né l’un né l’altro al gioco stette saldo:

Fo lor squarciata in braccio la bandiera,

E fo Grifaldo tratto de l’arcione

Da Pulà ¯ano a gran confusà ¯one.

 

9.

E Bardulasto quasi tramortito

Fu per cadere anch’esso alla foresta;

Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,

A gran roina il gionse in su la testa;

Onde, al colpo diverso imbalordito,

Via ne ‘l porta il destriero a gran tempesta;

E Pinadoro a gli altri se disserra,

E questo abatte e quello urta per terra.

 

10.

Gionse alla fronte il forte re di Fersa,

Fiaccando sopra a l’elmo la corona,

Che ne andò a terra in più parte dispersa;

Poi verso Alzirdo tutto se abandona,

E tramortito al campo lo riversa.

Questo Alzirdo era re di Tremisona;

Gettollo a terra il re di Constantina,

Che sopra al campo mena tal roina.

 

11.

Fo costui figlio a l’alto re Balante,

Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,

Vago di faccia e di core arrogante,

Maggior del patre e più destro e più forte.

Ora la gente a lui fugge davante,

Né se ritrova alcun che se conforte

Di star con seco vol’untieri a faccia,

Ma come capre avante ogniom se caccia.

 

12.

Il re Agramante non era vicino,

Ed intendea di tal fatto nà ¯ente,

Però che avea afrontato il re Sobrino,

E quel se diffendeva arditamente;

Ma vidde di lontano il gran polvino

Che menava fuggendo la sua gente.

Fuggia sua gente a Pinadoro avante:

Forte turbosse in faccia il re Agramante,

 

13.

E rivoltato con la spada in mano

Ne l’elmo a Pinadoro un colpo lassa,

E tramortito lo distese al piano;

Ma, mentre che turbato avanti passa,

Gionse a lui nella coppa Pulà ¯ano,

E la coperta a l’elmo li fraccassa,

Scendendo s’ gran colpo in su le spalle,

Che quasi il pose del destriero a valle.

 

14.

Pur, come quel che avea soperchia lena,

Se tenne per sua forza nello arcione,

E verso Pulà ¯ano il brando mena,

E qui se cominciò l’aspra tenzone.

Or, mentre che ciascun più se dimena,

Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,

El re de Arzila, ch’era rimontato,

Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

 

15.

Adosso ad Agramante ogniom si serra,

E quando l’un promette, e l’altro dona,

Come fosse mortal l’odio e la guerra;

Pur che si possa, alcun non se perdona.

Tutto il cimiero avean gettato a terra

Ad Agramante e rotta la corona

Quei cinque re ch’io dissi; ogniom martella,

Cercando trarlo al fin for della sella.

 

16.

E certo l’avrian preso al suo dispetto,

A benché fosse s’ franco guerrero,

Ché avere a far con uno egli è un diletto,

Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.

Ora vi gionse il forte giovanetto,

Qual giù callava, io dico il bon Rugiero,

Che l’arme avea del re de Tingitana;

Callò la costa e gionse in su la piana.

 

17.

Come fo gionto, tutto se abandona

Ove stava Agramante a mal partito;

Frontino, il bon destrier, forte sperona

E dà tra loro il giovanetto ardito;

Gionse alla testa il re di Nasamona,

E fuor d’arcione il trasse tramortito,

E toccò dopo lui quel re Fizano;

S’ come al primo, lo distese al piano.

 

18.

Alto da terra volta il suo Frontino,

Che proprio un cervo a’ gran salti somiglia;

Alcun già non cognosce il paladino:

Che sia Brunello ogniom si meraviglia.

Ora ecco gionto ha d’urto il re Sobrino,

Correndo l’uno e l’altro a tutta briglia;

Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso,

Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

 

19.

Dopo lui pose a terra Prusà ¯one,

Quale era re de l’Isole Alvaracchie.

Come da l’aria giù scende il falcone,

E dà nel mezo a un groppo di cornacchie:

Lor, sparpagnate a gran confusà ¯one,

Cridando van per arbori e per macchie;

Cos’ tutta la gente in quel torniero

Fuggia davanti al paladin Rugiero.

 

20.

Il re de Arzila, io dico Bambirago,

Fu da Rugier colpito in su la testa;

Costui portava per cimiero un drago:

Con quel percosse il capo alla foresta.

Sempre più viene il giovanetto vago

Di ben ferire, e menando tempesta

Pose Tardoco e Marbalusto al piano,

L’un re de Alzerbe e l’altro re d’Orano.

 

21.

E Baliverzo, il re di Normandia,

Fo tratto dello arcione al suo dispetto.

Quando Agramante e gran colpi vedia,

Per meraviglia usciva de intelletto,

Ché ‘l re de Tingitana esser credia,

Per l’arme che avea indosso il giovanetto;

Ma prima nol tenea gagliardo tanto,

Or ben li dava di prodezza il vanto.

 

22.

Perché sappiati il fatto ben compito,

Ordinato è il torniero a tal ragione,

Che non poteva alcuno esser ferito,

Menando tutti e brandi de piatone,

Ed altrimente a morte era punito

Chiunque facesse al gioco fallisone.

Di taglio né di ponta alcun non mena:

Sapea Rugiero e l’ordine e la pena.

 

23.

Però menava sol di piatto il brando,

E gionse il fio d’Almonte, Dardinello,

Che portava il quarter s’ come Orlando,

E for de arcion lo trasse a gran flagello.

Dicea Agamante: – A Dio mi racomando,

Ch’io non credetti mai che quel Brunello

Un regno meritasse per valore:

Ma ben serebbe degno imperatore. –

 

24.

Queste parole diceva Agramante,

E stavasi da parte a riguardare

E colpi orrendi e le prodezze tante,

Quanto potesse alcuno imaginare.

Ecco Rugiero abatte a lui davante

Argosto, che armiraglio era del mare,

Argosto de Marmonda, il pagan fiero,

Che avea il timone a l’elmo per cimiero.

 

25.

Gionse Arigalte, il re de l’Amonia,

E ‘l re de Libicana, Dudrinasso,

E seco Manilardo in compagnia,

Re di Norizia, e mena gran fraccasso.

Eran costoro il fior de Pagania,

Che non curavan tutto il mondo uno asso;

Veggendo che colui fa tanta guerra,

Se destinà ¢r di porlo al tutto in terra.

 

26.

Ciascun percosse il giovanetto franco,

Ma lui trasse Arigalte de la sella,

Qual porta senza insegna il scudo bianco,

E per cimero un capo di donzella.

Al primo colpo non parbe già stanco,

Ché Dudrinasso s’ forte martella,

Che gli roppe ‘l cimero e la corona,

E tramortito a terra lo abandona;

 

27.

Ed avantosse contra a Manilardo,

Né più de’ primi fu questo diffeso;

Benché tra gli altri assai fusse gagliardo,

Rimase allora in su il prato disteso.

Quando Agramante a ciò fece riguardo,

Fu ben de invidia grande al core acceso,

Che un altro avesse più di lui valore,

Stimando assai per questo esser minore.

 

28.

E destinato veder se Brunello

Potesse il campo contra a lui durare,

Mossese ratto, che parbe uno uccello.

Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,

E gionse di traverso il damigello,

E quasi il fece a terra trabuccare;

Ma pur se tenne nello arcion apena,

Presto se volta ad Agramante e mena.

 

29.

Era il cimero e la insegna reale

Tre fusi da filare e una gran rocca;

Rugier, che gionse il re sopra al frontale,

Roppe le fuse e a terra lo trabocca.

A’ soi sequaci ciò parbe gran male,

Onde ciascuno il giovanetto tocca:

Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,

Ciascun quanto più pà´, mena a due mano.

 

30.

Quel Sorridano è re della Esperia,

Ove il gran fiume Balcana discende,

Qual crede alcun che il Nil d’Egitto sia,

Ma chi ciò crede, poco se n’intende.

Or questi tre che io dissi, tuttavia

Ciascun quanto più pà´ Rugiero offende;

Chi di qua chi di là mena tempesta,

L’un per le braccie e l’altro per la testa.

 

31.

Voltosse verso Alzirdo il pro’ Rugiero,

E quel fer’ de un colpo s’ diverso,

Che a gambe aperte il trasse del destriero;

Poi mena a Sorridano un gran roverso,

E lui distese s’ come il primiero.

Allor fu Bardulasto tutto perso,

Né gli bastando d’affrontarsi il core

Venne alle spalle il falso traditore;

 

32.

E fer’ de una ponta nel costato

Quel franco giovanetto a tradimento.

Quando Rugier si sente innaverato,

Forte adirosse e non prese spavento;

E verso Bardulasto rivoltato,

Lo vidde ritornar di mal talento

Per donarli la morte a l’altro tratto;

Ma non andò come credette il fatto.

 

33.

Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero,

Non lo sofferse di guardare in faccia,

Che era in sembianza s’ turbato e fiero,

Che par che al mondo e ‘l cel tutto minaccia;

Onde esso, rivoltato il suo destriero,

Fuggendo avante a lui si pose in caccia.

Rugiero il segue, e sembra una saetta,

Cridando: – Volta! volta! Aspetta! aspetta! –

 

34.

Ma quel, che non volea ponto aspettare,

Giva ad un bosco assai quindi vicino,

Credendo di nascondersi e campare;

Ma troppo corridore era Frontino.

Non valse a Bardulasto il speronare,

Ché presso al bosco il gionse il paladino,

Là dove al suo dispetto essendo gionto,

Venne animoso a quello estremo ponto;

 

35.

E rivoltato con molto furore

Menò più colpi in vano al giovanetto,

Ma durò la battaglia poco d’ore,

Ché presto fu partito insino al petto.

Cos’ il re de Algazera traditore

Rimase morto a canto a quel boschetto;

Rugier, spargendo il sangue for del fianco,

A poco a poco quasi ven’a manco.

 

36.

Ma per pigliare a ciò rimedio e cura

Tornava al sasso dove era Atalante,

Il qual sapea de l’erbe la natura

E le virtute e l’opre tutte quante;

Onde di cavalcar ben se procura

Per ritrovarsi presto a lui davante,

Ché tanto la ferita lo adolora,

Che non bisogna far lunga dimora.

 

37.

Cos’ ne andò Rugier, che era ferito;

E gli altri che restarno al torniamento,

Non se accorgevan che fosse partito,

Tanto gli avea percossi alto spavento.

Ma il re Agramante tutto sbigotito

A destrier rimontò con gran tormento,

Perché avea di vergogna un tal sconforto,

Che avria pena minore ad esser morto.

 

38.

