ALCYONE

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

Stabat nuda aestas

Primamente intravidi il suo piè stretto

scorrere su per gli aghi arsi dei pini

ove estuava l’aere con grande

tremito, quasi bianca vampa effusa.

Le cicale si tacquero. Più rochi

si fecero i ruscelli. Copiosa

la résina gemette giù pe’ fusti.

Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.

Scorse l’ombre cerulee dei rami

su la schiena falcata, e i capei fulvi

nell’argento pallàdio trasvolare

senza suono. Più lungi, nella stoppia,

l’allodola balzò dal solco raso,

la chiamò, la chiamò per nome in cielo.

Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.

Come in bronzea messe nel falasco

entrò, che richiudeasi strepitoso.

Più lungi, verso il lido, tra la paglia

marina il piede le si torse in fallo.

Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.

Il ponente schiumò ne’ suoi capegli.

Immensa apparve, immensa nudità.

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