Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

 

LIBRO TERZO

 

LIBRO TERZO DE ORLANDO INAMORATO, NEL QUALE SE CONTIENE LE PRODEZE DE MANDRICARDO ED ALTRI CAVALLIERI CON LA LIBERAZIONE DE ORLANDO ED ALTRI PALAINI, GENEALOGIE DE RUGIERO, ASSEDIO DE PARIGI ED AMORE VANO DE FIORDESPINA CON BRADAMANTE.

 

 

CANTO PRIMO

 

1.

Come più dolce a’ naviganti pare,

Poi che fortuna li ha battuti intorno,

Veder l’onda tranquilla e queto il mare,

L’aria serena e il cel di stelle adorno;

E come il peregrin nel caminare

Se allegra al vago piano al novo giorno,

Essendo fuori uscito alla sicura

De l’aspro monte per la notte oscura;

 

2.

Così, dapoi che la infernal tempesta

De la guerra spietata è dipartita,

Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa

E questa corte più che mai fiorita,

Farò con più diletto manifesta

La bella istoria che ho gran tempo ordita:

Venite ad ascoltare in cortesia,

Segnori e dame e bella baronia.

 

3.

Le gran battaglie e il trïomfale onore

Vi contarò di Carlo, re di Franza,

E le prodezze fatte per amore

Dal conte Orlando, e sua strema possanza;

Come Rugier, che fu nel mondo un fiore,

Fosse tradito; e Gano di Maganza,

Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele,

Lo uccise a torto, il perfido crudele.

 

4.

E seguirovi, sì come io suoliva,

Strane aventure e battaglie amorose,

Quando virtute al bon tempo fioriva

Tra cavallieri e dame grazïose,

Facendo prove in boschi ed ogni riva,

Come Turpino al suo libro ce espose.

Ciò vo’ seguire, e sol chiedo di graccia

Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.

 

5.

Nel tempo che il re Carlo de Pipino

Mantenne in Franza stato alto e giocondo,

Uscì di Tramontana un Saracino,

Che pose quasi lo universo al fondo;

Né dove il sol se leva a matutino,

Né dove calla, né per tutto il mondo,

Fo mai trovato in terra un cavalliero

Di lui più franco e più gagliardo e fiero.

 

6.

Mandricardo appellato era il Pagano,

Qual tanta forza e tale ardire avia,

Che mai non vestì l’arme il più soprano,

Ed era imperator di Tartaria;

Ma fo tanto superbo ed inumano

Che sopra alcun non volse segnoria,

Che non fosse in battaglia esperto e forte:

A tutti gli altri facea dar la morte.

 

7.

Onde fo il regno tutto disertato,

Abandonò ciascuno il suo paese.

Ora trovosse un vecchio disperato,

Qual, non sapendo fare altre diffese,

Passando avanti al re preso e legato

Con alti cridi a terra se distese,

Facendo sì diverso lamentare

Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.

 

8.

– Mentre ch’io parlo, – disse il vecchio – aspetta,

E poi farai di me quel che ti pare.

L’anima del tuo patre maledetta

Non può il mal fiume allo inferno passare,

Perché scordata se è la sua vendetta.

Sopra alla ripa stassi a lamentare:

Stassi piangendo e tien la testa bassa,

Ché ogni altro morto sopra li trapassa.

 

9.

Il tuo patre Agrican, non so se ‘l sai,

O nol saper te infingi per paura,

Dal conte Orlando occiso fo con guai:

A te del vendicar tocca la cura.

Tu fai morir chi non te offese mai,

E meni per orgoglio tanta altura;

Non è stimato, datelo ad intendere,

Chi offende quel che non si può deffendere.

 

10.

Va, trova lui, che ti potrà respondere,

E mostra contra a Orlando il tuo furore.

La tua vergogna non si può nascondere:

Troppo è palese ogni atto de segnore.

Codardo e vile, or non ti dèi confondere

Pensando alla onta grande e il disonore

Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco

Che hai faccia de apparire in alcun loco? –

 

11.

Così cridava il vecchio ad alta voce,

Come io vi conto, e più volea seguire;

Se non che Mandricardo, il re feroce,

A lo ascoltar non puote sofferire.

Una ira sì rovente il cor li coce,

Che se convenne subito partire,

E ne la zambra se serrò soletto,

Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.

 

12.

Dopo molto pensar prese partito

Suo stato e tutto il regno abandonare.

Per non esser da altrui mostrato a dito

Giurò nella sua corte mai tornare,

Ma reputar se stesso per bandito

Sin che il suo patre possa vendicare;

Né a sé ritenne tal pensiero in petto,

Ma palesollo e poselo ad effetto.

 

13.

Avendo a tutto il regno proveduto

Di bon governo de ottima persona,

Nel tempio de’ suoi dei ne fo venuto,

E sopra al foco offerse la corona;

Poi se partì la notte scognosciuto,

Ed a fortuna tutto se abandona:

Senza arme, a piede, come peregrino

Verso ponente prese il suo camino.

