Tema su Solzenicyn

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

Consegna:

1) descrivi brevemente il testo suddividendolo nelle sequenze che ritieni opportune

2) perché l’autore scrive alcune parole in caratteri maiuscoli? 

3) nel testo l’autore usa parole riferibili a campi semantici diversi: indaga su queste scelte e prova a motivarle

4) cosa aggiunge questa lettura o cosa chiarisce del lavoro che stiamo facendo in classe su come leggere un testo?


Svolgimento:

Solzenicyn è un ebreo che è vissuto durante la seconda guerra mondiale e, sebbene sopravvissuto all’olocausto, ne è uscito fortemente segnato da questa esperienza. In questo testo racconta come da una casualità i suoi ricordi siano riaffiorati e resi più forti e profondi dal giudizio finale che dà sul ricordo stesso e su qual è 
il compito che si sente di compiere. 

Il brano si può dividere in tre macro sequenze, la prima narrativa in cui racconta la circostanza occasionale in cui lui e i suoi amici hanno trovato un articolo su una rivista scientifica del ritrovamento di fossili durante scavi avvenuti presso il fiume Kolyma. Fossili che si sono conservati per milioni di anni, così freschi che i loro scopritori se ne sono cibati. Per il lettore comune questa notizia suscita stupore e forse qualche risata, ma per l’autore questo articolo fa ricordare un episodio del periodo in cui ha lavorato nei campi di concentramento. Il sospetto che ci sia qualcosa di nascosto che il lettore non può capire subito si insinua con l’utilizzo della parola “volentieri” in stampatello maiuscolo. Perché un uomo normale dovrebbe cibarsi ‘volentieri’ di fossili preistorici? L’autore ci dà la risposta: quegli uomini non erano in una condizione normale, ma è stata la fame che li spinse a mangiare tutto ciò che poteva essere commestibile, e questo lo sä perché era presente, lui e gli amici con cui era in quel momento. Per rimarcare questo fatto infatti usa la maiuscola anche con la parola “presenti”. La forza di queste parole è determinata anche dal significato implicito che portano e che si scarica sul lettore, colpito dal carattere maiuscolo. La funesta rivelazione viene aggravata inoltre da parole appartenenti alla stessa area semantica della disperazione, resa esplicita dalle parole “spaccare, accanita fretta, calpestare, respingere a gomitate, strappare, trascinare, saziare”; tutte parole che rendono un’idea di fretta disperata, di frenetico bisogno di sopravvivere. 

La seconda sequenza è descrittiva, Solzenicyn fa una pausa nella narrazione per dar tempo al lettore di immagazzinare le informazioni scioccanti intuite nel primo paragrafo, così da spiegarle e renderle evidenti con tutta la loro storica crudezza. I tratti principali dell’Arcipelago GULag emergono finalmente allo scoperto, in tutti i tratti geografici e psicologici, perché sempre taciuti. È proprio attraverso un campo semantico che ricorda l’officina di un’industria metallurgica che rende l’idea di un posto fortemente caratterizzato da un ideologia artificiale, derivata dall’uomo (e non da Dio) che lo rende nello stesso momento un luogo duro, severo, freddo, come un metallo. Queste parole sono per esempio “stracciato, forgiato, incunearsi, screziato”. Ci sono altre parole invece che richiamano al campo semantico del nulla, che a sua volta richiama il vuoto di identità, di speranza che il ‘popolo dei detenuti’ era costretto ad affrontare ogni giorno, questa sensazione di vuoto, di assenza di emozioni e di umanità è data dalle parole “invisibile, impalpabile, sospeso, silenzio, perdere”. Questo vuoto richiama anche al silenzio, alla mancanza di presa di posizione davanti a una situazione del genere, per seppellire il tutto in una coltre di pesante silenzio.

È proprio il tema del ricordo, del silenzio, della verità che riemerge nell’ultimo paragrafo, una sezione dove l’autore ragiona su ciò che gli è capitato e mette in relazione la reazione di tutti gli altri uomini con la sua, con il suo desiderio di far sapere e conoscere al mondo la sua esperienza. La parola che riassume il concetto sviluppato in questa sequenza è ancora messo in evidenza dallo stampatello maiuscolo: “ricordare”. Tutti ora vogliono tacere, dimenticare quello che è successo perché le cause del ricordo sono troppo pesanti da sopportare, forse é addirittura più arduo il ricordare qualcosa di spaventoso che viverlo. Ma Solzenicyn si fa portavoce di questo ricordo fondamentale, colui che può riportare alla luce un periodo tanto buio mostruoso, farlo rivivere con l’immaginazione per poterne essere disgustati. 

Per capire pienamente questo testo, di un livello alto, difficile, ho dovuto rileggerlo più e più volte, ricordandomi che il primo ‘gradino’ da superare per comprendere un testo è di affrontarne la lettura. Poi ho impiegato altrettanto tempo, se non di più per il secondo passo: la meditazione, in cui mi sono chiesta cosa voleva comunicare l’autore con questo brano, qual era il suo intento e attraverso quali espedienti è riuscito ad esprimerlo. Questi due passi riprendono pienamente la ‘scala claustralium’ di Guigo, ma manca degli altri due punti, queli più personali e complicati, l’orazione e la contemplazione. Non so ancora come affrontarli ma non pretendo di averne risposta subito. So solo che per aderire all’orazione ci deve essere una preghiera, così chiedo al Signore di aiutarmi ad avere una forza come quella di Solzenicyn, di avere un giudizio sulle cose come lo ha sviluppato lui, di non tacere l’esperienza che mi è capitata anche se spiacevole, ma di andare al fondo di essa per poterne ricavare il bello, per poter scorgerLo anche li. La contemplazione starà poi nel ricordo del giudizio che il Signore mi aiuterà a dare, nel ricordo costante di ciò che mi ha mostrato a seguito dell’orazione.

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: