ALCYONE

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

L’ otre

I.

Pelle del becco sordido e bisulco

fui, prima che mi traesser le coltella.

Deh come olente alla stagion novella

egli era e tra le capre sue petulco,

o uom che m’odi, e ben barbato e torvo

e di téttole dure ornato il gozzo

e d’aspre corna il fronte invitto al cozzo,

negli occhi sùlfure atro come corvo!

Sagliente egli era, e mogli in abbondanza

ebbe, e feroce fu nelle sue pugne;

ma al suon d’un sufoletto, erto su l’ugne

fésse, imitava il satiro che danza.

Occiso penzolò sanguinolente

dall’uncino; e squarciato fumigava,

nudi ostentando in sua ventraia cava

l’argnon focoso e il fegato possente.

Tratta gli fui di dosso umida e floscia.

Pelo e carniccio poi tolsemi il ferro.

Ghianda di gallonéa, scorza di cerro

fecermi bona concia nella troscia.

Rasciutta nelle cieche stìe, premuta

dai macigni, distesa dall’orbello,

per sorte un dì cucita fui del bello

con fil d’accia da femmina saputa.

Otre divenni e principe degli otri

obeso appresso i pozzi e le cisterne.

Acqua di cieli, acqua di fonti eterne

contenni, acqua di rivoli e di botri,

dolci acque e fresche ma di odor caprigno

sapide tuttavia, sì che talvolta

le femmine entro me chiusero molta

menta e il seme dell’ànace fortigno.

O uomo, l’otre invidia le tue seti!

Pianure arsicce, livide petraie,

pigre maremme fabbricose, ghiaie

e sabbie in foco per deserti greti,

stridor di carri, ànsito di giumenti

io conobbi, e il guatar del sitibondo.

Io valsi più che l’universo mondo

al desiderio delle fauci ardenti!

O uomo, da benigni iddii tu hai

le tue seti. Il garòfolo e il papavero

non così vividi ardere mi parvero

come la bocca tua che dissetai.

Non il capro, onde tratta fui sua spoglia,

mai si precipitò come chi volle

bere da me. Tutto lo feci molle.

Oh gaudio della gola che gorgoglia!

Mani cupide premono i miei fianchi

turgidi (sembra che gli arsi occhi bevano

prima che i labbri) mani mi sollevano

su arsi vólti, di polvere bianchi.

Va da me per le vene al cor profondo

la mia liquida gioia, al più remoto

viscere. Oh bene immenso! Eccomi vòto.

In dieci gole ho dissetato il mondo.

 

II.

E vòto fratel fui della bisaccia

grinzuta ch’ebbe la cipolla e il tozzo

in coniugio. E non più rempiuto al pozzo

fui, non udii crosciar la secchia diaccia,

ma dalla mamma copiosa udii

crosciare emunto il latte nel presepio

occl’uso. Per indùlgere al mio tedio

nova sorte mi fecero gli iddii.

Gonfio di latte, anch’io ubero parvi

più capace e men roseo. Notturno

pendevo nel presepio taciturno,

come gli uberi sotto i materni alvi.

Ma non mai tanto l’otre ebbesi amica

la pace come allor che, in su lo scorcio

dell’autunno, s’apparentò con l’orcio

per favore di Pallade pudica.

Pacifera è l’oliva e tarda e pingue.

da poi che gemuto ha sotto la mola,

si raddolcisce e più non fa parola;

mentre la garrula acqua ha mille lingue.

Or pieno fui di castità palladia

e di silenzio. Tacito ascoltava

pulsar la tempia fievole dell’ava

e il pane lievitare nella madia.

D’improvviso, una notte, mentre vòto

giacea sul palco fra i minori otrelli,

venne un bifolco tutto irto di velli

e seco trassemi a un officio ignoto.

Duro il suo pugno parvemi qual sasso

e l’ugna adunca qual branca di belva.

Tramontavano l’Orse. Ad una selva

orrida, in riva al fiume, arrestò il passo.

Quivi nel sangue prono era disteso

il suo nimico. Gli troncò la testa

con una falce; e quella mozza testa

prese a’ capegli, e me carcò del peso.

Subitamente mi rempiei del nero

sangue. E disse il falcato al teschio: «Avevi

tu sete? Orbè, se t’arde sete, bevi,

nell’otro che t’ho acconcio, il vin tuo mero».

E il teschio e il sangue dentro ei mi serrò.

Gonfio ero fatto, ed ei mi sollevò.

Su la riva del fiume ei mi portò.

In mezzo alla corrente ei mi scagliò.

Fervido era anco il buon licor doglioso.

O uom che m’odi, acqua di fonte, bianco

latte, olio lene, quanto ebbi nel fianco,

non vale il sangue tuo meraviglioso!

