
Capitolo ottavo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
Capitolo nono dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019đ Analisi del Capitolo VIII dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, sul tentativo di matrimonio forzato e la fuga, e accenno agli sviluppi successivi del romanzo
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La scena iniziale: Don Abbondio e il panegirico di San Carlo
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Don Abbondio, seduto nel suo studio, riflette su un passaggio del panegirico che paragona San Carlo a Carneade, un filosofo antico. La sua ignoranza (“Chi era costui?”) sottolinea la sua superficialitĂ culturale e l’ipocrisia religiosa.
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L’arrivo di Tonio e Gervaso con la scusa del pagamento di un debito è il pretesto per attirare don Abbondio in una trappola.
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Il piano di Renzo e Agnese
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Mentre Tonio distrae don Abbondio, Renzo e Lucia entrano di nascosto nella casa con l’obiettivo di costringere il curato a celebrare il matrimonio.
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Ironia tragica: Don Abbondio, terrorizzato, reagisce in modo grottesco: getta un tappeto sulla testa di Lucia per impedirle di pronunciare il consenso matrimoniale e fugge gridando aiuto.
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La scena è un capolavoro di comicità e tensione, con Tonio che cerca la ricevuta del debito, Gervaso che urla, e Renzo che cerca di calmare il caos.
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L’intervento del sagrestano e la fuga
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Don Abbondio chiama aiuto dalla finestra, e il sagrestano Ambrogio suona la campana a martello, radunando il villaggio.
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Renzo, Lucia e Agnese fuggono attraverso i campi, mentre i bravi di don Rodrigo (giunti per rapire Lucia) si disperdono nel caos.
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Temi principali del Capitolo VIII
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ViltĂ e ipocrisia: Don Abbondio preferisce l’umiliazione alla disobbedienza ai potenti.
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Provvidenza vs. impeto umano: Renzo agisce d’istinto, mentre la Provvidenza (attraverso il caos) salva Lucia dal rapimento.
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Ironia manzoniana: La farsa del matrimonio fallito mostra l’incapacitĂ dell’uomo di controllare il destino.
Capitolo IX: La fuga verso il convento e l’addio ai monti
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L’incontro con padre Cristoforo
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I fuggiaschi raggiungono il convento di Pescarenico, dove il frate li attende.
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Padre Cristoforo organizza la loro fuga:
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Agnese e Lucia saranno ospitate in un convento a Monza.
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Renzo dovrà raggiungere Milano, protetto dai cappuccini.
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Il frate li esorta a confidare in Dio:Â “Ă una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, senza odio”.
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La preghiera collettiva e la partenza
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Una commovente preghiera per don Rodrigo (“quel poveretto che ci ha condotti a questo passo”) rivela il perdono cristiano.
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Il gruppo si imbarca sul lago, diretto all’altra riva dell’Adda.
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L’addio ai monti (passaggio celebre)
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Lucia, guardando il paese natale che scompare, piange in silenzio.
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Monologo interiore (voce narrante):
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“Addio, monti sorgenti dallâacque, ed elevati al cielo…”
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Riflessione sullo sradicamento forzato e la nostalgia per la patria perduta.
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Contrasto tra la purezza della vita rurale e l’ignoto della cittĂ (anticipazione dei temi milanesi).
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Temi principali del Capitolo IX
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Provvidenza divina: Padre Cristoforo incarna la fede nell’intervento di Dio, contrapposta all’ansia umana.
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Esilio e dolore: L’addio ai monti è un lamento universale sulla perdita dell’innocenza e della sicurezza.
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Perdono cristiano: La preghiera per don Rodrigo mostra la superioritĂ morale dei poveri sui potenti.
Analisi stilistica e simboli
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Natura e luce: La luna sul lago crea un’atmosfera sospesa tra speranza e malinconia.
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Metafore militari: La fuga è descritta come una ritirata strategica, con Renzo “guardia” delle donne.
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Antitesi: Don Abbondio (egoismo) vs. padre Cristoforo (altruismo); monti (sicurezza) vs. pianura (ignoto).
Collegamenti con il resto dell’opera
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Preparazione alla svolta: La fuga a Monza introduce l’incontro con la Monaca di Monza (Gertrude), mentre Renzo a Milano vivrĂ il tumulto del pane.
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Critica sociale: L’impotenza dei poveri di fronte ai soprusi (es. i bravi) è centrale nel romanzo.
Conclusione: Questi capitoli segnano la fine della prima parte “paesana” del romanzo e l’avvio della fase piĂš drammatica, dove i protagonisti affronteranno le conseguenze della violenza e dell’ingiustizia. Manzoni unisce humour, pathos e riflessione morale, mostrando come la Provvidenza agisca anche attraverso il caos umano.
Testo dell’ ottavo capitolo dei Promessi Sposi

