Prospettivismo e dualismo

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Forma/sostanza in Luigi Pirandello

di Roberto Ponciroli

“La realtà, io dico, siamo noi che la creiamo: ed è indispensabile che sia così.  Ma guai a fermarsi in una sola realtà: in essa si finisce per soffocare, per atrofizzarsi, per morire.  Bisogna invece variarla, mutarla, continuamente, continuamente mutare e variare la nostra illusione “. Luigi Pirandello

La crisi delle certezze esaltate dal positivismo, del determinismo laplaciano investono anche la letteratura.  La dissoluzione del naturalismo ha in Luigi Pirandello probabilmente il suo più efficace testimone: in un’ottica nazionale, è l’autore che meglio rappresenta il periodo che va dalla crisi successiva all’unità d’Italia fino all’avvento del fascismo.  Pochi come lui ebbero coscienza dello scacco subito dai valori del Risorgimento e dei complessi cambiamenti in atto nella società italiana.  Al centro della concezione pirandelliana sta la dicotomia fra l’apparenza e la verità, tra ciò che gli uomini credono di vedere, anche in buona fede e la realtà delle cose.  Questa critica delle illusioni si tramuta via via in un sentimento di sfiducia nella possibilità stessa di conoscere la realtà.  Gli scrittori del periodo precedente dimostrarono grande fiducia in ideali e valori: basti considerare l’esempio di D’Annunzio, il poeta-vate, il faro che avrebbe dovuto ergersi a guida delle greggi e delle masse, presunta personificazione dell’Oltreuomo nietzscheano.  Per Pirandello, l’arte diventa il mezzo per scardinare le mistificazioni e i falsi miti costruiti dagli scrittori del decadentismo.  Lo scrittore è condannato al dubbio sistematico: ma questa condanna sarà anche la sua forza.  Quasi tutta la produzione pirandelliana è basata sulle tematiche del prospettivismo e sul dualismo forma/sostanza: a mio avviso, gli spunti più significativi sono rintracciabili ne “Il fu Mattia Pascal ” e nella fortunatissima commedia “Così è (se vi pare)”.

Molte opere, molti scrittori e diversi filosofi hanno cercato di tratteggiare e delineare il crepuscolo degli idoli, dei falsi dei: lo sgretolarsi del terrapieno che reggeva la cultura ottocentesca è stato variamente descritto e interpretato.  Nietzsche e Pirandello ci hanno fornito immagini sublimi e immediate, che delineano queste angosciose dinamiche: il primo con il celebre brano dell’annuncio della “morte di Dio”, tratto dalla Gaia Scienza, il secondo con un passo tratto dal capitolo XIII de “Il fu Mattia Pascal”, noto come la “Lanterninosofia “. Il protagonista, dopo aver constatato di essere stato dichiarato deceduto, durante la sua fuga al casinò, decide di cambiare vita, di dare un taglio netto all’odiosa e svilente esistenza, che aveva condotto fino ad allora.  Così si costruisce una nuova identità, adottando lo pseudonimo di Adriano Meis, e decide di farsi operare l’occhi strabico, pensando che ciò sia sufficiente a ritrovare una piena integrazione nella società e a cancellare gli ultimi residui della sua vecchia, rifiutata identità.  Dopo l’operazione, deve restare per quaranta giorni disteso al buio: durante la convalescenza, il suo stravagante padrone di casa, Anseimo Paleari, lo intrattiene esponendogli le sue bislacche eppure profonde considerazioni filosofiche.  Pirandello impiega questa figura minore per esporre il suo punto di vista, tanto è vero che interi passi del discorso di Paleari, ricompariranno nel saggio “L’umorismo”.

Paleari paragona la visione che ognuno ha del mondo a un lanternino, che tenta di rischiarare un ritaglio del buio dell’esistenza: Pirandello, con una metafora apparentemente comica, abbozza un affresco della condizione ideologica dell’uomo occidentale, agli esordi del XX secolo: le grandi ideologie e i valori collettivi che avevano orientato intere epoche storiche, vengono descritte come dei lanternoni, intorno ai quali le diversità individuali avevano creduto di trovare un terreno comune:

 

“In ogni età, infatti, si suole stabilire tra gli uomini un certo accordo di sentimenti che dà lume e colore a quei lanternoni che sono i termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza, Onore, e che so io Il lume d’una idea comune è alimentato dal sentimento collettivo; se questo sentimento però si scinde, rimane sì in piedi la lanterna del termine astratto, ma la fiamma dell’idea vi crepita dentro e vi guazza e vi singhiozza.  Non sono poi rare nella storia certe fiere ventate che spengono d’un tratto tutti quei lanternoni.  “