Or lasciamo costor tutti da parte,

Ché nel presente ne è detto a bastanza,

Però che il conte Orlando e Brandimarte

Mi fa bisogno di condurli in Franza,

Accioché queste istorie che son sparte,

Siano raccolte insieme a una sustanza;

Poi seguiremo un fatto tanto degno

Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

 

39.

Andava Brandimarte e il conte Orlando

Per ritrovare Angelica al girone,

S’ come io vi contava alora quando

Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone;

Or là ritorno e dico, seguitando,

Che in diversi paesi e regà ¯one

Per aventure strane ebber che fare,

Come io vi voglio a ponto racontare.

 

40.

Insieme cavalcando una matina;

In India, se trovarno ad un gran sasso,

Ove presso a una fonte una regina

Tenea piangendo forte il viso basso;

Sopra ad un ponte che quivi confina,

Guardava un cavalliero armato il passo.

Fermà ¢rsi e duo baron, pur con pensiero

Di aver battaglia con quel cavalliero.

 

41.

Ma ciascun d’essi, io dico il paladino

E Brandimarte, in prima volea gire;

E, standosi in contesa, un peregrino

Col suo bordone in man vedon venire.

Quel mostrava aver fatto un gran camino,

E passandosi via senz’altro dire,

Più non pensando, al ponte se ne entrava,

Ma il cavallier di là forte cridava:

 

42.

– Tòrnati adietro, se non và´i morire,

Tòrnati adietro, – cridava – poltrone,

Ché non è cavallier di tanto ardire,

Qual commettesse questa fallisone!

Se tu non torni, io te farò partire

Con s’ fatto combiato, vil giottone,

Che mai non vederai ponte né sasso

Qual non te torni a mente questo passo. –

 

43.

Il peregrin, mostrandosi tapino,

Dicea: – Baron, per Dio! lasciami andare,

Ch’io aggio un voto al tempio de Apollino,

Il quale è in Sericana a lato al mare.

Se un altro ponte qua fosse vicino,

Ove questa acqua si possa vargare,

E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;

Se non, qua passar voglio ad ogni modo. –

 

44.

– Come a ogni modo”, schiuma di cucina! –

Rispose il cavallier forte adirato,

E verso lui se mosse con ruina,

Per averlo del ponte trabuccato;

Ma il peregrin, gettando la schiavina,

Di sotto si scoperse tutto armato;

Lasciando andare a terra il suo bordone,

Trasse con furia un brando dal gallone.

 

45.

E’ non se vidde mai livrer né pardo,

Il qual levasse s’ legiero il salto,

Come faceva il peregrin gagliardo,

E quanto il cavallier sempre è tanto alto.

Né questo a quello avea ponto riguardo,

Ma con feroce e dispietato assalto

L’un l’altro avea ferito in parte assai,

E pur van drieto e non s’arrestan mai.

 

46.

Il cavallier smontato era de arcione,

Temendo che il destrier gli fosse occiso,

E, se non fosse s’ forte barone,

Dal peregrin ser’a stato conquiso.

Ciò riguardando il figlio di Melone

E Brandimarte, fo ben loro aviso

Non aver visti al mondo duo guerrieri

Che sian de questi più gagliardi e fieri.

 

47.

E benché a ciascun d’essi un’altra volta

Sembri aver visto il peregrino altronde,

Lo abito strano e la gran barba e folta

Non gli lascia amentare il come o il donde.

Or la battaglia è ben stretta e ricolta,

Né abatte il vento s’ spesso le fronde,

Né si spessa la neve o pioggia cade,

Come son spessi e colpi de le spade.

 

48.

Il peregino ognior del ponte avanza,

Come colui che a meraviglia è fiero,

Ed era de alto ardire e gran possanza,

Onde avea già ferito il cavalliero

Nel braccio, nella testa e nella panza,

S’ che ritrarsi gli facea mestiero;

E benché ancor mostrasse ardita fronte,

Pur se ritrava abandonando il ponte.

 

49.

Era di là dal ponte una pianura

Intorno al sasso di quella fontana;

Quivi era un marmo de una sepoltura,

Non fabricata già per arte umana,

E sopra, a lettre d’oro, una scrittura,

La qual dicea: ‘ Bene è quella alma vana,

Qual s’invaghise mai del suo bel viso;

Quivi è sepolto il giovane Narciso.’

 

50.

Narciso fu in quel tempo un damigello

Tanto ligiadro e di tanta bellezza,

Che mai non fu ritratta con pennello

Cosa che avesse in sé cotal vaghezza;

Ma disdegnoso fu come fu bello,

Però che la beltate e l’alterezza

Per le più volte non se lascian mai,

Dil che perita è gran gente con guai:

 

51.

S’ come la regina de Orà ¯ente

Amando il bel Narciso oltra misura,

E trovandol crudel s’ de la mente,

Che di sua pieta o di suo amor non cura,

Se consumava misera, dolente,

Piangendo dal matino a notte oscura,

Porgendo preghi a lui con tal parole,

Che arian possanza a tramutare il sole.

 

52.

Ma tutte quante le gettava al vento,

Perché il superbo più non l’ascoltava

Che aspido il verso de lo incantamento,

Onde ella a poco a poco a morte andava,

E gionta infin allo ultimo tormento

Il dio d’Amore e tutto il cel pregava,

Ne gli estremi sospir piangendo forte,

Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

 

53.

E ciò gli avenne, però che Narciso

Alla fontana, de che io ve contai,

Cacciando un giorno fo gionto improviso,

E corso avendo dietro a un cervo assai,

Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,

Il qual veduto non avea più mai;

E cadde, riguardando, in tanto errore,

Che de se stesso fu preso d’amore.

 

54.

Chi od’ giamai contar cosa s’ strana?

O iustizia de Amor, come percote!

Or si sta sospirando alla fontana,

E brama quel che avendo aver non pote.

Quell’anima che fu tanto inumana,

A cui le dame ingenocchion devote

Si stavano adorar come uno Dio,

Or mor de amore in suo stesso desio.

 

55.

Esso, mirando il suo gentile aspetto,

Che di beltate non avea pariglio,

Se consumava di estremo diletto,

Mancando a poco a poco, come il ziglio

O come incisa rosa, il giovanetto,

Sin che il bel viso candido e vermiglio

E gli occhi neri e ‘l bel guardo iocondo

Morte distrusse, che destrugge il mondo.

 

56.

Quindi passava per disaventura

La fata Silvanella a suo diporto,

E dove adesso è quella sepoltura

Iacea tra’ fiori il giovanetto morto.

Essa, mirando sua bella figura,

Prese piangendo molto disconforto,

Né se sapea partire; e a poco a poco

Di lui s’accese in amoroso foco.

 

57.

Benché sia morto, pur di lui s’accese,

Avendo di pietate il cor conquiso,

E l’ vicino a l’erba se distese,

Baciando a lui la bocca e il freddo viso,

Ma pur sua vanitate al fin comprese,

Amando un corpo dal spirto diviso,

E la meschina non sa che si fare:

Amar non và´le, e pur conviene amare.

 

58.

Poi che la notte e tutto l’altro giorno

Ebbe la fata consumato in pianto,

Un bel sepolcro di marmoro adorno

In mezo il prato fece per incanto;

Né mai poi se partitte ivi de intorno,

Piangendo e lamentando, infino a tanto

Che a lato alla fontana in tempo breve

Tutta se sfece, come al sol la neve.

 

59.

Ma per aver ristoro o compagnia

A quel dolor che a morte la tirava,

Struggendosi de amor, fu tanto ria,

Che la fontana in tal modo affatava,

Che ciascun, qual passasse in quella via,

Se sopra a l’acqua ponto rimirava,

Scorgea là dentro faccie di donzelle,

Dolce ne gli atti e grazà ¯ose e belle.

 

60.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,

Che chi le vede, mai non può partire,

Ma in fin convien che amando se disfazia,

Ed in quel prato è forza de morire.

Ora ivi arivò già per sua disgrazia

Un re gentile, accorto e pien d’ardire,

Quale era in compagnia de una sua dama:

Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

 

61.

Essendo questo alla fonte arivato,

E dello incanto non essendo accorto,

Per la falsa sembianza fu ingannato,

E sopra l’erbe ivi rimase morto.

La dama, che l’avea cotanto amato,

Abandonata de ogni suo conforto,

Si pose a lacrimare in quella riva,

E star si và´le insin che serà viva.

 

62.

Questa è la dama che piangeva al sasso,

E il ponte al cavallier facea guardare,

Accioché ogni altro che arivava al passo

Non se potesse a quel fonte mirare.

Da poi che il suo Larbin dolente e lasso

Per quello incanto vidde consumare,

Pietà gli prese de ogni altra persona,

E stassi al fonte, e mai non l’abandona.

 

63.

E questa istoria, quale io v’ho contata,

Del bel Narciso e di sua morte strana,

Lei tutta la narrò, come era stata,

Al conte Orlando presso alla fontana,

Poscia che vidde la disconsolata

Alla battaglia orribile e inumana

Quel franco peregrino esser s’ forte,

Che al suo barone avria dato la morte.

 

64.

Temendo che sia morto il suo barone,

Aiuto o pace dimandava al conte,

Mostrando a lui che per compassà ¯one

De ogni altra gente fa guardare il ponte;

Onde a bona drittura di ragione

Non debbe il cavallier ricevere onte,

Qual non dimora là per fellonia,

Ma per campare altrui da morte ria.

 

65.

Cognosce il conte che ella dice il vero,

Però ben presto se trasse davante,

E tra quel peregrino e il cavalliero

Spartì la fiera zuffa in uno istante;

Poi, riguardando a lor con più pensiero,

Cognobbe che l’uno era Sacripante

E l’altro, che in più parte fu ferito,

Era Isolieri, il giovanetto ardito;

 

66.

Qual, per guardare a Calidora il passo,

Insin di Spagna a l’India era venuto,

Che pur pensando al gran camin son lasso;

Amor l’avea condutto e ritenuto.

Ma Sacripante andava al re Gradasso,

Da Angelica mandato per aiuto,

Come io vi dissi alora che Brunello

A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

 

67.

Alor contai come prese il camino:

Non so se a ponto ben lo ricordati,

Che l’abito pigliò di peregrino.

Avendo già più regni oltra passati,

Gionse alla fonte in su questo confino.

Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,

Se alcun de voi de odire ha pur talento,

Ne l’altro canto io lo farò contento.

 

 

CANTO DECIMOTTAVO

 

1.

Fo glorà ¯osa Bertagna la grande

Una stagion per l’arme e per l’amore,

Onde ancora oggi il nome suo si spande,

S’ che al re Artuse fa portare onore,

Quando e bon cavallieri a quelle bande

Mostrarno in più battaglie il suo valore,

Andando con lor dame in aventura;

Ed or sua fama al nostro tempo dura.

