Poemi conviviali


Giovanni Pascoli

ADOLFO, il tuo CONVITO non è terminato. Nel gennaio del 1895 cominciava, e doveva continuare per ogni mese di quell’anno, in Roma. Come fui chiamato anch’io a far parte di quel “vivo fascio di energie militanti le quali valessero a salvare qualche cosa bella e ideale dalla torbida onda di volgarità che ricopriva omai tutta la terra privilegiata dove Leonardo creò le sue donne imperiose e Michelangelo i suoi eroi indomabili”?

In quel gennaio cominciavo e in quel decembre avrei compito il mio quarantesimo anno. Tutte le giornate, dal gennaio al decembre, mi si consumavano nell’esercizio del magistero. Avevo veduta una sola volta, e di sfuggita, e distratto da altre debite cure, Roma. Sottili facevo le spese, come par giusto alla nostra madre Italia che povera e trita passi la vita di coloro che le educano e istruiscono gli altri figli, nostri minori fratelli. Ero di quelli che s’erano ritratti “a coltivare” (secondo altre parole del Proemio del CONVITO) “a coltivare la loro tristezza come un giardino solitario”. Eppure, no: non ero di quelli; ché, in verità, non avrei cercato d’avere, per un mio proprio gusto, di quella tristezza e il fiore e il frutto! O inameni fiori! O frutti amarissimi! Chi vorrebbe essere l’ortolano e il giardiniere della morte? I frutti degli alberi nei cimiteri non si mangiano, ma si lasciano cadere. Non si dà alle bestie l’erba che nasce, così rigogliosa, così fiorita, nei camposanti; ma si brucia. Ora io coltivavo e coltivo quella tristezza per un qualche utile dei miei simili; per dire ad essi la parola che forse importa più di tutte le altre: che oltre i mali necessari della vita e che noi, quali possiamo appena attenuare, quali nemmeno attenuare, vi sono altri mali che sono i soli veri mali, e questi sì possiamo abolire con somma e pronta facilità. Come? Col contentarci. Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga. Chi ha sete, crede che un’anfora non lo disseterebbe; e una coppa lo disseta. Ora ecco la sventura aggiunta del genere umano: l’assetato, perché erede che un’anfora non basti alla sua sete, sottrae agli altri assetati tutta l’anfora, a cui berrà una coppa sola. Peggio ancora: spezza l’anfora, perché, altri non beva, se egli non può bere. Peggio che mai: dopo aver bevuto esso, sperde per terra il liquore perché agli altri cresca la sete e l’odio. E infinitamente peggio: si uccidono tra loro, i sitibondi, perché non beva nessuno. Oh! bevete un po’ per uno, stolidi, e poi fate di riempire la buona anfora per quelli che verranno!

Per questo, che io dico che la poca gioia che può aver l’uomo è nel poco, io sono, caro Adolfo, sincero. Mi fu dato di provare il pregio del poco, sì per essermi stato da altri rubato tutto, sì per avere io ricuperato, di quel poco, un pocolino. “Il pregio del poco” ho detto… Ma in verità che cosa si può pretender di più poco, che d’essere lasciato, fin che piaccia alla natura, con chi vi ha messo al mondo? Basta: parliamo d’altro. Dunque del poco che mi fu sottratto, ho poi ricuperato un pochino. E ne mostro, come è giusto, un pochino di gioia. Sono dunque sincero, quando parlo della delizia che c’è, a vivere in una casa pulita, sebben povera, ad assidersi avanti una tovaglia di bucato, sebben grossa, a coltivare qualche fiore, a sentir cantare gli uccelli… Ma questa sincerità si chiama, dai malati di storia letteraria, Arcadia [1]. Io sono (. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .) un arcade. La mia, oltre che finzione sarebbe anche sdolcinatura e mascolinatura, destinata a produrre, se non si castiga a tempo, gli efftti più deleteri nell’organismo nazionale. Consimili, chiedo io, a quelli che ha prodotti nel Giappone la contemplazione ingenua degli uccelli e dei fiori? la predilezione per la piccola casa e il piccolo orto e il semplice e puro tatami? Sciocchi! Io non credo troppo nell’efficacia della poesia, e poco spero in quella della mia; ma se un’efficacia ha da essere, sarà di conforto e di esaltazione e di perseveranza e di serenità. Sarà di forza; perché forza ci ho messo, non avendo nel mio essere, semplificato dalla sventura, se non forza, da metterci; forza di poca vista, bensì, e di poco suono, perché, senza gale e senza fanfare, è non altro che forza.

Dunque, nemmeno allora io era chiuso in un “giardino solitario”, sebbene fossi molto segregato e lontano e oscuro. Quando mi chiamaste tra quelle “energie militanti” tu e Gabriele d’Annunzio.

O mio fratello, minore e maggiore, Gabriele!

Già sette anni prima Gabriele aveva scritto, intorno ad alcuni miei sonetti, parole di gran lode. Già entrando nella mia Romagna, a cavallo, col suo reggimento, cantava (e lo diceva al pubblico italiano) certi miei versi:

Romagna solatìa, dolce paese!

Il giovinetto, pieno di grazia e di gloria, si rivolgeva ogni momento dalla sua via fiorita e luminosa, per trarre dall’ombra e dal deserto e dal silenzio e, sì, dalla sua tristezza, il fratello maggiore e minore. Io nella irrequietezza della vita, ho potuto talvolta dimenticare quel gesto gentile del fanciullo prodigioso; ma ci sono tornato su, sempre, ammirando e amando. Ci torno su, ora, più che mai grato, ora che raccolgo e a te, o Adolfo, re del CONVITO, consacro questi poemi, dei quali i primi comparvero nel CONVITO e piacquero a lui. Piaceranno agli altri? Giova sperare. O asvranno la sorte d’un altro mio scritto conviviale, della Minerva Oscura, che poi generò altri due volumi, Sotto il Velame e La Mirabile Visione, e ancora una Prolusione al Paradiso, e altri ancora ne creerà? Non mi dorrebbe troppo se questi Poemi avessero la sorte di quei volumi. Essi furono derisi e depressi, oltraggiati e calunniati, ma vivranno. Io morrò; quelli no. Così credo, così so: la mia tomba non sarà silenziosa. Il Genio di nostra gente Dante, la additerà ai suoi figli.

Prima di quel giorno, che verrà tanto prima per me, che per te, e per Gabriele, non vorremo fruire il CONVITO, facendo l’ultimo de dodici libri? Narreremo in esso ciò che sperammo e ciò che sognammo, e ciò che seminammo e ciò che mietemmo, e ciò che lasciamo e ciò che abbandoniamo. O Adolfo, tu sarai (non parlo di Gabriele, ché egli s’è beato) più lieto o men triste di me! Sai perché? Il perché è in questo tuo libro. Leggi “I VECCHI DI CEO”. Tutti e due lasciano la vita assai sereni: ma uno più, l’altro meno. Questi non ha in casa, come messe della sua vita, se non qualche corona istmia o nemea, d’appio secco e d’appio verde (oh! secco ormai anche questo!). L’altro, e ha di codeste ghirlande, e ha figli dei figli. Tu sei quest’ultimo, o Adolfo; tu sei Panthide che ebbe il dono dalle Chariti!

Pisa, 3O giugno del 19O4.

Giovanni Pascoli

 

 

SOLON

 

Triste il convito senza canto, come

tempio senza votivo oro di doni;

ché questo è bello: attendere al cantore

che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.

Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire

un buon cantore, placidi, seduti

l’un presso l’altro, avanti mense piene

di pani biondi e di fumanti carni,

mentre il fanciullo dal cratere attinge

vino, e lo porta e versa nelle coppe;

e dire in tanto grazïosi detti,

mentre la cetra inalza il suo sacro inno;

o dell’auleta querulo, che piange,

godere, poi che ti si muta in cuore

il suo dolore in tua felicità.

– Solon, dicesti un giorno tu: Beato

chi ama, chi cavalli ha solidunghi,

cani da preda, un ospite lontano.

Ora te né lontano ospite giova

né, già vecchio, i bei cani né cavalli

di solid’unghia, né l’amore, o savio.

Te la coppa ora giova: ora tu lodi

più vecchio il vino e più novello il canto.

E novelle al Pireo, con la bonaccia

prima e co’ primi stormi, due canzoni

oltremarine giunsero. Le reca

una donna d’Eresso – Apri: rispose;

alla rondine, o Phoco, apri la porta. –

Erano le Anthesterïe: s’apriva

il fumeo doglio e si saggiava il vino.

Entrò, col lume della primavera

e con l’alito salso dell’Egeo,

la cantatrice. Ella sapea due canti:

l’uno, d’amore, l’altro era di morte.

Entrò pensosa; e Phoco le porgeva

uno sgabello d’auree borchie ornato

ed una coppa. Ella sedé, reggendo

la risonante pèctide; ne strinse

tacita intorno ai còllabi le corde;

tentò le corde fremebonde, e disse:

Splende al plenil’unïo l’orto; il melo

trema appena d’un tremolio d’argento…

Nei lontani monti color di cielo

sibila il vento.

Mugghia il vento, strepita tra le forre,

su le quercie gettati… Il mio non sembra

che un tremore, ma è l’amore, e corre,

spossa le membra!

M’è lontano dalle ricciute chiome,

quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,

come il sole: bello, ma bello come

sole che muore.

Dileguare! e altro non voglio: voglio

farmi chiarità che da lui si effonda.

Scoglio estremo della gran luce, scoglio

su la grande onda,

dolce è da te scendere dove è pace:

scende il sole nell’infinito mare;

trema e scende la chiarità seguace

crepuscolare.

La Morte è questa! il vecchio esclamò. Questo,

ella rispose, è, ospite, l’Amore.

Tentò le corde fremebonde, e disse:

Togli il pianto. È colpa! Sei del poeta

nella casa, tu. Chi dirà che fui?

Piangi il morto atleta: beltà d’atleta

muore con lui.

Muore la virtù dell’eroe che il cocchio

spinge urlando tra le nemiche schiere;

muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio

del timoniere;

ma non muore il canto che tra il tintinno

della pèctide apre il candor dell’ale.

E il poeta fin che non muoia l’inno,

vive, immortale,

poi che l’inno (diano le rosee dita

pace al peplo, a noi non s’addice il lutto)

è la nostra forza e beltà, la vita,

l’anima, tutto!

E chi voglia me rivedere, tocchi

queste corde, canti un mio canto: in quella,

tutta rose rimireranno gli occhi

Saffo la bella.

Questo era il canto della Morte; e il vecchio

Solon qui disse: Ch’io l’impari, e muoia.

 

 

IL CIECO DI CHIO

 

O Deliàs, o gracile rampollo

di palma, ai piedi sorto su del Cyntho,

alla corrente del canoro Inopo;

figlia di Palma; di qual dono io mai

posso bearti il giovanetto cuore?

Ché all’invito de’ giovani scotendo

gl’indifferenti riccioli del capo,

gioia t’hai fatto del vegliardo grigio

cui poter falla e desiderio avanza.

E lui su le me lievi orme adducevi

all’opaca radura ed al giaciglio

delle stridule foglie, in mezzo ai pini

sonanti un fresco brulichìo di pioggia

presso la salsa musica del mare.

Né già la bianca tua beltà celasti

a gli occhi della sua memore mano:

non vista ad altri, che a lui cieco e, forse,

al solitario tacito alcïone.

O Deliàs, e già finì la gara

de’ tunicati Iàoni: già tace

il vostro coro, grande meraviglia,

in cui nessuna di te meglio scosse

i procellosi crotali d’argento.

Ed il nocchiero su la nave nera

l’albero drizza, ed in su trae le pietre,

le gravi pietre su cui dondolando

dorme la nave nel loquace porto.

Ora un nocchiero addimandai: Nocchiero,

vago per l’onde come smergo ombroso,

dài ch’alla nave il pio cantore ascenda?

cieco uomo, e vive nella scabra Chio.

Così te veda un ospite all’approdo.

Tanto io gli dissi. Egli assentì; ché grande

è del cantore, ben che nudo e cieco,

la grazia in uno ardor di venti, in una

ai cuori alati ritrosia di calma.

E di qual dono, o Deliàs, partendo,

né so per dove, su la nave nera,

posso bearti il giovanetto cuore?

Ché non possiedo, fuor della bisaccia

lacera, nulla, e dell’eburnea cetra.

E il canto, industre che pur sia, non m’offre

se non un colmo calice ed un tocco

di pingue verro e, terminato il canto,

una lunga nel cuore eco di gioia.

Io cieco vo lungo l’alterna voce

del grigio mare; sotto un pino io dormo,

dai pomi avari: se non se talora

m’annunzïò, per luoghi soli, stalle

di mandrïani un subito latrato;

o, mentre erravo tra la neve e il vento,

la vampa da un aperto uscio improvvisa

nella sua casa mi svelò la donna

che fila nel chiaror del focolare.

Pur non già nulla dar non può, sì molto,

il cieco aedo; e quale a me tu dono,

negato a tutti, della tua bellezza,

offristi, donna; né maggior potevi;

tale a te l’offro, né potrei maggiore.

Cieco non ero, e ciò pascea con gli occhi,

che rumino ora bove pazïente;

e il fior coglievo delle cose, ch’ora

nella silenzïosa ombra mi odora.

Era per aspri gioghi il mio cammino,

degli uomini vetusti, antelunari.

Nacquero sopra le montagne nere,

che ancor la luna non correa su quelle:

nacque dopo essi, e palpitò per loro

gemiti strani. Era un meriggio estivo:

io sentiva negli occhi arsi il barbaglio

della via bianca, e nell’orecchio un vasto

tintinnìo di cicale ebbre di sole.

Ed ecco io vidi alla mia destra un folto

bosco d’antiche roveri, che al giogo

parea del monte salir su, cantando

a quando a quando con un improvviso

lancio discorde delle mille braccia.

Entrai nel bosco abbrividendo, e molto

con muto labbro venerai le ninfe,

non forse audace violassi il musco

molle, lambito da’ lor molli piedi.

E giunsi a un fonte che gemea solingo

sotto un gran leccio, dentro una sonora

conca di scabra pomice, che il pianto

già pianto urgea con grappoli di stille

nuove, caduchi, e ne traeva un canto

dolce, infinito. Io là m’assisi, al rezzo.

Poi, non so come, un dio mi vinse: presi

l’eburnea cetra e lungamente, a prova

col sacro fonte, pizzicai le corde.

Così scoppiò nel tremulo meriggio

il vario squillo d’un’aerea rissa:

e grande lo stupore era de’ lecci,

ché grande e chiaro tra la cetra arguta

era l’agone, e la vocal fontana.

Ogni voce del fonte, ogni tintinno,

la cava cetra ripetea com’eco;

e due diceva in cuore suo le polle

forse il pastore che pascea non lungi.