 

14.

Arme non tolse e non mena destriero,

Per non voler che al mondo fosse detto

Che alcuno aiuto a lui facea mestiero

Per vendicar sua onta e suo dispetto.

E lui prosume molto de legiero

De acquistarse arme e un bon destrier eletto,

Sì che ponga ad effetto el suo disegno

Sol sua prodezza, e non forza di regno.

 

15.

Così, soletto sempre caminando,

Passò gli Armeni ed altra regïone,

E da un colletto un giorno remirando

Presso a una fonte vidde un paviglione.

Là giù se calla, nel suo cor pensando,

Se vi trova arme dentro né ronzone,

Per forza o bona voglia a ogni partito

Non se levar de là se non fornito.

 

16.

Poiché fu gionto in su la terra piana,

Ne la cortina entrò senza paura.

Non vi è persona prossima o lontana,

Che abbia del pavaglion guarda né cura;

Solo una voce uscì de la fontana,

Qual gorgogliava per quella acqua pura,

Dicendo: – Cavallier, per troppo ardire

Fatto èi pregione, e non te poi partire. –

 

17.

O che lui non odette, o non intese,

Alle parole non pose pensiero,

Ma per il pavaglione a cercar prese,

Se ivi trovasse né arme né destriero.

L’arme a un tapete tutte eran distese,

Ciò che bisogna aponto a un cavalliero;

E lì fuori ad un pino in su quel sito

Legato era un ronzon tutto guarnito.

 

18.

Quello ardito baron senza pensare

L’arme se pose adosso tutte quante.

Preso è il destriero e, via volendo andare,

Subito un foco a lui sorse davante.

Nel pino prima si ebbe a divampare,

E, quello acceso sin sotto le piante,

Per ogni lato il foco se trabocca,

Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.

 

19.

Gli arbori e l’erbe e pietre di quel loco

Tutte avamparno a gran confusïone;

La fiamma cresce intorno a poco a poco,

Tanto che dentro chiuse quel barone.

A lui se aventa lo incantato foco

Ne l’elmo, el scudo, ed ogni guarnisone,

E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia

Gli ardeano a cerco, come arida paglia.

 

20.

El cavallier per cosa tanto istrana

Lo usato orgoglio ponto non abassa;

Smonta de arcion quella anima soprana,

Per mezo il foco via correndo passa.

Come fu gionto sopra alla fontana,

Dentro vi salta e al fondo andar si lassa;

Né più potea campare ad altra guisa:

Arso era tutto insino alla camisa.

 

21.

Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo

Gli ardeano atorno come foco di esca;

Arse la giuppa, e lui rimase ignudo

Sì come nacque, in mezo a l’onda fresca;

E mentre che a diletto il baron drudo

Per la bella acqua se solaccia e pesca,

Parendo ad esso uscito esser de impaccio,

Ad una dama se ritrova in braccio.

 

22.

Era la fonte tutta lavorata

Di marmo verde, rosso, azurro e giallo

E l’acqua tanto chiara e riposata,

Che traspareva a guisa de cristallo;

Onde la dama che entro era spogliata,

Così mostrava aperto senza fallo

Le poppe e il petto e ogni minimo pelo,

Come de intorno avesse un sotil velo.

 

23.

Questa ricolse in braccio quel barone,

Basandoli la bocca alcuna fiata,

E disse ad esso: – Voi seti pregione,

Come molti altri, al Fonte de la Fata;

Ma, se sereti prodo campïone,

Cotanta gente fia per voi campata,

Tanti altri cavallieri e damigelle,

Che vostra fama passarà le stelle.

 

24.

Perché intendiati il fatto a passo a passo,

Fece una fata ad arte la fontana,

Che tanti cavallieri ha posti al basso,

Che nol potria contar la gente umana.

Quivi pregione è il forte re Gradasso,

Quale è segnor di tutta Sericana;

Di là da la India grande è il suo paese:

Tanto è potente, e pur non se diffese!

 

25.

Seco pregione è il nobile Aquilante

E lo ardito Grifon, che è suo germano,

Ed altri cavallieri e dame tante,

Che a numerarli me affatico invano.

Oltre a quel poggio che vedeti avante,

Edificato è un bel castello al piano,

Ove rinchiuse dentro ha quella fata

L’arme di Ettorre, e mancavi la spata.

 

26.

Ettor di Troia, il tanto nominato,

Fu la eccellenzia di cavalleria,

Né mai si trovarà né fu trovato

Chi il pareggiasse in arme o in cortesia.

Ne la sua terra essendo assedïato

Da re settanta ed altra baronia,

Dece anni a gran battaglie e più contese:

Per sua prodezza sol se la difese.

 

27.

Mentre ch’egli ebbe il grande assedio intorno,

Se può donar tra gli altri unico vanto

Che trenta ne sconfisse in un sol giorno,

Che de battaglia avea mandato il guanto;

Poi d’ogni altra virtù fu tanto adorno,

Che il par non ebbe il mondo tutto quanto,

Né il più bel cavallier, né il più gentile;

A tradimento poi lo occise Achile.

