Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO SECONDO -  CANTI 21-31

CANTO VENTESIMOPRIMO

 

1.

O soprana Virtù, che e’ sotto al sole,

Movendo il terzo celo a gire intorno,

Dammi il canto soave e le parole

Dolci e ligiadre e un proferire adorno,

Sì che la gente che ascoltar mi vôle,

Prenda diletto odendo di quel giorno

Nel qual duo cavallier con tanto ardore

Fierno battaglia insieme per amore.

 

2.

Tra gli arbori fronzuti alla fontana

Insieme gli afrontai nel dir davanti;

L’uno ha Fusberta, e l’altro Durindana:

Chi sian costor, sapeti tutti quanti.

Per tutto il mondo ne la gente umana

Al par di lor non trovo che se vanti

De ardire e di possanza e di valore,

Ché veramente son de gli altri il fiore.

 

3.

Lor comenciarno la battaglia scura

Con tal destruzïone e tanto foco,

Che ardisco a dir che l’aria avea paura,

E tremava la terra di quel loco.

Ogni piastra ferrata, ogni armatura

Va con roina al campo a poco a poco,

E nel ferir l’un l’altro con tempesta

Par che profondi il celo e la foresta.

 

4.

Ranaldo lasciò un colpo in abandono

E gionse a mezo il scudo con Fusberta:

Parve che a quello avesse accolto un trono,

Con tal fraccasso lo spezza e diserta.

Tutti gli uccelli a quello orribil suono

Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta;

E le fiere del bosco, come io sento,

Fuggian cridando e piene di spavento.

 

5.

Orlando tocca lui con Durindana

Spezzando usbergo e piastre tutte quante,

E la selva vicina e la lontana

Per quel furor crollò tutte le piante;

E tremò il marmo intorno alla fontana

E l’acqua, che sì chiara era davante,

Se fece a quel ferir torbida e scura,

Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;

 

6.

Anci più grandi gli ha sempre a menare.

Cotal ruina mai non fu sentita;

Onde la dama, che stava a mirare,

Pallida in faccia venne e sbigotita,

Né gli soffrendo lo animo di stare

In tanta tema, se ne era fuggita;

Né de ciò sono accorti e cavallieri,

Sì son turbati alla battaglia e fieri.

 

7.

Ma la donzella, che indi era partita,

Toccava a più potere il palafreno,

E de alongarsi presto ben se aita,

Come avesse la caccia, più né meno.

Essendo alquanto de la selva uscita,

Vidde là presso un prato, che era pieno

De una gran gente a piede e con ronzoni,

Che ponean tende al campo e paviglioni.

 

8.

La dama di sapere entrò in pensiero

Perché qua stesse e chi sia quella gente,

E trovando in discosto un cavalliero,

Del tutto il dimandò cortesemente.

Esso rispose: РIl mio nome ̬ Oliviero,

E sono agionto pur mo di presente

Con Carlo imperatore e re di Franza,

Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

 

9.

Però che un saracin passato ha il mare

E rotto in campo il duca di Bavera;

Ora è sparuto, e non si può trovare,

Né comparisce uno omo di sua schiera;

Ma quel che ancor ci fa maravigliare,

Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,

Venendo de Ongheria con gente nuova,

Morto né vivo in terra se ritrova.

 

10.

Tutta la corte ne è disconsolata,

Perché ci manca il conte Orlando ancora,

Qual la tenea gradita e nominata

Con sua virtù che tutto il mondo onora;

E giuro a Dio, se solo una fiata

Vedessi Orlando, e poi senza dimora

Io fossi morto, e’ non me incresceria,

Ché io l’amo assai più che la vita mia. –

 

11.

Quando la dama a tal parlare intese

De il cavallier la voglia e il gran talento,

A lui rispose: – Tanto sei cortese,

Che il mio tacer serebbe un mancamento;

Onde io destino de aprirte palese

Quel che tu brami, e di farti contento:

Ranaldo e Orlando insieme con gran pena

Sono in battaglia alla selva de Ardena. –

 

12.

Quando Oliviero intese quel parlare

Ne la sua vita mai fu così lieto,

E presto il corse in campo a divulgare.

Or vi so dir che alcun non stava queto.

Re Carlo in fretta prese a cavalcare;

Chi gli passa davante e chi vien drieto.

Ma lui tien seco la dama soprana,

Che lo conduca a ponto alla fontana.

 

13.

E così andando intese la cagione

Che avea condutti entrambi a tal furore.

Molto se meraviglia il re Carlone,

Che il conte Orlando sia preso de amore,

Perché il teneva in altra opinïone;

Ma ben Ranaldo stima anco peggiore

Che non dice la dama, in ciascuno atto,

Perché più volte l’ha provato in fatto.

 

14.

Così parlando intrarno alla foresta,

Dico de Ardena, che è d’arbori ombrosa;

Chi cerca quella parte e chi per questa

De la fontana che è al bosco nascosa.

