Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO SECONDO –  CANTI 21-31

CANTO VENTESIMOPRIMO

 

1.

O soprana Virtù, che e’ sotto al sole,

Movendo il terzo celo a gire intorno,

Dammi il canto soave e le parole

Dolci e ligiadre e un proferire adorno,

S’ che la gente che ascoltar mi vôle,

Prenda diletto odendo di quel giorno

Nel qual duo cavallier con tanto ardore

Fierno battaglia insieme per amore.

 

2.

Tra gli arbori fronzuti alla fontana

Insieme gli afrontai nel dir davanti;

L’uno ha Fusberta, e l’altro Durindana:

Chi sian costor, sapeti tutti quanti.

Per tutto il mondo ne la gente umana

Al par di lor non trovo che se vanti

De ardire e di possanza e di valore,

Ché veramente son de gli altri il fiore.

 

3.

Lor comenciarno la battaglia scura

Con tal destruzà¯one e tanto foco,

Che ardisco a dir che l’aria avea paura,

E tremava la terra di quel loco.

Ogni piastra ferrata, ogni armatura

Va con roina al campo a poco a poco,

E nel ferir l’un l’altro con tempesta

Par che profondi il celo e la foresta.

 

4.

Ranaldo lasciò un colpo in abandono

E gionse a mezo il scudo con Fusberta:

Parve che a quello avesse accolto un trono,

Con tal fraccasso lo spezza e diserta.

Tutti gli uccelli a quello orribil suono

Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta;

E le fiere del bosco, come io sento,

Fuggian cridando e piene di spavento.

 

5.

Orlando tocca lui con Durindana

Spezzando usbergo e piastre tutte quante,

E la selva vicina e la lontana

Per quel furor crollò tutte le piante;

E tremò il marmo intorno alla fontana

E l’acqua, che s’ chiara era davante,

Se fece a quel ferir torbida e scura,

Né a s’ gran colpi alcun di loro ha cura;

 

6.

Anci più grandi gli ha sempre a menare.

Cotal ruina mai non fu sentita;

Onde la dama, che stava a mirare,

Pallida in faccia venne e sbigotita,

Né gli soffrendo lo animo di stare

In tanta tema, se ne era fuggita;

Né de ciò sono accorti e cavallieri,

S’ son turbati alla battaglia e fieri.

 

7.

Ma la donzella, che indi era partita,

Toccava a più potere il palafreno,

E de alongarsi presto ben se aita,

Come avesse la caccia, più né meno.

Essendo alquanto de la selva uscita,

Vidde là  presso un prato, che era pieno

De una gran gente a piede e con ronzoni,

Che ponean tende al campo e paviglioni.

 

8.

La dama di sapere entrò in pensiero

Perché qua stesse e chi sia quella gente,

E trovando in discosto un cavalliero,

Del tutto il dimandò cortesemente.

Esso rispose: – Il mio nome è Oliviero,

E sono agionto pur mo di presente

Con Carlo imperatore e re di Franza,

Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

 

9.

Però che un saracin passato ha il mare

E rotto in campo il duca di Bavera;

Ora è sparuto, e non si può trovare,

Né comparisce uno omo di sua schiera;

Ma quel che ancor ci fa maravigliare,

Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,

Venendo de Ongheria con gente nuova,

Morto né vivo in terra se ritrova.

 

10.

Tutta la corte ne è disconsolata,

Perché ci manca il conte Orlando ancora,

Qual la tenea gradita e nominata

Con sua virtù che tutto il mondo onora;

E giuro a Dio, se solo una fiata

Vedessi Orlando, e poi senza dimora

Io fossi morto, e’ non me incresceria,

Ché io l’amo assai più che la vita mia. –

 

11.

Quando la dama a tal parlare intese

De il cavallier la voglia e il gran talento,

A lui rispose: – Tanto sei cortese,

Che il mio tacer serebbe un mancamento;

Onde io destino de aprirte palese

Quel che tu brami, e di farti contento:

Ranaldo e Orlando insieme con gran pena

Sono in battaglia alla selva de Ardena. –

 

12.

Quando Oliviero intese quel parlare

Ne la sua vita mai fu cos’ lieto,

E presto il corse in campo a divulgare.

Or vi so dir che alcun non stava queto.

Re Carlo in fretta prese a cavalcare;

Chi gli passa davante e chi vien drieto.

Ma lui tien seco la dama soprana,

Che lo conduca a ponto alla fontana.

 

13.

E cos’ andando intese la cagione

Che avea condutti entrambi a tal furore.

Molto se meraviglia il re Carlone,

Che il conte Orlando sia preso de amore,

Perché il teneva in altra opinà¯one;

Ma ben Ranaldo stima anco peggiore

Che non dice la dama, in ciascuno atto,

Perché più volte l’ha provato in fatto.

 

14.

Cos’ parlando intrarno alla foresta,

Dico de Ardena, che è d’arbori ombrosa;

Chi cerca quella parte e chi per questa

De la fontana che è al bosco nascosa.

Ma cos’ andando odirno la tempesta

De la crudel battaglia e furà¯osa;

Suonano intorno i colpi e l’arme isparte,

Come profondi il celo in quella parte.

 

15.

Ciascun verso il romore a correr prese,

Chi qua chi là , non già  per un camino;

Primo che ogni altro vi gionse il Danese,

Dopo lui Salamone, e poi Turpino;

Ma non però spartirno le contese,

Ché non ardisce il grande o il piccolino

De entrar tra i duo baroni alla sicura:

Di que’ gran colpi ha ciascadun paura.

 

16.

Ma come gionse Carlo imperatore,

Ciascun se trasse adietro di presente;

E benché egli abbian s’ focoso il core,

Che de altrui poco curano o nà¯ente,

Pur portavano a lui cotanto onore,

Che se trassero adietro incontinente.

Il bon re Carlo con benigna faccia,

Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

 

17.

Intorno a loro in cerchio è ogni barone,

E tutti gli confortano a far pace,

Trovando a ciò diverse e più ragione,

Secondo che a ciascuno a parlar piace.

E similmente ancora il re Carlone

Or con losinghe or con parole audace

Tal volta prega e tal volta comanda,

Che quella pace sia fatta di banda.

 

18.

La pace ser’a fatta incontinente,

Ma ciascadun vôl la dama per sé,

E senza questo vi giova nà¯ente

Pregar de amici e comandar del re.

Or de qua si partia nascosamente

La damisella, e non so dir perché,

Se forse l’odio che a Ranaldo porta

A star presente a lui la disconforta.

 

19.

Il conte Orlando la prese a seguire,

Come la vidde quindi dipartita;

Né il pro’ Ranaldo si stette a dormire,

Ma tenne dietro ad essa alla polita.

Gli altri, temendo quel che può avenire,

Con Carlo insieme ogniom l’ebbe seguita

Per trovarsi mezani alla baruffa,

Se ancor la questà¯on tra lor se azuffa.

 

20.

E poco apresso li ebber ritrovati

Con brandi nudi a fronte in una valle,

A benché ancor non fussero attaccati,

Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;

Ed altri che più avanti erano andati,

Trovà¢r la dama, che per stretto calle

Fuggia per aguatarsi in un vallone,

E lei menarno avanti al re Carlone.

 

21.

Il re da poscia la fece guardare

Al duca Namo con molto rispetto,

Deliberando pur de raconciare

Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,

Promettendo a ciascun di terminare

La cosa con tal fine e tal effetto,

Che ogniom iudicherebbe per certanza

Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

 

22.

Poi, ritornati in campo quella sera,

Fece gran festa tutto il baronaggio,

Però che prima Orlando perduto era,

Né avean di lui novella né messaggio.

Or la matina la real bandera

Verso Parigi prese il bon và¯aggio.

Io più con questi non voglio ire avante,

Perché oltra al mare io passo ad Agramante.

 

23.

Il qual lasciai nel monte di Carena

Con tanti re meschiati a quel torniero,

E forte sospirando se dimena,

Perché abattuto al campo l’ha Rugiero;

Ed esso ancora stava in maggior pena,

Ché era ferito il giovanetto fiero:

La cosa già  narrai tutta per ponto,

S’ che ora taccio e più non la riconto.

 

24.

E sol ritorno che, essendo ferito,

Come io vi dissi, il giovenetto a torto

Da Bardulasto, qual l’avea tradito,

Benché da lui fu poi nel bosco morto,

Nascosamente si fu dipartito,

Né alcun vi fu di quel torniero accorto,

E gionse al sasso, sopra alla gran tana,

Ove è Atalante e ‘l re de Tingitana.

 

25.

Quando Atalante vidde il damigello

S’ crudelmente al fianco innaverato,

Parve esso al cor passato di coltello,

Cridando: – Ahimè! che nulla me è giovato

Lo antivedere il tuo caso s’ fello,

Benché s’ presto non l’avea stimato. –

Ma il pro’ Rugier facendo lieto viso

Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

 

26.

– Non pianger, non, – dicea – né dubitare,

Che, essendo medicato con ragione,

S’ come io so che tu saprai ben fare,

Non avrò morte, e poca passà¯one;

E peggio assai mi parve alor di stare

Quando occise nel monte quel leone,

E quando prese ancora l’elefante

Che tutto il petto mi squarciò davante. –

 

27.

Il vecchio poi, veggendo la ferita,

Che non era mortal, per quel che io sento,

Poi che la pelle insieme ebbe cusita,

La medica con erbe e con unguento.

Ora Brunello avea la cosa udita,

S’ come era passato il torniamento,

E prestamente immaginò nel core

De aver di quello il trà¯onfale onore.

 

28.

Subitamente prese la armatura

Che avea portata il giovane Rugiero.

Benché sia sanguinosa, non se cura,

Salta sopra Frontino, il bon destriero,

E via correndo giù per la pianura

Gionse che ancor ogniom era al torniero;

Ma, come gli altri il viddero arivare,

Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.

 

29.

Ed Agramante, il quale era turbato

Per la caduta, come io vi contai,

Avendo il brando suo riposto a lato,

Dicea: – Per questo giorno è fatto assai,

Se pur Rugier se fosse ritrovato;

Ma ben credo io che non si trovi mai. –

E fatto ritrovare il re Brunello,

A sé lo dimandò con tale appello:

 

30.

– Io credo per mostrar tua vigoria

Che oggi dicesti colui ritrovare,

Il qual non credo ormai che al mondo sia,

Se non è sopra al celo o sotto al mare;

E ben te giuro per la fede mia,

Che io te ho veduto in tal modo provare

Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero,

Non se andrebbe cercando altro Rugiero. –

 

31.

Rispose a lui Brunello: – Al vostro onore

Sia fatto quel ch’io feci o bene o male;

E tutta mia prodezza o mio valore

Tanto me è grata, quanto per voi vale;

Ma più voglio alegrarvi, alto segnore,

Perché trovato è il giovane reale,

Dico Rugiero. è disceso dal sasso;

Prima lo avriti che sia il sole al basso. –

 

32.

Quando Agramante intese cos’ dire,

Nella sua vita mai fu più contento;

Con gli altri verso il sasso prese a gire,

Né se ricorda più de torniamento;

A benché molti non potean soffrire,

Mirando il piccolin che pare un stento,

Aver contra di lui quel campo perso,

Onde ciascun lo guarda de traverso.

 

33.

Or, cos’ andando, gionsero al boschetto,

Ove era Bardulasto de Alganzera,

Partito da la fronte insino al petto.

Sopra al suo corpo se fermò la schiera,

Però che il re, turbato ne lo aspetto,

A’ circonstanti dimandò chi egli era;

E benché avesse il viso fesso e guasto,

Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

 

34.

Non se mostrò già  il re di questo lieto,

Anzi turbato cominciava a dire:

– Chi fu colui che contra al mio deveto

Villanamente ardito ha di ferire? –

A tal parlar ciascun si stava queto,

Né alcuno ardiva ponto de cetire;

Veggendo il re che in tal modo minaccia,

Tutti guardavan l’uno l’altro in faccia.

 

35.

E come far se suole in cotal caso,

Mirando ognuno or quella cosa or questa,

Fu visto il sangue il quale era rimaso

Ne l’arme de Brunello e sopravesta.

Per questo fu cridato: – Ecco il malvaso

Che occise Bardulasto alla foresta! –

Né avendo ciò Brunello apena inteso,

Da quei de intorno subito fu preso.

 

36.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,

E sol la lingua gli può dare aiuto,

Dicendo a ponto s’ come Rugiero

Con quelle arme nel campo era venuto;

Ma s’ rado era usato a dire il vero,

Che nel presente non gli era creduto.

Ciascun cridando intorno a quella banda,

Sopra alle forche al re l’aricomanda.

 

37.

Onde esso, che se trova in mal pensero,

Del re e de gli altri se doleva forte,

Narrando come era ito messaggero

Per quello annello a risco de la morte.

Gli altri ridendo il chiamano grossero,

Poi che servigi ramentava in corte;

Però che ogni servire in cortesano

La sera è grato e la matina è vano.

 

38.

Proprio è bene un om dal tempo antico

Chi racordando va quel ch’è passato;

Ché sempre la risposta è: “Bello amico,

Stu m’hai servito, ed io te ho ben trattato”;

E per questo Brunel, come io vi dico,

Era da tutti intorno caleffato,

E ciascadun di lui dice più male,

Come intraviene a l’om che troppo sale.

 

39.

Ora fu comandato al re Grifaldo

Ch’incontinente lo faccia impiccare;

Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,

Diceva: – S’altri non potrò trovare,

Con le mie mani lo farò di saldo. –

E prestamente lo fece menare

Di là  dal bosco, a quel sasso davante

Ove Rugier si stava ed Atalante.

 

40.

Il giovanetto, che il vide venire,

Ben prestamente l’ebbe cognosciuto;

Lui non era di quelli, a non mentire,

Che scordasse il servigio recevuto,

Dicendo: – Ancor ch’io dovessi morire,

In ogni modo io gli vo’ dare aiuto.

Costui mi prestò l’arme e il bon ronzone:

Non lo aiutando, ben ser’a fellone. –

 

41.

Ed Atalante ben cridava assai

Per distorlo da ciò che avea pensato,

Dicendo: – Ahimè, filiol, dove ne vai?

Or non cognosci che sei disarmato?

Se ben giongi tra loro, e che farai?

Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.

Tu non hai lancia né brando né scudo:

Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? –

 

42.

Il giovanetto a ciò non attendia,

Ma via correndo fu gionto nel piano,

E, perché alcun sospetto non avia,

Tolse una lancia a un cavallier di mano.

Avea Grifaldo molti in compagnia,

Ma non gli stima il giovane soprano,

L’uno occidendo e l’altro trabuccando;

E da quei morti tolse un scudo e un brando.

 

43.

Come ebbe il brando in mano, ora pensati

Se egli mena da ballo il giovanetto;

Non fôrno altri giamai s’ dissipati:

Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.

Grifaldo e’ duo compagni eran campati,

Ma treman come foglia, vi prometto,

Veggendo far tal colpi al damigello,

Il qual ben presto desligò Brunello.

 

44.

Ora Grifaldo ritornò piangendo

Al re Agramante e non sapea che dire,

Ma per vergogna, s’ come io comprendo,

Non se curava ponto de morire.

Ma maravigliosse il re questo intendendo

Ed in persona volse al campo gire,

Ché a lui par cosa troppo istrana e nova

Avendo fatto un giovane tal prova.

 

45.

Ma quando vidde e colpi smisurati,

Per meraviglia se sbigot’ quasi,

Perché tutti in duo pezzi eran tagliati

Quei cavallier che al campo eran rimasi;

Poi sorridendo disse: – Ora restati

Ne la malora qua, giotton malvasi,

Ché, se Macon me aiuti, io do nà¯ente

De aver perduta cos’ fatta gente. –

 

46.

Come Brunello ha visto il re Agramante,

In ogni modo via volea scampare;

Ma Rugier l’avea preso in quello istante,

Dicendo: – Converrai mia voglia fare,

Ch’io vo’ cond’urti a quel segnore avante.

E ad esso e agli altri aperto dimostrare,

Che fan contra a ragione e loro avisi,

Perché io fui quel che Bardulasto occisi. –

 

47.

E, questo ditto, se ne venne al re

Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato

– Segnor, – dicendo – io non so già  perché

Fosse costui alla forca mandato;

Ma ben vi dico che sopra di me

La colpa toglio e tutto quel peccato,

Se peccato se appella alla contesa

Occidere il nemico in sua diffesa.

 

48.

Da Bardulasto fui prima ferito

A tradimento, ché io non mi guardava,

Ed essendo da poscia lui fuggito,

Io qua lo occisi, e ben lo meritava;

E se egli è quivi alcun cotanto ardito

(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)

Qual voglia ciò con l’arme sostenere,

Io vo’ provar ch’io feci il mio dovere. –

 

49.

Parlando in tal maniera il damigello,

Ciascun lo riguardava con stupore,

Dicendo l’uno a l’altro: – è costui quello,

Che acquistar debbe al mondo tale onore?

E veramente ad un cotanto bello

Convien meritamente alto valore,

Perché lo ardir, la forza e gentilezza

Più grata è assai ne l’om che ha tal bellezza. –

 

50.

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero

Di riguardarlo in viso non se sacia,

Fra sé dicendo: Questo è pur Rugiero!”

E di ciò tutto il celo assai ringracia.

Or più parole qua non è mestiero;

Subitamente lo bacia ed abracia.

Di Bardulasto non se prende affanno:

Se quello è morto, lui se n’abbi il danno.

 

51.

Il giovanetto, di valore acceso,

Di novo incominciò con voce pia

– Parmi – dicendo – aver più volte inteso

Che il primo officio di cavalleria

Sia la ragione e il dritto aver diffeso:

Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,

Ché di campar costui presi pensiero,

Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

 

52.

E l’arme e il suo destrier me sian donate,

Ché altra volta da lui me fu promesso,

Ed anco l’ho dapoi ben meritate,

Ché per camparlo a risco mi son messo. –

Disse Agramante: – Egli è la veritate,

E cos’ sarà  fatto adesso adesso. –

Prendendo da Brunel l’arme e ‘l destriero,

Con molta festa il fece cavalliero.

 

53.

Era Atalante a quel fatto presente,

E ciò veggendo prese a lacrimare,

Dicendo: – O re Agramante, poni mente,

E de ascoltarmi non te desdignare;

Perché di certo al tempo che è presente

Quel che esser debbe voglio indovinare;

Non mente il celo, e mai non ha mentito,

Né mancarà  di quanto io dico, un dito.

 

54.

Tu vôi condurre il giovane soprano

Di là  dal mare ad ogni modo in Francia;

Per lui serà  sconfitto Carlo Mano,

E cresceratti orgoglio e gran baldancia;

Ma il giovanetto fia poi cristà¯ano.

Ahi traditrice casa di Magancia!

Ben te sostiene il celo in terra a torto;

Al fin serà  Rugier poi per te morto.

 

55.

Or fusse questo lo ultimo dolore!

Ma restarà  la sua genologia

Tra Cristà¯ani, e fia de tanto onore,

Quanto alcun’altra che oggi al mondo sia.

Da quella fia servato ogni valore,

Ogni bontate ed ogni cortesia,

Amore e legiadria e stato giocondo,

Tra quella gente fiorita nel mondo.

 

56.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,

Che giù discende al campo paduano,

De arme e di senno e de ogni gloria esperto,

Largo, gentile e sopramodo umano.

Odeti, Italà¯ani, io ve ne acerto:

Costui, che vien con quel stendardo in mano,

Porta con seco ogni vostra salute;

Per lui fia piena Italia di virtute.

 

57.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,

Né vi so iudicar qual sia maggiore,

Ché l’uno ha morto il perfido Anzolino,

E l’altro ha rotto Enrico imperatore.

Ecco uno altro Ranaldo paladino:

Non dico quel di mo, dico il segnore

Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,

Che a Federico abatte la corona.

 

58.

Natura mostra fuor il suo tesoro:

Ecco il marchese a cui virtù non manca.

Mondo beato e felici coloro

Che seran vivi a quella età  s’ franca!

Al tempo di costui gli zigli d’oro

Seran congionti a quella acquila bianca

Che sta nel celo, e seran sue confine

Il fior de Italia a due belle marine.

 

59.

E se l’altro filiol de Amfitrà¯one,

Qual là  si mostra in abito ducale,

Avesse a prender stato opinà¯one,

Come egli ha a seguir bene e fuggir male,

Tutti li occei, non dico le persone,

Per obedirlo avriano aperte l’ale.

Ma che voglio io guardar più oltra avante?

Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

 

60.

Poi che oltra mar tu porti la semente

De ogni virtù che nosco dimorava;

De qui nascerà  il fior de l’altra gente,

E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,

Che esser conviene, e non serà  altramente! –

Cos’ piangendo il vecchio ragionava;

Il re Agramante al suo dir bene attende,

Ma di tal cosa poco o nulla intende.

 

61.

Anci rispose, come ebbe finito,

Quasi ridendo: – Io credo che lo amore,

Il qual tu porti a quel viso fiorito,

Te faccia indovinar sol per dolore.

Ma a questa cosa pigliarem partito,

Ché tu potrai venir con seco ancore,

Anci verrai: or lascia questo pianto. –

Addio, segnor, ché qua finito è il canto.

 

 

[Libro tercio de Orlando Inamorato ove sono descrite le maravigliose aventure e le grandissime bataglie e mirabile morte del paladino Rugiero e come la nobeltade e la cortesia ritornarno in Italia dopo la edificazione de Moncelice.]

 

 

CANTO VENTESIMOSECONDO

 

1.

Se a quei che trà¯onfarno il mondo in gloria,

Come Alessandro e Cesare romano,

Che l’uno e l’altro corse con vittoria

Dal mar di mezo a l’ultimo oceà no,

Non avesse soccorso la memoria,

Ser’a fiorito il suo valore invano;

Lo ardire e senno e le inclite virtute

Serian tolte dal tempo e al fin venute.

 

2.

Fama, seguace de gli imperatori,

Ninfa, che e gesti e’ dolci versi canti,

Che dopo morte ancor gli uomini onori

E fai coloro eterni che tu vanti,

Ove sei giunta? A dir gli antichi amori

Ed a narrar battaglie de’ giganti,

Merc’è del mondo che al tuo tempo è tale,

Che più di fama o di virtù non cale.

 

3.

Lascia a Parnaso quella verde pianta,

Ché de salirvi ormai perso è il camino,

E meco al basso questa istoria canta

Del re Agramante, il forte saracino,

Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta

Pigliar re Carlo ed ogni paladino.

D’arme ha già  il mare e la terra coperta:

Trentaduo re son dentro da Biserta.

 

4.

E poi che ritrovato è quel Rugiero,

Qual di franchezza e di beltate è il fiore,

L’un più che l’altro a quel passaggio è fiero:

Non fu veduto mai tanto furore.

Or ben se guardi Carlo lo imperiero,

Ché adosso se gli scarca un gran romore;

Contar vi voglio il nome e la possanza

Di ciascadun che vôl passar in Franza.

 

5.

Venuto è il primo insin de Libicana,

Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:

Tutta senz’arme è sua gente villana,

Ricciuta e negra dal capo alle piante;

Ma lui cavalca sopra ad una alfana,

Armato bene è di dietro e davante,

E porta al paramento e sopra al scudo

In campo rosso un fanciulletto nudo.

 

6.

E Sorridano è gionto per secondo,

Qual signoreggia tutta la Esperia;

Cotanto è in là , che quasi è fuor del mondo,

Ed è pur negra ancor la sua zinia.

Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo

Costui che io dico e i labri grossi avia;

Sotto ha una alfana, s’ come il primiero.

Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

 

7.

Tanfirà¯one, il re de l’Almasilla,

Anci nomar si può re del diserto,

Ché non ha quel paese o casa o villa,

Ma tutta sta la gente al discoperto.

Chi me donasse l’arte de Sibilla,

Indovinando io non sarr’a di certo

Della sua gente scegliere il megliore,

Ché senza ardir son tutti e senza core.

 

8.

Non vi meravigliati poi se Orlando

Caccia costor tal fiata alla disciolta,

E se cotanti ne taglia col brando,

Ché nuda è quasi questa gente istolta;

E sempre è bon cacciare alora quando

Fugge la torma e mai non se rivolta.

Ma dal proposto mio troppo mi parto:

Dett’ho del terzo, odeti per il quarto,

 

9.

Ch’è Manilardo, il re de la Norizia,

La qual di là  da Setta è mille miglia;

De pecore e di capre ha gran divizia,

E la sua gente a ciò se rassomiglia.

Non han moneta e non hanno avarizia

De oro e de argento; e non è maraviglia,

Che tra noi anco il bove né il montone

Ciò non desia, perché è senza ragione.

 

10.

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,

Che è longi al mare ed abita fra terra.

Grande è il paese, tutto ardente e caldo,

Sempre sua gente con le serpe han guerra.

Il giorno va ciascun sicuro e baldo,

La notte ne le tane poi si serra;

D’erba se pasce, e non so che altro guste:

Scrive Turpin che vive de locuste.

 

11.

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:

Non trovo gente di questa peggiore;

Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,

Biastemando chi ‘l fece e ‘l suo splendore.

La feccia qua del mondo se roversa,

Per dar travaglia a Carlo imperadore.

Or vengano pur via, gente balorda,

Che ogni cristian ne avrà  cento per corda.

 

12.

E se nulla vi manca, per aiuto

Già  Pulà¯ano, il re di Nasamona,

Con gente di sua terra è qua venuto.

Non trovaresti armata una persona;

Chi porta mazza e chi bastone acuto,

Trombe ni corni a sua guerra si suona;

Avengaché il suo re sia bene armato,

Di molto ardire e gran forza dotato.

 

13.

Il re de le Alvaracchie è Prusà¯one,

Che le Isole Felice son chiamate,

E tra gli antiqui ne è larga tenzone,

E ne le istorie molto nominate.

Ma lui condusse alla terra persone

Ignude quasi, non che disarmate;

Ciascun portava in mano un tronco grosso,

E sol di pelle avean coperto il dosso.

 

14.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia,

Qual ha il suo regno in mezo de la arena.

Una gran gente detro a lui seguia,

Ma tutta quanta de pedocchi è piena.

Apresso di questo altro ne vien via

Re Martasino, e la sua gente mena,

Qual più de altre de arme non se vanta:

Il giovanetto è re di Garamanta.

 

15.

Perché, dopo che morto fu il vecchione,

Quale era negromante e incantatore,

Il re concesse questa regà¯one

A Martasino, a cui portava amore.

Apresso a questo venne Dorilone;

Aveva pur costui gente megliore,

Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;

La gente sua selvatica non pare.

 

16.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda,

Che stimato è guerrer molto soprano.

Il suo paese di gran pesci abonda,

Perché è disteso sopra allo oceà no,

Tornando dietro al mare, alla seconda.

Bambirago d’Arzila, a destra mano.

La gente di costor è de una scorza

Nera, come è il carbon quando se smorza.

 

17.

Ma tra’ Getuli avea perso Grifaldo,

Che, via passando, non me venne a mente.

Lontano è al mare il suo paese caldo,

Populo ignudo, tristo e da nà¯ente.

Bardulasto era morto, quel ribaldo,

Ma novo re fu posto alla sua gente,

La qual condotta venne da Alghezera;

Questa tra l’altre è ben gagliarda e fiera.

 

18.

Vero è che non han ferro in sua provenza,

Ma tutti portano ossa de dragoni

Tagliente e acute, e non vedresti un senza;

Per elmi in capo han teste de leoni,

S’ che a mirarli è strana appariscenza.

In Francia periran questi poltroni;

Tutti han scoperte le gambe e le braccia;

Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

 

19.

Bucifaro il suo re fu nominato,

Qual di prodezza è tra’ baroni il terzo.

Il re di Normandia gli viene a lato,

Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;

Ma il popol che ha condotto è sciagurato,

Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo:

Gente non fu giamai cotanto istrana;

Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

 

20.

Più sozza fronte mai non fie’ natura,

E ben li ha posti del mondo in confino,

Ché a l’altra gente potria far paura,

Che se scontrasse avante al matutino.

Né già  il suo re gli avanza di figura,

Negretto come loro e piccolino;

Più volte vi narrai come era fatto,

Però lo lascio e più de lui non tratto.

 

21.

E torno ver ponente alla marina,

Ove è il paese più domesticato,

Benché la gente è negra e piccolina,

Né trovaresti tra mille uno armato.

Di là  vien Farurante di Maurina;

Feroce è lui, ma male accompagnato.

Ora nel nostro mar mi volto adesso:

Il re di Tremison gli viene apresso

 

22.

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata

Di lancie e scudi, e de archi e de saette),

E Marbalusto, la anima dannata,

Che seco ha tante gente maledette,

E per menarle meglio alla spiegata

La Francia tutta in preda gli promette,

Onde quei pacci volentier vi vano;

Costui de cui ragiono, è re d’Orano.

 

23.

Un altro, che al suo regno gli confina,

Venne con gente armata con vantaggio:

Ciò fu Gualciotto di Bellamarina,

Forte ne l’armi e di consiglio saggio.

Poi Pinadoro, il re di Costantina;

Questo dal mare è longi in quel và¯aggio:

Quando già  fece con gli Arabi guerra,

Fie’ Costantino al monte quella terra.

 

24.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai

Che lasso son cercando ogni confino?

E parmi ben ch’io non finirò mai;

Pur mo se me apresenta il re Sobrino,

Che è re di Garbo, come io vi contai.

Non è di lui più savio saracino;

Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.

Tre vi ne sono ancora, io ve ‘l confesso.

 

25.

Quel Rodamonte che è passato in Francia,

è re di Sarza, ed è tanto gagliardo,

Che non è pare al mondo di possancia.

Ora vi venne ancora il re Branzardo

Con belle gente armate a scudo e lancia;

Re di Bugia se appella quel vecchiardo.

Lo ultimo venne, perch’è più lontano,

Mulabuferso, che è re di Fizano.

 

26.

Era già  prima in corte Dardinello,

Nato di sangue e di casa reale,

Che fu figlio de Almonte il damigello,

Destro ne l’arme, come avesse l’ale,

Molto cortese, costumato e bello,

Né se potrebbe apponervi alcun male.

