Primi poemetti


Giovanni PAscoli

[1897]

A MARIA PASCOLI

Maria, dolce sorella: c’è stato un tempo che non non eravamo qui? che io non vedevo, al levarmi, la Pania e il monte forato? che tu non udivi, la notte, il fruscìo incessante del Rio dell’Orso? Il campaniletto di San Niccolò, bigio e scalcinato, che mi apparisce tra i ciliegi rosseggianti de’ loro mazzetti di bacche, e i peri e i meli; quel campaniletto, c’è stato un tempo in cui non lo sentivamo annunziare la festa del domani? Din don… Din don don… Din don don… Non fu quel prete smunto e cereo, che viene su per la viottola col breviario in mano, non fu esso il rettore che ci battezzò? non era Mère il buon contadino che ci rallegrava fanciulli col suo parlare a scatti, coi suoi motti e proverbi curiosi? “Il cane fa ir la coda, perché non ha cappello da cavarsi”: ecco una sua osservazione sottile a proposito del nostro Gulì. E quel fringuello che canta così da vicino il suo francesco mio e il suo barbazipìo, non è stato sempre così vicino? Non li abbiamo sentiti sempre quei più minuti e più confusi e più teneri chiacchiericci dei cardellini? Quelle verlette (sono venute da poco a portare il caldo), quelle canipaiole (vennero quando c’era da seminar la canapa; vennero a dirlo ai contadini), che sembrano ninnare i loro nidiaci con una fila di note sempre uguali; tonde, in gorgia, le prime, limpide e veloci e tristi come un lamento di piccolo, le altre; non le abbiamo sempre avute nella nostra campagna? E non abbiamo sempre udito cantar gli sgriccioli, che hanno tanta voce e sono così piccini? gli sgriccioli che… Parlano romagnolo? Dicono magné, magné, magné!… E quei balestrucci che sctisciano intorno per l’aria coi loro scoppiettìi rapidi e sonori, non li abbiamo sempre avuti nella nostra casa? C’erano anzi, negli anni passati, anche le rondini, quelle che hanno il pettino rugginoso, non bianco, e la lunga coda biforcuta, e il canto più soave e più parlato; ma ebbero che dire con queste loro rissose sorelle del pettino bianco; e se ne sono andate. Ce n’è qualche nido sotto il tetto della chiesa, in un luogo molto ombroso e solitario. Sentono cantare i vespri e le litanie da una parte; dall’altra frusciare il Rio dell’Orso. Vivono in gran ritiro, come pensose ancora, nel loro appartato sfaccendare, d’una sventura domestica e comune, toccata là, nelle isole lontane. O rondinelle dal petto rosso, o rondinelle dal petto bianco, se poteste andar d’accordo! Le une e le altre io vorrei torno torno sotto le mie grondaie, e vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli occhi intenti ad altro, la vertigine d’ombra del vostro volo! Mi fate tanta buona compagnia già voi, bianche. Io non so che cosa succede stamane. Ho sorpreso una viva conversazione familiare dentro un nido. C’erano pigolìi e strilli. Qualcuno alzava la voce. E ne siete usciti in tre o quattro. Che si è deliberato nella capannetta sospesa, che forse è la residenza del capo-tribù? forse l’impianto di nuove case? Fate pure. E buona caccia! Le mosche abbondano quest’anno, come sempre. A proposito: si chiede a che servono le mosche. Chiaro, che a nutrir le rondini. E le rondini? Chiaro, che a insegnare agli uomini (perciò si mettono sopra le loro finestre) tante cose: l’amore della famiglia e del nidietto. La prima capanna che uomo costruì, di terra seccata al sole, alla sua donna, gli insegnò una coppia di rondini a costruirla. Ciò fu al tempo dei nomadi. Le rondini viaggiatrici insegnarono all’uomo di fermarsi. E gli dettero il modellino della casa. Solo, l’uomo lo capovolse.

Ma questa voce che è? un rotolìo che mai non finisce, come d’un treno che non arriva mai. È il Fiume, cioè il Serchio. Di’, Maria, dolce sorella: c’è stato tempo che noi non s’udiva quella voce? Oh! sì: belle Panie aguzze e taglienti, bel fiume sonoro, cari balestrucci affaccendati, care verlette, care canipaiole, cari reattini, caro campanile; sì, c’è stato quel tempo che noi non si viveva così da presso. E se sapeste, che dolore allora, che pianto era il nostro, che solitudine rumorosa, che angoscia segreta e continua! Ma via, uomo, non ci pensare: mi dite. Ma no, pensiamoci anzi. Sappiate che la dolcezza lunga delle vostre voci nasce da non so quale risonanza che esse hanno nell’intima cavità del dolore passato. Sappiate che non vedrei ora così bello, se già non avessi veduto così nero. Sappiate che non godrei tanto di così tenue (per altri!) materia di gioia, se il martòro non fosse stato così duro e così durevole e non fosse venuto da tutte le possibili fonti di dolore, dalla natura e dalla società, e non ne avesse ferito tutte le possibili sedi, l’anima e il corpo, l’intelligenza e il sentimento. Non è vero, Maria? E benedetto dunque il dolore! Perché in ciò riconoscere un atroce sgarbo della matrigna Natura, che il poco bene che ci dà, ci dia solo a patto di male? Io dico parola più giusta. Io dico: O madre Natura, siano grazie a te che anche dal male ricavi per noi il bene. Noi, mansueta Maria, abbiamo a lungo camminato per l’erta viottola del dolore, e ci siamo anche stancati, o Maria, molto; ma la passeggiata ci ha dato un giovanile appetito di gioia. Sì, che anche una crosta ammuffita e una scodella di legumi sono buon cibo alla nostra fame.

Ricordiamo, o Maria: ricordiamo! Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia. Potrò significarla altrui? Aspettando i «Canti di Castelvecchio» e i «Canti di San Mauro», il presente e il passato, la consolazione e il rimpianto, aspettando questi canti che echeggiano già così soave nelle nostre due anime sole; leggi, o Maria, anzi rileggi questi poemetti. E leggeteli voi, anime candide, cui li affido. Leggeteli candidamente. Perché pare naturale in chi legge una continua preoccupazione, come se egli pensasse o sapesse che chi scrive si rivolge a lui con aria di baldanza e quasi di sfida, dicendogli: Vedi come sono bravo! Onde il lettore fa ogni sforzo per resistere e non lasciarsi persuadere o commuovere da colui che egli suppone sia per menar vanto di tale successo. Oh! no, candide anime! io non voglio farmi onore; voglio, cioè vorrei, trasfondere in voi, nel modo rapido che si conviene alla poesia, qualche sentimento e pensiero mio non cattivo. Vorrei che voi osservaste con me, che a vivere discretamente, in questo mondo, non è necessario che un po’ di discrezione… Vorrei che pensaste con me che il mistero, nella vita, è grande, e che il meglio che ci sia da fare, è quello di stare stretti più che si possa agli altri, cui il medesimo mistero affanna e spaura. E vorrei invitarvi alla campagna.