Ma così andando odirno la tempesta

De la crudel battaglia e furïosa;

Suonano intorno i colpi e l’arme isparte,

Come profondi il celo in quella parte.

 

15.

Ciascun verso il romore a correr prese,

Chi qua chi là, non già per un camino;

Primo che ogni altro vi gionse il Danese,

Dopo lui Salamone, e poi Turpino;

Ma non però spartirno le contese,

Ché non ardisce il grande o il piccolino

De entrar tra i duo baroni alla sicura:

Di que’ gran colpi ha ciascadun paura.

 

16.

Ma come gionse Carlo imperatore,

Ciascun se trasse adietro di presente;

E benché egli abbian sì focoso il core,

Che de altrui poco curano o nïente,

Pur portavano a lui cotanto onore,

Che se trassero adietro incontinente.

Il bon re Carlo con benigna faccia,

Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

 

17.

Intorno a loro in cerchio è ogni barone,

E tutti gli confortano a far pace,

Trovando a ciò diverse e più ragione,

Secondo che a ciascuno a parlar piace.

E similmente ancora il re Carlone

Or con losinghe or con parole audace

Tal volta prega e tal volta comanda,

Che quella pace sia fatta di banda.

 

18.

La pace serìa fatta incontinente,

Ma ciascadun vôl la dama per sé,

E senza questo vi giova nïente

Pregar de amici e comandar del re.

Or de qua si partia nascosamente

La damisella, e non so dir perché,

Se forse l’odio che a Ranaldo porta

A star presente a lui la disconforta.

 

19.

Il conte Orlando la prese a seguire,

Come la vidde quindi dipartita;

Né il pro’ Ranaldo si stette a dormire,

Ma tenne dietro ad essa alla polita.

Gli altri, temendo quel che può avenire,

Con Carlo insieme ogniom l’ebbe seguita

Per trovarsi mezani alla baruffa,

Se ancor la questïon tra lor se azuffa.

 

20.

E poco apresso li ebber ritrovati

Con brandi nudi a fronte in una valle,

A benché ancor non fussero attaccati,

Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;

Ed altri che più avanti erano andati,

Trovâr la dama, che per stretto calle

Fuggia per aguatarsi in un vallone,

E lei menarno avanti al re Carlone.

 

21.

Il re da poscia la fece guardare

Al duca Namo con molto rispetto,

Deliberando pur de raconciare

Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,

Promettendo a ciascun di terminare

La cosa con tal fine e tal effetto,

Che ogniom iudicherebbe per certanza

Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

 

22.

Poi, ritornati in campo quella sera,

Fece gran festa tutto il baronaggio,

Però che prima Orlando perduto era,

Né avean di lui novella né messaggio.

Or la matina la real bandera

Verso Parigi prese il bon vïaggio.

Io più con questi non voglio ire avante,

Perché oltra al mare io passo ad Agramante.

 

23.

Il qual lasciai nel monte di Carena

Con tanti re meschiati a quel torniero,

E forte sospirando se dimena,

Perché abattuto al campo l’ha Rugiero;

Ed esso ancora stava in maggior pena,

Ché era ferito il giovanetto fiero:

La cosa già narrai tutta per ponto,

Sì che ora taccio e più non la riconto.

 

24.

E sol ritorno che, essendo ferito,

Come io vi dissi, il giovenetto a torto

Da Bardulasto, qual l’avea tradito,

Benché da lui fu poi nel bosco morto,

Nascosamente si fu dipartito,

Né alcun vi fu di quel torniero accorto,

E gionse al sasso, sopra alla gran tana,

Ove è Atalante e ‘l re de Tingitana.

 

25.

Quando Atalante vidde il damigello

Sì crudelmente al fianco innaverato,

Parve esso al cor passato di coltello,

Cridando: РAhim̬! che nulla me ̬ giovato

Lo antivedere il tuo caso sì fello,

Benché sì presto non l’avea stimato. –

Ma il pro’ Rugier facendo lieto viso

Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

 

26.

РNon pianger, non, Рdicea Рn̩ dubitare,

Che, essendo medicato con ragione,

Sì come io so che tu saprai ben fare,

Non avrò morte, e poca passïone;

E peggio assai mi parve alor di stare

Quando occise nel monte quel leone,

E quando prese ancora l’elefante

Che tutto il petto mi squarciò davante. –

 

27.

Il vecchio poi, veggendo la ferita,

Che non era mortal, per quel che io sento,

Poi che la pelle insieme ebbe cusita,

La medica con erbe e con unguento.

Ora Brunello avea la cosa udita,

Sì come era passato il torniamento,

E prestamente immaginò nel core

De aver di quello il trïonfale onore.

 

28.

Subitamente prese la armatura

Che avea portata il giovane Rugiero.