 

2.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,

Ma a quella prima non fo sembà ¯ante,

Benché assai fosse ancor robusto e forte,

Ed avesse Ranaldo e ‘l sir d’Anglante.

Perché tenne ad Amor chiuse le porte

E sol se dette alle battaglie sante,

Non fo di quel valore e quella estima

Qual fo quell’altra che io contava in prima;

 

3.

Però che Amore è quel che dà la gloria,

E che fa l’omo degno ed onorato,

Amore è quel che dona la vittoria,

E dona ardire al cavalliero armato;

Onde mi piace di seguir l’istoria,

Qual cominciai, de Orlando inamorato,

Tornando ove io il lasciai con Sacripante,

Come io vi dissi nel cantare avante.

 

4.

Dapoi che il conte intese dove andava

Re Sacripante, ed ove era venuto,

E come in tema Angelica si stava

Non aspettando d’altra parte aiuto,

Il franco cavallier ben sospirava,

E tutto se cambiò nel viso arguto;

E senza fare al ponte altro pensiero,

Calidora lasciò con Isoliero.

 

5.

E Sacripante prese la schiavina

E la tasca e il cappello e il suo bordone;

Al re Gradasso via dritto camina.

Ma torno adesso al figlio di Melone,

Che cavalcando gionse una matina

Con Brandimarte ad Albraca il girone;

Ma non san come far quivi l’intrata,

Cotanta gente intorno era acampata.

 

6.

Torindo, il re de’ Turchi, e ‘l Caramano

Quivi era in campo, e ‘l re di Santaria

E Menadarbo, il quale era Soldano,

Che tenne Egitto e tutta la Soria;

Coperto era a trabacche e tende il piano:

Non se vidde giamai tanta genia;

Solo adunata è quella gente fella

Per donar pena e morte a una donzella.

 

7.

Ma chi per una e chi per altra iniuria

Intorno a quella dama era attendato;

Torindo il Turco menava tal furia

Per Trufaldino, il qual fo spregionato;

E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia,

Però che fo gran tempo inamorato

De Angelica la bella; e sempre mai

Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.

 

8.

Onde l’amore avea in odio rivolto,

E sol per disertarla venuto era.

Veggendo Orlando il gran popolo accolto,

Che avea coperto il piano e la costiera,

Benché egli ardisse e disà ¯asse molto

Di far battaglia più che vol’untiera,

Tanto vedere Angelica li piace

Che provar volse di passare in pace.

 

9.

Però se ascose in un bosco vicino,

E là si stette insino a notte oscura,

Poi, come quel che ben sapea il camino,

Intrò dentro alla rocca alla sicura.

Quando la dama vidde il paladino,

Di tutto il mondo ormai non ha più cura;

Non dimandati se ella ebbe conforto,

Perché certo credea che ‘l fusse morto.

 

10.

Molte fà´r le carezze e l’accoglienza

Che Angelica li fece a quel ritorno.

Il conte di narrarle indi comenza

Poscia che se partitte il primo giorno,

Insin che è gionto nella sua presenza;

Come trovò Marfisa e perse il corno,

E de Origille quelle beffe tante,

Sin che in prigion lo pose Manodante;

 

11.

Come Ranaldo quindi era partito

Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone;

E ciò che prima e poscia era seguito

Li disse Orlando a ponto per ragione.

La dama, benché il tutto avesse odito,

Pure ascoltando che il figlio d’Amone

Era tornato in Franza al suo paese,

De rivederlo ancor tutta se accese.

 

12.

Onde cominciò il conte a confortare,

Mostrando a lui per diverse cagione

Come doveva in Francia ritornare;

E che ormai più dentro a quel girone

Non è vivanda che possa durare,

S’ che star non vi può lunga stagione,

Ed è bisogno aritrovar rimedio

Onde si campi for di quello assedio.

 

13.

E che ella seco ne volea venire,

Ove ad esso piacesse, in ogni loco.

Or quivi non fu già molto che dire,

Né il conte vi pensò troppo né poco;

Ma quella notte se ebbero a partire,

E nella rocca in molte parte il foco

Lasciarno, che alle torre e nei merli arda,

Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.

 

14.

E poi per l’aria scura e tenebrosa

Tutto passarno senza impaccio il campo;

Ma possa che ogni stella fu nascosa,

E del giorno vermiglio apparbe il lampo,

Non gli coprendo ormai la notte ombrosa,

Piglià ¢r rimedio ed ordine al suo scampo:

Tutta lor compagnia forse è da venti,

Tra dame e cavallieri e lor sargenti.

 

15.

E questa alora tutta se disparte,

Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando;

Rimase Fiordelisa e Brandimarte

Ed Angelica bella e il conte Orlando.

Or questi quattro se trasse da parte,

E tutto il giorno appresso cavalcando

Ne andarno insino a l’ora della nona

Senza trovare impaccio de persona.

 

16.

Essendo alora il giorno riscaldato,

Ciascadun de essi del destrier discese

Sotto l’ombra de un pin, ad un bel prato,

Ma non che se spogliasse alcun l’arnese;

E, stando il conte e Brandimarte armato,

Né temendo ormai più de altre offese,

Stavano ad agio parlando d’amore,

Quando a sue spalle odirno un gran rumore.

 

17.

Onde levati, un poco di lontano

Videro una gran gente a belle schiere,

Che via ne vien distesa per il piano,

Ed ha spiegato al vento le bandiere.

Questo era Menadarbo, il gran Soldano,

E ‘l re de’ Turchi e l’altre gente fiere,

Che avean l’assedio a quella rocca intorno,

Anci l’han presa ed arsa pur quel giorno.

 

18.

Perché, essendo aveduti la mattina

Che più persona non era in quel loco,

Intrarno tutti dentro con roina,

La bella rocca abandonarno in foco;

Poi Menadarbo al tutto se destina

Aver la dama e di farli un mal gioco,

E Torindo gli è dietro e ‘l Caramano,

E tutti gli altri poi di mano in mano.

 

19.

Quando se accorse Orlando de la gente

Che ratta ne ven’a per la pianura,

Turbosse for di modo nella mente,

Però che de le dame avea paura;

Ma Brandimarte se cura nà ¯ente,

Anci diceva al conte: – Or te assicura

Che, piacendoti far quel che io te dico,

Quella canaglia non estimo un fico.

 

20.

Io ho, come tu vedi, un bon destriero,

Quanto alcun altro che n’abbia il Levante,

E non è tra costor già cavalliero,

Che ad un per uno io non li sia bastante.

Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero;

Tu con le dame passarai avante,

Io con parole e fatti s’ faraggio

Che prenderai andando alcun vantaggio. –

 

21.

A benché il conte cognoscesse a pieno

Che quello è vero e bon provedimento

Qual dice Brandimarte, nondimeno

Lo abandonarlo parria mancamento;

Ma pur rivolse ne la fine il freno,

Per far di questo quel baron contento;

In mezo a le due dame avanti passa,

E Brandimarte in su quel prato lassa.

 

22.

La gente sterminata ne ven’a

Per la campagna senza alcun riguardo;

Secondo che il destrier ciascun avia,

Chi giongeva più presto, e chi più tardo;

Ma avanti a gli altri il re di Satalia

Ven’a, broccando un gran ronzon leardo;

Sopra la briglia già non se ritiene,

Più de una arcata avanti a gli altri viene.

 

23.

Sembrava proprio al corso una saetta

Quel re, che era appellato Marigotto;

E Brandimarte stava alla vedetta.

Come lo scorse ben, disse di botto:

Costui ha di morire una gran fretta,

Ché avanti a gli altri và´l pagare il scotto.”

Cos’ dicendo e crollando la testa

Sprona il destriero e la sua lancia arresta.

 

24.

E Marigotto fece il simigliante:

Verso di questo venne, e l’asta abassa;

Ma Brandimarte, che ‘l gionse davante,

Dopo alle spalle con la lancia il passa;

E d’urto dapoi gionse lo afferante,

E con ruina a terra lo fraccassa,

Là dove Marigotto e ‘l suo ronzone

Ne andarno in fascio, a gran destruzà ¯one.

 

25.

Già Brandimarte avea sua spata tratta,

E dà tra gli altri senza alcun riparo.

Oh come bene intorno se sbaratta,

Facendo de lor pezzi da beccaro!

Onde alla gente che ven’a s’ ratta,

Cominciava il terreno a parer caro,

E non mostrano ormai cotanta fretta,

Ché più che vol’untier l’un l’altro aspetta.

 

26.

Ma Menadarbo vi gionse, adirato

Che un sol barone arresti tanta gente,

E stringendo la lancia al destro lato

Ne vien spronando il suo destrier corrente;

E colse Brandimarte nel costato,

Ma de arcione il piegò poco o nà ¯ente:

La lancia rotta in pezzi cade a terra,

E Brandimarte adosso a lui si serra.

 

27.

Levando alto a due mano il brando nudo,

Mena con furia al mezo della testa.

Or lui coperto avea l’elmo col scudo:

Né l’un né l’altro quel gran colpo arresta,

Ché il scudo e l’elmo ruppe il brando crudo,

E cadde Menadarbo alla foresta,

Partito dalla fronte insino ai denti;

Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

 

28.

Ma non di manco gli stavano intorno,

E chi lancia da longi e chi minaccia.

Poco gli stima il cavalliero adorno,

Ed ora questi ed or quelli altri caccia;

Cos’ gran parte è passata del giorno,

Perché la gente che seguia la traccia

Crescendo ne ven’a di mano in mano:

Ecco gionto è Torindo e il Caramano.

 

29.

Prima gionse Torindo a gran baldanza:

Con l’asta bassa Brandimarte imbrocca,

E spezzò sopra al scudo la sua lanza;

Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,

E quasi lo partì insino alla panza,

E dello arcione a terra lo trabocca.

Vedendo quel gran colpo il Caramano

Volta il destriero e fugge per il piano.

 

30.

Ma quel fuggire avria poco giovato,

Se non avesse avuto a volar piume.

Venne la notte, e il giorno era passato,

Né per quel loco si vedea più lume;

E ‘l Caramano avanti era campato,

Natando per paura un grosso fiume;

Poi molte miglia per le selve ombrose

Andò fuggendo ed al fin se nascose.

 

31.

E Brandimarte, che l’avea seguito

Cacciando a tutta briglia il suo destriero,

Dapoi che vide ch’egli era fuggito

E che a pigliarlo non era mestiero,

Guardando al prato dove era partito

Non vi sa più tornare il cavalliero,

Perché la notte che ha scacciato il giorno

Avea oscurato per tutto d’intorno.

 

32.