Entro di me fu breve e immensa guerra,

ismisurata e rapida tempesta.

Non parvemi serrar la tronca testa

ma contenere l’orbe della Terra.

Poi nel gel fluviale in grumo e in sanie

si converse quel peso; e la corrente

mi voltò per le ripe, oscuramente

trassemi verso le contrade estranie.

 

III.

Era l’aurora quando in mezzo ai salici

mi rinvenne l’Egìpane biforme.

Uom che m’odi, il tuo spirito che dorme

più non vede gli antichi numi italici!

Vivon eglino pieni di possanza:

hanno il fiato dei boschi entro le nari;

i gioghi venerandi han per altari,

e di sé fanvi testimonianza.

Più non li vedi, o uomo. Nel tuo petto

il cor si sface come frutto putre.

E la Terra materna invan ti nutre

de’ suoi beni. Tu plori al suo conspetto!

Mi rinvenne l’Egìpane divino.

Possentemente rise in suo pél falbo;

poi tolsemi per trarmi di fra gli àlbori

umidi: mi credea gonfio di vino.

Dava schiocchi la lingua sua salace

mentr’ei m’aprìa. Ma pél non gli tremò

quando scoperse il teschio e il grumo; «Tò»

disse «nell’otro il capo del gran Trace!»

E sopra l’erba mi sgravò del reo

peso, mi scosse. Poi raccolse il teschio,

lo rotò, lo scagliò forte nel Serchio

gridando: «Tu non sei capo d’Orfeo!»

Tal era il riso de’ suoi denti scabri

quale un rio lapidoso. Allor nell’acque

chiare mi terse; m’asciugò. Gli piacque

anco d’enfiarmi co’ suoi curvi labri.

Pieno fui del divino afflato, pieno

fui del selvaggio spirito terrestro!

Venne allora il Panisco, che mal destro

era nel nuoto, al bel fiume sereno.

E il nume padre a lui mi diede; ed io

tenerlo a galla seppi, io lo sorressi

nel nuoto quando i piccoli piè féssi

troppo agitava celere disìo.

Molto l’amai. Dall’ombelico in giuso

di pél biondiccio qual cavriuoletto

era ma liscio il rimanente, eretto

il codìnzolo, un po’ lusco e camuso.

Tenérmigli solea sotto l’ascella

ove appena fiorìa qualche peluzzo

rossigno; e avea del suo cornetto aguzzo

tema non mi bucasse per rovella,

sì rapido era il pueril corruccio

s’ei districava il piè dall’erba acquatica

o alzar vedeva l’anatra selvatica

o sentiva guizzar da presso il luccio.

Viride Serchio in tra due selve basse!

Mattini estivi, quando il bel Panisco

biondetto sen venìa, cinto d’ibisco

roseo, con suoi lacci e con sue nasse!

Troppo, ahimè, destro erasi fatto al nuoto.

Omai fendeva le più rapide acque;

sì che più giorni e più l’otre si giacque

solo nel limo, e alfin rimase vòto.

 

IV.

Ma gli alti iddii anco mi fur benigni.

Un bel pastore dalla barba d’oro

mi raccolse. Ed all’ombra d’un alloro

mi lavorò con suoi sottili ordigni.

Quattro di bosso ei fecemi cannelle

ineguali, e assai bene le polì.

La più corta alla spalla m’inserì

e strinse con cerate funicelle.

In bocca tre l’artiere me ne messe,

l’una più lunga, l’altre due minori;

nella più lunga numerosi fóri

praticò, che diverse voci desse.

Le due brevi, di largo cerchio e stretto,

aperte in giuso a mo’ di padiglione,

servir di grande e piccolo bordone

dovean come le frondi all’augelletto.

Oh meraviglia, quando per la corta

canna egli enfiò la nova cornamusa!

Tutta di pia felicità soffusa

giovine donna venne in su la porta,

nuda le belle braccia, e disse: «O caro

marito, o barbadoro, ecco che nasce

ricchezza ingente nelle nostre case;

ed i granai si rempiono di grano,

gli alveari si rempiono di miele,

d’aurei pomi si rempiono i frutteti,

di rose citerèe tutti i verzieri,

e di cervi e di damme le mie selve;

e avrò tra i muri miei variodipinti

un talamo con quattro alte colonne

e vestimenta avrò d’ogni colore

e per cignermi d’ogni sorta cinti;

e avrò e avrò nelle mie veglie ancora

per filar la mia lana mille ancelle

mariterò le mie dolci sorelle

ai satrapi dell’Asia spaziosa!».