Benché sia sanguinosa, non se cura,

Salta sopra Frontino, il bon destriero,

E via correndo giù per la pianura

Gionse che ancor ogniom era al torniero;

Ma, come gli altri il viddero arivare,

Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.

 

29.

Ed Agramante, il quale era turbato

Per la caduta, come io vi contai,

Avendo il brando suo riposto a lato,

Dicea: РPer questo giorno ̬ fatto assai,

Se pur Rugier se fosse ritrovato;

Ma ben credo io che non si trovi mai. –

E fatto ritrovare il re Brunello,

A sé lo dimandò con tale appello:

 

30.

– Io credo per mostrar tua vigoria

Che oggi dicesti colui ritrovare,

Il qual non credo ormai che al mondo sia,

Se non è sopra al celo o sotto al mare;

E ben te giuro per la fede mia,

Che io te ho veduto in tal modo provare

Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero,

Non se andrebbe cercando altro Rugiero. –

 

31.

Rispose a lui Brunello: – Al vostro onore

Sia fatto quel ch’io feci o bene o male;

E tutta mia prodezza o mio valore

Tanto me è grata, quanto per voi vale;

Ma più voglio alegrarvi, alto segnore,

Perché trovato è il giovane reale,

Dico Rugiero. è disceso dal sasso;

Prima lo avriti che sia il sole al basso. –

 

32.

Quando Agramante intese così dire,

Nella sua vita mai fu più contento;

Con gli altri verso il sasso prese a gire,

Né se ricorda più de torniamento;

A benché molti non potean soffrire,

Mirando il piccolin che pare un stento,

Aver contra di lui quel campo perso,

Onde ciascun lo guarda de traverso.

 

33.

Or, così andando, gionsero al boschetto,

Ove era Bardulasto de Alganzera,

Partito da la fronte insino al petto.

Sopra al suo corpo se fermò la schiera,

Però che il re, turbato ne lo aspetto,

A’ circonstanti dimandò chi egli era;

E benché avesse il viso fesso e guasto,

Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

 

34.

Non se mostrò già il re di questo lieto,

Anzi turbato cominciava a dire:

– Chi fu colui che contra al mio deveto

Villanamente ardito ha di ferire? –

A tal parlar ciascun si stava queto,

Né alcuno ardiva ponto de cetire;

Veggendo il re che in tal modo minaccia,

Tutti guardavan l’uno l’altro in faccia.

 

35.

E come far se suole in cotal caso,

Mirando ognuno or quella cosa or questa,

Fu visto il sangue il quale era rimaso

Ne l’arme de Brunello e sopravesta.

Per questo fu cridato: – Ecco il malvaso

Che occise Bardulasto alla foresta! –

Né avendo ciò Brunello apena inteso,

Da quei de intorno subito fu preso.

 

36.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,

E sol la lingua gli può dare aiuto,

Dicendo a ponto sì come Rugiero

Con quelle arme nel campo era venuto;

Ma sì rado era usato a dire il vero,

Che nel presente non gli era creduto.

Ciascun cridando intorno a quella banda,

Sopra alle forche al re l’aricomanda.

 

37.

Onde esso, che se trova in mal pensero,

Del re e de gli altri se doleva forte,

Narrando come era ito messaggero

Per quello annello a risco de la morte.

Gli altri ridendo il chiamano grossero,

Poi che servigi ramentava in corte;

Però che ogni servire in cortesano

La sera è grato e la matina è vano.

 

38.

Proprio è bene un om dal tempo antico

Chi racordando va quel ch’è passato;

Ché sempre la risposta è: “Bello amico,

Stu m’hai servito, ed io te ho ben trattato”;

E per questo Brunel, come io vi dico,

Era da tutti intorno caleffato,

E ciascadun di lui dice più male,

Come intraviene a l’om che troppo sale.

 

39.

Ora fu comandato al re Grifaldo

Ch’incontinente lo faccia impiccare;

Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,

Diceva: – S’altri non potrò trovare,

Con le mie mani lo farò di saldo. –

E prestamente lo fece menare

Di là dal bosco, a quel sasso davante

Ove Rugier si stava ed Atalante.

 

40.

Il giovanetto, che il vide venire,

Ben prestamente l’ebbe cognosciuto;

Lui non era di quelli, a non mentire,

Che scordasse il servigio recevuto,

Dicendo: – Ancor ch’io dovessi morire,

In ogni modo io gli vo’ dare aiuto.

Costui mi prestò l’arme e il bon ronzone:

Non lo aiutando, ben serìa fellone. –

 

41.

Ed Atalante ben cridava assai

Per distorlo da ciò che avea pensato,

Dicendo: РAhim̬, filiol, dove ne vai?

Or non cognosci che sei disarmato?

Se ben giongi tra loro, e che farai?

Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.

Tu non hai lancia né brando né scudo:

Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? –

 

42.