Il re Agramante, che gli porta amore,

Re de Azumara l’ha fatto e segnore.

 

27.

Io credo ben che serà  notte bruna

Prima che tutti possa nominare,

Perché giamai non fu sotto la luna

Tal gente insieme, per terra o per mare.

Re Cardorano a gli altri anco se aduna:

Chi gli potrebbe tutti ramentare?

E vien con seco il nero Balifronte:

Quasi il lor regno è fuor de l’orizonte.

 

28.

Il primo ha in Cosca la sua regà¯one,

Mulga se appella poi l’altro paese.

Africa tutta e le sue nazà¯one

Intorno de Biserta son distese,

Varii di lingue e strani di fazone,

Diversi de le veste e de lo arnese;

Né se numerarebbe a minor pena

Le stelle in celo o nel litto l’arena.

 

29.

Fece Agramante e re tutti alloggiare

Dentro a Biserta, che è di zoie piena;

Là  con baldanza stanno ad armeggiare

Con balli e canti e con festa serena;

Altro che trombe non se ode suonare,

L’un più che l’altro gran tempesta mena;

Chi a destrier corre, e chi l’arme si prova,

Cresce nel campo ognior più gente nova.

 

30.

Da Tripoli e Bernica e Tolometta

Vien copia de pedoni e cavallieri;

Questa è ben tutta quanta gente eletta

Con arme luminose e bon destrieri.

Quivi il re di Canara anco se aspetta,

Ma già  non son cotali e suoi guerrieri,

Ché alle lor lancie non bisogna lima;

Corne di capre gli han per ferri in cima.

 

31.

Era il suo re nomato Bardarico,

Terribil di persona e bene armato;

Or quando fu giamai nel tempo antico

Per tale impresa un popolo adunato,

Tanto diverso quanto è quel che io dico,

La terra e il mar coperto in ogni lato?

Oh quanto era superbo il re Agramante,

Che a suo comando avea gente cotante!

 

32.

Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto

Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi;

Questi non hanno né casa né tetto,

Ma ne le selve stan come selvatichi;

Ragione e legge fanno a suo diletto,

Né son tra loro astrologi o gramatichi.

Non è de questi alcun paese certo,

Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

 

33.

E chi volesse dietro a lor seguire,

Ser’a perdere il tempo con affanno;

Essi de frutti se sanno nutrire

E vivere al scoperto senza panno;

Però fan gli altri di fame morire,

Né se acquista a seguirli se non danno;

Onde Agramante per questa paura

De subiugarli mai non prese cura.

 

34.

E standosi in Biserta a sollacciare,

Come io vi dissi, con molto conforto,

Un messo li aportò come nel mare

Son più nave apparite sopra al porto,

Le qual già  Rodamonte ebbe a menare,

Ma de lui non se sa se è vivo o morto;

E che seco avean loro un gran pregione,

Che è cristiano ed ha nome Dudone.

 

35.

Il re turbato incominciò gran pianto,

Stimando che sia morto Rodamonte;

Ma io il vo’ piangendo abandonare alquanto,

Per tornare a que’ duo che a fronte a fronte

De ardire e de fortezza se dà n vanto.

Forse stimati che io parli del conte,

Qual con Ranaldo a guerra era venuto;

Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

 

36.

Che non ha tutto il mondo duo pagani

Di cotal forza e tanta vigoria.

Crudel battaglia quei baron soprani

Menata han sempre e menan tuttavia.

De arme spezzate avean coperti i piani,

Né alcun de lor sa già  chi l’altro sia;

Ma ciascun giuraria senza riguardo

Non aver mai trovato un più gagliardo.

 

37.

De l’altro è Feraguto assai minore,

Ma non gli lasciaria del campo un dito,

Ché a lui non cede ponto di valore,

Perché ogni piccoletto è sempre ardito;

Ed èvi la ragion, però che il core

Più presso a l’altre membra è meglio unito;

Ma ben vorebbe aver la pelle grossa

Il cane ardito, quando non ha possa.

 

38.

Durando anco tra lor lo assalto fiero,

Per l’aspri colpi orribile a guardare,

Passava per quel campo un messaggiero,

Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:

– Se alcun di voi de corte è cavalliero,

Male novelle vi sazo contare,

Ché ‘l re Marsilio, il perfido pagano,

Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

 

39.

E dissipato in campo ha il duca Amone,

E con soi figli l’ha dentro cacciato,

Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:

Alardo è preso, e non so se è campato;

E quel paese è in gran destruzà¯one,

Ché tutto intorno l’hanno arso e robbato.

Questo vidi io, che son de là  venuto

Per dimandare a Carlo Mano aiuto. –

 

40.

Non fece alcuna indugia quel corriero,

Che dopo le parole è caminato.

Assai turbosse Feraguto il fiero,

Poi che a quel fatto non se era trovato;

E stato essendo alquanto in tal pensiero

Da Rodamonte al fin fu domandato

Se di tal guerra avea ponto che fare,

Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.

 

41.

E Feraguto a ponto gli contava

Come era il re Marsilio suo cà¯ano,

E poi cortesemente lo pregava

Che seco voglia pace a mano a mano;

Né mai più de impicciarsi gli giurava

Per la figliola del re Stordilano.

Non lasciò già  per tema cotal prova,

Ma sol per gire a quella guerra nova.

 

42.

Re Rodamonte, che l’avea provato

Di tal franchezza e di tanto ardimento,

Assai nel suo parlar l’ebbe onorato,

Facendo il suo volere a compimento;

E poi se furno l’un l’altro abracciato,

E fratellanza ferno in giuramento,

Con s’ grande amistate e tanto amore

Che tra duo altri mai non fu maggiore.

 

43.

E destinati non se abandonare

L’un l’altro mai sin che in vita serano,

Insieme cominciarno a caminare,

Per ritrovarse entrambi a Montealbano;

E, via passando senza altro pensare,

Scontrarno Malagise e Vivà¯ano:

Venian que’ duo fratei, de’ qual vi parlo,

Per impetrar soccorso dal re Carlo

 

44.

Per Montealbano, il quale è assedà¯ato,

Come di sopra potesti sentire.

Or Malagise se trasse da lato,

Come e due cavallier vidde venire,

Dicendo a Vivà¯an: – Per Dio beato!

Chi sian costoro io vo’ saperti dire -;

Ed intrato l’ presso in un boschetto,

Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.

 

45.

Come il libro fu aperto, più né meno,

Ben fu servito di quel che avea voglia,

Ché fu a demonii il bosco tutto pieno:

Più de ducento ne è per ogni foglia.

E Malagise, che gli tiene a freno,

Comanda a ciascadun che via se toglia,

Largo aspettando insin che altro comanda;

Poi di costoro a Scarapin dimanda.

 

46.

Era un demonio questo Scarapino,

Che dello inferno è proprio la tristizia:

Minuto il giottarello e piccolino,

Ma bene è grosso e grande di malizia;

Alla taverna, dove è miglior vino,

O del gioco e bagascie la divizia,

Nel fumo dello arosto fa dimora,

E qua tentando ciascadun lavora.

 

47.

Costui, da Malagise adimandato,

Gli disse il nome e lo esser de’ baroni;

Là  dove il negromante ebbe pensato

Pigliarli entrambi ed averli pregioni.

Tutti e demonii richiamò nel prato

In forma de guerreri e de ronzoni,

Mostrando in vista più de mille schiere,

Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

 

48.

Lui da una parte, da l’altra Viviano

Uscirno di quel bosco a gran furore.

Diceva Feraguto: – Odi, germano,

Ch’io non sentitte mai tanto rumore!

Questo è veramente Carlo Mano.

Or bisogna mostrar nostro valore;

Abench’io voglia te sempre obedire,

Per tutto il mondo non voria fuggire. –

 

49.

– Come fuggir? – rispose Rodamonte

– Hai tu di me cotale opinà¯one?

Senza te solo io vo’ bastare a fronte

A tutti e cristà¯ani e al re Carlone,

E alle gente di Spagna seco aggionte.

Se sopra il campo vi fosse Macone

E tutto il paradiso con lo inferno,

Non me farian fuggire in sempiterno. –

 

50.

Mentre che e duo baron stavano in questa,

Ragionando tra lor con cotal detti,

E Malagise usc’ de la foresta,

Già  non stimando mai che alcun lo aspetti,

Però che seco avea cotal tempesta

De urli e de cridi da quei maledetti,

Che sotto gli tremava il campo duro:

Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro.

 

51.

Ven’a davanti agli altri Draginazza,

Che avea le corne a l’elmo per insegna;

Questo di rado a vil gente se abbrazza:

Tra gli superbi alle gran corte regna.

La lancia ha col pennone e spada e mazza,

Ma di portare il scudo se disdegna.

Questo si serra adosso a Rodamonte,

E con la lancia il gionse ne la fronte.

 

52.

Avea la lancia il fer tutto di foco,

Che entrò alla vista ed arse ambe le ciglia:

E questo mosse Rodamonte un poco,

Perché ebbe di tal fatto meraviglia;

Ma urtò il ronzon cridando: – Aspetta un poco,

Giotton, giotton, ché tua faccia somiglia

Proprio al demonio mirandoti apresso,

E certamente io credo che sei desso. –

 

53.

Al fin de le parole il brando mena,

Come colui che avea forza soprana,

E fu il gran colpo de cotanta lena,

Che dentro lo passò più d’una spana,

E dette a Draginazza una gran pena,

Benché il passasse come cosa vana;

Ma gli altri maledetti gli èno adosso

Con tanta furia, che contar nol posso.

 

54.

E lui per questo non è meno ardito,

Non ve pensati che ‘l dimandi aiuto;

Or questo or quel demonio avea colpito:

Già  se pente ciascun d’esser venuto,

E Draginazza via ne era fuggito:

Ma molti sono adosso a Feraguto,

E sopra a tutti un gran dà¯avolone,

E questo è Malagriffa dal rampone.

 

55.

Con quel rampone agriffa gli usurari,

Conducendoli a ponto ove li piace,

Perché ha possanza sopra de li avari,

E giù gli coce in quel fuoco penace,

E piglia preti e frati e i scapulari,

Perché ciascun di loro è suo seguace.

Ora al presente a Feraguto è intorno;

Ben se diffende il cavalliero adorno.

 

56.

E quel fer’ de un colpo s’ diverso,

Che io vi so dir che l’altro non aspetta,

E a tutti gli altri mena anco a traverso;

Ma tanta era la folta maledetta,

Che sol cridando quasi l’han somerso.

Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta,

Ingannatore e de ogni vizio pieno:

A fraude e trufferia mai non vien meno.

 

57.

Costui con Feraguto fie’ battaglia,

Non gli stando però molto dapresso,

Ma errando intorno gli dava travaglia,

Fuggendo e ritornando a gioco spesso.

Mal fa chi s’ gran pezzo al panno taglia,

Che non sa de cusirlo per espresso;

Credea Falsetta ad arte e con inganni

Tenire il cavallier sempre in affanni.

 

58.

Ma Rodamonte, che ven’a da lato,

A caso riscontrò quel maledetto;

Intra le corne il brando ebbe callato,

E divise la testa e tutto il petto.

Via va cridando quel spirto dannato,

Ma dove andasse, io non so per effetto,

E Rodamonte dà  tra quei malvasi,

Benché ormai pochi al campo sian rimasi.

 

59.

Fuggiano urlando e stridendo con pianti,

Ché eran spezzati e non potean morire;

E dove prima al bosco eran cotanti,

Ora son pochi, e ciascun vôl fuggire.

A benché Malagise con incanti

Facesse alquanto il campo mantenire,

Pur non gli puote ritenere al fine,

Che irno in profondo alle anime tapine.

 

60.

Esso, veggendo il fatto andar s’ male,

A fuggir cominciò con Vivà¯ano;

Ma tal fuggire ad essi poco vale:

Feraguto gli segue per il piano

Sopra a un destrier che par che metta l’ale,

E in somma ambi li prese a mano a mano,

Benché pur ferno alquanto de diffesa;

Ma Rodamonte gionse alla contesa.

 

61.

Ed ambi gli legarno in su un ronzone,

E verso Montealbano andarno via,

Per presentarli al re Marsilà¯one.

Segnori e grazà¯osa compagnia,

Io voglio mo finire il mio sermone,

Seguendo poi con bella diceria

La istoria cominciata e la gran guerra:

Dio vi contenti in celo e prima in terra.

 

 

CANTO VENTESIMOTERZO

 

1.

Quella battaglia orribile e infernale

Che io ve ho contata, e piena di spavento,

Me piacque s’ che, s’io non dico male,

Mirarla in fatto avria molto talento,

Sol per veder se il demonio è cotale

E tanto sozzo come egli è dipento,

Ché non è sempre a un modo in ogni loco:

Qua maggior corne, e là  più coda un poco.

 

2.

Sia come vôle, io ne ho poca paura,

Ché solo a’ tristi e a’ desperati nôce,

E men fatica ancor più me assicura,

Ché io so ben fare il segno de la croce.

Or via lasciamolo in la mala ventura

Nel fuoco eterno che il tormenta e coce,

Ed io ritorno a dilettarvi alquanto

Ove io lasciai l’istoria a l’altro canto.

 

3.

Andando Feraguto a Montealbano

E Rodamonte, come io ve contai,

Che preso ha Malagise e Vivà¯ano,

Via caminando non restarno mai,

Sin che trovà¢r lo esercito pagano,

Che avea gran nobiltate e gente assai;

Re, duci, cavallier, marchesi e conti

Coperti di trabacche han piani e monti.

 

4.

Feraguto andò avanti al re Marsilio,

E conta in breve, stando ingenocchiato,

S’ come a Malagise diè di piglio,

E Rodamonte assai gli ebbe lodato.

Il re, che più l’amava assai che figlio,

Oltra meza ora lo tenne abracciato,

Baciandolo più volte, e per suo amore

A Rodamonte fece un grande onore.

 

5.

Balugante era in campo e Falcirone,

Fratei del re, con molta baronia,

L’un de Castiglia e l’altro di Leone,

E Maradasso, il re de Andologia,

E il re di Calatrava, Sinagone,

Grandonio di Volterna in compagnia,

Qual dapoi mise e Cristà¯ani al fondo

(Sopra a Moroco regna il furibondo);

 

6.

Re de’ Galegi, il quale era pedone,

Ché destriero al portar non ha bal’a,

Vi venne Maricoldo col bastone;

Ma di Biscaglia alcun non vi ven’a,

Perché il re Alfonso tien la regà¯one,

Bon cristà¯ano e de alta gagliardia,

Di cui la stirpe e ‘l bel seme iocondo

Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.

 

7.

Né trovo per scrittura, o per ragione

Più real sangue, e non credo che sia;

Fanne Sardegna dimostrazà¯one,

Le due Cecilie e in parte Barbaria:

Ed è verace quella opinà¯one

Che fu da’ Goti sua genologia.

Chi fosser questi, già  non vi respondo:

La terra il seppe e il mar che gira in tondo.

 

8.

Or veritate ed anco affezà¯one

Me ha tratto alquanto de la strata mia;

Ma torno adesso e dico le persone

Sopra a le qual Marsilio ha signoria.

Larbin di Portugallo era in arcione,

E Stordilano ancor, che possedia

Tutta Granata; e già  non vi nascondo

Il Maiorchin, che nome ha Baricondo;

 

9.

Ma poi la corte di Marsilà¯one,

Di tanto pregio e tal cavalleria.

Serpentin de la Stella, il fier garzone,

Ed Isolier s’aspetta tuttavia,

Che è sir de Pampal’una, e Folicone,

Del re bastardo e conte de Almeria;

Non par di Spagna il terzo, né il secondo,

Quel colorito, e questo bianco e biondo.

 

10.

Ma perché vi faccio io tanta dimora

Il nome e le provenze a racontare,

Che poi ne le battaglie in poco de ora

Gli sentireti a ponto divisare?

Re Carlo giongerà  senza dimora,

Poscia per tutti vi serà  che fare,

A benché alcun pagan qua non l’aspetti,

Che tutti in zoia stanno e gran diletti.

 

11.

Aveano usanza tutti i re pagani,

La quale in questo tempo anco è rimasa,

Che, campeggiando, o vicini o lontani,

Ma’ le lor dame lasciavano a casa;

Né so se lor pensier sian fermi o vani,

Ché pur sta mal la paglia con la brasa;

Ma, da altra parte ancora, per amore

Lo animo cresce e più se fa de core.

 

12.

Per questo erano in campo le regine

Quasi di tutta Spagna, e pur le belle;

Ma sopra a tutte l’altre peregrine

Era stimata il fior de le donzelle

La Doralice; come tra le spine

Splende la rosa e tra foglie novelle,

Cos’ lei di persona e di bel viso

Sembra tra l’altre dea del paradiso.

 

13.

Re Rodamonte, che tanto l’amava,

Ogni giorno per lei facea gran prove;

Or combatte a ristretto ed or giostrava,

Sempre con paramenti e foggie nove,

E Feraguto a ciò l’accompagnava;

Onde per questo par che non se trove

Altro baron che a lui tenga la fronte,

Tanto era forte e destro Rodamonte.

 

14.

Il re Marsilio per più fargli onore

Facea gran feste e trà¯onfal conviti,

E sempre Rodamonte ha più favore

Tra quelle dame dai visi fioriti.

Or cos’ stando un giorno, alto rumore

E trombe con gran cridi fôrno oditi,

E la novella vien de mano in mano

Come assalito è il campo giù nel piano.

 

15.

Re Carlo ne ven’a per la campagna,

Ed avea seco il fior de’ Cristà¯ani

De l’Ongheria, di Franza e de la Magna,

E la sua corte, quei baron soprani;

Ma quando vidde la gente di Spagna

Tutta assembrata per callare a i piani,

Chiamò Ranaldo ed ebbe a lui promesso

Non dar la dama a Orlando per espresso,

 

16.

Pur che facesse quel giorno col brando

S’ fatta prova e dimostrazà¯one,

Che più di lui non meritasse Orlando.

Poi d’altra parte il figlio de Milone

Fece chiamar da parte, e ragionando

Con lui gli diè segreta intenzà¯one

Che mai la dama non avrà  Ranaldo,

Pur che combatta il giorno al campo saldo.

 

17.

Ciascun di lor quel giorno se destina

Di non parer de l’altro mai peggiore.

Ahi sventurata gente saracina,

Che adosso ben ti viene un gran romore!

Quei duo baron faran tanta ruina,

Che mai fu fatta al mondo la maggiore.

Or tacete, segnori, e non v’incaglia,

Ch’io vo’ contare un’aspra e gran battaglia.

 

18.

Re Carlo Mano avea fatte le schiere

Molto ordinate e con gran sentimento;

Il nome de ciascuno e le bandiere

Poi sentirete e l’altro guarnimento,

Secondo che usciran le gente fiere

Che contra lor ne van con ardimento.

Ma la prima che è gionta alla campagna

è Salamone, il bon re de Bertagna.

 

19.

Con la bandiera a scacchi neri e bianchi

Ricardo e’ soi Normandi è seco in schiera;

Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi,

L’un de Monforte e l’altro de Riviera.

Sei de sei millia non credo che manchi

Di questa gente, che è animosa e fiera;

Ne vien correndo e mena gran pulvino,

Per assalire il campo saracino.

 

20.

Marsilio avea mandato Balugante,

Che refrenasse quello assalto un poco,

Acciò che le sue gente, che son tante,

Potesse trare alquanto di quel loco.

Serpentino era seco e lo Amirante

E il re Grandonio, l’anima di foco;

Con più de trenta millia de Pagani

Callarno il monte e gionsero in que’ piani.

 

21.

Suonà¢r le trombe, e con molta tempesta

L’un verso l’altro a gran crido se mosse

A tutta briglia, con le lancie a resta,

E con fraccasso l’un l’altro percosse.

Aspra battaglia non fu più di questa:

Volarno i tronchi al cel de l’aste grosse

E l’arme resuonarno insieme e’ scudi,

Quando scontrarno insieme a li urti crudi.

 

22.

Era al principio questo un bel riguardo

Per l’arme relucente e per cimieri;

Ciascun destriero ancora era gagliardo,

Coperte e paramenti erano intieri;

Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo

E Iachetto con Guido, e baron fieri,

Intrarno furà¯osi alla gran folta,

La bella vista in brutta fu rivolta.

 

23.

Roncioni e cavallier morti e tagliati

Tutto infiammarno il campo sanguinoso,

E l’arme rotte e gli elmi spenacchiati

Facean riguardo tristo e doloroso.

E paramenti e’ squarci dissipati,

E ciascun pien di sangue e polveroso;

Il ruà¯nare a terra e il gran fraccasso

Avrian smariti gli occhi a un satanasso.

 

24.

Ricardo entrò primiero alla battaglia,

Il qual portava per cimiero un nido,

E Salamone adosso alla canaglia,

E Iachetto con seco e ‘l franco Guido.

Ciascun s’ crudamente i Pagan taglia,

Che sino al cel se odiva andare il crido;

Ma alor se mosse incontra Balugante,

Grandonio e Serpentino e lo Amirante.

 

25.

E per la lor prodezza e suo valore,

E per sua gente ancor, che gli abondava,

La nostra certo ar’a avuto il peggiore,

Che indietro a poco a poco rinculava;

Ma, ciò veggendo Carlo imperatore,

Che a lato alla baruffa sempre istava,

Mandò in soccorso Olivieri il marchese,

E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;

 

26.

E seco Avino e Ottone e Berlengiero

E Avorio, che anco lui fu paladino;

Avenga che io nol ponga per primiero,

Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino.

Alor se radoppiò lo assalto fiero

E levossi di novo alto polvino;

Altro che trombe non se ode nà¯ente,

E lancie rotte de una e de altra gente.

 

27.

Carlo chiamò da parte Bradamante,

Ch’è fior de gagliardia, quella donzella,

E ‘l bon Gualtiero, il cavalliero aitante,

Ed alla dama in tal modo favella:

– Tu vedi il monte il quale è qua davante.

Là  con Gualtiero a quel bosco ti cella,

Con questi cavallier che teco mando,

Né te partir di là , se io nol comando. –

 

28.

Ella ne andò; ma sopra di quel piano

Era battaglia s’ crudele e stretta,

Che nol potria contare ingegno umano.

A furia vien la gente maledetta;

Benché il franco Olivier col brando in mano

Di qua di là  gli taglia a pezzi e fetta,

Pur si diffende assai la gente fiera:

Ecco de il monte scende un’altra schiera.

 

29.

Questo è il re Stordilano, e Malgarino

E Baricondo è seco e Sinagone,

E Maradasso più gli era vicino:

La schiera guida al campo Falcirone.

Costui portava al suo stendardo un pino

Col foco ne le rame e nel troncone,

Ed ha la gente spessa come piova:

Ben vi so dir che il gioco se rinova.

 

30.

Alor Grandonio, quella anima accesa,

Qual mai non se ha potuto adoperare,

Sol per tenir la sua gente diffesa

(Ché a ricoprirla troppo avea che fare),

Ora una lancia in su la coscia ha presa,

E sopra Salamon se lascia andare.

Avendo posta già  quella asta a resta,

Roverso al campo il getta con tempesta.

 

31.

Guido abattuto fu da Serpentino,

Io dico Guido il conte de Monforte,

E non il Borgognon, che è paladino,

Il qual si stava con re Carlo in corte.

Or Balugante, il forte saracino,

Al conte de Rivera diè la morte,

Dico a Iachetto; gionselo al costato,

E via passando lo distese al prato.

 

32.

Quando il Danese vidde Balugante,

Che avea in tal modo morto il giovanetto,

Turbato acerbamente nel sembiante

Sprona il ronzone adosso al maledetto.

Gionse al cimier, che è un corno de elefante,

E specciòl tutto e roppe il bacinetto,

E se dritto il colpiva a compimento,

Tutto il fendeva di sotto dal mento.

 

33.

Ma il brando per traverso un poco calla,

S’ che una guanza con la barba prese,

E venne gioso e colse nella spalla,

Né piastra grossa o maglia la diffese.

Nel scudo de osso il bon brando non falla,

Ma seco ne menò quanto ne prese,

E fo s’ gran ferita e s’ diversa,

Che quasi ha lui da poi la vita persa.

 

34.

Ma Balugante volta il suo ronzone

Menando le calcagne forte e spesso,

Sin che fo avante al re Marsilà¯one,

Come io vi contarò qua poco apresso.

Ora Oliviero abatte Sinagone,

Ed hagli il capo insino ai denti fesso:

Barbuta non gli valse o l’elmo fino;

E poi se volta e segue Malgarino.

 

35.

Ma non lo aspetta lui, che è impaurito;

Mostrògli Sinagon ciò che ‘l die’ fare,

Ed ebbe senno a pigliar bon partito.

Ecco Grandonio, che un serpente pare:

E gionse Avino, il giovanetto ardito,

E sottosopra il fece trabuccare;

Poi Belengero abatte in sul sabbione,

E seco Avorio e il suo fratello Ottone.

 

36.

Gionse anche Serpentino a un’altra banda

E scontrò il bon Ricardo paladino:

For dello arcione alla campagna il manda;

Né qui se arresta e scontrase a Turpino,

E benché ‘l prete a Dio se ricomanda,

Pur fu abattuto da quel saracino.

Rimescolata è tutta quella traccia,

Qua fugge questo, e là  quell’altro caccia.

 

37.

Vidde Olivier Grandonio di Volterna,

Che abatte sopra al campo gente tanta

Che altri che lui non par che se discerna,

E tutto è sangue dal capo alla pianta.

Dicea Oliviero: – O Maiestate Eterna,

Io pur diffendo la tua Fede santa,

Come far deggio, e il tuo culto divino;

Dammi possanza contra al Saracino! –

 

38.

Egli avea già  racolta un’altra lanza

Cos’ dicendo, e con animo ardito

Spronava il suo destrier con gran baldanza.

Or non so dir se ben fusse seguito,

Però che gionse il conte di Maganza,

E per traverso ha il Saracin colpito;

Non se guardando forse da quel lato,

Tutto el distese fuor de arcione al prato.

 

39.

Quando Grandonio se vidde abattuto,

Non dimandati se rodea la brena;

Presto ricciato rembracciava il scuto,

E mena il brando, e non è dritto apena;

Ma il conte Gano, che stava aveduto,

Volta il destriero e le calcagna mena;

Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone,

Rimette il brando e salta nello arcione.

 

40.

Poi che salito fu sopra al destriero,

Tra la gran folta col brando se caccia;

Mai non fu Saracin cotanto fiero:

Questo abatte per terra e quello amaccia.

Ecco raggionto il marchese Oliviero,

Che avea ferito Falcirone in faccia,

E spezzato gli ha l’elmo e rotto il scuto,

Quando gionse Grandonio a darli aiuto.

 

41.

Gionse Grandonio, e ben gli bisognava,

Ché non potea durar lunga stagione;

Presto Oliviero a questo se voltava,

Lasciando mezo morto Falcirone.

Or l’uno e l’altro gran colpi menava;

Benché più forte sia quel can fellone,

Era Olivier di lui poi più maestro,

Ma molto accorto e più legiero e destro.

 

42.

Menò Grandonio un colpo a quel marchese,

E nel fondo del scudo agionse al basso,

Qual ponto nol coperse né diffese,

Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso,

E passò il brando ed arivò allo arnese:

Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso.

Poco prese la coscia, e nello arcione

Via passò il brando e gionse ‘l bon ronzone.

 

43.

Colse il ronzone a quella spalla stanca,

E sconciamente l’ebbe innaverato;

Per questo ad Oliviero il cor non manca,

Mena a due mano il suo brando affilato;

Gionse a Grandonio quella anima franca

Sopra del scudo, e tutto l’ha spezzato,

Né piastra integra al forte usbergo lassa:

Tutte le speza e dentro al petto passa.

 

44.

Come io ve dico, ove gionse Altachiera

Non lascia a quello usbergo piastra sana;

Spezza ogni cosa quella spada fiera,

E ‘l fianco aperse più de una gran spana.

Ciascadun de essi a tristo partito era,

Spargendo il sangue in su la terra piana,

Né per ciò l’uno a l’altro dava loco,

Ed ogni colpo accresce legne al foco.

 

45.

Cresce lo assalto dispietato e fiero,

E ben de l’arme sentirno il polvino;

Ma da altra parte il bon danese Ogiero

Per tutto il campo caccia Malgarino,

E di suo scampo non ve era mestiero,

Se non vi fosse agionto Serpentino,

Quel dalla Stella, il giovanetto adorno,

Che avea fatate l’arme tutte intorno.

 

46.

Come fu gionto, e vidde che il Danese

Condotto ha Malgarino a mal partito,

Sopra de Ogiero un gran colpo distese

Dal lato manco in su l’elmo forbito,

Quale era grosso e ponto nol diffese,

Perché aspramente al capo l’ha ferito.

Volta il Danese a lui, forte adirato:

Bene ha di che, s’ come io vi ho contato.

 

47.

Cominciarno battaglia aspra e feroce

Que’ duo guerrer mostrandosi la fronte,

Benché Curtana a quelle arme non nôce,

Ché eran fatate per tagli e per ponte.

Or cresce un novo crido ed alte voce,

Ché un’altra schiera giù calla del monte,

Maggiore assai de l’altre due davante:

Non fur vedute mai gente cotante.

 

48.

Colui che vien davanti è Folicone,

Il figlio de Marsilio, che è bastardo,

Che ha de Almeria la terra e il bel girone:

Ben vi posso acertar che egli è gagliardo.

Larbin de Portugallo, il fier garzone,

Gli viene apresso in su un corsier leardo;

Maricoldo il Galego, che è gigante,

Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;

 

49.

Ed Alanardo, conte in Barzelona,

Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano,

Qual porta di Valenza la corona,

E il conte de Girona, Marigano,

E il franco Calabrun, re de Aragona.

Par che quel monte giù roini al piano;

A s’ gran folta ne vien via la gente,

Che par che il cel profondi veramente.

 

50.

Quando re Carlo vidde gente tante,

Ben se crede quel d’ de aver gran scorno;

Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante,

– Fil’ioli, – dicea – questo è il vostro giorno! –

E poi mandava un messo a Bradamante

Che, giù voltando quella costa intorno,

Quanto nascosta può, per quella valle

Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.