 

28.

Come fu morto, andò tutta a roina

Troia la grande e consumosse in foco.

Or dir vi vo’ di sua armatura fina

Come se trovi adesso in questo loco.

Prima la spata prese una regina

Pantasilea nomata; e in tempo poco,

Essendo occisa in guerra, perse il brando;

Poi l’ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

 

29.

Tal spata Durindana è nominata

(Non so se mai la odesti racordare),

Che sopra a tutti e brandi vien lodata.

Or de l’altre arme vi voglio contare.

Poi che fu Troia tutta dissipata,

Gente da quella se partì per mare

Sotto un lor duca nominato Enea;

Lui tutte l’arme eccetto il brando avea.

 

30.

De Ettorre era parente prossimano

El duca Enea, che avea quella armatura;

E questa fata, per un caso istrano,

Trasse tal duca de disaventura,

Che era condotto a un re malvaggio in mano,

Che ‘l tenea chiuso in una sepoltura:

Stimando trar da lui tesoro assai,

Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

 

31.

La fata con incanto lo disciolse,

Per arte il trasse fuor del monumento,

E per suo premio le belle arme volse,

E il duca de donarle fu contento.

Lei poscia a questo loco se racolse

E fece l’opra de lo incantamento

Onde io vi menarò, quando vi piacia,

E provarò se in core aveti audacia.

 

32.

Ma quando non ve piaccia de venire

E vinto vi trovati da viltate,

Contro a mia voglia me vi convien dire

Quel che serà di voi la veritate:

In questa fonte vi convien perire,

Come perita vi è gran quantitate;

De quai memoria non serà in eterno,

Ché il corpo è al fondo e l’anima a lo inferno. –

 

33.

A Mandricardo tal ventura pare

Vera e non vera, sì come si sogna;

Pur rispose alla dama: – Io voglio andare

Ove ti piace e dove mi bisogna;

Ma così ignudo non so che mi fare,

Ché me ritiene alquanto la vergogna. –

Disse la dama: – Non aver pavento,

Ché a questo è fatto bon provedimento. –

 

34.

E soi capegli a sé sciolse di testa,

Ché ne avea molti la dama ioconda,

Ed abracciato il cavallier con festa

Tutto il coperse de la treccia bionda;

Così, nascosi entrambi di tal vesta,

Uscîr di quella fonte la bella onda,

Né ferno al dipartir lunga tenzone,

Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

 

35.

Non lo avea tocco, come io disse, il foco,

Pieno è di fiori e rose damaschine.

Loro a diletto se posarno un poco

Entro un bel letto adorno de cortine.

Già non so dir se fecero altro gioco,

Ché testimonio non ne vide el fine;

Ma pur scrive Turpin verace e giusto

Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

 

36.

Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa

Tra fresche rose e fior che mena aprile,

La damigella prese una camisa

Ben perfumata, candida e sotile;

Poi de una giuppa a più color divisa

Di sua man vestì il cavallier gentile;

Calcie gli diè vermiglie e speron d’oro,

Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.

 

37.

Dopo lo arnese lo usbergo brunito

Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco,

E uno elmo a ricche zoie ben guarnito

Li porse e cotta d’arme e scudo bianco;

Indi condusse un gran destriero ardito,

E Mandricardo non parve già stanco,

Né che lo impacci l’arme o guarnisone:

D’un salto armato entrò sopra allo arcione.

 

38.

La damigella prese un palafreno

Che ad un verde genevre era legato,

E caminando un miglio o poco meno

Passarno il colle e gionsero al bel prato,

Dicendo a lui la dama: – Intendi appieno,

Ché tutto il fatto ancor non te ho contato:

Acciò che intenda ben quel che hai a fare,

Col re Gradasso converrai giostrare.

 

39.

Adesso del castello è campïone

E diffensore il re tanto membruto;

Cotale impresa prima ebbe Grifone,

Qual da lui poco avanti fu abattuto.

Se quel te vince, restarai pregione

Sin che altro cavallier ti doni aiuto;

Ma se lui getti sopra alla pianura,

Te provarai a l’ultima ventura.

 

40.

Provar convienti al glorïoso acquisto

Di prender l’arme che fôrno di Ettòre;

Più forte incanto il mondo non ha visto,

E sino a qui ciascun combattitore

Ce è reuscito a tale impresa tristo,

Né par che gionga alcuno a tanto onore;

E tu la proverai, poiché èi venuto:

Fortuna o tua virtù ti darà aiuto. –

 

41.

Così parlando gionsero al castello.

Mai non se vidde il più ricco lavoro:

Le mura ha de alabastro, e il capitello

De ogni torre è coperto a piastre d’oro.

Verdeggiava davanti un praticello

Chiuso de mirto e de rami de aloro

Piegati insieme a guisa di steccato,

E stavi dentro un cavalliero armato.

 

42.

– El re Gradasso è quel che avanti appare –

Disse la dama – dentro a quel ridotto.

