ALCYONE

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

La morte del cervo

Quasi era vespro. Atteso avea soverchio

alla posta del cervo, quatto quatto

fra le canne; e vinceami l’uggia. A un tratto

vidi l’uom che natava in mezzo al Serchio.

Un uomo egli era, e pur sentii la pelle

aggricciarmisi come a odor ferigno.

Di capegli e di barba era rossigno

come saggina, folte avea le ascelle;

ma pél diverso da quel delle gote

sotto il ventre parea che gli cominciasse,

bestial pelo, e che le parti basse

fossero enormi, cosce gambe piote,

come di mostro, tanto era il volume

dell’acqua che movea il natatore

se ben tenesse ambe le braccia fuore

con tutto il busto eretto in su le spume.

Un uomo era. A una frotta d’anitroccoli

sbigottita egli rise. Intesi il croscio.

Repente si gittò su per lo scroscio

della ripa, saltò su quattro zoccoli!

Lo conobbi tremando a foglia a foglia.

Ben era il generato dalla Nube

acro e bimembre, uom fin quasi al pube,

stallone il resto dalla grossa coglia.

Il Centauro! Di manto sagginato

era, ma nella groppa rabicano

e nella coda, di due piè balzàno,

l’equine schiene e le virili arcato.

Ritondo il capo avea, tutto di ricci

folto come la vite di racimoli;

e l’inclinava a mordicare i cimoli

dei ramicelli, i teneri viticci

con la gran bocca usa alla vettovaglia

sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere

d’un fiato il vin fumoso nel cratère

ampio, sopra le mense di Tessaglia.

Levava il braccio umano, dal bicipite

guizzante, a côrre il ramicel d’un pioppo.

Repente trasaltò, di gran galoppo

sparì per mezzo agli arbori precipite.

Il cor m’urtava il petto, in ogni nervo

io tremando. Ma, nella mia latèbra

umida verde, l’anima erami ebra

d’antiche forze. E udii bramire il cervo!

L’udii bramir di furia e di dolore

come s’ei fosse lacero da zanne

leonine. Balzai di tra le canne,

vincendo a un tratto il corporale orrore,

agile divenuto come un veltro

pe’ gineprai, per gli sterpeti rossi,

con silenzio veloce, quasi fossi

in sogno, quasi avessi i piè di feltro.

O Derbe, la potenza che desidero

è nei metalli che il gran fuoco ha vinto.

Eternato nel bronzo di Corinto

ti darò quel che i lucidi occhi videro?

Il Centauro afferrato avea pei palchi

delle corna il gran cervo nella zuffa,

come l’uom pe’ capei di retro acciuffa

il nemico e lo trae, finché lo calchi

a terra per dirompergli la schiena

e la cervice sotto il suo tallone,

o come nella foia lo stallone

la sua giumenta assal per farla piena.

Erto alla presa della cornea chioma,

con le due zampe attanagliava il dorso

cervino, superandolo del torso,

premendolo con tutta la sua soma.

Furente il cervo si divincolava

sotto, gli occhi riverso, il bruno collo

gonfio d’ira e di mugghio, in ogni crollo

crudo spargendo al suol fiocchi di bava.

Era del più vetusto sangue regio,

di quelli che ammansiva il suon del sufolo,

vasto e robusto il corpo come bufolo,

di vénti punte in ogni stanga egregio.

Quanti rivali, oh l’une di Settembre,

cacciati avea da’ freschi suoi ricoveri

e infissi nella scorza delle roveri,

pria d’abbattersi al Tassalo bimembre!

Si scrollò, si squassò, si svincolò.

E le muglia sonavan d’ogni intorno.

In pugno al mostro un ramo del suo corno

lasciando, corse un tratto; e si voltò.

Si voltò per combattere, le vampe

delle froge soffiando e le vendette.

Il Tassalo gittò la scheggia; e stette

guardingo, fermo su le quattro zampe.

Un fil di sangue gli colava giù

pel viril petto, giù per il pelame

cavallino il sudore. Come rame

gli brillava la groppa or meno or più

al sole obliquo che ferìa lontano

pe’ tronchi, variato dalle frondi.

S’era fatto silenzio nei profondi

boschi. Il soffio s’udìa ferino e umano.

Gli aghi dei pini ardere come bragia

parean sul campo del combattimento.

E l’aspro lezzo bestial nel vento

si mesceva all’odore della ragia.

Pontata a terra la sua forza avversa,

il cervo, come fa nel cozzo il tauro,

bassò l’arme. La coda del Centauro

tre volte battè l’aria come fersa.

Una rapidità fulva e ramosa

si scagliò con un bràmito di morte.

O Derbe, ancor ne freme per la sorte

del petto umano l’anima ansiosa.

Credetti udire il gemito dell’uomo

su l’impennarsi del caval selvaggio.

Ma il Tessalo con inuman coraggio

il cervo avea pur quella volta dómo!

Preso l’avea di fronte, alle radici

delle corna, e gli avea riverso il muso.

Entrambi inalberati, l’un confuso

con l’altro in un viluppo, i due nemici,

tra luci ed ombre, sotto il muto cielo

saettato da sprazzi porporini,

lottavano; e su i due corpi ferini,

se le zampe le punte il fitto pelo

il crino irsuto il prepotente sesso,

io vedea con angoscia il capo alzarsi

di mia specie, agitare i ricci sparsi

quel vento d’ira sul mio capo istesso.

E, gonfio il cor fraterno, d’un antico

rimorso, tesi l’arco dell’agguato.

Ma l’uom co’ pugni avea divaricato

e divelto le corna del nemico.

Udii lo schianto stridulo dell’osso

infranto, aperto sino alla mascella.

Fumide giù dal cranio le cervella

sgorgarono commiste al sangue rosso.

L’erto corpo piombò nel gran riposo

con urto sordo; sanguinò silente;

senza palpito stette; del cocente

flutto bagnò l’arsiccio suol pinoso.

Rise il Centauro come a quella frotta

lieve natante giù pel verde Serchio.

Poi levò, grande nel silvano cerchio,

il duplice trofeo della sua lotta.

Fiutò il vento. Ma prima di partirsi

colse tre rami carichi di pine;

e due n’avvolse attorno alle cervine

corna, e sì n’ebbe due notturni tirsi.

Del terzo incurvo fece un serto sacro

e se ne inghirlandò le tempie umane

ove le vene, enfiate dall’immane

sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro.

Precinto, armato dei due tirsi foschi,

sollevò la gran bocca a respirare

verso il Cielo. S’udìa remoto il Mare

seguir col rombo il murmure dei boschi.

Sola una Nube era nell’alte zone

dell’Etere qual dea scinta che dorma.

Venerava il Nubìgena la forma

cui fecondò l’audacia d’Issione.

Bellissimo m’apparve. In ogni muscolo

gli fremeva una vita inimitabile.

repente s’impennò. Sparve Ombra labile

verso il Mito nell’ombre del crepuscolo.

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