RECENSIONE: PROMETEO INCATENATO – The Human Passion – Teatro Litta, Milano, marzo 2016

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Gaudio Miriam                                                                                                                                               

PROMETEO INCATENATO – RECENSIONE

«Ho voluto fare qualcosa che non centrasse più con l’antichità, ma ho preso gli spunti più interessanti dalla tragedia per trasportarla ai giorni nostri e soprattutto su un piano universale».

Sono queste le parole con cui il regista Pasquale Marazzo ha presentato a una classe di studenti il suo spettacolo Prometeo incatenato – The human passion, adattamento di una tragedia di Eschilo sulla scena del Teatro Litta di Milano dal 10 al 20 marzo 2016.

La sua intenzione di universalizzare i temi dell’opera è evidente fin dal sottotitolo, oltretutto in inglese (oggi è la lingua franca in tutto il mondo), e da alcune scelte registiche, ad esempio la semplicità dei costumi: neri  e impreziositi di pochi brillanti, che certo non vogliono richiamare le antiche tuniche, ma piuttosto conferiscono una omogeneità spersonalizzata.

Tale si caratterizza anche la scenografia che non presenta nessuna rupe e nessuna catena come invece aveva previsto Eschilo, infatti questo nuovo Prometeo sembra essere avvinto da lacci interiori più che da catene materiali; la scena infatti è dominata da fitte semplici aste di legno chiaro e spoglio, che contrasta con il nero degli abiti. Molte sono le immagini a cui rimanda: dal bosco fino a delle cattedrali, ed il loro essere così dritte e verticali, e molto più alte dei personaggi, dà l’idea di venire dal cielo nella loro rigidezza e glacialità, come se impersonassero il comando indiscutibile di Zeus che piomba sulla terra, irremovibile, senza dare scampo agli uomini. Infatti la scenografia è saldata al suolo, cosa che in realtà ha fossilizzato lo spazio teatrale rendendolo già dopo la prima mezz’ora scontato e noioso, sensazioni che però vengono rotte quando questa struttura interagisce con i personaggi talvolta imprigionandoli, e costringendoli a farsi spazio tra le aste per parlare a Prometeo. Interessante poi è stato anche l’uso di sbattere le aste provocando un suono molto secco che poteva alludere ai colpi inesorabili del destino sull’innocente Prometeo, che li percepiva anche nel suo stesso fisico, che ritmicamente veniva scosso come da una martellante emicrania. Ma questi due elementi di variazione, nel momento in cui sono stati ripetuti più volte diventano essi stessi fonte di noia e distrazione da parte dello spettatore.

Dunque se nella tragedia antica non c’era neanche un personaggio umano (Prometeo è un Titano, Kratos e Bia sono la personificazione di due concetti astratti, “Potere” e “Violenza”, mentre Efesto, Oceano, Ermes e il coro di Oceanine sono divinità, infine Io è una fanciulla tramutata in giovenca), nella rappresentazione di Marazzo non c’era neanche un personaggio divino: Prometeo, recitato da Riccardo Buffonini, è il prototipo dell’uomo che nella giovinezza scopre di essere assoggettato da un potere più forte di lui e a cui tenta di ribellarsi; Kratos, alias Pietro Pignatelli, che assume in sé anche la figura di Bia, tra l’altro unico personaggio di cui è stato conservato il nome greco originale per ragioni non chiare, è semplicemente un sadico portavoce di Zeus; Efesto e Oceano, entrambi recitati da Michele Radice, sono due tipologie di fragilità umana: il primo è l’uomo costretto ad assecondare il potere contro la sua volontà per poter salvare la pelle, mentre il viscido personaggio che porta il nome del dio del mare è l’uomo strisciante, che asseconda il potere volontariamente, e per trarre un proprio guadagno sfrutta le circostanze e i dolori altrui, come dimostra l’evidente richiamo omosessuale e la stessa voce stridula e fastidiosamente acuta con cui è stato caratterizzato il personaggio, che infine però è risultato forse involontariamente ridicolo, soprattutto per l’andatura che probabilmente voleva richiamare il fatto di avere delle pinne al posto dei piedi. Ermes invece è stato un personaggio ambiguo, sempre personificato da Michele, perché è stato presentato con richiami alla visione greca del personaggio: in quanto messaggero degli dei correva come un forsennato continuando a uscire di scena prima da una parte poi dall’altra mentre Prometeo gli stava parlando, (anche qui qualche risolino poteva scappare), e il suo costume scenico assomigliava ad un pannolone dorato.