 

Ora che i lanternoni si sono spenti, l’uomo è solo e spaesato e cerca invano un nuovo riferimento (“A chi dobbiamo rivolgerci?  Indietro forse?  Alle lucernette superstiti?  “).  Il lantemino infatti ci fornisce indicazioni sulle quali basare il nostro comportamento, ma al tempo stesso ci rende consapevoli della pochezza e della relatività delle nostre opinioni.  Quindi la posizione di Pirandello è di grande sfiducia verso le verità apparentemente inviolabili, terrene o metafisiche: infatti dimostra di non riporre grandi speranze nella religione (“Molti ancora vanno nelle chiese per provvedere all’alimento necessario le loro lanternucce: il fioco, ma placido lume di queste lanternucce desta certo invidia angosciosa in molti di noi”) e nemmeno nella scienza (“certi altri che si credono armati del fulmine domato della scienza recano in trionfo le lampadine elettriche “).  Per Pirandello ogni visione del mondo non è che un modo per deformare la realtà: questo è un limite umano, tale deformazione non è consapevole, ma avviene e l’unica maniera è quella di tollerare le varie posizioni, consapevoli di non potere possedere verità assolute.

La commedia “Così è (se vi pare) ” ruota attorno alle vicende di una famiglia piccola borghese, che si è appena trasferita nella cittadina capoluogo di provincia. I tre personaggi principali sono il signor Ponza, sua moglie e la signora Frola, suocera del signor Ponza.  Il terzetto, apparentemente normalissimo, suscita ben presto la curiosità della gente, soprattutto perché le due donne vivono rigorosamente separate.  Secondo la versione del signor Ponza, la sua attuale moglie è una donna sposata in seconde nozze, mentre la sua prima moglie, la figlia della signora Frola, è morta da tempo: la signora Frola è pazza, perché si ostina a crederla sua figlia.  La signora Frola, dal canto suo, sostiene che la moglie di Ponza è proprio sua figlia e che il genero non riconosce più come tale, in seguito ad una penosa vicenda: in passato la donna fu ricoverata per sottrarla alla folle gelosia del marito, il quale quando la rivide la scambiò per un’altra avendola creduta morta.  Malgrado le due versioni siano opposte, hanno un elemento in comune: sia Ponza, che la signora Frola sostengono di stare al gioco per non far soffrire il parente, gravemente provato.  La gente della cittadina, però, vuole vederci chiaro e si giunge a condurre una sorta di inchiesta per stabilire la “verità”.  La posizione di Pirandello viene stavolta impersonata da Lamberto Laudisi, un intellettuale umorista, che osserva la vicenda dall’esterno con scetticismo: egli sostiene che la verità oggettiva non esiste; la verità può solo essere soggettiva dipende dal punto di vista di chi la osserva.  Tuttavia i vari componenti dei salotto borghese, dove la vicenda è ambientata, non sono soddisfatti dalle argomentazioni di Laudisi: per porre fine alla controversia, propongono di convocare la donna in questione e determinare chi sia il pazzo, fra il signor Ponza e la signora Frola.  Ma anche questo estremo tentativo si rivela fallimentare: infatti l’arrivo della signora Ponza non servirà a far luce sul mistero.  La signora Ponza (allegoria della verità) fa il suo ingresso avanzando “rigida, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo nero, impenetrabile “. Irrompe nel salotto quasi fosse una sacerdotessa di antichi misteri, la fedele del culto dei relativismo: ovviamente ha il volto velato, in quanto la verità è inconoscibile.  Quando alla fine, il prefetto le domanda la sua identità, la donna risponde con la celeberrima sentenza: “-Per me io sono colei che mi si crede “, uscendo poi si scena lasciando gli astanti del tutto attoniti e sconvolti per l’epilogo della faccenda, a eccezione di Laudisi, il quale concluderà facendosi beffe delle vanesie pretese di conoscere la verità da parte del sofisticato e gretto parlatorio borghese: “Ed ecco, o signori, come parla la verità!  Siete contenti?  Ah!  Ah!  Ah!  Ah!  “.

La risata finale dei Laudisi è la risata dell’autore stesso, che fin dall’inizio conosceva l’inutilità dell’indagine fortemente voluta dai benpensanti del paese e la pochezza della loro curiosità, mossa dal bisogno di catalogare il prossimo entro ruoli ben definiti.  Questo modo angusto e chiuso di pensare non può far altro che scontrarsi con una realtà molteplice che sfugge le catalogazioni: il disappunto di chi continua a non capire e non accetta il prospettivismo è tanto ridicolo, che può essere commentato solo con una denigrante risata.

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