Una questione privata di Beffe Fenoglio

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Questa è l’ultima opera di Fenoglio
Scritto nel 1960, viene
pubblicato postumo nel 1963 (anno della sua morte), dopo tutte le altre sue
opere:
  1. dopo Il
    partigiano Johnny
    , grande romanzo, lungo e originale, opera
    caratterizzata da un pastiche linguistico italiano-inglese dal realismo
    della descrizione della lotta partigiana, per nulla epica, piuttosto
    costellata anche di errori;
  2. dopo La
    malora
    il romanzo della denuncia sociale dei problemi storici della
    sua terra;
  3. dopo il racconto abbastanza lungo (ma non come
    questo) de I ventitré giorni della
    città di Alba
    (anche questo più realistico e drammatico che
    trionfalistico);
Fenoglio ritorna per
l’ultima volta sul suo tema fondamentale: la storia della resistenza vissuta in
prima persona, con tutti i risvolti e le implicazioni mostrate senza veli.
Lo stile
Lo stile dell’autore è
molto versatile, spesso parole colte si incontrano e scontrano con altre più
dialettali, ma è sempre evidente una sistematica attenzione per chi parla,
perché le parole siano in accordo con il suo stato sociale. Così impariamo il
gergo dei partigiani “beccare-scorciare-pompare” e li sentiamo bestemmiare
senza riserva, oppure ridiamo dell’eccessiva civetteria nelle parole di Fulvia
“gloriosamente-è un dio-meravigliosamente”. Quando invece parlano i contadini
ricorrono paragoni e termini di riferimento tratti dalla realtà di ogni giorno:
paragoni con il mondo animale (potevano sparagli come a una lepre, scendevano
come bisce) oppure espressioni proverbiali (sicuro come la morte).
Importante anche
l’inglese, negli improbabili neologismi dei partigiani  “fottuted boys”,
nelle ostentate frasi di Fulvia  “he dances divinely” e nella canzone che
fa da sfondo alla vicenda “Over the Rainbow” che è probabilmente un rimando al
titolo pensato da Fenoglio per il romanzo (Lontano dietro le nuvole), ma già
scartato dall’editore.
Il genere letterario
Come sempre, quando si
tratta di capolavori, questo libro non si lascia incasellare dentro una
categoria che potrebbe solamente ridurlo: romanzo neorealista, di carattere, di
formazione, giallo, di guerra, di resistenza, d’amore? Una questione privata è
anzitutto ricerca, ricerca di conferme, di un amico, di una donna, ricerca di
una felicità forse impossibile.
Narratore esterno a focalizzazione interna
La vicenda è raccontata in
terza persona da un narratore  esterno, che tuttavia non è onnisciente in
quanto si limita a raccontare le azioni e a descrivere i personaggi, non
esplicita la propria presenza e non esprime giudizi personali. Pur essendo il
narratore esterno, il suo punto di vista coincide per tutta la vicenda con il
punto di vista di Milton, la focalizzazione è quindi interna, gli occhi del
narratore sono in realtà gli occhi di Milton.
Piani temporali
Se la vicenda si svolge in
pochi giorni (quattro) nel novembre 1944 (passati da una mese i “23 giorni di
ottobre” Alba in mano ai fascisti), numerosi sono i flashback sia riguardo le
relazioni fra i giovani un anno e anche due anni prima, fino al 1942 (ricordi
sfuocati e quasi allucinati), sia le storie di vita partigiana, raccontate
spesso a Milton da altri compagni, ma talvolta anche da lui.
Chiedo scusa se parlo di Fulvia
Permettetemi di fare un
accostamento, e di spiegare perché lo faccio. Nel sessantotto ( e nel decennio
successivo) si pone prepotentemente una nuova questione civile e politica,
un’urgenza di cambiamento della società della politica italiana (contro il
regime democristiano, definito regime dai giovani del tempo) e non solo (vedi
Vietnam, Cambogia), una questione civile che metteva assolutamente in secondo
piano qualsiasi questione privata, retaggio di una concezione egoistica e
borghese, contraria ad un impegno etico e civile.
Di fronte a questa
categoricità il genio dell’artista controcorrente Giorgio Gaber sintetizza
nella canzone “Chiedo scusa se parlo di Maria” l’urgenza del livello personale,
del sentimento, della’more per una donna”. Mi sembra che, mutatis mutandis, la situazione descritta da Fenoglio in questo
romanzo sia analoga.
