Sartre e i filosofi impegnati

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dalla Tesina L’impegno degli intellettuali nel ‘900

Esame di Stato di Pellegata Maria Beatrice Esame di Maturità 2002

Filosofi engages

Nella Francia del dopoguerra, l’ideale dell’impegno (engagement) sociale degli intellettuali, motivato più da una scelta di valori, da un’opzione indiretta a favore dell’uomo e delle sue libertà, piuttosto che da un’esplicita adesione a un’ideologia politica (di destra come di sinistra) è rappresentato soprattutto da due filosofi di matrice fenomenologica-esistenzialistica: Maurice Merleau-Ponty e Jean-Paul Sartre. Nell’articolo “Merleau-Ponty vivant”, comparso su “Les Temps Modernes” all’indomani della prematura scomparsa del filosofo, Sartre cerca di ricostruire a caldo il complesso rapporto che lo ha legato per tanti anni a Merleau-Ponty, definendo la loro amicizia una “rottura mai avvenuta”. La loro storia è caratterizzata da un continuo perdersi e ritrovarsi. Compagni di studio all’università nella seconda metà degli anni venti, negli anni trenta si perdono di vista pur muovendosi su percorsi filosofici affini. Durante la guerra, nel 1941, fanno causa comune nel gruppo resistenziale “Socialismo e libertà”. Al termine del conflitto sono tra i fondatori de “Les Temps Modernes”; allorché la rivista viene delineando più precisamente la propria linea politica e si presenta come una “terza forza”, distante tanto dall’imperialismo statunitense quanto dallo Stalinismo sovietico, i collaboratori liberali e comunisti prendono le distanze dal progetto e i due amici si ritrovano praticamente soli a sostenerne il peso editoriale. Tra i due è senza dubbio Merleau-Ponty a salvare la rivista accettando di assumerne la direzione politica. Si può dunque dire che Merleau-Ponty abbia giocato un ruolo importante nell’orientare l’impegno di tipo ancora morale di Sartre, verso un engagement più direttamente politico e, in particolare, verso un confronto con il marxismo e il comunismo.

In ambito italiano, un’esperienza paragonabile a quella di “les Temps Modernes” è quella cui dette vita, tra il 1945 e il 1951, Elio Vittorini con il periodico “Il Politecnico”.

SARTRE e l’ESISTENZIALISMO

L’Esistenzialismo è una delle correnti filosofiche più importanti degli anni fra le due guerre e del secondo dopoguerra, affermatasi prima in Germania, poi in Francia e in Italia. Gli esponenti principali sono: Heidegger, Jasper, Marcel, Jean-Paut Sartre. L’esistenzialismo si oppone sia a Hegel e ai vari hegelismi, sia al positivismo e all’idolatria della scienza e della tecnica concepite come fondazione di un sapere su basi di certezza assoluta e di strutture sociali esemplari; in genere vanno contro ad ogni sapere totalizzante, inteso, cioè, a sacrificare la concreta esistenza del singolo, la sua irriducibile originalità, a leggi generali e assolute. Le ideologie totalitarie sono infatti pronte a sacrificare la persona a mitologie collettive di razza e d’impero, presentate come il cammino unico e vincente della storia, ma anche ad o ‘ forma di collettivismo e storicismo.

I caratteri principali di questa filosofia sono i seguenti:

  • Centralità dell’esistenza come modo di essere dell’uomo: essa implica non un essere statico, ma si fonda sulla costante trasformazione e sull’apertura a vane possibilità, momento per momento, (vedi Nietzsche, anche lui è concentrato sul momento, Kalpós). È commistione teorica tra Kierkegaard e Marx, è una possibilità, non un’essenza. Di conseguenza l’uomo si trova nell’incertezza, nel rischio ma deve affrontare questo slancio in avanti, che può essere verso Dio, verso la libertà, ma anche verso il nulla.

  • L’uomo è quindi libero di scegliere, ma si tratta di una libertà assoluta, incondizionata; l’uomo è così libero da non avere più il controllo sulle cose, non ha nemmeno più punti di riferimento metafisici che lo guidino. La libertà è, in sostanza, la malattia dell’individualismo estremizzato, in quanto non esisterà mai una libertà collettiva. Questo eccesso di libertà, la caduta dell’esistenza nella completa esistenza, la condizione di gettatezza (gevorfenheit), creano nell’uomo un mal’essere fisico, un senso di depressione, definito “nausea”.

