Viaggio notturno nella letteratura italiana ep.12 (18/06/2020)

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Nell’Impero romano, il paganesimo andava incontro non tanto e non solo al soddisfacimento degli interrogativi religiosi che l’individuo tendeva a porsi, ma offriva un importante sostegno alle istituzioni, al loro funzionamento ed ai valori che lo sostenevano. E, inoltre, sotto la definizione di paganesimo andava compreso tutto quell’insieme di valori culturali e spirituali che, nel mondo antico, avevano portato alla nascita e allo sviluppo di grandi esperienze di civiltà letteraria e artistica, e di uno spirito di apertura verso l’assimilazione delle più svariate suggestioni filosofiche e religiose.
La tolleranza religiosa che si respirava nel corso dei primi secoli dell’Impero è stata meglio definita dal termine “Sincretismo”, che sottolinea la particolare attitudine a cogliere, nelle costumanze religiose delle diverse province, quegli elementi i quali non collidendo tra loro, contribuivano ad ampliare il consenso che il governo imperiale riscuoteva presso i propri sudditi. Tuttavia, proprio per il fatto che veniva concepita anche in funzione di garanzia della stabilità del patto di convivenza sociale, questa fluidità religiosa trovava un duplice limite, da un lato, nel sempre più marcato collegamento tra le forme di culto più ufficiali e il culto presentato allo Stato, in particolare nella persona dell’Imperatore in carica (soprattutto a partire dal tardo II secolo) e, dall’altro – di conseguenza -, nella diffidenza nei confronti di quelle forme religiose che, oltrepassando la dimensione di ristretti ambiti etnici o sociali, tendessero ad espandersi in modo universale ed invasivo. I rifiuti a prestare il culto ufficiale dovuto all’imperatore venivano perciò sentiti come manifestazioni di empietà e, a un tempo, di disobbedienza civile. Chi prestava il culto imperiale, obbligatorio a partire dal III secolo, si impegnava, invece, per ciò stesso, a lealtà nei confronti dello Stato.

Audio Lezioni di Storia Romana del prof. Gaudio

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