Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello – di Claudia Rivoletti

Uno, nessuno, centomila è l’ultimo romanzo di Luigi Pirandello, iniziato nel 1909 ma pubblicato solo nel 1926.
Diviso in 8 capitoli, il testo presenta due principali sequenze: una narrativa, che illustra le vicende che accadono intorno al protagonista, e una riflessiva, che ne riporta i pensieri e ne spiega il comportamento e in cui il narratore si rivolge anche al lettore.
Il protagonista, nonché narratore dell’opera è Vitangelo Moscarda, di 28 anni, felicemente sposato con Dida, vive di rendita nella città di Richieri grazie all’eredità lasciatagli dal padre usuraio. Delle sue ricchezze e della banca del padre si occupano gli amici Sebastiano Quantorzo e Stefano Firbo, lasciando vivere Moscarda nell’ozio.
Il romanzo inizia con la presa di coscienza da parte di Moscarda del fatto che il suo naso pende verso destra e che ha molti difetti, fattigli notare dalla moglie, di cui egli non si era mai reso conto. “Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito”. Da questo episodio inizia infatti la riflessione su come gli altri lo vedono e come si vede, che lo porterà alla pazzia.
Il primo segno di questa insana riflessione si scorge nella sua ricerca di solitudine, ma una solitudine “senza me e appunto con un estraneo intorno” per capire “Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?”. Decide così di inseguire quell’estraneo che era in lui, cercando di vedersi vivere.
Presto però si accorge che “non si può a un tempo vedersi e vedere che un altro sta a guardarci”. Si propone quindi di scoprire come era per i suoi conoscenti e di scomporre l’immagine che essi si erano fatti di lui. In questo modo si rende conto che “vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io, non essendo io propriamente nessuno per me”. Comincia quindi a fare pazzie per distruggere i centomila Moscarda che esistevano nei suoi conoscenti.
Il primo atto di follia che compie è finalizzato a distruggere l’immagine di usuraio che la gente di Richieri si è fatta di lui a causa del lavoro del padre. Per cancellare quel Moscarda che non era lui, prima sfratta Marco di Dio e sua moglie Diamante da una sua proprietà perché non ne pagavano l’affitto, poi però regala loro una casa. Viene di conseguenza definito pazzo “perché avevo voluto dimostrare che potevo, anche per gli altri, non essere quello che mi si credeva”.
L’unico essere vivente che non lo crede pazzo è Bibì, la cagnetta della moglie, con cui, portandola a spasso, parla interrogandosi sul suicidio. “Perché, quand’uno pensa d’uccidersi, s’immagina morto, non più per sé, ma per gli altri?”.
Rientrando in casa trova Quartorzo e Dida, però conta in quella casa non tre ma otto persone. Inizia una discussione tra i tre, o meglio gli otto, che si conclude con la decisione di Moscarda, contro ogni logica, di ritirare il suo denaro dalla banca.
Dopo questa decisione e uno schiaffo del marito, Dida va via di casa andando ad abitare dal padre. Quest’ultimo, vedendosi rovinato dalla decisione del suocero, prova a fargli cambiare idea ma senza successo, uscendo anzi dalla discussione con una maggiore convinzione della pazzia del suocero.
Per riavvicinare Dida con il marito interviene Anna Rosa, amica di Dida, che invita Moscarda alla Badia dove abita Suor Celestina, monaca, zia di Anna Rosa. Qui però dalla borsetta della donna parte un colpo di rivoltella che la ferisce ad un piede. Moscarda la porta quindi a casa e la assiste durante la sua convalescenza parlandole della sua scoperta di avere tanti alter ego e delle sue pazzie per eliminarli. “ Cadeva ogni orgoglio. Vedere le cose con occhi che non potevano sapere come gli altri occhi intanto la vedevano. Parlare per non intendersi. Non valeva più nulla essere per sé qualche cosa.” Ella, spaventata da quei ragionamenti, arriva a sparargli, ferendolo senza ucciderlo.
Dopo questa nuova avventura, va a vivere nell’ospizio per poveri per il quale, su consiglio del vescovo, Monsignor Partanna, aveva lasciato tutti i suoi averi. Qui trova finalmente un po’ di pace e serenità. “Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d’oggi, domani.” Vive nella fusione con la natura, nel cui mondo abbandona tutte le maschere impostegli dalla società umana. “muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”