Il giovanetto a ciò non attendia,

Ma via correndo fu gionto nel piano,

E, perché alcun sospetto non avia,

Tolse una lancia a un cavallier di mano.

Avea Grifaldo molti in compagnia,

Ma non gli stima il giovane soprano,

L’uno occidendo e l’altro trabuccando;

E da quei morti tolse un scudo e un brando.

 

43.

Come ebbe il brando in mano, ora pensati

Se egli mena da ballo il giovanetto;

Non fôrno altri giamai sì dissipati:

Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.

Grifaldo e’ duo compagni eran campati,

Ma treman come foglia, vi prometto,

Veggendo far tal colpi al damigello,

Il qual ben presto desligò Brunello.

 

44.

Ora Grifaldo ritornò piangendo

Al re Agramante e non sapea che dire,

Ma per vergogna, sì come io comprendo,

Non se curava ponto de morire.

Ma maravigliosse il re questo intendendo

Ed in persona volse al campo gire,

Ché a lui par cosa troppo istrana e nova

Avendo fatto un giovane tal prova.

 

45.

Ma quando vidde e colpi smisurati,

Per meraviglia se sbigotì quasi,

Perché tutti in duo pezzi eran tagliati

Quei cavallier che al campo eran rimasi;

Poi sorridendo disse: – Ora restati

Ne la malora qua, giotton malvasi,

Ché, se Macon me aiuti, io do nïente

De aver perduta così fatta gente. –

 

46.

Come Brunello ha visto il re Agramante,

In ogni modo via volea scampare;

Ma Rugier l’avea preso in quello istante,

Dicendo: – Converrai mia voglia fare,

Ch’io vo’ cond’urti a quel segnore avante.

E ad esso e agli altri aperto dimostrare,

Che fan contra a ragione e loro avisi,

Perché io fui quel che Bardulasto occisi. –

 

47.

E, questo ditto, se ne venne al re

Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato

– Segnor, – dicendo – io non so già perché

Fosse costui alla forca mandato;

Ma ben vi dico che sopra di me

La colpa toglio e tutto quel peccato,

Se peccato se appella alla contesa

Occidere il nemico in sua diffesa.

 

48.

Da Bardulasto fui prima ferito

A tradimento, ché io non mi guardava,

Ed essendo da poscia lui fuggito,

Io qua lo occisi, e ben lo meritava;

E se egli è quivi alcun cotanto ardito

(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)

Qual voglia ciò con l’arme sostenere,

Io vo’ provar ch’io feci il mio dovere. –

 

49.

Parlando in tal maniera il damigello,

Ciascun lo riguardava con stupore,

Dicendo l’uno a l’altro: – è costui quello,

Che acquistar debbe al mondo tale onore?

E veramente ad un cotanto bello

Convien meritamente alto valore,

Perché lo ardir, la forza e gentilezza

Più grata è assai ne l’om che ha tal bellezza. –

 

50.

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero

Di riguardarlo in viso non se sacia,

Fra sé dicendo: Questo è pur Rugiero!”

E di ciò tutto il celo assai ringracia.

Or più parole qua non è mestiero;

Subitamente lo bacia ed abracia.

Di Bardulasto non se prende affanno:

Se quello è morto, lui se n’abbi il danno.

 

51.

Il giovanetto, di valore acceso,

Di novo incominciò con voce pia

– Parmi – dicendo – aver più volte inteso

Che il primo officio di cavalleria

Sia la ragione e il dritto aver diffeso:

Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,

Ché di campar costui presi pensiero,

Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

 

52.

E l’arme e il suo destrier me sian donate,

Ché altra volta da lui me fu promesso,

Ed anco l’ho dapoi ben meritate,

Ché per camparlo a risco mi son messo. –

Disse Agramante: РEgli ̬ la veritate,

E così sarà fatto adesso adesso. –

Prendendo da Brunel l’arme e ‘l destriero,

Con molta festa il fece cavalliero.

 

53.

Era Atalante a quel fatto presente,

E ciò veggendo prese a lacrimare,

Dicendo: – O re Agramante, poni mente,

E de ascoltarmi non te desdignare;

Perché di certo al tempo che è presente

Quel che esser debbe voglio indovinare;

Non mente il celo, e mai non ha mentito,

Né mancarà di quanto io dico, un dito.

 

54.

Tu vôi condurre il giovane soprano

Di là dal mare ad ogni modo in Francia;

Per lui serà sconfitto Carlo Mano,

E cresceratti orgoglio e gran baldancia;

Ma il giovanetto fia poi cristïano.

Ahi traditrice casa di Magancia!

Ben te sostiene il celo in terra a torto;

Al fin serà Rugier poi per te morto.

 

55.

Or fusse questo lo ultimo dolore!

Ma restarà la sua genologia

Tra Cristïani, e fia de tanto onore,

Quanto alcun’altra che oggi al mondo sia.