  • L’uomo libero ha la possibilità di agire, ecco perché l’esistenzialismo è definito anche “filosofia dell’azione”. Proprio in riferimento a questo punto è possibile fare un parallelo tra l’esistenzialismo e il concetto di prassi portato avanti da Marx . Come Marx rovescia il presupposto hegeliano, così gli esistenzialisti negano ‘esistenza di un principio, affermando che la struttura è Inesistenza stessa. Per Marx la struttura è il capitale e la sovrastruttura è l’ideologia, per gli esistenzialisti, la struttura è l’esistenza e la sovrastruttura è l’essere

  • La prassi, per la filosofia esistenzialista è il momento che unisce la ricerca di me stesso, e l’attivismo; in questa fase il fatto di essere consapevoli della propria finitezza permette il progresso sociale. I conflitti che Marx considera come generanti sempre e comunque di qualcosa, sono adesso conflitti caratterizzati da volontà di impegno nelle coscienze che se ne fanno portatrici. L’impegno non è solo riferito alla mia interiorità, come in Hegel, dove il soggetto è sì attivo, ma solo in funzione di una personale realizzazione, qui si cerca di attuare la trasposizione dell’individualità nel sociale.

  • Trascendenza dell’essere cui l’esistenza si rapporta; il paradosso scoperto dall’esistenzialismo sta nella costante ricerca, da parte dell’esistenza, di un’autenticità che si identifica con la pienezza di essere; la quale però, una volta che sia penetrata nell’esistenza, partecipa alla legge di questa, che è legge di mutamento, di scelte imprevedibili, di definirsi incerto di potenzialità; partecipa, insomma, della relatività dell’esistere, della sua impossibilità di consistere automaticamente.

SARTRE e l’ENGAGEMENT

Nato a Parigi nel 1905, morto nel 1980, Sartre è stato, soprattutto nel secondo dopoguerra, una figura di scrittore e intellettuale impegnato di notevole importanza. Narratore, drammaturgo, ha sempre preso una posizione nei momenti di crisi mondiale, dalla guerra di Algeria a quelle di Indocina, con spirito anticonformista. È stato uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo ateo che, se lo ha condotto alla scoperta del nulla, dell’assenza, dellassurdo che si celano al fondo dell’esistenza, lo ha spinto anche ad una radicale demistificazione dei falsi valori borghesi, al tentativo infine di una filosofia della libertà, cioè della responsabilità e della scelta. In un universo senza Dio, privo di giustificazioni e certezze metafisiche, l’uomo è chiamato a costruire liberamente se stesso e il suo destino, a un’assunzione di responsabilità nella vita comune. L’impegno etico di Sartre nei confronti della società, si misura nella presa di posizione quotidiana, di fronte alle scelte e agli orientamenti concreti dell’opinione pubblica francese del suo tempo. Sartre si presenta come il diretto continuatore di quella tradizione di impegno dell’intellettuale progressista” che (almeno dai tempi dell’affaire Dreyfus), non aveva mancato di assillare la coscienza della Francia intellettuale

L’articolo che ho allegato , “LA RESPONSABELITA DELLO SCRITTORE”, è l’articolo di presentazione della rivista “Les temps modernes”, fondata da Sartre nel 1945, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Il brano è un appello appassionato alla responsabilità sociale dello scrittore. Cresciuto in seno alla borghesia, letto da un pubblico borghese, lo scrittore deve sapere che ogni parola che scrive o è contro le ingiustizie del mondo presente, o contribuisce a mantenerle; il rifugio nell’arte pura non giustifica nessuno, perché il silenzio è già un’approvazione. “Lo scrittore è in situazione nella sua epoca: ogni parola ha i suoi echi. Ogni silenzio anche”.

Jean Paul Sartre

La responsabilità dello scrittore

Presentiamo alcuni brani dell’articolo di presentazione della rivista «Les Temps Modernés» (“Tempi moderni), fondata da Sartre nel 1945, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.