Ora con me non averai a fare,

Che sempre teco mi trovai di sotto. –

E Mandricardo, odendo tal parlare,

La vista a l’elmo se chiuse di botto;

Spronando a tutta briglia e gran tempesta,

A mezo il corso l’asta pose a resta.

 

43.

Da l’altra parte il forte re Gradasso

Contra di lui se mosse con gran fretta.

Alcun de’ duo corsier non mostra lasso,

Anci sembravan folgore e saetta,

E se incontrarno insieme a tal fraccasso,

Che par che nello inferno il cel si metta

E la terra profondi e la marina:

Odita non fu mai tanta ruina.

 

44.

Ni quel ni questo se mosse de arcione,

E sì fiaccarno l’una e l’altra lanza,

Che sino a l’aria andava ogni troncone:

Un palmo integro d’esse non avanza.

Or veder se conviene il parangone

De’ cavallieri e l’ultima possanza,

Perché, voltati con le spade in mano,

Se razuffarno insieme in su quel piano.

 

45.

Cominciâr la battaglia orrenda e scura:

Già non mostrava un scherzo il crudo gioco,

Ché pure a riguardarlo era paura,

Perché a ogni colpo se avampava el foco.

A pezzi si ne andava ogni armatura,

Già ne era pieno il prato in ogni loco;

E lor pur drieto, e non guardano a quella:

Ciascuno a più furor tocca e martella.

 

46.

Duo guerrier son costor di bona raccia,

E ben lo dimostravan ne lo aspetto:

Cinque ore e più durò tra lor la traccia;

Pervennero alla fine in questo effetto,

Che Mandricardo il re Gradasso abraccia

Per trarlo de lo arcione al suo dispetto,

E il re Gradasso a lui se era afferrato,

Sì che ne andarno insieme in su quel prato.

 

47.

Non so se fu fortuna o fusse caso,

Quando caderno entrambi de lo arcione

Di sopra Mandricardo era rimaso,

E convenne a Gradasso esser pregione.

Già se ne andava il sol verso l’occaso

Allor che se finì la questïone,

E la donzella di cui vi ho parlato,

Con piacevol sembiante entrò nel prato;

 

48.

Ed a Gradasso disse: – O cavalliero,

Vetar non pôsse quel che vôl fortuna;

Lasciar questa battaglia è di mestiero,

Perché la notte vene e il cel se imbruna.

Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero;

E dir ti so che mai sotto la luna

Fo sì strana ventura in terra o in mare,

Come al presente converrai provare.

 

49.

Come di novo il giorno sia apparito,

Vedrai l’arme di Ettorre e chi le guarda;

Ora che il sole all’occidente è gito,

Entrar non pôi, ché l’ora è troppo tarda.

In questo tempo pigliaren partito

Che tua persona nobile e gagliarda

Qua sopra a l’erba prenda alcun riposo,

Sin che il sol se alci al giorno luminoso.

 

50.

Dentro alla rocca non potresti entrare

(Di notte mai non se apre quella porta);

Tra fiori e rose qua pôi riposare,

Ed io vegliando a te farò la scorta.

Ben, se ti piace, te posso menare

Ove una dama grazïosa e accorta

Onora ciascaduno a un suo palagio,

Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.

 

51.

Perché un ladron, che Dio lo maledica!

Quale è gigante e nome ha Malapresa,

Alla donzella, come sua nemica,

Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa;

Onde non pigliarai questa fatica,

Ché converresti seco aver contesa,

Né a te bisogna più briga cercare,

Perché domane avrai troppo che fare. –

 

52.

Rispose Mandricardo: – In fede mia,

Tutto è perduto il tempo che ne avanza,

Se in amor non si spende o in cortesia,

O nel mostrare in arme sua possanza;

Onde io ti prego per cavalleria

Che me conduci dentro a quella stanza

Qual m’hai contata; e farem male, o bene,

Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. –

 

53.

Per compiacere adunque al cavalliero

La damigella se pose a camino.

Lei era a palafreno, esso a destriero,

Sì che in poca ora gionsero al giardino

Ove è posto il palagio del verziero,

Qual lustreggiava tutto quel confino;

Cotanti lumi accesi avea de intorno,

Che si cerniva come fusse il giorno.

 

54.

Sopra alla porta del palagio altano

Era un verone adorno a meraviglia,

Ove si stava giorno e notte un nano,

Che di far guarda molto se assotiglia.

Come suonato ha il corno, a mano a mano

Corre de intorno tutta la famiglia;

E se egli è Malapresa, il rio ladrone,

Saette e sassi tran da ogni balcone.

 

55.

Se egli è barone, o cavalliero errante,

Dece donzelle, ad onorare avezze,

Apron la porta e con lieto sembiante

Al cavallier fan festa e gran carezze;

E notte e giorno il servon tutte quante,

Con sì bon viso e tal piacevolezze

E con tanto piacere e tanta zoglia,

Che indi a partirse mai non li vien voglia.