Il romanzo di Fenoglio è autobiografico?
Ma certo. Milton è un partigiano
badogliano, ha 22 anni, opera sulle langhe tra Mango e Treiso, è un partigiano
che studia inglese come Fenoglio. È pur vero che Milton traduce versi in
inglese per la sua ragazza, e poi la sua vicenda si chiude diversamente
rispetto a quella di Fenoglio, senza voler dire cosa gli succede, rimane una
sottile distanza tra protagonista e autore.
Milton e Ivan nella villa
Tutta la prima parte del
romanzo è un continuo alternarsi di piani temporali, tra il presente della
lotta partigiana e il passato dei (pochi) momenti di amore vissuti insieme tra
Milton e Fulvia.
Milton e Ivan stanno
facendo ritorno a Mango, sede della loro brigata. Alla periferia di Alba (che è
in mano ai fascisti) passano proprio là dove si trova la villa di Fulvia. Ivan
non vorrebbe fermarsi, ma Milton gli chiede cinque minuti, perché è da tanto
tempo che non rivede il posto. Così, mentre Ivan rimane di vedetta, Milton si
avvicina alla villa di Fulvia ed inizia anche a ricordare.
Over the rainbow
Una delle cose che Milton
ricorda con nostalgia è il disco della canzone “Over the rainbow”, colonna
sonora de Il mago di Oz, che lui ha regalato
a Fulvia privandosi delle “vitali” sigarette inglesi per un po’ di tempo, pur
di godere con lei dell’ascolto di questa bellissima canzone.
Milton è quindi un po’
anglofilo, come il Johnny de Il
partigiano
(e come Fenoglio): ciò testimonia il suo legame con la cultura
nordamericana. I due ascoltano la canzone per 28 volte, che poi ritorna più
volte nella narrazione come un leitmotiv (Milton la canticchia mentre sta attraversando
le colline). È da ricordare il fatto che in una lettera all’editore Garzanti Fenoglio
aveva espresso il desiderio che questo romanzo si intitolasse “Lontano dietro
le nuvole”, una frase tradotta dalla canzone “Over the rainbow”. Questo indica
che il testo della canzone è una chiave di lettura dello stesso romanzo: “sopra
l’arcobaleno” è uno slancio testimoniato dal salto di un’ottava dell’inizio
della canzone, un anelito alla fine della guerra (l’arcobaleno dopo la
tempesta) e alla pace.
Il colloquio con la governante
Quando Milton arriva alla
villa di Fulvia, non la trova, perché è tornata a Torino, dal momento che
quelle colline ormai sono ben più pericolose della città sottoposta a
bombardamenti meno frequenti.
Giorgio Clerici, che è
coetaneo, amico e compagno di studi di Milton, ha fatto conoscere Fulvia a
Milton: gliene ha parlato per la prima volta nello spogliatoio di una palestra.
Milton si è innamorato di
lei, ma lei non sembra corrispondere al suo amore.
In una parola, Fulvia
ammira Milton per le sue capacità poetiche e letterarie, è perfino incuriosita
e divertita da lui, ma non è innamorata di lui. Fulvia ci appare perfino
crudele quando “illude” Milton promettendogli il suo amore eterno in versi
latini, contraddetti dalla realtà dei fatti.
Dobbiamo anche ricordare
che Fulvia è sedicenne, mentre Milton ha ventidue anni. Tenendo conto di
questo, ci si spiega anche perché è così impulsiva, capricciosa e spensierata.
Inoltre Milton scopre che
lei non ha portato con sé a Torino un libro di Thomas Hardy, lasciandolo invece
lì in quella villa, tra i libri “dimenticati, sacrificati”. Questo per lui è
come “un pugno alla bocca dello stomaco”.
La custode della villa fa
entrare Milton nella villa , ma insinua il sospetto che Fulvia si sia
innamorata proprio di Giorgio, un giovane più ricco e bello di lui. Fulvia
glielo diceva spesso, un po’ scherzando, che lui era brutto, un tipo, diciamo
così. Infatti nel romanzo, viene descritto così:
“Milton era un brutto:
alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace
di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni, già
aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente
incisa per l’abitudine di stare quasi di continuo aggrottato.