 

51.

E dapoi che ebbe la dama avisata,

Ranaldo e Orlando chiamò, con amore

Dicendo a lor: – Questa è quella giornata

Che sempre al mondo vi può fare onore:

Or questa è quella che ho sempre espettata

Per discerner qual sia di voi megliore;

Per mia man seti entrambi cavallieri,

Né so di qual di voi meglio mi speri.

 

52.

Or via, miei paladini, alla battaglia!

Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo;

Fatime un squarcio entro a quella canaglia,

Che sempre mai di voi se dica al mondo.

Io non li stimo tutti un fil di paglia,

Quando io vi guardo il viso furibondo;

Nel vostro viso ben mi sono accorto

Che il mio nemico è già  sconfitto e morto. –

 

53.

Non aspettà¢r più oltra e duo baroni

Il ragionar che fece Carlo Mano.

Come dal cel turbato escon duo troni,

E duo venti diversi allo oceà no,

Cos’ van loro a furia di ronzoni.

Ahi sventurato e tristo quel pagano,

Qual sia scontrato da Ranaldo ardito!

Né quel de Orlando avrà  meglior partito.

 

54.

Ranaldo avanti il conte un poco avancia,

Perché aveva il destrier più corridore;

A mezo il corso aresta la sua lancia,

Spronando tutta fiata a gran furore.

Il re Larbino avea molta arrogancia,

Come hanno tutt’e Portugesi il core;

E veggendo venire il fio de Amone,

– Chi è costui, – disse – che ha s’ bel ronzone?

 

55.

Come ne vene! E’ par che metta l’ale!

E pure ha un gran poltrone armato adosso;

Per manco nol darebbe come il vale,

Né lasciarebbe del suo pregio un grosso.

E veramente che io faccio ben male

Ferire a quel meschin, ma più non posso;

Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso,

Ché io so che a un colpo l’uno e l’altro passo. –

 

56.

Cos’ dicendo il re, che è bravo tanto,

Un tronco for di modo ebbe arestato.

Ranaldo ne ven’a da l’altro canto,

E l’uno a l’altro a gran corso è scontrato;

Quel roppe il tronco grosso tutto quanto,

E questo lui passò da l’altro lato,

Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia

Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.

 

57.

Poi lo urta a terra e quella asta abandona,

E dà  tra gli altri con Fusberta in mano.

Forte era Calabron, re de Aragona,

Quanto fosse nel campo altro pagano,

Ad ogni prova de la sua persona.

Costui, veggendo il senator romano

Che vien spronando con la lancia a resta,

Verso di lui se mosse a gran tempesta.

 

58.

Chi li avesse cernuti ad uno ad uno,

Duo più superbi non avea quel campo,

Come era quel Larbino e Calabruno,

Che contra al conte vien con tanto vampo;

Benché gli ser’a meglio esser digiuno

Di cotal prova e di cotale inciampo,

Ché il conte lo passò da banda a banda,

E morto for de arcione a terra il manda.

 

59.

Poi dà  tra gli altri e trasse Durindana,

Perché allo incontro avea rotta la lanza.

Come apre il mare intrando una fiumana,

Cos’ quel paladin, che è il fior di Franza,

Nel mezo a quella gente ch’è pagana,

Dimostra molto ardire e gran possanza,

Tagliando e dissipando ad ogni mano;

L’arme spezzate insino al cel ne vano.

 

60.

Ecco nel campo ha visto un gran pedone:

Questo era Maricoldo di Galizia,

Che fa de’ nostri tal destruzà¯one

Che a riguardare egli era una tristizia.

Il conte lo mirava di storzone,

Ché de s’ fatti avea morti a dovizia,

Fra sé dicendo: S’ grandon ti veggio,

Ch’io te voglio ascurtar un piede e meggio.”

 

61.

E parlando cos’ come io ve conto,

Con lui se azuffa e fu corto quel gioco,

Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto;

Nà¯ente vi lasciò del collo, o poco,

Ed ascurtollo un piede e mezo aponto.

Poi dà  tra gli altri; come fusse un foco

Posto di zugno in un campo de biada,

Cos’ destrugge e taglia con la spada.

 

62.

Re Stordilano abatte e Baricondo,

E’ soi destrier e lor getta in un fasso.

Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo

Avea ferito nel gallone al basso;

La gente saracina va in profondo.

Ecco scontrato al campo ha Maradasso,

Maradasso da Argina, lo Andaluccio,

Che ha per insegna e per cimero un struccio.

 

63.

S’ come io dico, è re de Andologia

Quel Maradasso che il struccio portava.

Per tutto il campo Orlando lo seguia,

Ma per nà¯ente lui non lo aspettava;

Onde cacciosse tra l’altra genia.

Chi contarebbe e colpi che menava?

Questo ha per largo e quel per lungo aperto:

Dal capo al piè di sangue era coperto.

 

64.

Né già  Ranaldo fa minor roina

Ove si trova con Fusberta in mano,

Ché intrato è tra la gente saracina,

E tutta in pezzi la distende al piano;

Menar Fusberta mai non se raffina.

Ora ecco ha visto il forte Marigano,

Qual, come io dissi, è conte de Girona;

Sopra di lui Ranaldo se abandona.

 

65.

Ed ebbel gionto in testa con Fusberta,

E fraccassò il cimiero e il bacinetto;

La fronte e la gran barba gli ebbe aperta,

E callò il brando insino a mezo il petto.

Fugge allo inferno la anima diserta,

Rimase in terra il corpo maledetto.

Quivi lo lascia il paladin gagliardo

E dietro in caccia è posto ad Alanardo:

 

66.

Conte Alanardo, quel barcelonese.

Ranaldo non gli pone differenza;

O sia de l’uno o de l’altro paese,

Tutti gli mena al pare a una semenza.

Questo stordito per terra distese;

Poi Dorifebo, che era di Valenza,

Abatte al campo s’ de un colpo crudo:

Rotto avia l’elmo e fraccassato il scudo.

 

67.

Come alla verde selva del ginepre

Se ‘l foco dentro vi è posto talora

Per cacciar fora caprioli e lepre,

La fiama intorno e in mezo se avalora;

Tal da Ranaldo convien che si sepre

Quella canaglia, e non prende dimora,

Ché gli spaventa e caccia in ogni loco,

Come la lepre e il capriolo il foco.

 

68.

Lui lo Argaliffa abatte e Folicone,

E il re Morgante for di sella caccia:

Il primo avea ferito nel gallone,

El secondo nel petto, e ‘l terzo in faccia.

Chi contaria la gran destruzà¯one?

A questo taglia il collo, a quel le braccia;

Non se vidde giamai tanta tempesta:

Sin da le piante è sangue in su la testa.

 

69.

Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito

Tutto era sangue dal capo alle piante:

Non dico già  che lui fosse ferito,

Ma per le gente che ha occise cotante.

Ora di lui vi lascio a tal partito,

Però che io vo’ tornare a Balugante,

Qual, dissipato a gran confusà¯one,

Gionse davante al re Marsilà¯one.

 

70.

Rotto avea il capo e aperta una masella,

Fessa una spalla, e il scudo avea perduto,

E dimenando se crollava in sella,

Come morendo al fin fosse venuto.

E benché apena con dolor favella,

Pur quanto più potea, cridava: – Aiuto!

Aiuto! aiuto! ché il re Carlo Mano

Tutta tua gente ha dissipata al piano. –

 

71.

Quando ciò vidde il re Marsilà¯one,

Ambe le man se batte in su la fronte,

E forte biastemando il suo Macone

Facea le ficche al celo a pugne gionte;

Poi comanda a ciascun che sia in arcione.

Feraguto fu il primo e Rodamonte,

Re Malzarise apresso e Folvirante;

Questo non è spagnol, ma di Levante,

 

72.

Benché al presente sia re di Navara,

Ché il re Marsilio a lui l’avea donata;

Ma questo giorno li costarà  cara.

Or viene a furia giù la gran brigata,

Che a riguardar par’a mille migliara.

Non dico che sian tanti tutta fiata;

Ma chi all’incontro e suoi nemici vede,

Più del dovere assai gli estima e crede.

 

73.

Come io ve dico, giù callano al piano:

Par che profondi il mondo da quel lato;

Tutti meschiati e senza ordine vano,

S’ come vôl Marsilio disperato.

Bavarte era davanti e Languirano

(Ciascuno era de un regno incoronato),

E Doriconte apresso e Baliverno

E il vecchio Urgin, che è schiavo de l’inferno.

 

74.

Par che la terra e il mare e il cel ruine;

Ciascun di essere il primo a denti freme.

Ma quelle dame misere e tapine

Li guardan drieto, e chi piange e chi geme;

E tutte le donzelle e le regine

Battean le palme lacrimando insieme,

Dicendo ai cavallier: – Per nostro amore

Oggi mostrà ti se aveti valore!

 

75.

Voi ben vedeti che alle vostre mani

Macone ha posta nostra libertate;

Via nel bon ponto, o cavallier soprani,

Contra a’ nemici! e s’ ve diportate,

Che non giongiamo in forza di que’ cani,

Sendo in eterno poi vituperate.

Nostra persona e l’anima col core

Vi acquistareti e insieme il vostro onore. –

 

76.

Non fu nel campo re né cavalliero,

Qual non se commovesse a cotal dire;

Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero

Di starsi in loco non potea soffrire;

Ma già  partirse gli facea mestiero,

Perché Marsilio gli mandava a dire

Ad esso e a Feraguto alora alora

Che sian con seco senza altra dimora.

 

77.

Onde callarno quei duo saracini,

Che erano al mondo fior di gagliardia.

Oh quanti cristà¯an faran tapini!

Donaci aiuto, o Santa Matre pia!

Non menaran la cosa in quei confini

Che se è menata e mena tuttavia;

Ranaldo e Orlando, che or paion di foco,

Avran suo carco e soprasoma un poco.

 

78.

Callarno quei baron, che aveano il vanto,

Come io vi dico, di forza e di ardire;

Parve che il mondo ardesse de quel canto

E che la terra se volesse aprire.

Questo cantare è stato lungo tanto,

Che ormai ve increscerebbe il troppo dire,

Onde io prenderò possa e voi diletto;

Ne l’altro canto ad ascoltar vi espetto.

 

 

CANTO VENTESIMOQUARTO

 

1.

Quando la tromba alla battaglia infesta

Suonando a l’arme sveglia il crudo gioco,

Il bon destrier superbo alcia la testa,

Battendo e piedi, e par tutto di foco;

Squassa le crine e menando tempesta

Borfa le nare e non ritrova loco,

Ferendo a calci chi se gli avicina;

Sempre anitrisce e mena alta ruina.

 

2.

Cos’ ad ogni atto degno e signorile,

Qual se raconti, di cavalleria,

Sempre se allegra lo animo gentile,

Come nel fatto fusse tuttavia,

Manifestando fuore il cor virile

Quel che gli piace e quel ch’egli disia;

Onde io di voi comprendo il spirto audace,

Poi che de odirme vi diletta e piace.

 

3.

Non debbo adunque a gente s’ cortese

Donar diletto a tutta mia possanza?

Io debbo e voglio, e non faccio contese,

E torno ove io lasciai ne l’altra stanza

Di Feraguto, che il monte discese,

E Rodamonte con tanta arroganza

Che de i lor guardi e de la orribil faccia

Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.

 

4.

Venian davanti a gli altri e duo baroni

Più de una arcata per quella pianura.

S’ come fuor del bosco duo leoni

Che abbian scorto lo armento e la pastura,

Cos’ venian spronando e lor ronzoni

Sopra la gente che de ciò non cura;

Io dico e Cristà¯ani e Carlo Mano,

Che ben veduti gli han callare al piano.

 

5.

Lo imperator gli vidde alla costiera,

Dico e Pagani e il re Marsilà¯one,

A benché allora non sapea chi egli era;

Pur fece presto a ciò provisà¯one.

Subitamente fece una gran schiera

De cavallieri arditi e gente bone;

Ove gli trova, senza altro riguardo

Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.

 

6.

Poi mosse Carlo questa compagnia,

Sopra a un destriero a terra copertato;

Per quel furor la terra sbigotia,

Tamburi e trombe suonan da ogni lato.

Marsilio d’altra parte anco vien via,

Ma son davanti, come io ve ho contato,

Il franco Feraguto e Rodamonte;

E duo de’ nostri a lor scontrarno a fronte,

 

7.

Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,

Contra di lor spronando a gran baldanza;

E Rodamonte, che gionse primero,

Scontrò nel scudo al conte di Maganza.

Tutto il fraccassa il saracino altiero,

E usbergo e ‘l fianco passa con la lanza.

Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,

Che Satanasso alor lo tenne vivo.

 

8.

Questo servizio allor gli fie’ di certo,

Per far dapoi dell’anima più straccio.

Or Feraguto, il cavalliero esperto,

Ben dette ad Otachier più presto spaccio;

Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,

Dietro a le spalle andò di lancia un braccio.

Caderno entrambi a grave disconforto:

L’un mezo è vivo, e l’altro al tutto morto.

 

9.

E dui pagan lascià¢r costoro in terra,

E dan tra’ nostri a briglia abandonata;

Il conte Gano ben presto si sferra,

E se nascose, l’anima dannata.

Or chi me aiuta a ricontar la guerra

Che fan color, crudele e disperata?

Io non mi credo mai di poter dire

L’aspre percosse e il lor crudo ferire.

 

10.

Lingua di ferro e voce di bombarda

Bisognarebbe a questo racontare,

Che par che ‘l cel de lampi e di foco arda,

Veggendo e brandi intorno fulminare;

E benché nostra gente sia gagliarda,

Contra a’ duo saracin non può durare,

Come iudichi il cel quel giorno a morte

Lo imperatore e la sua real corte.

 

11.

Questo da quella e quel da questa banda

Armi e persone tagliano a traverso;

Il re Carlone a Dio si racomanda,

Ché, come gli altri, di stupore è perso,

Benché per tutto provede e comanda;

Ma tanto è il crido orribile e diverso

Di gente occisa e de arme il gran rumore,

Che non intende alcun lo imperatore.

 

12.

Ma ciascaduno, ove meglio far crede,

Corre alla zuffa come disperato;

Ben vi so dir, se Dio non gli provede,

Che Carlo questo giorno è disertato,

E rimarrà  la Francia senza erede,

Ché ogni barone a quel campo è tagliato,

Ed è occiso anco il popol più minuto

Da Rodamonte insieme e Feraguto.

 

13.

Dal destro lato intrò re Rodamonte

Col brando di Nembrot ad ambe mano,

E partì Ranibaldo per la fronte,

Duca de Anversa, che è bon cristà¯ano.

Da poi Salardo, che de Alverna è conte,

Taglia a traverso e lascia morto al piano;

Ugo e Raimondo trova il maledetto,

L’un sino al collo e l’altro fende al petto.

 

 

14.

Quel di Cologna, e questo era Picardo:

Il Saracino a terra gli abandona,

E gli altri occide senza alcun riguardo

Quel re che di prodezza è la corona;

Né di lui Feraguto è men gagliardo,

Ché meraviglia fan de la persona:

Ranier di Rana, il patre de Oliviero,

Ferito a morte abatte del destriero;

 

15.

E il conte Ansaldo, il quale era alemano,

Ed è segnor de la città  de Nura,

Percote sopra a l’elmo ad ambe mano,

E tutto il parte insino alla cintura.

Tutta la gente fugge per il piano:

Chi non avria di que’ colpi paura?

Duca di Clevi, il duca di Sansogna,

Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;

 

16.

Però che il collo a l’un tagliò di netto,

Volò via il capo e l’elmo col cimiero;

L’altro divise da la fronte al petto,

Poi dà  tra gli altri quel saracin fiero.

Re Carlo avea di ciò tanto dispetto,

Che non cap’a di doglia nel pensiero.

Ecco Marsilio ariva e la gran gente:

Non sa re Carlo che farsi nà¯ente.

 

17.

Nà¯un Ranaldo vi è, nà¯uno Orlando,

Nà¯un Danese e nà¯uno Oliviero;

Chi qua, chi là  nel campo combattando,

Ciascun di adoperarse avea mestiero;

Onde il bon re, de intorno riguardando,

Poi che non vede conte o cavalliero

Che a’ soi nemici più volti la faccia,

Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,

 

18.

Dicendo: – O Dio, che mai non abandoni

Chiunque in te spera con perfetto core,

S’ come fanno adesso e miei baroni,

Che abandonano al campo il suo segnore:

Meglio è morire e poter star tra’ boni,

Che più campare al mondo in disonore;

Aiutame, mio Dio, dammi baldanza:

In te sol fido ed ho la mia speranza. –

 

19.

Tra le parole una grossa asta aresta,

Sempre chiamando a Dio del celo aiuto,

E dove è la battaglia e più tempesta,

Sprona il destriero e scontra Feraguto.

Proprio alla vista il gionse nella testa,

Poco mancò che non fosse caduto;

Ma tal possanza avea il crudo barone,

Che se mantiene a forza ne l’arcione.

 

20.

La lancia volò in pezzi con romore,

E Feraguto, che il colpo avea preso,

Qual mai pigliato non avea il maggiore,

Se rivoltò, de furia e de ira acceso;

Gionse ne l’elmo al franco imperatore,

E sopra al prato lo mandò disteso.

Ciascun che ‘l vidde, crede che ‘l sia morto:

Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.

 

21.

Ma sopra agli altri il franco Balduino,

Benché sia nato de la falsa gesta,

Forte piangendo se chiama tapino,

E via correndo di cercar non resta

Per ritrovare Orlando paladino.

Ugetto di Dardona ancora in questa

Veggendo il fatto se partì di saldo,

E va correndo per trovar Ranaldo.

 

22.

Ma il re Marsilio intrò nella battaglia,

Suonando trombe e corni e tamburini,

E tanto è il crido de la gran canaglia,

Che par che ne lo abisso il cel ruini.

La nostra gente tutta se sbaraglia,

Perché adosso gli sono i Saracini,

Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta:

Chi può fuggir, nel campo non aspetta.

 

23.

Ma Balduin cercando atrovò il conte,

Che pure alora occise Balgurano;

Come di sangue là  fusse una fonte,

Fatto avea rosso tutto intorno il piano;

E Balduin, battendosi la fronte,

Conta piangendo come Carlo Mano

è morto al campo, o sta con tal mart’re

Che in poco de ora converrà  morire.

 

24.

Orlando alle parole stette un poco,

Per la gran doglia che gli gionse il core,

Ma poi divenne rosso come un foco,

Battendo i denti insieme a gran furore.

Da Balduino avendo inteso il loco

Ove abattuto è Carlo imperatore,

Là  se abandona quella anima fiera:

Ciascun fa loco più che volentiera.

 

25.

Chi non il fa ben presto, se ne pente,

Ché lui non cegna, ma del brando mena,

Ed è tanto turbato e tanto ardente,

Che non discerne e soi da gli altri apena.

Per quel camino occise una gran gente;

Ma ritorno ad Ugiero di Dardona,

Qual mai non posa cercando a ogni mano,

Sin che ha trovato il sir di Montealbano.

 

26.

Né il cognoscea, tanto era sanguinoso,

Ché il scudo avea coperto e l’armatura;

Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso

Gli racontò la gran disaventura,

Come era andato il fatto doloroso,

E che il re Carlo sopra alla pianura

Era abattuto, de la vita in bando,

Se non lo ha già  soccorso il conte Orlando;

 

27.

Perché venendo lo vidde passare,

Ed era seco a lato Balduvino,

Qual forse questo gli debbe contare,

Però che anch’esso a Carlo era vicino.

Quando Ranaldo od’a ciò racontare,

Forte piangendo disse: – Ahimè tapino!

Che se egli è ver ciò che costui favella,

Perduta ho in tutto Angelica la bella.

 

28.

Se di me prima là  vi gionge Orlando,

Io so che Carlo aiutarà  di certo,

Ed io serò, come fui sempre, in bando,

Disgrazà¯ato, misero e diserto.

Almen potevi tu venir trottando!

Venuto sei di passo, io il vedo aperto,

Né me il faria discreder tutto il celo,

Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. –

 

29.

– A tutta briglia venni speronando, –

Rispose Ugetto – e tu pur fai dimora;

Or che sai tu se qualche impaccio Orlando

Ha retenuto, e non sia gionto ancora?

Tu provar debbi la ventura, e quando

Venga fallita, lamentarti alora;

S’ presto è il tuo destrier, che a questo ponto

Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. –

 

30.

Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,

Però ben presto se pose a camino.

Spronando a tutta briglia il suo destriero,

A gran fraccasso va quel paladino;

Qualunque trova sopra del sentiero,

O voglia esser cristiano o saracino,

Con lo urto getta a terra e con la spada,

Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.

 

31.

Marcolfo il grande, che fu un pagano

Che servia in corte il re Marsilà¯one,

Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,

Scontrossi a caso nel figlio de Amone,

Che de Fusberta lo gionse a due mano

E tutto lo partì sino al gallone;

E poco apresso truova Folvirante,

Re di Navarra, di cui dissi avante.

 

32.

Ranaldo de una ponta l’ha percosso,

Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,

E de urto gli cacciò Baiardo adosso

Percotendolo a terra, e quivi il lassa;

E Balivorne, quel saracin grosso,

Che avea rivolto al capo una gran fassa,

De cotal colpo tocca con Fusberta,

Che gli ha la faccia insino al collo aperta.

 

33.

Ranaldo non gli stima tutti uno asso,

Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.

Ecco uno abbate ch’è davanti al passo,

Limosinier di Carlo e capellano:

Grassa era la sua mula, e lui più grasso,

Né sa che farsi, a benché sia nel piano:

Questo avea tanta tema de morire,

Che stava fermo e non sapea fuggire.

 

34.

Ranaldo l’urta a mezo del camino,

Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla;

Quel che ne fosse, non scrive Turpino,

Ed io più oltra ve ne so dir nulla.

Sopra a lui salta il franco paladino,

E ben col brando intorno se trastulla,

Facendo braccie e teste al cel volare:

Ben vi so dir che largo se fa fare.

 

35.

Ecco davanti vidde una gran folta,

Ma che sia in mezzo non pô discernire.

Questa è gente pagana, che era involta

De incerco a Carlo per farlo morire;

E dietro tanta vi ne era aricolta,

Che ad alcun modo non ne potea gire;

Ben che lui mostri arditamente il viso

E si diffenda, pur l’avriano occiso.

 

36.

Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,

Avenga che non sappia di quello atto,

Ma, come dentro al cerchio fie’ riguardo,

Subitamente se accorse del fatto.

Qui vi so dir che se mostra gagliardo,

Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,

– Aiutami, – dicendo, – filiol mio,

Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! –

 

37.

Parlava Carlo, e tuttavia col scuto

Stava coperto e la spada menava,

E veramente gli bisogna aiuto,

Tanta la gente adosso gli abondava.

Di Corduba era il conte qua venuto

(Partano il saracin se nominava),

Qual mai non lascia che Carlo se mova;

Per dargli morte pone ogni gran prova.

 

38.

Ma gionto da Ranaldo all’improviso

Non se diffese, tanto impaur’;

A benché in ogni modo io faccia avviso

Che il fatto ser’a pur gito cos’.

Ranaldo dà  ne l’elmo, e fesse il viso,

E ‘l mento e il collo, e il petto gli partì.

Lascialo andare, e mena a più non posso

A un altro, che al re Carlo è pure adosso.

 

39.

Questo era il conte de Alva, Paricone:

Ranaldo lo tagliò tutto a traverso

E prestamente prese il suo ronzone.

Però che quel de Carlo era già  perso;

E tanto se sostenne il fio de Amone,

Dando e togliendo in quel stormo diverso,

Che a mal dispetto de ciascun pagano

Sopra al destrier sal’ re Carlo Mano.

 

40.

Né bisognava che fosse più tardo,

Perché non era apena in su la sella,

Che Feraguto, il saracin gagliardo,

E ‘l re Marsilio gionse proprio in quella.

Venian quei duo pagan senza riguardo,

Ciascaduno a due man tocca e martella;

Come tra gente rotta e dissipata,

Venian ferendo a briglia abandonata.

 

41.

La nostra gente avante a lor non resta,

Ma fugge in rotta, piena di spavento;

Chi avia frappato il viso e chi la testa:

Non fu veduto mai tanto lamento.

Ma quando Carlo e i baron di sua gesta

Al campo se voltà¢r con ardimento,

Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,

Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.

 

42.

Suonà¢r le trombe e il crido se rinova,

E la battaglia più s’accende e aviva.

Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,

Né mostra de esser quel che mo fuggiva,

Anci per amendar pone ogni prova.

Marsilio, che s’ ratto ne veniva,

E Feraguto ancor da l’altro canto,

A ciò mirando, se affermarno alquanto.

 

43.

Ciascun di loro in su la briglia sta,

Già  non temendo che altri se gli appressi;

Or l’uno e l’altro a furia se ne va

Ove e nimici son più folti e spessi.

E’ si suol dir che Dio gli uomini fa,

Poi se trovano insieme per se stessi,

S’ come Carlo al re Marsilà¯one

Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.

 

44.

Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!

Che chi l’avesse con gli occhi veduta,

Credo che l’alma tutta sbigotita

Per tema avria cridato: “Aiuta! aiuta!’

E, poi che fosse for del corpo uscita,

Mai non serebbe in quel loco venuta,

Per non vedere in viso e due guerrieri

De ira infiamati e de arroganza fieri.

 

45.

Or de Marsilio e de lo imperatore

Vi lasciarò, ch’io non ne fo gran stima,

E contarò la forza e il gran valore

De gli altri duo, che son de ardire in cima.

A cominciarla mi spaventa il core:

Che debbo io dire al fin? che dirò in prima?

Duo fior di gagliardia, duo cor di foco

Sono a battaglia insieme a questo loco.

 

46.

E cominciarno con tanta ruina

L’aspra baruffa e con tanto fraccasso,

Che già  non sembra che da la mattina

Sian stati in arme al sol che era già  basso.

Ciascun stare al suo loco se destina,

Né se tirà¢r dal campo a dietro un passo,

Menando colpi di tanto furore

Che a’ riguardanti fa tremare il core.

 

47.

Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,

E se non era quello elmo affatato,

Lo avria fiaccato in pezzi s’ minuto,

Che ne l’arena non se avria trovato.

Callò Fusberta e giù colse nel scuto,

Che era di nerbo e di piastra ferrato;

Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:

Mai non se vidde tal destruzà¯one.

 

48.

E ben responde il saracino al gioco,

Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,

E quel se divampava a fiamma e foco,

Ma nol puote attaccar, cotanto è fino.

Il scudo fraccassò proprio a quel loco

Che a lui avea fiaccato il paladino,

E gionse ne lo arcione a gran tempesta:

Più de tre quarti en porta a la foresta.

 

49.

Né pone indugia, ché un altro ne mena,

E gionse pur ne lo elmo di traverso.

Pensà ti se egli avea soperchia lena:

Quasi Ranaldo a terra andò roverso,

E se sostenne con fatica e pena;

La vista aveva e lo intelletto perso.

Baiardo il porta e nel corso se serra,

Ciascun che ‘l guarda, dice: – Eccolo in terra! –

 

50.

Ma pur rivenne, e veggendo il periglio

A che era stato e la vergogna tanta,

Tutto nel viso divenne vermiglio

Dicendo: – Un Saracin di me si vanta?

Ma se mo mo vendetta non ne piglio,

La vita vo’ lasciarvi tutta quanta,

E l’anima allo inferno e il corpo a’ cani,

Se mai de ciò se vanta tra’ Pagani. –

 

51.

Mentre che parla, ponto non se aresta,

Ma mena a Feraguto invelenito,

E gionse il colpo orribile alla testa,

Tal che alle croppe il pose tramortito.

Ferir non fu giamai di tal tempesta:

Ben stava il saracino a mal partito,

Per uscir da ogni lato dello arcione;

Quasi mezza ora stette in stordigione.

 

52.

Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,

Già  ne avea lo elmo tutto quanto pieno.

Or lasciar me il conviene in questo caso,

Ché la istoria ad Orlando volge il freno.

Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso,

Però che ‘l suo destrier corre assai meno,

Io dico Brigliador, che non Baiardo;

Però qua gionse il conte un poco tardo.

 

53.

Quando fu gionto e vidde il re Carlone

Fuor di periglio in su lo arcion salito,

Che avea afrontato il re Marsilà¯one,

Anci in tre parte già  l’avea ferito;

E d’altra parte il franco fio de Amone

Conduce Feraguto a mal partito:

Quando ciò prese il conte a rimirare,

– Ahimè! – diceva, – qua non ho che fare!

 

54.

A quel che io vedo, le poste son prese;

Male aggia Balduino il traditore!

Qual bene è de la gesta maganzese,

Che in tutto il mondo non è la peggiore.

Per lui son consumato alla palese,

Perduta è la speranza del mio amore;

Persa è mia gioia e il mio bel paradiso

Per lui che tardo gionse a darmi avviso.

 

55.

Ben dirà  Carlo ch’io venni in gran fretta

Per dargli aiuto, come io debbo fare!

Ma tu, gente pagana maledetta,

Tutta la pena converrai portare;

Sopra di voi serà  la mia vendetta,

E, se io dovessi il mondo ruà¯nare,

Farò quanto Ranaldo questo giorno,

O che davanti a Carlo mai non torno. –

 

56.

Cos’ dicendo in dietro si rivolta,

Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.

S’ come un tempo oscuro alcuna volta,

Che brontolando intorno al cel se gira,

E il tristo villanel che quello ascolta,

Guarda piangendo e forte se martira;

E quel pur viene ed ha il vento davante,

Poi con tempesta abatte arbori e piante:

 

57.

Cotal veniva col brando a due mano

Il conte Orlando, orribile a guardare.

Non ebbe tanto ardire alcun pagano

Che sopra al campo osasse de aspettare;

Tutti a ruina e in folta se ne vano,

Ma il conte altro non fa che speronare,

Dicendo a Brigliador gran villania,

Dandoli gran cagion del mal che avia.

 

58.

