PROMETEO – Eschilo – scheda di analisi

PROMETEO – ESCHILO
Data
La data di rappresentazione non è certa, ma si può ipotizzare che sia stata intorno al 460 a.C. sulla base di un ragionamento riguardo al numero degli attori, che all’inizio della tragedia sono tre. È Sofocle (nato nel 496) ad introdurre il terzo attore, e gareggerà con Eschilo solo nel 469. Si lascia quindi passare degli anni dopo il primo contatto con Sofocle perché sia completa l’assunzione e l’introduzione del terzo attore nelle tragedie eschilee; si arriva quindi al 460 a.C.
Trilogia
Una delle due questioni eschilee è la formazione della trilogia. Si conoscono i tre titoli, ma non si è riusciti a dare una collocazione certa al Prometeo portatore di fuoco; per cui le ipotesi sono
1.   Prometeo portatore di fuoco, Prometeo incatenato, Prometeo liberato
» questa ipotesi si basa sulla cronologia della vicenda mitica di Prometeo, che prima rubò il
   fuoco per darlo agli uomini, poi venne incatenato per punizione, poi liberato da Eracle.
2.   Prometeo incatenato, Prometeo liberato, Prometeo portatore di fuoco
» la seconda ipotesi si basa su una riflessione etimologica del titolo (unica cosa a noi rimasta
   della tragedia). “Portatore del fuoco” è la traduzione di πυρφόρος, che potrebbe riferirsi
   alle processioni prometeiche durante cui si sfilava portando in mano delle fiaccole; si
   ipotizza che la tragedia potesse narrare le feste in seguito alla liberazione di Prometeo.
Numero di attori
Gli attori sono tre, sebbene ci siano solamente monologhi o dialoghi tra due personaggi. Sul numero di attori c’è una discussione, ancora aperta, perché il numero di personaggi nel prologo sono quattro (Kratos, Bia, Efesto, Prometeo), mentre il numero massimo di attori in scena adottato da Eschilo è di due. Si esclude innanzitutto la presenza fisica di Bia (che rappresenta la Violenza di Zeus) sulla scena, perché non parla, e può essere stata semplicemente citata. La prima possibilità di spiegazione è che Eschilo, entrato in contatto con Sofocle, tragediografo che introdusse il terzo attore, ne abbia assunto l’invenzione utilizzando per una sua tragedia tre attori. Si è ipotizzato poi, sia per salvare la “regola” dei due attori in Eschilo, sia da osservazioni testuali che fanno riferimento ad atti violenti da parte di Efesto e Kratos nei confronti del personaggio di Prometeo, che il Titanio sia rappresentato da un fantoccio, un pupazzo. Secondo questa ipotesi uno dei due attori, una volta uscito di scena, sarebbe andato dietro al pupazzo per dargli voce, ma l’ipotesi risulta assurda, soprattutto se si considera che la tragedia sia abbastanza tarda da aver assunto il terzo attore da Sofocle.
Composi-
zione coro
Il coro è composto dalle Oceanidi, cioè le figlie del dio Oceano. Eschilo sceglie di farle cognate del protagonista. La moglie di Prometeo non è però presente nel gruppo.
La condizione delle ragazzine, che ricordano molto il coro di un’altra tragedia di Eschilo, i Sette a Tebe, è insolita: sono scappate dal padre Oceano per visitare il titano. La loro azione azzardata e il modo autorevole con cui si impongono a Prometeo, senza paura di criticarlo e di fargli notare le sue colpe (forse anche approfittando della condizione del protagonista, incapace di affermarsi con la forza), intrecciano alla figura della fanciulla pura, vergine, integra quella della sicurezza conseguente alla coscienza di essere nel giusto e di conoscere la verità. È probabile che per questo motivo l’autore si identifichi con le Oceanidi.
Funzione del prologo
Bia (non presente) e Kratos (che rappresenta la forza di Zeus) trascinano Prometeo fino al luogo scelto da Zeus per la sua pena, un’altura ghiacciata e desolata. Li segue Efesto, che tiene in mano la mazza del fabbro ferraio e le catene da lui forgiate che legheranno Prometeo ad una roccia. La pena del Titano viene attuata grazie alle sollecitazioni dure e severe di Kratos, che esprime l’autorità del volere di Zeus da cui non si può sfuggire. Il prologo ha la funzione di introdurre il racconto mitico, di ambientare la scena, di presentare il protagonista come un innocente destinato a soffrire per la volontà di un dio tiranno (Zeus). Questa impressione si ottiene grazie al personaggio di Efesto, che prova pietà nei confronti del consanguineo Prometeo, pur portando a compimento il suo dovere cosciente che deve piegarsi al volere della Necessità. Il prologo presenta quindi le tematiche principali contenute nella tragedia: il dolore innocente, la giustizia, la libertà; questo affinché lo spettatore, informato, possa verificarne i contenuti nel corso della tragedia, facilitando così la comprensione del contenuto didascalico.