Questo fecero grande incantamento

l’otre e il pastore con un poco d’aria,

o uom che m’odi, con un poco d’aria

e col nume di Cintio arco-d’-argento;

però che il faretrato Citaredo,

il qual pur trasse Marsia di vagina,

sia largo della sua virtù divina

all’inculto pastore e al dotto aedo,

al calamo forato e alla testudine

tricorde se lui prieghi un puro cuore.

Noi come greggi i vesperi e l’aurore

pascemmo nella verde solitudine.

Il pino irsuto diede il molle fico,

i narcissi fioriron su i ginepri,

danzò il veltro armillato con le lepri,

e l’antico fu novo e il novo antico.

Oh maraviglia! Come l’elitropio

al Sol, volgeasi al suono la soave

donna dalla sua porta. E l’architrave

parea sculto da Dedalo il Cecropio

e lo stipite rozzo una colonna

del Palagio di Pelope l’Eburno,

quando il pastor dicea: «Come l’alburno,

intorno al cuore mi biancheggi, o donna!»

Divenuta più candida nel suono

ell’era, come il lin nell’acqua infuso.

Sorridea sempre. E la conocchia e il fuso,

la spola e i licci erano in abbandono.

Pe’ capegli repente l’abbrancò,

pe’ suoi capegli come l’uva nera,

come il folto giacinto a primavera,

come dell’edera il corimbo forte,

pe’ capegli repente l’abbrancò

la Morte, l’abbattè, pel calle oscuro

la trascinò: di là dal fiume curvo,

nel regno buio la portò la Morte.

E nessuno e nessuno più la scorse.

Cupo silenzio fu dentro le case.

L’ombra lunga occupò la soglia, invase

il talamo. E l’aurora più non sorse.

Ma pianto non sonò dentro le case:

erano il cuore e gli occhi opache selci.

E fuggì la lucertola dall’embrice,

anche fuggì la rondine, anche l’ape.

Io pendea tristo, presso il focolare.

Ed infine il pastore si sovvenne

dell’otre. Mi guatò gran tratto. Venne,

mi tolse, muto, senza lacrimare.

Io mi credeva ancóra esser premuto

contra il fianco dal cubito leggero

e disciogliere in me, rivolto al nero

Ade, l’ingombro del dolore muto.

«Sposa, ch’io venga su le tue vestigia!»

E da me svelse i calami con cruda

mano, li infranse. L’anima sua nuda

e noi profferse alla gran Notte stigia.

 

V.

O uom che m’odi, fu laboriosa

la mia sorte. Non fecero grandi ozii

a me gli iddii. Solstizii ed equinozii

passano; passa il colchico, e la rosa.

Tutto ritorna; e la saggezza è vana.

La saggezza non val legno ficulno

né zàccaro caprino. Io voglio, alunno

di Libero, finir di fine insana.

Se bene obeso, molto vidi e udii

però che amico fui de’ viatori

insonni, esperto di molti sapori,

a servigio di efimeri e d’iddii.

Molto contenni, puro o adulterato.

Il falso e il vero son le foglie alterne

d’un ramoscello: il savio non discerne

l’una dall’altra, l’un dall’altro lato.

E la virtù si tigne come lana,

e la felicità come Vertunno

tramuta la sua specie. Io voglio, alunno

di Libero, finir di fine insana.

So nelle loro generazioni

diverse l’acqua, il latte, l’olio tacito;

so il sangue umano e so l’afflato pànico

e so le metamorfosi dei suoni.

Ma il licor rubicondo che ti rende

simile ai numi, o uom che m’odi, ignoro:

quello onde gonfio mi credette il buono

Egìpane, e il gran riso ancor mi splende!

Tu m’hai raccolto, o uomo nello speco

ove per ruzzo trassemi il lupatto.

Che valgo? Vedi tu come son fatto!

Piacciati dunque d’insanire meco.

Desìo d’altre fortune non mi tocca.

Più lungamente vivere non posso.

Ricucimi la spalla ov’ebbi il bosso

animato e ristringimi la bocca.

Tu vedi: sono vecchio e non ti giovo.

Ma è larga alla tua sete e alla tua fame

la Terra, e tu le devi il tuo libame.

Nell’otre vecchio or poni il vino nuovo!

Vendemmierai con cantici di gioia.

Farai del mosto mite il vin possente.

Della giovine forza, alla nascente

l’una, tu m’empirai queste mie cuoia,

che me le schianti almen la giovinezza

terribile! E coronami di fiori

selvaggi, ed al più folto degli allori

tuoi sospendimi. Oh ultima bellezza!

Discisso tonerò nel gran meriggio.

Lungi s’udrà nell’alta luce il tuono.

E tu dirai, la pura fronte prono:

«Bevi l’offerta, o Terra. Io son tuo figlio».

Pubblicità
shares