Il primo che egli agionse in suo mal ponto,

Fu Valibruno, il conte de Medina,

E tutto lo partì, come io vi conto,

Dal capo in su lo arcion con gran ruina.

Poscia Alibante di Toledo ha gionto,

Che non avea la gente saracina

Di lui maggior ladrone e più scaltrito;

Orlando per traverso l’ha partito.

 

59.

Poi dà  tra gli altri e trova Baricheo,

Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;

Costui primeramente fu giudeo,

E da poi cristà¯an, poi saracino,

Ed in ciascuna legge fu più reo,

Né credeva in Macon né in Dio divino.

Orlando lo partì dal zuffo al petto:

Non so chi se ebbe il spirto maledetto;

 

60.

Non so se tra’ Giudei o tra’ Pagani

Giù ne lo inferno prese la sua stanza.

Il conte il lascia, e tra’ Saracin cani

Ferisce ad ogni banda con baldanza.

S’ come in Puglia ne gli aperti piani

Ponesse il foco alcun per mala usanza,

Quando tra’ il vento e la biada è matura,

Ben faria largo e netto alla pianura;

 

61.

Cotal tra’ Saracini il sir de Anglante

Tagliando e dissipando ne veniva.

Ecco longi cernito ebbe Origante,

Ma nol volse ferir quando fuggiva;

Anci correndo gli passò davante,

E poi se volta e nel scudo lo ariva,

E taglia il scudo e lui con Durindana,

S’ che in duo pezzi il manda a terra piana.

 

62.

Di Malica segnore era il pagano

Qual v’ho contato che è in duo pezzi in terra;

Orlando tocca Urgino ad ambe mano,

E in due bande aponto lo disserra.

A Rodamonte, il quale era lontano

E facea in altro loco estrema guerra,

Fu aportato il furore e ‘l gran periglio

Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.

 

63.

Incontinente lascia Salamone,

Quel di Bertagna, che era rimontato;

E mal per lui, però che nel gallone

E in faccia Rodamonte l’ha piagato;

E già  lo trabuccava de lo arcione,

Che tutto il mondo non lo avria campato,

Quando quel messo ch’io dissi, giongia;

Lui lascia Salamone e tira via.

 

64.

Ne lo andar trovò il duca Guielmino,

Sir de Orlà¯ense, de gesta reale;

Insino ai denti il parte il saracino,

Ché la barbuta, o l’elmo non vi vale.

Quanto più andando avanza del camino,

Più gente urta per terra e fa più male;

Ovunque passa quel pagano ardito,

Qual morto abatte e qual forte ferito.

 

65.

Missére Ottino, il conte di Tolosa,

E il bon Tebaldo, duca di Borbone,

Per terra abatte in pena dolorosa,

E via passando con destruzà¯one

Trovò la terra tutta sanguinosa,

E un monte de destrieri e di persone,

L’un sopra a l’altro morti e dissipati:

Il conte è quel che gli ha s’ mal menati.

 

66.

Quivi le strida e il gran lamento e il pianto

Sono a quel loco ove se trova Orlando,

Quale era sanguinoso tutto quanto,

E mena intorno con ruina il brando.

Ma già  finito nel presente è il canto,

Che non me ne ero accorto ragionando;

Segue lo assalto di spavento pieno,

Qual fo tra il conte e il figlio de Ulà¯eno.

 

 

 

CANTO VENTESIMOQUINTO

 

1.

Se mai rime orgogliose e versi fieri

Cercai per racontare orribil fatto,

Ora trovarle mi farà  mestieri,

Però che io me conduco a questo tratto

Alla battaglia con duo cavallieri,

Che questo mondo e l’altro avrian disfatto;

Tra ferro e foco inviluppato sono,

Ché l’altre guerre ancor non abandono.

 

2.

Perché dove è il Danese e Serpentino,

Ov’è Olivieri e Grandonio si geme;

E il re Marsilio e il figlio di Pipino,

Quanto se può, ciascun sopra se preme;

Ranaldo e Feraguto il saracino

Fan più lor duo che tutti gli altri insieme;

Ed or di novo Orlando e Rodamonte

Per più ruina son condutti a fronte.

 

3.

S’ come a l’altro canto io vi ebbi a dire,

Ciascun di loro avanti avea gran cazza;

Cristian né Saracin potean soffrire,

Perché l’un più che l’altro assai ne amazza.

Quando la gente gli vide venire,

Ognun a più poter fa larga piazza;

Come avante al falcone e storni a spargo,

Fugge ciascun cridando: – Largo! largo! –

 

4.

E quei duo cavallier con gran baldanza

Se urtarno adosso, senza più pensare.

Avea prima ciascun rotta sua lanza,

Ma con le spade ben vi fo che fare,

Menando i colpi con tanta possanza,

Che ciascadun che sta intorno a mirare

Di trare il fiato apena non se attenta,

Tanto al ferire estremo se spaventa.

 

5.

Barbute e scudi e usberghi e maglie fine

Ne porta seco a ogni colpo di spada,

Come lo inferno e il cel tutto ruine,

E mare e terra con fraccasso cada;

E la piastra percossa a polverine

Vola de intorno e non so dove vada,

Ché ogni pezzo è s’ minuto e poco

Che non se trovarebbe in alcun loco.

 

6.

E se non fosse per gli elmi affatati

Che aveano in capo, e la bona armatura,

Non vi seriano a quest’ora durati,

Per la battaglia tenebrosa e scura;

Ché tanto sono e colpi smisurati,

Che pure a racontarli è una paura;

Quando giongon e brandi in abandono,

Par che ‘l cel s’apre e gionga trono a trono.

 

7.

Re Rodamonte, il quale ardea de andare

Ove era il re Marsilio e Feraguto,

Temendo forse che per dimorare

Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto,

Ad ambe mano un colpo lascia andare,

E tocca nel cantone in cima al scuto;

Per lungo il fende a l’altra ponta bassa,

Gionge a l’arcion e tutto lo fraccassa.

 

8.

Quando se avidde di quel colpo Orlando,

Turbato d’altro, forte disdegnoso,

Ira sopra ira più multiplicando,

Lascia a due mano un colpo tenebroso;

Gionse nel scudo il furà¯oso brando,

E più di mezo il manda al prato erboso,

Né pone indugia e tira un gran roverso,

E nel guanciale il gionse di traverso.

 

9.

Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,

Che trasse di se stesso quel pagano,

E fo per trabuccar da l’altro lato,

E da la briglia abandona la mano.

Il brando che nel braccio avea legato,

Tirando drieto trasinava al piano,

E s’ gli avea ogni lena il colpo tolta,

Che per cader fo assai più che una volta.

 

10.

Poi che fu il spirto e l’anima venuta,

Ne la sua vita mai fu tanto orribile;

Di presto vendicarse ben se aiuta:

Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,

Qual dileguò in tal modo la barbuta,

Che via per l’aria ne volò invisibile,

Più trita e più minuta che l’arena;

Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

 

11.

Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,

Ben campò alora Orlando dalla morte,

Avenga che a quel colpo il paladino

Del morir corse fino in su le porte;

Di man gli cadde il bon brando acciarino,

Ma la catena al braccio il tiene forte:

Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano

Spesso se piega per cadere al piano.

 

12.

La gente che de intorno era a guardare,

Ed avea de tal colpi assai che dire,

Subitamente cominciò a cridare:

– Aiuto! aiuto! – e poi prese a fuggire;

Perché, avendosi indietro a riguardare,

Gran schiere sopra a lor vidder venire,

E questo era Gualtier da Monlà¯one

E Bradamante, la figlia de Amone.

 

13.

Eran costor fuor dello aguaito usciti,

S’ come avea commesso Carlo Mano:

Ben diece millia cavallieri arditi,

Che avuto impaccio quel giorno non hano.

Per questo i Saracin son sbigotiti,

Ciascuno a più poter spazza quel piano;

E ben presto spaciarsi gli bisogna,

S’ Bradamante a lor gratta la rogna.

 

14.

Avanti a gli altri la donzella fiera

Più de un’arcata va per la pianura,

Tanto robesta e s’ superba in ciera

Che solo a riguardarla era paura;

Là  quel stendardo e qua questa bandiera

Getta per terra, e de altro non ha cura

Che di trovare al campo Rodamonte,

Ché del passato se ramenta l’onte,

 

15.

Quando in Provencia gli occise il destriero

E fece di sua gente tal ruina.

Ora di vendicarse ha nel pensiero,

E di cercarlo mai non se rafina.

Sprezando sempre ogni altro cavalliero,

Via passa per la gente saracina,

Né par pur che di lor se accorga apena,

Benché de intorno sempre il brando mena.

 

16.

Pur Archidante, il conte de Sanguinto,

Ed Olivalto, il sir de Cartagena,

L’un pose morto a terra, e l’altro vinto,

Perché de intorno gli donavan pena;

Ad Olivalto nel scudo depinto

Una aspra ponta la donzella mena,

E spezzò quello usbergo come un vetro;

Ben più de un palmo gli passò di dietro.

 

17.

Questo abandona e mena ad Archidante

Ad ambe man, s’ come era adirata,

E ne la fronte li gionse davante:

Per sua ventura se voltò la spata;

E lui cadendo a su voltò le piante

E rimase stordito ne la strata.

La dama non ne cura e in terra il lassa,

E ruà¯nando via tra gli altri passa.

 

18.

E mena in volta le schiere pagane,

Facendo deleguare or quelle or queste;

Ove ella corre, il segno vi rimane

E fa le strate a tutti manifeste,

Che restan piene di piedi e di mane,

Di gambe e busti e di braccie e di teste;

E la sua gente, che alle spalle mena,

è di gran sangue caricata e piena.

 

19.

Veggendo tal ruina Narbinale,

Conte de Algira, quel saracin fiero

(Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale,

Era ancor destro e forte in su il destriero):

Costui veggendo il gran dalmaggio e il male

Che fea la dama per ogni sentiero,

Con una lancia noderuta e grossa

A lei se afronta e dà gli alta percossa.

 

20.

Ma lei de arcion non se crolla nà¯ente,

E mena sopra a l’elmo a quel pagano,

E calla il brando giù tra dente e dente;

Quel cadde morto del destriero al piano.

Quando ciò vidde la pagana gente,

Ben vi so dir che a folta se ne vano,

Chi qua chi là  fuggendo a più non posso;

Ma sempre e Cristà¯an lor sono adosso.

 

21.

Tenne la dama diverso camino,

Lasciando a man sinestra gli altri andare,

E gionse dove Orlando il paladino

Stava for dello arcion per trabuccare.

Vero è che Rodamonte il saracino

Non lo toccava e stavalo a mirare;

La dama ben cognobbe il pagan crudo

Al suo cimiero e alle insegne del scudo.

 

22.

Onde se mosse, e verso lui se afronta.

Or se rinova qui l’aspra battaglia

E’ crudel colpi de taglio e di ponta,

Spezzando al guarnimento piastra e maglia;

Ma nel presente qua non se raconta,

Perché Turpin ritorna alla travaglia

Di Brandimarte e sua forte aventura,

Sin che il conduca in Francia alla sicura.

 

23.

Avendo occiso al campo Barigaccio,

Come io contai, quel perfido ladrone,

Con la sua dama in zoia ed in sollaccio

Ven’a sopra a Batoldo, il bon ronzone;

E caminando gionse ad un palaccio,

Che avea verso a un giardino un bel verone,

E sopra a quel verone una donzella

Vestita de oro, e a maraviglia bella.

 

24.

Quando ella vidde il cavallier venire,

Cignava a lui col viso e con la mano

Che in altra parte ne dovesse gire,

E che al palazzo passasse lontano;

Ora, Segnori, io non vi s’aprei dire

Se Brandimarte intese, o non, certano;

Ma cavalcando mai non se ritiene

Sin che a la porta del palazzo viene.

 

25.

Come fu gionto alla porta davante,

Dentro mirando vidde una gran piazza

Con l’oggie istorà¯ate tutte quante:

Di quadro avea la corte cento brazza.

Quasi a mezo di questa era un gigante,

Qual non avea né spada né mazza,

Né piastra o maglia, od altre arme nà¯ente,

Ma per la coda avea preso un serpente.

 

26.

Il cavallier de ciò ben si conforta,

Poi che ha trovata s’ strana aventura;

Ma in su quel dritto aperta è un’altra porta,

Che del giardin mostrava la verdura,

E un cavallier, s’ come alla sua scorta,

Si stava armato ad una sepoltura;

La sepoltura è in su la soglia aponto

Di questa porta, s’ come io vi conto.

 

27.

Ora il gigante stava in gran travaglia

Con quel serpente, come io vi contai,

Ma sempre a un modo dura la battaglia:

Quel per la coda nol lascia giamai.

Benché il serpente, che de oro ha la scaglia,

Piegasse a lui la testa volte assai,

Mai nol puote azaffare o darli pena,

Ché per la coda sempre intorno il mena.

 

28.

Mentre il gigante quel serpente agira

Brandimarte alla porta ebbe veduto,

Onde, soffiando di disdegno e de ira,

Correndo verso lui ne fo venuto,

E detro a sé il dragon per terra tira.

Or doni il celo a Brandimarte aiuto,

Ché questo è il più stupendo e grande incanto

Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.

 

29.

Come è gionto, il gigante alcia il serpente,

Con quello a Brandimarte mena adosso.

Non ebbe mai tal doglia al suo vivente,

Perché quel drago è lunghissimo e grosso;

Pur non se sbigotisce de nà¯ente,

Ma quel gigante ha del brando percosso

Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco:

Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.

 

30.

Crida il gigante e pur alcia il dragone,

E gionse Brandimarte ne la testa,

E tramortito lo trasse de arcione,

E, il serpente menando, non se arresta;

Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone,

E disteselo a terra con tempesta.

Rivene il cavalliero, e in molta fretta

è destinato a far la sua vendetta.

 

31.

Col brando in mano il gran gigante affronta,

E se accomanda alla virtù soprana;

Ma quel mena del drago a prima gionta,

E di novo il distese a terra piana.

Già  Brandimarte avea tratto una ponta,

E passato l’avea più de una spana;

Avendo l’uno e l’altro il colpo fatto,

Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.

 

32.

Ma quel serpente fece capo umano,

S’ come proprio avea prima il gigante,

E collo e petto e busto e braccie e mano

E insieme l’altre membre tutte quante;

E quel gigante venne un drago istrano,

Proprio come questo altro era davante,

E, s’ come era per terra disteso,

Fo dal gigante per la coda preso.

 

33.

E verso Brandimarte torna ancora

Menando, come il primo fatto avia;

Lui, che levato fu senza dimora,

Già  di tal cosa non se sbigotia,

Anci menando del brando lavora,

Dando e cogliendo colpi tuttavia;

Tanto animoso e fiero è Brandimarte!

Ferito ha già  il gigante in quattro parte.

 

34.

A benché anco esso pisto e percosso era,

Tanto il feriva spesso il maledetto;

E la battaglia assai fo lunga e fiera;

Ma, per venire in ultimo allo effetto,

Brandimarte lo agionse de Tranchera,

E tutto lo divise insino al petto,

Onde se fece drago incontinente,

E fo gigante quel che era serpente.

 

35.

S’ come in prima, per la coda il prese,

E verso il cavalliero anco se calla,

Tornando pur di novo alle contese;

Ma Brandimarte il gionse in una spalla

Ed a terra mandò quanto ne prese,

Né già  per questo il brando se aristalla,

Ma giù callando a gran destruzà¯one

Tutto lo fende insin sotto al gallone.

 

36.

Come davanti se fôr tramutati,

Questo è gigante e quello era dragone,

E ben sei volte a ciò fôrno incontrati,

Crescendo sempre più la questà¯one.

Sei volte Brandimarte gli ha atterrati,

Né trova più rimedio quel barone,

Onde dolente e con gran disconforto

Senza alcun dubbio estima de esser morto.

 

37.

Pur, come quel che molto era valente,

Non avea al tutto ancor l’animo perso,

Anci con gran ruina arditamente

Mena un gran colpo orribile e diverso,

E gionse a mezo il busto del serpente

Dietro da l’ale, e tagliollo a traverso.

Quando il gigante vide quel ferire,

Trasse via il resto e posese a fuggire.

 

38.

Verso la porta, ove è la sepoltura,

Fugge il gigante forte lamentando,

Ché di quel che gli avenne avea paura.

Il cavallier gli pose in testa il brando,

E partil tutto insino alla cintura,

Onde lui cadde alla terra tremando;

Poi che in tal forma del compagno è privo,

Moritte al tutto e non tornò più vivo.

 

39.

Non era a terra quel gigante apena,

Che il campà¯on che a l’altra porta stava,

Ver Brandimarte venne di gran lena,

Onde la zuffa qua se cominciava,

E de gran colpi l’uno a l’altro mena,

Ma sempre Brandimarte lo avanzava;

E per conclusà¯one in uno istante

Morto il distese apresso a quel gigante.

 

40.

E Fiordelisa, quale era seguita

Dentro alla l’oggia il cavallier soprano,

Veggendo la battaglia esser finita

Dio ne ringrazà¯ava a gionte mano.

Or la porta ove entrarno, era sparita,

E per vederla se riguarda in vano;

Ben per trovarla se affannarno assai,

Ma non se vede ove fusse pur mai.

 

41.

Onde si stanno, e non san che si fare,

E solo una speranza li assicura:

Che quella dama che gli ebbe a cennare,

Gli mostri a trarre a fin questa ventura.

Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,

Cominciarno a mirar la depintura

Che avea la l’oggia istorà¯ata intorno

Vaga per oro e per color adorno.

 

42.

La l’oggia istorà¯ata è in quattro canti,

Ed ha per tutto intorno cavallieri

Grandi e robusti a guisa de giganti,

E con lor soprainsegne e lor cimieri.

Sopra allo arcione e armati tutti quanti

S’ nella vista se mostravan fieri,

Che ciascadun che intrava de improviso,

Facean cambiar per meraviglia il viso.

 

43.

Chi fu il maestro, non s’aprebbi io dire,

Il quale avea quel muro istorà¯ato

De le gran cose che dovean venire,

Né so chi a lui l’avesse dimostrato.

Il primo era un segnor di molto ardire,

Benché ha lo aspetto umano e delicato,

Qual per la Santa Chiesa e per suo onore

Avea sconfitto Rigo imperatore.

 

44.

Apresso alla Ada ne’ prati Bressani

Se vedea la battaglia a gran ruina,

E sopra al campo morti li Alemani,

E dissipata parte gibillina.

L’acquila nera per monti e per piani

Era cacciata misera tapina

Dal volo e da gli artigli de la bianca,

A cui ventura né virtù non manca.

 

45.

Era il suo nome sopra alla sua testa,

Descritto in campo azurro a lettre d’oro;

Benché la istoria assai la manifesta,

Nomar se debbe di virtù tesoro.

Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;

E de’ gran fatti e de le guerre loro

Tutta era istorà¯ata quella faccia,

Che è da man destra a lato alla gran piaccia.

 

46.

Ne la seconda vi era un giovanetto,

Che natura mostrò ma presto il tolse;

Per non lasciar qua giù tanto diletto,

Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse;

Ma ciò che puote avere un om perfetto

De ogni bontate, in lui tutto se accolse:

Valor, beltate e forza e cortesia,

Ardire e senno in sé coniunti avia.

 

47.

Contra di lui, di là  dal Po nel piano,

Eran Boemi ed ogni gibillino,

Con quel crudel che il nome ha di Romano,

Ma da Trivisi il perfido Azolino,

Che non se crede che de patre umano,

Ma de lo inferno sia quello assassino;

Ben chiariva la istoria il suo gran storno,

Ché ha dame occise e fanciullini intorno.

 

48.

Undeci millia Padovani al foco

Posti avea insieme il maledetto cane,

Che non se od’ più dire in alcun loco

Tra barbariche gente o italà¯ane;

Poi se vedeva là  nel muro un poco

Con le sue insegne e con bandiere istrane

Di Federico imperator secondo,

Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.

 

49.

Di là  le sante chiave, e in sue diffese

L’acquila bianca nel campo cilestro,

E quivi eran depente le contese

E la battaglia di quel passo alpestro;

Ed Azolin se vedia là  palese,

Passato di saetta il piè sinestro

E ferito di mazza nella testa,

E’ soi sconfitti e rotti alla foresta.

 

50.

E la faccia seconda era finita

De la gran l’oggia con lavor cotale.

Ma ne la terza è lunga istoria ordita

De una persona sopranaturale,

S’ vaga nello aspetto e s’ polita,

Che non ebbe quel tempo un’altra tale;

Tra zigli e rose e fioretti d’aprile

Stava coperta la anima gentile.

 

51.

Essendo in prima etate piccolino,

In mezo a fiere istrane era abattuto,

E non avea parente né vicino

Qual gli porgesse per pietate aiuto.

Duo leoni avea in cerco il fanciullino,

E un drago, che di novo era venuto;

E l’acquila sua stessa e la pantera

Travaglia gli donà¢r più d’altra fiera.

 

52.

Il drago occise ed acquetò e leoni,

E l’acquila cacciò con ardimento;

A la pantera s’ scurtò li ungioni,

Che se ne avede ancor, per quel ch’io sento.

Poi se vedea, da conti e da baroni

Accompagnato, con le velle al vento

Andar cercando con devozà¯one

La Santa Terra ed altre regà¯one.

 

53.

Indi se volse e, come avesse l’ale,

Tutta la Spagna vidde e lo occeà no;

è recevuto in Francia alla reale,

Forse come parente e prossimano.

Error prese il maestro, e fece male,

Ché non dipense come egli era umano,

Come era liberale e d’amor pieno;

Non vi capia, ché ‘l campo venne meno.

 

54.

La terza istoria in quel modo se spaccia;

La quarta somigliava a questo figlio,

Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,

Vago e dipento e bianco come un ziglio,

Di pel rossetto ed acquillino in faccia;

Ma lui sol a virtute diè di piglio,

E quella ne portò fuor di sua casa;

Ogni altra cosa in preda era rimasa.

 

55.

Là  se vedea, cresciuto a poco a poco

Di nome, de sapere e di valore,

Or con arme turbate ed or da gioco

Mostrar palese il generoso core;

E quindi apresso poi parea di foco

In gran battaglia e trà¯onfale onore.

In diverse regioni e terre tante

Sempre e nemici a lui fuggon davante.

 

56.

Sopra del capo aveva una scrittura

Che tutta è de oro, e tale era il tenore:

‘ Se io vi potessi in questa dipentura

Mostrare espressa la virtù del core,

Non avria il mondo più bella figura,

Né più reale e più degna de onore;

A dessignarla non posi io la mano,

Però che avanza lo intelletto umano.’

 

57.

Or Brandimarte ciò stava a mirare,

Tanto che quella dama venne giù,

La dama che al veron gli ebbe a cennare.

Come fo gionta, disse: – Che fai tu,

Perdendo il tempo a tal cosa guardare,

E non attende a quel che monta più?

A te bisogna quel sepolcro aprire,

O qua rinchiuso di fame morire.

 

58.

Ma, poi che quel sepolcro serà  aperto,

Ben ti bisogna avere il core ardito,

Perché altrimenti seresti deserto,

E te con noi porresti a mal partito. –

Or, bei segnori, io mi credo di certo

Che abbiate a male il canto che è finito,

Ché non aveti al fine il tutto inteso;

Ma a l’altra stanza lo dirò disteso.

 

 

CANTO VENTESIMOSESTO

 

1.

Il vago amor che a sue dame soprane

Portarno al tempo antico e cavallieri,

E le battaglie e le venture istrane,

E l’armeggiar per giostre e per tornieri,

Fa che il suo nome al mondo anco rimane,

E ciascadun lo ascolti volentieri;

E chi più l’uno, e chi più l’altro onora,

Come vivi tra noi fossero ancora.

 

2.

E qual fia quel che, odendo de Tristano

E de sua dama ciò che se ne dice,

Che non mova ad amarli il cor umano,

Reputando il suo fin dolce e felice,

Che, viso a viso essendo e mano a mano

E il cor col cor più stretto alla radice,

Ne le braccia l’un l’altro a tal conforto

Ciascun di lor rimase a un ponto morto?

 

3.

E Lancilotto e sua regina bella

Mostrarno l’un per l’altro un tal valore,

Che dove de’ soi gesti se favella,

Par che de intorno il celo arda de amore.

Traggase avanti adunque ogni donzella,

Ogni baron che vôl portare onore,

Ed oda nel mio canto quel ch’io dico

De dame e cavallier del tempo antico.

 

4.

Ma dove io vi lasciai, voglio seguire,

Di Brandimarte e sua forte aventura,

Qual quella dama di cui vi ebbi a dire,

Avea condotto a quella sepoltura,

Dicendo: – Questa converrai aprire,

Ma poi non ti bisogna aver paura.

Conviente essere ardito in questo caso:

A ciò che indi uscirà , darai un baso. –

 

5.

– Come! Un baso? – rispose il cavalliero.

– è questo il tutto? Ora èvvi altro che fare?

Non ha lo inferno un demonio s’ fiero,

Che io non gli ardisca il viso de accostare.

Di queste cose non aver pensiero,

Che dece volte lo averò a basare,

Non che una sola, e sia quello che voglia;

Orsù! Che quella pietra indi si toglia. –

 

6.

Cos’ dicendo prende uno annel d’oro,

Che avea il coperch’io de la sepoltura,

E, riguardando quel gentil lavoro,

Vide intagliata al marmo una scrittura,

La qual dicea: ‘ Fortezza, né tesoro,

Né la beltate, che s’ poco dura,

Né senno, né lo ardir può far riparo,

Ch’io non sia gionta a questo caso amaro.’

 

7.

Poi che ebbe Brandimarte questo letto,

La sepoltura a forza disserrava,

Ed uscinne una serpe insino al petto,

La qual forte stridendo zuffelava;

Ne gli occhi accesa e d’orribil aspetto,

Aprendo il muso gran denti mostrava.

Il cavalliero, a tal cosa mirando,

Se trasse adietro e pose mano al brando.

 

8.

Ma quella dama cridava: – Non fare!

Non facesti, per Dio, baron giocondo!

Ché tutti ci farai pericolare,

E caderemo a un tratto in quel profondo.

Or quella serpe ti convien baciare,

O far pensier de non essere al mondo:

Accostar la tua bocca a quella un poco,

O morir ti conviene in questo loco. –

 

9.

– Come? Non vedi che e denti digrigna? –

Disse il barone – e tu vôi che io la basi?

Ed ha una guardatura s’ maligna,

Che de la vista io mi spavento quasi. –

– Anci – disse la dama – ella t’insigna

Come dèi fare; e molti altri rimasi

Son per viltate in quella sepoltura:

Or via te accosta e non aver paura. –

 

10.

Il cavallier se accosta, e pur di passo,

Ché molto non gli andava volentiera;

Chinandosi alla serpe tutto basso,

Gli parve tanto terribile e fiera,

Che venne in viso morto come un sasso,

E disse: – Se fortuna vôl ch’io pèra,

Tanto fia un’altra fiata come adesso,

Ma dar cagion non voglio per me stesso.

 

11.

Cos’ certo fossi io del paradiso,

Come io son certo, chinandomi un poco,

Che quella serpe me trarà  nel viso,

O pigliarami a’ denti in altro loco.

Egli è proprio cos’ come io diviso!

Altri che me fia gionto a questo gioco,

E dà mmi quella falsa tal conforto

Per vendicare il suo baron che è morto. –

 

12.

Dicendo questo indietro se retira,

E destinato è più non se accostare.

Or ben forte la dama se martira,

E dice: – Ahi vil baron! che credi fare?

Tanta tristezza entro il tuo cor se agira,

Che in grave stento te farà  mancare.

Del suo scampo lo aviso, e non mi crede!

Cos’ fa ciascadun che ha poca fede. –

 

13.

Or Brandimarte per queste parole

Pur tornò ancora a quella sepoltura,

Benché è pallido in faccia, come suole,

E vergognosse de la sua paura.

L’un pensier gli disdice, e l’altro vôle,

Quello il spaventa, e questo lo assicura;

Infin tra l’animoso e il disperato

A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.

 

14.

S’ come l’ebbe alla bocca baciata,

Proprio gli parve de toccare un giaccio;

La serpe, a poco a poco tramutata,

Divenne una donzella in breve spaccio.

Questa era Febosilla, quella fata

Che edificato avea l’alto palaccio

E il bel giardino e quella sepoltura

Ove un gran tempo è stata in pena dura.

 

15.

Perché una fata non può morir mai,

Sin che non gionge il giorno del iudicio,

Ma ben nella sua forma dura assai,

Mille anni, o più, s’ come io aggio indicio

Poi (s’ come di questa io ve contai,

Qual fabricata avea il bello edificio)

In serpe si tramuta e stavi tanto

Che di basarla alcun se doni il vanto.

 

16.

Questa, tornata in forma de donzella,

Tutta de bianco se mostra vestita,

Coi capei d’oro, a meraviglia bella:

Gli occhi avea neri e faccia colorita.

Con Brandimarte più cose favella,

E proferendo a dimandar lo invita

Quel che ella possa de incantazà¯one,

De affatar l’arme o vero il suo ronzone.

 

17.

E molto il prega che quell’altra dama

Che quivi era presente tuttavia,

Qual Doristella per nome se chiama,

Voglia condur su il mar de la Soria,

Perché il suo vecchio patre altro non brama,

Che più filiol né figlia non avia.

Re de la Liza è quel gran barbasoro,

Ricco de stato e de arme e de tesoro.

 

18.

Brandimarte accettò la prima offerta

De aver l’arme e il destrier con fatasone,

Poi Doristella, s’ come ella merta,

Condurre al patre con salvazà¯one.

La porta del palagio ora era aperta,

Batoldo avanti a quello era, il ronzone:

Quando del drago il gigante il percosse,

Cadde alla terra, e più mai non se mosse.

 

19.

E morto là  ser’a veracemente,

Se Febosilla, quella bella fata,

Soccorso non l’avesse incontinente

Con succi de erbe ed acqua lavorata.

Poscia l’usbergo e la maglia lucente

Ed ogni piastra ancora ebbe incantata.

Da poi ch’ebbe fornita ogni dimanda,

Da lei se parte e a Dio la ricomanda.

 

20.