Scelte dell’autore
Viene ripreso dalla Teogonia di Esiodo il racconto sulla successione violenta delle stirpi divine, ma semplificandone i passaggi da tre a due: dalla generazione dei Titani a quella degli dei giovani, cioè gli olimpici capeggiati da Zeus, eliminando la stirpe di Crono.
Una seconda scelta è quella di intrecciare le vicende di due racconti mitici: quello di Prometeo e quello di Io, l’umana che è stata trasformata in giovenca da Era, pazza di gelosia per i rapporti tra l’umana e Zeus. Io è la terza e ultima visita a Prometeo ed il punto di massimo coinvolgimento emotivo per il pubblico perché alla pena provata per il benefattore si aggiunge la pena anche nei confronti di un’altra triste figura della mitologia. Questo incontro, avvenuto dopo l’insinuazione della colpa di Prometeo da parte del coro, confonde ancora di più la distinzione tra bene e male, effetto sempre ricercato da Eschilo
Inoltre Eschilo sceglie volutamente di rappresentare una situazione più difficile di quella che potrebbe essere per impedire di dividere nettamente i buoni dai cattivi; decide infatti di non dire esplicitamente perché Zeus punisce Prometeo. Nella Teogonia di Esiodo, si racconta l’inganno di Prometeo che, per favorire gli uomini, durante un sacrificio a Zeus, nasconde le carni di un bue sacrificato sotto la pelle e lo stomaco, poco appetibili; in un altro recipiente nasconde sotto il grasso le ossa, la parte peggiore dell’animale. Zeus accetta il sacrificio e di cadere nell’inganno, pur essendone a conoscenza, prendendo la ciotola con le ossa, agli uomini viene quindi assegnata la parte migliore. Scatena poi una punizione tremenda agli uomini e al titano, rifiutando di dare all’uomo il fuoco celeste e decretandone così l’estinzione. Prometeo non accetta però il rifiuto, ruba il fuoco agli dei portandolo sulla terra. Zeus allora punisce gli uomini mandando loro Pandora, Prometeo legandolo ad una roccia ghiacciata; il termine della sua pena è stabilito solamente dalla volontà del padre degli dei.
Tacendo queste vicende, il Titano è presentato come un innocente, benefattore degli uomini e perseguitato da un dio tiranno, Zeus, un personaggio apparentemente negativo perché ingiusto. Nel corso della tragedia però, con l’intervento delle Oceanidi e di Ermes, l’immagine del benefattore sfuma fino all’affermazione della colpa di Prometeo nella conclusione della tragedia. Per compiere questo passaggio nella visione del protagonista Eschilo compie una scelta importante: quella di legare Prometeo al coro in un modo particolarmente intenso, facendolo marito di una delle Oceanidi. Il fine di questa decisione è di avvalorare il giudizio delle ragazzine, nel momento in cui insinuano il dubbio sull’innocenza del titano. Se fossero personaggi esterni e non persone care e vicine per affetto e legami di sangue, l’importanza del giudizio non sarebbe così rilevante.
Tematiche
      Libertà
Prometeo, pur nella sua condizione di prigioniero, dichiara di aver scelto coscientemente di peccare, consapevole anche della conseguente pena. Il Titano afferma quindi il suo libero arbitrio, cioè la possibilità di scegliere, ma non la sua libertà, cioè il conoscere cosa è bene e cosa è male e poter scegliere il bene. Mentre il primo dà dignità all’uomo ma non riconosce il bene, la seconda dà dignità vera e felicità. Ciò è chiaro nel testo ai versi 263-276, quando Prometeo dice “Io sapevo le cose fino in fondo. Scelsi, scelsi io di peccare, non voglio negarlo. Da me, da me ho creato il mio strazio per proteggere l’uomo.” Anche se subito dopo emerge il limite umano di fronte all’imprevedibilità dei fatti “Oh no, non credevo di dover tanto pagare […]”.
      Sofferenza degli innocenti e giustizia
Nel prologo Prometeo viene presentato come l’innocente che soffre per il volere di un dio tiranno, sopraffatto dalla Necessità che dispensa favori o disgrazie indistintamente. Prometeo nel corso della tragedia maledice continuamente Zeus per questa pena ingiusta, ma la distinzione tra giustizia ed ingiustizia sfuma progressivamente finché si arriva ad affermare che la responsabilità delle azioni è di chi agisce, mentre il dio è innocente. Prometeo ha infatti commesso una colpa di αὐθαδία (authadìa), che è l’atteggiamento di chi decide da sé contro la volontà degli altri.
      Speranza
Prometeo si vanta di aver aiutato gli uomini togliendo loro la possibilità di sapere in anticipo la loro morte insinuando in loro “cieche speranza”, oltre al dono del fuoco. Poi non risponde alla domanda delle Oceanidi, che chiedono che speranza c’è invece per lui stesso. Questo tema fa tornare in mente il carmina I di Orazio, più conosciuto come Carpe diem, in cui incita la fanciulla a “tagliare la lunga speranza”, invito a vivere il presente e non perdersi in una pretesa sul futuro. (versi 259-262)