Appunto oggi è arrivata gente di fuori, di lontano. I rondoni. Strillano in gruppi di quattro o cinque: in corse disperate, come pazzi. Fanno il nido nei buchi lasciati dalle travi. Ecco che io ho intorno casa anche i rondoni, popolo bellicoso e straniero, vestito di nero opaco. Ahimè! con le rondini non andranno d’accordo! saranno risse e guerre! Ma no. Io vi racconto, per finire, un fatto di cui sono stato testimonio or ora. Un rondone (è forse una femmina: certe bontà si suppongono meglio in una che fu o è per essere madre), un rondone viene e rinviene, col suo volo di saetta, a uno de’ miei nidini di balestruccio. Vuol forse impadronirsene? cacciarne la famiglia che c’è già? No: egli porta ogni volta qualche cosa da mangiare; sta arrampicato un poco alla porticella o finestrella del nido, ed è subito sbarazzato della sua piccola preda. O caro buon rondone: tu non hai forse da fare oggi; tu non hai forse ancora compagno o compagna; e, tanto per non stare (ero per dire, con le mani in mano: ma non si tratta d’uomini, qui) per non stare in ozio, dài un po’ d’aiuto a una rondinella, a una d’altra nazione e razza, che ha forse troppi figliuoli e troppo da fare e poco da mangiare. Carità… internazionale! O caso più pietoso ancora, si tratta d’orfanelli? e un altro povero li nutre e tira su alla meglio?

Uomini, dirò come in una favola per i bimbi: uomini, imitate quel rondone. Uomini, insomma contentatevi del poco («assai» vuol dire sì abbastanza e sì molto: filosofia della lingua!), e amatevi tra voi nell’ambito della famiglia, della nazione e dell’umanità.

Ma io non parlo più a te, dolce Maria. Eccomi a te di nuovo… Ma c’è da fare il pane. Oggi è sabato. Lasciamo la penna, e andiamo. Andiamo, buona sorella, a fabbricarci il nostro pane quotidiano, o, a dir meglio, settimanale, che ci sembra poi così buono, né solo perché fatto a crocette, come è usanza della nostra Romagna (qua li chiamano colombini, come quelli di Pasqua), ma perché intriso, rimenato e foggiato dalle nostre proprie mani. Andiamo dunque a fare opera… indovina, di che?… di emancipazione, figliuola mia!

Castelvecchio di Barga, 5 giugno 1897.

Giovanni

 

 

LA SEMENTA

L’ALBA

I

Allor che Rosa dalle bianche braccia

aprì le imposte, piccola e lontana

dal cielo la garrì la cappellaccia.

Dalla Pieve a’ Cipressi la campana

sonava l’alba: in alto, sul Mongiglio

erano bianchi bioccoli di lana.

Raspava una gallina sopra il ciglio

d’un fosso. Po s’alzò, scosse la brina,

scodinzolando, con uno sbadiglio.

Ed al frizzar dell’aria mattutina,

nel comun letto si svegliò Viola,

all’improvviso, e mormorò: «Rosina!

Rosina!». E già taceva la chiesuola

lasciando udire un canto di fringuello,

e, per i campi ombrati di viola,

lo squillar de’ pennati sul marrello.

II

E Rosa in tanto, al davanzale, i semi

coglieva d’una spiga d’amorino,

e mondava dal secco i crisantemi.

Si sfumò d’oro un bioccolo argentino:

oh! una mandra, tutta oro, tranquilla

pasceva in alto in mezzo al cilestrino.

Corsero come guizzi di pupilla;

tutto via via razzava: un fil di paglia

nel concio nero, un ciottolo, una stilla.

Ma il sole entrava come in una maglia

sottil di nubi d’un color d’opale,

e traspariva dalla nuvolaglia.

Rosa si ravviava al davanzale:

or luce, or ombra si sentìa sul viso;

ché il sol montando per il cielo a scale

appariva e spariva all’improvviso.

III

Appariva e spariva; e venìa meno

la terra all’occhio, e poi, come in un fiato,

tutto balzava su verso il sereno.

A monte, a mare, ella guardò: guardato

ch’ebbe, ella disse (udiva sui marrelli

a quando a quando battere il pennato):

«Aria a scalelli, acqua a pozzatelli».

 

NEI CAMPI

I

Il capoccio avea detto: «Odimi, moglie.

Senti le rare tremule tirate

che fanno i grilli? Cadono le foglie;

e tristi i grilli piangono l’estate.

L’altra notte non chiusi occhio, tanto era

quel gridìo! – Seminate! Seminate! –

credei sentire. Poi, sentii ier sera

passar su casa un lungo rombo d’ale:

l’anatre vanno per la notte nera.

C’è sopra il verno. Il primo temporale

cova nell’aria. Sai che, per il grano,

presto è talora, tardi è sempre male.

Domani voglio il mio marrello in mano;

ché chi con l’acqua semina, raccoglie

poi col paniere; e cuoce fare in vano

più che non fare. Incalciniamo, o moglie».

II

E per due giorni consegnava il grano

alle soffici porche. Seminare

volle la costa, seminare il piano.

E per due giorni non uscì da mare

pure una nube; e il garrulo vicino,

«Il tempo è in filo,» gli dicea, «compare!»

Ma egli arava tutto il giorno, chino

sopra le porche. Il terzo dì, cantava

al buio il gallo, prima di mattino.

Ed egli al buio sorse, ed aggiogava

le brune vacche (uscirono mugliando

e rugumando la lor verde bava),

e seminava. Dore al giogo, Nando

era alla coda: Nando, il suo maggiore,

che ammoniva le bestie a quando a quando,

tarde, e la forza pargola di Dore.

III

Forza di Dore, le divincolanti

vacche reggevi; ma tuo padre il grano

pulverulento si gettava avanti.

La sementa spargea con savia mano;

altri via via copriva la sementa.

L’aratro andava, nell’ombrìa, pian piano:

 

qualche stella vedea l’opera lenta.

 

PER CASA

I

Vedea nell’ombra qualche muta stella

gli uomini arare. Nella mattinata

ci fu lo spruzzo d’una scosserella.

La casa aveva aperto ogni impannata.

Passò lontano, ripassò vicino

lo stridulo fruscìo della granata.

Fumò nell’aria torpida il camino.

Poi le stoviglie parvero fra loro

rissare nel silenzio mattutino.

Poi la fanciulla dai capelli d’oro

tessea cantando. Andò la spola a volo,

corsero i licci e il pettine sonoro.

Cantò: «Maria cercava il suo figliuolo.

Maddalena le disse: Ave Maria:

sui neri monti io l’ho veduto: o duolo!

porta una croce e sanguina per via».

II

Tra il colpeggiar del pettine sonoro

ed il suo canto, ella sentì, «Rosina!»

la verginella dai capelli d’oro.

Sorse dalla panchetta ed in cucina

venne e trovò la cara madre pia

«Figlia,» le disse, «staccia la farina.

Viola è fuori con la mucca, via

per Ginestrelle. Babbo oggi non viene

se non al tocco dell’Avemaria.