In mezo alle due dame il cavalliero

Via tacito cavalca e non favella,

Però che forse aveva altro pensiero;

Onde, ridendo alquanto, Doristella

Disse: – Io me avedo ben che egli è mestiero

Che io sia colei che con qualche novella

Faccia trovar lo albergo più vicino,

Perché parlando se ascurta il camino.

 

21.

E più ancor tanto volentier lo faccio,

Che io vi dimostrarò per qual maniera

Fosse condotta dentro a quel palaccio,

Ove son stata un tempo pregioniera;

Ed a voi credo che serà  solaccio,

Ed odireti molto volentiera

Come a un zeloso mai scrimir non vale,

E ben gli sta, ché è degno d’ogni male.

 

22.

Due figlie ebbe mio patre Dolistone.

La prima, essendo ancora fanciullina,

Fu rapita per forza da un ladrone,

Nel litto de la Liza alla marina.

Per sposa era promessa ad un barone,

Fil’iol del re d’Armenia, la tapina,

Né novella di lei se seppe mai,

Benché cercata sia nel mondo assai. –

 

23.

Or Fiordelisa, interrompendo il dire,

Il nome de la matre adimandava:

Ma Brandimarte, che ha voglia de odire,

Un poco sorridendo se voltava,

– Per Dio! – dicendo – lasciala seguire,

Ché voglia ho de ascoltar, se non ti grava. –

E Fiordelisa, che lo amava assai,

Queta si stette e non parlò più mai.

 

24.

E Doristella segue: – Il damigello

Nel quale era promessa mia germana,

Dapoi crescette, fatto molto bello;

Né sendo una sua terra assai lontana

Ove stava il mio patre ad un castello,

Spesso veniva la persona umana

A visitarlo, s’ come parente,

Ben che non sia per quello inconveniente.

 

25.

Andando e ritornando a tutte l’ore

Di quanto dimorammo in quel paese,

Mi piacque s’, ch’io fui presa d’amore,

Veggendol s’ ligiadro e s’ cortese.

Lui de altra parte ancor me avea nel core;

Forse perché io l’amava se raccese,

Ché quello è ben di ferro ed ostinato

Il qual non ama essendo ponto amato.

 

26.

Lui pur spesso ritorna a quel girone,

E sempre il patre mio molto lo onora;

In fin gli aperse la sua intenzà¯one,

Credendo che io non sia promessa ancora;

Ma quel malvaggio, perfido, bricone,

Che occidesti al palazo in sua malora,

Me avea richiesta proprio il giorno istesso,

E ‘l vecchio patre me gli avea promesso.

 

27.

Quando ciò seppi, tu debbi pensare

S’io biastemavo il celo e la natura;

E diceva: Macon non potria fare

Che mai segua sua legge e sua misura,

Poi che mi volse femina creare,

Ché nasciemo nel mondo a tal sciagura,

Che occelli e fiere ed ogni altro animale

Vive più franco ed ha di noi men male.

 

28.

E ben ne vedo lo esempio verace:

La cerva e la colomba tuttavia

Ama a diletto e segue chi gli piace,

Ed io son data a non so chi se sia.

Crudel Fortuna, perfida e fallace!

Goderà  adunque la persona mia

Questo barbuto, e terrammi suggetta,

Né vedrò mai colui che mi diletta?

 

29.

Ma non serà  cos’, sazo di certo,

Ché ben vi saprò io prender riparo.

Se ogni proverbio è veramente esperto,

L’un pensa il giotto e l’altro il tavernaro.

Se lo amor mio potrò tenir coperto

Che non lo intenda alcuno, io lo avrò caro,

E non potendo, io lo farò palese;

Per un bon giorno io non stimo un mal mese.”

 

30.

Io faceva tra me questo pensiero

Che io te ragiono; ma il termine ariva

Che andarne sposa mi facea mestiero.

Io non rimasi né morta né viva,

Ché Teodoro, il mio bel cavalliero,

Si resta a casa, ed io di lui son priva.

A Bursa andar convengo, in Natollia,

Ove mi mena la fortuna ria.

 

31.

Sobasso era di Bursa il mio marito,

E turcomano fo de nazà¯one;

Gagliardo era tenuto e molto ardito,

Ma certo che nel letto era un poltrone,

Abenché a questo avria preso partito,

Pur che io gli avessi avuto occasà¯one;

Ma tanto sospettoso era quel fello,

Che me guardava a guisa de un castello.

 

32.

E giorno e notte mai non me abandona,

Ma sol de basi me tenea pasciuta,

Né il matino, o la sera, ni di nona

Concede che dal sole io sia veduta,

Perché non se fidava di persona.

Ma sempre a’ bisognosi il celo aiuta,

Ché al mio marito fo forza di andare

Con gli altri Turchi che han passato il mare.

 

33.

Passarno i Turchi contra Avatarone,

Che avea de’ Greci il dominio e l’imperio,

E mio marito con molte persone

Convenne andar, non già  per disiderio.

Avea egli un schiavo chiamato Gambone,

Che a riguardar proprio era un vituperio;

L’uno occhio ha guerzo e l’altro lacrimoso,

Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso.

 

34.

A questo schiavo me ricomandava,

Che de la mia persona avesse cura,

E con aspre parole il minacciava

De ogni tormento e de ogni pena dura,

Se dal mio lato mai se discostava

Né tutto il giorno, né la notte oscura.

Or pensa, cavallier, come io rimase;

De la padella io caddi nelle brase.

 

35.

Venne de Armenia in Bursa Teodoro,

Quale io te dissi che cotanto amava,

Per dare a l’amor nostro alcun ristoro;

Ed alla via più presto se attaccava,

Ché portato avea seco assai tesoro,

Onde Gambone in tal modo acquetava,

Che ciascaduna notte a suo diletto

L’uscio gli aperse e meco il pose in letto.

 

36.

Ora intervenne fuor di nostra stima

Che ‘l mio marito gionse avanti al giorno,

Ed alla nostra porta picchiò, prima

Che in Bursa se sapesse il suo ritorno.

Or per te stesso, cavalliero, estima

Se ciascadun de noi ebbe gran scorno,

Io, dico, e Teodoro, il caro amante,

Quale era gionto forse una ora avante.

 

37.

Incontinente il cognobbe Gambone

Alla sua voce, ché l’aveva in uso,

E disse: “Noi siam morti! Ecco il patrone!’

E Teodoro ancor esso era confuso.

Ma io mostrai del scampo la ragione,

E pianamente lo condussi giuso,

Dicendo a lui: “Come entra il mio marito,

Cos’ di botto fuor serai uscito.

 

38.

Come sei fuora e ch’èn calati i panni,

Chi avria giamai di questo fatto prova?

Se mio marito ben crida mille anni,

A confessar non creder che io me muova.

Lui dirà  brontolando: ‘ Tu me inganni ‘.

Trista la musa che scusa non trova!

Se giuramento ce può dare aiuto,

Alla barba l’avrai, becco cornuto!”

 

39.

Or mio marito alla porta cridava,

Di tanta indugia avendo già  sospetto;

E Gambone adirato biastemava

E diceva: “Macon sia maledetto!

Ché de la chiave in mal ponto cercava,

Quale ho smarito alla paglia del letto.

Ecco, pur l’ho trovata in sua malora;

A voi ne vengo senza altra dimora.”

 

40.

Cos’ dicendo alla porta callava,

E quella con romore in fretta apriva;

E, come Usbego, il mio marito, entrava,

Alle sue spalle Teodoro usciva.

Or, mentre che la porta si serrava,

Il mio marito in camera saliva,

Ed io queta mi stava come sposa,

Mostrandomi adormita e sonocchiosa.

 

41.

E mio marito prese un lume in mano,

Cercando sotto al letto in ogni canto;

Ed io tra me dicea: “Tu cerchi invano,

Ché pur le corne a mio piacer ti pianto.”

Di qua di là  cercando quel villano

Ebbe veduto ai piè del letto un manto;

Da Teodoro il manto era portato:

Per fretta poi l’avea dimenticato.

 

42.

Ma come Usbego il manto ebbe veduto,

Grandi oltraggi me disse e diverse onte;

Per ciò non ebbi io l’animo perduto,

Ma sempre li negai con bona fronte.

Ora a Gambone bisognava aiuto,

Il qual mercè chiedea con le man gionte,

E credo che la cosa volea dire;

Ma lui turbato mai nol volse odire.

 

43.

E già  per tutto essendo chiaro il giorno,

Agli altri schiavi lo fece legare,

E a lor commesse che, suonando il corno,

S’ come alla iustizia si suol fare,

Poi che lo avean condotto alquanto intorno

Sopra alla forche il debbano impiccare;

E tutti quei sergenti a mano a mano,

Per far ciò che è comesso, se ne vano.

 

44.

Ma quel zeloso accolta avia tant’ira,

Che desà¯ava de vederlo impeso;

Tanto l’orgoglio e ‘l sdegno lo martira,

Che nol vedendo mai non avria creso,

E ratto a quei sergenti dietro tira;

Ma prima in dosso un tabarone ha preso

E un capellaccio de un feltron crinuto,

Perché dagli altri non sia cognosciuto.

 

45.

Ora Teodoro, essendo già  scappato

E per questo cessata la paura,

Del manto se amentò che avia lasciato,

E cominciò di questo ad aver cura.

Cercando de Gambone in ogni lato,

Lo ritrovò con tal disaventura

Che pegio non può star, se non è morto;

Ma de Usbego ancor fu presto accorto,

 

46.

Qual dietro gli veniva a passo lento,

Nascoso e inviluppato al tabarone.

Il giovanetto fu de ciò contento,

E con gran furia va verso Gambone;

Un pugno dette al naso e un altro al mento,

E mena gli altri, e diceva: “Giottone!

Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto,

Come tu mtrti, alla forca sei gionto.

 

47.

Ove è il mio manto, di’, falso strepone,

Qual me involasti iersera a l’osteria?

Or fusse qua vicino il tuo patrone,

Che ben de l’altre cose gli diria,

E pur voria saper se di ragione

Tu debbi satisfar la roba mia;

E quando io non ne possa aver più merto,

De pugni vo’ pagarmi, io te fo certo.”

 

48.

Né avea compite le parole apena,

Che un altro pugno gli pose su il viso,

Sempre dicendo: “Ladro da catena!

Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso”;

E tutta fiata pugni e calci mena,

S’ che la cosa non andò da riso

Per questa fiata al tristo de Gambone,

Benché ciò fusse sua salvazà¯one.

 

49.

Perché Usbego, mirando alla apparenza

Del giovinetto che mostrava fero,

Alle parole sue dette credenza,

Come avrian fatto molti de ligiero;

Però che non avea sua cognoscenza,

Né avria stimato mai che un forestiero

Fusse venuto tanto di lontano

Per quello amor che lui stimava vano.

 

50.

Senza altramente palesarse ad esso,

Fece Gambone adietro ritornare,

E poi secreto il dimandò lui stesso

Ciò che con quel garzone avesse a fare.

Il schiavo, che era un giotto molto espresso,

Seppe la cosa in tal modo narrare,

Che per un dito fo creduto un braccio,

E campò lui, e me trasse de impaccio.

 

51.

Non creder già  che per questa paura

Che era incontrata, io me fossi smarita,

Ma più volte me posi alla ventura

Dicendo: Agli animosi il celo aita.”

E benché sempre uscisse alla sicura,

Non fu la zelosia giamai partita

Dal mio marito, e crebber sempre sdegni,

E pur comprese al fin de’ brutti segni.

 

52.

E di guardarme quasi disperato,

Se consumava misero e dolente,

Sempre cercando un loco s’ serrato

Che non se apresse ad anima vivente;

E trovò al fine il palazo incantato,

Ma non vi era il gigante, né il serpente,

Qual ritrovasti alla porta davante:

Questo a sua posta fece un negromante. –

 

53.

Ragionava in tal modo Doristella

Ed altre cose assai volea seguire,

Ché non era compita sua novella,

Quando vide de un bosco gente uscire,

Ch’è parte a piedi e parte in su la sella:

Tutti erano ladroni, a non mentire.

Ciascaduno di lor crida più forte:

– Colui s’affermi, che non vôl la morte! –

 

54.

– Stative adunque fermi in su quel prato, –

Rispose a quei ladroni il cavalliero

– Ché, se alcun passa qua dal nostro lato,

De aver bone arme gli farà  mestiero! –

Un che tra lor Barbotta è nominato,

Senza ragione e dispietato e fiero,

Gli vien cridando adosso con orgoglio:

– Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. –

 

55.

Quel vien correndo e ponto non se arresta,

Ma verso lui se affronta Brandimarte,

E tocca de Tranchera in su la testa,

E sino al petto tutto quanto il parte.

Ma gli altri a lui ferirno con tempesta,

E se quelle arme non fosser per arte

Tutte affatate, quanto ne avea intorno,

Campato non ser’a giamai quel giorno;

 

56.

Ché tutti quei ladroni aveva adosso.

Non fo mai gente tanto maledetta;

Chi lo ha davante e chi dietro percosso,

E più de colpeggiar ciascuno affretta;

Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso:

Questo era Fugiforca dalla cetta,

Qual, da che nacque, è degno di capestro,

Ma non se può toccar, tanto era adestro.

 

57.

Costui girando intorno al cavalliero

Con quella cetta spesso lo molesta;

E poi se volta e via va s’ legiero,

Che cosa non fo mai cotanto presta.

Salta più volte in groppa del destriero,

E prese Brandimarte nella testa;

Ma come vede che gli volta il brando,

Salta alla terra e via fugge cridando.

 

58.

Già  il cavalliero a lui più non attende,

E sopra a gli altri fa la sua vendetta,

E chi per lungo e chi per largo fende:

Ormai non vi è di lor pezzo né fetta.

Poi dietro a Fugiforca se distende;

Ma quel ribaldo ponto non aspetta,

E de quel corso ben ser’a scampato;

Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.

 

59.

Perché, saltando sopra ad una macchia,

Lo prese ad ambo e piedi una berbena,

Come se prende al laccio una cornacchia,

E lei battendo l’ale se dimena,

E tra’ del becco e se dispera e gracchia.

Ma Fugiforca non è preso a pena,

Che Brandimarte, qual correndo il caccia,

Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.

 

60.

E non lo volse de brando ferire,

Parendo a lui che fosse una viltate,

Ma ben diceva: – Io te farò morire,

S’ come tu sei degno in veritate.

Meco legato converrai venire,

Tanto che io trovi o castello o citate;

E là  per la iustizia del segnore

Serai posto alle forche a grande onore. –

 

61.

E Fugiforca piangendo dicia:

– Quel che ti piace ormai pôi di me fare;

Ma ben ti prego per tua cortesia,

Che non mi mena alla Liza in sul mare. –

Ora, segnori e bella compagnia,

Finito è nel presente il mio cantare.

A l’altro racontar non serò lento;

Dio faccia ciascadun lieto e contento.

 

 

CANTO VENTESIMOSETTIMO

 

1.

Un dicitor che avea nome Arà¯one,

Nel mar Cicilà¯ano, o in quei confini,

Ebbe voce s’ dolce al suo sermone,

Che allo ascoltar venian tóni e delfini.

Cosa è ben degna de amirazà¯one

Che ‘l pesce in mar ad ascoltar se inchini;

Ma molto ha più di grazia la mia lira,

Che voi, segnori, ad ascoltar retira.

 

2.

Cos’ dal cel lo stimo in summa graccia,

E la mente vi pongo e lo intelletto

Nel dire a modo che vi satisfaccia,

E che vi doni allo ascoltar diletto.

Pur ho speranza che io non vi dispiaccia,

Come mi par comprender ne lo aspetto,

Se ne la istoria ancora io me ritorni

Di cui gran parte ho detto in molti giorni.

 

3.

Nel canto qui di sopra io vi lasciai

Di Fugiforca, il quale, essendo preso

Per Brandimarte, menava gran guai,

Ed essendosi a lui per morto reso,

Con molto pianto e con lacrime assai,

Standoli avante alla terra disteso,

Per pietate e mercè l’avea a pregare

Che non lo voglia alla Liza menare.

 

4.

– Se tu mi meni alla Liza, barone,

Di me fia fatta tanta crudeltate,

Che, ancor che ben la merti di ragione,

Insino a’ sassi ne verrà  pietate.

Deh prendate di me compassà¯one!

Non che io voglia campare in veritate,

Ch’io merto che la vita mi sia tolta,

Ma non voria morir più de una volta.

 

5.

E là  di me fia fatto tanto strazio

Quanto mai se facesse di persona;

Quel re del mio morir non serà  sazio,

Ché troppo ingiurà¯ai la sua corona;

E forse questo me ha condotto al lazio,

S’ come ne’ proverbi se ragiona

E come esperienzia fa la prova:

Peccato antiquo e penitenzia nova.

 

6.

Perché, essendo una volta alla marina,

Qual da la Liza poco se alontana,

Perodia vi era in festa, la regina,

Con Dolistone, intorno a la fontana;

Io, là  correndo, presi una fantina,

Qual poi col conte di Rocca Silvana

Cambiai ad aspri, e fôrno da due miglia:

Questa di Dolistone era la figlia.

 

7.

Né puotè il re, né altrui donarli aiuto,

S’ che a Rocca Silvana la portai,

A benché da ciascun fui cognosciuto,

Però che in quella casa me allevai;

Né cotal tema poi me ha ritenuto,

Ma robbato ho il suo regno sempre mai,

Dispogliando ciascun sino alla braga;

Ma questo è quello che per tutto paga. –

 

8.

Pensando Brandimarte a cotal dire,

Ne fu contento assai per più cagione;

Pur disse al ladro: – Il te convien venire

In ogni modo a quel re Dolistone,

Qual, come merti, ti farà  punire. –

Cos’ dicendo il lega in su un ronzone,

Con gran minaccie se ponto favella,

Poi la sua briglia dette a Doristella.

 

9.

E non parlava quel ladron nà¯ente,

Perché di Brandimarte avia paura.

Or, giongendo alla Liza, una gran gente

Trovarno armata sopra alla pianura;

E Doristella fu molto dolente,

– Lassa! – dicendo – in che disaventura

Ritrovo il patre a questo mio ritorno,

Che è posto in guerra ed ha l’assedio intorno! –

 

10.

E facendo di ciò molti pensieri,

Scoprisse avanti da cento pedoni

E circa da altretanti cavallieri,

I qual cridarno: – Voi sete pregioni! –

– Altro che zanze vi sarà  mestieri, –

Rispose Brandimarte – o compagnoni,

A volerci pigliar cos’ di fatto! –

Tra le parole il brando avia già  tratto.

 

11.

E gionse per traverso un contestabile,

Quale era grande e portava la ronca,

Armato a maglia e piastre innumerabile;

Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca.

Né mai se vidde un colpo più mirabile,

Ché la persona sua rimase monca

De un braccio e de la testa a un tratto solo,

E l’uno e l’altro in pezzi andò di volo.

 

12.

Ben ne fece de gli altri simiglianti,

E de’ maggior, se Turpin dice il vero,

Onde gli pose in rotta tutti quanti:

Beato se ten’a chi era il primiero,

Quel dico che a fuggire era davanti;

E non tenean né strata né sentiero,

Né in dietro a riguardar se voltan ponto;

Fugge ciascuno insin che al ponto è gionto.

 

13.

Ora nel campo si leva il romore.

– A l’arme! a l’arme! – ciascadun cridava.

Adosso a Brandimarte a gran furore

Chi di qua chi di là  ciascun toccava;

E lui ben dimostrava un gran valore,

Ma contra tanti poco gli giovava:

A suo mal grado quella gente fella

Pigliarno Fiordelisa e Doristella;

 

14.

E seco Fugiforca, quel ladrone:

Via ne ‘l menarno, come era legato;

Ma non cessa però la questà¯one,

Ché Brandimarte al tutto è disperato,

E fa col brando tal destruzà¯one,

Che sino alla cintura è insanguinato,

Né puote il suo destrier levare il passo

Per la gran gente morta in quel fraccasso.

 

15.

Ma per le dame è ciò poco ristoro,

Quale ha perdute quel baron gagliardo.

Lasciamo lui, e torniamo a coloro

Che via ne le menarno senza tardo;

E come avanti fôrno a Teodoro,

Lui cognobbe Doristella al primo guardo,

E lei cognobbe anch’esso al primo tratto,

Come lo vidde, e ciò non fu gran fatto;

 

16.

Però che ciascadun tanto se amava,

Che altra sembianza non avea nel core.

Or quando l’un quell’altro ritrovava,

Non fu allegrezza al mondo mai maggiore;

E ciascadun più stretto se abracciava,

Dandosi basi s’ caldi de amore,

Che ciascadun che intorno era in quel loco,

Morian de invidia, s’ parea bel gioco.

 

17.

Poi lui conta alla dama la ragione

Perché alla Liza era intorno acampato,

E facea guerra al patre Dolistone,

Dicendo: – Io venni come disperato,

A lui dando la colpa e la cagione

Che via te conducesse il renegato,

Dico Usbego, che Dio gli doni guai!

Ove ne andasti, non seppi più mai. –

 

18.

La dama ad ogni parte gli respose,

E dègli alla risposta gran conforto,

E la ventura sua tutta gli espose,

E come Usbego a quel palagio è morto;

Poi lo pregava con voce piatose

Che divetasse ad ogni modo il torto

Quale era fatto a quel baron valente,

Che fo assalito da cotanta gente.

 

19.

Per il dover fo lui mosso di saldo,

E più dai preghi della giovanetta,

Onde da lui mandò presto uno araldo,

Ove era la battaglia, e un suo trombetta;

E là  trovarno Brandimarte caldo,

Più che ancor fosse, a far la sua vendetta.

Ma come il real bando a ponto intese,

Lasciò la zuffa, tanto fu cortese.

 

20.

E venne con gli araldi in compagnia

De Teodoro al pavaglion reale

(Costui già  il regno de gli Armeni avia;

Morto era il patre a corso naturale),

E lo trovarno a mezo de la via,

Con molta gente e pompa trà¯onfale,

Intra quelle due dame, ogniuna bella:

Qua Fiordelisa e là  sta Doristella.

 

21.

Ricevutolo in campo a grande onore,

Re Teodoro il tutto gli contò,

Cominciando al principio del suo amore,

Insino al giorno ove gionti son mo;

E poi elesse un degno ambasciatore,

Che a Dolistone e Perodia mandò,

Per voler pace e amendar quel che è fatto,

Pur che abbia Doristella ad ogni patto.

 

22.

La cosa era passata in tal travaso

Quale io ve ho detto, e tal confusà¯one,

E Fugiforca e’ pur preso è rimaso,

Ché un tristo mai non trova bon gallone.

Legato ancor si stava quel malvaso

Con le mano alle rene in sul ronzone,

E Brandimarte, che l’ebbe trovato,

Dimandò al re che fusse ben guardato.

 

23.

Onde per questo con gran diligenza

Era guardato e con molta custodia,

Co’ e ferri a’ piedi, e non stava mai senza,

E per il suo mal far ciascadun lo odia.

Ora lo ambasciador con riverenza

A Dolistone e a sua dama Perodia

Parlò s’ bene, e fu tanto ascoltato,

Che quel concluse per che egli era andato.

 

24.

E tornò fora con lo olivo in testa,

Che era un signale a quel tempo di pace,

E poi la somma espose de sua inchiesta,

Qual sopra a gli altri a Doristella piace.

Tutti alla Liza intrarno con gran festa;

Ma Fugiforca, quel ladro fallace,

Via era condutto lui con mal pensiero

Tra’ carrà¯aggi, sopra ad un somiero.

 

25.

Ne la Liza per tutto è cognosciuto:

Chi gli cridava dietro e chi da lato,

E lui dicea: – Macon mi doni aiuto,

Ché un altro non fu mai peggio trattato! –

E Brandimarte, poiché fu venuto

Avanti al re, quel ladro ha presentato.

Il re mirando lui se meraviglia:

Ben sa che è quel qual già  tolse la figlia.

 

26.

Ma che sia preso si meravigliava,

Cognoscendol s’ presto e tanto astuto.

De la filiola poi lo adimandava,

Se sapea lui quel che fosse avenuto;

Ed esso a pieno il tutto racontava,

Insin che il prezio ne avea recevuto:

Ma che poi se partitte incontinente,

S’ che di lei più non sapea nà¯ente.

 

27.

– Per prezzo al conte di Rocca Silvana

Io la vendetti; – diceva il ladrone

– Da mille miglia è forse di lontana

Di sopra a Samadr’a la regà¯one. –

E Brandimarte alor con voce umana

Adimandava quel re Dolistone

Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente;

Ma Perodia rispose incontinente.

 

28.

Come Perodia ha Brandimarte odito,

Rispose al dimandar senza dimora;

Né aspetta che parlasse il suo marito,

Ma disse: – Se mia figlia vive ancora,

Sotto alla poppa destra forse un dito

Ha per segnale una voglia di mora;

De una mora di celso, ora me amento,

Essendo di lei pregna ebbi talento.

 

29.

Là  mi toccai; ed ella, come nacque,

Sotto la poppa avea quel segno nero;

Né mai per medicine o forza de acque

Se puotè via levare, a dire il vero. –

Or Brandimarte, s’ come ella tacque,

Cominciò poi la istoria, il cavalliero;

A parte a parte il fatto gli divisa,

S’ come sua filiola è Fiordelisa.

 

30.

E fatto gli altri tuor di quel cospetto,

Però che Fiordelisa avia vergogna,

La fece avanti a loro aprire il petto,

Onde più prova ormai non vi bisogna.

Perodia e Dolistone han tal diletto

Qual have il pregionier, quando si sogna

La notte esser impeso e la dimane

Poi viene assolto e in libertà  rimane.

 

31.

Ciascuno ha pien di lacrime la faccia.

Piangendo gli altri ancor di tenerezza,

La matre lei e lei la matre abraccia:

Ogniuna di basarse ha maggior frezza.

A Fugiforca fu fatta la graccia,

Pregando ogniom per lui nella allegrezza;

Cridi e lieti romori a gran divizia,

Campane e trombe suonan di letizia.

 

32.

Poi furno queste cose divulgate

Fuor nella terra e per tutto il paese,

E con trà¯onfo le noce ordinate

Con real festa a ciascadun palese,

E le due damigelle fôr sposate,

Ché Fiordelisa Brandimarte prese,

E Teodor si prese Doristella;

Non so se alcun trovò la sua polcella.

 

33.

Ché tanto poche ne vanno a marito,

Che meglio un corvo bianco se dimostra;

Ma queste due, s’ come aveti odito,

Eran pur state avanti a questo in giostra.

Usavasi a quel tempo a tal partito,

Ora altrimente nella etade nostra,

Ché ciascuna perfetta si ritrova;

E chi nol crede, lui cerchi la prova.

 

34.

Ora queste due dame che io ve dico

Catolice ènno entrambe e cristà¯ane,

E Macone avean tolto per nimico

E le sue legge scelerate e vane;

Onde ne andarno dal suo patre antico,

E s’ con prieghi e con parole umane

Se adoperarno, per la Dio mercede,

Che lo tornarno alla perfetta fede.

 

35.

Dapoi la matre con minor fatica

Ridussero anco a sua credenza santa;

E la corte da poscia a tal rubrica

Se attenne e la citate tutta quanta;

E, senza che di questo più vi dica,

La grazia de le dame fu cotanta,

Che de i monti d’Armenia alla marina

Corse ciascuno alla legge divina.

 

36.

Ora de ricontar non è mestiero

La festa, che ogni d’ cresce maggiore;

Qua se fa giostra, e là  fassi torniero,

Altrove è suono e danza con amore;

Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero,

Né se può il conte Orlando trar del core.

In fine un giorno la sua opinà¯one

Fie’ manifesta in tutto a Dolistone,

 

37.

Mostrando quasi aver fermato il chiodo

Che in ogni forma Orlando vôl seguire.

Diceva Dolistone: – Io non te lodo

Per questo tempo adesso il dipartire;

Ma, se pur de lo andare ad ogni modo

Sei destinato, non so più che dire,

Né di ciò la cagion più te dimando,

Il gire e il star serà  nel tuo comando. –

 

38.

Una galea dapoi fu apparecchiata

Di molte che ne avea quel barbasoro;

Questa era la reale e meglio armata,

Che avea la poppa tutta missa ad oro.

Brandimarte e sua dama e più brigata

Là  se allogarno, con molto tesoro

Qual Perodia ha donato alla sua figlia,

Rubin, smeraldi e perle a meraviglia;

 

39.

Tra l’altre cose il più bel pavaglione

Che se trovasse in tutta la Soria.

Ora spira levante, e il suo patrone

Gli acerta che ogni indugia è troppo ria;

Onde se accomandarno a Dolistone

E a tutti gli altri, e vanno alla sua via,

Passando Rodi e la isola di Creti;

Col vento in poppa van zoiosi e lieti.

 

40.

Ma il navicare e nostra vita umana

De una fermezza mai non se assicura,

Però che la speranza al mondo è vana,

Né mai bon vento lungamente dura;

Qual ora si levò da tramontana,

Chiamando il Greco, che è mala mistura

A cui di Creti vôl gire in Cicilia;

L’aria se anera e l’acqua si scombilia.

 

41.

Dicea il parone: – Il cel turbato è meco,

E non me inganno già , ma ben me sforza,

Perché io vorebbi ne la taza il Greco,

E lui me ‘l dona ne la vela a l’orza.

Io non posso alla zuffa durar seco:

Ove gli piace, convien che io mi torza. –

Poi dice a Brandimarte: – A dir il vero,

Con questo vento in Franza andar non spero.

 

42.

Africa è quivi dal lato marino,

Se drittamente ho ben la carta vista,

E noi volteggiaremo nel camino,

Ché, quando non se perde, assai s’acquista.

Forse mutarà  il vento, Dio divino!

E cessarà  questa fortuna trista;

Pregar si puote che un siroco vegna,

Qual ci conduca al litto de Sardegna. –

 

43.

Parlava quel parone in cotal sorte,

Chiedendo quel che egli avrebbe voluto,

Ma tramontana ognior cresce più forte,

E ‘l mar già  molto grosso è divenuto;

Onde ciascun per tema de la morte

Facendo voti a Dio dimanda aiuto;

Ma lui non li essaudisce e non li ascolta,

E sottosopra il mar tutto rivolta.