CAPITOLO VIII
Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un poâ di libreria, gli prestava un libro dopo lâaltro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi piĂš guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo vâera paragonato, per lâamore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di cosĂŹ curiose, ha fatto dir tanto di sè, che, per saperne qualche cosa, non câè bisogno dâunâerudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, lâoratore chiamava a paragone anche Carneade: e lĂŹ il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di Tonio.
âA questâora?â disse anche don Abbondio, comâera naturale.
âCosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo….â
âGiĂ : se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire…. Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?â
âDiavolo!â rispose Perpetua, e scese; aprĂŹ lâuscio, e disse: âdove siete?â Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome.
âBuona sera, Agnese,â disse Perpetua: âdi dove si viene, a questâora?â
âVengo da….â e nominò un paesetto vicino. âE se sapeste…â continuò: âmi son fermata di piĂš, appunto in grazia vostra.â
âOh perchè?â domandò Perpetua; e voltandosi aâ due fratelli, âentrate,â disse, âche vengo anchâio.â
âPerchè,â rispose Agnese, âuna donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare…. credereste? sâostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna, perchè non vâhanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, lâuno e lâaltro….â
âSicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?â
âNon me lo domandate, che non mi piace metter male.â
âMe lo direte, me lâavete a dire: oh la bugiarda!â
âBasta…. ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.â

âGuardate se si può inventare, a questo modo!â esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: âin quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere…. Ehi, Tonio! accostate lâuscio, e salite pure, che vengo.â Tonio, di dentro, rispose di sĂŹ; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata.
In faccia allâuscio di don Abbondio, sâapriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi sâavviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar piĂš liberamente; e Perpetua dietro. Quandâebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva piĂš veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossĂŹ forte. Era il segnale: Renzo lo sentĂŹ, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tuttâe due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono allâuscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nellâandito, dovâerano i due fratelli ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo lâuscio pian piano; e tuttâe quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli sâavvicinarono allâuscio della stanza, châera di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro.
âDeo gratias,â disse Tonio, a voce chiara.
âTonio, eh? Entrate,â rispose la voce di dentro.
Il chiamato aprĂŹ lâuscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscĂŹ dâimprovviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro lâuscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con lâorecchie tese, tenendo il fiato: il rumore piĂš forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.
Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso dâuna piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.

â Ah! ah! â fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel libricciolo.
â DirĂ il signor curato, che son venuto tardi, â disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma piĂš goffamente, Gervaso.
â Sicuro châè tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato? â
â Oh! mi dispiace. â
â Lâavrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere… Ma perchè vi siete condotto dietro quel… quel figliuolo? â
â CosĂŹ per compagnia, signor curato. â
â Basta, vediamo. â
â Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col santâAmbrogio a cavallo, â disse Tonio, levandosi un involtino di tasca.
â Vediamo, â replicò don Abbondio: e, preso lâinvoltino, si rimesse gli occhiali, lâaprĂŹ, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto.
â Ora, signor curato, mi darĂ la collana della mia Tecla. â
â Ă giusto, â rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprĂŹ una parte di sportello, riempĂŹ lâapertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso lâarmadio, la consegnò a Tonio, dicendo: â va bene? â
â Ora, â disse Tonio, â si contenti di mettere un poâ di nero sul bianco. â
â Anche questa! â disse don Abbondio: â le sanno tutte. Ih! comâè divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me? â
â Come, signor curato! sâio mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito…. dunque, giacchè ha giĂ avuto lâincomodo di scrivere una volta, cosĂŹ… dalla vita alla morte…. â
â Bene bene, â interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sè una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera dâimpedire allo scrivente la vista dellâuscio; e, come per ozio, andavano stropicciando, coâ piedi, il pavimento, per dar segno a quei châerano fuori, dâentrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad altro. Allo stropiccĂŹo deâ quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sè non vi sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in quattro, dicendo: â ora, sarete contento? â e, levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con lâaltra a Tonio, alzando il viso. Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dallâaltra; e, nel mezzo, come al dividersi dâuna scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupĂŹ, sâinfuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: â signor curato, in presenza di questi testimoni, questâè mia moglie. â
Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sè, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino;

e, balzando tra la seggiola e il tavolino, sâera avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: â e questo… â che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nellâaltra mano, sâaiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto nâaveva in canna: â Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto! â Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale lâartefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni lâuscio che metteva a una stanza piĂš interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: â Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa! â Nellâaltra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato allâuscio, e picchiava, gridando: â apra, apra; non faccia schiamazzo. â Lucia chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: â andiamo, andiamo, per lâamor di Dio. â Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava, cercando lâuscio di scala, per uscire a salvamento.