Intrato adunque per la selva alquanto,

E non sapendo mai di quella uscire,

Smontò di sella e trassese da un canto,

Sopra alle fronde se pose a dormire;

Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,

Qual quindi presso li parve de odire,

E sembrava la voce de una dama,

Che a Dio mercede lacrimando chiama.

 

33.

Chi sia la dama qual mena tal guai,

Poi oderiti stando ad ascoltare.

Ma sia de Brandimarte detto assai,

Ché al conte Orlando mi convien tornare,

Il qual, partito come io vi contai,

Verso Ponente prese a caminare,

Né passato era avanti oltre a sei miglia,

Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

 

34.

Però che, intrato essendo in duo valloni,

Chinandosi già il sole in ver la sera,

Trovò sopra a que’ sassi e Lestrigioni,

Gente crudele e dispietata e fiera.

Costoro han denti ed ungie de leoni,

Poi son come gli altri omini alla ciera,

Grandi e barbuti e con naso di spana:

Bevono il sangue e mangian carne umana.

 

35.

Il conte entrato gli vede a sedere

Ad una mensa che è posta tra loro,

E sopra quella da mangiare e bere,

Con gran piatti d’argento e coppe d’oro.

Come ciò scorse Orlando, a più potere

Sprona il ronzon per giongere a costoro,

E ben seguìto lo tenean le dame,

Ché l’una più che l’altra ha sete e fame.

 

36.

Via van trottando per giongere a cena,

Ma prestamente fia ciascuna sacia.

Or vanne il conte, e con faccia serena

A que’ ribaldi disse: – Pro vi facia.

Poi che fortuna a tale ora mi mena

In questo loco, prego che vi piacia

Per li nostri dinari, o in cortesia,

Che siamo a cena vosco in compagnia. –

 

37.

Il re de’ Lestrigoni, Antropofàgo,

Odendo le parole levò il muso.

Questo avea gli occhi rossi come un drago,

E tutto di gran barba il viso chiuso;

De veder gente occisa è troppo vago,

Come colui che tutto il tempo era uso

Matina e sera di farne morire,

Per divorarli e il suo sangue sorbire.

 

38.

Quando costui od’ il conte parlare,

Veggendolo a destriero e bene armato,

Dubitò forse nol poter pigliare,

Onde li fece loco a sé da lato,

Pregando che volesse dismontare;

Ma il conte aveva già deliberato,

Se lo invitasse, de accettar lo invito,

Se non, pigliar da cena a ogni partito.

 

39.

Onde discese de il destriero al basso,

Ma non se assetta, le dame aspettando,

Le qual venian però più che di passo.

Ora od’ il conte lor, che mormorando

Dicevan l’uno a l’altro: – Egli è ben grasso. –

E quel rispose: – Io nol so, se non quando

Io il vedo a rosto, o ver quand’io l’attasto;

E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. –

 

40.

Non attendeva Orlando a tal sermone,

Come colui che alle dame guardava,

Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone

Da mensa pianamente se levava,

E, preso avendo in mano un gran bastone,

Venne alle spalle del conte di Brava,

E sopra l’elmo ad ambe mano il tocca,

S’ che disteso a terra lo trabocca.

 

41.

Molti altri se aventarno anco di fatto

Verso le dame dai visi sereni,

Perché volevan tutti ad ogni patto

Aver di quella carne e corpi pieni;

Ma lor, che se smarirno di quello atto,

Voltarno incontinente i palafreni,

E l’una in qua e l’altra in là fuggiva;

La mala gente apresso le seguiva.

 

42.

Givan piangendo e lamentando forte

Le damigelle con molta paura,

E, non essendo nel paese scorte,

Andarno errando per la selva oscura.

Tornamo al conte, che è presso alla morte:

Già tratta gli han di dosso l’armatura,

E non è ancora in sé ben rinvenuto

Per il gran colpo che ha nel capo avuto.

 

43.

Antropofàgo, il re crudo e superbo,

Gli pose adosso il dispietato ungione,

Dicendo a gli altri: – Questo è tutto nerbo:

Da gli occhi in fora non c’è un buon boccone. –

Sentendo Orlando lo attastare acerbo,

Per quella doglia usc’ de stordigione,

E saltò in piede il cavallier soprano;

Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.

 

44.

Dietro gli è il re con molti Lestrigoni,

Cridando a ciascadun ch’e passi chiuda;

Chi gli tra’ sassi, e chi mena bastoni:

Tutta gli è adosso quella gente cruda,

Né lo lascia partir de que’ cantoni.

Ora ecco ha vista Durindana nuda,

Che avean lasciata quei ribaldi a terra;

Ben prestamente il conte in man l’afferra.

 

45.

Quando se vidde la sua spada in mano,

Pensati pur tra voi se il fo contento.

Ove se imbocca quel vallone a piano,

Eran firmati di costor da cento,

Tutti di viso ed abito villano;

Né scudo o brando o altro guarnimento,

Ma pelle d’orsi e di cingiali in dosso

Avea ciascun, e in mano un baston grosso.

 

46.

Il conte Orlando tra costor se caccia,

Menando il brando a dritto ed a roverso,

E l’un getta per terra, e l’altro amaccia,

Questo per lungo e quel taglia a traverso;

Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,

Ma quel rio populaccio è s’ perverso

Che, avendo rotto e perso e piedi e mane,

Morde co’ denti, come fa lo cane.

 

47.

Convien che spesso il conte se ritorza,

Perché ciascun de intorno l’aggraffava.

Ora il suo re, s’ come avea più forza,

Maggior baston de gli altri assai portava,

Ed era tutto armato de una scorza;

Giù per la barba gli cadea la bava,

Che colava di bocca e del gran naso,

Come un cane arabito, a quel malvaso.

 

48.

Più di tre palmi sopra gli altri avanza

Questo re maledetto che io vi conto;

Orlando lo assal’ con gran possanza,

E dritto a mezo il capo l’ebbe gionto;

Callò il brando nel petto e nella panza,

S’ che in due parte lo divise a ponto,

E cadde da due bande alla foresta;

Il conte dà tra gli altri e non s’arresta.

 

49.

E fece un tal dalmaggio in poco de ora,

Che di quella canaglia maledetta

Non vi è persona che faccia dimora

Avanti al conte: tristo chi lo aspetta!

Perché col brando in tal modo lavora,

Che non si trova né pezzo né fetta

De alcun, che morto al campo sia rimaso,

Qual sia maggior che prima fosse il naso.

 

50.

Onde lui restò solo in quel vallone,

Ed era il giorno quasi tutto spento,

Quando esso se adobbò sue guarnisone;

E di mangiare avendo un gran talento,

Venne alla mensa, a quelle imbandisone,

Le qual mirando quasi ebbe spavento,

Però che quelle gente disoneste

Cotte avean bracie umane e piedi e teste.

 

51.

Ben vi so dir che gli fugg’ la fame

A quel convito dispietato e fiero,

Se ben ne avesse avuto maggior brame.

Ma torna adietro e prende il suo destriero,

Deliberato di cercar le dame,

Ché ritrovarle avea tutto il pensiero.

E diceva piangendo: Or chi me aiuta

Forza né ardir, se mia dama è perduta?

 

52.

Se mia dama è perduta, or che mi vale

Aver morto costor dal brutto viso?

Che se io non la ritrovo, era men male

Esser da lor con quei bastoni occiso.

O Patre eterno! o Re celestà ¯ale!

O Matre del Segnor del paradiso!

Datime presto l’ultimo conforto,

Ch’io la ritrovi, o che io presto sia morto.”

 

53.

Piangendo il conte parlava cos’,

Come io vi ho detto, e nella selva intrò;

Errando andò per quella in sino al d’,

Ma ciò ch’el va cercando non trovò.

Essendo l’alba chiara, ed ello od’

Cridar: – Va là! va là! ché ella non può

Scappare ormai più fuora di quel passo,

Ché là davanti è ruà ¯nato il sasso. –

 

54.

Dricciosse Orlando ove colui favella,

E presto del cridar vidde lo effetto,

Perché cognobbe quella gente fella

De’ Lestrigoni, il popol maledetto,

Che avean cacciata Angelica la bella

Ove se era condutta al passo stretto,

Che arendersi bisogna a chi la caccia,

O roà ¯narsi da ducento braccia.

 

55.

Quando la vidde il conte a tal periglio,

Non dimandati se fretta menava.

Era per ira in faccia s’ vermiglio,

Che poco longi un foco dimostrava.

Urtò il destriero e al brando diè di piglio,

E quel de intorno a gran furia menava,

Lasciando ove giongeva un tal segnale,

Che per guarirlo medico non vale.

 

56.

Eran costor che io dico, da quaranta,

Che avean stretta la dama in su quel sito,

Né già de tutti quanti un sol si vanta

Che senza la sua parte sia partito.

Se la canaglia fosse due cotanta,

Ciascuno a bon mercato era fornito

Di squarci per la testa e per la faccia:

A chi troncò le gambe, a chi le braccia.

 

57.

Angelica fu scossa in questa via,

La quale era fuggita in ver ponente;

Ma Fiordelisa, che a levante g’a,

Pur fu seguita ancor da questa gente.

Tutta la notte la brigata ria

L’avea cacciata, sino al sol nascente,

E proprio l’ha condutta in quella parte

Ove dormiva il franco Brandimarte.

 

58.

Ella piangendo a Dio se accomandava,

Ed era già s’ stracco il palafreno,

Che, pur fuggendo, indarno il speronava.

De Lestrigoni intorno il bosco è pieno,

Ché ciascun de pigliarla procacciava,

Onde essa di paura ven’a meno,

E già, ponendo il corpo per perduto,

A Dio per l’alma adimandava aiuto.

 

59.

Già riluceva alquanto pure il giorno,

Come io vi dissi, e l’alba era schiarita,

E Brandimarte, il cavalliero adorno,

Dormia l’ presso in su l’erba fiorita,

Onde svegliosse; e guardando de intorno

Vidde la dama trista e sbigotita,

Che da que’ Lestrigoni avia la caccia;

Ben la cognobbe incontinenti in faccia.

 

60.

Onde fo presto al suo destrier salito,

E con roina verso lei si mosse;

Avendo tratto il suo brando forbito,

Incontrò un Lestrigone e quel percosse.

Non vi restava apena integro un dito,

Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse,

Né a quel ch’è in terra il cavalliero attende,

Ma tocca un altro e insino al petto il fende.

 

61.

Erano allora trenta Lestrigoni,

O forse qualcun manco, a dire il vero,

E qual tutti con sassi e con bastoni

Chi dava a Brandimarte e chi al destriero,

Ma lui facea de lor tanti squarcioni,

Che pieno avea de intorno a quel sentiero

Di teste e braccia; e tuttavia tagliando,

Carco avea tutto di cervelle il brando.

