Rischi della tecnica

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Traccia:

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“La “malattia mortale” non è l’effetto di un ridursi della civiltà a civiltà della tecnica; al contrario, è dovuta al perdersi della tecnica nella civiltà tecnologica, che colloca la tecnica fuori dell’uomo e lo espropria del suo modo caratteristico di realizzarsi. Collocata fuori dell’uomo, in un mondo di macchine, che non sono più meccaniche, ma informatiche, cibernetiche, organizzative, in ogni caso impersonali, la tecnica si è straordinariamente perfezionata e, insieme, ha perduto la sua ragion d’essere; che era appunto di realizzare l’uomo. Si è ipostatizzata in una “tecnica in sé”. Ora, una tecnica in sé (come un “mezzo in sé”) è precisamente un non senso”.»

Umberto Bottazzini, Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2000

Svolgimento:

Fin dalle epoche più remote la tecnica ha rappresentato una componente essenziale dell’evoluzione umana. I nostri antichi progenitori per procurarsi il cibo, difendersi dai pericoli, assicurarsi la sopravvivenza inventarono le prime rozze forme di tecnica, appuntendo i rami o scheggiando le pietre. Da quei primi rozzi tentativi sono stati compiuti passi importanti, soprattutto da quando l’innovazione tecnologica si è coniugata con le scoperte scientifiche, in quanto la scienza non si è più limitata a all’osservazione del mondo e la tecnica è diventata il prolungamento pratico delle elaborazioni scientifiche.

Così tutto è diventato “tecnico” nella nostra società: persino gli ambiti che sembravano più indipendenti da essa, cioè quegli ambiti spirituali che costituiscono l’essenza della natura umana, come le opinioni personali e la vita familiare, con le manipolazioni dell’opinione pubblica e l’ingegneria genetica. Chi insiste su questi fattori negativi vede nella tecnica qualcosa di catastrofico e guarda con rimpianto ad un passato non ancora stravolto dalla civiltà delle macchine.

Al contrario i sostenitori del valore della tecnologia affermano che proprio essa può liberare l’uomo dai limiti materiali, diffondendo il benessere, perché è condizione indispensabile per permettere all’uomo di dedicarsi liberamente al mondo dello spirito, senza preoccupazioni materiali. Effettivamente la tecnica presuppone creatività, consente di sviluppare nuove forme di vita, realizzando quello che prima aveva luogo solo nella fantasia.

Al di là delle differenze anche rilevanti che si confrontano nel dibattito sulla tecnica, viene a galla un elemento costante: che la tecnica non è puro e semplice strumento, ma è un fattore culturale, che modifica, nel bene o nel male, gli aspetti non materiali, e induce nuovi pensieri e forme di vita. Anche per il filosofo Heidegger le tecnica rappresenta il destino dell’uomo, in quanto trasforma e domina a fondo la nostra esistenza. Addirittura, per Heidegger, la tecnica è la forma stessa in cui si organizza la società contemporanea. Tutto è ridotto a quantità, numeri, formule per essere misurato e controllato. Le cose perdono la loro individualità, per diventare materiale quantitativamente misurabile, oggetti manipolabili-consumabili-sostituibili in un processo che non ha fine. Anche molti pensatori cristiani, oltre ad Heidegger, affermano che il predominio della tecnica rischia di ottundere la coscienza, oscurando il senso religioso, cioè quell’esigenza dell’uomo di trovare un significato complessivo delle cose e della realtà che viviamo. In questo spostamento della prospettiva filosofica la razionalità occidentale tende sempre di più ad identificarsi con la razionalità scientifica, basata sul criterio della massima efficienza tecnico-produttiva. Il paradosso è che, malgrado questa fiducia nel progresso, il mondo di oggi è pervaso da un diffuso senso di insicurezza e inquietudine.

In conclusione possiamo affermare che certamente i benefici della tecnica sono notevoli, e risulterebbe anacronistico e autolesionista voler regredire l’umanità ad uno stato arcaico o primitivo.

D’altra parte, però, occorre essere consapevoli che la ragione scientifica non può rispondere a tutti i bisogni e le domande dell’uomo. Bisogna adoperare senso critico, un atteggiamento che non accetta le cose nella loro piatta superficialità, ma le valorizza nel loro multiforme modo di essere. Il dominio della tecnica potrebbe ridurre tutto a quantità: è necessario invece riscoprire il mondo delle qualità, delle differenze, delle complessità della realtà e degli stessi uomini. Senso critico vuol dire guardare qualcosa distanziandosene, cioè non facendoci coinvolgere. Si tratta, per esempio di usare dei ritrovati della tecnologia per quello che sono, cioè strumenti comodi, ma non appaganti ed esaustivi dei propri desideri. Insomma, la tecnica è utile e necessaria, a condizione che non diventi l’unico orizzonte dell’esistenza umana.

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