In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi sâera introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta lâapparenza dâun oppressore; eppure, alla fin deâ fatti, era lâoppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente aâ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtĂ , era lui che faceva un sopruso. CosĂŹ va spesso il mondo….. voglio dire, cosĂŹ andava nel secolo decimo settimo.
Lâassediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprĂŹ una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: â aiuto! aiuto! â Era il piĂš bel chiaro di luna; lâombra della chiesa, e piĂš in fuori lâombra lunga ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprĂŹ lâimpannata dâuna sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi traâ peli, e disse: â cosa câè? â
â Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa, â gridò verso lui don Abbondio. â Vengo subito, â rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra âl sonno, e piĂš che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar piĂš aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. DĂ di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giĂš balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della piĂš grossa di due campanette che câerano, e suona a martello.
Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon lâorecchio, si rizzano. â Cosâè? Cosâè? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi? â Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni sâalzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i piĂš curiosi e piĂš bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere.
Ma, prima che quelli fossero allâordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore era giunto agli orecchi dâaltre persone che vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte allâosteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti dâaver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati; e in fatti, non incontrarono anima vivente, nè sentirono il piĂš piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la piĂš quieta di tutte, giacchè non câera piĂš nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: â andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini, â sâincamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se nâera allontanata la nostra brigatella, andando anchâessa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo lâocchio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un poâ piĂš forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con lâordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero lâingresso e la ritirata. Tutto sâeseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sè, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio lâuscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto allâuscio del terreno. Picchia anche lĂŹ, e aspetta: eâ poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quellâuscio: nessuno di dentro dice: chi va lĂ ?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque: â st, â chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nellâaltra stanza piĂš interna, per accertarsi che nessun ci sia: non câè nessuno. Torna indietro, va allâuscio di scala, guarda, porge lâorecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, châera un bravo del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinchè il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di queâ mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge mollemente lâuscio che mette alla prima stanza; lâuscio cede, si fa spiraglio: vi mette lâocchio; è buio: vi mette lâorecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica lĂ dentro; niente.

Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca lâuscio, vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a vedere nellâaltra stanza, e che gli vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. â Che diavolo è questo? â dice allora: â che qualche cane traditore abbia fatto la spia? â Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia allâuscio di strada, sentono un calpestĂŹo di passini frettolosi, che sâavvicinano in fretta; sâimmaginano che, chiunque sia, passerĂ diritto; stan quieti, e, a buon conto, si mettono allâerta. In fatti, il calpestĂŹo si ferma appunto allâuscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per lâamor del cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perchè… il perchè lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. â Che è questo? â pensa; e spinge lâuscio con paura: quello sâapre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono, in tono minaccioso: â zitto! o sei morto. â Lui in vece caccia un urlo: uno di queâ malandrini gli mette una mano alla bocca;

lâaltro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt’a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana cosĂŹ fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all’uno e all’altro furfante parve di sentire in que’ tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono alla casa, dov’era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dallâalto al basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano, sâurtano a vicenda: ognuno cerca la strada piĂš corta, per arrivare allâuscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso; ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non sâera fatto vedere un poâ da lontano, prima di venir loro addosso. Ci volle tutta la superioritĂ del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or lĂ a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; cosĂŹ il pellegrino acciuffa un di coloro, che giĂ toccava la soglia, e lo strappa indietro;

caccia indietro col bordone uno e un altro che sâavviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e lĂ , senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. â Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: cosĂŹ si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti. â Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscĂŹ il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine.
Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato dâallontanar lâaltra dalla casa di don Abbondio, il piĂš che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tuttâa un tratto, la serva sâera ricordata dellâuscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non câera che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di queâ tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalĂŹo, diceva: â sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? â Ma intanto, faceva un altro discorso con sè stessa. â Saranno usciti a questâora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tuttâe tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! Ă stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non câè altro che tener costei a bada, piĂš che posso: alla peggio, sarĂ un poâ di tempo perduto. â CosĂŹ, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, sâera lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tuttâa un tratto, si sentĂŹ venir rimbombando dallâalto, nel vano immoto dellâaria, per lâampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: â aiuto! aiuto! â
â Misericordia! cosâè stato? â gridò Perpetua, e volle correre.
â Cosa câè? cosa câè? â disse Agnese, tenendola per la sottana.
â Misericordia! non avete sentito? â replicò quella, svincolandosi.
â Cosa câè? cosa câè? â ripetè Agnese, afferrandola per un braccio.
â Diavolo dâuna donna! â esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertĂ ; e prese la rincorsa.