 

56.

Dunque a tal modo tra le dame accolto

Fu Mandricardo con faccia serena.

La dama del verzier con lieto volto

A braccio seco festeggiando il mena;

Né passeggiarno per la l’oggia molto,

Che con diletto se assettarno a cena,

Serviti alla real di banda in banda

De ogni maniera de ottima vivanda.

 

57.

A lor davanti cantava una dama,

E con la lira a sé facea tenore,

Narrando e gesti antichi e di gran fama,

Strane aventure e bei moti d’amore;

E mentre che de odire avean più brama,

Odirno per la corte un gran romore.

РAhim̬! ahim̬! Рdicean Рche cosa ̬ questa,

Che ‘l nano suona il corno a tal tempesta? –

 

58.

Così dicean le dame tutte quante,

E ciascuna nel viso parea morta.

Già Mandricardo non mutò sembiante,

Ché era venuto a posta per tal scorta.

Perché intendiati il tutto, quel gigante

De cui vi dissi, avea rotta la porta,

E del romore e gran confusïone

Che ora vi conto, lui ne era cagione.

 

59.

Entrò cridando quel dismisurato:

Parean tremar le mura alla sua voce;

De una spoglia di serpe ha il busto armato,

Che spata o lancia ponto non vi nôce.

Portava in mano un gran baston ferrato

Con la catena il malandrin feroce;

In capo avea di ferro un bacinetto,

Nera la barba e grande a mezo il petto.

 

60.

Quando egli entrava ne la l’oggia aponto,

Tratto avea Mandricardo il brando apena;

Né stette a calcular la posta o il conto,

Ma nel primo arivare assalta e mena,

Ed ebbe nella cima il baston gionto,

E via tagliò di netto la catena.

Ricopra il colpo e tira un manroverso,

E tagliò tutto il scudo per traverso.

 

61.

Per questo colpo il gigante adirato

Menò del suo baston, che a due man prese;

E il cavallier de un salto andò da lato,

E ben de gioco a quella posta rese;

A ponto gionse dove avea segnato,

Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese,

E spezzò quello e le calcie di maglia,

Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.

 

62.

Quel cade a terra. A voi lascio pensare

Se le donzelle ne menavon festa.

Più Mandricardo nol volse toccare,

Onde un sergente li partì la testa.

Fuor del palagio il fecer trasinare,

E longi il sepellirno alla foresta;

Le gambe gettâr seco in quella fossa:

Di lui più mai non si parlò da possa.

 

63.

Come se stato mai non fosse al mondo,

Di lui più non si fa ragionamento.

Le dame cominciarno un ballo in tondo,

Suonando a fiato, a corde ogni instromento,

Con voci vive e canto sì iocondo,

Che ciascun qual ne avesse intendimento,

Essendo poco a quel giardin diviso,

Giurato avria là dentro il paradiso.

 

64.

Così durando il festeggiar tra loro,

Bona parte di notte era passata,

E stando incerco come a consistoro,

Venne di dame una nova brigata:

Chi ha frutti, chi confetti e coppe d’oro,

E ciascuna fu presto ingenocchiata,

E la dama cortese e il cavalliero

Se renfrescarno senza altro pensiero.

 

65.

De bianche torze vi è molto splendore,

E girno a riposar senza sospetti.

Parate eran le zambre a grande onore

De fina seta e bianchissimi letti;

Rame de aranci intorno a molto odore,

E per quei rami stavano ocelletti,

Che a’ lumi accesi se levarno a volo.

Ma qua non stette il cavallier lui solo,

 

66.

Perché una dama il rimase a servire

De ciò che chieder seppe, più ni meno.

La notte ivi ebbe assai che fare e dire,

Ma più ne avrà nel bel giorno sereno,

Come tornando potereti odire

Lo orrendo canto e di spavento pieno,

Che il maggior fatto mai non fo sentito.

Addio, segnori: il canto è qui finito.

 

 

CANTO SECONDO

 

1.

Il sol, de raggi d’oro incoronato,

Trasse il bel viso fuor de la marina,

E il cel depinto di color rosato

Già nascondea la stella matutina;

Sentiasi entro il palagio in ogni lato

Cantar la rondinella peregrina,

E li augelletti nel giardino intorno

Facean bei versi a lo apparir del giorno;

 

2.

Quando dal sonno Mandricardo sciolto

Uscì di zambra e nel prato discese;

Ad una fonte renfrescosse il volto,

E prestamente se vestì lo arnese.

Combiato avendo da le dame tolto,

Là dove era venuto, il camin prese,

E quella dama che l’avea guidato,

Non l’abandona e sempre gli è da lato.

 

3.

Ragionando con seco tuttavia

De arme e de amore e cose dilettose,

Lo ricondusse in quella prataria

Ove eran l’opre sì maravigliose.

Lo alto edificio avanti se vedia,

Candido tutto a pietre luminose,

Con torre e merli, a guisa di castello:

Mai vide al mondo un altro tanto bello.

 

4.