 

44.

Pioggia e tempesta giù l’aria riversa,

E par che ‘l celo in acqua se converta,

E spesso alla galea l’onda atraversa,

Battendo ciò che trova alla coperta.

Vien la fortuna ogniora più diversa,

E spaventosa, orribile ed incerta,

Pur col vento che io dissi, tuttavia,

Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.

 

45.

Presso Biserta, al capo di Cartagine,

Son gionti, ove già  fu la gran citade

Che ebbe di Roma simigliante imagine,

E quasi partì seco per mitade;

Di lei non se vede or se non secagine,

Persa è la pompa e la civilitade;

E gran trà¯omfi e la superba altura

Tolti ha fortuna, e il nome apena dura.

 

46.

Or, come io dissi, il franco Brandimarte

Fu gionto per fortuna in questo porto.

Ma un fie’ comandamento in quelle parte

Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto;

Perché una profecia trovarno in carte,

Che in fine, al lungo andare o in tempo corto,

Da un re de Italia fia la terra presa,

Per cui da poi serà  la Africa incesa.

 

47.

E Brandimarte, che il tutto sapea,

Non volse palesarse per nà¯ente,

Avengaché di sé poco temea,

Ma s’ de la sua dama e d’altra gente.

A tutti disse ciò che far volea,

Ma poi discese in terra incontinente,

E presentossi allo amiraglio avante,

Dicendo come è figlio a Manodante;

 

48.

E come vien da le Isole Lontane,

Per vedere Agramante e la sua corte,

Ed a provarse a sue gente soprane,

Qual son laudate al mondo tanto forte;

Onde lo prega che quella dimane

Lo faccia accompagnar con bone scorte,

Sin che a Biserta sia salvo guidato,

Proferendosi a ciò de esser ben grato.

 

49.

E lo amiraglio, che era assai cortese,

Lo fece accompagnar di bona voglia;

E Fiordelisa di nave discese

E molta altra brigata con gran zoglia.

Verso Biserta la strada si prese,

Ed arivarno senza alcuna noglia

Vicino alla citate una matina,

E là  fermà¢rsi a canto alla marina.

 

50.

Dapoi che ebbe donato molto argento

A questi che gli han fatto compagnia,

Coi suoi se ragunò baldo e contento

Sopra una larga e verde prataria,

Ove dal mar ven’a suave vento,

Tra molte palme che quel prato avia.

Sotto di queste senza altra tenzone

Fece adricciare il suo bel pavaglione.

 

51.

Questo era s’ legiadro e s’ polito,

Che un altro non fu mai tanto soprano.

Una Sibilla, come aggio sentito,

Già  stette a Cuma, al mar napolitano,

E questa aveva il pavaglione ordito

E tutto lavorato di sua mano;

Poi fo portato in strane regà¯one,

E venne al fine in man de Dolistone.

 

52.

Io credo ben, Segnor, che voi sappiati

Che le Sibille fôr tutte divine,

E questa al pavaglione avea signati

Gran fatti e degne istorie pellegrine

E presenti e futuri e di passati;

Ma sopra a tutti, dentro alle cortine,

Dodeci Alfonsi avea posti de intorno,

L’un più che l’altro nel sembiante adorno.

 

53.

Nove di questi ne la fin del mondo

Natura invidà¯osa ne produce,

Ma di tal fiamma e lume s’ iocondo,

Che insino a l’orà¯ente facean luce;

Chi avea iustizia e chi senno profondo,

Quale è di pace, e qual di guerra duce;

Ma il decimo di questi dieci volte

Le lor virtute in sé tenea raccolte.

 

54.

Pacifico guerrero e trà¯omfante,

Iusto, benigno, liberale e pio,

E l’altre degne lode tutte quante

Che può contribuir natura e Dio.

La Africa vinta a lui stava davante

Ingenocchiata col suo popol rio;

Ma lui de Italia avea preso un gran lembo,

Standosi a quella con amore in grembo.

 

55.

E come Ercole già  sol per amore

Fo vinto da una dama lidà¯ana,

Cos’ a lui prese Italia vinta il core,

Onde scordosse la sua terra Ispana,

E seminò tra noi tanto valore,

Che in ogni terra prossima e lontana

Ciascaduna virtù che sia lodata

O da lui nacque, o fo da lui creata.

 

56.

Ma l’undecimo Alfonso giovanetto,

Con l’ale è armato, a guisa de Vittoria,

S’ come la natura avesse eletto

Uno omo a possidere ogni sua gloria;

Ché, volendo di lui con dir perfetto

Di ciascuna cosa seguir la istoria,

Avria coperto, non che il pavaglione,

Ma il mondo tutto in ogni regà¯one.

 

57.

Pur vi era ordita alcuna eletta impresa

De arme, o di senno, o di guerra, o de amore:

S’ come è Italia da’ Turchi diffesa

Per sua prodezza sola e suo valore;

E la battaglia tutta era distesa

Di Monte Imperà¯ale a grande onore,

E le fortezze ruà¯nate al fondo,

S’ belle che eran di trà¯omfi al mondo.

 

58.

Il duodecimo a questo era vicino,

Di etate puerile e in faccia quale

Ser’a depinto un Febo piccolino,

Coi raggi d’oro in atto trà¯omfale.

Ne l’abito s’ vago e pellegrino,

Giongendovi gli strali e l’arco e l’ale,

Tanta beltate avea, tanto splendore,

Che ogniom direbbe: “Questo è il dio d’Amore.”

 

59.

Avanti a lui si stava ingenocchiata

Bona Ventura, lieta ne’ sembianti,

E parea dire: “O dolce figliol, guata

Alle prodezze de gli avoli tanti,

E alla tua stirpe al mondo nominata;

Onde fra tutti fa che tu ti vanti

Di cortesia, di senno e di valore,

S’ che tu facci al tuo bel nome onore.”

 

60.

Molte altre cose a quel gentil lavoro

Vi fôr ritratte, e non erano intese,

Con pietre prezà¯ose e con tanto oro,

Che tutto alluminava quel paese.

Di sotto al pavaglione un gran tesoro

In vasi lavorati se distese,

De smeraldo e zaffiro e di cristallo,

Che valeano un gran regno senza fallo.

 

61.

Non vi potrei contare in veritate

Il bel lavoro fatto a gentilezza;

Ninfe se gli vedeano lavorate,

Che eran tanto legiadre a gran vaghezza,

Che meritan da tutti essere amate;

Vedeansi cavallier di tal prodezza:

Quivi erano ritratti a non mentire;

Ma a qual fine, alcun non sapria dire.

 

62.

Or Brandimarte presto lo abandona,

Come lo vidde a quel campo dricciato;

Sopra a Batoldo la franca persona

Presso a Biserta se appresenta armato,

E con molta baldanza il corno suona.

Ne l’altro canto ve sarà  contato

Come il fatto passasse e la gran giostra;

Dio vi conservi e la Regina nostra.

 

 

CANTO VENTESIMOTTAVO

 

1.

Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno

E sempre vi mantenga in zoia e in festa!

Come io promissi, a ricontar ritorno

De Brandimarte, che con tal tempesta

Presso a Biserta va suonando il corno

Ed isfida Agramante e la sua gesta,

Dicendo nel suonare: – O re soprano,

Odi mio suono, e nol tenire a vano.

 

2.

Se non è falsa al mondo quella fama

La qual per tutto tua virtù risuona,

E per valore un altro Ettor ti chiama,

Perché hai de ogni prodeza la corona,

Onde per questo ti verisce ed ama

Tal che giamai non vidde tua persona,

Ed io tra gli altri certamente sono,

Che non te ho visto, ed amo in abandono:

 

3.

Fa che risponda a ciò che se ne dice,

O valoroso ed inclito segnore,

Della tua corte, che è tanto felice

Che de ogni vigoria mantiene il fiore.

A me soletto in su quella pendice

Provarli ad un ad un ben basta il core;

Ma non so se al pensier cotanto ardito

Mancarà  lena, e vengami fallito. –

 

4.

Stava Agramante in quel tempo a danzare

Tra belle dame sopra ad un verone

Che drittamente riguardava al mare,

Ove era posto il ricco pavaglione.

Odendo il corno tanto ben sonare,

Lasciò la danza e venne ad un balcone,

Apoggiandosi al collo al bel Rugiero,

E giù nel prato vidde il cavalliero.

 

5.

E stando alquanto a quel sonare attento,

La voce e le parole ben comprese,

E vòlto alli altri disse: – A quel ch’io sento,

Questo di noi ragiona assai cortese;

E certo che me ha posto in gran talento

De essere il primo che faccia palese

Se ponto ha di prodezza o di valore;

Siano qua l’arme e il mio bon corridore. –

 

6.

Benché dicesse alcun che facea male,

E mormorasse assai la baronia

Che sua persona nobile e reale

Aponga ad un che non sa chi se sia:

Lui di natura e de animo è cotale

Che mena a fretta ciò che far desia;

Onde lascia da parte l’altrui dire,

E prestamente se fece guarnire.

 

7.

De azuro e de ôr vestito era a quartiero,

E a tale insegne è il destrier copertato;

La rocca e’ fusi porta per cimiero.

Ver Brandimarte se ne vien al prato;

E solo è seco il giovane Rugiero,

Senza alcuna arma, for che ‘l brando a lato,

E dopo alcun parlar tutto cortese,

Voltò ciascuno e ben del campo prese.

 

8.

Poi ritornarno con le lancie a resta

Quei dui baron, che avean cotanta possa,

Drizzando i lor ronzon testa per testa.

Ciascuna lancia a meraviglia è grossa,

Ma entrambe se fiaccarno con tempesta,

E l’uno a l’altro urtò con tal percossa,

Ch’e lor destrier posà¢r le groppe al prato,

Benché ciascun di subito è levato.

 

9.

E via correndo come imbalorditi

Ne andarno a gran ruina quasi un miglio,

E credo che più avanti serian giti,

Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio.

E duo baroni al tutto eran storditi,

E a l’uno e a l’altro uscia il sangue vermiglio

Di bocca e da l’orecchie e per il naso,

Tanto fu il scontro orribile e malvaso!

 

10.

Or se vengono a dietro a passo a passo,

Ciascun di vendicar voluntaroso;

Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso,

L’un più che l’altro a corso ruà¯noso.

Alcun di lor non segna al scudo basso,

Ma dritto in fronte a l’elmo luminoso;

Le lancie de le prime eran più grosse,

Ma non restarno integre alle percosse.

 

11.

Però che nel scontrar di quei baroni

Sino alla resta se fiaccarno, in tanto

Che non eran tre palmi e lor tronconi,

Né più che prima se donarno il vanto

De alcun vantaggio e forti campà¯oni,

E l’uno e l’altro è sangue tutto quanto;

E, come e lor destrier sian senza freno,

Ne andà¢r correndo un miglio, o poco meno.

 

12.

Due lancie fece il re portare al prato,

Che avea il tempio de Amone, antiquo deo,

E, s’ come da vecchi era contato,

Di Ercole l’uno, e l’altra fo de Anteo.

Bene era ciascun tronco smisurato:

Ognuna a sei bastasi portar feo;

Vedise adunque aperto in questo loco

Che la natura manca a poco a poco,

 

13.

Se questi antiqui fôr tanto robusti,

Che avean forza per sei de quei moderni;

Ma non so se gli autor fosser ben giusti,

E scrivesseno il vero a’ lor quaderni.

Or son portati al campo e duo gran fusti;

E guarda pur, se vôi: tu non discerni

Qual sia più forte, ché senza divaro

Di vena e di grossezza son al paro.

 

14.

A Brandimarte fu dato la eletta:

Ciò volse il re Agramante per suo onore.

Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta

Veder che abbia più lena e più vigore.

Ma, mentre che ciascun di lor se assetta,

Di verso al fiume se ode un gran romore.

Fugge la gente trista e sbigottita:

Tutti venian cridando: – Aita! aita! –

 

15.

Il re Agramante s’ come era armato

Ver là  se tira e lascia il gran troncone;

E Brandimarte a lui se pose a lato,

Per aiutarlo in ogni questà¯one.

Via vien fuggendo il popol sterminato;

Ed Agramante prese un ragazone,

Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso

E senza briglia corre al più non posso.

 

16.

– Ove ne andati? – diceva Agamante

– Ove ne andati, pezzi de bricconi? –

E quel rispose con voce tonante:

– Per beverare andavamo e ronzoni

Dietro a quel fiume che è quivi davante,

E là  fummo assaliti da leoni,

Qual posti ce hanno in tal disaventura,

Che bene è paccio chi non ha paura.

 

17.

Da trenta insieme sono, al mio parere,

Che ce assalirno con tanta tempesta,

Che de scampare apena ebbi il potere,

Ben che io gli vidi uscir de la foresta.

Che sia de gli altri, non potea vedere,

Perché giamai non ho volta la testa

A remirar quel che de lor se sia;

Or fa al mio senno, e tuotti anco te via. –

 

18.

Il re sorrise e a Brandimarte volto

Gli disse: – Certo alquanto ho di dispetto

Che il piacer della giostra ce sia tolto,

Benché alla caccia avrem molto diletto. –

E Brandimarte, il qual non era stolto,

Rispose: – Il tuo comando sempre aspetto;

S’ che adoprame pure in giostra o in caccia,

Ch’io son disposto a far quel che ti piaccia. –

 

19.

Il re dapoi mandò nella citate

Che a lui ne vengan cacciatori e cani,

De’ qual sempre ten’a gran quantitate,

Segusi e presti veltri e fieri alani,

Ed altre schiatte ancora intrameschiate.

Or via ne vanno e tre baron soprani,

Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero,

Per dare aiuto ove facea mestiero.

 

20.

Ma ne la corte se lascià¢r le danze,

Come il messo del re là  su se intese,

E fuor portarno rete e speti e lanze,

E furvi alcun che se guarnîr de arnese,

Ché a cotal caccia vôle altro che cianze;

Né lepri o capre trova quel paese,

Ma pien son e lor monti tutti quanti

Di leoni e pantere ed elefanti.

 

21.

E molte dame montarno e destrieri,

Con gli archi in mano ed abiti s’ adorni,

Che ogniom le accompagnava volentieri,

E spesso avanti a lor facean ritorni.

E tutti e gran segnori e cavallieri

Uscîr sonando ad alta voce e corni:

Da lo abaglio de’ cani e dal fremire

Par che ‘l cel cada e ‘l mondo abbia a finire.

 

22.

Ma già  Agramante e il giovane Rugiero

E Brandimarte, che non gli abandona,

Sopra a quel fiume ove è l’assalto fiero,

Ciascuno a più poter forte sperona;

E ben de esser gagliardi fa mestiero,

Ché ogni leone ha sotto una persona;

Alcuna è viva e soccorso dimanda,

E qual morendo a Dio se aricomanda.

 

23.

A ciascadun di lor venne pietate,

E destinarno di donarli aiuto,

Avendo prima già  tratte le spate:

Non vôle indarno alcun esser venuto.

Ecco un leon con le chiome arrizzate,

Maggior de gli altri, orribile ed arguto,

Che in su la ripa avea morto un destrero:

Quello abandona e vien verso Rugiero.

 

24.

Rugier lo aspetta e mena un manroverso,

E sopra della testa l’ebbe aggionto,

E quella via tagliò per il traverso,

Ché tra gli occhi e l’orecchie il colse a ponto.

Ora ecco l’altro, ancora più diverso

E più feroce di quel che io vi conto,

Al re se aventa da la banda manca,

E l’elmo azaffa e nel scudo lo abranca.

 

25.

E certamente il tirava de arcione,

Se non ne fosse il bon Rugiero accorto,

Qual là  vi corse e gionselo al gallone,

S’ che de l’anche a ponto il fece corto.

Brandimarte ancor lui con un leone

Fatto ha battaglia, e quasi l’avea morto,

Quando se odirno e corni e’ gran rumori

Di quella gente, e’ cani e’ cacciatori.

 

26.

Ora cantando a ricontar non basto

Di loro e cridi grandi e la tempesta;

Tutte le fiere abandonarno il pasto,

Squassando e crini ed alciando la testa.

Quale avean morto, e qual è mezo guasto;

Pur li lasciarno, e verso la foresta,

Voltando il capo e mormorando d’ira,

A poco a poco ciascadun se tira.

 

27.

Ma la gente che segue, è troppo molta,

E fa stornir del crido e il monte e il piano;

Dardi e saette cadeno a gran folta,

A benché la più parte ariva invano.

De quei leoni or questo or quel se volta,

Ma pur tutti alla selva se ne vano;

E il re cinger la fa da tutte bande:

Allor se incominciò la caccia grande.

 

28.

La selva tutto intorno è circondata,

Che non potrebbe uscire una lirompa;

Più dame e cavallieri ha ogni brigata,

Che mostrava alla vista una gran pompa.

Il re dato avia loco ad ogni strata,

Né bisogna che alcun l’ordine rompa;

Alani e veltri a copia sono intorno,

Né se ode alcuna voce, o suon di corno.

 

29.

Poi son poste le rete a cotal festa

Che spezzar non le può dente né graffa,

Indi e sagusi intrarno alla foresta:

Altro non si sentia che biffi e baffa.

Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta,

Ché per le rame viene una ziraffa;

Turpino il scrive, e poca gente il crede,

Che undeci braccia avia dal muso al piede.

 

30.

Fuor ne ven’a la bestia contrafatta,

Bassa alle groppe e molto alta davante,

E di tal forza andava e tanto ratta,

Che al corso fraccassava arbori e piante.

Come fu al campo, intorno ha la baratta

De molti cavallieri e de Agramante

E molte dame che erano in sua schiera,

Onde fu alfine occisa la gran fiera.

 

31.

Leoni e pardi uscirno alla pianura,

Tigri e pantere io non sapria dir quante;

Qual se arresta a le rete e qual non cura.

Ma pur fôr quasi morti in uno istante.

Or ben fece alle dame alta paura,

Uscendo for del bosco, uno elefante:

Lo autore il dice, ed io creder nol posso

Che trenta palmi era alto e vinti grosso.

 

32.

Se il ver non scrisse a ponto, ed io lo scuso,

Ché se ne stette per relazà¯one.

Ora usc’ quella bestia e col gran muso

Un forte cavallier trasse de arcione,

E più di vinti braccia gettò in suso,

Poi giù cadette a gran destruzà¯one,

E morì dissipato in tempo poco;

Ben vi so dir che gli altri gli dà n loco.

 

33.

Via se ne va la bestia smisurata,

Né de arestarla alcun par che abbia possa;

La schiera ha tutta aperta ove è passata,

A benché de più dardi fu percossa,

Ma non fu da alcun ponto innaverata;

Tanto la pelle avea callosa e grossa

E s’ nerbosa e forte di natura,

Che tiene il colpo come una armatura.

 

34.

Ma già  non tenne al taglio di Tranchera,

Né al braccio di Rugiero in questo caso;

A piedi ha lui seguita la gran fiera,

Ché il destrier spaventato era rimaso.

Tanto ha quello animale orribil ciera

Per grande orecchia e pel stupendo naso

E per li denti lunghi oltra misura,

Che ogni destriero avia di lui paura.

 

35.

Ma, come vidde solo il giovanetto,

Che lo seguiva a piedi per lo piano,

Voltando quel mostazzo maledetto,

Qual gira e piega a guisa de una mano,

Corsegli adosso, per darli di petto;

Ma quel furore e lo impeto fu vano,

Perché Rugier saltò da canto un passo,

Tirando il brando per le zampe al basso.

 

36.

Dice Turpin che ciascuna era grossa,

Come ène un busto d’omo a la centura.

Io non ho prova che chiarir vi possa,

Perché io non presi alora la misura;

Ma ben vi dico che de una percossa

Quella gran bestia cadde alla pianura:

Come il colpo avisò, gli venne fatto,

Ché ambe le zampe via tagliò ad un tratto.

 

37.

Come la fiera a terra fu caduta,

Tutta la gente se gli aduna intorno,

E ciascun de ferirla ben se aiuta:

Ma il re Agramante già  suonava il corno,

Perché oramai la sera era venuta,

E ver la notte se ne andava il giorno.

Or, come il re nel corno fu sentito,

Ogniomo intese il gioco esser finito.

 

38.

Onde tornando tutte le brigate

Se radunarno ove il re se ritrova;

Tutti avean le sue lancie insanguinate,

Per dimostrar ciascun che fatto ha prova.

Le fiere occise non furno lasciate,

Benché a fatica ciascuna se mova;

Pur con ingegno e forza tutti quanti

Furno portati a’ cacciatori avanti.

 

39.

Da poi de cani un numero infinito

Era menato in quella cacciasone:

Qual da tigre o pantere era ferito,

E quale era straziato da leone.

Come io vi dissi, il giorno era partito,

Che fo diletto di molte persone,

Però che ciascadun, come più brama,

Chi va con questa, e chi con quella dama.

 

40.

Qual de la caccia conta meraviglia,

E ciascadun fa la sua prova certa;

E qual de amor con le dame bisbiglia,

Narrando sua ragion bassa e coperta.

E cos’, caminando da sei miglia

Con gran diletto, gionsero a Biserta,

Ove parea che ‘l celo ardesse a foco,

Tante lumiere e torze avea quel loco.

 

41.

E dentro entrarno a gran magnificenzia,

Quasi alla guisa de processà¯one;

Omini e donne a tal appariscenzia

Per la citade stavano al balcone.

Brandimarte al castel prese licenzia

Per ritornar di fora al paviglione,

E benché il re il volesse retenire,

Per compiacerlo al fine il lasciò gire;

 

42.

E dal nepote il fece accompagnare,

E da cinque altri. L’ con grande onore

La sera istessa il fece appresentare

De più vivande, ciascuna megliore;

E una sua veste gli fece arrecare,

Con pietre e perle di molto valore:

La veste è parte azurra e parte de oro,

Come il re porta, senza altro lavoro.

 

43.

Poi l’altro giorno, come è loro usanza,

Una gran festa se ebbe ad ordinare,

E venne Fiordelisa in quella danza,

Ché Brandimarte e lei fece invitare.

Tre son vestiti ad una somiglianza,

Ché tal divisa altrui non può portare;

Brandimarte, Agramante con Rugiero

D’azurro e d’or indosso hanno il quartiero.

 

44.

Standosi in festa ed ecco un tamburino

Vien giù del catafalco a gran stramaccio.

Per tutto traboccava quel meschino,

Ché ogni festuca gli donava impaccio,

O che la colpa fosse il troppo vino,

O che di sua natura fosse paccio;

Ma sopra al tribunal ove è Agramante,

Pur se conduce e a lui se pone avante.

 

45.

Il re credendo de esso aver diletto,

Lo recevette con faccia ridente;

Ma, come quello è gionto al suo cospetto,

Batte la mano e mostrase dolente,

E diceva: – Macon sia maledetto,

E la Fortuna trista e miscredente,

Qual non riguarda cui faccia segnore,

Ed obedir conviensi a chi è peggiore!

 

46.

Costui de Africa tutta è incoronato,

La terza parte del mondo possiede,

Ed ha cotanto popolo adunato

Che spaventar la terra e il cel si crede.

Or ne lo odor de algalia e di moscato

Tra belle dame il delicato siede,

Né se cura de guerra, o de altro inciampo,

Pur che se dica che sua gente è in campo.

 

47.

Non si dièno le imprese avere a ciancia:

Seguir conviensi, o non le cominciare,

E fornir con la borsa e con la lancia,

Ma l’una e l’altra prima mesurare.

Cos’ faccia Macon che il re de Francia

Te venga a ritrovar di qua dal mare,

Ché alor comprenderai poi se la guerra

Fia meglio in casa, o ver ne l’altrui terra. –

 

48.

Parlando il tamburin, fo presto preso

Da la guarda del re che intorno stava,

Né fu però battuto, né ripreso,

Perché ebriaco ogniomo il iudicava.

Ma il re Agramante che lo ha ben inteso,

Gli occhi dolenti alla terra bassava;

Mormorando tra sé movia la testa,

E poi crucioso usc’ fuor de la festa.

 

49.

Onde la corte fo tutta turbata:

Langue ogni membro quando il capo dole;

La real sala in tutto è abandonata,

Né più se danza, come far se suole.

Il re la zambra avea dentro serrata:

Alcun compagno seco non vi vôle;

Pensando il grande oltraggio che gli è detto,

Se consumava de ira e de dispetto.

 

50.

Poi, come l’altro giorno fo apparito,

Fece il consiglio ed adunò suo stato,

Dicendo come ha fermo e stabilito

Di fornire il passaggio che è ordinato;

E poi fa noto a tutti a qual partito

E da cui serà  il regno governato,

Perché il vecchio Branzardo di Bugea

Vôl che a Biserta in suo loco si stea,

 

51.

A lui dicendo: – Attendi alla iustizia,

E ben ti guarda da procuratori

E iudici e notai, ché han gran tristizia

E pongono la gente in molti errori.

Stimato assai è quel che ha più malizia,

E gli avocati sono anco peggiori,

Ché voltano le legge a lor parere;

Da lor ti guarda, e farai tuo dovere.

 

52.

Il re di Fersa, Folvo, anche rimane,

E Bucifar, il re de la Algazera;

L’uno al diserto alle terre lontane,

E l’altro guarda verso la rivera.

Se forse qualche gente cristà¯ane

Con caravella, o con fusta ligiera,

Over gli Arà bi te donino affanno,

Sia chi soccorra e chi proveda al danno. –

 

53.

Dapoi gli fece consegnar Dudone,

Che era condotto de Cristianitate,

Dicendo a lui che lo tenga pregione,

S’ che tornar non possa in sue contrate;

Ma poi nel resto il tratti da barone,

Né altro gli manchi che la libertate.

Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda

Che a Branzardo obedisca in ogni banda.

 

54.

E perché ciò non sia tenuto vano,

Per la citate il fece publicare,

Ed a lui la bacchetta pose in mano,

La quale è d’oro, e suole esso portare.

Or se aduna lo esercito inumano:

Chi potrebbe il tumulto racontare

De la gente s’ strana e s’ diversa,

Che par che ‘l celo e il mondo se sumersa?

 

55.

Quando sentirno il passaggio ordinare,

Chi ne ha diletto, e chi n’avea spavento.

La gran canaglia se adunava al mare,

Per aspettar sopra le nave il vento.

Chi vôle odir l’istoria seguitare,

Ne l’altro canto lo farò contento,

E se gran cose ho contato giamai,

Seguendo le dirò maggiore assai.

 

 

CANTO VENTESIMONONO

 

1.

La più stupenda guerra e la maggiore

Che racontasse mai prosa né verso,

Vengo a contarvi, con tanto terrore

Che quasi al cominciare io me son perso;

Né sotto re, né sotto imperatore

Fu mai raccolto esercito diverso,

O nel moderno tempo, o ne lo antico,

Che aguagliar si potesse a quel che io dico.

 

2.

Né quando prima il barbaro Anniballe,

Rotto avendo ad Ibero il gran diveto,

Con tutta Spagna ed Africa alle spalle

Spezzò col foco l’Alpe e con lo aceto;

Né il gran re persà¯ano in quella valle

Ove Leonida fe’ l’aspro decreto,

Con le gente di Scizia e de Età¯opia

Ebbe de armati in campo maggior copia,

 

3.

Come Agramante, che sua gente anombra

Solo a la vista, senza ordine alcuno.

De le sue velle è tanto spessa l’ombra,

Che il mar di sotto a loro è scuro e bruno;

E s’ l’un l’altro il gran naviglio ingombra,

Che fu mestier partirse ad uno ad uno,

Avendo il vento in poppa alla seconda.

Avanti a gli altri è Argosto di Marmonda:

 

4.

Ne la sua nave è la real bandiera,

Che tutta è verde e dentro ha una Sirena.

Il re Gualciotto apresso di questo era,

Quale era ardito, e bella gente mena,

Ed era la sua insegna tutta nera,

Di bianche columbine al campo piena;

E Mirabaldo viene apresso a loro,

Che porta il monton nero a corne d’oro:

 

5.

Il campo ove è il montone, è tutto bianco.

E da questi altri ven’a longi un poco

Sobrin, che è re di Garbo, il vecchio franco,

Il qual portava in campo bruno il foco;

E dietro mezo miglio, o poco manco,

Il re de Arzila seguitava il gioco:

Il nome di costui fu Brandirago,

Che avea nel campo rosso un verde drago.

 

6.

Dapoi Brunello, il re de Tingitana,

Avea la insegna di novo ritratta,

Più vaga assai de l’altre e più soprana,

Perché lui stesso a suo modo l’ha fatta;

Come oggi al mondo fa la gente vana,

Stimando generosa far sua schiatta

E le casate sue nobile e degne

Con far de zigli e de leoni insegne.

 

7.

Cos’ Brunel, la cui fama era poca,

Come intendesti, ché era re di novo,

Nel campo rosso avea depinta una oca,

Che avea la coda e l’ale sopra a l’ovo.

De ciò parlando lui con gli altri, gioca

– Ben – dicendo – fo antico, e ciò ti provo:

Ché lo evangelio, che è dritto iudicio,

Afferma che la oca era nel principio. –

 

8.

Il re Grifaldo apresso a lui ne viene,

Che porta una donzella scapigliata,

E quella un drago per l’orecchie tiene:

Cotal divisa avea tutta la armata,

Benché sua insegna a questa non conviene,

Ché solo è nera e di bianco fasciata.

Il re di Garamanta era vicino,

Giovane ardito, e nome ha Martasino.

 

9.

Costui portava nel campo vermiglio

Le branche e il collo e il capo de un griffone;

E dietro alla sua nave forse un miglio

Veniva il re di Septa, Dorilone,

Qual porta al campo azurro un bianco ziglio;

Poi Soridano, che porta il leone.

Il leon bianco in campo verde avia:

Costui ch’io dico, è re de la Esperia.

 

10.