Ma tardo, al fine, m’incantai sul giogo

d’oro, con gli occhi, e su le corde mosse

come da un breve anelito; e li chiusi,

vinto; e sentii come il frusciare in tanto

di mille cetre, che piovea nell’ombra;

e sentii come lontanar tra quello

la meraviglia di dedalee storie,

simili a bianche e lunghe vie, fuggenti

all’ombra d’olmi e di tremuli pioppi:

Allora io vidi, o Deliàs, con gli occhi,

l’ultima volta. O Delìàs, la dea

vidi, e la cetra della dea: con fila

sottili e lunghe come strie di pioggia

tessuta in cielo; iridescenti al sole.

E mi parlò, grave, e mi disse: Infante!

qual dio nemico a gareggiar ti spinse,

uomo con dea? Chi con gli dei contese,

non s’ode ai piedi il balbettìo dei bimbi,

reduce. Or va, però che mite ho il cuore:

voglio che il male ti germogli un bene.

Sarai felice di sentir tu solo,

tremando in cuore, nella sacra notte,

parole degne de’ silenzi opachi.

Sarai felice di veder tu solo,

non ciò che il volgo vìola con gli occhi,

ma delle cose l’ombra lunga, immensa,

nel tuo segreto pallido tramonto.

Disse, e disparve; e, per tentar che feci

le irrequïete palpebre, più nulla

io vidi delle cose altro che l’ombra,

pago, finché non m’apparisti al raggio

della tua voce limpida, o fanciulla

di Delo, o palma del canoro Inopo,

sola tu del mio sogno anche più bella,

maggior dell’ombra che di te serpeggia

nel mio segreto pallido tramonto.

Ora a te sola ridirò le storie

meravigliose, che sentii quel giorno

come vie bianche lontanar tra i pioppi.

E quale il tuo, che non maggior potevi,

tale il mio dono, né potrei maggiore;

ché il bene in te qui lascerò, come ape

che punge, e il male resterà più grave,

grave sol ora, al tuo cantor, cui diede

la Musa un bene e, Deliàs, un male!

 

 

LA CETRA D’ACHILLE

 

I

I re, le genti degli Achei vestiti

di bronzo, tutti, sì, dormian domati

dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti

dai giogo, avvinti con le briglie ai carri,

pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta.

Dormivano i custodi anche de’ fuochi,

abbandonato il capo sugli scudi

lustri, rotondi, presso i fuochi accesi,

al cui guizzare balenava il rame

dell’armi, come nuvolaglia a notte,

prima d’un nembo: Domator di tutto

teneva il sonno i Panachei chiomanti,

mirabilmente, nella notte ch’era

l’ultima notte del Pelide Achille;

e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo

e nella terra, e tutti ora sbuffando:

dalle narici il rauco sonno, in sogno

lo vedean fare un grande arco cadendo,

e sollevare un vortice di fumo;

ma in sogno senza altro fragor cadeva,

simile ad ombra; e senza suono, a un tratto,

i cavalli e gli eroi misero un ringhio

acuto, i carri scosser via gli aurighi,

mentre laggiù, sotto Il’io, alta e feroce

la bronzea voce si frangea, d’Achille.

 

II

Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno

giungeva un vasto singhiozzar dal mare.

Piangean le figlie del verace Mare,

nel nero Ponto, l’ancor vivo Achille,

lontane, ch’egli non ne udisse il pianto.

Ed altre, sì, con improvviso scroscio

ululando montavano alla spiaggia,

per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano:

fuggian con grida e gemiti e singhiozzi

lasciando le lor bianche orme di schiuma.

Ma non le udiva, benché desto, Achille,

desto sol esso; ch’egli empiva intanto

a sé l’orecchio con la cetra arguta,

dedalea cetra, scelta dalle prede

di Thebe sacra ch’egli avea distrutta.

Or, pieno il cuore di quei chiari squilli,

non udiva su lui piangere il mare,

e non udiva il suo vocale Xantho

parlar com’uomo all’inclito fratello,

Folgore, che gli rispondea nitrendo.

L’eroe cantava i morti eroi, cantava

sé, su la cetra già da lui predata.

Avea la spoglia, su le membra ignude,

d’un l’ion rosso già da lui raggiunto,

irsuta, lunga sino ai pie’ veloci.

 

III

Così le glorie degli eroi consunti

dal rogo, e sé con lor cantava Achille,

desto sol esso degli Achei chiomanti:

ecco, avanti gli stette uno, canuto,

simile in vista a vecchio dio ramingo.

E gli fu presso e gli baciò le mani

terribili. Sbalzò attonito Achille

su, dal suo seggio, e il morto l’ion rosso

gli raspò con le curve unghie i garretti.

E gli volgeva le parole alate:

Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri,

sì, nell’aspetto Primo re, ma regio

non è il mantello che ti para il vento.

Chi ti fu guida nella notte oscura?

Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.

E gli parlava rispondendo il vecchio:

No, non ti sono io re, splendido Achille;

un dio felice non mi fu l’auriga:

io da me venni. Tutti, anche i custodi

dormono presso il crepitar dei fuochi.

Tu solo vegli; e non udii, venendo,

ch’esili stridi dagli eroi sopiti,

e che un sommesso brulichio dai morti.

E nella sacra notte a me fu guida

un suono, il suono d’una cetra, Achille.

 

IV

Lo guardò scuro e gli rispose Achille:

Tu non m’hai detto il caro nome, e donde

vieni e perché. Non forse tu notturno

vieni, alle navi degli Achei ricurve,

per dono grande, ad esplorare, o vecchio?

E gli parlava rispondendo il vecchio:

Io sono aedo, o pieveloce Achille,

caro ai guerrieri, non guerriero io stesso.

Io nacqui sotto la selvosa Placo,

in Thebe sacra, già da te distrutta.

Da te non vengo a librerarmi un figlio

cui lecchi il sangue un vigile tuo cane;

il figlio, no; recando qui sul forte

plaustro mulare tripodi e lebeti

e pepli e manti e molto oro nell’arca.

Non a me copia, non a te n’è d’uopo;

ché tu sei già del tuo destino, e tutti

lo sanno, il cielo, l’infinito mare,

la nera terra, e lo sai tu ch’hai dato

ai cari amici le tue prede e i doni

splendidi; ansati tripodi, cavalli,

muli, lustranti buoi, donne ben cinte,

e grigio ferro, e reso Ettore al padre

e la tua vita al suo dovere… Oh! rendi

dunque all’aedo la sua cetra, Achille!

 

V

Disse, e sporgea la mano alla sua cetra

bella, dedalea, ma l’argenteo giogo

era dai peli del l’ion coperto.

E il cuor d’Achille, mareggiava, come

il mare in dubbio di spezzar la nave,

piccola, curva. E poi parlava, e disse:

TE’; riporgendo al pio cantor ‘la cetra;

non sì che, urtando nel pulito seggio,

non mettesse, tremando, ella uno squillo.

Poi tacque, in mano dell’aedo, anch’ella.

Allora, stando, il pari a un dio Pelide

udì ringhiare i suoi grandi cavalli,

intese Xantho favellar com’uomo,

e parlar della sua morte al fratello,

Folgor, che gli rispondea nitrendo.

Allora udì su lui piangere il mare,

piangere le figlie del verace Mare,

lui, così bello, lui così nel fiore;

e molte con un improvviso scroscio

venir per trarlo via con sé; ma in vano.

E vide nella sacra notte il fato

suo, che aspettava alle Sinistre Porte,

come l’auriga asceso già sul carro,

la sferza in pugno, che all’eroe si volge,

sopragiungente nel fulgor dell’armi.

 

VI

E il vecchio disse le parole alate:

Lascia ch’io vada senz’indugio, e porti

– meco la cetra, che non forse il cuore

nero t’inviti a piangere, su questa

cetra di glorie, l’ancor vivo Achille.