Tutti gli scrittori d’origine borghese hanno conosciuto la tentazione dell’irresponsabilità che, da un secolo a questa parte, è divenuta tradizionale nella carriera delle lettere. Raramente l’autore stabilisce un nesso tra le sue opere e la loro rimunerazione in contanti. Da un lato lui scrive, canta, sospira; dall’altro gli si dà del denaro. Sono due fatti senza relazione apparente; al massimo, può dire a se stesso che lo sovvenzionano perché sospiri. Tanto che, generalmente, si considera piuttosto simile a uno studente premiato con una borsa di studio che a un lavoratore al quale si paga il prezzo della sua fatica. A siffatta opinione lo hanno ancorato i teorici dell’Arte per l’Arte e del Realismo. Si è fatto caso che hanno tutti gli stessi obiettivi e la medesima origine? L’autore che segue l’insegnamento dei primi si pone come principale obiettivo di scrivere opere che non servono a niente: purché siano completamente gratuite, assolutamente prive di radici, non sarà difficile che gli sembrino belle. E così si colloca ai margini della società; o piuttosto non consente di figurarvi se non a titolo di puro consumatore: precisamente come chi ha vinto una borsa di studio. Anche il Realista consuma volentieri. Quanto a produrre, è un’altra cosa: gli hanno detto che la scienza non mira all’utile, e così lui tende allimparzialità infeconda dello scienziato. Ci hanno ripetuto a sazietà che lui «si chinava» sugli ambienti che voleva descrivere. Si chinava! E dov’è-stava dunque? Per aria? La verità è che, incerto circa la propria posizione sociale, troppo timorato per levarsi contro la borghesia che lo paga, troppo lucido per accettarla senza riserve, ha scelto di giudicare il proprio secolo e si è così convinto di restarne fuori, come lo sperimentatore è esterno al sistema speri- mentale. li disinteresse della scienza pura raggiunge dunque la gratuità dell’Arte per l’Arte. Non a caso Flaubert è, a un tempo, stilista puro, puro amante della forma e padre del naturalismo; non a caso i Goncourt si vantano di saper osservare e di possedere insieme la scrittura artistica.

Questo legato d’irresponsabilità ha gettato lo scompiglio in molte anime. Poiché soffrono di cattiva coscienza letteraria non sanno più se scrivere sia cosa ammirevole o grottesca. Un tempo il poeta si credeva un profeta, ed era un fatto onorevole; in seguito, divenne paria e maledetto; il che poteva ancora andare. Ma oggi è caduto al rango degli specialisti, e quando deve indicare accanto al suo nome, nei registri d’albergo, il suo mestiere di «letterato», avverte un certo disagio. Letterato: è una parola tale, da provocare il disgusto di scrivere; si pensa a un Ariele, a una Vestale, a un enfant terrible e anche a un maniaco inoffensivo apparentato con i sollevatori di pesi o con i numismatici. Il tutto è piuttosto ridicolo. Mentre si combatte, il letterato scrive; un giorno ne è fiero, si sente chierico e guardiano dei valori ideali; il giorno dopo, se ne vergogna, pensa che la letteratura assomiglia assai a un modo d’affettazione particolare. Con i borghesi che lo leggono, ha coscienza della propria dignità, ma in faccia agli operai, che non lo leggono, soffre d’un complesso d’inferiorità, [ … ] Non è correndo dietro all’immortalità che si diventa eterni: né diventeremo assoluti per aver riflesso nelle nostre opere qualche principio scarnificato, abbastanza vuoto e abbastanza nullo per passare da un secolo all’altro; ma perché avremo combattuto appassionatamente nella nostra epoca, perché l’avremo amata appassionatamente e avremo accettato di seguirne fino in fondo la sorte.

In conclusione, è nostra intenzione concorrere a produrre certi mutamenti nella Società che ci circonda. E con questo non intendiamo un mutamento d’anime: lasciamo ben volentieri la direzione delle anime agli autori che hanno una clientela specializzata. Noi che, senza essere materialisti non abbiamo mai distinto l’anima dal corpo e non conosciamo che una sola, indecomponibile realtà, quella umana, noi ci schieriamo al fianco di chi vuole mutare insieme la condizione sociale dell’uomo e la concezione che egli ha di se stesso. Pertanto, a proposito degli avvenimenti politici e sociali che verranno, la nostra rivista prenderà posizione in ogni caso. Non politicamente, cioè non servirà alcun partito, ma si sforzerà di porre in luce-la concezione a cui si ispireranno le tesi in contrasto, e darà il proprio parere conformemente alla concezione che verrà sostenendo. Se potremo mantenere quanto ci siamo ripromessi, se potremo far condividere i nostri punti di vista a qualche lettore, non ne trarremo un orgoglio esagerato; ci feliciteremo semplicemente d’aver ritrovato una buona coscienza professionale, e del fatto che, almeno per noi, la letteratura sia tornata a essere quella che non avrebbe mai dovuto cessare d’essere: una funzione sociale;

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