Quando, piĂš lontano, piĂš acuto, piĂš istantaneo, si sente lâurlo di Menico.
â Misericordia! â grida anche Agnese; e di galoppo dietro lâaltra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dellâaltra; mentre vuole spinger lâuscio, lâuscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giĂš saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanĂŹo, correvano in furia, a mettersi in salvo.
â Cosa câè? cosa câè? â domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. â E voi! come! che fate qui voi? â domandò poscia allâaltra coppia, quando lâebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nellâandito, e corse, come poteva al buio, verso la scala.
I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tuttâaffannata. â Ah siete qui! â disse questa, cavando fuori la parola a stento: â comâè andata? cosâè la campana? mi par dâaver sentito…. â
â A casa, a casa, â diceva Renzo, â prima che venga gente. â E sâavviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: â dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento! â
â Sei tu che….? â cominciava Agnese.
â Cosa câè dâaltro? â domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.
â Câè il diavolo in casa, â riprese Menico ansante. â Gli ho visti io: mâhanno voluto ammazzare: lâha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito; e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori. â
Renzo, châera il piĂš in sè di tutti, pensò che, di qua o di lĂ , conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la piĂš sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza dâuno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione piĂš chiara. â Cammina avanti, â gli disse. â Andiam con lui, â disse alle donne. Voltarono, sâincamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del cielo, non câera ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.
Non sâeran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: â che diavolo câè? â Quando Ambrogio sentĂŹ una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzio, châera accorso molto popolo, rispose: â vengo ad aprire. â Si mise in fretta lâarnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e lâaprĂŹ.
â Cosâè tutto questo fracasso? â Cosâè? â Dovâè? â Chi è? â
â Come, chi è? â disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con lâaltra, il lembo di quel tale arnese, che sâera messo cosĂŹ in fretta: â come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto. â Si voltan tutti a quella casa, vi sâavvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove câera lâuscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non câè una finestra aperta: non si sente uno zitto.
â Chi è lĂ dentro? â Ohe, ohe! â Signor curato! â Signor curato! â
Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga deglâinvasori, sâera ritirato dalla finestra, e lâaveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che lâaveva lasciato solo in quellâimbroglio, dovette, quando si sentĂŹ chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentĂŹ dâaverlo chiesto.
â Cosâè stato? â Che le hanno fatto? â Chi sono costoro? â Dove sono? â gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto.
â Non câè piĂš nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa. â
â Ma chi è stato? â Dove sono andati? â Che è accaduto? â
â Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non câè piĂš niente: unâaltra volta, figliuoli: vi ringrazio del vostro buon cuore. â E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra. Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se nâandavano: quando arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello scompiglio deâ bravi, quando il Griso sâaffannava a raccoglierli. Quandâebbe ripreso fiato, gridò: â che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo; è giĂš in fondo alla strada, alla casa dâAgnese Mondella: gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo câè! â
â Che? â Che? â Che? â E comincia una consulta tumultuosa. â Bisogna andare. â Bisogna vedere. â Quanti sono? â Quanti siamo? â Chi sono? â Il console! il console! â
â Son qui, â risponde il console, di mezzo alla folla: â son qui; ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dovâè il sagrestano? Alla campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso: venite qui tutti…. â
Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta, e grida: â correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un pellegrino: son giĂ fuori del paese: addosso! addosso! â A questâavviso, senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giĂš alla rinfusa per la strada; di mano in mano che lâesercito sâavanza, qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le tracce dellâinvasione eran fresche e manifeste: lâuscio spalancato, la serratura sconficcata; ma glâinvasori erano spariti. Sâentra nel cortile; si va allâuscio del terreno: aperto e sconficcato anche quello: si chiama: â Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dovâè il pellegrino? LâavrĂ sognato Stefano, il pellegrino. â No, no: lâha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino! â Agnese! Lucia! â Nessuno risponde. â Le hanno portate via! Le hanno portate via! â Ci fu allora di quelli che, alzando la voce, proposero dâinseguire i rapitori: che era unâinfamitĂ ; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da unâaia deserta. Nuova consulta e piĂš tumultuosa: ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia sâeran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò piĂš di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir dâusci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sè sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini dâassai gagliarda presenza, chiomati come due re deâ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a queâ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran queâ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestĂ dellâaccaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle deâ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia.