Da quella fia servato ogni valore,

Ogni bontate ed ogni cortesia,

Amore e legiadria e stato giocondo,

Tra quella gente fiorita nel mondo.

 

56.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,

Che giù discende al campo paduano,

De arme e di senno e de ogni gloria esperto,

Largo, gentile e sopramodo umano.

Odeti, Italïani, io ve ne acerto:

Costui, che vien con quel stendardo in mano,

Porta con seco ogni vostra salute;

Per lui fia piena Italia di virtute.

 

57.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,

Né vi so iudicar qual sia maggiore,

Ché l’uno ha morto il perfido Anzolino,

E l’altro ha rotto Enrico imperatore.

Ecco uno altro Ranaldo paladino:

Non dico quel di mo, dico il segnore

Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,

Che a Federico abatte la corona.

 

58.

Natura mostra fuor il suo tesoro:

Ecco il marchese a cui virtù non manca.

Mondo beato e felici coloro

Che seran vivi a quella età sì franca!

Al tempo di costui gli zigli d’oro

Seran congionti a quella acquila bianca

Che sta nel celo, e seran sue confine

Il fior de Italia a due belle marine.

 

59.

E se l’altro filiol de Amfitrïone,

Qual là si mostra in abito ducale,

Avesse a prender stato opinïone,

Come egli ha a seguir bene e fuggir male,

Tutti li occei, non dico le persone,

Per obedirlo avriano aperte l’ale.

Ma che voglio io guardar più oltra avante?

Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

 

60.

Poi che oltra mar tu porti la semente

De ogni virtù che nosco dimorava;

De qui nascerà il fior de l’altra gente,

E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,

Che esser conviene, e non serà altramente! –

Così piangendo il vecchio ragionava;

Il re Agramante al suo dir bene attende,

Ma di tal cosa poco o nulla intende.

 

61.

Anci rispose, come ebbe finito,

Quasi ridendo: – Io credo che lo amore,

Il qual tu porti a quel viso fiorito,

Te faccia indovinar sol per dolore.

Ma a questa cosa pigliarem partito,

Ché tu potrai venir con seco ancore,

Anci verrai: or lascia questo pianto. –

Addio, segnor, ché qua finito è il canto.

 

 

[Libro tercio de Orlando Inamorato ove sono descrite le maravigliose aventure e le grandissime bataglie e mirabile morte del paladino Rugiero e come la nobeltade e la cortesia ritornarno in Italia dopo la edificazione de Moncelice.]

 

 

CANTO VENTESIMOSECONDO

 

1.

Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria,

Come Alessandro e Cesare romano,

Che l’uno e l’altro corse con vittoria

Dal mar di mezo a l’ultimo oceàno,

Non avesse soccorso la memoria,

Serìa fiorito il suo valore invano;

Lo ardire e senno e le inclite virtute

Serian tolte dal tempo e al fin venute.

 

2.

Fama, seguace de gli imperatori,

Ninfa, che e gesti e’ dolci versi canti,

Che dopo morte ancor gli uomini onori

E fai coloro eterni che tu vanti,

Ove sei giunta? A dir gli antichi amori

Ed a narrar battaglie de’ giganti,

Merc’è del mondo che al tuo tempo è tale,

Che più di fama o di virtù non cale.

 

3.

Lascia a Parnaso quella verde pianta,

Ché de salirvi ormai perso è il camino,

E meco al basso questa istoria canta

Del re Agramante, il forte saracino,

Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta

Pigliar re Carlo ed ogni paladino.

D’arme ha già il mare e la terra coperta:

Trentaduo re son dentro da Biserta.

 

4.

E poi che ritrovato è quel Rugiero,

Qual di franchezza e di beltate è il fiore,

L’un più che l’altro a quel passaggio è fiero:

Non fu veduto mai tanto furore.

Or ben se guardi Carlo lo imperiero,

Ché adosso se gli scarca un gran romore;

Contar vi voglio il nome e la possanza

Di ciascadun che vôl passar in Franza.

 

5.

Venuto è il primo insin de Libicana,

Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:

Tutta senz’arme è sua gente villana,

Ricciuta e negra dal capo alle piante;

Ma lui cavalca sopra ad una alfana,

Armato bene è di dietro e davante,

E porta al paramento e sopra al scudo

In campo rosso un fanciulletto nudo.

 

6.

E Sorridano è gionto per secondo,

Qual signoreggia tutta la Esperia;

Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo,

Ed è pur negra ancor la sua zinia.

Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo

Costui che io dico e i labri grossi avia;

Sotto ha una alfana, sì come il primiero.

Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

 

7.

Tanfirïone, il re de l’Almasilla,

Anci nomar si può re del diserto,

Ché non ha quel paese o casa o villa,

Ma tutta sta la gente al discoperto.

Chi me donasse l’arte de Sibilla,

Indovinando io non sarrìa di certo

Della sua gente scegliere il megliore,

Ché senza ardir son tutti e senza core.

