A testa alta


Titolo:

Il titolo del libro è A testa alta”, scritto da Bianca Stancanelli. E un racconto tratto dalla vita di Padre Pino Puglisi, un sacerdote che ha avuto il coraggio di affrontare la mafia. Da questo è stato tratto un film che si chiama Alla luce del sole”.

Autrice:

L’autrice del libro è Bianca Stancanelli, nata a Messina. Giornalista ha esordito nel quotidiano lora” di Palermo, si è occupata soprattutto di mafia e politica. Dal 1987 vive a Roma, dove è inviata speciale per Panorama.

Riassunto:

“Qué importa nuestra codardà ­a si hay en la tierra un solo hombre valiente…”: questa è la frase d’inizio, che Bianca Stancanelli ha scelto per il suo bellissimo libro A testa alta”.
A testa alta è la storia nella quale si racconta la storia di Padre Pino Puglisi, prete-coraggio che cercò tenacemente agli inizi degli anni ’90, insieme ad uno sparuto numero di “amici”, di far conoscere e provare alla gente del rione Brancaccio, alle porte di Palermo, cosa potesse voler dire vivere nel rispetto delle regole e delle libertà di ogni essere umano. Rimase solo in questa sua battaglia, e fu ucciso. Non possono qui non tornarci ancora una volta alla mente, purtroppo, le terribili parole di Giovanni Falcone: “Si muore perché si è soli Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.
Fin dalle prime pagine dellappassionante e coinvolgente libro della Stancanelli, il lettore si rende conto di trovarsi di fronte veramente ad una persona non comune, un uomo di fede, solo, che chiar’ subito con fermezza al gruppo di giovani che gli erano vicini, di non voler avere nulla a che fare con la politica. I ragazzi fecero esperienza del coraggio di 3P, mai domo nella propria lotta contro i boss di Cosa Nostra e poterono sperimentare quanto fossero rivoluzionari il suo pensiero e le sue azioni a Brancaccio.
Il primo, assillante desiderio di Padre Puglisi fu allora quello di “parlare” ai bambini, a quei bambini che a Brancaccio vivevano tutto il giorno per le strade senza una meta precisa perché i genitori non si preoccupavano che frequentassero la scuola. Qualche lavoro in nero nei bar o in qualche negozio, ma poi per molti il futuro voleva dire compiere piccoli furti, e in seguito spacciare droga o eseguire altri servizi per conto dei mafiosi. Part’ dai bambini Padre Pino Puglisi, si rivolse a loro semplicemente trattandoli bene, mostrando loro nei fatti che era possibile un tipo di esperienza di relazione che non avevano potuto provare nelle loro famiglie, dove spesso erano stati cresciuti con poco rispetto, umiliati, come accade in certe culture dove i minori vengono considerati come oggetti. Come è ben noto, in determinate sottoculture, ad esempio del Sud, i giovani acquistano rispetto e dignità di uomini solo quando si sposano o lavorano, non prima, e questo è fondamentale per comprendere la mentalità, tutta difensiva, del “rispetto” e dell”onore”. Insegnò a questi bambini a stare lontano dalla strada, propose loro valori e regole utilizzando il gioco, perché nemmeno erano capaci di correre e divertirsi insieme con una palla sopra un prato. Li educò a non invidiare e a non identificarsi più con quegli uomini “d’onore” che in città camminavano “a testa alta”, potendo solo loro guardare negli occhi gli altri, perché il rispetto lo ottenevano con la violenza, la sopraffazione e seminando paura. Fece comprendere loro che, viceversa, sono losservare le regole, l’impegno personale quotidiano, il riconoscere l’altro ed il rispettarlo che ci conferiscono la forza di camminare a testa alta ed il diritto di fare valere le nostre opinioni e ragioni. Particolarmente significativo, quindi, mi sembra il titolo di questo libro, A testa alta”, che allude simultaneamente alla cultura mafiosa (basata sulla propria umiliazione rimossa e proiettata negli altri, cioè sulla cultura della sopraffazione sistematica), e alla nuova cultura che voleva portare Padre Puglisi, basata sulla vera dignità e sul coraggio, coraggio che lo faceva camminare a testa alta per le vie di Brancaccio, senza timore di nessuno.
Ecco dunque chi era Padre Pino Puglisi: un uomo diverso, lontano da quella cultura e veramente libero. E la mafia capì presto che questo “uomo minuto, esile, allegro, dall’apparenza ingannevolmente fragile” stava riuscendo a portarle via i figli, le sottraeva i giovani. Con una amara ironia, Padre Puglisi fu accusato di “traviare” i ragazzi di Brancaccio, di distoglierli dalla “retta via”, quella decisa per loro dalla mafia. Li allontanava dal controllo mafioso e rendeva meno naturale per loro fare la solita vita perché aveva mostrato ed insegnato che era possibile un’esistenza diversa. I giovani non avevano più bisogno di sopraffare gli altri, mostravano una certa resistenza quando i mafiosi chiedevano loro di compiere qualche pestaggio, di raccogliere il pizzo, oppure magari di incendiare un negozio. La loro cultura, la loro sensibilità erano cambiate, erano naturalmente meno motivati a umiliare gli altri, dato che loro stessi non erano più stati umiliati. Il pericolo era troppo grande, questo uomo con il suo coraggio ed i suoi valori stava minando nelle fondamenta il potere mafioso del quartiere, ed allora non rimase altra soluzione che la sua eliminazione. Sappiamo che la mafia non uccide mai se non è veramente costretta, e in questo caso il barbaro assassinio di Padre Pino Puglisi fu considerato inevitabile. Era la prima volta che la mafia uccideva un sacerdote. Lo aspettarono sotto casa in quattro la sera del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre 1993, ed uno solo gli sparò alla nuca. Prima di ucciderlo lo chiamarono “Padre”, e, come per mancanza di coraggio, dissero “questa è una rapina”. Lui capì subito, guardò calmo i suoi assassini e pronunciò soltanto tre parole: “Me lo aspettavo”. Da tempo infatti riceveva lettere anonime di minaccia esplicita e non ne aveva mai fatto parola con nessuno, continuando per la sua strada.
Ce lo immaginiamo mentre sorrideva, con uno sguardo ancor più sognante e felice mentre guardava l’orizzonte, soddisfatto di se stesso. Si rendeva ben conto che il progetto che si era proposto di portare avanti nella sua vita terrena non poteva essergli riuscito meglio. Pino Puglisi, tanto, non aveva alcuna paura di morire, la posta in gioco per lui era ben altra.