Lascia che pianga e mare e terra e cielo;

tu no. Non devi inebbriar di canto

tu, divo Achille, l’animo sereno

che sa, non devi a te celare il fato,

non che ti volle ma che tu volesti.

Restaci grande, o Peleiade Achille!

Noi, canteremo. Noi di te diremo

che, sì, piangevi, ma lontano e solo,

e che dicevi il tuo dolore all’onde

del mare ed alle nuvole del cielo.

E noi diremo che una dea non vista

a frenar la tua fosca ira veniva,

e ti prendea per la criniera rossa,

rossa criniera che così sconvolta

poi ti lisciava un’altra dea non vista,

nel tuo dolore; e che obbedivi a voci

dell’infinito o cielo o mare: avanti,

spingendo con un grande urlo d’auriga

verso la morte l’immortal tuo Xantho.

Disse e disparve nell’ambrosia notte.

 

VII

E stette Achille ad ascoltare i ringhi

de’ suoi cavalli, e più lontano il pianto

delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi

sentì più trista, sì ma più sommessa,

la voce della sua cerulea madre.

Anche sentì tra il sonno alto del campo

passar con chiaro tintinnìo la cetra,

di cui tentava il pio cantor le corde;

mentre i cavalli sospendean, fremendo,

di dirompere il bianco orzo e la spelta.

Passava il canto tra la morte e il sogno:

qualche avvoltoio, sorto su dai morti,

gli eroi viventi ventilava in fronte.

Lontanò ella sotto il cielo azzurro,

e poi vanì. Né più la intese Achille.

Né gli restava, oltre i cavalli e il carro

da guerra e le stellanti armi, più nulla,

se non montare sopra i due cavalli,

fulgido, in armi, come Sole, andando

al suo tramonto. Quando udì vicino

un singulto: Briseide su la soglia

stava, e piangeva, la sua dolce schiava.

Ed egli allora si corcò tenendo

lei tra le braccia, con su lor la pelle

del l’ion rosso; ed aspettò l’aurora.

 

 

LE MEMNONIDI

 

Ecco apparì l’Aurora che la terra

nera toccava con le rosee dita.

 

I

Disse: – Uccidesti il figlio dell’Aurora:

non rivedrai né la sua madre ancora!

E sì, t’amavo come un suo fratello.

Tu fulvo, ei nero; nero sì, ma bello:

tu come rogo che divampa al vento,

ei come rogo che la pioggia ha spento:

Memnone amato! E tu dovevi amare

lui nato in cielo figlio tu del mare!

L’azzurro mare ama la terra nera;

il giorno ardente ama l’opaca sera;

l’opera, il sonno; ama il dolor la morte…

Va dunque, Achille, alle Sinistre Porte!

 

II

Io sì t’amava, e ti ricordo, molle

della mia guazza la criniera fulva,

nella lontana Ftia ricca di zolle:

nei boschi, invasi dall’odor di lauro,

del Pelio: lungo lo Sperchéo, tra l’ulva

pesta dall’ugne del tuo gran Centauro.

Io ti mostrava là su l’alte nevi

i foschi lupi che notturni a zonzo

fiutaron l’antro dove tu giacevi:

e tu gettavi contro loro incauto

la voce ch’ora squilla come bronzo,

allor sonava come lidio flauto.

Io ti vedeva predatore impube

correre a piedi, immerso nella tua

anima azzurra come in una nube;

io, rosseggiando, e con la bianca falce

la luna smorta, vedevam laggiù

correre un uomo dietro una grande alce.

 

III

E meco c’era Memnone, che un urlo

dal ciel mandava ai piedi tuoi veloci.

Tu li credevi di laggiù le voci

forse della palustre oca o del chiurlo.

Perché t’amava anch’esso, il tuo fratello

crepuscolare, che poi te protervo

seduto sopra il boccheggiante cervo,

circondava de’ suoi strilli d’uccello.

Or egli è pietra, e ben che nera pietra,

il figlio dell’Aurora ha le sue pene,

ché quando io sorgo, e piango, ei dalle verte

rivibra un pianto come suon di cetra…

forse sospesa a un ramo, quale io credo

d’udite ancora, qui tra i pini e i cedri,

che al primo sbuffo de’ miei due polledri

vibrò chiamando il suo perduto aedo.

 

IV

E quando io sorgo, le Memnonie gralle

fanno lor giochi, quali intorno un rogo,

non come aurighi con Ferèe cavalle

sbalzano in alto sotto il lieve giogo,

con la lucida sferza su le spalle;

e né come unti lottatori ignudi

che si serrano a modo di due travi,

e né come aspri pugili coi crudi

cesti allacciati intorno ai pugni gravi;

ma come eroi, con l’aste e con gli scudi.

Quasi al fuoco d’un rogo, al mio barlume

ecco ogni eroe contro un eroe si slancia:

lottano in mezzo alle rosate schiume

del lago, e il molle becco è la lor lancia,

e non ferisce sul brocchier di piume.

Guarda le innocue gralle irrequiete,

là, con lo scudo ombelicato e il casco!

negli acquitrini dove voi mietete

lanuginose canne di falasco,

per tetto della casa alta, d’abete.

 

V

Ei piange, e vede la mia mano ch’apre

rosea, di monte in monte, uscì e cancelli;

apre, toccando lieve i chiavistelli,

alle belanti pecore, alle capre;

anche al fanciullo che la verga toglie,

curva, e si lima i cari occhi col dosso

dell’altra mano: anche al villano scosso

di mezzo ai sogni dall’industre moglie;

anche all’auriga che i cavalli aggioga

al carro asperso ancor del sangue d’ieri,

mentre l’eroe, già stretti gli stinieri,

prende lo scudo per l’argentea soga:

scudo rotondo, di lucente elettro,

grande, con le città, con le capanne,

e greggi e mandre, e corbe d’uva e manne

di spighe, e un re pei solchi, con lo scettro.

 

VI

Ma te non più porterò via, divino

eroe, sul carro, col rotondo scudo

ch’ha suon di tibie, e dolce canta, AI LINO:

dall’altra parte tornerò del cielo,

a sera, e te con altri ignudi ignudo

io parerò tenendo un aureo stelo;

un aureo stelo con in cima un astro;

e parerò le vostre esili vite,

come un pastore, con quel mio vincastro:

un gregge d’ombre, senza i folti velli

color viola. E per le vie muffite

v’udrò stridire come vipistrelli.

La bianca Rupe tu vedrai, dov’ogni

luce tramonta, tu vedrai le Porte

del Sole e il muto popolo dei Sogni.

E giunto alfine sosterai nel Prato

sparso dei gialli fiori della morte,

immortalmente, Achille, affaticato.

 

VII

Dove dirai: Fossi lassù garzone,

in terra altrui, di povero padrone;

ma pur godessi, al sole ed alla luna,

la dolce vita che ad ognuno è una;

e i miei cavalli fossero giovenchi,

che lustro il pelo, i passi hanno sbilenchi;

e ritrovassi, nell’uscir dal tetto,

per asta dalla lunga ombra, il pungetto;

e rimirassi, nell’uscir dal clatro,

per carro dal sonante asse, l’aratro:

l’aratro pio che cigola e lavora

nella penombra della nuova aurora! –

Diceva, e già nel cielo era appassita:

venne il Sole, e s’alzò l’urlo di guerra.