Un quarto avea de miglio ad ogni fronte,

Ed era quadro aponto di misura;

Dritto a levante avea la porta e il ponte,

Ove se puote entrar senza paura:

Ma come ariva cavalliero o conte

Sopra alla soglia dell’entrata, giura

Con perfetta leanza e dritta fede

Toccar quel scudo che davante vede.

 

5.

Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza,

A ricontarvi el come non dimoro;

Avea la corte intorno ad ogni faza

Logie dipinte con sotil lavoro;

Gran gente era ritratta ad una caza,

E un gentil damigello era tra loro:

Più bel di lui tra tutti non si vede,

Ed avea scritto al capo: ‘Ganimede.’

 

6.

Tutta la istoria sua vi era ritratta

Di ponto in ponto, che nulla vi manca:

Come, cacciando alla selva disfatta,

Lo portò sino al cel l’acquila bianca,

Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta,

Sino al giorno che Ettòr, l’anima franca,

Occiso fu nel campo a tradimento;

Cangiò Priamo e l’arme e il vestimento.

 

7.

L’acquila prima avea bianche le piume,

Ché candida dal celo era mandata;

Ma poi che Troia fie’ de pianti un fiume,

Ne la crudele e misera giornata

Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume,

La lieta insegna allor fu tramutata:

Per somigliarse a sua scura fortuna,

L’acquila bianca travestirno a bruna.

 

8.

Benché el scudo d’Ettòr, che io vi ho contato,

Quale era posto in mezo alla gran corte,

Non era in parte alcuna tramutato;

Ma tal quale il portava il baron forte,

Ad un pilastro d’oro era chiavato,

Ed avea scritto sopra in lettre scorte:

‘ Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare:

Chi me portò, non ebbe al mondo pare.’

 

9.

Di quel color che mostra il cel sereno

Avea il scudo, ch’io dico, appariscenzia.

La dama dismontò del palafreno

E fece in su la terra riverenzia,

E Mandricardo fece più né meno;

Poi passò dentro senza resistenzia.

Essendo gionto in mezo a quel bel loco,

Trasse la spada e toccò el scudo un poco.

 

10.

Come fu tocco il scudo con la spada,

Tremò de intorno tutto il territoro,

Con tal romor che par che il mondo cada;

Indi se aperse il campo del tesoro.

Questo era un campo folto de una biada

Che avea tutte le paglie e spiche de oro:

Quel campo se mostrò senza dimora

Per una porta che se aperse alora.

 

11.

Ma l’altra da levante, ove era entrato

Il cavallier, se chiuse tutta quanta.

La dama disse a lui: – Baron pregiato,

Uscir de quindi alcun mai non se vanta,

Se la biada che vedi in ogni lato,

Prima non tagli, e se la verde pianta

Qual vedi in mezo a quel campo felice,

Prima non schianti in fin dalla radice. –

 

12.

E Mandricardo senza altro pensare

Entrò nel campo con la spada in mano,

E, cominciando la biada a tagliare,

Lo incanto apparve ben palese e piano;

Ché ogni granetto se ebbe a tramutare

In diverso animale orrendo e strano,

Or leonza, or pantera, ora alicorno:

Al baron tutti se aventarno intorno.

 

13.

Come cadeva il grano in su la terra,

In diverso animal se tramutava;

Per tutto intorno Mandricardo serra,

E sua prodezza poco gli giovava,

Ché non se vidde mai sì strana guerra.

La folta sempre più multiplicava

De lupi, de leoni e porci ed orsi:

Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.

 

14.

Durando aspra e crudel quella contesa

Quasi era posto il cavalliero al basso,

E restava perdente de la impresa,

Tanto era de le fiere il gran fracasso;

Né potendo più quasi aver diffesa,

Chinosse a terra e prese in mano un sasso.

Quel sasso era fatato; e non sapea

Già Mandricardo la virtù che avea.

 

15.

Questa pietra ch’io dico, avea segnali

Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro,

E, come tratta fu tra gli animali,

Tra quelli apportò zuffa e gran martoro;

Perché e tauri selvatici e’ cingiali

E l’altre bestie cominciâr tra loro

Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi,

Che in poco d’ora fôr tutti dispersi.

 

16.

Le bestie fôr disperse in poco de ora,

Ché l’una occise l’altra incontinente;

E Mandricardo non fece dimora,

Ché a ciò che far conviene, avia la mente.

L’altra aventura vi restava ancora,

Dico la pianta lunga ed eminente,

Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito;

A quella presto il cavalliero è gito.

 

17.

Di tutta forza al tronco s’abbracciava,

E pone a radicarla ogni vigore,

Ma dibattendo forte la crollava,

Onde a ogni foglia si spiccava il fiore,

E giù cadendo per l’aria volava.

Odeti se mai fu cosa maggiore:

Cadendo foglie e fiori a gran fusone,

Qual corbo diveniva, e qual falcone.

 

18.