Sai, per il grano, che spicciarsi è bene:

presto è talora, tardi è sempre male!

E già piange le sue notti serene

il grillo stanco, e il primo temporale

cova nell’aria. Non lo senti a sera

passar su casa un lungo rombo d’ale?

L’anatre vanno per la notte nera».

III

E seguitava: «Io voglio accomodare,

se mi riesce, questi due radicchi,

ch’ho già intoccati, con altr’erbe amare.

E tu, mentr’io soffriggo uno o due spicchi

d’aglio trito, costì, su la brunice,

fa la polenta, buona anco pei ricchi,

quando s’ha un bocconcino che ci dice».

 

IL DESINARE

I

Ubbidì Rosa al subito comando.

Sotto il paiolo aggiunse legna, il sale

gettò nell’acqua che fremé ronzando.

Stacciò: lo staccio, come avesse l’ale,

frullò fra le sue mani; e la farina

gialla com’oro nevicava uguale.

Ne sparse un po’ nell’acqua, ove una fina

tela si stese. Il bollor ruppe fioco.

Ella ne sparse un’altra brancatina.

E poi spentala tutta a poco a poco,

mestò. Senza bisogno di garzone,

inginocchiata nel chiaror del fuoco,

mestò, rumò, poi schiaffeggiò il pastone,

fin che fu cotto; e lo staccò bel bello,

l’ammucchiò nel paiolo, col cannone

di pioppo; e lo sbacchiò sopra il tarvello.

II

Ora la madre nella teglia un muto

rivolo d’olio infuse, e di vivace

aglio uno spicchio vi tritò minuto.

Pose la teglia su l’ardente brace,

col facile olio; e, solo intenta ad esso,

un poco d’ora l’esplorò sagace.

L’olio cantò con murmure sommesso;

un acre odore vaporò per tutto.

Fumavano le calde erbe da presso,

nel tondo ch’ella inebbriò del flutto

stridulo, aulente; e poi nel canovaccio

nitido e grosso avviluppava il tutto.

E Rosa intanto sospendea lo staccio,

ponea le fette sopra un bianco lino,

stringea le còcche, e v’infilava il braccio.

Tornò Viola, e furono in cammino.

III

Rosa e Viola furono in cammino.

Ma la pia madre altro pensò; discese;

spillò la botte d’un segreto vino.

E poi, tornata, con le figlie prese

pei greppi; lesta, poi ch’una campana

si sentiva sonare dal paese:

non più che un’ombra pallida e lontana.

 

L’ANGELUS

I

Sì: sonava lontana una campana,

ombra di romba; sì che un mal vestito

che beveva, si alzò dalla fontana,

e più non bevve, e scongiurò, di rito,

l’impazïente spirito. Via via

si sentì la campana di San Vito,

si sentì la campana di Badia

e gli altri borghi, di qua di là, pronti

cantando si raggiunsero per via.

C’era di muti spiriti nei fonti

un palpitare al tremolìo sonoro

ch’empieva l’aria e percotea nei monti.

La donna andava con le figlie; e loro

squillò sul capo, subito e soave,

dalla lor Pieve un gran tumulto d’oro.

E tu nascesti Dio da un piccolo Ave…

II

– Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,

dalla sorrisa paroletta alata

(disse la voce tremolando grave):

tu che nell’aia bianca e soleggiata

eri e non eri, seme che vi avesse

sperso il villano dalla corba alzata;

ma poi l’uomo ti vide e ti soppresse,

t’uccise l’uomo, o piccoletto grano;

tu facesti la spiga e poi la mèsse

e poi la vita: fa’ che non in vano

nei duri solchi quella gente in riga

semini il pane suo quotidïano.

O Dio, neve raffrena, pioggia irriga,

sole riscalda quei futuri steli;

fa’ che granisca la futura spiga,

o tu cui l’uomo seminò nei cieli! -Così

III

diceva tremolando grave

la voce d’oro su l’aerea Pieve;

e gli aratori l’Angelus e l’Ave

dissero; e in mezzo alla preghiera breve

la dolce madre a lui venìa; non sola:

l’erano accanto con andar più lieve

bionda la Rosa e bruna la Viola.

 

IL CACCIATORE

I

Po le seguiva, il fido cane. Or essi

siedono su la porca assai contenti.

La Pieve sorridea sotto i cipressi.

Po ringhiò, fece biancheggiare i denti:

passava un uomo, un cacciator; ristette.

«Giovine, giunto qui tra le mie genti!

ciò che avanza per sei, basta per sette»

disse il capoccio; e poi con lieta cera:

«Male per voi, che bene per noi mette!

Noi ci vedemmo, o giovine, alla fiera

di Castiglione, all’osteria di Betto.

Tuo padre, Andrea buon’anima, non c’era

l’uomo più bravo e tuttavia più schietto;

e dava tempo al tempo: ecco e tu ari

un campetto con siepe e con fossetto…

Bevi il mio vino e siedi tra’ miei cari!»

II

Ed ei s’assise, il giovane, tra loro,

e bevve il rosso vino. Era di faccia

alla fanciulla da’ capelli d’oro.

Ma la fanciulla dalle bianche braccia

non lo guardava. Ed il capoccio allora

gli domandò della sudata caccia.

E lui: «La prima non ho fatto ancora;

e sì, che non so dir con quanta pena

io tutta notte l’aspettai, l’aurora!

Che ieri io rincasava a notte piena,

pensando ad altro, a non so che: zirlare

io sentiva nell’alta ombra serena.

Erano i tordi, che già vanno al mare,

in alto, in alto, in alto. Io sentìa quelle

voci dell’ombra, nel silenzio, chiare;

e mi pareva un canticchiar di stelle.

III

Ma i tordi ancor non calano, e non sento

se non il fischio delle ballerine

seguire il solco dell’aratro lento;

e lo scoppiettìo trito senza fine

del pettirosso mattinier… Comincia

il passo. Sono piene le saggine

e le olivete. Sì; ma c’è la cincia!»

 

LA CINCIA

I

Sorrise, e disse che una volta c’era

un re piccino; e s’egli era piccino,

la sua reggia era grande e nera nera.

E un aio aveva questo reattino

nero, e l’aio era lì sempre a gracchiare,

e più, quando vedea torbo il mattino.

Il re veniva alle finestre a mare,

il re veniva alle finestre a monte:

«Avessi l’ale! Potessi volare!»

Nitrir sentiva alla sua voce pronte

le sue pulledre sparse alla pastura

nel grande prato ch’era dopo il ponte.

E quel nitrito, per le antiche mura,

per gl’infiniti muti colonnati,

destava i cani; e nella reggia oscura

rimbombavano in tanto alti latrati.

II

Or una fata l’ode. Ecco, sia fatto!

La gran reggia doventa una gran macchia

a colonne di pino e d’albogatto.

Nera tra i lecci vola una cornacchia.

È l’aio. Vola su brentoli e mortelle,

libero, il recacchino, il redimacchia.

