Victor Vasarely

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“Il movimento prende avvio dalla superficie dell’opera, che si trasforma in sollecitazione retinica per giungere sino al coinvolgimento psicologico.  La linea, moltiplicandosi e trasformandosi sul piano, diventa volume fino all’ottenimento del più coinvolgente trompe l’oeil.  Per Vasarely ciò che conta è il creare situazioni plastiche di forte attrazione e coinvolgimento i cui elementi potrebbero essere anche diversi da quelli che sono, sino a divenire il contrario.  “

 

Nello studio dei procedimenti ottici e psicologici della percezione, gli Impressionisti, che con la “Teoria del

colore” rivoluzionarono i concetti di volume e di prospettiva, furono dei pionieri.  In seguito, si segnala il contributo del Cubismo: per la prima volta si inserisce nell’opera anche la quarta dimensione, il dato temporale che sottolinea l’incessante scorrere del tempo prende corpo e si ritaglia uno spazio nell’opera d’arte.  In seguito si passa attraverso il Costruttivismo e la Bauhaus, fino alle recenti ricerche visuali cinetiche.  Il postulato di fondo è sempre lo stesso: liberare il modo di vedere dagli schemi del senso comune.  La ricerca attuale muove dunque da due presupposti principali: l’uomo deve essere cosciente dei condizionamenti delle proprie facoltà percettive e deve anche realizzare che la percezione è solo un momento di un’attività ben più vasta, l’immaginazione, cioè il conoscere e pensare mediante le immagini.  In questo contesto, l’oggetto di studio non può essere la singola immagine, ma una sequenza di immagini in cui nessuna può considerarsi privilegiata, più significativa delle altre.  Ciò che interessa non è più l’immagine in sé, ma il ritmo del prodursi, riprodursi, associarsi delle immagini.  In questa corrente si inserisce la Op (abbreviazione di optical) Art, movimento di arte astratta sviluppatosi negli anni Sessanta, che esplora i limiti della visione umana.  Va segnalato anche il recupero degli studi condotti al tempo della Bauhaus, sui meccanismi della percezione, relativi alla teoria delle forme: generalmente il cervello quando ci si accosta ad un’immagine opera delle scelte nell’ambito della percezione, la prima delle quali è quella di distinguere il soggetto dallo sfondo.  Nelle sperimentazioni della Bauhaus, e più massicciamente nelle avanguardie degli anni Sessanta, ad una stessa figura ci si rapporta in più modi differenti: in questo modo il cervello cambia continuamente interpretazione.  Gli esponenti dell’Op Art quindi riprendono sia la “Teoria del Colore” che la “Teoria delle Forme”: l’artista gioca con l’osservatore, creando immagini che sembrano vibrare e pulsare.  L’opera d’arte in sé è statica, ma forme e colore suscitano un’illusione ottica di un movimento indotto, ma mai reale.  La piattezza è distrutta dall’immagine del movimento, poiché tutta la superficie è “animata “. L’Op Art, appoggiandosi su premesse di ordine scientifico, è caratterizzata da un rigore sistematico e da un accentuato dogmatismo.  Il principio di partenza è quello geometrico e si cerca di determinare sull’osservatore uno stimolo ottico di ordine psicologico.  Uno dei principali interpreti di questa corrente è stato Victor Vasarely (1908-1997), che si caratterizza per il metodo chiaramente scientifico: generalmente le serie di forme geometriche colorate vengono disposte secondo un ordine, che implica più possibilità di interpretazione: vi sono chiavi di lettura verticali, orizzontali, oppure seguendo le diagonali, oppure in negativo, invertendo il rapporto fra le forme e gli intervalli.  Vasarely abolisce la distinzione fra sensazioni “reali” e “illusorie”, permettendo così alla coscienza di utilizzare a parità di valore tutte le informazioni visive. 

Vega di Victor Vasarely

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