ALCYONE

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

L’ aedo senza lira

Meco ragiona il veglio

d’una spezie di pomi.

E dice: «Nasce in arbore

di mezzana statura, e fior bianchetto.

La dolcezza del frutto

è mista con asprezza.

Non ricusa qualunque terra. I luoghi

allegri ama bensì, dolce temperie.

Dilettasi del mare.

Il vento e il gelo teme.

Innestar non si puote.

Piccola etade dura.

Serbansi i pomi in orci unti di pece.

Anco serbansi in cave

dell’oppio arbore; ovver tra la vinaccia

in pentole, assai bene e lungamente».

Così ragiona il veglio; ed in sue lente

parole il cor si spazia

come in un canto aonio.

Risplende un’antichissima virtude,

come nel prisco aedo

che canta un fato illustre,

o Terra, nel tuo bianco testimonio.

Il soffio del suo petto

paterno è come la bontà dell’aria

che fa buona ogni cosa.

La vita fruttuosa

dell’arbore s’agguaglia

alle sorti magnifiche dei regni.

Ei parla, e tra due legni

tesse la chiara paglia

come l’aedo tende le sue corde,

create co’ minugi degli agnelli,

tra i bracci della lira.

Vento asolando, spira

odor di meliloto il miel dall’ombra,

colato nei mondissimi vaselli

ove la man spremette i fiali pregni.

Ei ragiona e travaglia;

e il flavescente culmo non si spezza.

A quando a quando mira

come chi attenda segni.

Ode sciame che romba.

Ei parla di battaglia

che han l’api in loro ostelli

per signorie lor nuove.

Gli luce nella barba e ne’ capelli

alcun filo di paglia

che il suo parlar commuove.

Al sole oro non è che tanto luca.

Appesa alla sua bocca che s’immézza,

presso l’aroma della sua saggezza,

l’anima nostra è come la festuca.

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