 

62.

Ivi de intorno alcun più non appare

Di quella gente brutta e maledetta;

Lui Fiordelisa corse ad abracciare,

E ben mez’ora a sé la tenne stretta,

Prima che insieme potesse parlare;

Ma poi piangendo quella tapinetta

Contava al cavallier con disconforto

Come alla terra Orlando ha visto morto.

 

63.

Cos’ dicea perché l’avea veduto

Tra i Lestrigoni alla terra disteso;

Or Brandimarte per donarli aiuto

A quella parte se ne va disteso.

Ma io sono al fin del canto già venuto:

Segnori e dame, che l’avete inteso,

Dio vi faccia contenti e di tal voglia,

Che ritornati a l’altro con più zoglia.

 

 

CANTO DECIMONONO

 

1.

Già me trovai di maggio una matina

Intro un bel prato adorno de fiore,

Sopra ad un colle, a lato alla marina

Che tutta tremolava de splendore;

E tra le rose de una verde spina

Una donzella cantava de amore,

Movendo s’ soave la sua bocca

Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

 

2.

Toccami il core e fammi sovenire

Dal gran piacer che io presi ad ascoltare;

E se io sapessi cos’ farme odire

Come ella seppe al suo dolce cantare,

Io stesso mi verrebbi a proferire,

Ove tal volta me faccio pregare;

Ché, cognoscendo quel ch’io vaglio e quanto,

Mal volentieri alcuna fiata io canto.

 

3.

Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,

Come vedeti, è nel vostro comando,

E con più voglia e più piacer che mai

La bella istoria vi verrò contando;

Ove, se me ramenta, vi lasciai

Nel ragionar di Brandimarte, quando

Con Fiordelisa, di bellezza fonte,

Tornava adietro a ritrovare il conte.

 

4.

Tornando adietro il franco cavalliero

Con Fiordelisa, a mezo la giornata

Trovarno un varletino in su un destriero,

Che avea dietro una dama iscapigliata.

Lui via ne andava s’ presto e legiero,

Che mai saetta de arco fu mandata

Con tanta fretta, o da ballestra il strale,

Qual non restasse a lui dietro a le spale.

 

5.

La dama, che era a piedi, pur seguia,

A benché fosse a lui molto lontana.

Il cavalliero incontra gli ven’a

Con Fiordelisa per la terra piana;

E l’altra dama, che questa vedia,

Cridando incominciò: – Falsa puttana!

Non ti varrà costui ch’è la tua scorta,

Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. –

 

6.

Lasciò la briglia, battendo ogni mano,

E ben se tenne morta Fiordelisa,

Perché cognobbe presto aperto e piano

Che quella dispietata era Marfisa,

La qual seguito avea Brunello invano

(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);

Avendo quel giottone assai seguito,

Trovò la dama e il cavalliero ardito.

 

7.

Era Brunello adunque il varletino

Ch’è sopra a quel destrier di tanta lena;

Lui via passò, fuggendo al suo camino,

Né con la vista lo seguirno apena.

Quando Marfisa l’occhio serpentino

Voltò, di doglia e di grande ira piena,

Mirando Brandimarte e la sua dama

Far la vendetta sopra a questi ha brama.

 

8.

E le parole che ho sopra contate

A Fiordelisa disse minacciando;

E benché l’arme avesse dispogliate,

E senza destrier fusse e senza brando,

Di sommo ardire avea tanta bontate

Che, Brandimarte armato riguardando,

Volea seco battaglia a ogni partito;

Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

 

9.

Ché a ferire una dama disarmata

A lui parea vergogna e grande iscorno.

Era una pietra in quel campo piantata,

Ove seguito avea Brunello il giorno,

Da trenta passi, o quasi, diruppata,

E cento ne voltava, o più, de intorno;

Per un scaglione alla cima se sale:

Altronde non, chi non avesse l’ale.

 

10.

Questa adocchiata avea l’aspra donzella,

Né pose alcuna indugia al pensamento,

Ma trasse Fiordelisa de la sella

E, via fuggendo ratta come un vento,

Montò la pietra, che parbe una occella;

A benché Brandimarte non fu lento

A seguitarla, come vidde il fatto,

Ma pur rimase in asso a questo tratto.

 

11.

Perché il scaglione è tanto diruppato,

Che non che alcun destrier possa salire,

Ma non vi puote lui montare armato,

Onde si cominciava a disguarnire.

Marfisa dal più sconcio ed alto lato

Portò la dama per farla morire:

In braccio la portò sopra a quel sasso

Per trabuccarla dalla cima al basso.

 

12.

E Fiordelisa menava gran pianto,

Come colei che morta se vedia,

E ‘l cavallier ne faceva altro tanto,

E de ira e de dolor quasi moria.

Egli è coperto de arme tutto quanto,

E di camparla non vede la via;

Se ben salisse, salirebbe invano,

Ché a suo mal grato fia gettata al piano.

 

13.

Onde con pianto e con dolce preghiera

Incominciò Marfisa a supplicare

Che non voglia esser s’ spietata e fiera,

Sé proferendo e ciò che potea fare.

Sorrise alquanto la donzella altiera,

Poi disse: – Queste zanze lascia andare:

Se costei và´i campare, egli è mestiero

Che l’arme tu me doni e il tuo destriero. –

 

14.

Or non fu molta indugia a questo fatto,

Ché ciascaduno il prese per megliore.

A Brandimarte parve un bon baratto

Se ben cambiasse per sua dama il core;

Cos’ Marfisa ancora attese il patto,

E, preso che ebbe l’armi e il corridore,

Lasciò la dama che avea giù portata,

E salta in sella e via cavalca armata;

 

15.

E via passando con molta baldanza,

Come colei che fu senza paura,

Trovò duo che èno armati a scudo e lanza

Sopra duo gran ronzoni alla pianura.

Costor fà´r quei che la menarno in Franza.

Ma poi vi conterò questa aventura,

E torno a Brandimarte e Fiordelisa,

Come Turpin la istoria a me divisa.

 

16.

Brandimarte montò nel palafreno

Della sua dama, e quella tolse in groppa,

E cavalcando assai per quel terreno

Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa,

E nella cima, o ver nel mezo almeno,

Stava un ribaldo e cridava: – Galoppa,

Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,

Ché qua di sotto è robba da guadagno. –

 

17.

Il cavallier, che intese tal latino,

Fermosse a quello, e non sa che si fare,

Perché cognobbe che egli è un malandrino,

Qual chiamava e compagni per robbare;

E lui se trova sopra a quel ronzino,

Né vede modo a poterse aiutare,

Ché non ha spata né scudo né maglia;

Trovar non sa diffesa che li vaglia.

 

18.

E già scoperti son forse da sette,

Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente.

Or non bisogna che quivi gli aspette!”

Diceva Brandimarte in la sua mente;

E per la selva correndo se mette,

E lor non lo abandonan per nà ¯ente,

Ma chi dice: – Sta forte! – e chi minaccia:

Già più di trenta sono a dargli caccia.

 

19.

Oh quanto se vergogna il cavalliero

Fuggir davante a gente s’ villana!

Che se egli avesse l’arme e il suo destriero,

Non se trarebbe adietro a meza spana.

Or via fuggendo per stretto sentiero

Gionse intra un prato, ove era una fontana:

Cinto d’intorno è da la selva il prato,

E uno altissimo pino a quello a lato.

 

20.

Fuggendo il cavallier con disconforto,

Come io vi dico, e molto mal contento,

Un re vidde alla fonte, che era morto,

Ed avea in dosso tutto il guarnimento;

E Brandimarte come ne fo accorto,

Ad accostarsi ponto non fu lento,

E prese il brando, che avea nudo in mano,

E giù del palafren saltò nel piano.

 

21.

Il manto se rivolse al braccio manco,

E con la spada e malandrini affronta.

Mai non fu campà ¯on cotanto franco:

Questo tocca di taglio, e quel di ponta,

A l’uno il petto, a l’altro passa il fianco.

Or che bisogna che più ve raconta?

Tutti e ladroni occise in poco de ora,

S’ ben col brando intorno egli lavora.

 

22.

Camponne solamente un sciagurato

(Già non campò, ma poco usc’ de impaccio),

Il qual fugg’ ferito nel costato,

E via di netto avea tagliato un braccio.

Alla capanna subito fo andato,

Ove si stava il crudo Barigaccio,

Barigaccio, il figliol di Taridone:

Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

 

23.

Ma Barigaccio grande di statura

Fo più del patre, e forte di persona.

Ora a lui gionse con molta paura

Lo inaverato, e il tutto gli ragiona

Come passata è la battaglia scura,

Poi morto a lui davante se abandona;

Essendo uscito il sangue de ogni vena,

Cadegli avante e più non se dimena.

 

24.

Onde turbato Barigaccio il fiero

Fo a maraviglia, e prese un gran bastone;

De arme adobato, come era mestiero,

Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.

Troppo era smesurato quel destriero:

La pelle nera avea come un carbone,

E rossi gli occhi, che parean di foco;

Sol nella fronte avea di bianco un poco.

 

25.

E Barigaccio, poi che fu montato,

Di speronarlo mai non se rimane.

Or Brandimarte, che rimase al prato

Poi che spezzato ha quelle gente istrane,

Guardando il re che stava al fonte armato,

Cognobbe al scudo ch’egli era Agricane,

Qual fo occiso da Orlando alla fontana:

Già vi contai l’istoria tutta piana.

 

26.

Egli avea ancor la sua corona in testa,

D’oro e di pietre de molto valore,

Ma Brandimarte nulla li molesta,

Ché ancor portava al corpo morto onore.

De arme il spogliò, ma non di sopravesta,

E baciandoli il viso con amore:

– Perdonami, – dicea – ché altro non posso,

Se ora queste arme ti toglio di dosso.

 

27.

Né la temenza di dover morire

Mi pone di spogliarti in questa brama,

Ma nella mente non posso soffrire

Veder poner a morte la mia dama;

E ben son certo, se potessi odire,

Se s’ fosti cortese, come hai fama,

Odendo la cagion perché io ti prego,

Non mi faresti a tal dimanda niego. –

 

28.

Parlava in questo modo il cavalliero

A quel re morto con piatoso core,

Il quale era ancor bello e tutto intiero,

S’ come occiso fosse di tre ore;

E stando Brandimarte in quel pensiero,

Sent’ davanti al bosco un gran romore,

Qual facea Barigaccio per le fronde,

Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

 

29.

Presto adobosse il cavalliero ardito

Di piastra e maglia e de ogni guarnisone,

Prese Tranchera, il bel brando forbito,

E lo elmo che far fece Salamone.

De tutte l’armi a ponto era guarnito,

Quando sopra gli gionse quel ladrone,

Il qual, mirando de intorno e da lato,

E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

 

30.

Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,

Disse: – In malora, gente da bigonci!

Ché non me incresce de avervi perduti,

Poi che un sol cavallier cos’ vi ha conci;

Ché io voria prima, se Macon me aiuti,

Ne la mia compagnia cotanti stronci.

Colui voglio impicar senza dimora,

E voi con seco, cos’ morti, ancora. –

 

31.

Cos’ parlando, verso del gran pino,

Ove era Brandimarte, se voltava.

Come lo vidde a piede in sul cammino,

Subito a terra anch’esso dismontava;

Né per virtù ciò fece il malandrino,

Ma perché forte il suo ronzone amava:

Dubitò forse che quel campà ¯one

Non lo occidesse, essendo esso pedone.

 

32.

Senza altramente adunque disfidare,

Adosso a Brandimarte fu invà ¯ato:

Proprio un gigante alla sembianza pare,

Tutto di coio e di scagliette armato.

Col scudo de osso che suolea portare

E il suo baston di ferro e il brando a lato

Venne alla zuffa, e senza troppo dire

Se cominciarno l’un l’altro a ferire.

 

33.

Sopra del scudo a Brandimarte colse

Menando ad ambe mano il rio ladrone;

E quanto ne toccò tanto via tolse,

Come spezzasse un pezzo di popone.

Il cavalliero ad esso si rivolse

Col brando, e gionse a mezo del bastone,

E come un gionco lo tagliò di netto:

Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

 

34.

E saltò adietro forse da sei braccia,

E trasse il brando senza dimorare,

E biastemando il cavallier minaccia

Di farli quel baston caro costare.

Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;

Or se comincia l’un l’altro a menare

Ponte, tagli, mandritti e manroversi:

Mai non fu visto colpi s’ diversi.

 

35.

Il cavallier se maraviglia assai

Come abbia un malandrin tanta bontade,

Perché in sua vita non vidde più mai

Tanta fierezza ad altri in veritade.

Ambi avean l’arme, quale io vi contai;

Già tutte l’han falsate con le spade,

Né di ferire alcun di lor se arresta,

Ma la battaglia cresce a più tempesta.

 

36.

Cresce più forte la battaglia fiera,

Per colpi sterminati orrenda e scura,

E Barigaccio il crudo se dispera,

Che tanto il cavallier contra li dura.

Or Brandimarte il tocca di Tranchera,

E portò seco un squarcio de armatura;

Lui fu gionto anco dal forte ladrone,

Che l’arme gli tagliò insino al giuppone.

 

37.

A tal percossa piastra non vi vale,

Né grossa maglia, né sbergo acciarino,

Né cor de adante, il quale è uno animale,

Di che armato era il forte saracino.

Ora pareva a Brandimarte male

Che s’ prodo uomo fusse malandrino;

Onde, essendo uno assalto assai durato,

Cos’ parlando se trasse da lato:

 

38.

– Io non so chi tu sia, né per qual modo

T’abbia condutto a tal mestier fortuna,

Ma per più prodo campà ¯on te lodo

Ch’io sappia al mondo, sotto della luna;

E ben me avedo che fermato è il chiodo,

Che prima che sia sera o notte bruna,

O l’uno o l’altro fia nel campo morto;

E spero che serà colui che ha il torto.

 

39.

Ma stu volessi lasciar quel mestiero,

Qual nel presente fai, di robbatore,

Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:

In ogni parte vo’ portarti onore.

Or che farai? Hai tu forse pensiero

Che manchi giamai robba al tuo valore?

Lascia questo mestier: non dubitare,

Ché a tal come sei tu, non può mancare. –

 

40.

Rispose il malandrin: – Questo che io faccio,

Fallo anco al mondo ciascun gran signore;

E’ de’ nemici fanno in guerra istraccio

Per agrandire e far stato maggiore.

Io solo a sette o dece dono impaccio,

E loro a dieci millia con furore;

Tanto ancora di me peggio essi fanno,

Togliendo quel del che mestier non hanno. –

 

41.

Diceva Brandimarte: – Egli è peccato

A tuor l’altrui, s’ come al mondo se usa;

Ma pur quando se fa sol per il stato,

Non è quel male, ed è degno di scusa. –

Rispose il ladro: – Meglio è perdonato

Quel fallo onde se stesso l’omo accusa;

Ed io te dico e confessoti a pieno

Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.

 

42.

Ma a te, qual tanto sai ben predicare,

Non voglio far di danno quanto io posso

Se quella dama che là vedo stare

Mi và´i donare e l’arme che hai indosso.

E ne la borsa te voglio cercare,

Ché io non me trovo di moneta un grosso;

Poi te lasciarò andar legiero e netto.

Ma voglio baratare anche il farsetto,

 

43.

Però che questo è rotto e discucito;

Tu te ‘l farai conciar poi per bell’agio. –

E Brandimarte, quando l’ebbe odito,

Disse nel suo pensier: L’omo malvagio

Non se può stor al male onde è nutrito;

Né di settembre, né il mese di magio,

Né a l’aria fredda, né per la caldana

Se può dal fango mai distor la rana.”

 

44.

E senza altra risposta disdegnoso

Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;

E fu questo altro assalto furà ¯oso,

Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,

Ed era l’uno e l’altro sanguinoso,

Crescendo ogniora più la questà ¯one;

Né più vi è di concordia parlamento,

Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

 

45.

Or Brandimarte afferra il brando nudo,

Ché destinato è di donarli il spaccio,

E disserra a due mano un colpo crudo

Per il traverso adosso a Barigaccio,

E tagliò tutto con fraccasso il scudo,

Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.

A quel gran colpo ogni arma venne manco,

E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

 

46.

Lui cadde a terra biastemando forte,

Ed al demonio se racomandava,

E benché Brandimarte lo conforte,

Con più nequizia ognior se disperava;

Ma il cavallier non volse darli morte,

E cos’ strangosciato lo lasciava,

Partendosi di qua senza dimora;

Ma lui moritte appresso in poco d’ora.

 

47.

Il cavallier, lasciando il ladro fello,

Con la sua dama si volea partire,

Quando Batoldo, il suo destrier morello,

Ch’era nel prato, cominciò a nitrire;

Veggendol Brandimarte tanto bello,

Con la sua Fiordelisa prese a dire:

– Il palafren ser’a troppo gravato

Se te portasse e me, che sono armato,

 

48.

S’ che io me pigliarò quel bon destriero,

Come pigliato ho il brando e l’armatura,

Perché serebbe pazzo e mal pensiero

Lasciar quel che appresenta la ventura.

Quei morti più de ciò non han mestiero,

Ché sono usciti fuor de ogni paura. –

Cos’ dicendo se accosta al ronzone,

Prende la briglia e salta in su lo arcione.

 

49.

E via con Fiordelisa cavalcando

Trovò due cose spaventose e nove,

Tal che gli fie’ mistiero avere il brando.

Ma questo fatto contaremo altrove

Ché or mi convien tornare al conte Orlando,

Quale avea fatto le diverse prove

Contra de Antropofàgo e’ Lestrigoni,

Come contarno avanti e miei sermoni.

 

50.

Campata avendo Angelica la bella,

Troppo era lieto di quella aventura.

Via caminando assai con lei favella,

Ma di toccarla mai non se assicura.

Cotanto amava lui quella donzella,

Che di farla turbare avea paura;

Turpin, che mai non mente, de ragione

In cotale atto il chiama un babà ¯one.

 

51.

Essendo in questo modo costumato,

L’un giorno apresso a l’altro via camina.

Già il paese de’ Persi avea passato,

E la Mesopotamia che confina;

Poi, lasciando li Armeni al destro lato,

Soria vargò giongendo alla marina;

E tutto questo ricco e bel paese

Passò senza trovar guerre o contese.

 

52.

Essendo gionto, come io dico, al mare,

Nel porto di Baruti ebbe trovato

Un bel naviglio, che volea passare;

Ma troppo estremamente era ingombrato,

Però che in Cipri convenea portare

Un giovanetto re, che era assembrato

A dimostrar ne l’arme il suo valore,

Per una dama a cui portava amore.

 

53.

Era re di Damasco il giovanetto

Quale io ve dico, e nome ha Norandino,

Ardito e forte e di nobile aspetto,

Quanto alcun altro fosse in quel confino.

Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,

Ne la isola de Cipri un Saracino,

Che avea una figlia di tanta beltate,

Quanta alcuna altra di quella citate.

 

54.

Lucina fu nomata la donzella

De cui io parlo, e il patre Tibà ¯ano.

Sendo la dama a meraviglia bella,

Era da molti adimandata in vano;

E sol di sua beltate si favella

Ivi de intorno per monte e per piano,

Onde l’ama chi è longi e chi è vicino,

Ma sopra a tutti la ama Norandino.

 

55.

Re Tibà ¯ano avea preso pensiero

Di voler la sua figlia maritare,

Ed avea ordinato un bel torniero,

Come in quel tempo se usava di fare,

Ove ogni re, barone e cavalliero

Potesse sua prodezza dimostrare,

Ed ha invitate e dame e le regine

Tutte de intorno per quelle confine.

 

56.

Ciascun voluntaroso in Cipri andava,

Come fu il bando per de intorno inteso.

Chi de provarsi a l’arme procacciava,

Chi per mirare avea quel camin preso;

Ma più de gli altri gran fretta menava

Re Norandino, avendo il core acceso,

Fornito ben de ciò che fa mestieri,

De paramenti e de arme e de destrieri.

 

57.

E seco ne menava in compagnia

Da vinti cavallier, ciascuno eletto.

Or quando il conte in su il ponto giongia,

Il re si stava a nave per diletto;

Onde rivolto a’ suoi baron dicia:

– Se costui non me inganna ne lo aspetto,

Debbe esser cima e fior de ogni valente,

Se la apparenza e lo animo non mente. –

 

58.

E poi lo fece al paron dimandare,

Se volea seco andare al torniamento.

Esso rispose senza dimorare

Che egli era per servirlo a suo talento

O ver per giostra, o sia per tornà ¯are,

O sia per guerra ed ogni struggimento:

Pur che lo possa a suo modo servire,

In ogni cosa è presto ad obedire.

 

59.

Il re lo adimandò che nome avia,

De sua condizà ¯one e del paese.

E lui rispose: – Io son de Circassia,

Ove perdei per guerra ogni mio arnese,

Eccetto l’arme e quella dama mia

Di che fortuna me è stata cortese.

Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,

è a tuo comando insin che ho sangue adosso. –

 

60.

Il giovanetto re molto ebbe grato

Il cortese parlar che fece Orlando,

Ed in sua compagnia l’ebbe accettato,

Poi di più cose li andò dimandando,

Sin che il vento da terra fu levato.

