Perché il male? – di don Savino (1994)

Carissimi amici, dopo quello che è successo oggi, di cui parlano tutti i telegiornali, vorrei parlarvi un po’ dell’esperienza del male e della domanda sulla sua origine.
Ci accorgiamo spesso che, nella nostra vita di tutti i giorni, ci sono degli aspetti, delle cose che non quadrano, non funzionano.
Sappiamo vedere quelle che sono le cose “giuste”, quello che dovremmo fare ma non riusciamo a farle.
Ci rendiamo conto che dovremmo agire in un certo modo ma, quasi senza volerlo, nei fatti, ci comportiamo in modo totalmente diverso. San Paolo, con un’immagine bellissima, ha espresso questo atteggiamento dell’animo: “non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. E’ un’esperienza che, a pensarci bene, ci accade di vivere in ogni momento della nostra vita: uno vorrebbe anche studiare in un modo intelligente ed interessante, ma, tutte le volte che apre il libro, le parole ridiventano delle cose vuote ed inutili che non servono a nulla, non dicono niente e non si capiscono.
Uno si accorge che perdere e buttare via il proprio tempo è sbagliato, ma gli capita lo stesso di perdere i suoi pomeriggi e le sue sere dietro le sue fantasticherie, che alla fine lo lasciano vuoto ed annoiato come e forse più di prima.
Uno vorrebbe amare la sua ragazza in un modo intelligente e vero, eppure, a poco a poco, si accorge di come il sentimento buono che desidera vivere si trasforma nel puro e semplice desiderio di possedere l’altro, di considerarlo come una cosa sua.
Potremmo andare avanti a iosa con gli esempi, ma questi esempi ci servono solo per far capire che in noi c’è qualcosa che non funziona, al di là e prima delle cose “giuste” o “sbagliate” che facciamo, che le nostre azioni sono strutturalmente legate a questo disagio che abbiamo dentro, a questo scarto che esiste in noi tra il come vorremmo vivere (perché sentiamo, intuiamo che è giusto così) e il come in realtà viviamo. Questo scarto, questo disagio potremmo chiamarlo l’esperienza del male. Il male è questo strano modo di vivere che ci rode dentro come un tarlo e che pesa sulle nostre azioni, grandi o piccole che siano. Ed è drammatico. È drammatica infatti la sproporzione tra ciò che si è e ciò che si è chiamati ad essere. Allora il male non è la riserva di caccia di coloro che sono i “cattivi” della storia, di chi compie i più grandi delitti, di chi è privo di scrupoli nei confronti di se stesso e degli altri, come ci potrebbe far pensare il servizio del telegiornale che abbiamo visto oggi.
Il male è qualcosa che ciascuno di noi si porta dentro e che segna, prima delle sue stesse conseguenze pratiche, in un modo indelebile la vita di chi lo compie.
Ma noi normalmente, non siamo disposti a due cose:
1) a riconoscere che il male, prima che nelle cose, nella società, negli altri, è in noi.
2) a credere che, nonostante il peso che esso ha nella nostra vita, il male non è né la sola né l’unica realtà che noi possiamo vivere. Cioè in fondo non crediamo che ci sia possibile vincere questo male, e ci rassegniamo.
Cosi nascono i diversi atteggiamenti con cui si cerca (ma certamente in un certo senso è “umano”) di esorcizzare il male, di cancellare dalla nostra vita questa esperienza, di fare come se non ci fosse.
Alcuni di questi atteggiamenti sono molto semplici e chiari: 1) il rifiuto di ogni responsabilità personale sulla propria vita: “io non c’entro, se faccio certe cose è perché la società mi rende così, ma io non ho colpa”; 2) il sentire la necessità di doverci adeguare al mondo che ci sta intorno: “io certe cose non le farei, ma le fanno tutti i miei compagni di scuola, di ufficio, di fabbrica e allora perché non dovrei farle anch’io?”.
Certo, in affermazioni di questo genere c’è una parte di verità, ma il fare sempre “come se io non ci fossi, non c’entrassi, non potessi fare diversamente”, a lungo andare diventa il negare, per ritrovare una più o meno provvisoria tranquillità, quel disagio, quello scarto di cui prima si parlava.
E poi c’è un altro atteggiamento: quello di chi si “sente cattivo”, riconosce il suo male, ma non crede di poterlo superare, e così in un modo paradossale copre la sua responsabilità, perché, proprio mentre la afferma come insuperabile, in fondo, ancora una volta, lui “non c’entra più”: “sono fatto così, mi dispiace, ma io che cosa ci posso fare?”.
È  il modo più sottile, quest’ultimo, con cui l’uomo rifiuta di riconoscere il male che ha dentro; ma tutti questi atteggiamenti portano ad una conseguenza sola: all’impossibilità di riconoscere o di ritrovare una via d’uscita, di riconoscere che solo qualcuno o qualcosa d’altro rispetto a noi può farci superare questo limite della nostra natura di uomini. Noi siamo come una pianta attaccata dai parassiti: non può guarire da sola. Occorre la disinfestazione. Allo stesso modo, di fronte all’esperienza del male, dobbiamo recuperare il coraggio di dire – con le parole del Padre Nostro – “liberaci dal male”, perché da soli, ed anche qui la vita di tutti i giorni ce lo mostra con evidenza, da soli noi non ci riusciamo.
Ma vivere questa esperienza fa sorgere inevitabilmente una domanda: da dove nasce questo male?
Sarebbe presuntuoso pretendere di rispondere ad una domanda che da sempre ha appassionato e fatto soffrire i più grandi ingegni dell’umanità? Per quello che abbiamo detto finora possiamo solo limitarci a rispondere che quest’esperienza che, poco o tanto a tutti tocca di vivere, è radicata in qualcosa di misterioso che è dentro il cuore dell’uomo. La tradizione cristiana ha chiamato questo “qualcosa”, il peccato originale ed ha cercato di descriverlo (cfr. Genesi 3): chi legge con intelligenza e disponibilità il racconto biblico del peccato originale si accorge facilmente di come esso non sia una “favoletta per bambini”, ma la descrizione di atteggiamenti e motivi essenziali alla vita di tutti gli uomini -noi compresi- ed attraverso questa narrazione difficile e complessa è come possibile intuire il come si sia radicata nel cuore dell’uomo la realtà del male, anche se di fronte a questa domanda è impossibile rispondere esaurientemente, capire tutto come si capisce tutto di un teorema di matematica.
Comunque rimane un fatto incontestabile: il senso del peccato, della propria fragilità e sproporzione, è la via per cui l’uomo incontra il Dio cristiano.
E’ proprio questo che gli fa guardare con stupore, con appassionata devozione, l’annuncio che Dio è diventato uomo per aiutare il cammino di questa fragilità. E’ la scoperta che Dio è “Dives in misericordia”, ricco di misericordia, è la scoperta che Cristo arriva come un amico atteso, anche là dove io non penserei né vorrei.