 Lungo sarebbe da fare il discorso che riguarda il coro delle Oceanine, che invece è stato infranto e affidato alla voce di personaggi diversi, prima personificato in un’unica figura indistinta recitata da Desireé Giorgetti, poi distribuito in diverse voci che potevano essere o lo stesso attore di Kratos o quello di Efesto, creando così una grande confusione di ruoli, e di significato, perché metteva sulla bocca di due personaggi che per tutta la prima scena hanno aggredito violentemente Prometeo (per ben 10 minuti nello stesso modo! Certo non un inizio tale da attirare l’attenzione) parole di un coro che è sostanzialmente solidale al ragazzo qui presentato come totalmente innocente (che invece nella tragedia eschilea si rivela non esserlo del tutto). Manca infine Io, la stessa Desireé, un personaggio in tutto parallelo a Prometeo, ma nella sua essenza femminile: una ragazza totalmente violentata da questo potere che opprime entrambi, ma che non ha la forza necessaria per contrastarlo. La sua fragilità è stata notevolmente sottolineata dalla scelta di far spogliare completamente in scena l’attrice, una scelta molto forte che però a mio parere era al servizio di un significato, oltre al fatto di essere stato efficace per aver distinto nettamente il personaggio del coro da quello di Io. Ma questa volontà non è stata colta da tutti: molti spettatori infatti, soprattutto tra i più anziani, hanno reagito negativamente a questa scena; in effetti alla fine è risultata una scelta troppo forte per la condotta tutto sommato piatta dello spettacolo, tanto da attirare l’attenzione solo sul corpo dell’attrice e non seguire più la narrazione perdendo così tasselli importanti.

Come costante dell’intero spettacolo si può mettere a fuoco un eccessivo uso del corpo. Una grande eccezione a questo aspetto più generale è il monologo di Prometeo in cui Io partecipa del suo dolore partecipando dello stesso corpo del ragazzo: lui che si colpisce da solo e lei che tenta di frenare questa autodistruzione, le loro braccia si fondono in un unico movimento costituito de movimenti opposti creando qualcosa di sublime.

Meno emozionanti sono stati i rapporti che intercorrevano tra gli altri personaggi, anch’essi monotoni come il tono di voce sempre urlato degli attori, come la luce bianca e omogenea che illuminava ogni scena, variando talvolta e illuminando il pubblico ma senza motivare questo fatto con qualche elemento recitativo o drammaturgico. Anche la musica era spersonalizzata, ed intercorreva quasi per tappare dei buchi della recitazione, e non giocava con l’attore. Il pubblico non si è sentito chiamato mai in causa direttamente, è stato semplice e comodo spettatore per tutta la durata dello spettacolo, fatta eccezione per il finale, in cui è stata infranta la quarta parete con un’apostrofe di Prometeo che ci ammoniva dal considerare i nostri politici come degli dei, paragonandoli a quello Zeus dispotico che lo ha fatto tanto soffrire ingiustamente. E lo dice proprio a noi italiani: un popolo rinomato per stimare la sua classe dirigente!

Questo effetto di discrepanza tra testo, che tutto sommato non presenta gravi scarti, e la realizzazione visiva ha provocato una grande confusione nello spettatore; un vero peccato non aver trovato i giusti mezzi espressivi, data la brillante idea cardine di una visione più astratta e universalmente condivisibile.

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