 

8.

Non vi meravigliati poi se Orlando

Caccia costor tal fiata alla disciolta,

E se cotanti ne taglia col brando,

Ché nuda è quasi questa gente istolta;

E sempre è bon cacciare alora quando

Fugge la torma e mai non se rivolta.

Ma dal proposto mio troppo mi parto:

Dett’ho del terzo, odeti per il quarto,

 

9.

Ch’è Manilardo, il re de la Norizia,

La qual di là da Setta è mille miglia;

De pecore e di capre ha gran divizia,

E la sua gente a ciò se rassomiglia.

Non han moneta e non hanno avarizia

De oro e de argento; e non è maraviglia,

Che tra noi anco il bove né il montone

Ciò non desia, perché è senza ragione.

 

10.

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,

Che è longi al mare ed abita fra terra.

Grande è il paese, tutto ardente e caldo,

Sempre sua gente con le serpe han guerra.

Il giorno va ciascun sicuro e baldo,

La notte ne le tane poi si serra;

D’erba se pasce, e non so che altro guste:

Scrive Turpin che vive de locuste.

 

11.

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:

Non trovo gente di questa peggiore;

Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,

Biastemando chi ‘l fece e ‘l suo splendore.

La feccia qua del mondo se roversa,

Per dar travaglia a Carlo imperadore.

Or vengano pur via, gente balorda,

Che ogni cristian ne avrà cento per corda.

 

12.

E se nulla vi manca, per aiuto

Già Pulïano, il re di Nasamona,

Con gente di sua terra è qua venuto.

Non trovaresti armata una persona;

Chi porta mazza e chi bastone acuto,

Trombe ni corni a sua guerra si suona;

Avengaché il suo re sia bene armato,

Di molto ardire e gran forza dotato.

 

13.

Il re de le Alvaracchie è Prusïone,

Che le Isole Felice son chiamate,

E tra gli antiqui ne è larga tenzone,

E ne le istorie molto nominate.

Ma lui condusse alla terra persone

Ignude quasi, non che disarmate;

Ciascun portava in mano un tronco grosso,

E sol di pelle avean coperto il dosso.

 

14.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia,

Qual ha il suo regno in mezo de la arena.

Una gran gente detro a lui seguia,

Ma tutta quanta de pedocchi è piena.

Apresso di questo altro ne vien via

Re Martasino, e la sua gente mena,

Qual più de altre de arme non se vanta:

Il giovanetto è re di Garamanta.

 

15.

Perché, dopo che morto fu il vecchione,

Quale era negromante e incantatore,

Il re concesse questa regïone

A Martasino, a cui portava amore.

Apresso a questo venne Dorilone;

Aveva pur costui gente megliore,

Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;

La gente sua selvatica non pare.

 

16.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda,

Che stimato è guerrer molto soprano.

Il suo paese di gran pesci abonda,

Perché è disteso sopra allo oceàno,

Tornando dietro al mare, alla seconda.

Bambirago d’Arzila, a destra mano.

La gente di costor è de una scorza

Nera, come è il carbon quando se smorza.

 

17.

Ma tra’ Getuli avea perso Grifaldo,

Che, via passando, non me venne a mente.

Lontano è al mare il suo paese caldo,

Populo ignudo, tristo e da nïente.

Bardulasto era morto, quel ribaldo,

Ma novo re fu posto alla sua gente,

La qual condotta venne da Alghezera;

Questa tra l’altre è ben gagliarda e fiera.

 

18.

Vero è che non han ferro in sua provenza,

Ma tutti portano ossa de dragoni

Tagliente e acute, e non vedresti un senza;

Per elmi in capo han teste de leoni,

Sì che a mirarli è strana appariscenza.

In Francia periran questi poltroni;

Tutti han scoperte le gambe e le braccia;

Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

 

19.

Bucifaro il suo re fu nominato,

Qual di prodezza è tra’ baroni il terzo.

Il re di Normandia gli viene a lato,

Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;

Ma il popol che ha condotto è sciagurato,

Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo:

Gente non fu giamai cotanto istrana;

Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

 

20.

Più sozza fronte mai non fie’ natura,

E ben li ha posti del mondo in confino,

Ché a l’altra gente potria far paura,

Che se scontrasse avante al matutino.

Né già il suo re gli avanza di figura,

Negretto come loro e piccolino;

Più volte vi narrai come era fatto,

Però lo lascio e più de lui non tratto.

 

21.

E torno ver ponente alla marina,

Ove è il paese più domesticato,

Benché la gente è negra e piccolina,

Né trovaresti tra mille uno armato.

Di là vien Farurante di Maurina;

Feroce è lui, ma male accompagnato.

Ora nel nostro mar mi volto adesso:

Il re di Tremison gli viene apresso

 

22.

