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su Manzoni e Leopardi

di Alissa Peron

  1. Cosa sono e quando furono composte le “operette morali” di Leopardi.

  2. Parla del discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.

  3. Quali sono le caratteristiche principali delle tragedie di Manzoni?

  4. Esponi il contenuto di una, a tua scelta, delle poesie di Leopardi.

 

  1. Le “operette morali” sono state scritte dopo il 1823, la maggior parte nel 1824, mentre Leopardi non si trova più a Recanati. È una raccolta di ventisei racconti scritti in prosa, molti dei quali sono in forma dialogica, con la presenza sia di termini elevati sia del linguaggio quotidiano, ma con una complessiva impressione di scorrevolezza. Sono numerosi i riferimenti mitologici, ma il contenuto è marcatamente filosofico: quest’opera è l’espressione del pessimismo leopardiano e dello sviluppo del pensiero dell’autore fino a quel momento, in cui tace la sua vena poetica.

  2. In gioventù Leopardi prende posizione sui temi più dibattuti nel suo tempo, e ne è un esempio il “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” del 1816, in cui egli dichiara che la poesia ha l’unica funzione di dilettare e consiste nell’imitazione della natura; il suo tempo non è in grado di produrre una tale poesia perché la società è ormai corrotta e nei secoli l’uomo ha raggiunto una sempre maggiore consapevolezza del mondo naturale, tanto da non poterne più provare meraviglia. Per questo motivo sostiene che gli antichi, meno consapevoli e più vicini alla natura, potevano dar vita alla poesia come egli la intende.

  3. Manzoni scrisse due tragedie, l’Adelchi ed il Conte di Carmagnola, entrambe di argomento storico. Entrambe non rispettano le unità aristoteliche di tempo e di luogo, scelta che l’autore giustificherà nella Lettera a Monsieur Chauvet. Manzoni inserisce nelle tragedie il coro, uno squarcio lirico che non influisce sull’azione, che contiene commenti e riflessioni sulle vicende dei personaggi; egli spiega la funzione del coro e le sue caratteristiche nella Prefazione al Conte di Carmagnola.

  4. L’Infinito

Questa poesia fa parte dei Piccoli Idilli, scritti prima del 1823, e tratta di un’esperienza personale del poeta, dei suoi pensieri mentre si trova su una collinetta nei pressi di Recanati. Il poeta è solo ed amante della solitudine, situazione consueta nella sua gioventù, è immobile e tiene lo sguardo fisso davanti a sé; una siepe gli impedisce di vedere oltre un certo limite, ed egli immagina che al di là di essa ci siano spazi infiniti a lui inaccessibili, un silenzio ed una quiete profondissimi che vanno oltre il limite concesso agli uomini. Questi pensieri sono il frutto della sua immaginazione, ma il poeta sembra immergersi in quell’infinito ed esserne sopraffatto, tanto da provarne un certo turbamento. Lo fa tornare alla realtà il fruscio del vento tra le foglie delle piante, ed egli paragona questa voce familiare a quel silenzio nuovo ed infinito che aveva immaginato di sentire; ciò lo porta a pensare all’eternità, che accosta all’infinito silenzio, ed a ricordare il suo passato ed il suo presente e la voce del presente, che accosta alla voce del vento. Risente perciò di annegare nell’immensità, ma ora, dopo quest’esperienza, essa gli sembra più familiare, tanto che il naufragarvi gli è piacevole.

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