
Testo e analisi di Talor mentre cammino per le strade di Camillo Sbarbaro
27 Gennaio 2019
Vociani
27 Gennaio 2019Questo componimento di Clemente Rebora è legato alla sua esperienza durante la Prima Guerra Mondiale, un periodo in cui il poeta servì come ufficiale e subì ferite al fronte.
Il titolo “Viatico” richiama il sacramento dell’estrema unzione, suggerendo un accompagnamento spirituale verso la morte. La poesia si sviluppa in una forma dialogica, con il poeta che si rivolge a un compagno d’armi gravemente ferito, descritto come un “tronco senza gambe” (v. 6), disteso in un “valloncello” (v. 1). L’immagine è cruda e realistica: il soldato morente è immerso “tra melma e sangue” (v. 5), simboli della degradazione fisica e morale che la guerra porta con sé.
Il tono è intriso di profonda pietà umana. Il poeta riconosce la sofferenza estrema del compagno (“tanto invocasti se tre compagni interi / cadder per te che quasi più non eri”, vv. 2-3) e la sua condizione disperata. C’è una tensione palpabile tra il desiderio di porre fine all’agonia (“affretta l’agonia”, v. 9) e l’impossibilità di farlo.
Particolarmente significativo è il verso “nella demenza che non sa impazzire” (v. 13), un ossimoro che esprime la condizione paradossale di chi, nonostante la sofferenza estrema, mantiene una lucidità che impedisce la liberazione nella follia. Il “sonno sul cervello” (v. 14) rappresenta l’unico sollievo possibile.
La chiusa “lasciaci in silenzio / grazie, fratello” (vv. 15-16) rivela la fraternità che unisce i soldati nell’esperienza condivisa del dolore. Il “silenzio” richiesto non è indifferenza, ma un segno di rispetto per la dignità del morente e un riconoscimento dell’inadeguatezza delle parole di fronte alla morte.
Dal punto di vista stilistico, Rebora utilizza un linguaggio semplice e diretto, privo di orpelli retorici, che rispecchia l’influenza del frammentismo vociano e la ricerca di una poesia “autentica” dopo le esperienze traumatiche della guerra.
Testo della poesia Viatico di Clemente Rebora

“Viatico” di Clemente Rebora
O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue 5
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia, 10
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello, 15
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.
da Poesie sparse di Clemente Rebora