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata

Di lancie e scudi, e de archi e de saette),

E Marbalusto, la anima dannata,

Che seco ha tante gente maledette,

E per menarle meglio alla spiegata

La Francia tutta in preda gli promette,

Onde quei pacci volentier vi vano;

Costui de cui ragiono, è re d’Orano.

 

23.

Un altro, che al suo regno gli confina,

Venne con gente armata con vantaggio:

Ciò fu Gualciotto di Bellamarina,

Forte ne l’armi e di consiglio saggio.

Poi Pinadoro, il re di Costantina;

Questo dal mare è longi in quel vïaggio:

Quando già fece con gli Arabi guerra,

Fie’ Costantino al monte quella terra.

 

24.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai

Che lasso son cercando ogni confino?

E parmi ben ch’io non finirò mai;

Pur mo se me apresenta il re Sobrino,

Che è re di Garbo, come io vi contai.

Non è di lui più savio saracino;

Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.

Tre vi ne sono ancora, io ve ‘l confesso.

 

25.

Quel Rodamonte che è passato in Francia,

è re di Sarza, ed è tanto gagliardo,

Che non è pare al mondo di possancia.

Ora vi venne ancora il re Branzardo

Con belle gente armate a scudo e lancia;

Re di Bugia se appella quel vecchiardo.

Lo ultimo venne, perch’è più lontano,

Mulabuferso, che è re di Fizano.

 

26.

Era già prima in corte Dardinello,

Nato di sangue e di casa reale,

Che fu figlio de Almonte il damigello,

Destro ne l’arme, come avesse l’ale,

Molto cortese, costumato e bello,

Né se potrebbe apponervi alcun male.

Il re Agramante, che gli porta amore,

Re de Azumara l’ha fatto e segnore.

 

27.

Io credo ben che serà notte bruna

Prima che tutti possa nominare,

Perché giamai non fu sotto la luna

Tal gente insieme, per terra o per mare.

Re Cardorano a gli altri anco se aduna:

Chi gli potrebbe tutti ramentare?

E vien con seco il nero Balifronte:

Quasi il lor regno è fuor de l’orizonte.

 

28.

Il primo ha in Cosca la sua regïone,

Mulga se appella poi l’altro paese.

Africa tutta e le sue nazïone

Intorno de Biserta son distese,

Varii di lingue e strani di fazone,

Diversi de le veste e de lo arnese;

Né se numerarebbe a minor pena

Le stelle in celo o nel litto l’arena.

 

29.

Fece Agramante e re tutti alloggiare

Dentro a Biserta, che è di zoie piena;

Là con baldanza stanno ad armeggiare

Con balli e canti e con festa serena;

Altro che trombe non se ode suonare,

L’un più che l’altro gran tempesta mena;

Chi a destrier corre, e chi l’arme si prova,

Cresce nel campo ognior più gente nova.

 

30.

Da Tripoli e Bernica e Tolometta

Vien copia de pedoni e cavallieri;

Questa è ben tutta quanta gente eletta

Con arme luminose e bon destrieri.

Quivi il re di Canara anco se aspetta,

Ma già non son cotali e suoi guerrieri,

Ché alle lor lancie non bisogna lima;

Corne di capre gli han per ferri in cima.

 

31.

Era il suo re nomato Bardarico,

Terribil di persona e bene armato;

Or quando fu giamai nel tempo antico

Per tale impresa un popolo adunato,

Tanto diverso quanto è quel che io dico,

La terra e il mar coperto in ogni lato?

Oh quanto era superbo il re Agramante,

Che a suo comando avea gente cotante!

 

32.

Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto

Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi;

Questi non hanno né casa né tetto,

Ma ne le selve stan come selvatichi;

Ragione e legge fanno a suo diletto,

Né son tra loro astrologi o gramatichi.

Non è de questi alcun paese certo,

Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

 

33.

E chi volesse dietro a lor seguire,

Serìa perdere il tempo con affanno;

Essi de frutti se sanno nutrire

E vivere al scoperto senza panno;

Però fan gli altri di fame morire,

Né se acquista a seguirli se non danno;

Onde Agramante per questa paura

De subiugarli mai non prese cura.

 

34.

E standosi in Biserta a sollacciare,

Come io vi dissi, con molto conforto,

Un messo li aportò come nel mare

Son più nave apparite sopra al porto,

Le qual già Rodamonte ebbe a menare,

Ma de lui non se sa se è vivo o morto;

E che seco avean loro un gran pregione,

Che è cristiano ed ha nome Dudone.

 

35.

Il re turbato incominciò gran pianto,

Stimando che sia morto Rodamonte;

Ma io il vo’ piangendo abandonare alquanto,

Per tornare a que’ duo che a fronte a fronte

De ardire e de fortezza se dàn vanto.

Forse stimati che io parli del conte,

Qual con Ranaldo a guerra era venuto;

Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

 

36.

Che non ha tutto il mondo duo pagani

Di cotal forza e tanta vigoria.

