Quid est veritas?

Il dibattito è in corso da sempre: dagli albori della civiltà l’uomo si interroga su cosa credere, su quale dogma fare affidamento, su quale legge morale condurre la propria esistenza.  Si tratta di interrogativi che investono ogni campo della cultura: dal crepuscolo delle divinità e dei riti pagani, dal superamento della fisica aristotelica, fino alla messa in dubbio delle convinzioni positiviste e alla travolgente rivoluzione operata dalla relatività einsteniana.  Ogni campo del sapere procede sempre secondo questa costante: un dogma indiscutibile, una nuova teoria, brillante e irriverente, un dibattito e una nuova era, segnata dal nuovo dogma, in attesa che qualche intelletto acuto e impertinente scardini l’equilibrio appena raggiunto.  Fra i vari momenti di crisi, ovviamente si tratta di crisi costruttive, il momento più significativo risale a poco più di un secolo fa: il “Crepuscolo degli idoli” a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio dei XX secolo.  Grazie al lavoro di menti sublimi, quali Marx, Nietzsche, Freud, Einstein e Pirandello, solo per citare i principali interpreti, all’umanità sono stati proposti nuovi punti di vista, per guardare in maniera del tutto nuova ad una commedia, che il determiniamo sembrava aver già definito.  Recentemente il dibattito ha ripreso energia, grazie soprattutto alle parole di Benedetto XVI, poco prima della sua ascesa al soglio pontificio:

 

“Difendiamo l’integrità della dottrina cattolica.  Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.  Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie “.

Joseph Ratzinger, dall’omelia “Pro eligendo Romano Pontefice”( 8.04.2005)

 

L’allora cardinale Ratzinger metteva in guardia dalla “dittatura del relativismo”, il cui figlio legittimo è il nichilismo: tali ammonimenti sembrano fare da eco alle profetiche parole, di un secolo precedenti, di Nietzsche:

 

“L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere.  Il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto.  Si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valori.  Il movimento è inarrestabile.  Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine; conosce abbastanza per non credere più in nessun valore “.

 

In sostanza, il relativismo è la via da seguire o è un rischio?  Il papa lo vede come un pericolo incombente.  Da un punto di vista etico condivido le ragioni del pontefice: il relativismo mette sullo stesso piano ogni presa di posizione, quindi si crea un “politeismo” di valori in cui ogni pretesa di assolutezza è minata alle basi.  Dopo il disincanto che ci ha privato di bussole e orientamenti fissi, siamo costretti a navigare nell’oceano della precarietà, mediando tra una cultura e un’altra.

 

Attenzione, però a non sforare nel pericolo più aberrante in cui la ragione umana possa incappare: lo scetticismo.  La verità esiste e il relativismo più bieco e decostruttivista è una minaccia inqualificabile- se infatti non esistesse la verità, a che il dialogo?  Un relativismo portato a conseguenze così estreme è fatalmente contraddittorio.  Non è forse la democrazia la summa della tolleranza, del rispetto e del confronto fra posizioni eterogenee, l’unica condizione perché possa instaurarsi il dialogo fra punti di vista discordanti?  Bene, la democrazia presuppone i valori della persona, della dignità, dell’uguaglianza, del rispetto: togliamo valore a questi valori e avremo tolto la democrazia.  Tuttavia il relativismo presenta numerosi aspetti assai positivi: abbatte i fondamentalismi e incoraggia la tolleranza.  Educa le persone a disattivare i fattori di conflitto generati dall’assolutismo, suo fratello gemello.  Constatata la natura ambivalente del relativismo, desidero esprimere la mia posizione sull’annosa questione espressa all’inizio: questa aspirazione immanente nell’uomo (“O verità, verità, le più recondite fibre dell’anima mia anelavano a Te ” per citare Sant’Agostino), è lecita, il singolo intelletto può arrogarsi il diritto di ricercare delle risposte universali?  Esistono dei valori, delle idee, che non conoscono confini, scontri culturali e attriti ideologici, ma che vengano ritenute indiscusse in ogni angolo del pianeta?  A mio avviso, la verità esiste, certo che esiste: per riprendere l’argomentazione precedente, che, devo confessarlo, ho preso in prestito da Marcello Pera, presidente del Senato italiano, i valori su cui si basa la democrazia sono universali, e se una cultura non li riconosce come tali, non può essere definita cultura, perché non si è ancora affrancata dall’ homo homini lupus.  Non mi conformo ai politically correct, che si nascondono intimoriti dietro al patetico ritornello non-esistono-culture-migliori-esistono-culture-differenti”. 1 valori universali esistono e il relativismo è uno strumento prezioso e come tale va impiegato in maniera coscienziosa: esso permette il confronto, il dialogo, ma a condizione che non si porti avanti un atteggiamento scettico o autolesivo: come sempre gli eccessi sono quanto di più aberrante si possa avere e l’uomo moderno deve imparare a tollerare le opinioni altrui, senza dimenticarsi delle sue radici e dei valori che l’hanno condotto dove è attualmente.  Concludo, citando un’appropriata sentenza di Voltaire, che a duecento anni di distanza è ancora più che valida-

 

“Il diritto dell’intolleranza è assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri,- anzi è anche più orribile, perché le tigri non sbranano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi.  ” (Trattato della Tolleranza)

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