Personaggi:

I personaggi di A testa alta” sono:
1. Padre Pino Puglisi: prete di Brancaccio, cercò di cambiare il quartiere e per questo fu ucciso con un colpo alla nuca dalla mafia;
2. Michele Greco: boss di Cosa Nostra a Brancaccio,
3. Antonio Brancaccio: fondatore del paese;
4. Rosario Giuè: precedette Padre Pino Puglisi a Brancaccio;
5. Francesco Deliziosi: ex allievo di Padre Pino Puglisi;
6. Giovanni Falcone: giudice ucciso nel 1993 in un attentato causato dalla mafia;
7. Tommaso Buscetta: mafioso di rango convinto da Falcone a diventare collaboratore di giustizia;
8. Giuseppe Carini: studente universitario desideroso di diventare un uomo d’onore. Don Pino gli affida i bambini del centro;
9. suor Carolina Gavazzo: arriva a Palermo il 2 Ottobre 1991 per aiutare Don Pino a cambiare Brancaccio;
10. fratelli Graviano: nuovi boss di Cosa Nostra a Brancaccio.
Spazio: la vicenda si svolge nella vie di Brancaccio
Tempo: il racconto si svolge negli anni ’90

Stile:

il libro è stato scritto in modo abbastanza semplice

Narratore:

il narratore è esterno

Commento:

questo libro mi è piaciuto molto perché tratta un argomento molto importante:la mafia. Parla anche di un uomo che, come pochi, ha avuto il coraggio di affrontarla anche se non cera nessuno l’ ad aiutarlo.