 

 

ANTÃŒCLO

E con un urlo rispondeva Antìclo,

dentro il cavallo, a quell’aerea voce;

se a lui la bocca non empìa col pugno

Odisseo, pronto, gli altri eroi salvando;

e ognun chiamando tuttavia per nome

la voce alata dileguò lontano;

fin ch’all’orecchio degli eroi non giunse

che il loro corto anelito nel buio;

come già prima, quando già lì fuori

impallidiva il vasto urlìo del giorno,

l’urlìo venato da virginei cori,

che udian dietro una nera ombra di sonno;

nel lungo giorno; e poi languì, ché forse

era già sera, e forse già sul mare

tremolava la stella Espero, e forse

la luna piena già sorgea dai monti;

ed allora una voce ecco al cavallo

girare attorno, che sonava al cuore

come la voce dolce più che niuna,

come ad ognuno suona al cuor sol una

 

II

Era la donna amata, era la donna

lontana, accorsa, in quella ora di morte,

da molta ombra di monti, onda di mari:

sbalzò ciascuno quasi a porre il piede

su l’inverdita soglia della casa.

Ma tutti un cenno di Odisseo contenne:

Antìclo, no. Poi ch’era forte Antìclo,

sì, ma per forza; e non avea la gloria

loquace a cuore, ma la casa e l’orto

d’alberi lunghi e il solatìo vigneto

e la sua donna. E come udì la voce

della sua donna, egli sbalzò d’un tratto

su molta onda di mari, ombra di monti;

udì lei nelle stanze alte il telaio

spinger da sé, scendere l’ardue scale;

e schiuso il luminoso uscio chiamare

lui che la bocca aprì, tutta, e vi strinse

il grave pugno di Odisseo Cent’arte;

e sentì nella conca dell’orecchio

sibilar come raffica marina:

Helena! Helena! è la Morte, infante!

 

III

Ma quella voce gli restò nel cuore:;

e quando uscì con gli altri eroi – la luna

piena pendeva in mezzo della notte –

gli nereggiava di grande ira il cuore;

e per tutto egli uccise, arse, distrusse.

Gittò nel fuoco i tripodi di bronzo,

spinse nel seno alle fanciulle il ferro;

ché non prede voleva; egli voleva

udir, tra grida e gemiti e singulti,

la voce della sua donna lontana.

Ma era nella sacra Il’io il nemico

di gloria Antìclo, non in Arne ancora,

fertile d’uva, o in Aliarto erboso:

e in un vortice rosso Il’io vaniva

a’ piè del plenil’unïo sereno.

Morti i guerrieri, giù nelle macerie

fumide i Danai ne battean gl’infanti,

alle lor navi ne rapian le donne:

e d’Il’io in fiamme al cilestrino mare,

dalle Porte al Sigeo bianco di l’una,

passavano con lunghi ululi i carri.

 

IV

Ma non ancora alle Sinistre Porte

Antìclo eroe dalla città giungeva.

Lì l’auriga attendeva il suo guerriero

insanguinato; e oro e bronzo, il carro,

e la giovane schiava alto gemente.

Voto era il carro, solo era l’auriga:

legati con le briglie abili al tronco

del caprifico, in cui fischiava il vento,

i due cavalli battean l’ugne a terra,

fiutando il sangue, sbalzando alle vampe.

Ma non giungeva Antìclo: egli giaceva

sul nero sangue, presso l’alta casa

di Deifobo. E dentro eravi ancora

fremere d’ira, strepere di ferro:

poi che, intorno all’amante ultimo, ancora

gli eroi venuti con le mille navi,

Locri, Etoli, Focei, Dolopi, Abanti,

contendean ai Troiani Helena Argiva;

tutti per lei si percotean con l’aste

i vestiti di bronzo e i domatori

di cavalli; e le loro aste, stridendo,

rigavano di lunghe ombre le fiamme.

 

V

Ma pensava alla sua donna morendo

Antìclo, presso l’atrïo sonoro

dell’alta casa. E divampò la casa

come un gran pino; ed al bagliore Antìclo

vide Lèito eroe sul limitare.

Rapido a nome lo chiamò: gli disse:

Lèito figlio d’Alectryone, trova

nell’alta casa il vincitore Atride,

di cui s’ode il feroce urlo di guerra.

Digli che fugge alle mie vene il sangue

sì come il vino ad un cratere infranto.

E digli che per lui muoio e che muoio

per la sua donna, ed ho la mia nel cuore.

Che venga la divina Helena, e parli

a me la voce della mia lontana:

parli la voce dolce più che niuna,

come ad ognuno suona al cuor sol una.

 

VI

Disse, e la casa entrò Lèito, e seguiva

tra le fiamme il feroce urlo di guerra,

che come tacque, egli trovò l’Atride

poggiato all’asta dalla rossa punta,

dritto, col piede sopra il suo nemico.

E contro gli sedeva Helena Argiva,

tacita, sopra l’alto trono d’oro;

e lo sgabello aveva sotto i piedi.

E Lèito disse al vincitore Atride:

Uno mi manda, da cui fugge il sangue

sì come il vino da cratere infranto:

Antìclo, che muore per te, che muore

per la tua donna, ed ha la sua nel cuore.

Oh! vada la divina Helena, e parli

a lui la voce della sua lontana,

la voce dolce forse più che niuna,

e come suona forse al cuor sol una.

 

VII

E così, mentre già moriva Antìclo,

veniva a lui con mute orme di sogno

Helena. Ardeva intorno a lei l’incendio,

su l’incendio brillava il plenilunio.

Ella passava tacita e serena,

come la luna, sopra il fuoco e il sangue.

Le fiamme, un guizzo, al suo passar, più alto;

spremeano un rivo più sottil le vene.

E scrosciavano l’ultime muraglie,

e sonavano gli ultimi singulti.

Stette sul capo al moribondo Antìclo

pensoso della sua donna lontana.

Tacquero allora intorno a lei gli eroi

rauchi di strage, e le discinte schiave.

E già la bocca apriva ella a chiamarlo

con la voce lontana, con la voce

della sua donna, che per sempre seco

egli nell’infinito Hade portasse;

la rosea bocca apriva già; quand’egli

– No – disse: – voglio ricordar te sola. –

 

IL SONNO DI ODISSEO

 

I

Per nove giorni, e notte e dì, la nave

nera filò, ché la portava il vento

e il timoniere, e ne reggeva accorta

la grande mano d’Odisseo le scotte;

né, lasso, ad altri le cedea, ché verso

la cara patria lo portava il vento.

Per nove giorni, e notte e dì, la nera

nave filò, né l’occhio mai distolse

l’eroe, cercando l’isola rupestre

tra il cilestrino tremolìo del mare;

pago se prima di morir vedesse

balzarne in aria i vortici del fumo.

Nel decimo, là dove era vanito

il nono sole in un barbaglio d’oro,

ora gli apparse non sapea che nero:

nuvola o terra? E gli balenò vinto

dall’alba dolce il grave occhio: e lontano

s’immerse il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

II

E venne incontro al volo della nave,

ecco, una terra, e veleggiava azzurra

tra il cilestrino tremolìo del mare;

e con un monte ella prendea del cielo,

e giù dal monte spumeggiando i botri

scendean tra i ciuffi dell’irsute stipe;

e ne’ suoi poggi apparvero i filari

lunghi di viti, ed a’ suoi piedi i campi

vellosi della nuova erba del grano:

e tutta apparve un’isola rupestre,

dura, non buona a pascere polledri,

ma sì di capre e sì di buoi nutrice:

e qua e là sopra gli aerei picchi

morian nel chiaro dell’aurora i fuochi

de’ mandrïani; e qua e là sbalzava

il mattutino vortice del fumo,

d’Itaca, alfine: ma non già lo vide

notando il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

III

Ed ecco a prua dell’incavata nave

volar parole, simili ad uccelli,

con fuggevoli sibili. La nave

radeva allora il picco alto del Corvo

e il ben cerchiato fonte; e se n’udiva

un grufolare fragile di verri;