Astori, aquile e guffi e barbagianni

Con seco cominciarno a far battaglia;

A benché non potean stracciarli e panni,

Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia,

Pur eran tanti, che davano affanni

D’intorno a gli occhi e sì fatta travaglia,

Che non potea fornire il suo lavoro

De trare il tronco alle radice d’oro.

 

19.

Ma come quel che avea molto ardimento,

Non teme impaccio e la forza radoppia,

Sì che in fin la divelse a grave istento,

E nel stirparla parbe tuon che scoppia.

Con orribil romore uscitte un vento,

E tutti quelli ocelli a l’aria soffia:

Il vento uscitte, come Turpin dice,

Dal buco proprio ove era la radice.

 

20.

For di quel buco il gran vento rimbomba

Gettando con romor le pietre in sue

Come fossero uscite de una fromba;

E riguardando il cavallier là giue,

Vide una serpe uscir di quella tomba;

Indi li parbe non una, ma due,

Poi più de sei e più de otto le crede,

Cotante code invilupate vede.

 

21.

Or, perché sia la cosa manifesta,

Era la serpe di quel buco uscita,

Quale avea solo un busto ed una testa,

Ma dietro in dece code era partita;

E Mandricardo ponto non se arresta,

Ché volea sua ventura aver finita;

Col brando in mano alla serpe se accosta,

E il primo colpo a mezo il collo aposta.

 

22.

Ben gionse il tratto dove era apostato,

Dietro alla testa, a ponto nella coppa;

Ma quel serpente aveva il coio fatato.

Sì come un scoglio al legno che se intoppa,

Adosso al cavallier se fu lanciato;

E con due code alle gambe lo agroppa,

Con altre il busto e con altre le braccia,

Sì che legato a forza in terra il caccia.

 

23.

Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco,

E l’occhio par un foco che riluca;

Con quello azaffa il cavalliero al fianco,

La piastra come pasta se manduca.

Lui se rivolge assai, ben che sia stanco,

E rivolgendo cade in quella buca

Ove uscia quel gran vento oltre misura:

Non è da dimandar s’egli ha paura.

 

24.

Ma sua ventura nel cader fu questa,

Ché in altro modo da la morte è preso:

Cadendo nel profondo con tempesta,

Fiaccò il capo al serpente col suo peso,

Sì che schiantar gli fie’ gli occhi di testa,

Onde se sciolse e tutto s’è disteso;

Dibattendo le code tutte quante,

Rimase a terra morto in uno istante.

 

25.

Morto il serpente, or guarda il cavalliero

La scura grotta de sopra e de intorno

(Lucea un carbonchio a guisa de doppiero,

Qual rendea lume come il sole al giorno):

La tomba era de un sasso tutto intiero,

Ma quello era coperto e tanto adorno

De ambra e corallo e de argento brunito,

Che non si vede di quel sasso un dito.

 

26.

Avea nel mezo un palco edificato,

De uno avorio bianchissimo e perfetto,

E sopra un drapo azuro ad ôr stellato,

Posto come dossiero o capoletto.

Parea là sopra un cavalliero armato,

Che se posasse senza altro sospetto:

Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note:

Sol vi eran l’arme, e dentro eran poi vote.

 

27.

Queste arme fôr de la franca persona

Che viene al mondo tanto racordata,

De Ettor, dico io, che ben fu la corona

De ogni virtute al mondo apregïata.

Sua guarnison, di cui mo se ragiona,

Priva è del scuto e priva de la spata.

Ove stia il scuto, poco su se spiana;

La spata ha Orlando, e quella è Durindana.

 

28.

Forbite eran le piastre e luminose,

Che apena soffre l’occhio di vederle,

Frissate ad oro e pietre prezïose,

Con rubini e smiraldi e grosse perle.

Mandricardo ha le voglie disïose,

Mille anni a lui pare de indosso averle;

Guarda ogni arnese e lo usbergo d’intorno,

Ma sopra a tutto l’elmo tanto adorno.

 

29.

Questo avea de oro alla cima un leone,

Con un breve d’argento entro una zampa;

Di sotto a quel pur d’oro era il torchione,

Con vinti sei fermagli de una stampa;

Ma dritto nella fronte avea il carbone,

Qual reluceva a guisa de una lampa.

E facea lume, com’è sua natura,

Per ogni canto de la grotta oscura.

 

30.

Mentre che il cavallier stava a mirare

L’arme, che eran mirande senza fallo,

Sentì dietro alle spalle risuonare

Ne lo aprir de una porta di metallo.

Voltosse, e vidde a sé più dame intrare,

Che a copia ne venian menando un ballo,

Vestite a nova gala e strane zacare,

Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.

 

31.

Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno,

Con salti dritti se innalciano a l’aria;

Così danzando, una canzon comincieno

Di nota arguta, consonante e varia;

E con le voci, ch’e stormenti vinceno,

Fan rintonar la tomba solitaria;

Poi ne la fin, tacendo tutte quante,

Se ingienocchiarno al cavalliero avante.

 

32.

