Primo Levi


di Marco Pancetti

LA VITA E LE OPERE

Primo Levi la cui famiglia era di origine ebrea, frequenta il liceo classico a Torino; nel 1937 ottiene il diploma e si iscrive all’ Università e, nonostante l’ entrata in vigore delle leggi razziali che impedivano agli ebrei l’accesso agli studi ma permettevano di ultimarli a quelli che li avevano già intrapresi, si laurea a pieni voti e con lode.

Dopo la morte del padre, gravemente ammalato, le difficoltà economiche spingono Levi a cercare lavoro, cosa non facile a causa delle leggi razziali; nonostante questo, viene assunto in  maniera semi-illegale in un’impresa che lo incarica di trovare un metodo economicamente conveniente per estrarre le tracce di nichel contenute nel materiale di scarto di una cava d’amianto.   

A questo periodo risalgono i primi esperimenti letterari con due racconti, pubblicati anni dopo nel romanzo il sistema periodico”.

Nel 1943 entra in contatto col gruppo partigiano operante in Valle D’ Aosta , ma poco dopo viene arrestato e trasferito in un campo di concentramento  presso Modena; da qui,  insieme ad altri prigionieri, viene deportato ad Auschwitz e poi a Buna-Monowitz .

Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di coincidenze fortunate: innanzitutto il suo tedesco elementare, appreso leggendo pubblicazioni scientifiche e l’ incontro con un muratore italiano che, esponendosi a grandi rischi,  gli procura del cibo.

Esaminato da una commissione, gli viene assegnato un posto in una fabbrica di gomma sintetica .

Ha la possibilità di contrabbandare materiale per ottenere cibo e per fare ciò si avvale di Alberto anche egli italiano.

Nel 1945, poco prima dell’ arrivo dell’ Armata Rossa, si ammala di scarlattina e viene trasferito nell’infermeria del campo, scampando, cosi, alla marcia di evacuazione, circostanza in cui muore Alberto, che Primo aveva tentato di infettare: tentativo vano, poiché quest’ ultimo aveva già contratto la malattia in età infantile.

Il ritorno dalla Germania è molto travagliato: attraversa l’ Ungheria , la Cecoslovacchia e l Austria; giunto a Torino si riprende fisicamente e psicologicamente e riallaccia i contatti con famigliari ed amici. In seguito si sposta a Milano, dove trova impiego in una fabbrica di vernici.

Levi sente il bisogno di raccontare la sua vicenda, incomincia la scrittura di un romanzo dal titolo Se questo è un uomo” dove racconta il periodo ad Auschwitz.

Propone il romanzo ad Einaudi ma questo lo rifiuta, quindi si rivolge ad una piccola casa editrice di Torino e, nonostante la critica favorevole, vengono vendute solo 1500 copie; per questo motivo Levi abbandona la scrittura e si dedica solamente al lavoro.

Nel 1956 alla mostra della deportazione di Torino il suo romanzo viene accolto favorevolmente dal pubblico; questo evento dà nuovamente fiducia a Levi che ripropone il manoscritto ad Einaudi, il quale decide di pubblicarlo e questa edizione riscuote molto successo. Levi lo traduce in inglese e in tedesco per far comprendere alla popolazione tedesca che cosa era stato fatto in proprio nome.

Nel libro viene descritto il periodo di prigionia compreso fra due terribili inverni nord europei, inverni durante i quali il narratore vede numerosi suoi compagni morire di stenti a causa delle proibitive condizioni ambientali, del precario stato igienico-sanitario del campo e del lavoro massacrante.

Levi si trova davanti ad un sistema, il lager, organizzato e finalizzato allannientamento della dignità umana.

Dentro questo folle progetto di distruzione, l uomo non riesce più a provare pietà, non conosce più l’amicizia, la ribellione, la speranza e, paradossalmente,  si cura solo di non morire e per questo lotta e combatte per mantenere in piedi quel mucchietto di ossa, senza altro scopo che non sia quello di aggiungere sofferenza alla propria condizione.

In una pagina straordinaria, eppure terribile, che sembra quasi voler ammonire il lettore, Levi narra la pubblica esecuzione di un prigioniero responsabile di una tentata ribellione.

Rientrato nella baracca l’uomo non riesce a guardare in faccia il suo compagno:  «Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo rotti, non ha potuto piegarlo.

Perché anche noi siamo stati rotti, vinti anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo.

Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame e ora ci opprime la vergogna».

I più fortunati riescono a migliorare le proprie condizioni i più deboli cadono sempre più in basso, ma che giovamento traggono i primi dal sopravvivere sulle spalle dei secondi, che vita sorge dallo spettacolo quotidiano dellannientamento dei propri simili? ».

La sua odissea termina con la liberazione da parte dei Russi che da li a poco giungeranno a Berlino; Hitler, rifugiato nel bunker sotto la cancelleria, si suiciderà prima che i Russi lo catturino, la Germania firma la resa incondizionata e la guerra in Europa è terminata.

 

Giappone e fronte asiatico

Il Giappone, ultima potenza dell’ Asse a resistere agli alleati, opponeva una tenace resistenza, con nuove portaerei e  nuove tattiche di guerra: i kamikaze  frutto della disperazione.

Il fanatismo giapponese e la convinzione che la guerra in Giappone sarebbe durata tantissimo tempo e con un costo di vite incalcolabile,

convinse il nuovo presidente Harry Truman all’impiego della bomba atomica sulle città di Hiroshima e Nagasaki, azione che portò alla resa incondizionata del Giappone.

La bomba atomica era un’arma dalle potenzialità distruttive inimmaginabili per quel periodo; la sua potenzialità è basata sulla fissione dell’atomo.

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