I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora lâuno ora lâaltro, a guardare se nessuno glâinseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per lâapprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor piĂš in affanno li teneva lâincalzare continuo di queâ rintocchi, i quali, quanto, per lâallontanarsi, venivan piĂš fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di piĂš lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito allâintorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo comâera andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tuttâe tre si voltarono al fanciullo, il quale riferĂŹ piĂš espressamente lâavviso del padre, e raccontò quello châegli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confermava lâavviso. Gli ascoltatori compresero piĂš di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tuttâe tre a un tratto, si guardarono in viso lâun con lâaltro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tuttâe tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano dellâangoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa.
â Ora torna a casa, perchè i tuoi non abbiano a star piĂš in pena per te, â gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di tasca, e gliele diede, aggiungendo: â basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e allora… â Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia lâaccarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, lâaiuto che il giovine le offriva neâ passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sè, anche in un tale turbamento, dâesser giĂ stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente, quando sâaspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito cosĂŹ dolorosamente quel sogno, si pentiva dâessere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora sè stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che.
â E la casa? â disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse importante, nessuno rispose, perchè nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento.
Renzo sâaffacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto sâaprĂŹ; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba dâargento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, â Dio sia benedetto! â disse, e fece lor cenno châentrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, châegli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere queâ poveri minacciati: e non si richiedeva meno dellâautoritĂ del padre, della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non potè piĂš reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando allâorecchio: âma padre, padre! di notte… in chiesa… con donne… chiudere… la regola…. ma padre!â E tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, â vedete un poco! â pensava il padre Cristoforo, â se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltĂ al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo…. â âOmnia munda mundis,â disse poi, voltandosi tuttâa un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece lâeffetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide dâun senso misterioso, e proferite cosĂŹ risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. Sâacquietò, e disse: âbasta! lei ne sa piĂš di me.â
âFidatevi pure,â rispose il padre Cristoforo; e, allâincerto chiarore della lampada che ardeva davanti allâaltare, sâaccostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: âfigliuoli! ringraziate il Signore, che vâha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento….!â E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacchè non sospettava châessi ne sapesser piĂš di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto dâuna tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte deglâimbrogli e deâ sotterfugi.
âDopo di ciò,â continuò egli, âvedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. Ă il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol cosĂŹ. Ă una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrĂ un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederĂ , per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi,â continuò volgendosi alle due donne, âpotrete fermarvi a ***. LĂ sarete abbastanza fuori dâogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarĂ per voi un altro fra Cristoforo.
E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua.

Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farĂ da padre, ti guiderĂ , ti troverĂ del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione. â Ă un torrente a pochi passi da Pescarenico. â LĂŹ vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarĂ domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverĂ , vi trasporterĂ allâaltra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrĂ addirittura fino a ***. â
Chi domandasse come fra Cristoforo avesse cosĂŹ subito a sua disposizione queâ mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere dâun cappuccino tenuto in concetto di santo.
Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese glâindicarono. Questâultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che câera stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!
â Prima che partiate, â disse il padre, â preghiamo tutti insieme il Signore, perchè sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò châEgli ha voluto. â CosĂŹ dicendo sâinginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso

Dopo châebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: â noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!… è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietĂ di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi. â
Alzatosi poi, come in fretta, disse: â via, figliuoli, non câè tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo vâaccompagni: andate. â E mentre sâavviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: â il cuor mi dice che ci rivedremo presto. â
Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà . Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.
Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi sâavviarono zitti zitti alla riva châera stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, câentrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi lâaltro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e lâondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. Sâudiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglĂŹo piĂš lontano dellâacqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di queâ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. Lâonda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che sâandava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e lĂ di grandâombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia dâaddormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividĂŹ; scese con lâocchio giĂš giĂš per la china, fino al suo paesello, guardò fisso allâestremitĂ , scoprĂŹ la sua casetta, scoprĂŹ la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprĂŹ la finestra della sua camera; e, seduta, comâera, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.
Addio, monti sorgenti dallâacque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia lâaspetto deâ suoi piĂš familiari; torrenti, deâ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendĂŹo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia dâessersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerĂ dovizioso. Quanto piĂš sâavanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quellâampiezza uniforme; lâaria gli par gravosa e morta; sâinoltra mesto e disattento nelle cittĂ tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha giĂ messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerĂ , tornando ricco aâ suoi monti.
Ma chi non aveva mai spinto al di lĂ di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dellâavvenire, e nâè sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle piĂš care abitudini, e disturbato nelle piĂš care speranze, lascia queâ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con lâimmaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natĂŹa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, sâimparò a distinguere dal rumore deâ passi comuni il rumore dâun passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove lâanimo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dovâera promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e lâamore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia deâ suoi figli, se non per prepararne loro una piĂš certa e piĂš grande.
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dellâAdda.

đ¤đ§ Audio Lezioni, ascolta il podcast su Alessandro Manzoni del prof. Gaudio
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