Segnori e donne, a voi mi raccomando;

Finito è un canto, e l’altro io vo’ seguire,

Cose più belle e vaghe per odire.

 

 

CANTO VENTESIMO

 

1.

Quella stagion che in cel più raserena,

E veste di verdura gli arborscelli,

Ed ha l’aria e la terra d’amor piena

E de bei fiori e de canti de occelli,

Gli amorosi versi anco mi mena,

E và´l che a voi de intorno io rinovelli

L’alta prodezza e lo inclito valore

Qual mostrò un tempo Orlando per amore.

 

2.

Di lui lasciai s’ come Norandino

Lo prese per compagno al torniamento;

Ben vi andò volentieri il paladino,

Ché di passare avea molto talento.

Ora s’aconciò il tempo al lor camino

Intra Levante e Greco, ottimo vento,

Qual via gli portò in Cipri alla spiegata,

Ove gran gente in prima era assembrata.

 

3.

Però che e Greci insieme con Pagani

Alla gran festa se erano adunati,

E degli circonstanti e de’ lontani;

Baroni e cavallieri erano armati,

Ma pur fra tutti quanti e più soprani

E de maggiore estima e più onorati

Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco:

Li duo fà´r turchi e quel di mezo greco.

 

4.

Costanzo fu filiol di Vatarone,

Che alor de’ Greci lo imperio ten’a,

E quei duo turchi avean due regà ¯one,

Di che erano amiragli, in Natolia.

Ora Costanzo avea seco Grifone

Ed Aquilante pien di vigoria;

Ben me stimo io che abbiati già sentito

Come Aquilante fu seco nutrito,

 

5.

Quando la Fata Nera il damigello

Mandò primeramente in quella corte,

Poi che ‘l levò di branche al fiero occello,

Ché condotto l’avrebbe in trista sorte.

Di questa cosa più non vi favello,

Ché so che avete queste istorie scorte;

Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante

Furno nutriti, e più non dico avante.

 

6.

Se non che, essendo poscia spregionati,

Come io contai, da le Isole Lontane,

Ed avendo più giorni caminati

Per diversi paesi e gente istrane,

Nel porto di Blancherna erano intrati,

Ove con festa e con carezze umane

Fà´r recevuti da lo imperatore

E da Costanzo, e fatto molto onore.

 

7.

E volendo esso andare a quel torniero,

Ebbe la lor venuta molto grata,

Cognoscendo ciascun bon cavalliero

Per farli un grande onore a quella fiata;

Avengaché Grifone è in gran pensiero,

Perché Origilla, sua dama, infirmata

Era di febre tanto acuta e forte,

Che quasi è stata al ponte de la morte.

 

8.

Ma pure, essendo migliorata alquanto,

Part’ da lei, benché gli fusse grave,

Né se puotè spiccar già senza pianto,

Ed intrò con Costanzo alla sua nave.

Indi passarno ove il fiume di Xanto

Ha foce in mare, e con vento soave

Gionsero in Cipri, come io vi ho contato,

Ciascun bene a destriero e ben armato.

 

9.

Molti altri ancora che io non vi racconto,

Baroni e cavallieri e damigelle,

Eran venuti, e tutti bene in ponto

De arme e destrieri e de robbe novelle.

Quando fu Norandino in Cipri gionto,

Le cose de ciascun parvon men belle,

Perché è s’ ben guarnito e adorno tanto,

Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

 

10.

Nel porto a Famagosta poser scale,

E via ne andà ¢r di lungo a Nicosia,

Quale è fra terra la cità reale,

E Tibà ¯ano il seggio vi ten’a.

Quivi con festa e pompa trà ¯onfale,

Con duci e conti e molta baronia

Intrò il re di Damasco tutto armato,

Con trombe avanti e bene accompagnato.

 

11.

Un monte acceso portava nel scuto

E similmente nel cimero in testa;

E ciascun che con esso era venuto

Avea pur tale insegna e sopravesta.

Cos’ fu degnamente recevuto

Con molto onor da tutti e con gran festa;

Ma sopra gli altri lo onorò Lucina,

Ché più che sé lo amava la tapina.

 

12.

E già, passando il tempo, è gionto il giorno

Che ‘l tornier dovea farsi in su la nona,

Ed ogni cavaliero andava intorno

Facendo mostra della sua persona,

L’un più che l’altro a meraviglia adorno.

De trombe e de tamburi il cel risuona;

Per ben vedere avante ogniom si caccia:

Preso è ogni loco intorno della piaccia.

 

13.

Ma da l’un capo uno alto tribunale

Per le dame e regine era ordinato,

Ove Lucina in abito reale

E l’altre vi sedean da ciascun lato.

Mostravan poco il viso naturale,

Le più l’avean depinto e colorato:

Turpino il dice, io nol so per espresso,

Benché sian molte che ciò fanno adesso.

 

14.

Angelica là sopra era tra loro,

Qual se mostrava un sole infra le stelle;

Con una vesta bianca, adorna d’oro,

Senza alcun dubbio è il fior de l’altre belle.

Re Tibà ¯ano e il suo gran concistoro

Da l’altro lato incontra alle donzelle

Se stava al tribunal, che era adornato

Di seta e drappi d’oro in ogni lato.

 

15.

Or cominciano a entrare e cavallieri:

Ben vi so dir che ciascuno è forbito,

Con ricche sopraveste e con cimieri;

Ogniom se mostra nel sembiante ardito,

Di qua de là spronando e gran destrieri,

Perché il torniero in due schiere è partito:

Costanzo de una parte è capitano,

De l’altra Norandino il Sorà ¯ano.

 

16.

Gnacare e corni e tamburini e trombe

Suonorno a un tratto intorno della piaccia;

Trema la terra e par che il cel rimbombe,

E che lo abisso e il mondo se disfaccia.

Tutte, le dame, a guisa de colombe,

Per l’alto crido se smarirno in faccia;

Ma i cavallier con furia e con tempesta

A tutta briglia urtà ¢r testa per testa.

 

17.

Né si vedean l’un l’altro e campà ¯oni,

Benché ciascuno avesse a l’urto accolto;

Ma il fremir delle nare de’ ronzoni

Avea s’ grande il fumo a l’aria involto,

E s’ la polve alciata in que’ sabbioni,

Che avea il vedere a tutti avanti tolto,

Né se guardava l’ordine o la schiera,

Ciascun menando a chi più presso gli era.

 

18.

Ma poi che il fatto fu atutato un poco

E cominciò l’un l’altro a discernire,

Apparve in quella piazza il crudo gioco,

E colpi dispietati, il gran ferire;

Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,

Si vedea gente de gli arcioni uscire;

Per tutto è gran travaglia e grave affanno,

Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.

 

19.

Orlando per vedere il fatto aperto

Non volse ne la folta troppo intrare;

Ma quel Morbeco turco, che era esperto

In tal mestiero e ben lo sapea fare,

Se trasse avante in su un destrier coperto,

E sopra gli altri si facea mirare;

Qual’unche giongie o de urto, o de la spada,

Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

 

20.

E già da sei de quei di Norandino

Avea posti roverso in su il sabbione,

Né ancor s’arresta, ma per quel confino

Più furia mena e più destruzà ¯one;

Onde turbato quel re saracino

A tutta briglia sprona il suo ronzone,

E sopra di Morbeco andar si lassa,

E di quello urto a terra lo fraccassa.

 

21.

Dapoi Basaldo, che più presso gli era,

Percosse ad ambe mano in su la testa;

Né lo diffese piastra ni lamiera,

Ché a terra lo mandò con gran tempesta.

Tutta a roina pone quella schiera,

A lui davante alcun più non s’arresta.

Oh quanto è lieta Lucina la dama

Vedendo far s’ bene a chi tanto ama!

 

22.

Costanzo il greco, che vede sua gente

S’ mal condutta da quel Sorà ¯ano,

Turbato for di modo nella mente,

Gli sprona adosso con la spada in mano.

L’uno e l’altro di loro era valente,

Onde alcun tratto non andava in vano;

Al fin menò Costanzo un colpo fiero

E ruppe il monte e il foco del cimiero.

 

23.

Sino alla croppa lo fece piegare

Al colpo smisurato che io vi conto,

Ni stette già per questo a indugà ¯are,

Ma mena l’altro e in fronte l’ebbe gionto;

Ed era Norandin per trabuccare,

Se non che Orlando allor se mosse a ponto,

E tanto fece, che il trasse de impaccio

Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.

 

24.

Onde Costanzo per questo adirato

Adosso al conte gran colpi menava;

Ma lui, come in arcion fosse murato,

Di cotal cosa poco se curava.

Ma sendo Norandino in sé tornato,

Che a sostenirlo più non lo impacciava,

Verso Costanzo se rivolse il conte,

E lui percosse in mezo della fronte.

 

25.

Qual’unche ha un cotal colpo, non và´l più,

Ché bene è paccio chi il secondo aspetta.

Ora Costanzo al primo andò pur giù,

Di lui rimase la sua sella netta.

Diceva ad esso il conte: – Or va là tu,

Che menavi a ferirme tanta fretta,

Quando io stavo occupato ad altra posta;

Or vien adesso e con meco te accosta. –

 

26.

Lui già non se accostò, ma cadde a terra,

Come io vi dico, col capo davante;

Ma ‘l conte adosso a un altro se disserra,

S’ che lo fece al cel voltar le piante.

Grifone in altra parte facea guerra

Da l’un de’ lati, e da l’altro Aquilante;

Né se avedean de tal destruzà ¯one,

Né de Costanzo che ha tratto de arzone.

 

27.

Ma il crido della gente che era intorno

Voltar fece Grifone in primamente,

E combattendo là fece ritorno,

Benché sapesse del fatto nà ¯ente;

E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno,

Poi che abattuto è il capo di sua gente,

Onde adirato il suo destrier sperona;

A Norandino adosso se abandona.

 

28.

Da l’altra parte ancor gionse Aquilante,

E quando il suo Costanzo vidde a terra,

Turbato fieramente nel sembiante

Con ambi e sproni il suo destriero afferra,

E riscontrosse col conte de Anglante;

E qui se cominciò la orrenda guerra,

Benché lui non cognosce il paladino,

Perché la insegna avea di Norandino.

 

29.

Né lui fu cognosciuto anco da Orlando,

Ché di Costanzo la insegna portava.

Ora, segnori, a voi non ve domando

Se ciascun de essi ben se adoperava,

Cotal ruina e tal colpi menando

Che l’aria per de intorno sibillava,

Come la cosa andasse a tutto oltraggio,

Né se vi scorge ponto di vantaggio.

 

30.