E il curvo collo svincolano snelle

quelle pulledre scalpitando, ed ecco

ch’elle frullano azzurre cinciarelle.

Tengono l’osso ancora (od uno stecco?)

le cinciallegre, piccoli mastini,

sotto le zampe, e picchiano col becco.

Dunque, dagli albigatti esse e da’ pini

fanno la guardia, e il re ne’ suoi sambuchi,

tra molta signoria di fiorrancini,

regna, e si svaga con la caccia ai bruchi.

III

Così, vedete, il cacciator che gira,

vede calare un branco. Egli bel bello

s’appressa, egli già mira, egli già tira…

suona un nitrito tremulo d’uccello,

come starnuto, suona un bau bau chiaro,

come doppio squillar di campanello;

e il branco fugge prima dello sparo.

 

L’AVEMARIA

I

E poi sazi sorgevano: le zolle

sbriciò l’aratro, della terra nera,

dietro le vacche non ancor satolle.

Rosa, con gli altri e con Viola, a schiera,

ricopriva le porche col marrello.

Babbo voleva aver finito a sera.

Il dì passò tra sole e solicello:

il sole s’insaccò, né tornò fuori,

e Montebello si pose il cappello.

Stridule, qua e là, di più colori,

correan le foglie: non s’udia per gli ampi

filari che il vocìo degli aratori.

Palpitavano, a tratti, larghi lampi;

serrava il cardo le argentine spade;

ma tutta la sementa era nei campi.

Venne la sera ed abbuiò le strade.

II

E le vacche tornavano alle stalle;

e la gente, ciarlando per la via,

saliva co’ marrelli su le spalle.

Sonò, di qua di là, l’Avemaria:

si sentì la campana di San Vito,

si sentì la campana di Badia.

Era nel cielo un pallido tinnito:

Dondola dondola dondola! – A nanna

a nanna a nanna! – Il giorno era finito.

Ora il fuoco accendeva ogni capanna,

e i bimbi sazi ricevea la cuna,

col sussurrare della ninnananna.

E le campane, A nanna a nanna! l’una;

l’altra, Dondola dondola! tra il volo

de’ pipistrelli per la costa bruna.

A nanna, il bimbo! e dondoli, il paiuolo!

III

La madre era su l’uscio, poi che intese

un parlottare ed uno scalpicciare

tra la confusa romba delle chiese.

Ed un lampo alitò sul casolare,

e bianche bianche illuminò le strade;

e il capoccio ella udì dal limitare,

che diceva: «La festa il dì che cade!»

 

LA NOTTE

I

Nella notte scrosciò, venne dirotta

la pioggia, a striscie stridule infinite;

e il tuono rotolò da grotta a grotta.

Egli, il capoccio, avvolto nel suo mite

tacito sonno, non udiva. Udiva

nascere l’erba. Vide le pipite

verdi. Il grano sfronzò, quindi accestiva.

Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco:

candido il monte, candida la riva.

No: quel bianco era fiori d’albicocco

e di susino, e l’ape uscìa dal bugno

ronzando, e il grano già facea lo stocco:

Anzi graniva; ch’era già di giugno.

La cicala friniva su gli ornelli.

Egli l’udiva, con la falce in pugno.

L’acqua veniva stridula a ruscelli.

I

L’acqua veniva, stridula, a ruscelli.

Rosa dormiva e non udiva: udiva

cantare al bosco zigoli e fringuelli.

Era nel bosco, nella reggia estiva

del redimacchia. Intorno udìa beccare.

gemme di pioppo e mignoli d’uliva.

E la macchia pareva un alveare,

piena di frulli e di ronzìi. Ma ella

sentiva anche un frugare, uno sfrascare,

un camminare. Chi sarà? Ma in quella

che riguardava tra un cespuglio raro,

improvvisa cantò la cinciarella.

E sonò d’ogni parte il bau bau chiaro,

come un tintinno, delle cincie; ed ecco

pronto all’orecchio risonar lo sparo.

Ma era un tuono, che rimbombò secco.

III

E tra il tumulto carezzò Viola

che s’era desta e che piangea. Pian piano

l’addormentava. E Rosa rifu sola.

Pensava… i licci della tela, il grano

della sementa, il cacciatore… e Rosa

lo ricercava. Dove mai? Lontano.

In una reggia. E risognò… Che cosa?

 

 

IL BORDONE – L’AQUILONE

IL BORDONE

Si tagliò da una siepe – era un mattino

triste ma dolce – il suo bordone, e, volta

la fronte, mosse per il suo cammino.

Sì: mosse. E quella era la siepe folta

d’un camposanto, ed era il camposanto,

quello, dove sua madre era sepolta.

D’allora ha errato. Seco avea soltanto

il suo bordone. E qua tese la mano,

e qua la porse. E ha gioito e pianto.

E vide il fiume, il mare, il monte, il piano:

tutto: e a tutto era più presso il cuore

di quanto il piede n’era più lontano.

Disperò sui tramonti, e su le aurore

sperò; sì che la via sempre riprese.

Vuoto era il frutto, ma soave il fiore.

Sopra la soglia d’infinite chiese

pregò. Vide infiniti uomini: alcuno,

Raca! gli disse, ed altri, Ave gli rese:

scòrsero i più, come su lago bruno

ombra di nube nera presso nera

ombra di nube. E fu tutto e nessuno.

Sì ch’ora è stanco. Ed è, ora, una sera

triste ma dolce. E sta, come una volta,

presso una siepe. E questa è ancor com’era.

Ché fermo è là, presso la siepe folta

d’un camposanto; e questo camposanto

è quello dove è sua madre sepolta.

Egli è quel ch’era, ma il suo corpo è franto

dall’error lungo; e nel suo cuore è vano

ciò che gioì, ma piange ciò che ha pianto.

E sta, vecchio e canuto, con la mano

sul bordone d’allora. Ed ecco, vede

che da quel giorno radicò pian piano,

il suo bordone, e che visse, e che diede

già fiori e foglie: sotto le sue dita

germinò, radicò sotto il suo piede.

E gli resta una foglia inaridita

che trema. E il vento soffia. E il pellegrino,

curvo sopra la immobile sua vita,

par che muova ora, per il suo cammino.

 

IL VISCHIO

I

Non li ricordi più, dunque, i mattini

meravigliosi? Nuvole a’ nostri occhi,

rosee di peschi, bianche di susini,

parvero: un’aria pendula di fiocchi,

o bianchi o rosa, o l’uno e l’altro: meli,

floridi peri, gracili albicocchi.

Tale quell’orto ci apparì tra i veli

del nostro pianto, e tenne in sé riflessa

per giorni un’improvvisa alba dei cieli.

Era, sai, la speranza e la promessa,

quella; ma l’ape da’ suoi bugni uscita

pasceva già l’illusïone; ond’essa

fa, come io faccio, il miele di sua vita.

II

Una nube, una pioggia… a poco a poco

tornò l’inverno; e noi sentimmo, chiusi

per lunghi giorni, brontolare il fuoco.