ed ampio un chiuso si scorgea, di grandi

massi ricinto ed assiepato intorno

di salvatico pero e di prunalbo;

ed il divino mandrïan dei verri,

presso la spiaggia, della nera scorza

spogliava con l’aguzza ascia un querciolo,

e grandi pali a rinforzare il chiuso

poi ne tagliò coi morsi aspri dell’ascia;

e sì e no tra lo sciacquìo dell’onde

giungeva al mare il roco ansar dei colpi,

d’Eumeo fedele: ma non già li udiva

tuffato il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

IV

E già da prua, sopra la nave, a poppa,

simili a freccie, andavano parole

con fuggevoli fremiti. La nave

era di faccia al porto di Forkyne;

e in capo ad esso si vedea l’olivo,

grande, fronzuto, e presso quello un antro:

l’antro d’affaccendate api sonoro,

quando in crateri ed anfore di pietra

filano la soave opra del miele:

e si scorgeva la sassosa strada

della città: si distinguea, tra il verde

d’acquosi ontani, la fontana bianca

e l’ara bianca, ed una eccelsa casa:

l’eccelsa casa d’Odisseo: già forse

stridea la spola fra la trama, e sotto

le stanche dita ricrescea la tela,

ampia, immortale… Oh! non udì né vide

perduto il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

V

E su la nave, nell’entrare il porto,

il peggio vinse: sciolsero i compagni

gli otri, e la furia ne fischiò dei venti:

la vela si svoltò, si sbatté, come

peplo, cui donna abbandonò disteso

ad inasprire sopra aereo picco:

ecco, e la nave lontanò dal porto;

e un giovinetto stava già nel porto,

poggiato all’asta dalla bronzea punta:

e il giovinetto sotto il glauco olivo

stava pensoso; ed un veloce cane

correva intorno a lui scodinzolando:

e il cane dalle volte irrequïete

sostò, con gli occhi all’infinito mare;

e com’ebbe le salse orme fiutate,

ululò dietro la fuggente nave:

Argo, il suo cane: ma non già l’udiva

tuffato il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

VI

E la nave radeva ora una punta

d’Itaca scabra. E tra due poggi un campo

era, ben culto; il campo di Laerte;

del vecchio re; col fertile pometo;

coi peri e meli che Laerte aveva

donati al figlio tuttavia fanciullo;

ché lo seguiva per la vigna, e questo

chiedeva degli snelli alberi e quello:

tredici peri e dieci meli in fila

stavano, bianchi della lor fiorita:

all’ombra d’uno, all’ombra del più bianco,

era un vecchio, poggiato su la marra:

il vecchio, volto all’infinito mare

dove mugghiava il subito tumulto,

limando ai faticati occhi la luce,

riguardò dietro la fuggente nave:

era suo padre: ma non già lo vide

notando il cuore d’Odisseo nel sonno.

 

VII

Ed i venti portarono la nave

nera più lungi. E subito aprì gli occhi

l’eroe, rapidi aprì gli occhi a vedere

sbalzar dalla sognata Itaca il fumo;

e scoprir forse il fido Eumeo nel chiuso

ben cinto, e forse il padre suo nel campo

ben culto: il padre che sopra la marra

appoggiato guardasse la sua nave;

e forse il figlio che poggiato all’asta

la sua nave guardasse: e lo seguiva,

certo, e intorno correa scodinzolando

Argo, il suo cane; e forse la sua casa,

la dolce casa ove la fida moglie

già percorreva il garrulo telaio:

guardò: ma vide non sapea che nero

fuggire per il violaceo mare,

nuvola o terra? e dileguar lontano,

emerso il cuore d’Odisseo dal sonno.

 

 

L’ULTIMO VIAGGIO

 

I

LA PALA

Ed il timone al focolar sospese

in Itaca l’Eroe navigatore.

Stanco giungeva da un error terreno,

grave ai garretti, ch’egli avea compiuto

reggendo sopra il grande omero un remo.

Quelli cercava che non sanno il mare

né navi nere dalle rosse prore,

e non miste di sale hanno vivande.

E già più l’une s’erano consunte

tra scabre rupi, nel cercare in vano

l’azzurro mare in cui tuffar la luce;

né da gran tempo più sentiva il cielo

l’odor di sale, ma l’odor di verde:

quando gli occorse un altro passeggero,

che disse; e il vento che ululò notturno,

si dibatteva, intorno loro, ai monti,

come orso in una fossa alta caduto:

Uomo straniero, al re tu muovi? Oh! tardo!

Al re, già mondo è nel granaio il grano.

Un dio mandò quest’alito, che soffia

anc’oggi, e ieri ventilò la lolla.

Oggi, o tarda opra, vana è la tua pala.

Disse; ma il cuore tutto rise accorto

all’Eroe che pensava le parole

del morto, cieco, dallo scettro d’oro.

Ché cieco ei vede, e tutto sa pur morto:

tra gli alti pioppi e i salici infecondi,

nella caligo, egli, bevuto al botro

il sangue, disse: Misero, avrai pace

quando il ben fatto remo della nave

ti sia chiamato un distruttor di paglie.

Ed ora il cuore, a quel pensier, gli rise

E disse: Uomo terrestre, ala! non pala!

Ma sia. Ben ora qui fermarla io voglio

nella compatta aridità del suolo.

Un fine ha tutto. In ira a un dio da tempo

io volo foglia a cui s’adira il vento.

E l’altro ancora ad Odisseo parlava:

Chi, donde sei degli uomini? venuto

come, tra noi? Non già per l’aere brullo,

come alcuno dei cigni longicolli,

ma scambiando tra loro i due ginocchi.

Parlami, e narra senza giri il vero.

 

II

L’ALA

E rispose l’Eroe molto vissuto:

Tutto ti narro senza giri il vero.

Sono, a voi sconosciuti, uomini, anch’essi

mortali sì, ma, come dei, celesti,

che non coi piedi, come i lenti bovi,

vanno, e con la vicenda dei ginocchi,

ma con la spinta delle aeree braccia,

come gli uccelli, ed hanno il color d’aria

sotto sé, vasto. Io vidi viaggiando

sbocciar le stelle fuor del cielo infranto,

sotto questi occhi, e il guidator del Carro

venir con me fischiando ai buoi lontano,

e l’auree rote lievi sbalzar sulla

tremola ghiaia della strada azzurra.

Né sempre l’ali noi tra cielo e cielo

battiamo: spesso noi prendiamo il vento:

a mezzo un ringhio acuto, per le froge

larghe prendiamo il vano vento folle,

che ci conduca, e con la forte mano

le briglie io reggo per frenarlo al passo.

Ma un dio ce n’odia, come voi la terra

odia, che voi sostenta sì, ma spezza.

Ch’ha tutto un fine. Or tu fa che un torello

dal re mi venga, ed un agnello e un verro;

che qui ne onori quell’ignoto iddio.

E l’altro ancora rispondea stupito:

L’ignoto è grande, e grande più, se dio.

Or vieni al re, che raddolcito ha il cuore

oggi, che il grano gli avanzò le corbe.

Così l’eroe divino in una forra

selvosa il remo suo piantò, la lieve

ala incrostata dalla salsa gromma.

Al dio sdegnato per il suo Ciclope,

egli uccise un torello ed un agnello

e terzo un verro montator di scrofe;

e poi discese, e insieme a lui più l’une

vennero, e l’una dopo l’altra ognuna

sé, girando tra roccie aspre, consunse.

L’ultima, piena tremolò sul mare

riscintillante, e su la bianca sabbia,

piccola e nera gli mostrò la nave,

e i suoi compagni, ch’attendean guardando

a monte, muti. Ed ei salpò. Sbalzare

vide ancora le rote auree del Carro

sopra le ghiaie dell’azzurra strada:

rivide il fumo salir su, rivide

Itaca scabra, e la sua grande casa.

