Principali Opere di Giovanni Pascoli

La prima edizione di Myricae è del 1891: è una raccolta di liriche di argomento semplice e modesto, come afferma lo stesso Pascoli, ispiratosi per lo più a temi familiari e campestri. Il titolo è dato dal nome latino delle tamerici, umili pianticelle prese a simbolo di una poesia senza pretese, legate alle piccole cose quotidiane e agli affetti più intimi.
Il titolo Myricae allude ad una poesia dimessa, fatta di piccole cose, di quadretti rapidissimi, impressionistici”, dove le cose” sono definite con esattezza, col loro nome proprio. I temi sono appunto la natura, la vita nei campi, il lavoro, la morte (in seguito alla perdita di affetti familiari), il nido”.
La pubblicazione di Myricae segna un momento cruciale e di rinnovamento per la poesia italiana. Questo aspetto di novità di Pascoli è anche all’origine di certe reazioni di netta sorpresa, di dissenso, di disorientamento, di fronte ad un’opera che si distacca dalla tradizione che va da Petrarca a Carducci.
Questa raccolta è cresciuta nel tempo, e dalle 22 poesie della prima edizione si è arrivati alle 156 dell’ultima. In essa sono racchiusi veri e propri capolavori della letteratura italiana: X Agosto; Novembre; Carrettiere; Arano; Orfano; L’assiuolo; Lavandare.
X Agosto è una riflessione sul male che parte da un tragico ricordo autobiografico (l’uccisione del padre avvenuta la notte di San Lorenzo) e si estende ad una dimensione universale attraverso la simbologia del nido, suggerendo al poeta l’immagine del cielo che piange le sue stelle su questa terra buia e malvagia. Pascoli, rispetto al Leopardi, non approfondisce il tema del male cercandone le radici, ma rimane smarrito di fronte ad esso, incapace di una qualsiasi reazione. La metrica è composta da quartine di decasillabi e settenari alternati.

Nel 1897 Pascoli pubblica i Poemetti, una serie di componimenti di più ampio respiro, in terzine di endecasillabi, dove più esplicitamente il mondo rurale è caratterizzato dalla presenza umana. I protagonisti sono uomini e donne che, attraverso l’esperienza del dolore, scoprono i valori della solidarietà con gli altri uomini e con gli animali contro il male che incombe minaccioso; è proprio linquietante e misteriosa presenza del male e della morte a caratterizzare alcuni testi che sono tra i più interessanti di questa raccolta e di tutta la produzione pascoliana. Tra le liriche più importanti della raccolta è da segnalare LAquilone.

I Canti di Castelvecchio ritornano alla metrica estremamente libera ed al linguaggio particolare di Myricae, tant’è che sono stati definiti dallo stesso Pascoli Myricae autunnali. Rispetto alla prima produzione si può notare che queste poesie sono più articolate e meno frammentarie e sono caratterizzate da una malia lirica insinuante, riflesso della presenza di temi e ispirazioni legati al mondo dell’inconscio. L’immagine -simbolo predominante è quella della madre assieme a quella della morte-consolatrice e del nido. Alcune delle liriche da ricordare sono La cavalla storna; La mia sera; Il gelsomino notturno; La voce della madre; Lora di Braga.

La mia sera racconta della conclusione di una giornata atmosfericamente agitata che si stempera in una serata tranquilla, diventando cos’ l’espressione autobiografica del sentire del poeta. Il suo spirito travagliato si placa nella serenità della sera che diventa la mia” sera. Coglie gli aspetti più nascosti e minuti della realtà naturale per farne materia poetica. Prevale il dominio della tensione verso la sera, il riposo, la morte, in una dimensione più crepuscolare dell’esistenza. Al contrario, Leopardi, ne La quiete dopo la tempesta fa prevalere la gioia e lo stupore verso la natura che sopravvive alla crisi” del temporale e la vita che si rigenera. Sono strofe di sette novenari e un senario a rima alternata con la presenza di rime interne, echi e rimandi.

Nicola Schiavone