Sparvero i bianchi e rossi alberi, infusi

dentro il nebbione; e per il cielo smorto

era un assiduo sibilo di fusi;

e piovve e piovve. Il sole (onde mai sorto?)

brillò di nuovo al suon delle campane:

tutto era verde, verde era quell’orto.

Dove le branche pari a filigrane?

Tutti i petali a terra. E su l’aurora

noi calpestammo le memorie vane

ognuna con la sua lagrima ancora.

III

Ricordi? Io dissi: «O anima sorella,

vivono! E tu saprai che per la vita

si getta qualche cosa anche più bella

della vita: la sua lieve fiorita

d’ali. La pianta che a’ suoi rami vede

i mille pomi sizïenti, addita

per terra i fiori che all’oblìo già diede…

Non però questa (io m’interruppi), questa

che non ha frutti ai rami e fiori al piede».

Stava senza timore e senza festa,

e senza inverni e senza primavere,

quella; cui non avrebbe la tempesta

tolto che foglie, nate per cadere.

IV

Albero ignoto! (io dissi: non ricordi?)

albero strano, che nel tuo fogliame

mostri due verdi e un gialleggiar discordi;

albero tristo, ch’hai diverse rame,

foglie diverse, ottuse queste, acute

quelle, e non so che rei glomi e che trame;

albero infermo della tua salute,

albero che non hai gemme fiorite,

albero che non vedi ali cadute;

albero morto, che non curi il mite

soffio che reca il polline, né il fischio

del nembo che flagella aspro la vite…

ah! sono in te le radiche del vischio!

V

Qual vento d’odio ti portò, qual forza

cieca o nemica t’inserì quel molle

piccolo seme nella dura scorza?

Tu non sapevi o non credevi: ei volle:

ti solcò tutto con sue verdi vene,

fimo si fece delle tue midolle!

E tu languivi; e la bellezza e il bene

t’uscìa di mente, né pulsar più fuori

gemme sentivi di tra il tuo lichene.

E crebbe e vinse; e tutti i tuoi colori,

tutte le tue soavità, col suco

de’ tuoi pomi e il profumo de’ tuoi fiori,

sono una perla pallida di muco.

VI

Due anime in te sono, albero. Senti

più la lor pugna, quando mai t’affisi

nell’ozïoso mormorio dei venti?

Quella che aveva lagrime e sorrisi,

che ti ridea col labbro de’ bocciuoli,

che ti piangea dai palmiti recisi,

e che d’amore abbrividiva ai voli

d’api villose, già sé stessa ignora.

Tu vivi l’altra, e sempre più t’involi

da te, fuggendo immobilmente; ed ora

l’ombra straniera è già di te più forte,

più te. Sei tu, checché gemmasti allora,

ch’ora distilli il glutine di morte.

 

IL TORELLO

I

Su la riva del Serchio, a Selvapiana,

di qua del Ponte a cui si ferma a bere

il barrocciaio della Garfagnana,

da Castelvecchio menano, le sere

del dì di festa, il lor piccolo armento

molte ragazze dalle treccie nere.

Siedono là sul margine, col mento

sopra una mano, riguardando i pioppi

bianchi del fiume; e parlano. Ma il vento

porta brusìo di voci, eco di scoppi

di mortaretti, eco di passi presta

ed un confuso tremito di doppi.

Dolce ascoltare allora, con la testa

voltata altrove, quelle due parole…

coperte un po’ dalle campane a festa!

altrove… al Serchio che risplende, al sole

che prende il monte… o Nelly, anco ai vivagni

del tuo pannello, anco alle mucche sole

che brucano il palèo sotto i castagni.

II

To’… quel vitello – al cui grande occhio appari

immensa, con un lento albero in mano,

quando con una vetta tu lo pari –

guarda stupito, nuovo, al monte, al piano:

tutto una selva, il monte; la costiera

sembra un velluto tenero di grano.

Egli che non sapea la primavera,

la dura coda svincola, saluta

il mondo bello. Prima, esso non c’era:

ci si ritrova: fiuta l’aria, fiuta

la terra: all’aria sobbalzando avventa

le brevi corna della fronte bruta;

e con le zampe irrequïete tenta

la terra. Il cielo è tutto pieno d’oro,

Nelly, ed il suolo è tutto pien di menta.

Vuole empir della sua gioia il sonoro

spazio, il vitello, e trae dalle profonde

fauci un muglio arrotato, agro, di toro.

Una giovenca lontana risponde.

III

Dunque, Nelly, rimeni oggi un torello:

savio, però, che sempre ha te di fronte

con nella mano il grande albero snello.

Arrivi a Castelvecchio, alla sua fonte

nuova, perenne, a cui vengono in fila

le gravi mucche nel calar dal monte.

Queste, da un canto, alla marmorea pila

succhiano l’acqua; e quando alzano il collo,

l’acqua dalle narici nere fila.

Dall’altro, suona, empiendosi al rampollo

vivo, la secchia: una fanciulla aspetta

con sui riccioli bruni il suo corollo.

A questa fonte, o Nelly, ora s’affretta

il tuo torello, a bere: dalla piena

conca l’acqua discende alla cunetta,

così ch’ell’ha come un pulsar di vena.

Egli guarda coi grossi occhi, né beve;

ché dentro l’acqua che si muove appena,

vede un coltello azzurro ondeggiar lieve…

IV

Mugola e fugge. E poi mugolando erra

due dì, da selva a selva, nel suo colle,

strappando qualche fil d’erba alla terra.

Cerca dolente le segrete polle

verdi di capelvenere; vi mira

dentro: il coltello taglia l’ombra molle.

Aspetta al pozzo, quando alcuna tira

la secchia: l’acqua vi trabocca e sbalza:

dentro, il coltello gira gira gira.

Allora, al botro: dall’aerea balza,

scende: il coltello posa su la ghiaia;

ma la corrente un po’ l’urta, e lo scalza

forse, e lo porta. Aspetta egli: si sdraia

sui lisci giunchi, e coi grandi occhi spia,

fissando l’acqua di tra la giuncaia,

se mai quell’ombra della morte via

portino l’onde. Sopra la sua testa

il tempo corre per la muta via.

Aspetta: e l’acqua passa e l’ombra resta.

V

Il terzo giorno… «Ecché tu piangi, sciocca?

Sa ‘ssai! En bestie, ‘un ci han lunari: scólta:

‘un si sa gnanco noi quel che ci tocca!»

dice tuo padre, o Nelly. Tu sei volta

alla Via Nova, guardi nella valle,

per vederlo passare anche una volta.

Passa: un uomo alla testa, uno alle spalle:

è impastoiato, ad or ad or trempella…

Passa… Oh! poggi solivi! ombrose stalle!

E quanto fieno! quanta lupinella!

 

IL SOLDATO DI SAN PIERO IN CAMPO

I

Era poc’anzi nella valle il ronzo

dell’altre sere. Ogni campana prese

poi sonno in una lunga ansia di bronzo.

Si dicevano Ave! Ave! le chiese,

e i vecchi preti, che ristanno un poco

con le mani alla fune anco sospese.