Quindi se fu levata una di quelle,

E Mandricardo comincia a lodare,

Ponendo sua virtù sopra alle stelle

Per questa impresa tanto singulare.

Come ella tacque, e due altre donzelle

Apresero il barone a disarmare,

E disarmato sotto alla sua scorta

Fuor de la tomba il misero alla porta.

 

33.

Adosso poi gli posero un bel manto

De fina seta, ricamato a ziffere,

E perfumârlo apresso tutto quanto

De odor suavi e con acque odorifere;

E con festa ioconda e dolce canto,

Suonando tamburini e trombe e piffere,

Per una scala di marmoro ad aggio

Con lui se ritornarno entro al palaggio:

 

34.

Nel bel palaggio, quale io ve contai,

Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza.

Quivi eran cavallieri e dame assai,

Chi canta e danza, e chi ride e sollaza:

Più regal corte non se vidde mai;

Ma, come apparve Mandricardo in faza,

Gli andarno contra, e a sumissimo onore

Lo riceverno a guisa de segnore.

 

35.

Nel mezo a ricco seggio era la fata,

Che a sé davante Mandricardo chiede,

E disse: – Cavallier, questa giornata

Tal tesoro hai, che il simil non si vede.

Or se conviene agiongervi la spata,

E ciò mi giurarai su la tua fede:

Che Durindana, lo incantato brando,

Torai per forza de arme al conte Orlando.

 

36.

E sin che tale impresa non sia vinta,

Giamai non posarà la tua persona,

Nulla altra spada portarai più cinta,

Né adornarai tua testa di corona;

L’aquila bianca a quel scudo dipinta,

Nulla alta enchiesta mai non la abandona,

Ché quella arma gentile e quella insegna

Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. –

 

37.

Re Mandricardo allor con riverenzia,

Sì come piace a quella fata, giura;

E l’altre dame ne la sua presenzia

Tutte il guarnirno a ponto de armatura.

Come fu armato, allor prese licenzia,

Avendo tratta a fin l’alta aventura,

Per la qual più baron de summo ardire

Eron là presi, e non potean partire.

 

38.

Ora uscirno le gente tutte quante,

Che gran cavalleria vi era pregione:

Isolieri il spagnolo e Sacripante,

Il re Gradasso e il giovane Grifone,

E sieco uscitte il fratello Acquilante.

Gente di pregio e di condizïone

Vi erano assai, e nomi de alta gloria,

Che non accade a dire in questa istoria.

 

39.

Però che il re Gradasso e Mandricardo

Insieme se partirno in compagnia,

Né a ricontarvi molto serò tardo

Ciò che intravenne a loro in questa via.

Ben vi so dir che un par tanto gagliardo

Non fu in quel tempo in tutta Pagania;

Però faran gran cose e peregrine,

Prima che in Francia sian condotti a fine.

 

40.

Ma Grifone e Aquilante altro camino

Presero insieme, perché eran germani,

E sapendo il lenguaggio saracino

Securi andarno un tempo tra’ Pagani.

Or, cavalcando un giorno a matutino,

Due dame ritrovarno con duo nani;

L’una di quelle a bruno era vestita,

L’altra di bianco, candida e polita.

 

41.

E similmente e nani e’ palafreni

Di neve e di carbone avean colore;

Ma le donzelle avean gli occhi sereni,

Da trar col guardo altrui di petto il core,

Accoglimenti di carezze pieni,

Parlar suave e bei gesti d’amore;

Ed è tra queste tanta somiglianza,

Che l’una l’altra de nïente avanza.

 

42.

E cavallier le dame salutaro

Chinando il capo con atto cortese:

Ma quelle l’una a l’altra se guardaro,

E la vestita a nero a parlar prese,

Dicendo alla compagna: – Altro riparo

Far non si può, ni fare altre diffese

Contra di quel che il cel destina e il mondo,

Come infinito è il suo girare a tondo.

 

43.

Ma pur se puote il tempo prolungare

E far col senno forza a la fortuna:

Chi fece il mondo, lo potrà mutare,

E porre il sole in loco de la luna. –

– Prendiam dunque partito, se ti pare, –

Disse la bianca alla donzella bruna

– De ritener costor, poi che la sorte

Or gli conduce in Francia a prender morte. –

 

44.

Queste parole insieme ragionando

Avean le dame, e non erono intese

Da quei duo cavallieri, insino a quando

La bianca verso de essi a parlar prese,

Dicendo loro: – Io me vi racomando:

Se la ragion per voi mai se diffese,

Se amate onore e la cavalleria,

Esser vi piaccia alla diffesa mia. –

 

45.

Ciascun de’ duo baron quasi ad un tratto

Proferse a quelle aiuto a suo potere.

Disse la bruna: – Ora intenditi il fatto,

Poi che inteso abbiam noi vostro volere.

Fermar vogliamo a fede questo patto,

Che una battaglia avrete a mantenere,

Insin che un cavallier sia al tutto morto

Il qual ce offende e villaneggia a torto.

 

46.

Quel disleale