I capelli erano castani,
ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla più vile gradazione di
biondo. All’attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi,
che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe
lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e
composto…”
La vecchia custode
riferisce degli incontri notturni fra Fulvia e Giorgio. Anche se questi
incontri forse si sono interrotti bruscamente, tutto fa pensare che Giorgio e
Fulvia abbiano avuto, e forse hanno ancora, una relazione amorosa.
Questo per Milton diventa
una questione importante, fondamentale, il problema della vita, una questione
privata appunto, che si sovrappone a quella pubblica/civile della guerra contro
i fascisti, ma che non può essere ignorata. Non c’è questione civile che tenga,
se non viene garantito il diritto dell’uomo ai sentimenti, alla sua identità.
Insomma, si chiede Milton, qual è il rapporto che si è instaurato tra Fulvia e
Giorgio, che pure è un suo grande amico? “Andrò a chiederlo a Giorgio. Lo sanno
in tre: lui, Fulvia e il Padreterno, se c’è. Giorgio dovrà dirmelo. E non mi
dica che son fatti suoi e di Fulvia. Io ne ho il diritto, tanto l’ho amata e
l’amo. Me lo dovrà dire”. Che cosa può interessare ad un giovane di venti anni
circa come Milton, se non sapere se è amato oppure no dalla donna che lui ama?
Milton è spinto dall’ illusione che non ci sia stata una storia tra Giorgio e
Fulvia. Il fallimento del suo amore per Fulvia sarebbe una catastrofe: è una
questione di verità, ne va di mezzo il destino, il senso della sua vita. Non
c’è solo la Resistenza, quella con la “R” maiuscola, di cui Milton è protagonista,
ma anche quella con la “r” minuscola, resistenza come modo di essere, resistere
forse di fronte all’evidenza, comunque resistere per la necessità di credere in
qualcosa, per la “fede” (una fede quasi cieca) nell’amore. “Il fatto è che più
niente mi importa. Di colpo più niente. La guerra, la libertà, i compagni, i
nemici. Solo più quella verità”. E ancora: “La verità su Fulvia aveva la
precedenza assoluta, anzi esisteva essa sola”.
Il ritorno nella brigata
Milton è talmente preso
dalle notizie appena ricevute dalla custode che corre all’impazzata (e Ivan fa
fatica a stagli dietro) e rischia di saltare in aria sulle mine messe in un
ponte, se Ivan non gli grida di fermarsi.
La cattura di Giorgio
Ciò che spinge Milton è la
“ricerca della verità” che può soddisfare solo Giorgio. Così Milton domanda a
Leo, il suo capo, con una scusa, il permesso di assentarsi per mezza giornata
per scendere in paese (a Mango). In realtà inizia le sue ricerche, andando
verso l’altra brigata di partigiani nella quale si sarebbe dovuto trovare
Giorgio. Sta con loro una giornata intera nell’ attesa che rientri Giorgio, ma poi
viene a sapere che, a causa della fitta nebbia, Giorgio è stato catturato dai
fascisti e portato ad Alba (la città che è stata dei partigiani solo per 23
giorni, come ben sappiamo) e probabilmente sarà fucilato.
La nebbia
Non a caso Giorgio è
catturato a causa della nebbia, grigia, senza colori, (più volte ne parla
paragonandola al latte, bianca come il latte) che è un simbolo della mancanza
di chiarezza sulla sua “questione privata”, del velo opaco che si stende sulle
cose, e offusca l’intelletto.
Giorgio Clerici
È l’amico di Milton, che
si è fatto beccare al bivio di Manera dai fascisti, ed è stato imprigionato, studente
universitario come Milton, si può permettere, da partigiano, il latte con il
miele, oppure di indossare il pigiama da seta quando dorme sulla paglia con gli
altri partigiani.
Eppure, malgrado le
differenze, malgrado la fortuna in amore, Giorgio è complementare a Milton. Se
Milton adesso ha solo Giorgio in testa, anche Giorgio era un partigiano un po’
particolare, non ha legato molto con gli altri, e “pareva sopportare il solo
Milton, coabitava solo con Milton, ecc…”
Il contadino
L’unico testimone
dell’arresto di Giorgio è un contadino, che riferisce subito tutto ai
partigiani. Milton lo assilla facendosi raccontare tutto per filo e per segno
più volte. Quasi non può credere che Giorgio sia stato preso: è troppo crudele
questo, perché Giorgio è l’unica persona che può risolvere i suoi dubbi e
sospetti.