Ave! tra uno scampanìo più fioco

dai monti, che, lassù, pare una voce

che dian quei cirri e cumuli di fuoco…

Ave! tra uno scoppiettìo veloce

di balestrucci, che nel cielo intorno

gettan ombre di pii segni di croce…

segni di croce, sul morir del giorno,

nel campo, nella via, nel casolare

dove sospira i passi del ritorno

il nonno, solo… E già venian più rare

le squille delle Avemarie lontane;

e s’alzò dalla valle, di tra un mare

di foglie, un suono a morto, a tre campane.

II

Oh! Piangi… Pensa… Dormi… Piangi… Pensa…

Dormi… echeggiava in ogni cuor San Piero

nell’ora dolce in cui fuma la mensa:

nell’ora in cui risuona ogni sentiero

di piedi scalzi, e anche di novelle

e di ragioni dette con mistero:

San Piero in Campo sperso là tra quelle

file di pioppi, garrulo, ai tramonti,

di rane gravi e allegre raganelle.

Echeggiava tra i monti. Erano i monti

tutti celesti; tutto era imbevuto

di cielo: erba di poggi, acqua di fonti,

fronda di selve, e col suo blocco acuto

la liscia Pania, e con le sue foreste

il monte Gragno molle di velluto.

Sfiorava il sole tuttavia le creste,

toccando qua e là nuvole vane

e di laggiù, tra tutto quel celeste,

veniva il suono delle tre campane.

III

E Dormi… Piangi!… Chi piange, lo sanno

tutti: sua madre. Come era contenta!

Egli le ritornava ora, nell’anno,

tra pochi mesi. Ognuno lo rammenta,

buono! bello! ma il dito alza alla bocca,

come sua madre sia per lì, che senta.

Quel dolore ha una lunga ombra che tocca

tutte le case. Col cucchiaio in mano

resta, come la veda, una che imbocca

il suo piccino, al fuoco. – Era a Milano,

credo, a Modena… – Dove la via sale,

due calessini vanno su pian piano,

al passo: intorno suona il disuguale

tonfo degli otto zoccoli, ed, appena,

il cigolìo leggiero delle sale.

Dolce il ritorno! Dolce essere a cena

spartendo ai bimbi irrequïeti il pane…

Vanno; e nell’aria concava e serena

rimbomba il suono delle tre campane.

IV

E Pensa… Dormi… È limpida la sera:

si vede sempre, e non s’accende il lume.

C’è nelle selve fumo qua, che annera,

là, che biancheggia: bruciano il pattume:

presto si coglie. E l’uva ingrossa, e invaia

i chicchi già. La canapa è nel fiume.

È già stesa a capretta su la ghiaia,

via via: dura ha la tiglia, alta la canna.

Ecco che già si mazzola in qualche aia.

Vengono all’aia, avanti la capanna,

i giovinotti, e ognuno si promette

con la ragazza che gli tien la manna.

Il sessantino ha messo i crini, mette

la rappa. Già si sguscia. Nelle stalle

le manse vacche mangiano le vette.

È uno splendore di pannocchie gialle

per tutto, alle finestre, nelle altane.

La sera è dolce: solo nella valle

suonano a morto quelle tre campane.

V

E Piangi… Pensa… Dormi… Egli, sotterra

dorme! ed in terra appena benedetta!

dorme sotterra, e non nella sua terra!

Fuori è restato un po’ di lui, che aspetta;

chiama i rettori del suo vicinato;

chiede la messa della sua chiesetta;

vuol l’acquasanta ch’ebbe appena nato,

che le sue fasce già bagnò, che bagni

or la sua cassa; vuol esser portato

al camposanto suo, tra i suoi castagni,

sotto il suo panno dalla frangia nera,

sopra le spalle de’ suoi pii compagni,

tra il calpestìo de’ suoi compagni a schiera,

tra il muto calpestìo che, dove passa,

lascia nel timo un morto odor di cera;

e il cataletto or s’alza, ora s’abbassa:

si va pian piano ma per vie non piane:

e dolcemente il capo nella cassa

si culla al suono delle sue campane.

VI

E dice Mamma… Mamma… Mamma… Vuole

sua madre. Ahimè! che voglia, quella voglia

di mamma! quel dolore, quanto duole!

Ora, più nulla. Stride qualche foglia;

si chiamano e rispondono tranquilli

due chiù; va la Corsonna che gorgoglia.

Tu su la bruna valle alta sfavilli,

Barga, coi cento lumi tuoi. Rimane

l’orma del pianto tra un gridìo di grilli

e un interrotto gracidar di rane.

 

L’ALBERGO

Qual ne corse parola oggi per l’aria,

alata? Soli, a due, quindi a branchetti,

a stormi, nella macchia solitaria

giungono muti i passeri, dai tetti

neri tra i salci, dalla chiesa nera

tra i pampani, dai borghi al monte stretti

per non cadere. È limpida la sera:

segnano i boschi un bruno orlo sottile

su le montagne, una sottil criniera.

Non garrirà di passeri il cortile,

e salutando con le squille sole

vaporerà nell’ombra il campanile!

Non i loquaci spettator che suole,

avrà sui merli il volo de’ rondoni

(uno svolìo di moscerini al sole

par di lontano sopra i torrïoni

del castellaccio); e assorderà le mura

mute il lor grido, e i muti erbosi sproni!

Giungono sempre nella macchia oscura;

frullano, entrano, affondano in un pino:

nel pino solo in mezzo alla radura.

Pende un silenzio tremulo, opalino,

su la radura: dondolano appena

le cavallette il lor campanellino.

Ed ecco nella queta aria serena

scoppia un tumulto – l’albero ne oscilla –

subito come un rotolar di piena.

È il pino, il pino che cinguetta, strilla,

pigola; ogni ago tremola e saltella.

Le imposte, per udire, apre una villa.

Nella radura quella nera ombrella

aerea tumultua… St!… Solo

ora s’ode un ronzìo di cantarella.

Che è? Crocchiava un ghiro sul nocciuolo?

Secca una pina crepitò? Lontano

cantava l’invisibile assiuolo?

Silenzio. Solo il ronzìo grave e piano

s’ode in disparte, e qualche cavalletta

che scuote il suo campanellino invano.

Ma di nuovo quel pino, ecco, cinguetta,

pigola, strilla; e tutta la boscaglia

ne suona intorno, mentre l’ombre getta

più grandi. Azzurra in cielo si ritaglia

ogni cresta dei monti; una vetrata

a mezzo il poggio razza ed abbarbaglia.

Dura il frastuono, e par d’una cascata:

pare sopra il fogliame ampio e sonoro

lo scroscio d’una luminosa acquata.

Sfuma gli alberi neri un vapor d’oro.

 

LA CALANDRA

I

Galleggia in alto un cinguettìo canoro.

È la calandra, immobile nel sole

meridïano, come un punto d’oro.

E le sue voci pullulano sole

dal cielo azzurro, quando è per tacere

la romanella delle risaiole;

e non più tintinnìo di sonagliere

s’ode passare per le vie lontane;

ché già desina all’ombra il carrettiere.