Dove il timone al focolar sospese.

 

III

LE GRU NOCCHIERE

E un canto allora venne a lui dall’alto,

di su le nubi, di raminghe gru.

Sospendi al fumo ora il timone, e dormi.

Le Gallinelle fuggono lo strale

già d’Orïone, e son cadute in mare.

Rincalza su la spiaggia ora la nave

nera con pietre, che al ventar non tremi,

Eroe; ché sono per soffiare i venti.

L’alleggio della stiva apri, che l’acqua

scoli e non faccia poi funghir le doghe,

Eroe; ché sono per cader le pioggie.

Sospendi al fumo ora il timone, e in casa

tieni all’asciutto i canapi ritorti,

ogni arma, ogni ala della nave, e dormi.

Ché viene il verno, viene il freddo acuto

che fa nei boschi bubbolar le fiere

che fuggono irte con la coda al ventre:

quando a tre piedi, il filo della schiena

rotto a metà, la grigia testa bassa,

il vecchio va sotto la neve bianca;

e il randagio pitocco entra dal fabbro,

nella fucina aperta, e prende sonno

un poco al caldo tra l’odor di bronzo.

Navigatore di cent’arti, dormi

nell’alta casa, o, se ti piace, solca

ora la terra, dopo arata l’onda.

Questo era canto che rodeva il cuore

del timoniere, che volgea la barra

verso un approdo, e tedio avea dell’acqua;

ché passavano, agli uomini gridando

giunto il maltempo, venti nevi pioggie,

e lo sparire delle stelle buone;

e tra le nubi esse con fermo cuore,

gittando rauche grida alla burrasca,

andavano, e coi remi battean l’aria.

 

IV

LE GRU GUERRIERE

Dicean, Dormi, al nocchiero, Ara, al villano,

di su le nubi, le raminghe gru.

Ara: la stanga dell’aratro al giogo

lega dei bovi; ché tu n’hai, ben d’erbe

sazi, in capanna, o figlio di Laerte.

Fatti col cuoio d’un di loro, ucciso,

un paio d’uose, che difenda il freddo,

ma prima il dentro addenserai di feltro;

e cucirai coi tendini del bove

pelli de’ primi nati dalle capre,

che a te dall’acqua parino le spalle;

e su la testa ti porrai la testa

d’un vecchio lupo, che ti scaldi, e i denti

bianchi digrigni tra il nevischio e i venti.

Arare il campo, non il mare, è tempo,

da che nel cielo non si fa vedere

più quel branchetto delle sette stelle.

Sessanta giorni dopo volto il sole,

quando ritorni il conduttor del Carro,

allor dolce è la brezza, il mare è calmo;

brilla Boote a sera, e sul mattino

tornata già la rondine cinguetta,

che il mare è calmo e che dolce è la brezza.

La brezza chiama a sé la vela, il mare

chiama a sé il remo; e resta qua canoro

il cuculo a parlare al vignaiolo.

Questo era canto che mordeva il cuore

a chi non bovi e sol avea l’aratro;

ch’egli ha bel dire, Prestami il tuo paro!

Son le faccende, ed ora ogni bifolco

semina, e poi, sicuro della fame,

ode venti fischiare, acque scrosciare,

ilare. E intanto esse, le gru, moveano

verso l’Oceano, a guerra, in righe lunghe,

empiendo il cielo d’un clangor di trombe.

 

V

IL REMO CONFITTO

E per nove anni al focolar sedeva,

di sua casa, l’Eroe navigatore:

ché più non gli era alcuno error marino

dal fato ingiunto e alcuno error terrestre.

Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra

a poco a poco. Ora dovea la morte

fuori del mare giungergli, soave,

molto soave, e né coi dolci strali

dovea ferirlo, ma fiatar leggiera

sopra la face cui già l’uragano

frustò, ma fece divampar più forte.

E i popoli felici erano intorno,

che il figlio, nato lungi alle battaglie,

savio reggeva in abbondevol pace.

Crescean nel chiuso del fedel porcaio

floridi i verri dalle bianche zanne,

e nei ristretti pascoli più tanti

erano i bovi dalle larghe fronti,

e tante più dal Nerito le capre

pendean strappando irsuti pruni e stipe,

e molto sotto il tetto alto giaceva

oro, bronzo, olezzante olio d’oliva.

Ma raro nella casa era il convito,

né più sonava l’ilare tumulto

per il grande atrio umbratile; ché il vecchio

più non bramava terghi di giovenco,

né coscie gonfie d’adipe, di verro;

amava, invano, la fioril vivanda,

il dolce loto, cui chi mangia, è pago,

né altro chiede che brucar del loto.

Così le soglie dell’eccelsa casa

or d’Odisséo dimenticò l’aedo

dai molti canti, e il lacero pitocco,

che l’un corrompe e l’altro orna il convito.

E il Laertiade ora vivea solingo

fuori del mare, come il vecchio remo

scabro di salsa gromma, che piantato

lungi avea dalle salse aure nel suolo,

e strettolo, ala, tra le glebe gravi.

E il grigio capo dell’Eroe tremava,

avanti al mormorare della fiamma,

come là, nella valle solitaria,

quel remo al soffio della tramontana.

 

VI

IL FUSO AL FUOCO

E per nove anni ogni anno udì la voce,

di su le nubi, delle gru raminghe

che diceano, Ara, che diceano, Dormi;

ed alternando squilli di battaglia

coi remi in lunghe righe battean l’aria:

mentre noi guerreggiamo, ara, o villano;

dormi, o nocchiero, noi veleggeremo.

E il canto il cuore dell’Eroe mangiava,

chiuso alle genti come un aratore

cui per sementa mancano i due bovi.

Sedeva al fuoco, e la sua vecchia moglie,

la bene oprante, contro lui sedeva,

tacita. E per le fauci del camino

fuligginose, allo spirar de’ venti

umidi, ardeano fisse le faville;

ardean, lievi sbraciando, le faville

sul putre dorso dei lebeti neri.

Su quelle intento si perdea con gli occhi

avvezzi al cielo il corridor del mare.

E distingueva nel sereno cielo

le fuggitive Pleiadi e Boote

tardi cadente e l’Orsa, anche nomata

il Carro, che lì sempre si rivolge,

e sola è sempre del nocchier compagna.

E il fulgido Odisseo dava la vela

al vento uguale, e ferree avea le scotte,

e i buoni suoi remigatori stanchi

poneano i remi lungo le scalmiere.

La nave con uno schioccar di tela

correa da sé nella stellata notte,

e prendean sonno i marinai su i banchi,

e lei portava il vento e il timoniere.

L’Eroe giaceva in un’irsuta pelle,

sopra coperta, a poppa della nave,

e, dietro il capo, si fendeva il mare

con lungo scroscio e subiti barbagli.

Egli era fisso in alto, nelle stelle,

ma gli occhi il sonno gli premea, soave,

e non sentiva se non sibilare

la brezza nelle sartie e nelli stragli.

E la moglie appoggiata all’altro muro

faceva assiduo sibilare il fuso.

 

VII

LA ZATTERA

E gli dicea la veneranda moglie:

Divo Odisseo, mi sembra oggi quel giorno

che ti rividi. Io ti sedea di contro,

qui, nel mio seggio. Stanco eri di mare,

eri, divo Odisseo, sazio di sangue!

Come ora. Muto io ti vedeva al lume

del focolare, fissi gli occhi ingiù.