La riunione dei capi
Milton propone ai capi
della divisione di trovare un prigioniero da scambiare con i fascisti, per
liberare Giorgio, ma di prigionieri non ce ne sono proprio (l’ultimo era stato
fucilato due giorni prima).
I rossi
Allora Milton va
addirittura dai “rossi” della Brigata Garibaldi, che occupano un’altra collina,
per chiedere loro se hanno un prigioniero fascista da “prestare” agli azzurri
per fare lo scambio.
I rapporti tra i due
gruppi non sono sempre facili tra rossi e azzurri, perché gli azzurri
beneficiano dei lanci di viveri e munizioni dagli aerei alleati. Eppure Milton
ha numerosi rapporti e conoscenze con alcuni dei rossi (lo stesso Fenoglio era
stato dei partigiani comunisti, prima di passare ai badogliani).
La speranza è sempre
l’ultima a morire: non bisogna interrompere la ricerca del vero, anche se molte
volte non si riesce a raggiungerlo affatto. E spesso, per poter lottare in nome
della giustizia e della verità, bisogna collaborare e combattere contro un nemico
comune, indipendentemente da distinzioni di qualsiasi tipo.
Loro gli raccontano di un
caporale che era stato prigioniero una settimana prima, ma che poi era stato
fucilato, come sempre accadeva ai prigionieri capitati nelle mani dei
partigiani comunisti.
Interessante il dialogo
con Paco, che gli dice “l’importante non è essere rossi o azzurri, l’importante
[dice Paco con un’espressione non priva di colorito popolare] è scorciare
qualche fascista, tanti quanti ce n’è”.
Milton, un po’ sfiduciato,
spiega loro che andrà allora a Canelli, proprio nel covo dei lagunari san
Marco, tra i più temibili dei repubblichini, a cercare di prendere un nemico da
scambiare con Giorgio.
La vecchia
C’era una vecchia che dava
sempre da mangiare ai partigiani quando passavano da lei.  Passando da casa sua, Milton si ferma,
racconta di uno scontro fra partigiani e fascisti, la battaglia di Verduno, di qualche
tempo prima, e la vecchia gli dà qualcosa da mangiare, e gli racconta dei sue
figli morti di tifo più di dieci anni prima. Nel dialogo con la vecchia c’è la
previsione che la guerra finisca a maggio.
Milton lascia poi la sua
divisa alla vecchia, che la nasconde nel suo pozzo, e proseguendo (in borghese,
ma armato) la strada verso Canelli incontra un vecchio, al quale promette di
ammazzare tutti i fascisti una volta che arrivi “quel” giorno della
liberazione.
La pioggia e il fango
Un altro elemento che
ricorre più volte (ed aumenta sempre di più verso la fine del romanzo) è la
pioggia che trasforma il terreno, rendendolo più fangoso. Ad un certo punto gli
scarponi affondano nel fango che pian piano arriva a ricoprire l’intero suo
corpo. “Il suo tacco apriva nel fango piaghe lunghe, profonde e lustre”. Le
avversità naturali sono proiezione del suo stato d’animo
Un’altra vecchia: quella della vigna
Passando in una vigna,
Milton spiana la pistola quando intravede un’ombra al suo fianco, ma si accorge
che è la vecchia proprietaria, che parla sottovoce. Racconta a Milton che ha tutti
i suoi figli tra i rossi, e gli dà un po’ di pane con del lardo, ma anche un
“filo” importante per le sue ricerche, cioè una soffiata. Tutti i pomeriggi
all’una o alle sei un sergente fascista ha degli incontri amorosi con una donna
di quel paese. A Milton basta così appostarsi, minacciare con la pistola il
sergente, fargli alzare le mani e condurlo via. Ed effettivamente il piano di
Milton si realizza perfettamente, fino a quando però il sergente fa uno scarto
di lato, per fuggire, gesto che costringe Milton ad ucciderlo, facendo svanire
quindi il possibile scambio con Giorgio.