Né più cicale, né più rauche rane,

non un fil d’aria, non un frullo d’ale:

unica, in tutto il cielo, essa rimane.

Rimane e canta; ed il suo canto è quale

di tutto un bosco, di tutto un mattino;

vario così com’iride d’opale.

Canta; e tu n’odi il lungo mattutino

grido del merlo; e tu senti un odore

acuto di ginepro e di sapino,

senti un odore d’ombra e d’umidore,

di foglie, di corteccia e di rugiada;

un fragrar di corbezzole e di more.

Vai per un bosco e senti, ove tu vada,

quei fischi uscir più liquidi e più ricchi;

poi, come colpi da remota strada

di spaccapietre, il martellar de’ picchi.

II

Ma no: dib dib: è il passero. Ricopre

la nebbia i campi, dove è dall’aurora

de’ bovi il muglio e il viavai dell’opre.

Fuma la terra, fuma il cielo; ancora

fuma il camino e, tra le tamerici,

fuma il letame e grave oggi vapora.

Vaniscono laggiù le zappatrici;

di qua l’aratro emerge per incanto,

tra un pigolìo di passeri mendici.

Ma donde viene chiaro e dolce il canto

or della quaglia? È in fior lo spigo; tondo

s’apre nei campi il fior dell’elïanto.

È sera forse? e dentro il ciel profondo

il crepuscolo indugia? e nel sereno

canta la quaglia di tra il grano biondo?

E pieno il prato è già di trilli, e pieno

il grano è già di lucciole, e su l’aie

bianche s’esala il buon odor del fieno.

E no, ch’è l’alba: è sotto le grondaie

tutto un ciarlare. Sono intorno al nido

le rondinelle garrule massaie.

La casa dorme. Niuno ancor nel fido

bricco il caffè, nemico al sonno, infuse.

Vola e rivola il mattutino strido

lungo le verdi persïane chiuse.

III

Un torvo strillo di poiana… muta

solitudine… roccie irte, malvage…

qualche cesto d’assenzio e di cicuta…

Il cielo sfuma in un rossor di brage.

Solo un torrente urlare odo: russare

d’un ebbro in mezzo una sua muta strage.

E la poiana strilla. Ecco mi appare

una rovina, una deserta chiesa,

da cui te, solitario, odo cantare.

Canti come una dolce anima presa

da’ suoi ricordi, tu, dalla rovina

dove è già la pietosa edera ascesa,

passero azzurro! O donde mai, vicina

cincia, m’inviti in vano a te? Da un orto

rosso, cui cinge il bosso e l’albaspina.

Pendono rosse tra il fogliame smorto

le dolci mele, e ingiallano le pere.

Nel mezzo un fico, nudo già, contorto.

E vi cantano cincie e capinere…

Ma no, sei tu che, immobile nel sole,

canti, o calandra, sopra le brughiere.

E le tue voci pullulano sole

dal cielo azzurro, con virtù segreta,

come veggenti limpide parole,

o grande su le brevi ali poeta!

 

CONTE UGOLINO

I

Ero all’Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell’acqua, onda su onda,

di lampi d’oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l’eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l’uomo avanza, sì; ti pare?»

E l’occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria… Di che mai ragiona,

le notti, il tardo guidator dell’Orse

ozïando su l’acqua che risuona

lugubre e frangesi alla rea scogliera?…

E vidi te, cerulea Gorgona;

e più lontana, come tra leggiera

nebbia, accennante verso te, rividi

l’altra. Io vedeva la Capraia, ch’era

come una nube, e lineavo i lidi

della Maremma, e imaginai sonante

un castello di soli aerei stridi,

in un deserto; e poi te vidi, o Dante.

II

Sedeva sopra un masso di granito

ciclopico. Pensava. Il suo pensiero

come il mare infinito era infinito.

Lontani, i falchi sopra il capo austero

roteavano. Stava la Gorgona,

come nave che aspetti il suo nocchiero.

E la Capraia uscìa d’una corona

di nebbia, appena. Or Egli dritto stante,

imperïale sopra la persona,

tese le mani al pelago sonante,

sì che un’ondata che suggea le rosse

pomici, all’ombra dileguò di Dante.

Ed ecco, dove il cenno suo percosse,

la Gorgona crollò, vacillò; poi

salpava l’eternale àncora, e mosse.

E la Capraia scricchiolò da’ suoi

scogli divelta, e tra un sottil vapore

veniva. O due rupestri isole, voi

solcavate le bianche acque sonore,

la prua volgendo dove non indarno

voleva il dito del trïonfatore:

alla foce invisibile dell’Arno.

III

Avanzarono come ombra che cresca

all’improvviso… quando udii, vicino:

«Conte Ugolino della Gherardesca…»

Chi parlava di te, Conte Ugolino?

Uno, fiso nel mare. Oh! tutto in giro,

sotto il turchino ciel, mare turchino,

su cui tremola appena al tuo sospiro

un velo vago, tenue! O Capraia,

o Gorgona color dello zaffiro,

ferme io vi scòrsi, come plaustri in aia

cerula, immensa. E a’ miei piedi l’onda

battea lo scoglio e risorbìa la ghiaia.

E nella calma lucida e profonda,

nudo sul trampolino, con le braccia

arrotondate su la testa bionda,

era un fanciullo. «Quello» io chiesi «in faccia

a noi?» «Sì, quello.» «Quel fanciullo? il Conte

che rode il teschio nell’eterna ghiaccia?»

«Foglie d’un ramo, gocciole d’un fonte!»

Egli guardava un tuffolo pescare

stridulo; scosse i ricci della fronte,

e con un grido si tuffò nel mare.

 

DIGITALE PURPUREA

I

Siedono. L’una guarda l’altra. L’una

esile e bionda, semplice di vesti

e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

l’altra… I due occhi semplici e modesti

fissano gli altri due ch’ardono. «E mai

non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;

e le rividi le mie bianche suore,

e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»

L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi

quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?

i bussi amari? quel segreto canto

misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto

io ci credeva che non mai, Rachele,

sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele

che inebria l’aria; un suo vapor che bagna

l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna

cerulea!» Maria parla: una mano

posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II

Vedono. Sorge nell’azzurro intenso

del ciel di maggio il loro monastero,

pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero

d’odor di rose e di viole a ciocche,

di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche

salgono melodie, dimenticate,

là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,

ospite caro? onde più rosse e liete

tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,

Ave Maria, la vostra voce in coro;

e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,

senza perché. Quante fanciulle sono

nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono

di vele al vento, vengono. Rimane

qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,

una spiga di fiori, anzi di dita

spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III

«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani

si premono. In quell’ora hanno veduto

la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto

premere) dolci, come è tristo e pio

il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»

dice tra sé, poi volta la parola

grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola

ero con le cetonie verdi. Il vento

portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento

d’un sogno che notturno arse e che s’era

all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.