E re di Constantina, Pinadoro,

Venne, che al rosso la acquila portava,

Ch’è gialla, con due teste, in quel lavoro;

E poco apresso Alzirdo il seguitava,

Che ha la rosa vermiglia in campo d’oro;

E Pulà¯ano alla bandiera blava

Segnata avea de argento una corona;

Franco è costui, che è re de Nasamona.

 

11.

Né ‘l re de la Amon’a ponto vi manca,

Benché sua gente è tutta pedochiosa,

Dico Arigalte da la insegna bianca,

Né dentro vi ha dipenta alcuna cosa.

Poi Manilardo, che porta la branca

Qual tutta è d’oro a l’arma sanguinosa:

La branca di cui parlo, è di leone.

La armata apresso vien di Prusà¯one.

 

12.

De la Norizia è re quel Manilardo,

Questo altro de Alvarachie, ch’io vi conto.

Saper volete qual sia più gagliardo?

Né l’un né l’altro, a dirvelo ad un ponto.

Re di Canara, il qual venne ben tardo,

Ma pure apresso di questi altri è gionto,

Portava, se Turpin me dice il vero,

Nel campo verde un corvo tutto nero.

 

13.

Era costui nomato Bardarico,

Che in occidente ha sua terra lontana.

Poi venne Balifronte, il vecchio antico,

E Dudrinasso, il re de Libicana;

Fo re di Mulga quel vecchio ch’io dico,

E porta in campo azurro una fontana;

E Dudrinasso alla bandiera e al scudo

Porta nel rosso un fanciulletto nudo.

 

14.

E Dardinello, il giovanetto franco,

Ha le sue nave a queste altre congionte.

Il quartiero ha costui vermiglio e bianco,

Come suolea portare il padre Almonte;

E pur cotale insegna, più né manco,

Portava indosso ancora Orlando il conte.

Ma ad un di lor portarla costò cara;

Questo garzone è re de la Zumara.

 

15.

Presso vi viene il forte Cardorano,

Il re di Cosca; e porta per insegna

Un drago verde, il quale ha il capo umano.

Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna,

E seco Marbalusto, il re de Orano;

Quello avia al scudo una serpe malegna,

Che intorno avolto ha il busto tutto quanto,

Per non odire il verso de lo incanto.

 

16.

E Marbalusto un capo de regina

Portava, intorno a quello una ghirlanda.

Poi Farurante, che è re di Maurina,

Che al scudo verde ha una vermiglia banda.

Alzirdo ha la sua armata a lui vicina

(In campo azurro avea d’oro una gianda);

E de Almasilla il re Tanfirà¯one,

Qual porta in bianco un capo di leone.

 

17.

Or già  vien de la corte il concistoro,

Che a quella impresa è tutta gente eletta;

Mordante avea il governo di costoro.

La prima armata vien di Tolometta,

Con due l’une vermiglie in campo d’oro,

Che portava Mordante e la sua setta;

Costui fo grande e di persona fiero,

Fil’iol bastardo fo di Carogiero.

 

18.

Da Tripoli seguia la gente franca:

Non fo di questa la più bella armata,

Né più fiorita; e, se nulla vi manca,

Da Rugier paladino era guidata.

Lui ne lo azurro avea l’acquila bianca,

Qual sempre da’ suoi antiqui fu portata.

Da poi ven’a la armata de Biserta,

Ove Agramante ha la sua insegna aperta.

 

19.

Di Tunici ivi apresso era il naviglio,

E quel governa il vecchio Daniforte,

Omo saputo e di molto consiglio,

Gran siniscalco de la real corte.

Portava in campo verde un rosso ziglio

Costui, che viene in Franza a tuor la morte;

E poscia da Bernica e da la Rassa

L’una armata con l’altra insieme passa.

 

20.

Di queste avea il governo Barigano,

Quale ha nutrito il re da piccolino,

E porta per insegna quel pagano

In campo rosso un candido mastino.

Dietro da tutti il gran re di Fizano,

Mulabuferso, ha preso il suo camino;

Lui porta divisato nel stendardo,

Come nel scudo, in campo azurro un pardo.

 

21.

In cotal modo, come io vi discerno,

La grande armata in Spagna se disserra;

Il re Agramante ha de tutti il governo:

Non fu tal furia mai sopra la terra.

Come se aprisse il colmo de lo inferno,

Se far volesse al paradiso guerra,

E la sua gente uscisse tutta integra,

Qual con pallida faccia e qual con negra:

 

22.

Morti e demonii, dico, tutti quanti,

Del fuoco uscendo e d’ogni sepultura,

Sarebbono a questi altri simiglianti,

Per contrafatte membra e faccia oscura.

Il stil diverso e i navigli son tanti,

Che cento miglia e più la folta dura,

Qual nel litto di Spagna se abandona,

E da Maliga tiene a Taracona.

 

23.

Il re Agramante lui sotto Tortosa

Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare;

Là  se adunò la gente copà¯osa,

E verso Franza prese a caminare

A gran giornate, senza alcuna posa.

Già  la Guascogna sotto a loro appare,

Callando l’Alpe, e giù scendono al piano,

Sin che fôr gionti sopra a Montealbano.

 

24.

Di sotto a quel castello, alla campagna,

Era battaglia più cruda che mai,

Però che il re di Franza e il re di Spagna,

Come di sopra già  vi racontai,

Con lor persone e con sua corte magna,

E gente de’ suoi regni pure assai,

Sono azuffati, e sopra di quel dosso

Corre per tutto il sangue un palmo grosso.

 

25.

Là  se vedea Ranaldo e Feraguto,

L’un più che l’altro alla battaglia fiero;

E il re Grandonio orribile e membruto

Avea afrontato il marchese Oliviero;

Ad alcun de essi non bisogna aiuto.

E Serpentino e il bon danese Ogiero

Se facean guerra sopra di quel piano;

E il re Marsilio contra a Carlo Mano.

 

26.

Ma Rodamonte il crudo e Bradamante

Avean tra lor la zuffa più diversa;

Ché, come io dissi, il bon conte de Anglante

Avea de un colpo la memoria persa,

Quando il percosse il perfido africante,

Che tramortito a dietro lo riversa.

Tutta la cosa vi narrai a ponto,

Però trapasso e più non la riconto.

 

27.

Se non che, essendo quella dama altiera

Ora affrontata al saracino ardito,

E durando la zuffa orrenda e fiera,

Il conte Orlando se fu risentito;

E ben ser’a tornato volentiera

A vendicarse, come aveti odito:

Essendo dal pagan s’ forte offeso,

Gli avria pan cotto per tal pasto reso.

 

28.

Ma pur, temendo a farli villania,

Poi che era de altra mischia intravagliato,

Sua Durindana al fodro rimettia,

E, lor mirando, stavasi da lato.

Quel loco ove era la battaglia ria,

Posto è tra duo colletti in un bel prato,

Lontano a l’altra gente per bon spaccio,

S’ che persona non gli dava impaccio.

 

29.

Tre ore, o poco più, stettero a fronte

La dama ardita e quel forte pagano;

E stando quivi a rimirare il conte,

Alciando gli occhi vidde di lontano

Quella gran gente che callava il monte,

E le bandiere poi di mano in mano,

Con tal romor che par che ‘l cel ruine,

Tanta è la folta; e non se vede il fine.

 

30.

Diceva Orlando: – O re del celo eterno,

Dove è questo mal tempo ora nasciuto?

Ché il re Marsilio e tutto suo governo

Di tanta gente non avrebbe aiuto.

Credo io che sono usciti dello inferno,

Benché serà  ciascuno il mal venuto

E il mal trovato, sia chi esser si vôle,

Se Durindana taglia come suole. –

 

31.

Cos’ parlava con molta arroganza;

Verso quel monte ratto se distende.

Sopra del prato integra era una lanza:

Chinosse il conte e quella in terra prende,

Ché cotal cosa avea spesso in usanza.

Non so se lo atto a ponto ben s’intende;

Dico, stando in arcione, essendo armato,

Quella grossa asta su tolse del prato.

 

32.

Con essa in su la coscia passa avante

Sopra de Brigliador, che sembra occello.

Ma ritornamo a dir del re Agramante,

Che, veggendo nel piano il gran zambello,

Forte allegrosse di cotal sembiante,

E fie’ chiamarsi avante un damigello,

Qual fu di Constantina incoronato,

E Pinadoro il re fu nominato.

 

33.

A lui comanda che vada soletto

Tra quelle gente e, senza altra paura,

Là  dove il grande assalto era più stretto

E la battaglia più crudiele e dura,

Piglia qualche barone al suo dispetto,

Vivo lo porti a lui con bona cura;

O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto,

Accioché meglio intenda tutto il fatto.

 

34.

Re Pinadoro parte cavalcando,

E prestamente scese la gran costa;

Da poi, per la campagna caminando,

Non pone a speronare alcuna sosta,

Ma poco cavalcò che trovò Orlando,

Come venisse per scontrarlo a posta,

E disfidandol con molta tempesta

Se urtarno adosso con le lancie a resta.

 

35.

Quivi de intorno non era persona,

Benché fosse la zuffa assai vicina;

L’un verso l’altro a più poter sperona

A tutta briglia, con molta ruina.

Ciascadun scudo al gran colpo risuona,

Ma cade a terra il re di Constantina;

Sua lancia andò volando in più tronconi,

E lui di netto usc’ fuor de l’arcioni.

 

36.

Orlando lo pigliò senza contese,

Poi che caduto fu de lo afferante,

Però che lui non fece altre diffese,

Né puote farle contra al sir de Anglante;

E seco ragionando il conte intese

Come quel ch’è nel monte è il re Agramante,

Che per re Carlo e Francia disertare

Con tanta gente avia passato ‘l mare.

 

37.

De ciò fu lieto il franco cavalliero:

Guardando verso il cel col viso baldo

Diceva: O summo Dio, dove è mestiero,

Pur mandi aiuto e soccorso di saldo!

Ché, se non vien fallito il mio pensiero,

Serà  sconfitto Carlo con Ranaldo,

Ed ogni paladin serà  abattuto,

Onde io serò richiesto a darli aiuto.

 

38.

Cos’ lo amor di quella che amo tanto

Serà  per mia prodezza racquistato,

E per la sua beltate oggi mi vanto

Che, se de incontro a me fosse adunato

Con l’arme indosso il mondo tutto quanto,

In questo giorno averòl disertato.”

Ciò ragionava il conte in la sua mente,

E Pinadoro od’a de ciò nà¯ente.

 

39.

Ma il conte, vòlto a lui, disse: – Barone,

Ritorna prestamente al tuo segnore,

Se ti ha mandato per questa cagione

Che tu rapporti a lui tutto il tenore.

Dirai che il re Marsilio e il re Carlone

Fan per battaglia insieme quel furore,

E s’egli ha core ed animo reale,

Venga alla zuffa e mostri ciò che vale. –

 

40.

Re Pinador lo ringraziava assai,

Come colui che molto fo cortese;

E torna adietro e non se arresta mai,

Sin che il destriero avanti il re discese,

Dicendo: – Alto segnore, io me ne andai

Ove volesti, e dicoti palese

Che la battaglia ch’è sopra a quel piano,

è tra Marsilio e il franco Carlo Mano.

 

41.

Né so circa a tal fatto il tuo pensiero,

Ma giù non callerai per mio consiglio,

Perché io trovai nel piano un cavalliero

De la cui forza ancor mi meraviglio,

Che il scudo e sopraveste de quartiero

Ha divisato bianco e di vermiglio;

E se ciascun de gli altri serà  tale,

Il fatto nostro andrà  peggio che male. –

 

42.

E disse sorridendo il re Sobrino,

Che a questo ragionare era presente:

– Quel dal quartiero è Orlando paladino:

Or scemarà  il superch’io a nostra gente;

Ben lo cognosco insin da piccolino.

Cos’ Macon lo faccia ricredente,

Come di spada e lancia ad ogni prova

Il più fiero omo al mondo non se trova.

 

43.

Or saperà  se io ragionava invano

Dentro a Biserta, allor che io fui schernito,

Perché io lodai da possa Carlo Mano

E lo esercito suo tanto fiorito.

Traggasi avanti Alzirdo e Pulà¯ano

E Martasino, il quale è tanto ardito,

Ché Rodamonte, alor cotanto acceso,

Per la mia stima adesso è morto o preso.

 

44.

Tragansi avanti questi giovanetti,

Che mostravano aver tanta baldanza,

E sono usati a giostra, per diletti,

Andar forbiti e ben portar sua lanza.

Ed acciò che altri forse non suspetti

Ch’io dica tal parole per temanza,

Gir vo’ con essi, e l’anima vi lasso,

Se alcun di lor mi varca avanti un passo. –

 

45.

Re Martasino a questo ragionare

De ira e de orgoglio tutto se commosse,

E disse: – Certamente io vo’ provare,

Se questo Orlando è un om di carne e de osse,

Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare,

Che sin da piccoletto lo cognosse.

Chi vôl callar, se calla alla pianura:

Nel monte aresti chi de onor non cura. –

 

46.

Cos’ parlava il franco Martasino:

Non avea il mondo un altro più orgoglioso.

Grossetto fu costui, ma piccolino

De la persona, e destro e ponderoso,

Rosso de faccia e di naso acquilino,

Oltra a misura altiero e furà¯oso;

Onde, cridando e crollando la testa,

Giù de la costa sprona a gran tempesta.

 

47.

Re Marbalusto il segue e Farurante;

Alzirdo e Mirabaldo viene apresso,

E Bambirago e il re Grifaldo avante.

Né il re Sobrin, de cui parlava adesso,

Mostra aver tema del segnor de Anglante,

Ma più de gli altri tocca il destrier spesso,

E con tanto furore andar se lassa,

Che a Martasino avanti e a gli altri passa.

 

48.

Né valse de Agramante il richiamare,

Ché ciascaduno a più furia ne viene;

Di esser là  giù mille anni a tutti pare,

Come livreri usciti di catene.

Quando Agramante vede ogniomo andare,

Movese anch’esso, e già  non se ritiene,

Né pone ordine alcuno alla battaglia,

Ma fa seguire in frotta la canaglia.

 

49.

Lui più de gli altri furà¯oso e fiero,

Sopra de Sisifalto avanti passa,

E seco a lato a lato il bon Rugiero,

Ed Atalante, che giamai non lassa.

Contar l’alto romor non fa mestiero;

Ciascun direbbe: “Il mondo se fraccassa.”

Trema la terra e il cel tutto risuona,

Cotanta gente al crido se abandona.

 

50.

Suonando trombe e gran tamburi e corni

La diversa canaglia scende al piano.

Pochi di lor ne avea di ferro adorni,

Chi porta mazze e chi bastoni in mano.

Non se numerariano in cento giorni,

S’ sterminatamente se ne vano.

Ma tutti eran di lor con l’arme indosso

Avanti van correndo a più non posso.

 

51.

In questo tempo il re Marsilà¯one

Gionto era quasi al ponto di morire,

Né più se sosteniva ne lo arcione,

Ma già  da banda se lasciava gire,

Però che adosso ha il franco re Carlone,

Che ad ambe man non resta di ferire,

E, come io dico, lo travaglia forte,

Che quasi l’ha condutto in su la morte.

 

52.

Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante,

Qual giù callando al piano era vicino,

Con tante insegne e con bandiere avante,

Che emp’ano intorno per ogni confino.

Quando vidde callar gente cotante,

Fasse la croce il figlio di Pepino;

Per meraviglia è quasi sbigotito,

Veggendo il gran trapel di novo uscito.

 

53.

Il re Marsilio abandonò di saldo,

Per porre altrove l’ordine ed aiuto.

Poco lontano ad esso era Ranaldo,

Che male avea condotto Feraguto.

Benché ancor fosse alla battaglia caldo,

Il brando pur di man gli era caduto;

Or con la mazza ben gran colpi mena,

Ma de la morte se diffende appena.

 

54.

Ranaldo l’avria morto in veritate,

Come io vi dico, e sempre il soperchiava,

Perché poco estimava sue mazzate,

E de Fusberta a lui spesso toccava.

Tra le percosse orrende e sterminate

Od’ re Carlo, che a voce chiamava:

S’ forte lo chiamò lo imperatore,

Che pur intese intra tanto romore.

 

55.

– Figlio, – cridava il re – figlio mio caro,

Oggi d’esser gagliardo ce bisogna;

Se tosto non se prende un bon riparo,

Noi siam condotti alla ultima vergogna.

Se mai fu giorno doloroso e amaro

Per Montealbano e per tutta Guascogna,

Se la Cristianità  debbe perire,

Oggi è quel giorno, o mai non de’ venire. –

 

56.

A questo crido de lo imperatore

Il franco fio de Amon fu rivoltato,

A benché combattesse a gran furore

Con Feraguto, come io vi ho contato,

Il qual de la battaglia avia il peggiore;

E poco gli giovava esser fatato:

Tanto l’avea Ranaldo urtato e pisto,

Che un s’ malconzo più non fu mai visto.

 

57.

E s’ fu per affanno indebilito,

Ed avea l’armi s’ fiaccate intorno,

Che intrare a nova zuffa non fu ardito,

Ma prese posa insino a l’altro giorno.

Ranaldo al campo lo lasciò stordito,

Tornando a Carlo, il cavalliero adorno,

Che ordinava le schiere a fronte a fronte

Verso Agramante, che discende il monte.

 

58.

De le schiere ordinate la primiera

Dette il re Carlo a lui, come fu gionto,

Dicendo: – Va via ratto alla costiera,

Ove e nemici giù callano a ponto.

Fa che seco te azuffi a ogni maniera

Nel piè del monte, s’ come io ti conto;

Apizza la battaglia al stretto loco,

Ove è quel re che ha in campo nero il foco.

 

59.

Ora certanamente me divino

Che il re Agramante avrà  passato il mare,

Ché quel da tale insegna è re Sobrino:

Ben lo cognosco e so ciò che può fare.

Di certo egli è gagliardo saracino.

Or via, filiolo, e non te indugà¯are! –

Poi la seconda schiera Carlo dona

Al duca de Arli e al duca di Baiona.

 

60.

Entrambi son del sangue di Mongrana:

Sigieri il primo, e l’altro ha nome Uberto.

Poscia il re Otone e sua gente soprana

L’altra schiera ebbe sopra al campo aperto.

La quarta, ch’era a questa prossimana,

Governa il re di Frisa, Daniberto;

La quinta poi il re Carlo arriccomanda

A Manibruno, il quale era de Irlanda.

 

61.

El re di Scozia giù mena la sesta;

La settima governa Carlo Mano.

Or se incomincia il crido e la tempesta.

Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano,

Sopra Baiardo, con la lancia a resta:

Tristo qual’unche iscontra sopra il piano!

Qual mezo morto de lo arcion trabocca,

Qual come rana per le spalle insprocca.

 

62.

Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta:

Ben vi so dir che spaccia quel cammino.

– Or chi è costui che mia gente diserta, –

Diceva, a lui guardando, il re Sobrino

– Ed ha il leon sbarato alla coperta?

Io non cognosco questo paladino.

Nel gran paese dove Carlo regna,

Mai non viddi colui, né questa insegna.

 

63.

Ma debbe esser Ranaldo veramente,

Di cui nel mondo se ragiona tanto.

Or provarò se egli è cos’ valente,

Come de lui se dice in ogni canto. –

Nel dir sperona il suo destrier corrente

Quel re che di prodezza ha s’ gran vanto;

La lancia rotta avia prima nel piano,

Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.

 

64.

Ranaldo il vidde e, stimandol assai

Per le belle arme e per la appariscenza,

Fra sé diceva: Odito ho sempre mai

Che il bon vantaggio è di quel che incomenza;

Al mio poter tu non cominciarai,

Ché chi coglie de prima, non va senza.”

Cos’ dicendo sopra de la testa

Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.

 

65.

Ma l’elmo che avea in capo era s’ fino

Che ponto non fu rotto né diviso,

E nà¯ente se mosse il re Sobrino,

Benché non parve a lui colpo da riso.

Ma già  son gionto a l’ultimo confino

Del canto consueto; onde io me aviso

Che alquanto riposar vi fia diletto:

Poi serà  il fatto a l’altro canto detto.

 

 

CANTO TRENTESIMO

 

1.

Baroni e dame, che ascoltati intorno

Quella prodezza tanto nominata,

Che fa de fama il cavallier adorno

Alla presente etade e alla passata,

Io vengo a ricontarvi in questo giorno

La più fiera battaglia e sterminata,

E la più orrenda e più pericolosa

Che racontasse mai verso né prosa.

 

2.

Se vi amentati bene, aveti odito

Ove sia questa guerra e tra qual gente,

E come il re Sobrin fosse ferito

Dal pro’ Ranaldo in su l’elmo lucente;

Ma tanto era feroce il vecchio ardito,

Che mostrava di ciò curar nà¯ente;

E vòlto contra il sir de Montealbano

Sopra la fronte il colse ad ambe mano.

 

3.

Ranaldo a lui rispose con ruina,

E tra lor duo se cominciò gran zuffa;

Ma l’una schiera e l’altra se avicina,

E tutti se meschiarno alla baruffa.

Benché sia più la gente saracina,

Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa:

Grande è il romor, orribile e feroce

Di trombe, di tamburi e de alte voce.

 

4.

Di qua di là  le lancie e le bandiere

L’una ver l’altra a furia se ne vano,

E quando insieme se incontrà¢r le schiere

Testa per testa a mezo di quel piano,

Mal va per quei che sono alle frontiere,

Perché alcun scontro non ariva in vano;

Qual con la lancia usbergo e scudo passa,

Qual col destriero a terra se fraccassa.

 

5.

E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino

L’un sopra a l’altro gran colpi rimena,

Benché ha disavantaggio il saracino,

E dalla morte se diffende apena.

Ecco gionto alla zuffa Martasino,

Quello orgoglioso che ha cotanta lena;

E Bambirago è seco, e Farurante,

E Marbalusto, il quale era gigante.

 

6.

Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso,

Argosto di Marmonda e Pulà¯ano;

Tardoco e Mirabaldo era con esso,

Barolango, Arugalte e Cardorano,

Gualciotto, che ogni male avria commesso,

E Dudrinasso, il perfido pagano.

De quindeci ch’io conto, vi prometto,

Stasera non andrà  ben cinque a letto.

 

7.

Se non vien men Fusberta e Durindana,

Non vi andranno, se non vi son portati,

Ma restaranno in su la terra piana,

Morti e destrutti e per pezzi tagliati.

Ora torniamo alla gente africana

E a questi re, che al campo sono entrati

Con tal romore e crido s’ diverso,

Che par che il celo e il mondo sia sumerso.

 

8.

La prima schiera, qual menò Ranaldo,

Che avea settanta miglia di Guasconi,

Fu consumata da costor di saldo,

E cavallier sconfitti con pedoni.

Cos’ come le mosche al tempo caldo,

O ne l’antiqua quercia e formigoni,

Tal era a remirar quella canaglia

Senza numero alcuno alla battaglia.

 

9.

Ma de quei re ciascun somiglia un drago

Adosso a’ nostri; ogniom taglia e percote,

E sopra a tutti Martasino è vago

De abatter gente e far le selle vote;

E cos’ Marbalusto e Bambirago

Al campo di costui seguon le note,

E gli altri tutti ancor senza pietate

Pongono i nostri al taglio de le spate.

 

10.

Il crido è grande, i pianti e la ruina

Di nostra gente morta con fraccasso,

Crescendo ognior la folta saracina,

Che giù del monte vien correndo al basso.

Re Farurante mai non se raffina;

Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso,

Tardoco, Bardarico e Pulà¯ano

Senza rispetto tagliano a due mano.

 

11.

Ranaldo, combattendo tutta fiata

Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore,

Veduta ebbe sua gente sbaratata,

Onde ne prese gran disdegno al core,

E lascia la battaglia cominciata,

Battendo e denti de ira e de furore.

Stati per Dio, segnori, attenti un poco,

Ché or da dovere si comincia il gioco.

 

12.

Battendo e denti se ne va Ranaldo,

Gli omini e l’arme taglia d’ogni banda;

Ove è il zambello più fervente e caldo

Urta Baiardo e a Dio si racomanda.

Il primo che trovò fu Mirabaldo,

In duo cavezzi fuor d’arcione il manda;

Tanto fu il colpo grande oltra misura,

Che per traverso il fesse alla centura.

 

13.

Questo veggendo Argosto di Marmonda

Divenne in faccia freddo come un gelo,

Mirando quel per forza s’ profonda

Tagliar quest’altri come fosse un pelo.

Ranaldo ce gli mena alla seconda,

Facendo squarzi andare insino al celo;

Cimieri e sopraveste e gran pennoni

Volan per l’aria a guisa de falconi.

 

14.

Di teste fesse e di busti tagliati,

Di gambe e braccie è la terra coperta,

E’ Saracini in rotta rivoltati

Fuggendo e ansando con la bocca aperta;

Né puon cridar, tanto erano affrezzati.

Sempre Ranaldo tocca di Fusberta,

Facendo di costor pezzi da cane:

Tristo colui che là  oltra rimane!

 

15.

S’ come Argosto, che in dietro rimase,

E Ranaldo il fer’ con gran possanza,

E sino in su l’arcione il partì quase:

Tre dita non se ten’a della panza.

E quelle genti perfide e malvase

Chi getta l’arco e chi getta la lanza,

E chi lascia la tarca e chi il bastone,

Tutti fuggendo a gran confusà¯one.

 

16.

Combatte in altra parte Martasino,

Che ha per cimiero un capo de grifone,

E sotto a quello uno elmo tanto fino,

Che non teme di brando offensà¯one.

Costui, veggendo per quel gran polvino

Sua gente persa e la destruzà¯one

Che fa tra loro il sir di Montealbano,

Là  s’abandona con la spada in mano.

 

17.

Gionse a Ranaldo dal sinistro lato

E ne l’elmo il fer’ de un manriverso;

Quasi stordito lo mandò nel prato,

Tanto fu il colpo orribile e diverso.

Tardoco ancor di novo era arivato,

E Bardarico gionse di traverso

Con Marbalusto, che è s’ grande e grosso;

Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.

 

18.

Lui da cotanti se diffende apena,

S’ spesso del colpire è la tempesta;

Ciascun de questi quattro è di gran lena,

Né l’un per l’altro di ferir se arresta.

Ranaldo irato a Bardarico mena,

E colse de Fusberta ne la testa,

E fesse l’elmo e la barbuta e ‘l scudo:

A mezo il petto andò quel colpo crudo.

 

19.

Ma lui gionse ne l’elmo Marbalusto,

Il qual portava in mano un gran bastone,

Che avea ferrato tutto intorno il fusto;

Lui gionse ne la testa il fio de Amone.

Cotanta forza ha quel pagan robusto,

Che quasi lo gettò fuor de lo arcione;

Già  tutto da quel canto era piegato,

Ma Tardoco il fer’ da l’altro lato.

 

20.

Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella,

Ferendo, come io dico, a l’altro canto,

E Martasino adosso gli martella,

Ed il cimier gli ruppe tutto quanto.

E mentre che Ranaldo stava in quella,

Il popol de’ Pagan, che era cotanto,

Da Grifaldo guidato e Dudrinasso,

Di novo i nostri posero in fraccasso.

 

21.

Tanta la gente sopra a’ nostri abonda,

Che non vi val diffesa a ogni maniera,

A benché alcun però non se nasconda.

Ma tutta consumata è quella schiera,

Onde al soccorso mosse la seconda,

Che alle baruffe entrò ben volentiera;

Né soi megliori aveva il re de Francia

Di questi dui, de ardire e di possancia:

 

22.

Del duca d’Arli, dico, il bon Sigieri,

E ‘l bono Uberto, duca di Baiona,

Usi in battaglia e franchi cavallieri;

E l’uno e l’altro avea forte persona.

Via se ne vanno al par de bon guerrieri,

De arme e de cridi il cel tutto risuona.

E par che ‘l mondo seco se comova;

Or la battaglia al campo se rinova.

 

23.

Uberto se incontrò col re Grifaldo,

Sigiero e Dudrinasso l’africante;

Uscîr d’arcione e duo pagan di saldo,

Voltando verso il celo ambe le piante.

Vicino a questo loco era Ranaldo,

Qual combattendo, come io dissi avante,

Con quei pagan, condutto era a mal porto,

Benché de’ quattro Bardarico ha morto.

 

24.

Pur sempre il re Tardoco e Martasino

E quel gigante il quale è re de Orano

Toccano adosso al nostro paladino,

L’un col bastone e’ duo col brando in mano.

Ora Sigieri, essendo là  vicino,

Presto cognobbe il sir de Montealbano,

E là  per dargli aiuto se abandona:

A tutta briglia il suo destrier sperona.

 

25.

E mena al re Tardoco in prima gionta,

E tra lor duo se cominciò la danza,

Con gran percosse di taglio e di ponta.

Ma pur Sigieri il saracino avanza,

Come Turpino al libro ce raconta;

Al fin gli messe il brando per la panza,

E le rene forò sotto al gallone,

Via più de un palmo passò ancor l’arcione.

 

26.

Né avendo ancora il brando rà¯avuto,

Ché forte ne l’arcione era inclinato,

Per voler dare al re Tardoco aiuto

Aponto Martasino era voltato;

Ma, poi che il vidde a quel caso venuto,

Che il freno aveva e il brando abandonato,

Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa,

E la barbuta e l’elmo gli fraccassa.

 

27.

Tanta possanza avea quel maledetto,

Che per la fronte gli partì la faccia,

E ‘l collo aperse e giù divise il petto,

Ché non vi valse usbergo né coraccia.

Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto,

E con Fusberta adosso a lui se caccia:

Dico Ranaldo adosso a Martasino

Lascia un gran colpo in su l’elmo acciarino.

 

28.

Forte era l’elmo, come aveti odito,

E per quel colpo ponto non se mosse,

Ma rimase il pagano imbalordito,

Ché la barbuta al mento se percosse,

E stette un quarto de ora a quel partito,

Che non sapeva in qual mondo se fosse;

E, mentre che in tal caso fa dimora,

Re Marbalusto col baston lavora.

 

29.

Ad ambe mano alzò la grossa maccia,

E sopra al fio de Amon con furia calla;

Ranaldo a lui rimena, non minaccia,

Con sua Fusberta che giamai non falla.