Per rappresaglia i
fascisti fucilano due staffette partigiane, tra cui Riccio, un giovane
quattordicenne che era stato catturato e condannato quattro mesi prima ed era
convinto ormai che la sua condanna a morte fosse stata dimenticata. Quando
Riccio viene a sapere dai fascisti che muore perché qualcuno ha ucciso un
sergente fascista sulla collina di fronte, lo maledice.
Il ritorno nella sua brigata
Sconsolato, Milton ritorna
dai suoi, passando da Trezzo. Chiede informazioni su Giorgio, ma nessuno sa se
sia stato fucilato o no. Qualcuno insinua che Giorgio non sia un vero
antifascista, poiché si è lasciato catturare e non ha affrontato la morte pur
di non essere portato ad Alba. Ma a questo punto Milton, che sente offeso non
solo l’amico, ma anche Fulvia, che sa di essere legata a Giorgio, anche se
ancora non ha verificato fino a che punto, ricorda e racconta di come una sera,
quando ancora erano “ragazzi borghesi” andando al cinema, sentendo un po’ di
trambusto all’ingresso, Giorgio si voleva buttare giù dalla galleria pur di non
essere preso dai fascisti. Poi però Milton l’aveva fermato, anche perché il
trambusto non era dovuto ai fascisti, ma a un tentativo di furto al botteghino.
Matè racconta allora di
una maestra punita perché faceva propaganda contraria. Dopo essere stata
diffidata, poiché quella maestra aveva detto in piazza che i fascisti dovevano
sterminare tutti i partigiani con la mitraglia o il lanciafiamme, una
spedizione punitiva arriva a casa sua.
Alla fine la maestra non
viene fucilata, come voleva lo spagnolo Alonso, ma “tosata” a dovere, alla
maniera dei titini, perché si era augurata che i fascisti facessero fuori tutti
i partigiani con il lanciafiamme.
Di nuovo verso la villa di Fulvia
Milton, comunque, pensa
solo ad una cosa, quindi si dirige là dove è il suo cuore, cioè dove è anche
iniziato questo racconto, in una parola alla villa di Fulvia. Prima di
arrivarci, però, viene sorpreso da una cinquantina di fascisti che passavano
proprio da quelle parti. Inizia così un febbrile inseguimento, durante il quale
Milton ha il tempo ancora per pensare a Fulvia, Il suo “chiodo fisso”, quasi
incolpandola di quello che sta accadendo. All’inizio del romanzo aveva pensato
“Fulvia tu mi uccidi” in senso morale e sentimentale, adesso ripensa la stessa
cosa, ma con un rischio ben più materiale: i fascisti alle sue calcagna (se
Milton non si fosse arrischiato ad avvicinarsi di nuovo a quella villa, non
sarebbe stato sorpreso dai fascisti).
La tensione di questo
ultimo capitolo è altissima, e si frange contro un muro, come la vita di
Milton.
Inizia qui una fuga: ma
siamo sicuri che Milton fugga solo dai fascisti? Milton cerca davvero la verità
su Fulvia, o fugge da essa? Non sarebbe stato più semplice arrendersi
all’evidenza?
Comunque, con i fascisti
alle sue calcagna, la tensione è palpabile, altissima (sottolineata perfino
dalle figure retoriche, come l’anafora “Correva … correva … correva”.
L’esistenza di Milton si frange contro un muro, come la sua anima, priva di
Fulvia. La distruzione di Fulvia è anche la sua distruzione. Fulvia non è
comparsa mai in prima persona, eppure è più presente di tutti gli altri, è il
TU che dava consistenza all’io, ha sostenuto l’energia di vita di Milton, fino
a quando ciò è stato possibile. “Io ho l’anima di Fulvia…lo so, lo credo, se
cessassi di crederlo sarei morto…”
Finale aperto?

Poiché l’opera è stata
pubblicata postuma, noi lettori non possiamo neanche
sapere con certezza se il cap. XIII  sia
davvero l’ultimo della vicenda pensata dall’autore. Il crollo di Milton è una
morte definitiva, fine degli affanni e dei dubbi che ormai pesavano troppo
sulla sua fragile mente da letterato, oppure uno svenimento temporaneo che
presuppone un imminente risveglio? Di certo nessuno risponderà alle nostre domande,
la nostra fantasia sarà libera di colmare da sola, a suo piacimento, il vuoto
lasciato dall’autore.
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