L’aria soffiava luce di baleni

silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni

erbosi. I piedi mi tenea la folta

erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!

tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore

alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»

 

SUOR VIRGINIA

I

Tum tum… tum tum… – Ell’era stata in chiesa

a pregar sola, a dir la sua corona

sotto la sola lampadina accesa.

Avea chiesto perdono a chi perdona

tutto, di nulla; simile ad ancella

ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;

a una che su l’uscio di sorella

ricca, socchiuso, prega piano, a volo;

ch’altri non oda. Era tornata in cella.

E ora avanti il Cristo morto solo,

avanti l’agonia di Santa Rita,

si toglieva il suo velo, il suo soggólo.

Il cingolo a tre nodi dalla vita

poi si scioglieva; un giallo teschio d’osso

girò tre volte nelle ceree dita.

Tum tum… – Chi picchia? Si rimise in dosso

lo scapolare. Forse alla parete

dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.

Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,

ch’ha male… Aprì soavemente l’uscio.

Entrò. Niente. I capelli nella rete,

le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio…

II

dormivano, composte, accomodate,

le due bambine. Aperta la finestra

era a una gran serenità d’estate.

L’avea lasciata aperta la maestra

per via del caldo. Un alito di vento

recava odor d’acacia e di ginestra.

Ma che frufrù nell’orto del convento!

Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,

un sordo sgnaulìo subito spento.

Un grillo ora trillava, ora d’un tratto

taceva: come? Come se lì presso

fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.

Un fischiettare, un camminar represso,

un raspare, un frugare, uno sfrascare

improvviso su su per il cipresso…

Brillavan qua e là lucciole rare,

come spiando. Un ululo ogni tanto

veniva da un lontano casolare.

L’urlo d’un cane alla catena, e il canto

più lontano d’un rauco vagabondo,

nell’alta notte, era la gioia e il pianto

che al monastero pervenìa, dal mondo.

III

Dormivano. Sì: anche la sorella

piccina. Era composta, era coperta.

Suor Virginia tornò nella sua cella.

Tornò lasciando la finestra aperta

a quel lontano canto, a quel lontano

bau bau di cane ch’era sempre all’erta;

aperta a quello scalpicciar pian piano

d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,

che poi taceva sotto un piede umano…

Dormivano. Il lor cuore era tranquillo

La suora si svestì, così leggiera,

ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.

S’addormentava. – Tum tum tum… – Che era?

E Suor Virginia si levò seduta

sul letto, mormorando una preghiera.

Ella ascoltò: la piccola battuta

venìa di là. Si mise anche una volta

lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.

No. L’una e l’altra si tenea raccolta

al dolce sonno. Non avean bisogno

di lei. La bimba s’era, sì, rivolta

sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.

IV

Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.

Era venuto il tempo di lasciare

il suo cantuccio in questa Val di pianto.

A quel Santo ogni sera essa all’altare

dicea tre pater. Egli non ignora

nell’ampia terra il nostro limitare.

Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,

come allora: e devìa dalla sua strada

per dire a questo o quello ospite: «È l’ora».

Egli è notturno come la rugiada.

E viene, e bussa fin che il sonnolento

pellegrino non s’alza e non gli bada.

Egli era, dunque, entrato nel convento

per rivelarle l’ora del trapasso.

Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.

Ella sentito non ne aveva il passo,

perché va scalzo. Sulla soglia trita

certo aspettava col cappuccio basso.

Suor Virginia il fardello della vita

doveva fare: il cielo era già rosso:

il suo fardello. Tra le ceree dita

prese il rosario col suo teschio d’osso.

V

E vennero le morte undicimila

vergini, con le lampade fornite

d’olio odoroso; camminando in fila;

di bianco lino, come lei, vestite;

nelle pallide conche d’alabastro

portando accese le lor dolci vite;

passando, sì che in breve erano un nastro

bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,

nel cielo azzurro tra la terra e un astro;

passando, come gli Ave a grano a grano

d’una corona. E le dicean parole

di sotto il giglio che teneano in mano.

Aveva ognuna, su le bianche stole,

l’orma di sangue della sua tortura.

Anch’ella, al cuore. Le dicean: «Non duole».

Era, la prima d’esse, Ursula pura,

lassù, che tuttavia lampade accese

splendeano in fila per la terra oscura.

Le vergini non tutte erano ascese.

Quella picchiò tre volte con lo stelo

del giglio. E in terra Suor Virginia intese

quei colpettini al grande uscio del cielo.

VI

Tum tum… – Di là, con tutto quel gran cielo

alla finestra, oh! trema come foglia

secca che prilla intorno a un ragnatelo,

la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia

dirglielo: Madre, c’è uno laggiù:

chiuda! E volge gli aperti occhi alla soglia

dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.

 

LA QUERCIA CADUTA

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande

morta, né più coi turbini tenzona.

La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona

i nidietti della primavera.

Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera

ognuno col suo grave fascio va.

Nell’aria, un pianto… d’una capinera

che cerca il nido che non troverà.

 

 

L’AQUILONE

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento

dei cappuccini, tra le morte foglie

che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese

e d’altra vita: un’aria celestina

che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! È questa una mattina

che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera

tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era

d’autunno ancora qualche mazzo rosso

di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso

saltava, e la lucertola il capino

mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza

la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,

risale, prende il vento; ecco pian piano

tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,

come un fiore che fugga su lo stelo

esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo

petto del bimbo e l’avida pupilla

e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla

lassù lassù… Ma ecco una ventata

di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?

Sono le voci della camerata

mia: le conosco tutte all’improvviso,

una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,

o miei compagni! e te, sì, che abbandoni

su l’omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l’orazïoni,

e piansi: eppur, felice te che al vento

non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.

solo avevi del rosso nei ginocchi,

per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi

persuaso, stringendoti sul cuore

il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore

la sua stringendo fanciullezza al petto,

come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,

anch’io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto…

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co’ bei capelli a onda

tua madre… adagio, per non farti male.

 

 

IL VECCHIO CASTAGNO

E Viola tornò per coglitora,

dopo sementa, dal suo zio d’Albiano.

Ed ecco, i cardi non cadeano ancora.

E dava nel frattempo ella una mano

all’altre donne, e lungo il Rio con esse

facea brocche di càrpino e d’ontano.

Ora sfogliava le seconde mèsse,

dei gelsi, ora segava erba e trifoglio,

che la brinata non gliele cocesse.

Perché la bestia dice all’uomo: «Io voglio

l’ultime frasche, s’altri ebbe le prime.

A me l’avanzo, s’è di te il rigoglio!

Le pigne tu, le pampane io: le cime

io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti.

Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

Padrone, c’è del verde, che tu pesti.

Menami alle covette della strada,

menami un poco nella selva ai cesti:

ai cesti ch’ora a tutto ciò che cada,

aprono i lor fioretti color carne;

e cade brina, che attendean rugiada».

Ed ella andava qualche volta a farne

per loro, e qualche volta, ch’era bello,

menava là le vaccherelle scarne.

E con loro godeva il solicello

di fin d’ottobre, tra i castagni, sotto

il re di tutti, un vecchio mondinello.