Crudel battaglia quei baron soprani

Menata han sempre e menan tuttavia.

De arme spezzate avean coperti i piani,

Né alcun de lor sa già chi l’altro sia;

Ma ciascun giuraria senza riguardo

Non aver mai trovato un più gagliardo.

 

37.

De l’altro è Feraguto assai minore,

Ma non gli lasciaria del campo un dito,

Ché a lui non cede ponto di valore,

Perché ogni piccoletto è sempre ardito;

Ed èvi la ragion, però che il core

Più presso a l’altre membra è meglio unito;

Ma ben vorebbe aver la pelle grossa

Il cane ardito, quando non ha possa.

 

38.

Durando anco tra lor lo assalto fiero,

Per l’aspri colpi orribile a guardare,

Passava per quel campo un messaggiero,

Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:

РSe alcun di voi de corte ̬ cavalliero,

Male novelle vi sazo contare,

Ché ‘l re Marsilio, il perfido pagano,

Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

 

39.

E dissipato in campo ha il duca Amone,

E con soi figli l’ha dentro cacciato,

Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:

Alardo è preso, e non so se è campato;

E quel paese è in gran destruzïone,

Ché tutto intorno l’hanno arso e robbato.

Questo vidi io, che son de là venuto

Per dimandare a Carlo Mano aiuto. –

 

40.

Non fece alcuna indugia quel corriero,

Che dopo le parole è caminato.

Assai turbosse Feraguto il fiero,

Poi che a quel fatto non se era trovato;

E stato essendo alquanto in tal pensiero

Da Rodamonte al fin fu domandato

Se di tal guerra avea ponto che fare,

Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.

 

41.

E Feraguto a ponto gli contava

Come era il re Marsilio suo cïano,

E poi cortesemente lo pregava

Che seco voglia pace a mano a mano;

Né mai più de impicciarsi gli giurava

Per la figliola del re Stordilano.

Non lasciò già per tema cotal prova,

Ma sol per gire a quella guerra nova.

 

42.

Re Rodamonte, che l’avea provato

Di tal franchezza e di tanto ardimento,

Assai nel suo parlar l’ebbe onorato,

Facendo il suo volere a compimento;

E poi se furno l’un l’altro abracciato,

E fratellanza ferno in giuramento,

Con sì grande amistate e tanto amore

Che tra duo altri mai non fu maggiore.

 

43.

E destinati non se abandonare

L’un l’altro mai sin che in vita serano,

Insieme cominciarno a caminare,

Per ritrovarse entrambi a Montealbano;

E, via passando senza altro pensare,

Scontrarno Malagise e Vivïano:

Venian que’ duo fratei, de’ qual vi parlo,

Per impetrar soccorso dal re Carlo

 

44.

Per Montealbano, il quale è assedïato,

Come di sopra potesti sentire.

Or Malagise se trasse da lato,

Come e due cavallier vidde venire,

Dicendo a Vivïan: – Per Dio beato!

Chi sian costoro io vo’ saperti dire -;

Ed intrato lì presso in un boschetto,

Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.

 

45.

Come il libro fu aperto, più né meno,

Ben fu servito di quel che avea voglia,

Ché fu a demonii il bosco tutto pieno:

Più de ducento ne è per ogni foglia.

E Malagise, che gli tiene a freno,

Comanda a ciascadun che via se toglia,

Largo aspettando insin che altro comanda;

Poi di costoro a Scarapin dimanda.

 

46.

Era un demonio questo Scarapino,

Che dello inferno è proprio la tristizia:

Minuto il giottarello e piccolino,

Ma bene è grosso e grande di malizia;

Alla taverna, dove è miglior vino,

O del gioco e bagascie la divizia,

Nel fumo dello arosto fa dimora,

E qua tentando ciascadun lavora.

 

47.

Costui, da Malagise adimandato,

Gli disse il nome e lo esser de’ baroni;

Là dove il negromante ebbe pensato

Pigliarli entrambi ed averli pregioni.

Tutti e demonii richiamò nel prato

In forma de guerreri e de ronzoni,

Mostrando in vista più de mille schiere,

Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

 

48.

Lui da una parte, da l’altra Viviano

Uscirno di quel bosco a gran furore.

Diceva Feraguto: – Odi, germano,

Ch’io non sentitte mai tanto rumore!

Questo è veramente Carlo Mano.

Or bisogna mostrar nostro valore;

Abench’io voglia te sempre obedire,

Per tutto il mondo non voria fuggire. –

 

49.

– Come fuggir? – rispose Rodamonte

– Hai tu di me cotale opinïone?

Senza te solo io vo’ bastare a fronte

A tutti e cristïani e al re Carlone,

E alle gente di Spagna seco aggionte.

Se sopra il campo vi fosse Macone

E tutto il paradiso con lo inferno,

Non me farian fuggire in sempiterno. –

 

50.

Mentre che e duo baron stavano in questa,