Resoconto finale del dialogo con Agostino, dal Secretum di Francesco Petrarca – di Carlo Zacco

Libro III
Ago. [..,]
Ricorda con quanta rapidità  dal momento che quella Peste si impadron’ del tuo
spirito, tu hai cominciato a scioglierti in pianto, e come sei arrivato a un
punto di infelicità  tale da nutrirti con lugubre piacere di lacrime e sospiri,
quando le tue notti erano insonni e il nome dell’amata restava tutto il tempo
sulle tue labbra; quando ogni cosa ti disgustava e odiavi  la vita e desideravi
la morte. E il triste amore per la solitudine, e la fuga dagli uomini… S’ che
di te si poteva dire altrettanto propriamente ciò che Omero diceva di
Bellerofonte, «il quale errava triste e piangente in terre straniere, rodendosi
il cuore ed evitando le vestigia umane». Di qui il pallore e la magrezza,  e il
fiore dell’età  languido anzi tempo. Allora, gli occhi tristi e sempre e bagnati;
allora, la mente confusa e la quiete del sonno compromessa, e i flebili lamenti
nel dormiveglia e la voce spezzata e rauca di pianto e la pronunzia balbettante,
e quanto si può immaginate di angoscioso e miserando. Ti sembrano forse segni di
salute? E che dire del fatto che era lei che stabiliva per te dove cominciassero
e finissero le ore liete e le tristi? Quando arrivava splendeva il sole, e
tornava la notte quando se ne andava. Se cambiava espressione ti cambiava
l’umore: eri ridotto e rallegrarti o a rattristarti e rallegrarti dei suoi
mutamenti e insomma, dipendevi tutto dal suo capriccio. Sai che ti ricordo cose
vere che tutti sanno. E poi non bastandoti il veder dal vivo l’immagine di chi
ti aveva procurato tutto ciò, te ne sei fatto fare una dipinta dal genio di un
famoso artista, s’ da poterla portare sempre con te ed avere sempre occasione di
infinite lacrime. C’è pazzia temendo che potessero asciugarsi ti sei
minuziosamente, ti sei minuziosamente preoccupato di tutto ciò che potesse
provocarle, e per il resto sei stato negligente e distratto. O ancora (per
toccare il culmine di ogni delirio e portare fino in fondo quanto poco fa ti ho
minacciato), chi potrebbe esecrare abbastanza o meravigliarsi della follia della
tua mente alienata, quanto con incredibile vanità  hai adorato ogni cosa che la
riguardasse, prigioniero tanto della bellezza del suo nome quanto della bellezza
del suo corpo? Tu hai tanto amato la laurea sia militare che poetica, solo
perché lei si chiamava cos’. E allora non ti è uscito quasi nessun verso in cui
non si nominasse l’alloro, quasi tu fossi un  abitante delle rive del Peneo, o
un sacerdote delle vette di Cirra. […] Non ti vergogni che i capelli bianchi
non abbiano indotto alcun mutamento in chi queste cose le sapeva?
Franc.
Me ne vergogno, ne soffro e me ne pento, ma non riesco ad andare oltre. Sai che
c’è che mi conforta? Che lei invecchia con me.
Ago. […] Ma
dimmi, forse ti sembra più decoroso  spasimare, tu vecchio per lei vecchia, che
innamorarti di una ragazzina? Per la verità , la cosa è tanto più squallida
quanto meno c’è materia d’amore. Vergognati dunque, vergognati di non aver mai
cambiato l’animo mentre il corpo incessantemente si trasformava. […] Pensa
inoltre quanto sia turpe essere mostrato a dito e diventare la favola di tutti;
pensa quanto la tua professione contrasti con i tuoi comportamenti; pensa quanto
lei ti abbia danneggiato nell’anima, nel corpo, nella fortuna; pensa quante cose
hai sofferto per lei  senza alcuna utilità ; pensa quante volte sei stato
evitato, disprezzato, negletto; pensa quante attenzioni hai sparso al vento,
quanti lamenti, quante lacrime, e pensa insieme al suo atteggiamento spesso
sgradevole e altezzoso: e se ha avuto qualche tratto più umano, quanto è stato
rapido, fuggevole più d’una brezza estiva! […]
Franc.
Ti ringrazio invece moltissimo, sia per tante altre cose sia per questo
colloquio di tre giorni, poiché mi hai ripulito gli occhi offuscati e hai
dissipato la densa nebbia d’errore che li circondava. […]
Franc.
Sarò presente a me stesso quanto più potrò, e raccoglierò gli sparsi frammenti
della mia anima e dimorerò in me, con attenzione. Ma ora, mentre parliamo, mi
aspettano molte e importanti faccende, benché ancora mortali.
Ago. Al volgo
sembrerà  forse che ci sia qualcosa di più importante, ma certo non esiste niente
di più utile e niente a cui si possa pensare con più frutto: le altre
meditazioni possono forse essere state inutili, ma l’inevitabile fine dimostra
che queste sono sempre necessarie.
Franc.
Lo riconosco: mi affretto ora con tanto zelo alle altre cose solo per questa
ragione, s’ che avendole sbrigate potrò tornare a queste. Anche se so, come tu
dicevi poco fa, che per me sarebbe molto più sicuro l’applicarmi a quest’unico
studio e imboccare la retta via della salvezza, lasciando ogni deviazione. Ma
non sono capace di frenare il mio desiderio.
Ago. Ricadiamo
nella vecchia lite: chiami impotenza la volontà ! Ma vada pur cos’, visto che non
può essere altrimenti. Supplico Iddio che ti segua nel tuo viaggio e che
permetta che i tuoi passi, anche se errati, ti portino al sicuro.
Franc.
Voglia il cielo che mi accada quanto chiedi, s’ che io possa uscire salvo, con
la guida di Dio, da tanti anfratti, e mentre seguo lui che mi chiama non abbia a
gettarmi da solo la polvere negli occhi. Si plachino le tempeste dell’animo,
taccia il mondo e non strepiti la fortuna.

da F.
Petrarca, Secretum, a c. di E. Fenzi, Milano, Mursia, 1992 (trad. E. Carrara):