Vero è, perché Aquilante era turbato,

Mostrò maggior prodezza allo affrontare;

Ma poi che l’uno e l’altro è riscaldato,

Ben vi so dir che assai vi fu che fare,

Di qua di là menando ad ogni lato,

Che par che il mondo debba ruà ¯nare,

Con dritti e con roversi aspri e robesti;

E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

 

31.

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte,

Sopra la croppa lo mandò roverso;

Ma ben rispose a quella posta il conte,

E lui fer’ de un colpo s’ diverso,

Che sua baldanza e quelle forze pronte

E l’animo e l’ardir tutto ebbe perso;

Di qua di là piegando ad ogni mano,

Le gambe aperse per cadere al piano.

 

32.

E certamente ben ser’a caduto,

Ché più non se reggea che un fanciullino,

Se non che Grifon gionse a darli aiuto,

Il quale avea lasciato Norandino.

Lasciato l’avea quasi per perduto,

Ché ormai non potea più quel saracino;

Ma per donare aiuto al suo germano

Lasciò Grifone andar quel sorà ¯ano.

 

33.

E de giongere al conte se procura

Spronando a tutta briglia il suo ronzone.

Or qui si fece la battaglia dura

Più ch’altra mai de Orlando e de Grifone,

Qual durò sempre insino a notte oscura,

Né se potea partir la questà ¯one,

Sin che gli araldi con trombe d’intorno

Bandirno il campo insino a l’altro giorno.

 

34.

Ciascun tornò la sera a sua masone,

E de’ fatti del giorno si favella.

Ora a Costanzo parlava Grifone

Dicendo: – Io so contarti una novella,

Che là su tra le dame, a quel verone,

Veder mi parve Angelica la bella;

E se ella è quella, io te dico di certo

Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.

 

35.

Ed anco io l’ho compreso a quel ferire,

Che cresce nella fine a maggior lena,

E però ti consiglio a dipartire,

Prima che ne abbi più tormento e pena;

Omo non è che possa sostenire

A la battaglia e colpi che lui mena;

Onde lasciar la impresa ce bisogna,

Non ne volendo il danno e la vergogna. –

 

36.

Diceva a lui Costanzo: – Or datti il core,

S’io faccio che colui ne vada via,

Poi de acquistare a nostra parte onore

E in campo mantenir l’insegna mia? –

Grifon rispose a lui, che per suo amore

Quel che potesse far, tutto faria;

E che egli aveva fermamente ardire

Contra ad ogni altro il campo mantenire.

 

37.

Il Greco, che era di malizia pieno

(Come son tutti de arte e di natura),

Quando la luce al giorno venne meno,

Usc’ de casa per la notte scura,

E via soletto sopra a un palafreno

Ove era Orlando di trovar procura,

E trovato che l’ebbe, queto queto

Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;

 

38.

E dimostrògli che il re Tibà ¯ano

Secretamente facea gente armare,

Perché era gionto un messaggio di Gano,

Il qual cercava Orlando far pigliare;

Però, se egli era desso, a mano a mano

Vedesse quel paese disgombrare;

E perciò a ritrovarlo era venuto,

Per palesarli questo e dargli aiuto;

 

39.

E ch’egli aveva una sua fusta armata

Nascosta ad una spiaggia indi vicina,

Qual via lo portarebbe alla spiegata

In Franza a qualche terra di marina.

Fu questa cosa s’ ben colorata

Dal Greco, che sapea cotal dottrina,

Che il conte a ponto ogni cosa li crede,

Ringraziandolo assai con pura fede.

 

40.

E, fatta presto Angelica svegliare,

Con essa alla marina se ne g’a,

Ove Costanzo il volse accompagnare,

E là il condusse ove la fusta avia.

Facendosi il parone a dimandare,

Gli impose che il baron portasse via

Ove più gli piacesse al suo talento;

E lor ne andarno avendo in poppa il vento.

 

41.

Quel che si fusse poi di Norandino

Né di Costanzo, non s’aprebbi io dire,

Perché di lor non parla più Turpino;

Ma ben del conte vi saprò seguire,

Il qual sopra alla fusta al suo camino,

Fu per fortuna a risco di morire,

E stette sette giorni a l’aria bruna,

Che mai non vidde il sole, e men la luna.

 

42.

E questo sopportò con pazà ¯enza,

Poscia che altra diffesa non può fare;

Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,

Ed avendo in fastidio tutto il mare,

Posar se fece al lito de Provenza,

Ché de esser fuora mille anni gli pare,

Per trovarsi a Parigi a mano a mano,

E dar di sua amistate al conte Gano.

 

43.

Ché ben l’avria trattato, vi prometto,

Come dovea trattarlo il can fellone,

Ma non piacque al demonio maledetto,

Che lo avea tolto in sua protezà ¯one;

Al manco male il facea stare in letto

Cinque o sei mesi rotto dal bastone;

Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,

Al conte Orlando dette altro che fare.

 

44.

Però che cavalcando il paladino,

Come fortuna o sua ventura il mena,

Arivò un giorno al Fonte di Merlino,

Che è posto in mezo del bosco di Ardena.

Del Fonte vi ho già detto il suo destino,

S’ che a ridirlo non torrò più pena,

Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,

Lo fece al tutto per cacciar l’amore.

 

45.

Essendo gionti qua quella giornata,

Come io vi dico, Orlando e la donzella,

Essa, che più del conte era affannata,

Smontò il suo palafren giù della sella;

E poi, bevendo quell’acqua fatata,

Sua mente in altra voglia rinovella,

E, dove prima ardea tutta de amore,

Ora ad amar non può dricciare il core.

 

46.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza,

Qual gli ha Ranaldo s’ gran tempo usata,

Né gli par tanta più quella bellezza

Che soprana da lei fu già stimata;

Ed ove il suo valore e gentilezza

Lodar suoleva essendo inamorata,

Ora al presente il sir de Montealbano

Fellone estima sopra a ogni villano.

 

47.

Ma, parendo già tempo de partire,

Però che era passato alquanto il caldo,

Volendo aponto della selva uscire,

Viddero un cavalliero ardito e baldo.

Or tutto il fatto me vi convien dire:

Quel cavalliero armato era Ranaldo,

Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte

Era venuto presso a questa fonte.

 

48.

Ma non vi gionse, perché il fiume in prima

Che raccende lo amore, avea trovato.

Ora io non vi s’aprei contare in rima

Come se tenne alora aventurato,

Quando vidde la dama, perché estima

S’ come egli ama lei, de essere amato.

Visto ha per prova ed inteso per fama

Ciò che per esso ha già fatto la dama.

 

49.

Non cognosceva il conte, che era armato

Con quella insegna dal monte di foco;

Ché s’ palese non se avria mostrato,

Serbando il suo parlare in altro loco.

Perché, essendo ad Angelica accostato,

Cortesemente e sorridendo un poco

Disse: – Madama, io non posso soffrire

Che io non vi parli, s’io non vo’ morire,

 

50.

Abench’io sappia a qual modo e partito

Mi sia portato e con tal villania,

Ch’io non meritarei de essere odito.

Ma so che seti s’ benigna e pia,

Che, a benché estremamente aggia fallito,

Perdonarete a quel che per fol’a

Contro de lo amor vostro adoperai,

Del che contento non credo esser mai.

 

51.

Or non se può distor quel che è già fatto,

Come sapeti, dolce anima bella,

Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto;

E ben cognosce l’alma meschinella

Che io non serebbi degno in alcun atto

Di essere amato da cotal donzella,

Ma de esser dal mio lato vostro amante

Sol vi dimando, e più non cheggio avante. –

 

52.

Orlando stava attento alle parole,

Le quale od’ con poca pazà ¯enza,

Né più soffrendo disse: – Assai mi dole

Che a questo modo ne la mia presenza

Abbi mostrato il tuo pensier s’ fole,

Ché ad altri non avria dato credenza,

Però che volentier stimar voria

Che ciò non fosse vero, in fede mia!

 

53.

Io voria amarti e poterti onorare,

S’ come di ragione ora non posso;

Tu per sturbarme già passasti il mare,

E per altra cagion non fusti mosso,

Benché a me zanze volesti mostrare,

Stimandomi in amor semplice e grosso.

Or che animo me porti io vedo aperto,

Ma sallo Iddio che già teco nol merto. –

 

54.

Quando Ranaldo vidde che costui,

Qual seco ragionava, è il conte Orlando,

De uno ed altro pensier stette entra dui,

O de partirse o de seguir parlando.

Ma pur rispose al fine: – Io mai non fui

Se non quel che ora sono, al tuo comando;

Né credo de aver teco minor pace

Se ciò che piace a te non mi dispiace.

 

55.

Non creder che più vaga a gli occhi tuoi

Paia che a gli altri questa bella dama;

Ed estimar ne la tua mente puoi

Che ogni om, s’ come tu, de amarla brama.

Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi

Aver battaglia con ciascun che l’ama,

Perché con tutto ‘l mondo farai guerra;

Chi non la amasse, ben ser’a di terra.

 

56.

Ma se tu mostri che sia tua per carta,

O per ragion che non gli abbia altri a fare,

Comandar mi potrai poi che io mi parta

E che io non debba seco ragionare;

Ma prima soffrirei de avere isparta

L’anima al foco e il corpo per il mare,

Che io mi restassi mai de amar costei,

E se restar volessi io non potrei. –

 

57.

Rispose alora il conte: – E’ non è mia.

Cos’ fosse ella, come io son de lei!

Ma non voglio adamarla in compagnia

E in ciò disfido il mondo, e boni e rei.

Stata è la tua ben gran discortesia

Che, avendoti scoperti e pensier mei,

Fidandomi di te come parente,

Poi me hai tradito s’ villanamente. –

 

58.

Disse Ranaldo: – Questo è pur assai,

Che sempre vogli altrui villaneggiare;

Da me non fu tradito alcun giamai,

E ciascun mente che il và´le affirmare.

S’ che comincia pur, se voglia ne hai,

E pigliati a quel capo che ti pare:

Se ben se’ tra baron tenuto il primo,

Più d’uno altro uomo non ti temo o stimo. –

 

59.

Orlando per costume e per natura

Molte parole non sapeva usare,

Onde, turbato ne la ciera oscura,

Trasse la spada senza dimorare,

E sospirando disse: – La sciagura

Pur ce ha saputi in tal loco menare,

Che l’un per man de l’altro serà morto;

Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! –

 

60.

Come Ranaldo vidde il conte Orlando

Mostrarsi alla battaglia discoperta,

Poi che avea tratto Durindana il brando,

Lui prestamente ancor trasse Fusberta.

Ne l’altro canto vi verrò contando

Questa battaglia orribile e diserta,

Ed altre cose degne e belle assai;

Dio vi conservi in gioia sempre mai.