Meza la barba gli tolse di faccia,

Ché la masella pose in su la spalla,

Né elmo o barbuta lo diffese ponto,

Ché ‘l viso gli tagliò, come io vi conto.

 

30.

Smarito di quel colpo il saracino

Subitamente se pose a fuggire,

E ritrovò nel campo il re Sobrino,

Qual, veggendo costui in tal mart’re,

– Ove è, – cridava – dove è Martasino,

E Bardarico, che ebbe tanto ardire?

Ov’è Tardoco, il giovane mal scorto?

So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

 

31.

Non fu dato credenza al mio parlare;

Da Rodamonte apena me diffese,

Quando a Biserta io presi a racontare

La possanza di Carlo in suo paese.

Se io dissi veritate ora si pare,

Ché faciamo la prova a nostre spese;

Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna,

Ché qua voglio io morir senza vergogna. –

 

32.

Cos’ dicendo quel crudo vecchiardo

Via va correndo e Marbalusto lassa;

Tagliando e nostri senza alcun riguardo

E sempre dissipando avanti passa.

Da ciascun canto quel pagan gagliardo

Destrieri insieme ed omini fraccassa.

E ne lo andare il forte saracino

Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.

 

33.

Perché, dapoi che in sé fu rivenuto,

Fu con Ranaldo di novo alle mano,

Ma certamente gli bisogna aiuto,

Ché male il tratta il sir de Montealbano.

Come Sobrino il fatto ebbe veduto,

Cridava, essendo alquanto anco lontano:

– Ove son le prodezze e l’arroganze

Che dimostravi in Africa di zanze?

 

34.

Ove lo ardir che avesti, e quella fronte

Che dimostravi in quello giorno, quando

Con tal ruina giù callavi il monte

E che stimavi tanto poco Orlando?

Or questo che ti caccia non è il conte,

Che avevi morto e preso al tuo comando;

Questo non è colui che ha Durindana,

E pur ti caccia a guisa de puttana. –

 

35.

Non guarda Martasino a tal parlare,

E ponto non l’intende e non l’ascolta,

Ché certamente aveva altro che fare,

Tanto Ranaldo lo menava in volta.

Ma il re Sobrin non stette ad aspettare:

Avendo ad ambe man sua spada còlta,

Percosse di gran forza il fio d’Amone

Sopra al cimier, che è un capo di leone.

 

36.

Un capo di leone e il collo e il petto

Portava il pro’ Ranaldo per cimiero,

Ma il re Sobrino il tolse via di netto,

Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero;

Onde prese de ciò molto dispetto,

E volta a quel pagano il cavalliero;

Ma, mentre che si volta, Martasino

Percosse lui ne l’elmo de Mambrino.

 

37.

Come ne l’alpe, alla selva men folta,

Da’ cacciatori è l’orso circondato,

Quando l’armata è d’intorno aricolta,

Chi tra’ davanti e chi mena da lato;

Lui lascia questo, e a quello altro si volta,

Ché de ciascun vôle esser vendicato,

E mentre che a girarse più se affretta,

Più tempo perde e mai non fa vendetta:

 

38.

Cotale era Ranaldo in quel zambello,

Sendo condutto a quei pagani in mezo;

A lui sempre feriva or questo or quello,

Ed esso a tutti attende e fa ‘l suo pezo.

Ciascuno de quei re sembrava ocello,

Come scrive Turpino, il quale io lezo;

Tanto eran presti e scorti nel ferire,

Ch’io nol posso mostrar, né in rima dire.

 

39.

Come io vi dico, senza alcun riguardo

Qual dietro mena e qual tocca davante;

Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo

Pur fa gran prove, e non potria dir quante.

Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo,

Del monte era disceso il re Agramante,

E di tanta canaglia il piano è pieno,

Che par che al crido il mondo venga meno.

 

40.

Poco davanti è Rugier paladino,

Daniforte vien dietro e Barigano,

Ed Atalante, quel vecchio indivino,

Mulabuferso, che è re di Fizano,

El re Brunello, il falso piccolino,

Mordante, Dardinello e Sorridano,

E seco Prusà¯one e Manilardo

E Balifronte, il perfido vecchiardo.

 

41.

Re de Almasilla vien Tanfirà¯one:

Chi potria racordar tutti costoro?

Mancavi il re di Septa, Dorilone,

Che dietro ne ven’a con Pinadoro.

Provato ha l’uno il figlio di Melone,

E l’altro è copà¯oso di tesoro:

Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti,

Mandan gli arditi e’ disperati avanti.

 

42.

Per tal cagione indetro era rimaso

Il re di Constantina e quel di Cetta,

E ben confortan gli altri in questo caso

A gire avanti, ove è la folta stretta.

Ora me aiuta, ninfa di Parnaso,

Suona la tromba e meco versi detta;

S’ gran baruffa me apparecchio a dire,

Che senza aiuto io non potrò seguire.

 

43.

Re Carlo tutto il fatto avea veduto,

E a’ soi rivolto il franco imperatore

Dicea: – Fil’ioli, il giorno oggi è venuto,

Che sempre al mondo ce può fare onore.

Da Dio dovemo pur sperare aiuto,

Ponendo nostra vita per suo amore,

Né perder se può quivi, al parer mio:

Chi starà  contra noi, se nosco è Iddio?

 

44.

Né vi spaventi quella gran canaglia,

Benché abbia intorno la pianura piena;

Ché poco foco incende molta paglia,

E piccol vento grande acqua rimena.

Se forà¯osi entramo alla battaglia,

Non sosterranno il primo assalto apena.

Via! Loro adosso a briglie abandonate!

Già  sono in rotta; io il vedo in veritate. –

 

45.

Nel fin de le parole Carlo Mano

La lancia arresta e sprona il corridore.

Or chi ser’a quel traditor villano

Che, veggendo alla zuffa il suo segnore,

Non se movesse seco a mano a mano?

Qua se levò l’altissimo romore;

Chi suona trombe e chi corni, e chi crida:

Par che il cel cada e il mondo se divida.

 

46.

Da l’altra parte ancora e Saracini

Facean tremar de stridi tutto il loco.

Correndo l’un ver l’altro son vicini:

Discresce il campo in mezo a poco a poco,

Fosso non vi è né fiume che confini,

Ma urtarno insieme gli animi di foco,

Spronando per quel piano a gran tempesta;

Ruina non fu mai simile a questa.

 

47.

Le lancie andarno in pezzi al cel volando,

Cadendo con romore al campo basso,

Scudo per scudo urtò, brando per brando,

Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso.

Questa mistura a Dio la racomando:

Re, caval, cavallier sono in un fasso,

Cristiani e Saracini, e non discerno

Qual sia del celo, qual sia de l’inferno.

 

48.

Chi rimase abattuto a quella volta,

Non vi crediati che ritrovi iscampo,

Ché adosso gli passò quella gran folta,

Né se sviluppà¢r mai di quello inciampo;

Ma la schiera pagana in fuga è volta,

E già  de’ nostri è più de mezo il campo;

Ferendo e trabuccando a gran ruina,

Via se ne va la gente saracina.

 

49.

Essendo da due arcate già  fuggiti,

Pur li fece Agramante rivoltare;

Allora e nostri, in volta e sbigotiti,

Incominciarno il campo abandonare,

Fuggendo avanti a quei che avean seguiti:

Come intraviene al tempestoso mare,

Che il maestrale il caccia di riviera,

Poi vien sirocco, e torna dove egli era.

 

50.

Cos’ tra Saracini e Cristà¯ani

Spesso nel campo se mutava il gioco,

Or fuggendo or cacciando per quei piani,

Cambiando spesso ciascaduno il loco,

Benché e signori e’ cavallier soprani

Se traesseno a dietro a poco a poco.

Pur la gente minuta e la gran folta

Com’una foglia ad ogni vento volta.

 

51.

Tre fiate fu ciascun del campo mosso,

Non potendo l’un l’altro sostenire.

La quarta volta se tornarno adosso,

E destinati son de non fuggire.

Petto con petto insieme fu percosso;

L’aspra battaglia e l’orrendo ferire

Or se incomincia e la crudel baruffa:

Questo con quello e quel con questo ha zuffa.

 

52.

Re Pulicano e Ottone, il bono anglese,

Se urtarno insieme con la spada in mano;

Rugiero al campo de’ Cristian distese,

Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano.

Ricardo ed Agramante alle contese

Stettero alquanto sopra di quel piano,

Ma al fin lo trasse il saracin de arcione,

Poi rafrontò Gualtier da Monlà¯one,

 

 

53.

E Barigano, el duca de Baiona,

E Gulielmier di Scoccia, Daniforte.

De Carlo Mano la real corona

Feritte in testa Balifronte a morte.

Re Moridano avea franca persona,

Né de lui Sinibaldo era men forte,

Sinibaldo de Olanda, il conte ardito:

Costor toccà¢r l’un l’altro a bon partito.

 

54.

Apresso Daniberto, il re frisone,

Col re de la Norizia, Manilardo;

Brunello il piccolin, che è un gran giottone,

Stava da canto con molto riguardo.

Ma poco apresso il re Tanfirà¯one

S’affrontò con Sansone, il bon picardo;

E gli altri tutti, senza più contare,

Chi qua chi là  se avean preso che fare.

 

55.

è la battaglia in sé ramescolata,

Come io ve dico, a questo assalto fiero;

De crido in crido al fin fu riportata

Sin là  dove era il marchese Oliviero,

Che combattuto ha tutta la giornata

Contra a Grandonio, il saracino altiero,

E fatto ha l’un a l’altro un gran dannaggio,

Benché vi è poco o nulla d’avantaggio.

 

56.

Ma, s’ come Olivier per voce intese

L’alta travaglia ove Carlo è condotto,

Forte ne dolse a quel baron cortese:

Lasciò Grandonio e là  corse di botto.

Cos’ fu reportato anche al Danese,

Qual combatteva, e non era al desotto,

Anci ben stava a Serpentino al paro;

De la lor zuffa vi è poco divaro.

 

57.

Ma, come oditte che ‘l re Carlo Mano

Entrato era a battaglia s’ diversa,

Subitamente abandonò il pagano,

Io dico Serpentin, l’anima persa,

E via correndo il cavallier soprano

Poggetti e valli e gran macchie atraversa,

Sin che fu gionto sotto a l’alto monte

Ove azuffato è Carlo e Balifronte.

 

58.

Cos’ a ciascun che al campo combattia,

Fu l’aspra zuffa subito palese,

Ove il re Carlo e la sua baronia

Contra Agramante stava alle contese.

L’un più che l’altro a gran fretta ven’a

A spron battuti e redine distese,

E s’ ve se adunarno a poco a poco,

Che ormai non è battaglia in altro loco.

 

59.

Però che ‘l re Marsilio e Balugante,

Grandonio di Volterna e Serpentino

E l’altre gente sue, ch’eran cotante,

Mirando per quel monte il gran polvino,

Ben se stimarno che gli era Agramante,

Ed ormai gionger dovea per confino,

Onde tornarno adietro a dargli aiuto;

Ma già  con lor non viene Feraguto.

 

60.

Però che era fiaccato in tal maniera

Dal pro’ Ranaldo, come io vi contai,

Che, stando a rinfrescarsi alla riviera,

Più per quel giorno non tornò giamai.

Vago fu molto il loco dove egli era,

De fiori adorno e de occelletti gai,

Che emp’an di zoia il boschetto cantando,

E là  in nascosto stava ancora Orlando;

 

61.

Perché, poi che esso lasciò Pinadoro

(Non so se ricordate il convenente),

Venne in quel bosco e scese Brigliadoro,

E là  pregava Iddio devotamente

Che le sante bandiere a zigli d’oro

Siano abattute e Carlo e la sua gente;

E pregando cos’ come io ve ho detto,

Lo trovò Feraguto in quel boschetto.

 

62.

Né l’un de l’altro già  prese sospetto

Come se fôrno insieme ravisati;

Ma qual fosse tra lor l’ultimo effetto,

Da poi vi narrarò, se me ascoltati.

Or l’aspro assalto che di sopra ho detto,

Quale ha tanti baron ramescolati,

Si rinovò s’ crudo e s’ feroce,

Che io temo che al contar manchi la voce.

 

63.

Onde io riprenderò di posa alquanto,

Poi tornarò con rime più forbite,

Seguendo la battaglia de che io canto,

Ove l’alte prodezze fiano odite

Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto.

Baron cortesi, ad ascoltar venite,

Perché al principio mio io me dispose

Cantarvi cose nove e dilettose.

 

 

CANTO TRENTESIMOPRIMO

 

1.

Il sol girando in su quel celo adorno

Passa volando e nostra vita lassa,

La qual non sembra pur durar un giorno

A cui senza diletto la trapassa;

Ond’io pur chieggio a voi che sete intorno,

Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa,

Ed ogni affanno ed ogni pensier grave

Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.

 

2.

Ed io, quivi a voi tuttavia cantando,

Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero,

E la istoria passata seguitando,

Narrar vi voglio il fatto tutto intiero,

Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando

Con Feraguto, quel saracin fiero,

Qual, come gionse in su l’acqua corrente,

Orlando il ricognobbe amantinente.

 

3.

Era in quel bosco una acqua di fontana;

Sopra alla ripa il conte era smontato,

Ed avea cinta al fianco Durindana,

E de ogni arnese tutto quanto armato.

Or cos’ stando in su quella fiumana,

Gionse anche Feragù molto affannato,

Di sete ardendo e d’uno estremo caldo

Per la battaglia che avea con Ranaldo.

 

4.

Come fu gionto, senza altro pensare

Discese de lo arcione incontinente;

Trasse a sé l’elmo e, volendo pigliare

De l’onda fresca al bel fiume lucente,

O per la fretta o per poco pensare

L’elmo gli cadde in quella acqua corrente,

Ed andò al fondo sin sotto l’arena:

Di questo Feraguto ebbe gran pena.

 

5.

L’elmo nel fondo basso era caduto,

Né sa quel saracin ciò che si fare,

Se non in vano adimandare aiuto

E al suo Macone starsi a lamentare.

In questo Orlando l’ebbe cognosciuto

Al scudo e a l’arme che suolea portare;

Ed appressato a lui in su la riviera,

Lo salutò parlando in tal maniera:

 

6.

– Chi te puote aiutare, ora te aiute,

Ed usi verso te tanta pietate,

Che non te mandi a l’anime perdute,

Essendo cavallier di tal bontate.

Cos’ te dricci alla eterna salute

Cognoscimento de la veritate;

Nel ciel gioia te doni e in terra onore,

Come tu sei de’ cavallieri il fiore. –

 

7.

Alciando Feraguto il guardo altiero

A quel parlar cortese che ho contato,

Incontinente scorto ebbe il quartiero,

E ben se tenne alora aventurato,

Poi che la cima de ogni cavalliero

Aveva in quel boschetto ritrovato,

Parendo a lui de averlo a sua bal’a

O de pigliarlo o farli cortesia.

 

8.

E fatto lieto, dove era dolente

Per quel bello elmo che è caduto al fondo,

– Non vo’ – disse – dolermi per nà¯ente

Più mai di caso che mi venga al mondo;

Perché, dove io stimai de esser perdente,

Più contento mi trovo e più iocondo

Che esser potesse mai de alcuno acquisto,

Dapoi che ‘l fior d’ogni barone ho visto.

 

9.

Ma dimmi, se gli è licito a sapere:

Perché nel campo, ove è battaglia tanta,

Non te ritrovi a mostrar tuo potere,

Dove Ranaldo sol de onor si vanta?

Sopra di me ben l’ha fatto vedere,

Che son fatato dal capo alla pianta

Per tutti e membri, fora che un sol loco;

Ma ciò giovato me è nà¯ente, o poco.

 

10.

Né credo che abbia il mondo altro barone

Qual superchi Ranaldo di valore,

Benché per tutto sia la opinà¯one

La qual ti tien di lui superà¯ore;

Ma se veder potessi il parangone

E provar qual di voi fosse il minore

Di fortezza, destrezza e de ardimento,

E poi morissi, io moriria contento.

 

11.

E certo che io te volsi disfidare

Come io te viddi ed ebboti compreso,

Ché ogn’altra cosa fabula mi pare,

Poiché dal fio de Amon me son diffeso. –

Odendo Orlando questo ragionare,

De ira e de sdegno fu nel core acceso,

Onde rispose: – E’ si può dir con vero

Ch’el fio de Amone è prodo cavalliero.

 

12.

Ma quel parlare e lunga cortesia

Qual tanto loda alcun fuor di misura,

Ne offende l’onor de altri in villania.

Se tu tenessi in capo l’armatura,

In poco d’ora si dimostraria

Quel parangon de che hai cotanta cura;

Se il valor di Ranaldo ti è palese,

Me provaresti, e forse alle tue spese.

 

13.

Poscia che stracco sei di gran travaglia,

Non ti farebbe adesso adispiacere,

Ché tornar voglio in campo alla battaglia,

E, mal per qual che sia, farò vedere

Se la mia spada al par d’una altra taglia. –

Cos’ parlando il conte, al mio parere,

Con molta fretta ed animo adirato

Sopra al destrier sal’ de un salto armato.

 

14.

Rimase Feraguto alla foresta,

Che era affannato, come io ve contai,

Ed era disarmato de la testa,

E penò poi ad aver l’elmo assai.

Ma il conte Orlando menando tempesta

Via va correndo, e non se posa mai

Sin che fu gionto a ponto in quelle bande

Ove è la zuffa e la battaglia grande.

 

15.

Come io ve dissi nel passato giorno,

Re Carlo ed Agramante alla frontiera

Avea ciascuno e suoi baroni intorno:

Battaglia non fu mai più orrenda e fiera.

Non vi è chi voglia di vergogna scorno,

Ma ciascun vôl morir più volentiera

E che sia il spirto e l’animo finito,

Che abandonar del campo preso un dito.

 

16.

Le lancie rotte e’ scudi fraccassati,

Le insegne polverose e le bandiere,

E’ destrier morti e’ corpi riversati

Facean quel campo orribile a vedere;

E’ combattenti insieme amescolati,

Senza governo on ordine de schiere,

Facean romore e crido s’ profondo,

Come cadesse con ruina il mondo.

 

17.

Lo imperator per tutto con gran cura

Governa, combattendo arditamente,

Ma non vi giova regula o misura:

Suo comandar stimato è per nà¯ente;

E benché egli abbia un cor senza paura,

Pur mirando Agramante e sua gran gente,

De retirarse stava in gran pensiero,

Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

 

18.

Correndo ven’a il conte di traverso,

Superbo in vista, in atto minacciante.

Levosse il crido orribile e diverso,

Come fu visto quel segnor de Anglante;

E se alcun forse avea l’animo perso,

Mirando il paladin se trasse avante;

E ‘l re Carlon, che ‘l vidde di lontano,

Lodava Idio levando al cel le mano.

 

19.

Or chi contarà  ben l’assalto fiero?

Chi potrà  mai quei colpi dessignare?

Da Dio l’aiuto mi farà  mestiero,

Volendo il fatto aponto racontare;

Perché ne l’aria mai fu trono altiero,

Né groppo di tempesta in mezo al mare,

Né impeto d’acque, né furia di foco,

Qual l’assalir de Orlando in questo loco.

 

20.

Grandonio di Volterna, il fier gigante,

Gionto era alora alla battaglia scura;

Con un baston di ferro aspro e pesante

Copria de morti tutta la pianura.

Questo trovosse al conte Orlando avante,

E ben gli bisognava altra ventura,

Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone,

Che mezo morto usc’ fuor de l’arcione.

 

21.

Quel cadde tramortito alla foresta;

Il conte sopra lui non stette a bada,

Ma trasse il brando e mena tal tempesta

Come a ruina lo universo cada,

Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa.

Non si trova riparo a quella spada,

Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia,

Ché omini e l’arme a gran fraccasso taglia.

 

22.

Cavalli e cavallieri a terra vano

Ovunque ariva il conte furà¯oso.

Ecco tra gli altri ha visto Cardorano,

Quel re di Mulga, che è tutto peloso.

Il paladin il gionse ad ambe mano,

E parte il mento e ‘l collo e ‘l petto gioso;

Lui cade de l’arcion morto di botto,

Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:

 

23.

Il re Gualciotto di Bellamarina,

Qual ben fuggia da lui più che di passo;

E ‘l conte fra la gente saracina

Segue lui solo e mena gran fraccasso,

Ché porlo in terra al tutto se destina;

Ma avanti se gli oppose Dudrinasso,

A benché dir non sappia in veritate

Se sua sciagura fosse o voluntate.

 

24.

Costui ch’io dico, è re de Libicana.

Un volto non fu mai cotanto fiero,

Larga la bocca avea più de una spana;

Grosso e membruto e come un corbo nero.

Orlando lo assal’ con Durindana

Ed ispiccolli il capo tutto intiero;

Via volò l’elmo, e dentro avia la testa:

Già  per quel colpo il conte non s’arresta,

 

25.

Perché adocchiato avea Tanfirà¯one,

Re de Almasilla, orrenda creatura,

Che esce otto palmi e più sopra a l’arcione,

Ed ha la barba insino alla cintura.

A questo gionse il figlio de Melone,

E ben gli fece peggio che paura,

Perché ambedue le guanze a mezo ‘l naso

Part’ a traverso il viso a quel malvaso.

 

26.

Né a s’ gran colpi in questo assalto fiero

Giamai se allenta il valoroso conte.

Più non se trova re né cavalliero

Qual pur ardisca di guardarlo in fronte,

Quando vi gionse il giovane Rugiero,

E vidde fatto di sua gente un monte:

Un monte rasembrava più né meno,

Tutto di sangue e corpi morti pieno.

 

27.

Cognobbe Orlando a l’insegna del dosso,

A benché a poco se ne discernia,

Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso,

Pel sangue de’ Pagan che morti avia.

Verso del conte il giovane fu mosso:

Ben vi so dir che ormai de vigoria,

De ardire e forza e di valore acceso,

Una sol dramma non vi manca a peso.

 

28.

E se incontrarno insieme a gran ruina:

Tempesta non fu mai cotanto istrana

Quando duo venti in mezo la marina

Se incontran da libezio a tramontana.

De le due spade ogniuna era più fina:

Sapeti ben qual era Durindana,

E qual tagliare avesse Balisarda,

Che fatasone e l’arme non riguarda.

 

29.

Per far perire il conte questo brando

Fu nel giardin de Orgagna fabricato:

Come Brunello il ladro il tolse a Orlando,

E come Rugier l’ebbe, è già  contato,

Più non bisogna andarlo ramentando;

Ma seguendo l’assalto incominciato,

Dico che un s’ crudele e s’ perverso

Non fu veduto mai ne l’universo.

 

30.

Come loro arme sian tela di ragna,

Tagliano squarci e fanno andare al prato.

Di piastre era coperta la campagna,

Ciascadun de essi è quasi disarmato,

E l’un da l’altro poco vi guadagna:

Sol di colpi crudeli han bon mercato;

E tanto nel ferir ciascun s’affretta,

Che l’una botta l’altra non aspetta.

 

31.

Sopra de Orlando il giovane reale

Ad ambe mano un gran colpo distese,

E spezzò l’elmo dal cerchio al guanzale,

Ché fatason né piastra lo diffese.

Vero che al conte non tocca altro male,

Come a Dio piacque; ché il colpo discese

Tra la farsata aponto e le mascelle,

S’ che lo rase e non toccò la pelle.

 

32.

Orlando fer’ lui con tanta possa,

Che spezzò il scudo a gran destruzà¯one,

Né lo ritenne nerbo o piastra grossa,

Ma tutto lo partì sino a lo arcione;

E fuor discese il colpo ne la cossa,

Tagliando arnese ed ogni guarnisone:

La carne non tagliò, ma poco manca,

Ché il celo aiuta ogni persona franca.

 

33.

Fermate eran le gente tutte quante

A veder questi duo s’ ben ferire;

Ed in quel tempo vi gionse Atalante,

Qual cercava Rugiero, il suo disire;

E come visto l’ebbe a sé davante

Per quel gran colpo a risco de morire,

Subito prese tanto disconforto,

Che quasi dal destrier cadde giù morto.

 

34.

Incontinente il falso incantatore

Formò per sua mala arte un grande inganno

E molta gente finse, con romore,

Che fanno a Cristà¯an soperch’io danno.

Nel mezo sembra Carlo imperatore

Chiamando: – Aiuto! aiuto! – con affanno:

Ed Olivier legato alla catena,

Un gran gigante trasinando il mena.

 

35.

Ranaldo a morte là  parea ferito,

Passato de un troncone a mezo il petto,

E cridava: – Cugino, a tal partito

Me lasci trasinar con tal dispetto? –

Rimase Orlando tutto sbigotito,

Mirando tanto oltraggio al suo cospetto,

Poi tutto il viso tinse come un foco

Per la grande ira, e non trovava loco.

 

36.

A gran roina volta Brigliadoro,

E Rugiero abandona e la battaglia,

Né prende al speronare alcun ristoro.

Avanti ad esso fugge la canaglia,

Menando li pregioni in mezo a loro,

Che gli ha de intorno fatto una serraglia;

E proprio sembra che li porti il vento,

Tanta è la forza de lo incantamento!

 

37.

Rugier, poiché partito è il paladino,

Rimase assai turbato ne la mente;

Prese una lancia e, rivolto Frontino,

Con molta furia dà  tra nostra gente,

E sopra al campo ritrovò Turpino.

Né vespro o messa a lui valse nà¯ente,

Né paternostri on altre orazà¯one,

Ché a gambe aperte usc’ fuor de l’arcione.

 

38.

Rugier lo lascia e a gli altri se abandona,

Come dal monte corre il fiume al basso;

Colse nel petto al duca di Baiona,

E tutto lo passò con gran fraccasso.

Re Salamon, che in capo ha la corona,

Andò col suo destrier tutto in un fasso;

Dà  a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino:

Tra lor non fu vantaggio de un lupino;

 

39.

Ché tutti quattro insieme nel sabbione

Se ritrovarno a dar de’ calci al vento.

Rugier tutti gli abatte, el fier garzone,

E sempre cresce in forza ed ardimento;

Poi riscontrò Gualtier da Monlà¯one,

E fuor di sella il caccia con tormento.

Non fu veduto mai cotanta lena:

Quanti ne trova, al par tutti li mena.

 

40.

Già  gli altri saracin, che prima ascosi

Per la tema de Orlando eran fuggiti,

Or più che mai ritornano animosi,

E sopra al campo se mostrano arditi.

Rugier fa colpi s’ meravigliosi,

Che quasi sono e nostri sbigotiti,

Né posson contrastare a tanta possa;

La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

 

41.

Però che ‘l re Agramante e Martasino

Dopo Rugiero entrarno al gran zambello,

Mordante e Barigano e ‘l re Sobrino,

Atalante il mal vecchio e Dardinello,

Mulabuferso, il franco saracino;

E dietro a tutti stava il re Brunello,

Benché conforta ogniom che avanti vada,

Per governar qualcosa che gli cada.

 

42.

Rugier davanti fa s’ larga straza

Che non bisogna a lor troppa possancia,

Né fuor del fodro ancor la spada caza,

Però che resta integra la sua lancia.

Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza,

E fia sconfitta la corte di Francia.

Ma non posso al presente tanto peso:

Nel terzo libro lo porrò disteso.

 

43.

Prima vi vo’ contar quel che avenisse

Del conte Orlando, il quale avea seguito

Quel falso incanto, s’ come io vi disse,

Ove sembrava Carlo a mal partito.

Parea che avanti a lui ciascun fuggisse

Tremando di paura e sbigotito,

Sin che fôr gionti al mare in su l’arena,

Poco lontani alla selva de Ardena.

 

44.

Di verde lauro quivi era un boschetto

Cinto d’intorno de acqua di fontana,

Ove disparve il popol maledetto:

Tutto andò in fumo, come cosa vana.

Ben se stupitte il conte, vi prometto,

Per quella meraviglia tanto istrana,

E sete avendo per la gran calura,

Entrò nel bosco in sua mala ventura.

 

45.

Come fu dentro, scese Brigliadoro

Per bere al fonte che davanti appare;

Poi che legato l’ebbe ad uno alloro,

Chinosse in su la ripa a l’onde chiare.

Dentro a quell’acqua vidde un bel lavoro,

Che tutto intento lo trasse a mirare:

Là  dentro de cristallo era una stanza

Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

 

46.

Le vaghe dame danzavano intorno,

Cantando insieme con voce amorose,

Nel bel palagio de cristallo adorno,

Scolpito ad oro e pietre prezà¯ose.

Già  se chinava a l’occidente il giorno,

Alor che Orlando al tutto se dispose

Vedere il fin di tanta meraviglia,

Né più vi pensa e più non se consiglia;

 

47.

Ma dentro a l’acqua s’ come era armato

Gettossi e presto gionse insino al fondo,

E là  trovosse in piede, ad un bel prato:

Il più fiorito mai non vidde il mondo.

Verso il palagio il conte fu invà¯ato,

Ed era già  nel cor tanto giocondo,

Che per letizia s’amentava poco

Perché fosse qua gionto e di qual loco.

 

48.

A lui davante è una porta patente,

Qual d’oro è fabricata e di zafiro,

Ove entrò il conte con faccia ridente,

Danzando a lui le dame atorno in giro.

Mentre che io canto, non posa la mente,

Ché gionto sono al fine, e non vi miro;

A questo libro è già  la lena tolta:

Il terzo ascoltareti un’altra volta.

 

49.

Alor con rime elette e miglior versi

Farò battaglie e amor tutto di foco;

Non seran sempre e tempi s’ diversi

Che mi tragan la mente di suo loco;

Ma nel presente e canti miei son persi,

E porvi ogni pensier mi giova poco:

Sentendo Italia de lamenti piena,

Non che or canti, ma sospiro apena.

 

50.

A voi, legiadri amanti e damigelle,

Che dentro ai cor gentili aveti amore,

Son scritte queste istorie tanto belle

Di cortesia fiorite e di valore;

Ciò non ascoltan queste anime felle,

Che fan guerra per sdegno e per furore.

Adio, amanti e dame pellegrine:

A vostro onor di questo libro è il fine.