Fissi in giù gli occhi, presso la colonna,

egli taceva: ché ascoltava il cuore

suo che squittiva come cane in sogno.

E qualche foglia d’ellera sul ciocco

secco crocchiava, e d’uno stizzo il vento

uscìa fischiando; ma l’Eroe crocchiare

udiva un po’ la zattera compatta,

opera sua nell’isola deserta.

Su la decimottava alba la zattera

egli sentì brusca salire al vento

stridulo; e l’uomo su la barca solo

era, e sola la barca era sul mare:

soli con qualche errante procellaria.

E di là donde tralucea già l’alba

ora appariva una catena fosca

d’aeree nubi, e torbide a prua l’onde

picchiavano; ecco e si sventò la vela.

E l’uomo allora udì di contro un canto

di torte conche, e divinò che dietro

quelle il nemico, il truce dio del mare,

venìa tornando ai suoi cerulei campi.

Lui vide, e rise il dio con uno schianto

secco di tuono che rimbombò tetro;

e venne. Udiva egli lo sciabordare

delle ruote e il nitrir degli ippocampi.

E volavano al cielo alto le schiume

dalle lor bocche masticanti il morso;

e l’uragano fumido di sghembo

sferzava lor le groppe di serpente.

Soli nel mare erano l’uomo e il nume

e il nume ergeva su l’ondate il torso

largo, e scoteva il gran capo; e tra il nembo

folgoreggiava il lucido tridente.

E il Laertiade al cuore suo parlava,

ch’altri non v’era; e sotto avea la barra.

VIII

LE RONDINI

E per nove anni egli aspettò la morte

che fuor del mare gli dovea soave

giungere; e sì, nel decimo, su l’alba,

giunsero a lui le rondini, dal mare.

Egli dormia sul letto traforato

cui sosteneva un ceppo d’oleastro

barbato a terra; e marinai sognava

parlare sparsi per il mare azzurro.

E si destò con nell’orecchio infuso

quel vocìo fioco; ed ascoltò seduto:

erano rondini, e sonava intorno

l’umbratile atrio per il lor sussurro.

E si gittò sugli Omeri le pelli

caprine, ai piedi si legò le dure

uose bovine: e su la testa il lupo

facea nell’ombra biancheggiar le zanne.

E piano uscì dal talamo, non forse

udisse il lieve cigolio la moglie;

ma lei teneva un sonno alto, divino,

molto soave, simile alla morte.

E il timone staccò dal focolare,

affumicato, e prese una bipenne.

Ma non moveva il molto accorto al mare,

subito, sì per colli irti di quercie,

per un vïotterello aspro, e mortali

trovò ben pochi per la via deserta;

e disse a un mandriano segaligno,

che per un pioppo secco era la scure;

e disse ad una riccioluta ancella,

che per uno stabbiolo era il timone:

così parlava il tessitor d’inganni,

e non senz’ali era la sua parola.

E poi soletto deviò volgendo

l’astuto viso al fresco alito salso.

Le quercie ai piedi gli spargean le foglie

roggie che scricchiolavano al suo passo.

Gemmava il fico, biancheggiava il pruno,

e il pero avea ne’ rosei bocci il fiore.

E di su l’alto Nerito il cuculo

contava arguto il su e giù de l’onde.

E già l’Eroe sentiva sotto i piedi

non più le foglie ma scrosciar la sabbia;

né più pruni fioriti, ma vedeva

i giunchi scabri per i bianchi nicchi;

e infine apparve avanti al mare azzurro

l’Eroe vegliardo col timone in collo

e la bipenne; e l’inquieto mare,

mare infinito, fragoroso mare,

su la duna lassù lo riconobbe

col riso innumerevole dell’onde.

 

IX

IL PESCATORE

Ma lui vedendo, ecco di subito una

rondine deviò con uno strillo.

Ch’ella tornava. Ora Odisseo con gli occhi

cercava tutto il grigio lido curvo,

s’egli vedesse la sua nave in secco.

Ma non la vide; e vide un uomo, un vecchio

di triti panni, chino su la sabbia

raspare dove boccheggiava il mare

alternamente. A lui fu sopra, e disse:

Abbiamo nulla, o pescator di rena?

Ben vidi, errando su la nave nera,

uomo seduto in uno scoglio aguzzo

reggere un filo pendulo sul flutto;

ma il lungo filo tratto giù dal piombo

porta ai pesci un adunco amo di bronzo

che sì li uncina; e ne schermisce il morso

un liscio cerchio di bovino corno.

Ché l’uomo, quando è roso dalla fame,

mangia anche il sacro pesce che la carne

cruda divora. Io vidi, anzi, mortali

gittar le reti dalle curve navi,

sempre alïando sui pescosi gorghi,

come le folaghe e gli smerghi ombrosi.

E vidi i pesci nella grigia sabbia

avvoltolarsi, per desìo dell’acqua,

versati fuori della rete a molte

maglie; e morire luccicando al sole.

Ma non vidi senz’amo e senza rete

niuno mai fare tali umide prede,

o vecchio, e niuno farsi mai vivanda

di tali scabre chiocciole dell’acqua,

che indosso hanno la nave, oppur dei granchi,

che indosso hanno l’incudine dei fabbri.

E il malvestito al vecchio Eroe rispose:

Tristo il mendico che al convito sdegna

cibo che lo scettrato re gli getta,

sia tibia ossuta od anche pingue ventre.

Ché il Tutto, buono, ha tristo figlio: il Niente.

Prendo ciò che il mio grande ospite m’offre,

che dona, cupo brontolando in cuore,

ma dona: il mare fulgido e canoro,

ch’è sordo in vero, ma più sordo è l’uomo.

Or al mendico il vecchio Eroe rispose:

O non ha la rupestre Itaca un buono

suo re ch’ha in serbo molto bronzo e oro?

che verri impingua, negli stabbi, e capre?

cui molto odora nei canestri il pane?

Non forse il senno d’Odisseo qui regge,

che molto errò, molto in suo cuor sofferse?

e fu pitocco e malvestito anch’esso.

Non sai la casa dal sublime tetto,

del Laertiade fulgido Odisseo?

 

X

LA CONCHIGLIA

Il malvestito non volgeva il capo

dal mare alterno, ed al ricurvo orecchio

teneva un’aspra tortile conchiglia,

come ascoltasse. Or all’Eroe rispose:

O Laertiade fulgido Odisseo,

so la tua casa. Ma non io pitocco

querulo sono, poi che fui canoro

eroe, maestro io solo a me. Trovai

sparsi nel cuore gl’infiniti canti.

A te cantai, divo Odisseo, da quando

pieno di morti fu l’umbratile atrio,

simili a pesci quali il pescatore

lasciò morire luccicando al sole.

E vedo ancor le schiave moriture

terger con acqua e con porose spugne

il sangue, e molto era il singulto e il grido.

A te cantavo, e tu bevendo il vino

cheto ascoltavi. E poi t’increbbe il detto

minor del fatto. Ascolto or io l’aedo,

solo, in silenzio. Ché gittai la cetra,

io. La raccolse con la mano esperta

solo di scotte un marinaio, un vecchio

dagli occhi rossi. Or chi la tocca? Il vento.

Or all’Aedo il vecchio Eroe rispose:

Terpiade Femio, e me vecchiezza offese

e te: ché tolse ad ambedue piacere

ciò che già piacque. Ma non mai che nuova

non mi paresse la canzon più nuova

di Femio, o Femio; più nuova e più bella:

m’erano vecchie d’Odisseo le gesta.

Sonno è la vita quando è già vissuta:

sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla.

Io, desto alfine nella patria terra,

ero com’uomo che nella novella

alba sognò, né sa qual sogno, e pens